PICCOLI GRANDI LIBRI   CARLO MARIA MARTINI
RITROVARE SE STESSI

C'è un momento nell'anno per fermarsi e cercare

CENTRO AMBROSIANO EDIZIONI PIEMME

1. L'amore di Dio per L'uomo

2. Ascolto e preghiera

3. Il peccato
Il rifiuto del disegno di Dio
Altre tipologie di peccato nella Bibbia
Il racconto di Caino e Abele
Il racconto dei figli di Dio e delle figlie degli uomini
Il racconto della torre di Babele
La vastità del regno del male
I peccati personali
I peccati strutturali e sociali
I peccati collettivi razionalizzati

L'idolatria ieri e oggi
Gesù di fronte al male del mondo

4. Riconciliazione e conversione
5. Il combattimento spirituale
6. La Pasqua di Cristo

3.

IL PECCATO

Il rifiuto del disegno di Dio

«Il Signore Dio chiamò l'uomo e gli disse: "Dove sei?". Rispose: "Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto". Riprese: "Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell' albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?". Rispose l'uomo: "La donna che mi hai posta accanto mi ha dato dell' albero e io ne ho mangiato". Il Signore Dio disse alla donna: "Che hai fatto?". Rispose la donna: "Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato". Allora il Signore Dio disse al serpente: "Poiché tu hai fatto questo, sii maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. lo porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno"» (Genesi 3, 9-15).

Questo dialogo serrato tra Dio e l'uomo fa emergere la confusione, l'oscurità, la vergogna del peccato dell'uomo. Quattro volte parla il Signore e i primi tre interventi sono domande precise: dove sei? chi ti ha fatto sapere che eri nudo? che cosa hai fatto?
E le tre domande perentorie sono seguite da una terribile profezia che indica uno stato di inimicizia e di divisione all'interno dell'esperienza umana e della storia.
Alle quattro parole di Dio, tre volte rispondono gli uomini e con risposte timide, incerte, reticenti e, in parte, menzognere. Adamo afferma di avere paura, paura di Dio. Denuncia così un rapporto falsato con quel Dio d'amore in cui non sa più riconoscere il Padre, il Misericordioso di cui non scopre più il volto. E aggiunge, accusando Eva: la donna che mi hai posto accanto mi ha dato dell' albero e io ho mangiato. Denuncia quindi anche un suo rapporto irresponsabile con la compagna della sua vita, ributtando su di lei la colpa che gli rimorde nella coscienza.
Da parte sua la donna, in timore e confusione, risponde: il serpente mi ha ingannata, mostrando un rapporto irresponsabile con se stessa, con la sua colpevolezza personale, con la chiarezza delle sue responsabilità.
Nell'insieme, Adamo ed Eva, con le loro parole, sottolineano la divisione, l'oscurità, la confusione che derivano all'uomo dallo stato di peccato, cioè di lontananza da Dio.
Dio, al principio, sogna una terra di pace e di benevolenza, in cui il lavoro non è opprimente e la convivenza non è guerra; a tale sogno l'uomo si ribella e lo splendore, l'immenso valore della libertà donatagli da Colui che l'ha creato e amato, si trasforma, nelle sue mani, in strumento di negazione, in un progetto alternativo a quello che gli era stato proposto.
Ma la domanda rivolta dal Signore ad Adamo: «Dove sei?» è la domanda che Dio rivolge a ciascuno di noi che non abbiamo affidato pienamente la nostra vita al suo disegno di amore: dove siamo, a causa della non fiducia o della poca fiducia in lui?
Adamo è l'uomo di tutti i tempi, che non accetta l'amore di Dio, che rifiuta la condizione di creatura e di figlio, che non vuole essere figlio adottivo di Dio, che si ribella a un Dio che lo serve.
La sua paura ha segnato tutta la storia, ha segnato l'umanità che teme Dio immaginandolo come un tremendo punito re, che ha paura della morte, della sofferenza, di ogni forma di privazione o di pericolo. Rifiutando Dio, noi e la nostra società non andremo lontano e le conquiste del progresso potranno essere addirittura la nostra babele e la nostra morte.
Nelle risposte che Adamo ed Eva danno al Signore noi troviamo che manca, in realtà, l'unica parola adeguata, l'unica parola che stenta a salire dalle labbra di ogni uomo, proprio perché si è perso di vista il vero volto di Dio: «Ho peccato contro di te!». E la risposta semplice di Davide, nel Salmo 50.

In un brano del vangelo di Luca possiamo leggere un altro dialogo, corrispondente a quello avvenuto nel giardino dell'Eden tra Dio, Eva, Adamo e il serpente. E il racconto dell' Annunciazione:

«L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te". A queste parole, ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell' Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine". Allora Maria disse all'angelo: "Come è possibile? Non conosco uomo".
Le rispose l'angelo: "Lo Spirito santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell' Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio...". Maria disse: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto"» (cfr. Luca 1 26-38).

Il testo della Genesi prevedeva che la maledizione contro il serpente si allargasse a una lotta incessante tra paura e speranza, tra rifiuto del progetto d'amore di Dio e piena accoglienza, prevedeva la vittoria definitiva del bene.
Maria accoglie la Parola, il disegno di Dio ed è l'aurora della salvezza definitiva. Così una donna è la destinataria dell' annuncio di un inizio nuovo e, di fronte a questa inattesa principalità di una donna che entra a far parte del progetto redentivo, ci domandiamo se davvero abbiamo compreso a fondo la rilevanza di questo evento che fa da eco a quel: «Porrò inimicizia tra te e la donna». Vuol dire che c'è un principio riconciliatore di Maria e, in lei, di ogni persona che partecipa al suo mistero. Un potere riconciliatore che il mondo non ha ancora riconosciuto e che la storia della Chiesa è destinata a esprimere.
Anche il saluto: «piena di grazia», significa molte cose. Maria è bellissima, di una bellezza ontologica, è amata da Dio con amore gratuito e redentivo. Tale principalità della grazia che si china sull'umanità peccatrice e la riabilita è il fondamento della "buona notizia" ed è costitutivo, non contingente come lo è il peccato. La principalità del peccato era pervasiva, invadente, onnipresente, ma incapace di pervenire davvero al fondo dell'uomo: il peccato cioè attacca l'uomo fino in fondo e però non a fondo.
La grazia, invece, risana fino in fondo e a fondo, ricostituendo nell'intimo l'uomo e l'umano.
Contemplando questa nuova Eva ciascuno di noi - nonostante i peccati, le negligenze, le infedeltà, i timori - ritorna a credere nel chiarore delle origini, ritorna a inseguire la gioia e lo splendore di quei giorni in cui Dio scendeva nella brezza della sera a passeggiare nel giardino. Ritorna, ciascuno di noi, a essere motivo di speranza per il mondo.

