PICCOLI GRANDI LIBRI  Carlo Maria Martini
vita di Mosè
vita di Gesù - esistenza pasquale

a cura di Pino Stancari
Borla 1984

Prima meditazione Seconda meditazione Terza meditazione Quarta meditazione

Le tre tappe della vita di Mosè
1. Dio prepara Mosè per una vocazione speciale
2. Un periodo
di generosità e di scacco
3. L'irruzione di Dio
nella vita di Mosè
Mosè e il roveto ardente

1. Che cosa fa Mosè?

2. Che cosa ascolta Mosè?

3. Che cosa intende Mosè?
Mosè, il faraone e noi

1. Chi è il faraone in noi?

2. Chi è Mosè in noi?

3. L'indurimento del faraone
Il passaggio del Mar Rosso

1. La notte del terrore
2. Che cosa farà Mosè?
3. Il passaggio del Mar Rosso
4. Il canto pasquale dei battezzati
Quinta meditazione Sesta meditazione Settima meditazione Ottava meditazione
Mosè: servo di Dio
1. I servizi resi da Mosè
2. La vita cristiana
è vita di servizio
3. I momenti e i gradi dell'esistenza diaconale
Mosè:
«Propheta traditus»

1. Le sofferenze di Mosè

2. Gesù: il servo sofferente
 
Morte di Mosè
e morte di Gesù
Pasqua di Maria
e Pasqua del cristiano
1. La morte di Mosè
2. La morte di Gesù
3. La Pasqua di Maria
4. Le Pasque del cristiano
Mosè e il popolo
1. Mosè:
l'uomo dei grandi numeri
2. Gesù e la Maddalena
3. La parola si fa piccola
4. Gesù risorto

settima meditazione
Morte di Mosè e morte di Gesù
Pasqua di Maria e Pasqua del cristiano

In questa meditazione ci occuperemo di quelli che furono gli ultimi fatti della vita di Mosè; tali fatti ci aiuteranno a illuminare e a capire meglio il senso della morte di Gesù, quindi della morte di Maria e della nostra stessa morte. Sono questi i quattro livelli della nostra meditazione, a cui corrispondono quattro punti, per ciascuno dei quali ci soffermeremo su una serie di testi. In un primo tempo avevo intitolato questa meditazione: «Morte di Mosè e morte di Gesù. Morte di Maria e morte del cristiano». Poi ho preferito parlare di «Pasqua di Maria», del suo passaggio. E così mi è sembrato opportuno mettere anche « Pasqua del cristiano», il nostro passaggio. In ogni caso il tema pasquale attraversa per intero questa nostra meditazione.
Accostiamoci al nostro lavoro recitando la preghiera che sempre ci ricorda, quando la diciamo, « l'ora della nostra morte ». Recitiamo lentamente il saluto dell' Angelo a Maria:
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno: Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.

1. La morte di Mosè

Rivolgiamo dunque la nostra attenzione alla morte di Mosè, così com'è descritta nei capitoli 31, 32 e 34 del Deuteronomio. È interessante notare quanto. spazio venga dato alla descrizione di questa morte: molto più di quanto non avvenga per altri profeti, della cui morte non sappiamo niente. Non sappiamo niente di come sia morto Isaia, o Geremia; invece sappiamo molto della morte di Mosè.
Leggiamo alcuni versetti in Deut. 31, 1-8: «Mosè andò e rivolse ancora queste parole a tutto Israele. Disse loro: ' Io oggi ho 120 anni; non posso più andare e venire. Inoltre il Signore mi ha detto:
Tu non passerai questo Giordano. Il Signore tuo Dio passerà davanti a te, distruggerà davanti a te quelle nazioni e tu prenderai il loro posto. Quanto a Giosuè, egli passerà alla tua testa, come il Signore ha detto. Il Signore tratterà quelle nazioni come ha trattato Sikhon e Og, re degli Amorrei, e come ha trattato il loro paese, che egli ha distrutto. Il Signore le metterà in vostro potere e voi le tratterete secondo tutti gli ordini che vi ho dato. Siate forti, fatevi animo, non temete e non vi spaventate di loro, perché il Signore tuo Dio cammina con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà! Poi Mosè chiamò Giosuè e gli disse alla presenza di tutto Israele: ' Sii forte e fatti animo, perché tu entrerai con questo popolo nel paese che il Signore ai loro padri giurò di darvi. Tu gliene darai il possesso. Il Signore stesso cammina davanti a te. Egli sarà con te,non ti lascerà e non ti abbandonerà; non temere e non ti perdere d'animo' ».

