PICCOLI GRANDI LIBRI   CARLO MARIA MARTINI
RITROVARE SE STESSI

C'è un momento nell'anno per fermarsi e cercare

CENTRO AMBROSIANO EDIZIONI PIEMME

1. L'amore di Dio per L'uomo

2. Ascolto e preghiera

La preghiera dell'essere
Silenzio e ascolto
Due momenti privilegiati di incontro con Dio
Specificità della preghiera cristiana
Il "Padre nostro"
Scrittura e preghiera: la "lectio divina"
Osservazioni importanti sulla "lectio divina"
Un esempio di "lectio divina"

3. Il peccato
4. Riconciliazione e conversione
5. Il combattimento spirituale
6. La Pasqua di Cristo

2.

ASCOLTO E PREGHIERA

La preghiera dell'essere

È necessario avere della preghiera una visione ampia, totale e inesauribile: la preghiera è una realtà di cui nessun uomo ha scrutato i confini; è un' esperienza di cui nessun uomo ha varcato le ultime soglie. Siamo sempre in cammino, e più si va avanti più si scoprono orizzonti, più si cammina e più si avanza.
La preghiera, infatti, è essenzialmente un mistero e, come tale, viene da Dio creatore del cielo e della terra. Così ci spiega la bellissima esclamazione di sant'Agostino: «Ci hai fatti per te, o Dio, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te».
Da quando l'uomo è apparso sulla terra è incominciata la storia della preghiera; uomini e donne di diverse religioni si sono rivolti e si rivolgono in preghiera all'Essere supremo a cui danno nomi diversi. La preghiera è la risposta immediata che sale dal cuore della persona umana quando si mette di fronte alla verità dell' essere.
Questo può avvenire in molti modi. Per qualcuno può essere un paesaggio di montagna, un momento di solitudine nel bosco, l'ascolto di una musica che fa dimenticare la realtà che ci circonda, che ci libera dalla schiavitù delle invadenze quotidiane, dalle cose che ci sollecitano continuamente; allora facciamo un respiro un po' più ampio del solito, avvertiamo qualcosa di indefinibile che ci muove dentro, ci sentiamo pienamente noi stessi e, quasi istintivamente, eleviamo una preghiera: Grazie, mio Dio.
Ciascuno di noi, penso, ha sperimentato nella propria vita l'uno o l'altro di questi momenti. Forse in una serie di circostanze felici si è trovato a esprimere il ringraziamento a Dio traendolo dal fondo del proprio essere: è la preghiera naturale, la preghiera dell'essere.
Ogni nostra educazione alla preghiera parte quindi da un semplicissimo principio: l'uomo che vive a fondo l'autenticità del suo esistere, prova spontaneamente l'esigenza di esprimersi attraverso delle parole, mute o pronunciate, rivolgendosi a Colui che l'ha creato. Sta a noi cercare di favorire quelle condizioni che ci mettono in stato di autenticità, di cercare dentro di noi la voce misteriosa di Dio per ascoltarla e risponderle, di ravvivare il senso di gratitudine per il dono della vita, della creazione, di quanto di bello e di buono esiste nel mondo.
Non sarebbe giusto trascurare l'educazione alla preghiera dell'essere, perché questa ci aiuta a comprendere che la preghiera è una realtà misteriosa, ma facilissima, che nasce «dalla bocca e dal cuore dei lattanti» (cfr. Salmo 8,3), che sgorga quando la persona - il bambino, l'adolescente, il giovane, l'adulto, l'anziano - si pone di fronte a sé in condizioni di distensione, di calma, di serenità, di pace.

Silenzio e ascolto

Il silenzio e l'ascolto sono due premesse che ci consentono di entrare nella preghiera.

Il silenzio aiuta infatti a mettere a tacere la nostra fantasia, il nostro essere, ad azzerare tutto ciò che può disturbare. Occorre entrare nella preghiera come poveri, non come abbienti, riconoscendo di non essere capaci di pregare. Un silenzio che ascolta, che accoglie, che si lascia animare.
L'uomo che ha estromesso dai suoi pensieri - secondo i dettami della cultura dominante - il Dio vivo che di sé riempie ogni spazio, non può sopportare il silenzio. Per lui, che ritiene di vivere ai margini del nulla, il silenzio è il segno terrificante del vuoto. Ogni rumore, per quanto tormentoso e ossessivo, gli riesce più gradito; ogni parola, anche la più insipida, è liberatrice da un incubo.
Ricordiamoci però che questo uomo, incapace di silenzio e di affidamento al Mistero, convive in ciascuno di noi, con proporzioni diverse, insieme all'uomo il cui cuore tende e anela all'Invisibile. Ciascuno di noi è esteriormente aggredito da orde di parole, di suoni, di clamori, che assordano il nostro giorno e persino la nostra notte; è insidiato dal multiloquio mondano che con mille futilità ci distrae e ci disperde.
Chi vuole incontrare Dio deve lottare per assicurare al cielo della sua anima quel prodigio di «un silenzio di mezz' ora circa» di cui parla il libro dell' Apocalisse (8, 1).

Allora acquista la capacità dell'ascolto.
L'ascolto è una parola-chiave che caratterizza tutta la tradizione del popolo ebraico: «Ascolta, Israele!».
Considero tuttavia un brano del vangelo di Luca là dove è descritta la capacità di ascolto da parte di Maria di Betania.
Inquadro l'episodio nel suo contesto. Gesù è in viaggio verso Gerusalemme e «mentre erano in cammino, entrò in un villaggio. Una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizio Pertanto, fattasi avanti, disse: "Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti". Ma Gesù le rispose: "Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta"» (Luca 10, 38-42).
È un racconto che sottolinea la centralità dell' ascolto: qui dell' ascolto della Parola, in generale dell' ascolto di Dio, dell' ascolto del suo Spirito. E notiamo che il brano segue immediatamente quello del cosiddetto buon samaritano, la parabola narrata da Gesù a chi gli domanda: «Chi è il mio prossimo?». E, alla fine, lo invita ad agire, a muoversi, a operare: «Va' e fa' anche tu lo stesso» (cfr. Luca 10, 29-37).
Perché non appaia che il «fare» sia un fare qualunque bensì un «fare» che nasce dal profondo, l'evangelista riporta subito dopo l'episodio dell' ascolto di Maria.
Possiamo dire che si tratta di un unico insegnamento. Il brano del buon samaritano e quello di Maria di Betania che ascolta Gesù, sono volutamente collegati per permetterci di cogliere l'unità del fare e dell'ascoltare. E infatti, nel capitolo 11 al v. 28, Gesù dice: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano». E 1'ascoltare e insieme l'osservare che costituiscono la pienezza dell'uomo.