Altre tipologie di peccato nella Bibbia

Ancora nei primi capitoli della Genesi, la Bibbia ci presenta altre tre tipologie del peccato. Esse mostrano come i tre rapporti fondamentali che costituiscono la pienezza dell'uomo, l'ideale dell'umanità - il rapporto con Dio, il rapporto tra gli uomini e il rapporto con la terra - venga disconosciuto e pervertito.

Il racconto di Caino e Abele

«Dopo un certo tempo, Caino offrì i frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto. Il Signore disse allora a Caino: "Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo"» (Genesi 4, 3-7).

Che cosa ha fatto Caino? Probabilmente la sua offerta era imperfetta o avara, non dettata da riverenza e amore verso il Signore. Tuttavia il peccato prende in lui forza e violenza quando egli si rattrista e non riesce ad accettare che il fratello sia migliore di lui, non riesce a vivere in pace con uno che ha un destino diverso dal suo.
Caino non realizza quell'unità dei diversi che costituisce l'umanità e, anziché sentirsi spronato a salire al livello di Abele, vorrebbe che il fratello scendesse al suo. Vive la tristezza dell'invidia, che è una delle cause più gravi dello scatenarsi di guerre, di conflitti sociali, delle forme di razzismo che devastano l'umanità. Forme drammatiche ai nostri giorni e cresceranno di violenza in Europa a mano a mano che aumenterà il numero di persone di altre razze, di altre culture perché faremo grande fatica a vivere la fraternità con gli africani, con gli arabi, con gli asiatici, a vivere la dimensione dell'accoglienza dell' altro, a cercare lo scambio, a rallegrarci del bene dell' altro.
Caino ha perduto il senso, il valore del rapporto con il fratello e giunge a uccidere. In tale situazione, non è più in grado di ascoltare la voce di Dio, tanto è vero che Caino la banalizza, se ne prende gioco. «Allora il Signore disse a Caino: "Dov'è Abele, tuo fratello?". Rispose: "Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?"» (v. 9).

Il racconto dei figli di Dio e delle figlie degli uomini

«Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero le loro figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. Allora il Signore disse: "li mio spirito non resterà sempre nell'uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni". C'erano sulla terra i giganti a quei tempi - e anche dopo - quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell'antichità, uomini famosi» (Genesi 6, 1-4).
Il brano evoca leggende e saghe antiche di cui è difficile dire quale sia stato il contenuto vero. Lo scrittore sacro però ritiene questi brandelli di memorie per offrirci un quadro della dimenticanza, perdita e confusione di rapporti fondamentali.
Il primo è di nuovo sul tema della fraternità, sul rapporto uomo-donna: «ne presero per mogli quante ne vollero». Leggiamo qui l'inizio della considerazione della donna quale oggetto, quale cosa; non come un "tu" con cui avviene uno scambio unico e indivisibile. La donna è vista come forma di possesso, non nella sua dignità pari a quella dell'uomo.
C'è un altro aspetto che oggi sentiamo vivamente ed è dato dalla menzione un po' oscura dei giganti, quasi che l'umanità si sia illusa e si possa illudere di creare uomini con poteri divini, superuomini.
Pensiamo alla tremenda tentazione della biotecnologia: prendere in mano la vita, moltiplicarla, creare nuove razze di umanità, nuove forme del vivere, immaginare che la terra possa essere oggetto di sfruttamento totale e che l'uomo debba vivere in tubi stellari. Tutti progetti che la scienza, credendosi onnipotente, elabora senza più fermarsi e smarrendo il rapporto equilibrato dell'uomo con la terra.
È quindi la perdita dell' armonica relazione uomo-terra, uomo-corpo, dell' attenzione ai ritmi dell' esistenza, che certamente sono in continua evoluzione e l'uomo deve saper dominare, ma che non possono essere impunemente distrutti.

Il racconto della torre di Babele

«Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall' oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l'un l'altro: "Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco". li mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: "Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra". Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. li Signore disse: "Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro". li Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra» (Genesi 11, 1-9).

È un racconto misterioso, allusivo, pieno di simboli e si riferisce a situazioni originarie dell'umanità; in questo senso è esemplare. Dice non soltanto ciò che è avvenuto, ma ciò che può avvenire, che avviene.
Che cosa è accaduto? Il punto di partenza è una situazione di perfetta comunione: «Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole».
A un certo punto però si scopre il mattone. Mentre prima si costruiva con il legno, o mettendo le pietre una sull' altra facendo una casa al massimo di un piano, con il mattone, strumento ben maneggevole e di costruzione leggera, l'uomo comincia a pensare di non avere più limiti alla sua possibilità operativa e di poter arrivare addirittura in cielo.
Di per sé siamo di fronte a un fatto tecnico che non è né buono né cattivo. Tuttavia vi leggiamo dietro l'entusiasmo, la presunzione, l'ambizione che viene dalle scoperte; un po' come oggi la scoperta del computer con cui posso imitare l'intelligenza e tenere il mondo m mano.
«Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra» (v. 4). Dalla soddisfazione della scoperta del mattone nasce un progetto esorbitante, la pretesa di un'impresa colossale, destinata a durare per sempre, a significare l'autosufficienza umana, la capacità che l'umanità ha di edificare se stessa in assoluto. Siamo noi che ci diamo gloria e siamo noi gli arbitri del nostro destino presente e futuro. Sottilmente, senza una dichiarazione esplicita, laicamente, è rotto il contatto con Dio. Perché, in verità, è Dio che dà un nome, che lancia un ponte verso l'uomo.
Il peccato dunque non consiste nel proposito di costruire una torre, bensì nella rottura della coordinata del timore di Dio, della soggezione dell'uomo al Signore del cielo e della terra.
Il testo biblico non fa applicazioni morali, ma le cogliamo nella conclusione del castigo divino: «"Scendiamo e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro". li Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra» (vv. 7-9).
Noi siamo in pieno dentro tale tentazione, molto più che nei secoli passati: le continue scoperte, infatti, ci fanno ritenere di non dover dipendere più da nessuno, di poter dare il nome a noi stessi. Quanto più assumiamo responsabilità sociali, civili, politiche, scientifiche, tanto più ci troviamo immersi in una mentalità che ha perduto le coordinate, le ha confuse, spinge a vivere situazioni che vanno dall'esaltazione alla depressione, situazioni di sfiducia nella vita, di scoraggiamento, di amarezza perché dalla voglia sfrenata di possedere tutto si passa facilmente al senso della propria povertà fisica, morale, spirituale e si finisce per non capire più nulla.
Quello della torre di Babele è il racconto di una colpa collettiva; mentre il rifiuto del disegno di Dio da parte di Adamo ed Eva era espresso in termini individuali, il rifiuto della gente di Babele è narrato in termini collettivi.

