PICCOLI GRANDI LIBRI   CARLO MARIA MARTINI
RITROVARE SE STESSI

C'è un momento nell'anno per fermarsi e cercare

CENTRO AMBROSIANO EDIZIONI PIEMME

1. L'amore di Dio per L'uomo

2. Ascolto e preghiera

3. Il peccato
4. Riconciliazione e conversione
5. Il combattimento spirituale
Le vie dell' avversario
Le intenzioni dell'avversario
Due esempi dell'azione dell'avversario nel mondo
La vita di Gesù come tentazione e lotta
Gesù tentato nel deserto
Le tentazioni di Gesù sulla croce

Tempo di lotta nello Spirito
La conflittualità permanente della vita cristiana
Come affrontare il combattimento spirituale
L'armatura di chi lotta

6. La Pasqua di Cristo

5.

IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE

Le vie dell'avversario

Tutta la storia del mondo è vista nella Scrittura come una grande lotta, un vero e proprio combattimento spirituale, e lo conferma l'ultimo libro della Bibbia, l'Apocalisse:
«Scoppiò una guerra nel cielo; Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli» (12, 7-9).
Possiamo leggere questa lotta come un conflitto di mentalità: Dio al centro oppure l'uomo al centro. Sullo sfondo c'è appunto un avversario che continuamente insidia l'uomo mascherandogli la verità.
Il sostantivo "avversario" traduce il termine ebraico satan; genericamente lo chiamiamo "intelligenza del male", perché il male non è frutto semplicemente di ignoranza, di errori o di trascuratezza. E, piuttosto, opposizione a Dio. E le "vie" dell' avversario sono i mezzi che usa per venire a noi: i suoi disegni, i suoi intenti. Tutto questo non deve sembrare un'idea strana e peregrina. Meditando attentamente la Scrittura ci rendiamo infatti conto che si tratta di un principio importantissimo di interpretazione della realtà.
La molteplicità di nomi che troviamo nella Bibbia indica da una parte la difficoltà di definire tale intelligenza del male e, dall' altra, la multiformità dell'azione dell'avversario.
Un primo nome, a partire dal capitolo 3 della Genesi è il serpente; vuole significare furbizia, capacità di ingannare, di circuire, di accalappiare con ragionamenti speciosi.
Poi il tentatore, colui che cerca di buttare l'uomo nella fossa da cui non riesce più a uscire.
Il nemico, colui che vuole il male dell'uomo, che lo vuole deprimere, umiliare, degradare.
Omicida sin dall'inizio è il nome che Gesù dà all'avversario per sottolineare che si compiace della degradazione umana.
La storia registra esempi terribili di queste forme di crudeltà umana, ma l'uomo non ne sarebbe capace se non fosse istigato da un disegno misterioso.
L’accusatore o il calunniatore, colui che mette sempre in rilievo il male, il negativo, colui che porta alla depressione, all'autoaccusa e all' autolesionismo. E chiaramente l'opposto del «Paraclito» che difende, consola, dà coraggio, fa vedere la mèta, suggerisce le possibilità che l'uomo ha con la grazia. Con questa denominazione di «accusatore» si intende tutta la realtà interiore negativa che dice all'uomo: non ce la farai, non ci arriverai, hai sbagliato strada.
Il divisore, colui che mette divisioni tra le persone, che provoca malintesi. Succedono malintesi a partire da una semplice anfibologia verbale, che possono giungere a lotte di famiglie e di gruppi.
Il mentitore, colui che dice menzogne in maniera così astuta da renderle credibili. A volte capita di sentire calunnie o di vedere espressioni della menzogna umana tali da farci pensare che è all' opera una forza diabolica.

In tutte queste realtà non è necessariamente implicato personalmente satana: ci troviamo però davanti (ecco l'analogia biblica) a quella complessa sfera del male di cui satana è il responsabile.
Le vie del male, quindi, rappresentano la molteplicità di atteggiamenti che intendono disprezzare l'uomo, deprimerlo, degradarlo, scoraggiarlo, traducendosi poi in teorie di scetticismo, di nichilismo, di indifferentismo che arrivano anche a godere del male altrui.