Maria si siede ai piedi di Gesù, si mette pubblicamente alla sua scuola, ed è facile comprendere lo scandalo, la carica esplosiva di questo gesto di sedersi.
Proviamo a immaginare il mormorio della gente che c'è intorno: «Come, questa donna, invece di stare in cucina, va a scuola di teologia? Ma che cosa pretende? Che cosa crede di essere, che cosa vuole diventare, quali sono le sue ambizioni?». TI nervosismo dell' ambiente sbocca poi nelle parole di Marta.
Nessuno fino ad allora aveva parlato a Maria della bellezza della sua vita, della fortuna della sua condizione. Ascoltando le parole di Gesù si sentiva privilegiata e sentiva che erano importanti per lei, non soltanto in se stesse, e guardandosi dentro, pensava: «Queste parole dicono cose veramente grandi per me, cose a cui non avevo mai pensato, e mi fanno capire qualcosa di me stessa che è magnifico, splendido, semplice».
La ricchezza, il valore nutritivo dell' ascolto di Gesù, che Maria di Betania sta vivendo, è un ascolto che fa fremere, che coinvolge perché mi riguarda, mi spiega. Non è un ascolto passivo, una registrazione annoiata di una lezione. Maria di Betania sta realizzando in questo momento la definizione dell'umano. Che cos' è, infatti, essere uomini o donne? È scoprire il mistero di noi stessi nell'ascolto della Parola di uno, più grande di noi, che avendo fatto il nostro cuore, ce ne rivela i segreti.
Maria, è immagine dell'uomo che si autocomprende, che giunge all' autenticità, alla chiarezza del possesso cognitivo di sé mettendosi in ascolto della parola divina che ci rivela e, nello stesso tempo, ci riempie.
Il mistero dell' ascolto della donna di Betania è dunque una rivelazione - che noi siamo chiamati ad accogliere - della condizione umana. Dall'essere aperti al discorso di Dio, gratuito e benevolo, noi impariamo che siamo ascolto, dono, e ci realizziamo nella gratuità.

Marta, invece, ha perso il senso dell'ascolto e, di conseguenza, il senso del suo affannarsi; è preoccupata, ansiosa, tesa, incerta, impaziente, offensiva, pungente. E immagine di chi vive momenti di timore, di paura senza saper più donare un sorriso e senza sapere quale sia esattamente la sua identità.
Perché è l'ascolto di Dio la roccia della nostra certezza: «Tu, o Dio, roccia della mia salvezza» (Salmo 89) 27). La buona notizia consiste nel fatto che Dio ha una parola per me, e io posso ascoltarla, nel silenzio e nella pace; da tale ascolto sono nutrito, cresco nella fede e mi realizzo come persona; cresco insieme a tanti altri come Chiesa in cammino. E alla Chiesa in ascolto che Gesù dice: «Questa parte migliore non ti sarà mai tolta», attraverso l'affermazione con cui assicura Pietro: «Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa (la Chiesa)» (Matteo 16, 18). Non prevarranno dal momento che è fondata sulla roccia della Parola e dell' ascolto.

Due momenti privilegiati di incontro con Dio

Un momento privilegiato di incontro con Dio ce lo ha segnalato Gesù stesso: «Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Matteo 6, 6).
Di questo segreto, che è il raccoglimento, facciamo spesso esperienza. Per incontrare Dio, dobbiamo ritirare le nostre forze dentro di noi e concentrarci, sottrarci, per così dire, all'esterno. Concentrazione infatti vuol dire avere un centro unico: se riusciamo a metterci così davanti al Signore, da noi si sprigiona una capacità incredibile. Ci pare persino di essere diversi, con una lucidità e una chiarezza mai sperimentate, e comprendiamo meglio la domanda: «Chi sono io?».
La spiritualità orientale - anche fuori dalla tradizione cristiana - ha trattato ampiamente il tema del raccoglimento. L'immagine che gli orientali usano solitamente per esprimerlo è quella della tigre, o della pantera, che prima di scagliarsi sulla preda si ritrae in se stessa per raccogliere il massimo della forza.
Io mi trovo spesso distratto da visite, udienze, incontri, telefonate, notizie: ma nel momento in cui riesco finalmente a raccogliermi, vedo più chiaramente ciò che Dio vuole da me, ciò che debbo fare, ciò che è veramente importante. E allora riprendo forza.
E un segreto quello del raccoglimento! Ho potuto, ad esempio, vedere che il santo Padre Giovanni Paolo II lo conosce e vive quotidianamente. Durante i viaggi faticosissimi che fa, quando è costretto a parlare continuamente, il Papa riesce sempre a trovare magari soltanto pochi minuti per raccogliersi in silenzio. Pare allora che si distacchi da tutto e da tutti perché rimane immobile, concentrato. Mi è capitato di notarlo mentre eravamo insieme in elicottero. Così pure al mattino, prima di incominciare una giornata intensa e faticosa, si ritira in cappella in assoluto silenzio e resta lì immobile. Credo che proprio per questa sua profonda interiorità egli sia pieno di forza quando parla.

Un secondo momento privilegiato per l'incontro col Signore è quello del dolore e della prova. Tra i moltissimi personaggi testimoni di tale esperienza, presentatici dall' Antico e dal Nuovo Testamento, pensiamo a uno dei primi in ordine cronologico, cioè a Giacobbe. Costretto a scappare di casa, si ritrova solo, non sa chi lo aiuterà e nemmeno quale sarà il suo futuro. L'angoscia e la solitudine lo opprimono, il dolore lo brucia.
A un tratto però intuisce che Dio è con lui e sente la Parola: «lo sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza... Ecco, io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai» (cfr. Genesi 28, 10-22). Tutto questo accade perché Giacobbe ha compreso il segreto della prova, del dolore e ha saputo vivere il suo momento difficile davanti a Dio.
In genere, quando ci troviamo nelle difficoltà, ci lamentiamo, gridiamo, protestiamo. Se invece riuscissimo a raccoglier ci e a dire: «Signore, perché permetti questo? Che vuoi fare di me? Che cosa intendi fare della mia vita? Qual è la tua Parola su di me?», il nostro orizzonte si rischiarerebbe e sentiremmo che Dio è con noi anche nella prova.
«Chi sei tu, Signore?». «Io sono colui che non ti abbandonerà. Io ti proteggerò dovunque tu andrai».
È la risonanza di questa parola detta a noi, detta a me, che fa superare ogni paura. Allora non c'è più nessuna strada difficile, non c'è più solitudine né sofferenza fisica o morale che non si possano superare: e impariamo a pregare, troviamo il Signore, comprendiamo il nostro cammino.