La radice di questo peccato è la pretesa dell'uomo di essere il centro di tutto, di non avere bisogno di Dio, di staccarsi dalla dipendenza creativa, magari senza negarla, ma agendo per proprio conto. E il fenomeno odierno di guazzabuglio culturale: idee, pensieri, progetti, filosofie che contrastano tutte con l'idea di servire l'uomo.

La vastità del regno del male

Alla luce dei racconti biblici e delle riflessioni a cui ci inducono, può sorprendere la domanda che spesso fa la gente: ma da che cosa ci ha salvati il Signore? che bisogno abbiamo di essere salvati?
E alla risposta: ci ha liberati dal male, dalla schiavitù del peccato, obietta: ma che cos'è il male, che cos'è concretamente il peccato?
Credo che la coscienza di essere salvati diventi in noi reale allorché ci rendiamo conto della vastità del regno del male. In altre parole, ne cogliamo le risonanze quando sperimentiamo da che cosa siamo stati salvati e continuiamo a esserlo, quando cl accorgiamo di come e quanto operano in noi, in me, le forze di schiavitù, di demolizione, di annientamento interiore, di deprivazione degli orizzonti.
Camminando verso la maturità umana, avvertiamo che in noi e attorno a noi ci sono forme di distruzione sempre all'opera, sperimentiamo che l'egoismo prevale sull' altruismo, che l'orgoglio è avido di potere e di successo, che la smania di protagonismo corrode il cuore, che la fragilità umana è in se stessa insuperabile; allora intuiamo l'assoluta necessità di una salvezza dall' alto.
Anche camminando sulle strade del Vangelo, avvertiamo il peso della nostra debolezza, l'inconsistenza dei nostri propositi, l'incapacità a programmare le nostre giornate come desidereremmo, percepiamo con forza la grandezza dell' amore di Dio che solo ci salva dalla nostra dispersione.
San Paolo ha mirabilmente descritto, con toni accorati, l'invincibilità del male che è in noi, in ciascuno di noi:
«Sappiamo infatti che la legge è spirituale, mentre io sono di carne, venduto come schiavo del peccato. lo non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. lo so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Romani 7, 14-19).
Si tratta di un'impotenza umana storica: l'uomo desidera il bene e però si accorge di non realizzarlo. Condizionato dalle vicende, dalle tensioni, dalle difficoltà, dalle opposizioni che deve superare, si indurisce e, indurendosi, si rinchiude in sé contro le difficoltà, si rinchiude nel possesso e nell' autodifesa e così rifiuta la dipendenza da Dio, dalla sua Parola, dalla sua misericordia.
Nei casi peggiori, resta travolto e nega la trascendenza di Dio. Nei casi migliori, arriva a vivere il dualismo per cui nei momenti buoni gli sembra di essere teso all'ascolto della Parola, ma poi, nell'incalzare delle circostanze, specialmente avverse - delusioni, amarezze, torti che subisce e che ha voglia di ritorcere - si difende a ogni costo, si oppone agli altri e, soprattutto, non fa più riferimento alla Parola di Dio.
Paolo ha toccato con quel «peccato che abita in me» la profonda miseria dell'uomo, difficile a capirsi, e tuttavia sperimentabile negli effetti, nelle conseguenze, nelle situazioni storiche.

Per comprendere ancor meglio da che cosa il Signore ci ha salvati e ci salva, occorre tenere presenti alcune realtà incombenti su di noi.

I peccati personali

La prima realtà incombente sono i nostri peccati personali, le nostre fragilità psichiche e morali, la nostra pigrizia, invidia, ambizione, vanità, sensualità.
Scrive in proposito l'apostolo Paolo:
«Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi. le compie non erediterà il regno di Dio» (Galati 5, 19-21).
Siamo al livello dei peccati singoli, personali: è un elenco impressionante dei quattordici atteggiamenti negativi dell'uomo, che Paolo trae dall' esperienza sua e del suo tempo. Una visuale molto realistica e insieme pessimistica dell'uomo che si muove nell' ambito dei propri interessi.

Un altro testo di Paolo riprende questo quadro con nuove pennellate, facendo una lista di ventuno atteggiamenti negativi:
«Poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balia d'una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d'invidia, d'omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia» (Romani 1, 28-31).
È una descrizione che sembra persino retorica tanto è gonfiata nelle parole.
L'Apostolo sa benissimo come ciò che descrive abbia radice anche in lui, secondo la parola di Gesù nel vangelo di Marco: «Dal cuore degli uomini escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo» (7,21-23). Non soltanto dal cuore di un uomo che per caso è nato in una situazione disgraziata, drammatica, ma dal cuore di ogni uomo.
La stoltezza è propria di chi fa dei progetti senza Dio, dei progetti sicuri, tranquilli, nei quali può navigare bene, senza pensare come egli è un fuscello nella storia e basta un niente per travolgerlo.
La superbia è affine alla stoltezza: è la pretesa di salvarsi da soli, di conquistare la libertà vera con i propri sforzi, rifiutando di fare i conti con Dio.
La calunnia è la conseguenza del fatto che non riusciamo a sopportare il bene del prossimo, per cui. proviamo il bisogno di distruggere almeno un poco l'altro mediante qualche piccola frecciata, qualche accenno conflittuale che ristabilisce, a nostro parere, la nostra integrità.
I peccati personali toccano tutti noi e li percepiamo nei loro effetti di ingiustizie, di divisioni, di rivalità; sono in noi con le loro radici nelle propensioni negative che abbiamo e da cui non possiamo liberarci da soli.
Sapere che sono dentro di noi ci spinge a prenderle sul serio e a riflettervi con attenzione. Pensiamo per esempio all' invidia, tema ricorrente sia nella lista di Paolo (Romani 1, 29) sia in quella di Gesù (Marco 7,22).
Clemente Romano scrive che Paolo è stato ucciso per invidia: non è stata la persecuzione, la cattiveria dei pagani, ma l'invidia di alcuni che, essendo suoi rivali, lo hanno denunciato. Ciò vuol dire che la comunità cristiana era soggetta a dissensi, rivalità, divisioni, fazioni che a un certo punto si avvalevano dei pagani per le proprie manovre e le proprie vendette. C'era certamente l'autorità pagana che portava avanti la persecuzione ma non sarebbe arrivata a tanto, nei riguardi di Paolo, se i cristiani fossero stati più uniti.
La stessa morte di Pietro viene attribuita a invidia, a delazioni e a spinte venute dall'interno del gruppo dei credenti giudeo-cristiani, o di gruppi rivali.
Se pensiamo ad altre parole di quella lista della Lettera di Paolo ai Romani - diffamatori e maldicenti -, ci accorgiamo che spesso lo siamo anche noi nel modo di parlare degli altri.