Un Mosè non indispensabile

Come ci appare qui Mosè? In primo luogo mi colpisce .l'onestà con cui Mosè riconosce che il tempo della passività per lui è venuto: «Non ce la faccio più, non posso più entrare e uscire, non posso più governare ». E sapendo che non ce la fa più, si spoglia delle sue prerogative con grande libertà: « li Signore vi guiderà; Giosuè vi guiderà».
Come avrebbe potuto agire Mosè? Avrebbe potuto dire: «In fondo sono ancora forte, ancora me la sento e ce la faccio; inoltre, se non ci sono io, cosa farà questo popolo? Voglio stare con loro, voglio seguirli: grandi pericoli li minacciano... ». Mm:è invece è libero e distaccato. Egli dice: «Io non ci sarò più, ma voi andrete avanti benissimo senza di me; il Signore vi guiderà e avrete grandi vittorie, più grandi di quelle che avete avuto con me: quest'uomo che vi lascio, Giosuè, è un uomo forte, buono e coraggioso; abbiate. fiducia in lui ». Notate che non dice di Giosuè, come spesso si fa: «Non è capace, non ha esperienza; come farà? Devo stargli vicino... ». Mosè, che è stato pazientemente educato a considerare l'opéra come opera di Dio, adesso volentieri vede quest'opera procedere senza di lui, realizzandosi ancora meglio come opera di Dio. Anche in questa occasione, poi, Mosè è il servitore del popolo, in quanto è colui che svolge un ministero di consolazione: «Fatevi coraggio, state tranquilli e tutto andrà bene; il Signore sarà con voi»
.
Leggiamo
ora un brano in cui si descrivono più da vicino le modalità della morte di Mosè: «In quello stesso giorno il Signore disse a Mosè: ' Sali su questo monte degli Abarim, sul monte Nebo, che è nel paese di Moab, di fronte a Gerico, e mira il paese di Canaan, che io do in possesso agli Israeliti. Tu morirai sul monte sul quale stai per salire e sarai unito ai tuoi antenati, come Aronne tuo fratello, che è morto sul monte Hor ed è stato riunito ai suoi antenati, perché siete stati infedeli verso di me in mezzo agli Israeliti, alle acque di Meriba di Cades, nel deserto di Sin, perché non avete manifestato la mia santità. Tu vedrai il paese davanti a te, ma là, nel paese che io sto per dare agli Israeliti, tu non entrerai! » (Deut. 32, 48-52).
Poi, dopo la lunga benedizione di Mosè, uomo di Dio, a tutte le tribù d'Israele, una per una (cfr. cap. 33) viene finalmente la descrizione definitiva della morte:« Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il paese: Galaad fino a Dan, tutto Neftali,
. .. n Signore gli disse: 'Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe dicendo: Lo darò alla tua discendenza. Te l'ho fatto cosi vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai ' Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l'ordine del Signore; fu sepolto nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor. Nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba. Mosè aveva 120 anni quando mori: gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno» (34, 1-7).