Vorrei aggiungere che la preghiera, quando sgorga dal profondo del cuore, non solo è un' arma potente affinché si compia in noi e negli altri il disegno d'amore di Dio, la sua volontà salvifica, ma instaura una comunione autentica anche tra persone di fedi diverse. Pensiamo, ad esempio, agli Incontri «Domini e Religioni» che ormai da anni consentono a rappresentanti di tutte le religioni del mondo di trovarsi insieme a pregare per la pace.
Narra un midrash che «un certo giorno, in una piccola città, nei tempi in cui infuriava la violenza più cieca, i nazisti trucidarono in uno stesso luogo, nella stessa ora, cento ebrei, cento cattolici e cento musulmani. Ogni anno, in quella data ci si ritrova nel luogo dell'eccidio per commemorare l'evento. Il Borgomastro del paese tiene un discorso e tre sacerdoti, da tre diverse parti del campo, pregano in suffragio delle anime delle vittime. Il sacerdote cattolico prega secondo il suo rito, il sacerdote ebreo secondo il suo rito e il sacerdote musulmano secondo il suo rito.
Il saggio e santo Rabbi Meir, che sa tutto ciò che avviene in cielo, racconta che un giorno le trecento anime delle trecento vittime chiesero di presentarsi al Trono celeste. La loro richiesta venne raccolta ed essi si rivolsero così al Santo dei Santi: "Re dei Re, tu sai che noi siamo stati insieme vittime di uno stesso assassino, insieme siamo stati vittime di un'unica violenza e ora, quassù, l'anima di ognuno di noi è strettamente legata all'anima dell'altro. Se gli uomini vogliono ricordare ciò che in quel doloroso giorno avvenne, vogliamo che per noi sia detta un'unica preghiera! Le divisioni e le differenziazioni ancora esistenti sulla Terra, ci offendono e ci rattristano"» (A. Sonnino, Racconti chassidici dei nostri tempi, Assisi/Roma 1978,44).
Aveva detto bene il saggio e santo Rabbi Meir perché la vera preghiera non separa, ma unisce i cuori e opera una reale intesa.

Specificità della preghiera cristiana

È chiamata "cristiana" la preghiera che parte da Gesù Cristo.
Anche se talora può raggiungere delle forme quasi atematiche - Cristo risorto è presente senza che io lo contempli con gli occhi della fantasia -, fondamentalmente la meditazione cristiana è sempre mossa dallo Spirito ed è sempre collegata con Gesù, anzi è partecipazione alla preghiera di Gesù al Padre. Diciamo anzi, giustamente, che il seme della preghiera - poi andrà sviluppato - ci è datò nel sacramento del battesimo che ci rende cristiani.
La preghiera del discepolo di Cristo non è semplicemente la risposta alla realtà dell'essere che mi circonda o alla sensazione di autenticità che a volte sperimento in me: è lo Spirito di Cristo che prega in me. Il cristiano è invitato a cercare dentro di sé la voce dello Spirito che prega, per dargli spazio. Come scrive san Paolo: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili». È lo Spirito che ci permette di gridare «Abbà, Padre!» (Romani 8) 26.15).
E lo scopo, il fine, il culmine della preghiera cristiana ci è indicato da Gesù che, nel momento dell' agonia del Getsémani, dice: «Padre, non la mia, ma la tua volontà sia fatta». Oppure, dalla preghiera di Gesù sulla croce: «Padre, nelle tue mani affido la mia vita e il mio spirito!».
Si prega non nella speranza che Dio si pieghi ai nostri voleri, ma per potere sempre compiere la sua volontà, per consegnarci nelle sue mani con fiducia e con amore. Solo allora la preghiera è davvero espressione di una fede vera, matura.
La preghiera cristiana è quindi dedizione, azione, è l'essere crocifissi con Cristo, donati ai più poveri.
Ho citato san Paolo là dove afferma che noi non sappiamo che cosa sia conveniente domandare e, per questo, dobbiamo aprirei allo Spirito. C'è tuttavia una preghiera, quella insegnataci da Gesù, il "Padre nostro", che ci rivela come dev'essere ogni nostra preghiera (di lode, di ringraziamento, di supplica, di intercessione).

Il "Padre nostro"

Nel vangelo secondo Luca, gli apostoli chiedono a Gesù: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni Battista ha insegnato ai suoi discepoli» (Luca 11, 1).
Osserviamo anzitutto che la domanda degli apostoli non nasce all'inizio del loro incontro con Gesù, bensì più tardi, quando si accorgono, quando vedono che Gesù prega, si ritira a pregare.
Analogamente, la nostra domanda sulla preghiera nasce quando vediamo altri pregare intensamente, quando nella preghiera comune ei accorgiamo che intorno a noi c'è una qualità di preghiera che ei affascina e vorremmo fare nostra.

Gesù rispose ai discepoli:
«Quando pregate dite così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male»
(Matteo 6, 9-13).

Preghiera semplicissima, che abbiamo imparato a recitare fin da bambini, eppure ricchissima. In essa c'è la scoperta della parola "Padre", Dio Padre come nuovo orizzonte della vita. E, dalla scoperta della paternità di Dio, ci porta a comprendere che il "Padre nostro" riassume il progetto di Dio su di noi.

Il testo è diviso chiaramente in due parti. Le parole sono elementari - nome, Regno, sia santificato, volontà, pane, peccati, tentazioni - e nello stesso tempo non sono completamente spiegabili e vanno quindi vissute come mistero.
Per esempio, che cosa significa pane quotidiano? TI termine greco, che traduciamo con "quotidiano", fa discutere da secoli gli esegeti: c'è chi traduce l'aggettivo con "oggi", chi con "domani". Forse il senso più ovvio è, appunto, "quotidiano", ma non ne abbiamo la certezza filologica.
Così pure è strana l'espressione: "sia santificato il tuo nome". E, ancora, "non ci indurre in tentazione", che può essere male interpretata, quasi che sia Dio a indurci in tentazione.
Di fatto, il "Padre nostro" contiene delle affermazioni allusive a tutta la realtà del regno di Dio; recita delle parole che danno una sintesi dell'insegnamento di Gesù e, per comprenderle a fondo, dovremmo rileggere buona parte del vangelo.
A noi, però, preme capire che cosa ha voluto insegnarci Gesù, quali sono i contenuti che Gesù vuole da ogni nostra preghiera.