Ciò che più colpisce è che Paolo, seguendo l'insegnamento di Gesù, considera il peccato fondamentale che sta alla base di tutti gli altri: «Poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balia di un'intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno» (Romani 1, 28).
L'intelligenza depravata riguarda il cuore, perché ciò che viene meno è l'intelligenza del cuore, ossia la capacità orientativa dell'uomo di vedere tutte le realtà nella globalità del disegno di Dio.
Ci sono in noi delle forze dispersive e distruttive e, al fondo di tali inclinazioni, c'è una radicale diffidenza di Dio, una resistenza ad accettare una visione della vita subordinata al primato, all'iniziativa di Dio. È importante capire questo per riconoscere la peccaminosità dell'uomo. I più grandi santi si dicevano e si sentivano peccatori, perché avevano compreso bene tale insegnamento.
E chiaro che le forze dispersive non sempre operano in maniera palese, per vari motivi - spesso è semplicemente la pressione sociale che inibisce -. A volte emergono delle tragedie che erano state represse per tanto tempo e che circostanze drammatiche fanno venire fuori improvvisamente, rivelando che cosa c'era nel cuore dell'uomo.
È il peccato che veramente ha bisogno di essere curato nell'uomo, affinché sia curata la radice delle opere della carne. Ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, invidia non sono semplici fragilità e debolezze, ma derivano da Un'origine più profonda.

I peccati strutturali e sociali

La seconda realtà incombente ,è quella del male presente nella società e nella storia. E importante ampliare la riflessione ai tanti peccati strutturali e sociali che gravano su di noi.
I peccati strutturali e sociali non sono evidentemente soltanto la somma dei peccati personali, delle malizie individuali, bensì quelli inseriti nei sistemi di vita, nella mentalità, nelle idee ricevute. E un modo di essere e di vivere che la sacra Scrittura chiama "mondo" in senso negativo, in cui, al di là delle belle parole, prevale il tornaconto, il bisogno di sopraffare altri, di contrattaccare, di sottomettere.
Non possiamo negare che la condizione umana sia molto drammatica; è una condizione conflittuale a cui non sfuggiamo. Quando esaminiamo la storia del passato e ci meravigliamo che si siano compiute alcune scelte, anche nella storia della Chiesa - come la tortura e la guerra -, dovremmo comprendére che quella gente viveva secondo idee ricevute. Era praticamente impossibile sottrarsi a una mentalità che poteva portare a commettere ingiustizie.
Ogni uomo, ogni donna è condizionata dai mali sociali. E quando ci rendiamo conto dei legami e delle schiavitù di peccato nelle quali viviamo e di far parte di un mondo ingiusto, violento, cattivo, che ci fa corresponsabili almeno psicologicamente di situazioni ripugnanti, comprendiamo da che cosa dobbiamo essere salvati.
Pensiamo, per esempio, al male che si è manifestato nelle grandi guerre mondiali, nell' antisemitismo, nei lager, nella morte di milioni e milioni di ebrei, una morte senza ragione, senza senso. Questo è il peso del peccato che incombe su di noi, un peso che grava ancora nel presente per ciò che accade in Bosnia, in Burundi, in Rwanda, in tante altre parti del mondo dove centinaia di migliaia di innocenti muoiono, dove le persone sono trascinate a diventare crudeli, violente, sono costrette a uccidere.
La salvezza che Dio offre all'uomo è il ritrovare, nella pienezza dell'incontro con Cristo, la potenzialità di quell'apertura originaria, voluta da Dio, che crea la mentalità del bene, la cultura positiva.

A proposito del peccato strutturale e del modo con cui ci avvolge, troviamo un esempio nella vita di Gesù. E l'episodio che prelude alla passione:
«Gesù si trovava a Betania nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l'unguento sul suo capo. Ci furono alcuni che si sdegnarono tra di loro: "Perché tutto questo spreco di olio profumato? Si poteva benissimo vendere quest' olio a più di trecento denari e darli ai poveri!". Ed erano infuriati contro di lei. Allora Gesù disse: "Lascia tela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un'opera buona"» (Marco 14) 3-6).
Si tratta di un giudizio su un' azione particolare. Gesù e la donna si trovano soli e coloro che li circondano, agendo per motivi istintivi, condannano quel gesto, non lo sanno capire. È un caso tipico della forza della mentalità che si comunica dall'uno all' altro e non permette l'apertura alla verità di un gesto che ha un significato profetico. Agendo con le convinzioni ordinarie, con quello che sembra il comune buon senso, tutti si mettono contro Gesù che rimane solo.

È vero che i peccati sociali e strutturali non possono essere imputati a noi dal punto di vista morale, e tuttavia sono parte della nostra schiavitù. L'uomo è incapace di creare un ordine sociale giusto, dove non ci siano la fame, la povertà, la miseria, le sopraffazioni. Nemmeno le organizzazioni internazionali create per sovvenire ai bisogni dei più deboli riescono a operare in modo che il bene di alcuni non sia il male di altri. E così la storia dell'umanità va avanti di peccato in peccato, di guerra in guerra, di oppressione in oppressione.
Forse ci toglierebbe il fiato la percezione lucida, chiara, del negativo che incombe su di noi collettivamente e il Signore, nella sua infinita bontà, permette che ci pensiamo poco; comunque, allorché vi riflettiamo, sale spontaneo dal cuore il grido: "Salvaci, Signore, dona al mondo la tua salvezza".