Una morte scandalosa

In questa descrizione della morte di Mosè colgo almeno tre aspetti fondamentali: si tratta di una morte in solitudine, di una morte in obbedienza e di una morte nella sofferenza.
Essa è senz'altro una morte in solitudine; infatti Mosè non muore in mezzo al popolo, bensì lontano da quel popolo che aveva tanto amato, per il quale si era addirittura consumato davanti a Dio. Adesso è là, tutto solo sulla montagna, senza testimoni, e muore solo, logorato, per così dire svuotato, dal servizio che ha compiuto.
Mosè, poi, muore in obbedienza, come il testo dice con tanta semplicità: «Mosè, servo del Signore morì in quel luogo, secondo l'ordine del Signore
». Egli è l'unica persona nella Bibbia di cui si dica che è morto così:il Signore ha ordinato e lui è morto!
Infine egli muore nella sofferenza. Notate che insistentemente il testo ripete: «Tu non vedrai; tu non entrerai ». E Mosè, con estrema umiltà, e anche con dolore, deve accettare questa sua situazione. In un certo senso, si sacrifica per tutti gli altri: gli altri vedranno, mentre lui porta il loro peccato. Infatti, come abbiamo visto, il peccato era probabilmente più altrui che suo: erano gli altri che l'avevano soggiogato a non avere fiducia in Jahvé e ad avere misericordia e compassione di loro; e lui si era lasciato trasci1)are. Ora questo peccato degli altri Mosè lo porta con sé e accetta di espiarlo.
Mosè, dunque, muore solo, obbediente, sofferente, al punto che non si conosce nemmeno il luogo della sua sepoltura, a cui possano venire i parenti a piangere, come è desiderio di tutti gli Ebrei. Questa morte è scandalosa: Mosè non ci lascia in pace neppure nel modo di morire. Noi non avremmo mai im
maginato un condottiero così, che muore nel distacco e nell'abbandono così completi.

La scomparsa di Mosè

Ma c'è qualcos'altro da dire: il fatto è che, oltre alla morte di Mosè, colgo in questi testi quella che chiamo la scomparsa di Mosè. Stando alla narrazione biblica,è possibile constatare che Mosè non soltanto è scomparso dalla terra, nel senso che è stato sepolto in terra straniera (cosa abominevole per un Ebreo) e che non ha un sepolcro conosciuto (cosa anch'essa dolorosissima 'per un membro di Israele), ma che addirittura è scomparso per il suo stesso popolo. È curioso infatti che, terminati i libri del. Pentateuco, di Mosè nella Bibbia quasi non si parla più. In un certo senso Mosè scompare anche dalla Scrittura: si lascia cancellare, come il servo che ha compiuto il suo servizio, ora trasmesso ad altri, e che non ha bisogno di gloriose commemorazioni. V alla pena di notare che i profeti non citano quasi mai Mosè; d'altronde, anche gli altri libri storici ne parlano rarissimamente. Posso dirvi che ho fatto il conto di tutte le volte in cui se ne parla: malgrado l'importanza enorme che noi daremmo a quest'uomo, sembra quasi scomparso dalla memoria di Israele. Anche i Salmi, che parlano di tanti personaggi di Israele, nominano molto raramente Mosè. Il libro della Sapienza, che fa tutta la storia dell'esodo dall'Egitto, non nomina neanche una volta Mosè; lo richiama una volta indirettamente, senza farne il nome. L'unico libro che lo nomina è il Siracide, un deuterocanonico molto vicino al tempo di Cristo, il quale dedica alcune righe, molto belle, a Mosè. Però con nostro grande stupore, questo stesso libro del Siracide dedica almeno il triplo o il quadruplo di spazio ad Aronne, che noi finora non abbiamo tenuto in grande considerazione. Mosè ha accettato di essere cancellato dalla memoria del suo popolo!
È interessante constatare come anche nell'aggadà di Pasqua, cioè nel rito pasquale degli Ebrei, dove si parla continuamente dell'Egitto e dell'esodo, Mosè viene nominato forse una volta. Avviene qualcosa che non può essere definito come una damnatio memoriae, ma piuttosto come una cancellatio memoriae. Esemplare, a questo riguardo, è quanto si legge nel salmo 135, la grande litania di ringraziamento: «Lodate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia». Il salmo elenca tutte le grandi imprese della creazione e della Storia della Salvezza:« Ha compiuto meraviglie; ha creato i cieli... Percosse l'Egitto nei suoi primogeniti ... con mano potente e braccio teso. Divise il Mar Rosso in due parti; in mezzo fece passare Israele. Travolse il faraone e il suo esercito. Guidò il suo popolo nel deserto... ». Di Mosè niente. Mosè non c'è; è Dio che ha fatto tutte queste cose. Mosè è ormai nascosto nel braccio di Dio.