I diversi nomi con cui la Scrittura denuncia la presenza dell' avversario, si concretizzano in delitti, suicidi, in forme di gravi vizi e di mutua soppressione e opposizione tra persone.

Le intenzioni dell'avversario

Ci sono alcuni brani degli Atti degli Apostoli che permettono di comprendere ancora meglio l'intento dell'avversario nei confronti di Dio e del cammino dell'uomo verso la Verità.

- Anzitutto consideriamo la requisitoria di Pietro contro Anania:
«Anania, perché mai satana si è così impossessato del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno?» (Atti 5,3). Notiamo le due frasi in parallelo: «satana si è impossessato del tuo cuore» e «hai mentito allo Spirito santo». Pare che Pietro voglia dire che l'uomo è incapace di mentire allo Spirito santo se non c'è qualcosa che lo stravolge interiormente.
Il testo greco ha un' espressione più pregnante: «Perché ha riempito satana il tuo cuore?». E la parola che viene usata per indicare la pienezza di grazia: come il dono di Dio riempie il cuore e lo fa traboccare di gioia, di entusiasmo, di creatività, di voglia di donarsi, così l'avversario tende a riempire il cuore di amarezza, di paura, di calcolo, di disgusto e di continuate menzogne.
Si svela così l'intenzione dell'avversario: impadronirsi del cuore prima che delle azioni. Gesù ha insegnato che: «dal cuore nascono le azioni cattive» (Marco 7, 22 ss.), come dal cuore nasce l'amore, la bontà, la dedizione. Satana ha di mira il cuore e nessun cuore umano è esente dal suo attacco. Ciascuno di noi sperimenta attacchi di amarezza, di scetticismo, di disgusto, che si aggiornano e diventano a livello e a misura della realtà che stiamo vivendo. Non c'è un tempo nella nostra vita in cui possiamo sentirci fuori dal pericolo dell'avversario: per questo la parola evangelica insiste sulla vigilanza continua.
Una seconda osservazione. L'espressione di Pietro: «ha riempito satana il tuo cuore» ricorda da vicino la descrizione del tradimento di Giuda: «Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo...» (Giovanni 13) 2).
Questa lettura appare strettamente parallela alla nostra e sembra dire: come poteva Giuda tradire Gesù se non vi fosse stata una forza dell' avversario?
In realtà, il brano di Giovanni è più complesso e quella traduzione tiene conto di una tradizione testuale che non è delle più antiche. I codici più antichi (Sinaitico, Vaticano e la stessa Volgata) hanno: «quando già il diavolo aveva messo nel suo cuore» (nel proprio cuore) «che Giuda Iscariota lo tradisse».
È molto interessante perché ci rivela un altro aspetto dell'avversario e lo pone in antitesi con Gesù. Gesù, per così dire, si è già messo nel cuore che deve passare al Padre e vuole amare i suoi sino alla fine. Satana ha messo nel proprio cuore un'altra cosa: che Giuda deve tradire Gesù. Ha visto che Giuda è il più debole, che è un po' amareggiato e scontento, che è al limite della definitiva rottura, che ha fatto dei passi in questa linea e allora si impegna contro di lui.
La lavanda dei piedi diventa così la lotta tra Gesù e satana per salvare Giuda: Gesù compie un gesto di umiltà per riuscire a smuovere l'animo di Giuda che sta per essere invaso dalla tentazione satanica del tradimento. Gesù lotta per l'uomo: lotta per Giuda, non soltanto per Pietro e per gli altri discepoli. Vuol far vedere a Giuda, con un gesto simbolico, che lo ama fino in fondo, che vuole morire per lui, che lo stima, che gli è vicino, che gli è sottomesso quasi come servo. Cerca di conquistarne il cuore, di strapparlo alla forza dell' avversano.
In questa interpretazione leggiamo meglio lo stile drammatico, contrappositivo dell' esperienza cristiana secondo il Nuovo Testamento: la lotta tra Cristo e satana, la lotta tra la luce e le tenebre per il cuore dell'uomo.