I peccati collettivi razionalizzati

Non è ancora tutto. Ai peccati personali e alle nostre fragilità psichiche e morali, ai peccati sociali e alle ingiustizie con cui ogni uomo è connivente per il solo fatto di esserci, va aggiunta una terza realtà: il peso dei peccati collettivi assurti a dottrina. Sono ideologie, filosofie, devianze delle religioni, filoni culturali di ogni tipo, che chiamano bene il male e lo razionalizzano, lo giustificano conferendogli durata e persistenza. Di qui nascono le catastrofi che rovesciano le società e sconvolgono periodicamente il corso della storia. Possono assumere l'aspetto di una catastrofe lenta, quasi una peste che a poco a poco distrugge dall'interno una civiltà. Non si tratta semplicemente di strutture organizzate di male, di peccato, ma di strutture di pensiero che producono male.
Ci troviamo davanti a una realtà diabolica proprio in quanto il male viene considerato bene per ragioni di stato, di interessi economici; tali deviazioni sociali confondono la mente, annebbiano la vista, impediscono di giudicare rettamente.
La salvezza di Dio, il suo farci passare indenni attraverso questo immenso oceano di male è un miracolo, equivale a essere chiamati, come Lazzaro, fuori dalla tomba, a uscire, come gli Ebrei, dall'Egitto guadando il Mar Rosso.

L'idolatria ieri e oggi

Etimologicamente idolatria vuol dire culto degli idoli, adorazione di oggetti fabbricati dall'uomo, che hanno un significato religioso, oggetti che possono raffigurare un uomo, una donna oppure anche un animale (serpente, vitello, aquila...). A essi si presta onore, si attribuiscono poteri divini, magici, superiori, si prestano riverenza e adorazione offrendo sacrifici.
Non è facile capire perché l'uomo si comporta così: dovremmo entrare in discussioni complesse di antropologia e di psicologia religiosa.
- La motivazione più immediata, che forse valeva per gli antichi, va cercata nel fatto che pensavano a una forza misteriosa insita in determinati oggetti.
- Probabilmente però c'era dell' altro: pensavano a una forza divina della persona o della realtà raffigurata. Non possiamo quindi vedere l'idolatra sempre come qualcuno che scambia l'oggetto per Dio; piuttosto, egli crede nel suo riferimento a una personalità divina oppure a una forza astrale, mitica.
Anche l'idolo può avere un valore relativo e perciò la sua adorazione può indicare un certo atto religioso verso ciò che l'uomo non riesce bene a immaginare. Chi onora l'idolo può voler onorare in un segno visibile una forza divina invisibile. Era questo che intendevano fare gli Ebrei costruendosi nel deserto il vitello d'oro: non pensavano di sostituire a JHWH un altro dio, bensì di rendergli culto in maniera tangibile, di avere un simbolo della potenza propria di JHWH che li aveva condotti fuori dall'Egitto.

- Naturalmente pure in tal caso, che è quello più genuinamente religioso di idolatria, ci si potrebbe chiedere: la forza divina a cui si vuole rendere culto è una forza veramente trascendente oppure è una idealizzazione di una realtà umana? Se gli Ebrei nel deserto avevano quasi certamente la volontà di adorare JHWH, nei culti di Baal, invece, veniva adorata la forza della fecondità, della natura con i suoi cicli riproduttivi di morte e di vita, di vita che nasce dalla morte, della primavera che nasce dall'inverno. Gli adoratori di Baal esprimevano un senso religioso di riverenza e di dipendenza verso le grandi forze che reggono il mondo: l'amore, il sesso, la natura, la fertilità.

È dunque difficile entrare a fondo nei meandri del cuore umano.
Comunque noi sappiamo che la Scrittura è contrarissima a ogni atteggiamento che risenta anche minimamente di idolatria. La Bibbia non ammette che si riduca la divinità a qualcosa di umano, di tangibile, nemmeno se si tratta di un simbolo, di un riferimento a una realtà più alta.
Qualcuno si stupirà della rigidità della sacra Scrittura. Se si pensa, infatti, ad altre religioni, potrebbe sembrare legittimo esprimere un certo valore religioso attraverso degli oggetti, almeno come tentativo di affermare un Essere supremo che bisogna adorare. Come mai, quindi, l'idolatria viene rigettata anche nelle sue forme più spirituali, più alte?
La ragione, a mio avviso, la troviamo nella definizione che il profeta Elia dà di sé: «Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto» (1 Re 17, 1). Per la vita del Signore, «Vivit Dominus», secondo la versione latina. Questa è la chiave per capire la lotta di Elia contro gli idoli e la lotta della Bibbia contro tutto ciò che, sia pur minimamente, appare come idolatria. JHWH è un Dio vivo.
Nel contesto che ci interessa, significa che Dio è imprevedibile, che la sua azione nei nostri riguardi è libera e sovrana, che non possiamo mai calcolare niente in anticipo. Ecco l'enorme differenza tra la concezione del vero Dio e ogni altra forma di religiosità. Perché l'idolo, anche se con esso si intende personificare e venerare la giustizia, la verità, la santità, non è ancora il Dio imprevedibile, il Dio vivo. L'idolo è sempre, in qualche modo, controllato dall'uomo che può prevederne le esigenze e che, avendo una sua idea della giustizia, della santità, della verità, può tenerlo, in certo senso, in mano.
Invece JHWH è libero, non si lascia disporre dalla sua creatura, non si lascia incapsulare nei nostri ragionamenti e nelle nostre previsioni. Noi non sappiamo come Dio si comporterà perché è una personalità vivente e trascendente; da lui tutto dipende e non deve rendere conto a nessuno. Al contrario, come dicevo sopra, un valore umano personificato rende conto a me del concetto che io ho di lui e posso, se voglio, esorcizzarlo. JHWH agisce come vuole, si rende presente come e dove vuole, non è un principio astratto, ma ama, suscita e distrugge, premia e castiga, eleva e abbassa, e lui solo sa il perché.
Questo è il Dio vivo, e perciò la Bibbia non ammette che si possa restringerlo in una rappresentazione, in un concetto, neppure in una definizione perché è «Colui che è» (cfr. Esodo 3, 14), si rende cioè presente dove e come vuole, agisce dove e come vuole, ama l'uomo perché lo vuole amare e lo salva nel modo che lui sa.
In fondo, il nome di Elia è la sintesi di quanto andiamo dicendo: «Il mio Dio è JHWH», il mio Dio non me lo sono immaginato io, non me lo sono costruito, magari con la mia ragione, con la mia filosofia, con la mia concettualizzazione; JHWH è lui, l'imprevedibile, il Dio che mi coinvolge, che mi attrae.
Ai nostri giorni vi sono molte forme di superstizione che ricordano quelle del passato; tanta gente usa i talismani, gli amuleti, la divinazione, le carte, gli oroscopi. Ma possiamo affermare che nel nostro mondo occidentale l'idolatria non ha nulla a che fare con l'antica idolatria.
Molti hanno una certa idea di un Essere superiore, e non sono così numerosi come si potrebbe credere gli atei convinti, razionali. Anche le statistiche religiose riferiscono che persone non credenti nel Dio della Chiesa cattolica sono pensose sul tema dell' aldilà.
Tuttavia pochi, forse, pur tra i battezzati, sono giunti alla conoscenza del Dio vivo, così come ce la presenta la Scrittura e come ce la presenta Gesù. Un Dio che non è fatto come lo penso io, che non dipende da quanto io attendo da lui, che può dunque sconvolgere le mie attese, proprio perché è vivo.
La riprova che non sempre abbiamo la giusta idea di Dio è che talvolta siamo delusi: mi aspettavo questo, mi immaginavo che Dio si comportasse così, e invece mi sono sbagliato. In tal modo ripercorriamo il sentiero dell'idolatria, volendo che il Signore agisca secondo l'immagine che ci siamo fatta di lui.