Però Mosè rimane

Tuttavia c'è una terza cosa da dire, a proposito di questo primo punto. Il fatto è che ci sono anche aspetti del testo biblico che indicano una misteriosa permanenza di Mosè. Vediamone alcuni, dai più facili ai più sottili.
C'è, per esempio, la permanenza dei suoi libri, i libri di Mosè, la Legge, il Pentateuco. In questo senso Mosè rimane, perché rimangono i suoi libri.
Anche oggi il giudaismo, che attribuisce un valore sacro a tutti i libri della Scrittura, di fatto distingue tra i libri di Mosè e gli altri: in ogni sinagoga ad esempio, nell'armadio in fondo, dietro il velo, ci sono solo i libri di Mosè, non ci sono le altre Scritture. Questi libri sono considerati i libri sacri per eccellenza. Ciò fa si che di Mosè ci sia una permanenza oggettiva: non personale, non trionfalistica, non faraonica, ma legata ai fatti, alle cose, al tipo di servizio che egli ha reso e per cui rimane in Israele
- e, se volete, rimane anche presso i cristiani -.
Ma c'è un aspetto più sottile, che io non avrei notato, se non me lo avesse fatto notare Gregario Nisseno. Gregario si chiede cosa vogliano dire quelle parole che avete ascoltato: «Mosè aveva 120 anni quando mori. Gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno ». Egli osserva:
« Dunque stava benissimo. Ma allora cosa vuol dire un morto che non chiude gli occhi, un morto il cui vigore rimane? ». Anche i rabbini si son posti questo problema; le loro risposte si potrebbero riassumere come segue: Mosè non voleva morire, perché stava benissimo, ma il Signore gli avrebbe detto: «Devi morire »; lui però ha resistito. Allora, Dio gli avrebbe detto: «Tu resterai in vita, però Giosuè diventerà maestro tuo e di tutto il popolo». Mosè accetta, ma subito dopo ci ripensa e dice: «Lasciami morire, perché meglio morire mille volte che vivere un istante di gelosia». Mosè non avrebbe mai sopportato quella situazione. Così i rabbini. Debbo dire che la risposta di Gregorio Nisseno mi sembra assai più profonda: egli legge questi testi, infatti, in una luce cristiana e casi si esprime: «Che cosa dice la storia? Che Mosè, servo di Dio, mori per ordine di Jahvé, che nessuno conobbe la tomba e che i suoi occhi non si velarono, né il suo volto fu corrotto ». E continua: «Noi impariamo di là che, essendo passato per tante fatiche, fu giudicato degno di essere chiamato col nome sublime di 'servo di Dio'; ciò che equivale a dire che è stato superiore a tutto. Nessuno infatti saprebbe servire Dio senza essersi elevato al di sopra di tutte le cose del mondo. E quello è anche per lui il termine della vita virtuosa. Il fine raggiunto della vita virtuosa, operato dalla Parola di Dio, quello che la storia chiama morte, in realtà è una morte vivente (e qui usa l'espressione teleuten zonta), a cui non segue il seppellimento, sulla quale non si eleva una tomba e che non porta la cecità sugli occhi né la decomposizione sul viso».
Insomma Mosè muore, ma, essendo servo di Jahvé, muore in modo tale da far capire che vive: in lui lo spirito della resurrezione si manifesta misteriosamente. Sembra che Gregorio voglia dire: '« Chi è servo di Dio, sì muore, ma in lui la vita si manifesterà ». C'è una misteriosa permanenza di Mosè, che non possiamo ancora chiamare «resurrezione», ma che orienta verso la resurrezione del Servo di
Jahvé.