- La requisitoria di Paolo, chiamato qui ancora Saulo, contro il mago Elimas che cerca di distogliere il proconsole dalla fede, facendo cioè un'azione tipicamente diabolica. E la via dell'avversario contro la via di Dio.
«Allora Saulo, detto anche Paolo» (nel momento in cui assume la sua funzione profetica contro l'avversario comincia a essere chiamato Paolo), «pieno di Spirito santo» (che gli colma il cuore di consolazione e lo illumina di chiarezza sui disegni di Dio), «fissò gli occhi su di lui e disse: "Uomo pieno di ogni frode e di ogni malizia, figlio del diavolo, nemico di ogni giustizia, quando cesserai di sconvolgere le vie diritte del Signore?"»(Atti 13) 9-10).
La potente invettiva di Paolo ci dà il vocabolario dell'avversario e delle sue intenzioni. Soprattutto interessante è l'espressione: «sconvolgere le vie diritte del Signore». Il Signore ha delle vie per le quali Egli vuole venire all'uomo e che l'uomo venga a Lui. C'è però qualcuno, ci sono delle forze, delle realtà che poi diventano situazioni, persone, gruppi, culture e mentalità, che cercano di sconvolgere le vie del Signore.
È necessario - come dicevo – comprendere bene le analogie bibliche e tutto il tema dell' avversario nella Scrittura. A noi spesso capita di demonizzare subito le persone, le istituzioni o i gruppi. E un errore di fondo che conduce praticamente alla caricatura del discorso sul demonio e alla derisione di un tale modo di interpretare le cose.
La Bibbia, invece, con la sua comprensione dell'uomo, sa che non si tratta di personificare satana in gruppi o istituzioni: ordinariamente è la realtà del male che invade i cuori degli uomini e si manifesta or qui or là, senza che noi possiamo con certezza identificarla.
Se imparassimo ad attenerci alla delicatezza, alla ricchezza, alla molteplicità analogica della Scrittura, comprenderemmo gli atteggiamenti e le situazioni, talora personali, da cui traspare malignità, invidia, gusto del male altrui che superano la media dell'umana debolèzza mostrando così che il male del mondo è all' opera con intelligenza implacabile.

- Un altro passo degli Atti, dove non si nomina direttamente satana ma è richiamata la sua realtà, è il racconto di Simon mago. Pietro e Giovanni sono andati in Samaria e, con l'imposizione delle mani, hanno effuso lo Spirito santo. Allora: «Simone, vedendo che lo Spirito veniva conferito con l'imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro del denaro, dicendo: "Date anche a me questo potere perché a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito santo"» (8, 18-19).
Siamo di fronte a una forma di agire che tocca gravemente la sostanza del Vangelo ed è perciò segno della presenza di una intelligenza del male. È interessante fare un paragone tra il potere che Simon mago desidera avere e il potere che satana offre a Gesù: «Ti darò tutto questo potere» (exusia) «e la gloria di questi regni perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio»(Luca 4) 6). Satana rivendica per sé la «exusia», la conquista di potere sulle cose e sulle persone. Simone chiede un potere assoluto che supera il potere di singoli uomini: il potere di disporre dello Spirito santo. Si tratta dello stesso contesto di prevaricazione. «Ma Pietro rispose: "Il tuo denaro vada con te in perdizione, perché hai osato pensare ,di acquistare con denaro il dono di Dio. Non v' è parte né sorte alcuna per te in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Pèntiti dunque di questa tua iniquità e prega il Signore che ti sia perdonato questo pensiero. Ti vedo, infatti, chiuso in fiele amaro e in lacci d'iniquità» (Atti 8, 20-23).
L'atmosfera è descritta molto bene: Simone si sente rivelare il suo stato interiore di amarezza, di chiusura, di gusto morboso del potere che lo blocca e lo chiude nella sua personalità e c'è come una lotta per strappare questo uomo dalla realtà del male che sta per conquistarlo definitivamente.
«Rispose Simone: "Pregate voi per me il Signore, perché non mi accada nulla di ciò che avete detto"» (v. 24).
Mentre Giuda se ne va con il suo boccone amaro, Simone ha la forza di chiedere preghiere, riconoscendo di essere entrato, al di là forse delle sue stesse intenzioni immediate, in una situazione che sta per travolgerlo. Voleva avere successo, prestigio e invece è entrato a turbare direttamente l'opera di Dio.