1. Dire "Padre" non significa fare uno sforzo di immaginazione o avere una certa idea di Dio, bensì entrare nel modo di pregare di Gesù che sempre si rivolge a Dio chiamandolo "Padre". Vuol dire che l'invocazione "Padre" è l'atmosfera della preghiera, l'orizzonte nel quale la preghiera si compie. Tale orizzonte, che è suo, Gesù ce lo mette nel cuore, ce lo dona, ce lo comunica.
Dire "Padre", ci rende disponibili, fiduciosi, abbandonati, sicuri di essere ascoltati, ci fa superare paure e incertezze.
Con "venga il tuo Regno" esprimiamo l'augurio, l'ansia per la manifestazione di quella realtà che indichiamo con il nome "Regno" e che può essere espressa in mille altri modi: giustizia, fraternità, trionfo della vita, sconfitta della morte, situazione dove non ci saranno né lacrime né lutti, capacità di conoscerci e di amarci fino in fondo, pienezza del Corpo di Cristo realizzata nella Chiesa, unità vera tra tutti gli uomini e tutti i popoli.
Con questa espressione noi anticipiamo e attendiamo il progetto di Dio nella storia.
Il tuo Regno, non il regno di Dio che io mi immagino, ma quello che il Padre prepara, mi dona, mi mette nelle mani, mi fa realizzare giorno dopo giorno. Il progetto di Dio ha delle caratteristiche di pienezza, assolutezza, purità, chiarezza, luminosità, che possono essere soltanto sue. Noi le intuiamo quando cerchiamo di realizzarle, perché il Regno si concretizza nella figura del nostro progetto umano, nella nostra figura di Chiesa, di rapporti fraterni vissuti nella pienezza evangelica, nella nostra figura di costruzione del mondo nuovo. Ma è il tuo, o Padre! Noi lo accettiamo da te e tu ce lo riveli sempre più grande, sempre più elevato delle nostre richieste umane.
Nella dinamica tra il regno quale progetto che noi costruiamo quotidianamente, e il Regno che Dio ci dà e che è più grande del nostro progetto, la preghiera ci rende attivi. Ci fa disponibili, pronti all' eventuale conflitto che si potrebbe determinare tra il regno come lo vediamo noi e il Regno come Dio ce lo dona nella sua infinita e misteriosa sapienza. E il conflitto che si è realizzato, per esempio, nella preghiera di Gesù al Getsémani: «Padre, non la mia volontà, ma la tua si compia», venga non il mio regno, ma il tuo.
Quindi, l'espressione "venga il tuo Regno" ci forma allo spirito battesimale: con essa entriamo nella realtà vissuta del nostro Battesimo.

2. Ci domandiamo: ma che cosa occorre perché venga il Regno, perché il progetto di Dio si realizzi? che cosa occorre perché tale realizzazione sia efficace e possibile? A ciò risponde la seconda parte della preghiera.
Se avessimo composto noi il "Padre nostro" avremmo certamente scritto una lunga lista di condizioni esterne e interne. Gesù, invece, ne menziona tre.
Perché il Regno si realizzi, abbiamo bisogno di perseverare nell'oggi attraverso il pane quotidiano.
Abbiamo bisogno di molta misericordia e di perdono reciproco, mediante la capacità di accoglierci e il perdono che Dio dà alle nostre continue cadute e incapacità nella realizzazione del Regno.
Abbiamo bisogno del sostegno di Dio per non cedere alla tentazione quando viene la prova e il Regno sembra oscurarsi intorno a noi.
Nella prima parte del "Padre nostro" eravamo descritti come desiderosi anticipatori del Regno: "Venga, sia santificato, sia fatta la sua volontà"; nella seconda parte siamo descritti come poveri pellegrini del Regno.

3. Possiamo paragonare questi momenti della preghiera con i sentimenti che abbiamo nel cuore.
Abbiamo nel cuore, come parola fondamentale rivolta a Dio, l'appellativo di Padre e lo ripetiamo con fiducia, con abbandono, con tenerezza.
Recitando il "Padre nostro" potremmo sostare a lungo su questa semplicissima parola: Padre, come faceva santa Teresa di Gesù Bambino.
Abbiamo nel cuore, come desiderio fondamentale, la pienezza del progetto di Dio a cui la nostra vita è chiamata a dedicarsi, attraverso il Battesimo e la presenza in tutte le realtà di questo mondo, in ogni forma di servizio ai fratelli, alla Chiesa, alla società.
Abbiamo nel cuore un umile sentire di noi che ci fa domandare nella preghiera cose essenziali e adatte alla nostra debolezza.
Uniamoci a tutti i fratelli e le sorelle che, insieme con noi, soffrono particolarmente debolezza e povertà sulla via del Regno. Penso a coloro che sono vittime di violenza, a coloro che hanno una vita anche familiare faticosa, quasi al limite dell'intollerabile, ai numerosi malati. Al bisogno che tanta gente ha del pane quotidiano della speranza, di quel respiro di forza che permette di vivere la giornata accogliendola.
Ci sono poi coloro che mancano della prospettiva del Regno, che non credono a un progetto di Dio nella loro vita e perciò non hanno un futuro, non sanno dove dirigersi, non hanno niente che li attragga o che li spinga a impegnarsi per un domani migliore.
Impariamo a pregare per tutti, preghiamo con tutti, soprattutto con chi incontriamo ogni giorno e che vorremmo fare entrare nel nostro desiderio e, attraverso l'invocazione del Padre, renderli partecipi di questa stupenda preghiera e del senso della paternità di Dio che Gesù ci dona di vivere.

La preghiera del "Padre nostro", così come abbiamo cercato di comprenderla, ci ha mostrato come dev'essere ogni nostra preghiera.

- Rivolgerci con Gesù, nella grazia dello Spirito, al Padre, offrendogli ciò che siamo, tutta la nostra vita: è ciò che accade nell'Eucaristia in ogni celebrazione liturgica della Chiesa.

- Avere presente il mirabile disegno di salvezza di Dio, disegno nel quale si inserisce la nostra storia personale e che si è rivelato pienamente nel mistero pasquale di Gesù crocifisso e risorto. In tale disegno, la preghiera ha lo scopo, e lo ripeto, di condurci verso la carità operosa, perché Dio è mistero di Amore, di Carità.

- Credere che Dio esaudirà le nostre preghiere se fatte nel nome di Gesù, conformandoci, immedesimandoci nella sua condizione di Figlio e se hanno come richieste, come contenuti, i desideri del Regno, il desiderio di compiere la volontà del Padre, di lasciarci guidare dallo Spirito santo.

Scrittura e preghiera: la ''lectio divina"

L'ascolto di Dio, da parte del cristiano, significa in concreto l'ascolto della Parola contenuta nella Bibbia. TI contatto con questa Parola scritta porta, infatti, a una ricchezza di vita inaspettata. A me, che leggo la Scrittura da circa cinquant'anni, essa appare ogni volta così nuova da destarmi stupore e da creare quello shock dell'intelligenza e dell'emozione che suscita il senso dei valori umani e che mette a contatto con i valori stessi di Dio.
Assai opportunamente il Concilio Vaticano il, nella Costituzione dogmatica Dei Verbum, ha trattato a lungo di questo tema e sintetizzo il suo insegnamento in quattro punti:
- tutti i fedeli devono avere accesso diretto alla Scrittura;
- devono leggerla frequentemente e volentieri;
- devono imparare a pregare a partire dalla lettura diretta della Bibbia;
- al fine di conoscere Cristo Gesù, perché non lo si può conoscere al di fuori delle Scritture, e di conoscerlo in maniera eminente.