2. La morte di Gesù

Fermiamoci ora un momento sulla morte di Gesù, semplicemente sottolineando gli aspetti che la rendono simile e diversa da quella di Mosè.
Innanzi tutto, Gesù è abbandonato alla solitudine. Se prendiamo Mc. 14, 50, vediamo che, quando i soldati si avvicinano per prenderlo, « tutti, abbandonatolo, fuggirono ». Una solitudine molto più amara di quella di Mosè, perché mentre Mosè si al
lontana lui stesso dal popolo, di sua volontà, qui sono i discepoli che vergognosamente lo abbandonano nell'istante decisivo. Gesù rimane solo, o meglio isolato.
Questa solitudine Gesù la vive nell'obbedienza, come Mosè, fino a morire divorato dal servizio, « svuotato» dal servizio, come dice Paolo in Filip. 2, 8: «Si è svuotato, fatto obbediente fino alla morte di croce ». Gesù è l'immagine dello svuotamento del servo, che si è consegnato a Dio senza riserve.
Ma Gesù muore anche sofferente, non soltanto come Mosè che non può entrare nella terra (tra l'altro i rabbini hanno interpretato il fatto che Mosè non entrò nella Terra Promessa come un tratto della misericordia di Dio, perché i tanti guai che lo aspettavano lo avrebbero deluso; per questo il Signore pensò di farlo morire quando ancora guardava la terra da lontano), bensì nel dolore di chi è respinto da coloro a cui si era avvicinato con animo disponibile, pronto a dare tutto. Possiamo riprendere le parole di Gv. 1, 11: «È venuto tra i suoi, e i suoi non l'hanno ricevuto ».
Ecco quindi come la morte di Gesù è presentata in parallelo alla morte di Mosè. Ma quanto più tragica, quanto più dolorosa e umiliante, quanto più dipendente dalla malvagità umana, dall'incapacità dell'uomo di amare l'amore!

La scomparsa di Gesù

Possiamo anche parlare di una scomparsa di Gesù, di una cancellazione di Gesù, analogamente a quanto avviene per Mosè. È vero che noi siamo abituati a mettere insieme la morte di Gesù con la resurrezione. Ma la resurrezione non è una scappatoia alla morte, bensì è la potenza di Dio che si riversa su colui che è entrato totalmente nella morte, subendone, come ognuno di noi, il potere di annientamento; è la fine di tutto: sogni, speranze, amicizie, possibilità di vivere.
Io penso che ciascuno di noi, anche quando affronta la morte nella fede, nella speranza e nell'amore, la subisce dal di dentro della propria esistenza psichica. L'esistenza pneumatica dello Spirito ci dà la speranza; ma l'esistenza psichica ci dà l'evidenza della fine. Gesù ha accettato che l'evidenza della fine fosse in lui patente; perciò, ha vissuto la sua morte come vera morte, non soltanto come!: passaggio, ma come fine, come distruzione, come annientamento della vita. Anche per questo Gesù è il primo fra i morti, è colui che per noi è entrate per primo nella morte, perché potessimo vincere la paura della morte. La morte di Gesù, dunque, è una morte reale e, in quanto morte, inconsolabile. Ma la fede ci proclama che Gesù, il quale si è buttato in questa morte fidandosi della parola del Padre, vive nella gloria.
In conclusione, alla debole permanenza di Mosè
appena indicata con quegli accenni agli occhi che non si chiudono, all'assenza di tomba, al vigore del viso - si oppone ora Gesù che, risorto e vivo, si presenta 'ai discepoli dicendo: «Non temete, sono io». L'esperienza di Mosè lascia il posto ad un'esperienza del tutto nuova, imprevedibile, totalmente altra, che è l'esperienza della resurrezione; di essa la Scrittura ci dice qualcosa in rapporto a Mosè, ma con una timidità che soltanto la potenza di Cristo può esaltare.