È soltanto nella rivelazione della Scrittura, che ha il suo culmine in Gesù, che noi possiamo conoscere il Dio vivo, Colui che né la carne né il sangue ci rivelano, né i ragionamenti, né le abitudini, né le deduzioni della nostra mente. Certo, noi possiamo giungere a dire che c'è qualcuno al di là di noi, al di là di tutto, ma non lo riteniamo mai così superiore a noi da poterci «deludere» e sorprendere. Istintivamente lo riduciamo alla nostra misura, mentre l'adorazione del Dio vivo, l'adorazione dello zelo forte, instancabile, ardente fmo alla crudeltà, di Elia è per il Dio a cui nessuno può dire nulla, che è al di là di ogni immagine e pensiero nostro, che si rivela per amore e con amore sconvolge sempre e ancora una volta le idee umane. Tutto il vangelo è una manifestazione della fatica compiuta dagli uomini per accettare il Dio di Gesù, a cominciare dagli apostoli, perché lo attendevano diverso. E quando il Dio di Gesù annuncia che si rivelerà nella croce, si scandalizzano accorgendosi che non è il Dio che pensavano.

Quali sono gli idoli che ci impediscono la conoscenza del Dio vivo? Sono tanti, personali e sociali.
Personali: l'orgoglio, l'ambizione, tutte le pretese che mi porto dentro.
E poi sociali, esterni a me e che tuttavia mi impediscono la conoscenza del Dio vivo: gli idola tribus, gli idola fori, gli idola theatri. Nel linguaggio moderno: la razza, la cultura di una gente, che in parte è un valore e in parte può imprigionare la mentalità mettendo gli uni contro gli altri; la paura di ciò che pensa la gente, dell' opinione pubblica, lo stare sempre soltanto a ciò che è la media del pensiero comune; infine, gli idola theatri, tutto ciò che mi rende schiavo delle attese altrui. Si tratta di piccoli idoli, come quelli che le mogli dei patriarchi si portavano dietro, nascosti, per non perdere del tutto il loro legame col passato. Piccoli idoli sono i legami alle opinioni, alle abitudini degli altri, alle false abitudini della cultura, che alla fine mi tolgono la libertà e la purità del cuore.

L'idolatria nel Nuovo Testamento non è necessariamente adorazione di idoli; è piuttosto l'adorazione del successo, del godimento, del denaro, del potere a ogni costo. Le grandi città moderne sono mosse da questi "dèi". E un atteggiamento speculare all' abbandono di Dio: rifiutare Dio come Signore è in pari tempo riconoscere come signori della propria vita il potere politico, mondano, la ricchezza.
Da una simile idolatria nasce la disumanità, il non commuoversi per le sofferenze dell'altro, l'usare dell'altro, l'opprimere e disprezzare i poveri. Pensiamo a come la gente si sdegna di fronte alla violenza, all' oppressione, all'ingiustizia. Anche la cultura laica coglie nella disumanità il volto più comprensibile del peccato.
Tuttavia la città secolare spesso non si rende conto che il disprezzo del fratello, l'odio per l'altro, hanno come radice l'idolatria, cioè l'adorazione di sé, del proprio progetto, l'adorazione del denaro e del successo.
Se non si comprende che è male la cOlrsa all' autonomia, al piacere sfrenato, alla droga, alla ricchezza, alla carriera, al potere, se non si coglie come, da tutto questo, derivi una tremenda disumanità, non si porrà mai fine all' oppressione e alle sofferenze di milioni e milioni di persone.

Oggi poi c'è un fatto nuovo della sto da umana.
La libertà è un valore assolutamente richiesto dalla dignità della persona umana. La suprema dignità della persona umana è nel suo essere e nella sua vocazione ineliminabile; nasce da uno speciale intervento di Dio, causa prima e principale dell' essere dell'uomo; si manifesta partecipando, in modi differenti e misteriosi, alla sovranità del Creatore sulle cose; si esprime nella propria capacità di relazione, di amore con Dio e con gli altri. Ed è nella libertà che l'uomo può volgersi al bene.
Ma fino a che punto può giungere l'innata libertà del soggetto umano, fino a che punto può esprimersi?
Il fatto nuovo della storia umana è la crescita a dismisura del senso della libertà: libertà dai condizionamenti naturali e biologici, libertà dalle leggi e dalle consuetudini. Mai l'uomo ha avuto tanta libertà, mai è stato più emancipato e disancorato da forme di riferimento che apparivano ovvie, obbliganti, scontate, evidenti. Le norme, le regole, le tradizioni, le convenzioni di riferimento sono attualmente un valore relativo, non un assoluto; valgono nella misura in cui sono contrattabili in virtù di un utile, di un fine; tutto è negoziabile e opinabile, tutto può essere scelto, purché ci sia una ragione contingente.