Diceva san Girolamo, e la Costituzione conciliare lo cita: «L'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo».
Sono allora indispensabili dei mezzi concreti con cui il cristiano riesca ad accostarsi ai testi della Scrittura, al Nuovo Testamento in modo da confrontarli realisticamente con la sua esistenza.
Tra questi mezzi o metodi concreti, suggerisco quello patristico della lectio divina, chiamata "divina" appunto perché consiste nella lettura e nell' ascolto di un passo della Bibbia.
Tale "lectio divina" comprende alcuni gradini - lectio, meditatio, oratio o contemplatio - che, per maggiore utilità, sono solito allargare a sette aggiungendone quattro - consolatio, discretio, deliberatio, actio -.

- La lectio è il momento in cui si legge e rilegge una pagina dell'Antico o del Nuovo Testamento mettendone in rilievo gli elementi portanti. E un atteggiamento dinamico, è lo sforzo di cogliere, nel testo, i rilievi in modo che da "pianura" diventi un "panorama di montagna" con alcune parti in luce e altre in ombra. Sottolineando i verbi, i soggetti, gli oggetti i vari elementi acquistano valore insospettato. La lectio, nel quadro in cui noi la consideriamo, non è fine a se stessa ma si apre alla meditatio: va dunque fatta ogni volta per quel tanto che serve a passare oltre. Non così poco che la meditatio sia sterile e non così tanto da impedirne il dinamismo.

- La meditatio è la riflessione sui valori del testo, soprattutto sui valori permanenti. È un secondo modo di accostare il brano: non più per considerazione analitica dei soggetti, degli oggetti, dei simboli, dei movimenti interni ed esterni, ma dei valori che il testo veicola e porta con sé.
La meditatio va fatta con la mente e anche con l'affetto perché spesso i valori sono ricchi di risonanze, di sentimenti. Comporta il superamento della quantità verso la qualità, il superamento delle forme esteriori, delle, figure geometriche e sintattiche verso i loro contenuti, ed è quindi un passaggio importante. Quali valori esprime Gesù con questo modo di essere? Quali valori esprime Paolo e come posso fare per farli miei? TI mondo della meditatio è molto vario perché l'uomo si confronta dall'interno con la Parola e ne fa modello, proposta, regola di vita. C'è tuttavia un rischio ed è quello di prolungare la meditatio all'infinito, compiacendosi di aver capito i valori del testo, di averli ordinati e collegati con la propria vita. TI rischio è di credere di vivere quei valori semplicemente perché si è riusciti a coglierli bene, bloccando così il processo dinamico della preghiera e cadendo nell'autocompiacimento che, in realtà, è l'opposto della religiosità evangelica, pur se si nutre di parole del vangelo.
La meditatio è dunque un grandissimo valore da imparare, e magari ci si mette anni per impararla, però deve essere superata, a un certo punto, verso la contemplatio. La meditatio può essere fatta, in qualche maniera, anche da un non credente che si compiace dei valori profondi espressi dalla Scrittura.

- Con la contemplatio entriamo nella specifica preghiera cristiana che è "in spirito e verità".
E il passaggio dalla considerazione dei valori all'adorazione della persona di Gesù che riassume tutti i valori, li sintetizza, li esprime in sé e li rivela. E un momento orante per eccellenza in cui vengono dimenticate proprio le stesse cose che sono state molto utili per stimolare la coscienza. Si adora e si ama Gesù, ci si offre a lui, si chiede perdono, si loda la grandezza di Dio, si intercede per la propria povertà o per il mondo, per la gente, per la Chiesa.
Il centro e il riferimento della contemplatio è sempre la persona di Gesù, rivelatore del Padre.
Dal punto di vista più propriamente ontologico o di antropologia soprannaturale, la contemplatio è la disponibilità al dono infuso della carità. L'uomo cioè ènella situazione ideale per accogliere, coscientemente o almeno con piena disponibilità, il dono infuso dì carità, a lasciare vibrare in sé lo Spirito di santità.
La contemplatio è, dunque, in parte esercizio attivo, adorante, amante e in parte esercizio passivo, spazio dato allo Spirito di Cristo perché in noi adori, lodi, glorifichi il Padre. Il dono infuso di carità è germinalmente presente, come sappiamo, in ogni battezzato. Molto spesso però non ha spazio espressivo, uno spazio cioè corporeo, mentale, strutturale: la contemplatio è esattamente il momento in cui si dà spazio corporeo allo Spirito santo. Per questo possiamo anche chiamarla "conversione" dell'uomo che si rivolge totalmente a Dio, che lo sceglie costantemente, attratto da lui, che lo ama con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze elevate soprannaturalmente dallo Spirito.
È veramente il punto culminante delle varie tappe del dinamismo della preghiera ed è la norma, il riferimento delle tappe precedenti. In tanto la lectio è utile, la meditatio è importante, in quanto sfociano nella contemplatio che è vita in senso pieno: è la vita di Cristo che vive in colui che contempla.
Da aggiungere, a questo punto del dinamismo della preghiera, ci sarebbe solo l'esperienza infusa mistica, la percezione cioè cosciente dell'agire di Dio: l'unione con Dio a livelli mistici non è però necessariamente parte dell' organismo ordinario della vita cristiana. Vorrei, invece, dire qualcosa sul dinamismo esplicativo della contemplatio ed è per questo che ho indicato altri quattro gradini, anche se non sono un passo avanti perché tutto è già avvenuto.