Concludendo: il cammino del Vangelo è una lotta di natura sua contrastata. Contrastata nel cuore dell'uomo e contrastata da tutto ciò che come sviluppo storico e mondano delle vie dell' avversario, diventa, secondo le parole di Giovanni, il dominio del mondo, della carne, della concupiscenza. La crescita del Vangelo comporta una lotta alterna in cui bisogna stare sempre all'erta per superare un avversario più forte e più intelligente di noi; perciò è necessario affidarsi alla potenza e alla forza dello Spirito.
Spesso i nostri programmi, le nostre analisi, i nostri risultati non tengono conto dell' opposizione che lavora nel cuore di ogni uomo, a partire dal nostro. Ci muoviamo come se si trattasse di diffondere una dottrina, una conoscenza, un sapere di cui conta soprattutto l'accortezza, la preparazione, la molteplicità dei mezzi, la vastità della risonanza, senza tener conto della lotta corpo a corpo che esige il pagare di persona. La Chiesa, invece, si sente pienamente se stessa quando lotta, soffre e paga di persona: per questo la sua sofferenza è luminosa e splendente.

Due esempi dell'azione dell'avversario nel mondo

- Oggi più che in altri tempi l'umanità comprende che senza una certa unità non può sopravvivere e gli stessi problemi gravi della fame, del sottosviluppo, delle guerre sono segni di un'interdipendenza economica, sociale, culturale, politica. Essa spinge alla comunione tra gli uomini, tra i popoli, evidenzia l'obbligo di fare unità.
Un altro segno di tale tensione inerente alla storia è costituito dai giovani che sentono profondamente l'esigenza di superare ogni barriera, di abbattere le divisioni dovute alle differenze di razza, lingua, cultura e vogliono trovarsi ovunque a loro agio.
Oso dire che l'unità storica verso cui l'umanità va irresistibilmente, pur tra le molteplici agonie e con alterne vicende, è l'ombra, il riverbero della celeste Gerusalemme in questo mondo. Unità da costruire su tutti i terreni come vera missione dell'uomo, perché ha relazione con la realtà eterna della celeste Gerusalemme, da costruire nella forza della carità che unifica il mondo.
Qui, unità come ansia del genere umano e carità come gemito dello Spirito nei cuori si fondono, anche senza identificarsi: tutto ciò che si opera a livello civile e sociale in favore dell'unità viene svelato, purificato e sostenuto, nelle sue tensioni più profonde, a livello della carità che è la forza unitiva dell'umanità.

Tuttavia constatiamo che l'unità, quale ansia del genere umano, è conflittuale, continuamente attaccata, messa in pericolo, è instabile, fragile, sottoposta a prove drammatiche. Non procede tranquillamente e necessariamente, ma corre il rischio della confusione totale e occorre molta fatica per vederla. Ci vuole appunto uno spirito sostenuto dalla fede per coglierla con chiarezza nelle divisioni umane.
Credo dunque che le forze avverse all'unità abbiano la loro spiegazione nell'azione del maligno, di colui che tende a dividere. Non è utile nominare tanto spesso il diavolo, perché il fraintendimento può essere tale da non permettere di cogliere davvero ciò che si vuole di re; ritengo però che la realtà drammatica dell' opposizione all'unità della famiglia umana, e le sue manifestazioni - violenze, soprusi, sfruttamenti, genocidi -, vada indubbiamente compresa come una componente spirituale della storia. In caso contrario non si riuscirebbe assolutamente a spiegare come mai il mondo tende all'unità e intanto viene sempre ributtato nella divisione.
Dobbiamo avere la consapevolezza che le due realtà convivono: bisogno di unità e continui tradimenti di essa. Cogliendo infatti l'intelligenza del male che cerca di separare e dividere, possiamo meglio comprendere di vivere in una permanente conflittualità sapendo che proprio in questa lotta si gioca la fede. Di qui la necessità di discernere le forze unitive e pacificanti che lavorano per l'unità della storia a livello sociale, culturale, politico, ecclesiale, religioso.
La croce di Cristo, momento culminante della lotta, è il luogo in cui l'unità del genere umano viene realizzata nel momento della massima disgregazione e oscurità. La Croce è il punto più significativo del cammino verso l'unità e della drammatica opposizione dove la rabbia disgregatrice e divisiva si scatena contro ogni tentativo di reale unità dei cuori e delle vite. Questa è la città umana, questo il senso dell' esistenza affermato dal cristianesimo. Cercando, al di fuori del mistero della Croce, la purificazione e il raggiungimento della pace propria e con gli altri, nell'ambito di un'inesorabile conflittualità, non si può giungere a una vera comprensione della storia.