3. La Pasqua di Maria

Vorrei ora dedicare un pensiero alla Pasqua (li Maria. Maria è la prima che ha vissuto dopo Gesù l'esperienza pasquale del passaggio da questa vita alla vita gloriosa. È il mistero dell' Assunzione. Ma come possiamo contemplare la Pasqua di Maria, se i testi non ce ne parlano?
Io credo, tuttavia, che ci sia un mezzo per contemplare questa .Pasqua di Maria. Vorrei quindi suggerirvi alcuni testi, che potrebbero aiutarci a comprendere come è stato il passaggio di Maria da questa vita e come è stato il suo ingresso nella gloria. Sono questi appunto i due momenti della Pasqua: il passaggio da questa vita e l'ingresso nella gloria.
Per quanto riguarda il passaggio da questa vita, ho presente 2 Coro 5, 8, dove Paolo dice: «Cosi dunque siamo sempre pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore»; insieme con questo testo Filip. 1, 21: «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno»; quindi il v. 23: «Sono messo alle strette tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio...». Qui vedo rappresentato il sentimento di Maria, il suo desiderio di essere con Cristo, di essere sciolta da questa esperienza terrena, perché si manifesti in lei l'esperienza definitiva: la pienezza della visione.
La presenza di tale desiderio in Maria sta a significare che in lei Gesù ha vinto già la paura della morte. Come dice la lettera agli Ebrei: «(Il Figlio) è divenuto partecipe della nostra carne e sangue, per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita» (2, 14 ss.). Questo è un concetto molto importante. Secondo la lettera agli Ebrei, il peccato nasce dalla schiavitù ai condizionamenti a cui il faraone ci sottopone. Perché noi siamo assoggettati 'a questi condizionamenti? Perché abbiamo paura della morte. In fondo, ogni peccato è espressione della paura della morte, in quanto realizza una forma di possesso spasmodico di qualcosa che non si vuol lasciare; infatti, quella certa cosa costituisce per noi il segno della vita, dimodochè, qualora ne perdessimo il possesso, ci sentiremmo sopraffatti dalla morte. Quindi tutto ciò che è possesso, godimento sfrenato, ricchezza e sfruttamento degli altri, tutto ciò a cui in qualche maniera ci attacchiamo con gusto morboso e possessivo, si riassume in un grido: «Non voglio morire; anzi voglio darmi la certezza che non muoio, ma resto in vita ». Perciò, dice la lettera agli Ebrei, Gesù, passando per primo attraverso la morte, ci libera dalla paura della morte e perciò stesso ci rende liberi da ogni tirannia che ci assoggetta. E Maria, morendo così, fa sue le parole di Paolo: mostra, cioè, che è stata «pienamente liberata dal timore della morte» e che ormai guarda a Cristo come alla
sua esperienza definitiva.
Vi suggerisco un altro testo per quanto riguarda l'ingresso di Maria nella gloria: un testo che può servire per la festa dell'Assunzione: «Vieni, benedetta dal Padre mio, ricevi in eredità il Regno preparato per te fin dalla fondazione del mondo: perché ho avuto fame e mi hai dato da mangiare; ho avuto sete e mi hai dato da bere» (Mt. 25, 34). Maria per prima ha capito che il Verbo di Dio può nascondersi in una realtà piccolissima, come quella di un bambino, e che servendo questa realtà si raggiunge la pienezza, la totalità del Verbo di Dio. Maria ha intuito il tutto nel frammento, cosicché, servendo il piccolo Gesù e servendo il piccolo gruppo dei primi cristiani, ha servito tutta l'umanità: il suo cuore ha avuto la capacità di aprirsi a tutte le creature, qualificandosi come Madre della Chiesa, non soltanto della Chiesa che c'è, ma di quella che ci deve essere e che ci sarà, quindi di tutta l'umanità.