- Consolatio. Noi facciamo fatica a determinare questo vocabolo mentre è realtà notissima al Nuovo Testamento. Paolo ne fa un uso molto grande, sia come verbo - parakaléo - sia come sostantivo - paraklesis - e addirittura lo prevede come un ministero: «Chi ha il ministero della consolazione - parakalon - attenda alla consolazione - paraklései -» (cfr. Romani 12,8). Consolazione è un appellativo di Dio, il Dio della pazienza e della consolazione (cfr. Romani 15,4; II Corinzi 1,3) e il Nuovo Testamento la considera come realtà fondante l'esperienza cristiana.
A noi sembra un sostegno aggiuntivo: il bisogno di essere consolati ci appare quasi un segno di debolezza, e questo è abbastanza strano se pensiamo che lo Spirito santo è qualificato come il Paraclito, il Consolatore.
Che cosa possiamo dunque intendere per "consolatio" come sviluppo ordinario della contemplatio? Possiamo intendere la gioia profonda, intima che viene dall'unione con Dio, il riverbero luminoso, gaudioso della comunione con Lui.
Pensiamo alla gioia che vediamo trasparire dagli occhi di persone particolarmente sante, quel non so che di pace, di serenità, di tranquillità anche nella sofferenza. E il gusto del culto di Dio, il rapporto con Dio vissuto con gaudio.
L'uomo giunto alla contemplazione sa che nessuna forza umana gli potrà strappare quella pace che è dono di Dio. Paolo esprime questa certezza gaudiosa quando esclama: «Chi ci separerà dall' amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?... lo sono persuaso che né morte né vita, né,. angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall' amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore!» (Romani 8,35.38-39). La consolazione è la forza che sentiamo uscire, a distanza di duemila anni, dalle parole di Paolo. Ha molti altri nomi la consolatio: in certi periodi della storia della spiritualità è stata chiamata "fervore" oppure "devozione" (san Francesco di Sales), cioè prontezza gaudiosa e spontanea con cui l'uomo si dona a Dio. Da san Giovanni Eudes è stata chiamata "il regno di Gesù": la vita è il regno di Gesù che si sviluppa in noi.
Non dobbiamo perciò trascurare la consolatio. A volte, una certa cultura pseudo-spirituale ci fa credere che ciò che conta è fare il proprio dovere, essere leali e giusti. Ma l'uomo leale e giusto non può non esprimere quella pienezza di sé che è la forza e l'entusiasmo della gioia interiore!
Certo, si tratta di gioia spirituale nascosta nel profondo. Se spesso è velata e oscurata dalle prove, dall' aridità, dalle desolazioni, dalle tentazioni, dalla derelizione, dalla croce, tuttavia non a questo l'uomo è chiamato. Lo stadio a cui è chiamato è la luminosità di Cristo risorto e la consolazione è luminosità del Cristo risorto diffusa nell'esperienza. Non è fenomeno accessorio, pur se va distinta dai puri stati di entusiasmo naturale.

- Discretio o discernimento. La consolatio pone l'uomo in sintonia mirabile con i valori evangelici. E gusto interiore per Cristo, per l'essere con lui, per la sua povertà, per coloro che sono simili a Gesù nella sofferenza, per la sequela generosa della croce insieme a lui. Le grandi scelte di Cristo, il suo abbandono al Padre, il suo distacco, la sua dedizione all'uomo diventano valori connaturali nel momento della consolatio. Il discernimento è la capacità di scegliere, per interiore connaturalità, secondo e come Cristo. La sua relazione con la meditatio è molto stretta perché la meditatio fa emergere i valori di Gesù e la discretio li fa scegliere. Francesco d'Assisi incontra il lebbroso, vede in lui Cristo e, nell'impulso dello Spirito, lo bacia pieno di gioia, superando una fortissima ripugnanza naturale: è la discretio che gli ha fatto fare la stessa scelta di Gesù.

- Deliberatio è l'atto interiore con cui l'uomo si decide per le scelte secondo Cristo e necessariamente sfocia nell' actio.

- L'actio è il modo di vivere e di agire secondo lo Spirito di Cristo, è l'accogliere totalmente dentro di noi la coscienza apostolica, è l'averla integrata in noi stessi, l'aver fatto di questa scelta non soltanto un atto di volontà a cui conformarsi a fatica ma una realtà entrata in noi attraverso il dinamismo della preghiera.
In tal modo la preghiera non è più soltanto un pregare in vista del compiere meglio qualcosa: la preghiera è il fare emergere la scelta, il formare la propria vita a partire dalle scelte evangeliche interiorizzate.

Prima di concludere, desidero ribadire l'importanza della contemplazione senza la quale tutto diventa insipido, diventa esecuzione faticosa di precetti, volontarismo, moralismo. La mancanza di contemplazione ci impedisce di cogliere globalmente i vari aspetti dell' esperienza cristiana e di vivere realmente il "vieni e seguimi" di Gesù. Nella contemplazione l'uomo raggiunge il massimo di chiarezza e di forza, in essa il progetto-uomo si verifica e si va verificando progg:ssivamente, a mano a mano che si integra nelle azioni, nella cultura, nella espressione esteriore della persona.
Il passaggio dalla meditazione alla contemplazione è dunque un momento vitale e determinante dell' esperienza cristiana. Spesso la nostra esperienza cristiana è, al massimo, a livello meditativo, di riflessione, di bei pensieri ma ancora oscura su molti valori del dono di Dio fatto all'uomo. Tale è l'esperienza degli apostoli nel vangelo di Marco che vedono e non capiscono, che hanno occhi e non comprendono. Per questo ci si ritrova incerti, alle prese con continui ripensamenti e con desideri di evasione: perché non si ha come riferimento la contemplazione.
Le domande che possiamo porci, allora, devono essere su come pratichiamo la lectio e la meditatio, ma soprattutto se ci apriamo alla contemplazione, se la consideriamo fondamentale per il nostro cammino di fede.
Io credo che tutti noi abbiamo avuto dei momenti di vera contemplazione, nei quali abbiamo potuto discernere anche la consolazione di Dio.
L'invito è a riflettere su tali momenti e a valorizzarli giustamente, secondo i desideri del Signore.

Osservazioni importanti sulla "lectio divina"

Nell'accostarsi alla Bibbia mediante il metodo della lectio divina bisogna evitare il rischio di uno straripamento della lectio al di fuori dell' alveo della tradizione e della Chiesa. Capita infatti spesso che la Scrittura venga usata non semplicemente in funzione critica dei nostri idoli, ma pure in funzione di critica delle istituzioni, di una critica globale e priva di discernimento. Un altro rischio è di asservire il testo sacro a ideologie preesistenti (politiche, sociali, filosofiche), usandolo come prova o appoggio.
In questi casi la lettura della Bibbia tende a uscire dal contesto vitale in cui è nata e si è trasmessa.
E, ancora, si rischia di intendere sotto il nome di lectio una qualunque lettura della Bibbia, che sia in qualche modo unita con la preghiera. Non di rado si tende inoltre a fare della "teologia biblica" trattando temi dell'uno e dell' altro Testamento, o si cercano attualizzazioni a partire da un brano scelto a caso o presente nella liturgia. Tutto ciò fa parte della lectio, ma non la definisce nella sua caratteristica più profonda. Mi sembra quindi utile richiamare alcune parole del padre gesuita Francesco Rossi de Gasperis, in uno stimolante studio (Bibbia ed esercizi spirituali, Torino 1982, 33): «Lectio divina è la lettura continua» - preferisco dire "tendenzialmente" continua - «di tutte le Scritture, in cui ogni libro e ogni sua sezione viene successivamente letta, studiata e meditata, compresa e gustata mediante il contesto di tutta la rivelazione biblica, Antico e Nuovo Testamento. Per questa sua semplice adesione e umile rispetto dell'intero testo biblico, la lectio divina è una prassi di obbedienza totale e incondizionata a Dio che parla, dove l'uomo diventa un attento uditore della Parola (...). La lectio divina non fa una scelta di testi adatti a temi e argomenti già scelti e decisi in precedenza, in vista di bisogni o gusti già sperimentati o avvertiti dal lettore o dalla comunità che legge. Essa non adotta nemmeno il procedimento dei "temi biblici" preferendo invece tenersi al di qua di ogni selezione teologica del messaggio biblico. Essa comincia dalla Parola di Dio e la segue passo passo dal principio alla fine. La lectio divina suppone e prende sul serio l'unità di tutte le Scritture».