- Un secondo esempio lo vediamo nell'incapacità umana a comunicare.
L'uomo è fatto per comunicare e per amare, secondo il disegno creativo di Dio. E ciascuno di noi vive l'immensa nostalgia di poter comunicare a fondo e autenticamente; nessuna persona umana sfugge a questo intimo desiderio che penetra in tutte le nostre relazioni, rimane anche là dove tutto il resto sembra depravato e corrotto. Persino negli abissi della più cupa disperazione e disgusto di sé affiora, come una stella alpina sull'abisso, la voglia comunque di comunicare davvero con qualcuno, di trovare una persona che in qualche modo ci capisca e ci accetti. Questo stigma che portiamo dentro per sempre è un riflesso di Colui che ci ha creati e insieme testimonia le storture che noi abbiamo imposto a tale desiderio, a tale diritto sano.
Il racconto della discesa dello Spirito santo sugli Apostoli nel giorno della Pentecoste e della conseguente loro capacità di esprimersi e di farsi capire in tutte le lingue (cfr. Atti 2) 1-47) è una delle icone più efficaci del dono del comunicare che Dio ci elargisce. Lo Spirito suscita una straordinaria capacità comunicativa, riapre i canali di comunicazione interrotti a Babele e restituisce la possibilità di un rapporto facile e autentico tra gli uomini nel nome di Gesù Cristo crocifisso é risorto. Suscita la Chiesa come segno e strumento della comunione degli uomini con Dio e dell'unità del genere umano.
Ma il dono della comunicazione può essere rifiutato e uno dei motivi che determina questo rifiuto è certamente quello della mancanza di fiducia nella gratuità e sincerità dell' atto comunicativo. Ancora una volta, alla radice del rifiuto c'è l'avversario, il satana che aveva già inculcato il sospetto nel giardino dell'Eden. Aveva infatti detto a Eva: Ma è proprio vero che Dio vi ha comandato di non mangiare da nessun albero del giardino? (cfr. Genesi 3) 1). La frase del tentatore, nella sua paradossalità(come è possibile che Dio abbia proibito ogni frutto?), ha un sottinteso: ci sarà pure una ragione di convenienza personale per cui Dio vi ha proibito almeno uno dei frutti... forse il suo agire non è disinteressato!
È un sospetto, una tentazione che continua ogni giorno nella storia e pervade ogni ambito; si stroncano le amicizie, si separano le famiglie, si rompono i contatti, si violano i patti sacri tra le Nazioni, ci si divide, viene falsata la comunicazione sociale, sono drogate o esagerate le notizie. La comunicazione sbagliata, imperfetta, fuorviante, ha alla base blocchi e rotture comunicative tra le persone e i gruppi: la colpa non è dei mass media in quanto tali.
Di conseguenza occorre in primo luogo risanare i canali comunicativi interpersonali, di gruppo e sociali. La via del risanamento è la via indicataci da Gesù: riconoscere nel suo volto e nelle sue parole l'autocomunicazione di Dio all'uomo. Tutto il mistero creativo e redentivo è un grande atto del comunicare divino, che ci manifesta un Dio unico in Tre persone che possono essere anche designate come Silenzio fecondo da cui nasce la Parola mediante la quale si realizza l'Incontro. Se vogliamo imparare a comunicare, dobbiamo contemplare la Croce, lasciarci folgorare dal Figlio crocifisso e ciò suppone un combattimento spirituale, una vita di fede seria e matura.