D'altra parte dobbiamo constatare che, con il crescere tumultuoso del senso prepotente della libertà (che avvince i ragazzi, i giovani, la gente semplice dei paesi e dei luoghi più remoti attraverso i messaggi che giungono soprattutto dalla televisione, tesi a convincere che l'impossibile di oggi sarà possibile domani), la stessa libertà non è mai stata tanto manipolabile. I grandi strumenti del consenso sociale l'addormentano o la guidano mediante la tecnica applicata al controllo della vita delle persone, mediante i mezzi informatici che permettono di seguire la gente anche negli atti più semplici dell'ambito privato. Tale controllo evidenzia come la libertà cui l'uomo è assurto non è mai stata tanto grande e insieme tanto fragile.
Sullo sfondo di questo quadro possiamo vedere le ripercussioni, in un certo senso l'esito di quei rapporti armonici infranti - dell'uomo con Dio, con i fratelli, con la terra - di cui abbiamo letto nei racconti della Genesi.

Idolatria è oggi ogni separazione arbitraria tra libertà e verità per costruire ideali assoluti (o nella linea della libertà o nella linea della verità) a cui sacrificare l'equilibrio delicato dell' esistenza creata. Non bastano ad esempio gli appelli etici per fermare le sperimentazioni nel campo genetico e le pressioni che da molti vengono fatte per la libertà giuridica di uccidere vite umane a partire dalla fase del concepimento fino all' eutanasia o dolce morte. Siamo di fronte a prospettive inquietanti e da affrontare con risposte pertinenti e globali, smascherando le idolatrie che nascondono e lasciando emergere quelle istanze di verità e di responsabilità a cui esse fanno appello.

È quindi urgente e necessario cogliere il fascino ingannatore di questo idolo primario del nostro tempo, che è il culto sovrano della libertà fine a se stessa. Solo l'annuncio del Vangelo va al cuore della libertà e la restituisce alla sua verità e pienezza.

Gesù di fronte al male del mondo

- «Gesù, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: "Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace! Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te, e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata"» (Luca 19, 41-44).
- C'è un secondo brano di Luca, che riporta una parola pronunciata da Gesù mentre è ancora in viaggio verso la città:
«Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa vi viene lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Luca 13,34-35).

I due testi sono strettamente collegati. In ambedue si parla di Gerusalemme e la realtà che in uno è chiaramente espressa con la parola «via della pace» nell' altro è detta metaforicamente: «Quante vo1te ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali». Il cantico di Mosè ha già un'immagine simile: Come un' aquila vola sulla sua nidiata, così il Signore protesse questo suo popolo (cfr. Deuteronomio 32, 1055.).
Sono anche collegati per una sottolinea tura negativa, drammatica: «La via della pace è nascosta. ai tuoi. occhi», dice Gesù in Gerusalemme; «Voi non avete voluto lasciarvi raccogliere sotto le ali», afferma durante il suo cammino verso la città.
E il collegamento lo vediamo pure nell'identica profezia di una rovina della città, espressa più plasticamente al c. 19 - i nemici, le trincee, l'abbattimento di Gerusalemme e dei suoi figli, il non restare pietra su pietra - e in maniera misteriosa al c. 13 - «Non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore» -.
Infine, i due brani sono strettamente collegati perché il «non mi vedrete più fino al tempo in cui direte...» si avvera in parte proprio nel momento in cui Gesù, al c. 19, sta piangendo e la folla grida: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (cfr. v. 38).

- Ci sono altre pagine del Nuovo Testamento che possono essere richiamate. Infatti, la parola minacciosa di Gesù su Gerusalemme ritorna al c. 21 di Luca, dove leggiamo: «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta... Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina... sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti» (Luca 21, 6. 20. 24). Noi sappiamo che tutto questo è storia drammatica, non letteratura.
Il lamento di Gesù ritorna al c. 23, mentre sale al Calvario e alcune donne piangono su di lui: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su di voi e i vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato...» (Luca 23, 28 55.).

Vediamo dunque che la tematica del pericolo della città, del rapporto tra il rifiuto della città di accettare la visita e la sua devastazione, ricorre più volte nel vangelo. E tale ripetizione mostra l'importanza attribuita da Gesù, dagli evangelisti, dalla Chiesa primitiva anche, al retto giudizio sui fatti sociali e politici, alla connessione di questi fatti con gli atteggiamenti religiosi e alla comprensione delle conseguenze, spesso drammatiche, di una mancata risposta all' appello di pace alla città.
Il piangere di Gesù non è un gesto consueto, quotidiano, come non lo è generalmente il piangere di un adulto.
Soltanto un'altra volta, al c. 11 del vangelo secondo Giovanni, si dice che Gesù abbia pianto, a proposito di Lazzaro, l'amico morto. Tuttavia, nel testo greco il verbo non è quello che troviamo in Luca, ma significa propriamente: «Versò lacrime».
Nel c. 19 di Luca Gesù «scoppia in pianto», in un pianto dirotto, come la Maddalena che trovandosi di fronte al sepolcro vuoto scoppia in singhiozzi, o come Pietro che accorgendosi di aver rinnegato tre volte il Signore, scoppia in pianto.