Se dunque la lectio divina viene vissuta nel suo dinamismo che, partendo dalle prin1e tre tappe - lectio, meditatio, contemplatio - si amplia e si apre alla consolatio, discretio, deliberatio e actio, può costituire un formidabile aiuto di fronte all' attuale sfida del mondo occidentale.
Un mondo in cui il mistero di Dio è quasi assente nei segni esteriori della vita e della società, un mondo interiormente arido, che soffoca la coscienza e non fa avvertire nell' esperienza quotidiana il gusto del Dio vero. Soltanto se alimentiamo la nostra fede in un contatto con la Parola, potremo passare indenni attraverso il deserto spirituale dell'Europa moderna.

Un esempio di "lectio divina"

Iniziamo a leggere il Salmo 23:

«Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.

Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.

Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo,
il mio calice trabocca.

Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni».

È un salmo che abbiamo cantato tante volte nella liturgia delle Messe domenicali e feriali, eppure forse non lo conosciamo sul serio. Diceva di esso il grande filosofo francese Henri Bergson:
«Le centinaia di libri che ho letto non mi hanno procurato tanta luce e conforto quanto questi versi del Salmo 23: "Il Signore è il mio pastore: / non manco di nulla; / ...Anche se dovessi passare in un burrone di tenebre, / non temerei alcun male, perché tu sei con me"».

1. Nel momento della lectio rileggiamo il testo per metterne in rilievo gli elementi cercando di rispondere alla domanda: che cosa dice il salmo?

- Il Salmo 23 è sovente chiamato "il salmo del pastore", perché parla di un pastore, anzi del Signore sotto l'immagine del pastore, e ne sviluppa il simbolo.
A me pare tuttavia che quel titolo non sia adeguato e, in realtà, se notate bene le tre strofe, vi accorgerete che l'immagine del pastore è sviluppata soltanto fino al v. 4: «il tuo bastone e il tuo vincastro».
Dal v. 5 in avanti, è delineata un' altra immagine, quella dell' ospite che invita a cena: «Davanti a me tu prepari una mensa...».
Due sono quindi i simboli: il pastore e colui che ci invita a cena trattandoci regalmente e facendoci stare con sé.
Per questo ritengo più indovinato un altro titolo: "Perché tu sei con me", che esprime molto bene la tensione spirituale, psicologica, umana e teologica del salmo. "Perché tu sei con me" è un' affermazione che sta, quasi visivamente, a metà del canto, della preghiera del
salmista, e riassume tutto in una espressione di grande fiducia: tu sei con me.
E chiaramente un salmo di fiducia, e cercheremo di capire che cosa in pratica significa.

+ Dopo il titolo, vediamo di sottolineare i personaggi, i soggetti che agiscono nel testo. Sono due: il Signore e io, cioè colui che parla.
- Le azioni attribuite al Signore sono nove: egli è mio pastore; mi fa riposare; mi conduce; mi rinfranca; mi guida; è con me; mi dà sicurezza; prepara una mensa; cosparge di olio.
Nove designazioni che indicano la cura, la premura, l'attenzione, espresse con metafore, con parabole, con simboli: esse definiscono il Signore come Colui che si prende cura di me.
- Di fronte a questo soggetto principale, ci sto io che affermo di non mancare di nulla, di non temere alcun male, affermo che il mio calice trabocca; che sento la felicità e la grazia come compagne di vita, che voglio abitare nella casa del Signore.
Si tratta di un dialogo affettuoso, fiducioso, familiare tra il Signore e me: çhe cosa è lui, che cosa fa per me, che cosa io gli dico. E una preghiera semplicissima, che non chiede nulla, non ringrazia, non loda, ma proprio per questo è ricchissima; se poi volessimo esaminare la portata dei simboli che presenta, troveremmo una vastità di applicazioni, come dimostra la storia dell' esegesi del Salmo 23.

+ Possiamo ora rileggere le strofe dal punto di vista delle immagini. Abbiamo già parlato delle due fondamentali: il pastore e l'ospite, cioè l'immagine del pascolo e l'immagine della convivialità, dell'ospitalità a mensa.
Ciascuna di esse è sviluppata con altre che completano, arricchiscono il quadro.
- L'immagine del pastore - molto usata nella Bibbia fino al discorso di Gesù sul buon pastore, in Giovanni lO - viene specificata: «su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce». E la sosta del gregge su pascoli verdi e presso acque tranquille. Chi ha visto le steppe della Palestina, sa come è difficile trovare un pascolo verde; quando un pastore riesce a scoprirlo, egli è davvero la gioia del gregge; chi ha provato la sete del deserto, può comprendere che cosa significa incontrare qualcuno capace di indicare dove c'è una sorgente d'acqua, magari nascosta sotto le pietre.
Quindi il pastore del salmo sa fare sostare il gregge nei luoghi giusti.
Inoltre sa far viaggiare: c'è infatti l'immagine del gregge in sosta su pascoli erbosi e c'è quella del gregge in movimento, guidato per sentieri giusti, per piste che portano a buon fine. In questo viaggio si può anche «camminare in una valle oscura» - pensiamo al deserto di Giuda e alle sue valli pietrose, incassate, dirupate, molto pericolose se di notte ci si perde o se, inciampando, si cade in qualche dirupo! -. Il pastore del salmo sa guidare pure in una valle oscura, di notte.
Le immagini si moltiplicano: quella del bastone e del vincastro. Probabilmente per bastone si intende una mazza corta e adatta a difendere il gregge dai lupi; il vincastro, invece, è quello che oggi è il pastorale del Vescovo, un bastone lungo ricurvo, su cui il pastore si appoggia, che serve per appendervi il sacco o per tastare il terreno, per tenere lontani i cani randagi. Una metafora molto pittoresca, che evoca tutto quanto il pastore fa per amore del gregge, per condurlo; ed è ciò che il Signore fa per noi.
- Seguono le immagini conviviali: «davanti a me tu prepari una mensa» (v. 5). Figuriamoci di essere sotto una tenda, su una stuoia stesa per terra, e sulla stuoia cibi
succulenti, che si prendono con le mani, si mette un poco di focaccia in una salsa e vi si intingono bocconcini di carne; figuriamoci di godere ore e ore in questa cena comune. Prima che la mensa abbia inizio, colui che ha invitato cosparge di profumo, «cosparge di olio il capo», come ha fatto Maria di Betania quando Gesù entra nella sua casa.
Sulla mensa c'è anche una coppa, un calice traboccante di vino spumeggiante, che dà gioia.
Le immagini conviviali sfociano, nel v. 6, nell'immagine della casa del Signore: «abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni»; la tenda ospitale diventa, a un certo punto, il tempio, la casa di Dio, dove si è veramente a casa.