4. Le Pasque del cristiano

Aggiungo alcune riflessioni in merito alle Pasque del cristiano. Uso qui espressamente il plurale « Pasque del cristiano» non soltanto perché, essendo noi ancora inseriti nel tempo, ogni anno che passa arriva una nuova Pasqua e ogni anno ci troviamo in una situazione diversa dalla precedente, ma anche perché si realizzano in noi diversi generi di Pasqua. Ne indico tre.

La Pasqua battesimale cristiana

In primo luogo, c'è la Pasqua fondamentale, che è il passaggio del Mar Rosso: la Pasqua battesimale cristiana. Essa va rinnovata ogni giorno, eppure rimane come cosa sostanzialmente già avvenuta nel passato, da integrare nell'esistenza. Una volta per tutte siamo passati dalla morte alla vita, dalla possessività al dono di noi stessi, dall'apostolato faraonico all'apostolato del servizio. Questo è ormai un valore acquisito, che dobbiamo continuamente rivivificare, in riferimento al battesimo: Gesù ci ha presi in braccio, ci ha fatti passare all'asciutto il Mar Rosso e ci ha salvati.

Il passaggio dall'attività alla passività

C'è poi una seconda Pasqua. È quella che ha sperimentato Mosè negli ultimi giorni della sua vita e consiste nel passaggio dall' attività alla passività. È un passaggio che può essere traumatico, ma tutti dobbiamo in qualche maniera arrivarci. Noi vogliamo agire, siamo fatti per agire, pensiamo ad agire, facciamo progetti, vogliamo servire gli altri; però viene un momento in cui noi siamo prevalentemente oggetto dell'azione altrui: è il momento della malattia, che diventa una vera e propria Pasqua della malattia, preludio alla Pasqua della morte. Ecco le due Pasque che ancora ci attendono: quella della malattia, che prima o dopo viene per tutti, e poi la Pasqua definitiva, che è la morte. Questo passaggio dall'attività alla passività lo stiamo vivendo giorno per giorno. È inutile fermare le lancette dell'orologio o non tirar più i fogli del calendario: andiamo verso la passività. E noi sappiamo, chi più chi meno, quanto queste passività sono dolorose, umilianti, purificanti.
La malattia significa essere più passivi che attivi, significa non servire, ma essere serviti. Noi vorremmo servire, ma a un certo punto bisogna lasciarsi servire, ed accettare di essere serviti. Capiterà anche a noi. Si assiste talora a vere tragedie interiori:
certe persone, che non sanno rassegnarsi ad essere di peso agli altri, avendo realizzato eroicamente per tutta la vita il dono di sé, fanno fatica a ricevere il dono che gli altri offrono per loro. Questa sarà per noi una esperienza davvero nuova, a cui dobbiamo prepararci: il Signore ci verrà incontro, e tutto sarà come un nuovo passaggio del Mar Rosso. Intendo qui sia le malattie formali - quelle che ci obbligano al letto e ci rendono impotenti, per cui
ci devono servire in tutto -, sia tutte le piccole impotenze che ci portiamo dietro, per le quali a tante cose non possiamo arrivare e dobbiamo invece farci aiutare da altri. Dobbiamo renderei conto che in realtà, non siamo mai solo attività, ma siamo un misto di attività e passività, ... per grazia di Dio, dato che proprio questo stato di cose rende possibile il servizio vicendevole. In questo misto di attività e passività, tale per cui nella buona salute ha una prevalenza l'attività, va gradatamente ribaltandosi l'equilibrio a favore della passività, fino a c-he il Signore non ci chiama alla passività totale, cioè a rendergli lo spirito. È questa la passività definitiva, per la quale è passato Mosè, per la quale è passato Gesù, per la quale è passata anche Maria in qualche maniera, per la quale, certamente, dobbiamo passare noi.
La Pasqua della morte costituisce una pietra di paragone per tutta la nostra vita. Tuttavia, non mi riferisco tanto alla morte che di fatto vivremo, perché nessuno di noi può programmare la propria morte, eccetto il suicida, che proprio per questo compie un atto violento, di prevaricazione nei confronti di Dio. A questo proposito noi possiamo soltanto chiedere la grazia di servire Dio anche con l'offerta di quella che sarà la nostra morte, malgrado tutte le suggestioni contrarie del mondo di oggi. In ogni caso, intendo piuttosto riferirmi a quella morte che già fin d'ora è in noi, cioè il pensiero della morte, la paura della morte. Le riflessioni che possiamo fare a questo riguardo variano molto secondo le persone. La mia impressione è che quando mi trovo
di fronte a una possibilità reale di morte - o anche immaginaria, ma immaginata come reale -, io sento totalmente la ribellione verso questa possibilità, a tal punto che percepisco chiaramente come soltanto la potenza della fede, della speranza e della carità mi permetterà di accettarla senza disperazione. D'altronde, vedo che non po"sso programmare questa speranza, proprio perché si tratta di affrontare una. situazione limite improgrammabile, a cui non ci si può preparare in nessuna maniera, data la singolarità esclusiva delle strutture che le sono proprie. Ed è appunto qui che noi mettiamo in Dio la nostra fiducia totale. Possiamo dire: «Posso programmare per oggi la mia giornata: spero di non perdere la fede o la testa, perché più o meno mi rendo conto delle cose che mi capiteranno ». Ma se improvvisamente la mia situazione cambia e mi trovo di fronte a una morte tragica, improvvisa, imprevista e non voluta, allora un accesso di rabbia e di disperazione può scoppiare e tentare di soverchiarmi. Allora solo la grazia di Dio e la sua misericordiosa potenza, la morte di Gesù per me e la morte di Maria, che ha vinto la paura della morte, mi possono essere vicine. Perciò capisco come mai la Chiesa è contenta se diciamo molte volte al giorno: «Prega per noi adesso e nell'ora della nostra morte ». Quest'ora, infatti, è veramente decisiva, nel senso che ci chiama a raccolta, per realizzare finalmente il valore di tutte le altre ore che abbiamo vissute nel corso della nostra esistenza: «Mostraci, dopo questo esilio, il frutto benedetto del seno tuo, Gesù! ».