Il pianto dì Gesù è un gesto profetico, simile alle grida che i profeti antichi lanciarono al tempo della prima distruzione di Gerusalemme, allungo silenzio di Ezechiele, al pianto del veggente nell' Apocalisse.
Il pianto di Gesù non è un atto che si riferisce semplicemente alla sua psicologia personale, ma ha un significato dì manifestazione di un mistero di Dio. E un atto pubblico perché piange sulla città ed è necessario capire che cosa vuol dire, per un ebreo, Gerusalemme: è la città santa, la città desiderata da lontano nei pellegrinaggi, la città eretta sul monte, costruita come città salda e compatta, la città a cui i profughi giungono dopo tanti sacrifici.
Viene subito in mente il bellissimo Salmo 121:
«Quale gioia, quando mi dissero:
Andremo alla casa del Signore!
E ora i nostri piedi si fermano
alle tue porte, Gerusalemme...
Là salgono insieme le tribù,
le tribù del Signore,
per lodare il nome del Signore...».
Per entrare nell' animo di Gesù dobbiamo cercare di comprendere quel complesso dì tradizioni, di culture, di storia, di affetti, di rivelazioni, che Gerusalemme significa. Forse potremmo interrogarlo chiedendogli: Perché piangi, Signore? piangi soltanto per la rovina religiosa della città, sulle singole anime che si perdono, oppure piangi sulla città come tale, su questo corpo vivente, organizzato, che ha una storia, un destino, un avvenire, una speranza? Perché piangi, Signore? per i valori religiosi perduti oppure anche per i valori umani, che fanno della città la sua storia, la sua gloria, il suo prestigio, la sua missione?
Credo che Gesù, da buon ebreo, ci risponderebbe che egli fa fatica a distinguere le due cose perché sono una nell'altra; non c'è il corpo senza l'anima, non c'è l'anima senza il corpo, non esiste la sola salvezza spirituale che non sia incarnata in una realtà storica, vissuta,
vivente. Il destino del singolo è strettamente legato al destino del gruppo.
Il pianto dì Gesù, che vede la rovina prossima di Gerusalemme, riguarda tutto l'insieme dei valori che ha, naturalmente, il suo culmine nel tempio e però comprende un'intera organizzazione civile, sociale, culturale, politica, artistica. E questo è tanto vero che i commentatori sono incerti nell'interpretazione della parola parallela a questa dì Luca 19, cioè Luca 13, 35: «Ecco, la vostra casa vi viene lasciata deserta!». Alcuni ritengono che la casa è il tempio e si riferiscono alla visione dì Ezechiele che contempla la gloria dì Dio mentre abbandona il tempio dì Gerusalemme (cfr. Ezechiele 11,22-25). Ma è chiaro che, abbandonato il tempio, cade la città e quindi altri commentatori dicono che la casa è la città nel suo insieme, non nel suo aspetto religioso o, comunque, le due realtà sono collegate.
La pace di Gerusalemme è connessa con la fede di Gerusalemme e la pace, nella mentalità ebraica, vuol dire benessere, libertà dai nemici, sicurezza, prosperità, amicizia, pace con Dio, gioia, canti nel tempio, esultanza, battere di tamburi, processioni, ricchezza delle celebrazioni sacre. Questo è l'insieme della pace: contemplare il volto di Dio nella terra dei viventi, avanzare tra i primi verso la casa di Dio (cfr. Salmo 42-43).
Gesù ha veramente desiderato la pace della città e piange perché non può esserle concessa, perché non ha conosciuto la via della pace: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace!» (Luca 19,42). Si suppone qui, ovviamente, un rapporto tra 1'accoglienza della parola del Signore e la pace della città, come viene più chiaramente espresso nell' altro brano: «Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali» (Luca 13,34). Ci pare di poter intuire un progetto messianico di Gesù, che ha pure una valenza sociale e, a suo modo, politica; non certamente per sostituirsi, per rovesciare le autorità legittime, costituite, bensì per suscitare un raduno di popoli sotto il segno della mitezza, della non violenza, dell' amore mutuo, così da realizzare un nuovo modo di vivere insieme, un nuovo modo di essere città.
Per la Bibbia il progetto «messianico» ha sempre una valenza socio-politica ed esprime quegli atteggiamenti nuovi di un popolo per cui l'aratro e la falce prendano il posto della spada, per cui il fanciullo possa giocare con la vipera, e l'orso pascolare insieme c°tl i buoi, e il leone con la pecora (cfr. Isaia 2; 11,6-8). E l'ideale concreto, non utopico, di un'umanità pacifica, anche se diviene di fatto, quando non è accolto, un ideale conflittuale con l'ordine esistente: «Ma ormai la via della pace è stata nascosta ai tuoi occhi. Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee. ..».
La non accettazione delle beatitudini della pace e della mitezza porta alla conseguenza opposta: il non lasciarsi «raccogliere» secondo il grande disegno che percorre tutto l' Antico Testamento, secondo la premura di Dio verso il suo popolo.
Gesù tuttavia non abbandona questo ideale, non abbandona la città, anzi vi entra per morirvi. Egli sa che a prezzo della sua vita, della testimonianza del suo amore inerme - rifiutato dalla città - giungerà alla vittoria, anche se il frutto della sua vittoria non verrà raccolto da tutti.

È importante sottolineare soprattutto il fatto che Gesù ci salva, ci fa uscire dal male non mettendoci al riparo da esso, bensì insegnandoci a entrarvi con lui per trarne il bene. Forse occorre un'intera esistenza per imparare questo fondamentale mistero cristiano, perché è totalmente al di là del nostro comune modo di pensare che vorrebbe eliminare il male una volta per sempre, vorrebbe vincerlo come si vincono i nemici in battaglia.
La Chiesa primitiva aveva compreso profondamente tale mistero, lo aveva sperimentato in sé e perciò poteva cantare inni alla gloria di Dio quale espressione di ciò che viveva.
Poiché «Egli ci ha salvati», io posso entrare nel male del mondo e uscirne con la libertà, con la gioia, con la certezza che questo male è stato vinto almeno in me e può essere vinto nella Chiesa; la Chiesa non è una società dove la vittoria sul male è già ottenuta, ma è la comunità di coloro che hanno accettato di entrare con Cristo nella morte per uscirne nella sua risurrezione.
I primi cristiani hanno visto che Gesù non ha cambiato le sorti del mondo; è morto lui stesso ed è risorto, ha vinto il male con il bene.

Di qui il meraviglioso inno di san Paolo nella Lettera ai Filippesi:

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti
che furono in Cristo Gesù,
il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l'ha e
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore,
a gloria di Dio Padre»
(2,5-11).

La contemplazione della gloria di Gesù nella sua morte e risurrezione è la sola che ci dona una visione concreta della realtà. Ci insegna che il male esiste ed è inutile fingere di non vederlo, ma che la vera libertà cristiana è chiamata a lottare contro questo male del mondo in e con Gesù, per trame il bene vivendo lo spirito delle Beatitudini evangeliche e il mistero della croce.