+ Ho richiamato semplicemente qualche metafora, ma su ciascuna di esse ci si potrebbe fermare per chiarirne meglio il significato.
Che cosa vuol dire "acque tranquille"? Non soltanto pozze di acqua da cui si beve in pace e senza pericoli; in realtà, è evocato un cammino di pace, un cammino spirituale verso la pace interiore, dove ci si ristora alla fine di un viaggio pericoloso.
Che cosa vuol dire "valle oscura", tenebrosa? Non è soltanto un dirupo dove non arriva la luce, dove la notte è fonda; nella psicologia della persona umana, è piuttosto la paura del buio della morte, quella paura che affiora nella coscienza e che non si placa, a meno che non venga una voce dall' alto a portare la parola di conforto.
Invito ciascuno a ripensare e a gustare tutte queste immagini poetiche; pur se non possiamo cogliere la poesia e il ritmo propri del testo ebraico, tuttavia alcune assonanze risuonano un poco anche nella traduzione in lingua italiana.

2. Passando al gradino della meditatio, riformuliamo la domanda iniziale pensando a noi: qual è il messaggio del salmista per me, per noi? che cosa dice questa poesia religiosa oggi?

+ Incominciamo a cercare le parole chiave del messaggio, che a mio avviso sono quattro:

- non manco di nulla;
-
tu sei con me;
- mi dai sicurezza col tuo bastone e il tuo vincastro;
-
abiterò nella casa del Signore.

Ecco il messaggio: Signore, io non manco di nulla perché tu sei con me, mi dai sicurezza e abito nella tua casa.

+ Per poter dire sul serio queste parole, è necessario domandarci su chi cadono, e la risposta per me è ovvia: cadono oggi su cuori ansiosi, sulle nostre ansietà, sulle nostre paure, sulle nostre insicurezze.
Da alcuni anni seguo un gruppo di centinaia di giovani e di ragazzi - tra i 18 e i 25 anni - che partecipano al cammino cosiddetto del "Samuele" e cercano con grande disponibilità la volontà di Dio nella loro vita. E affinché compiano un cammino solido, io propongo ogni anno delle regole: per esempio, di astenersi dalla televisione o di fame un uso molto ridotto. Tra le altre c'è la IV regola che recita: bandire ogni forma di ansietà su di me e sul futuro.
Ebbene, per tantissimi di questi giovani e ragazze, non è difficile astenersi dall'uso della televisione, mentre è particolarmente difficile bandire ogni forma di ansietà su di sé e sul proprio futuro. La ritengono la regola più dura. Ciò significa che il nostro cuore è insicuro, siamo continuamente bisognosi di rassicurazioni su di noi e sul domani che ci attende, sulle nostre relazioni, sulle nostre capacità, sul fatto che non commetteremo sbagli troppo gravi nello scegliere lo stato di vita.
Il Salmo 23, da questo punto di vista, è una medicina salutare, consolante, divina, efficace per tutte le ansietà del cuore umano. E una splendida preghiera da ripetere nella fede, davanti a Gesù: Signore, io non manco di nulla davanti a te; tu sei con me, mi rassicuri, mi fai abitare nella tua casa. Si tratta di uno straordinario esercizio di fede e di speranza.

+ Nel desiderio di approfondire il messaggio, di scavare di più nel nostro cuore, ci chiediamo: quando pronuncio le parole del salmo, quando lo recito in preghiera, sono davvero sincero?
Credo che tutti dobbiamo confessare che le cantiamo, ma con un po' di superficialità; talora ci muovono alla preghiera, se stiamo vivendo momenti buoni, se non ci sono all'orizzonte dei crucci e dei problemi. Tuttavia, allorché entriamo in una valle oscura, allorché avvertiamo davanti a noi l'ombra della morte (un insuccesso, la solitudine, un fiasco nella vita, il dolore fisico o morale...), diventa assai difficile dire: cammino in una valle oscura, ma sono in pace perché tu, Signore, sei con me.
Pur se sono vere, pur se sono salutari, le parole del salmista sono difficili da pronunciare con il cuore.

+ Che cosa fare, dunque, quando ci si trova in una valle oscura, nella valle di morte, nell' ombra, nell' abisso? Dobbiamo fare quello che ha fatto Gesù. Egli è entrato nella oscura valle del Getsémani, è entrato nel buio dell'agonia sulla croce, si è sentito abbandonato e ha gridato: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?». Però in quel momento ha rivolto al Padre delle parole che risuonano affini a quelle del Salmo: So che tu, Padre, sei con me, nelle Tue mani affido il mio spirito.
Gesù, contemplato nel Getsémani e sulla croce, è il modello da seguire, è colui che ci assicura dicendo: malgrado tutto, avrete la forza di pregare il Salmo 23, anzi l'avete già ora perché ve la dono io.
Mi viene in mente quanto scrive san Bonaventura a proposito di Francesco che, nell'estate del 1219, andò in Palestina e fu ricevuto dal sultano d'Egitto, attraversando così le linee militari musulmane. In quel momento di gravissimo pericolo, di paura, quasi di follia (avrebbe potuto rinunciare alla visita, evitando un percorso tanto rischioso), Francesco continuava il viaggio ripetendo: «Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerò alcun male, perché tu, Signore, sei con me».

3. Nella contemplatio, affidata a ciascuno personalmente, si cerca di andare al di là del Salmo per toccare il volto di Gesù presente dietro a ogni pagina e in ogni pagina della Scrittura. Magari si parte da un'invocazione, da una preghiera nella quale esprimo al Signore i sentimenti provati ascoltando le parole di uno o di un altro versetto, ma improvvisamente la preghiera non è più esercizio della mente, bensì lode, silenzio davanti a Colui che mi si è rivelato, che mi parla come amico, come medico, come salvatore. La contemplatio è una sorta di esperienza stupenda, misteriosa, nella quale intuiamo con il cuore che il Risorto è in mezzo a noi come Signore della nostra vita e Signore della storia.