La Pasqua della resurrezione

La terza Pasqua è la Pasqua di resurrezione, che noi viviamo e attendiamo. «Viviamo », si dice in Rom. 8, 11, perché «lo Spirito (del Risorto) vive già in noi». Quindi, noi siamo già passati dalla morte alla vita; e questo ha delle conseguenze importantissime per tutta la nostra vita morale, ascetica e spirituale: per la nostra stessa antropologia. L'antropologia cristiana è l'antropologia di un essere che è risorto: «Lo Spirito di colui che ha resuscitato Gesù dai morti abita in voi », dice Paolo; e se è così, «colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi ».
Noi viviamo in forza di questa resurrezione iniziata, che è pegno di speranza per ciò che ci attende. Di qui la conseguenza che trae ,Paolo: «C
osì dunque, fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne », che porta morte; invece «con l'aiuto dello Spirito fate morire le opere del corpo e vivrete» (8, 12 s.). In Calo 5, 22, poi, Paolo, dopo aver elencato quali sono le opere del corpo da far morire, ci dice quali sono quelle dello Spirito: «Amore, gioia, pace, benevolenza, pazienza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé ». Ecco la vita pasquale del cristiano.
Possiamo concludere dicendo: «Vieni, Signore Gesù! »; e con parole nostre: «Signore, che sei già
in noi, vieni potentemente in noi, facendoci vivere già oggi la vita pasquale; infatti, soltanto vivendo di questa vita pasquale, noi possiamo affrontare la morte nella speranza, nella gioia e addirittura, come Maria, nel desiderio: cosa incredibile per l'uomo di questo mondo, ma miracolo per coloro che attendono la resurrezione».