La vita di Gesù come tentazione e lotta

Tutta la vita di Gesù è stata una formidabile lotta, una presa di posizione decisa nel grande combattimento contro l'avversario.

Gesù tentato nel deserto

Gli evangelisti Matteo, Marco e Luca descrivono anzitutto l'episodio di Gesù tentato nel deserto.
«Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: "Se sei Figlio di Dio, di' che questi sassi diventino pane". Ma egli rispose: "Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: "Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede". Gesù gli rispose: "Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo".
Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: "Tutte queste cose io ti darò se, prostrandoti, mi adorerai". Ma Gesù gli rispose: "Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto".
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si accostarono e lo servivano» (Matteo 4, 1-11; cfr. Luca 4, 1-13).

La pagina sulle tre tentazioni diaboliche che Gesù ha vinto per noi, per ogni uomo e donna della terra, è densa di significato e su di essa hanno fissato lo sguardo anche gli artisti, i letterati, i poeti. Scrive Dostoevskij, ne I fratelli Karamazov:
«Se si potesse immaginare, solo a modo di ipotesi, che queste tre domande del terribile spirito fossero cancellate senza traccia dai testi, e che bisognasse escogitarle di nuovo e formularle, per inserirle ancora una volta nella Scrittura, e all'uopo si radunassero tutti i sapienti della terra, sommi sacerdoti, eruditi, filosofi... e si dicesse loro: Escogitate tre domande, ma tali che non solo corrispondano alla grandezza dell' evento, ma esprimano in tre parole, in tre sole frasi umane tutta la storia del mondo e dell'umanità, pensi forse che tutta la sapienza della terra riuscirebbe a escogitare qualcosa di paragonabile, per forza e per profondità, a quelle tre domande che realmente furono proposte, quel giorno, dal possente e penetrante spirito del deserto?... In queste tre domande è come riassunta in blocco e predetta tutta la futura storia umana».
Esse sono infatti un simbolo di tutte le tentazioni umane, delle crisi, delle sofferenze dell'umanità.
Gesù si avvia nel deserto per lasciarsi tentare da satana e inizia un periodo di quaranta giorni di digiuno. Quaranta giorni evocano la marcia eroica, al limite delle forze, estenuante, del popolo di Israele che cammina nel deserto. Il deserto è il luogo della solitudine, dello smarrimento, della fame, ed è pure il luogo del silenzio e della preghiera. Gesù si rifugia nella solitudine e vive il digiuno, la penitenza, l'austerità, la fatica, la preghiera, il silenzio.
Ma il deserto è anche un luogo in cui si compiono delle scelte, perché l'uomo viene posto di fronte alle domande esistenzialmente più drammatiche.
Gesù sta per iniziare la sua vita pubblica e, in occasione di questo lungo ritiro in silenzio e in solitudine vuole decidere il suo programma: non penserà a sé, non si preoccuperà del suo corpo, non approfitterà del suo potere miracoloso, ma sarà il Messia umile, obbediente, ascoltatore della parola di Dio.
Risponde quindi al tentatore in tre modi:

- appoggiandosi alla parola di Dio: «Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Deuteronomio 8, 3);

- rifiutando la via facile dei miracoli spettacolari ed entrando nella via nascosta e semplice del dovere quotidiano: «Non tentare il Signore Dio tuo» (Deuteronomio 6, 16);

- rifiutando ogni potere terreno, ogni successo mondano, ogni ricchezza, per proclamare il primato assoluto di Dio, primato che è la radice di tutto ciò che è giusto e retto: «Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto» (Deuteronomio 6, 13). La negazione di tale primato è la radice marcia di una cultura incapace di difendere i valori più sostanziali dell' onestà e di promuovere la vita là dove essa è maggiormente minacciata.

Gesù ha vinto per noi scegliendo la via giusta contro le lusinghe e lasciando la via sbagliata. Egli vive nella sua carne le tentazioni, ma per bruciare le eventuali sicurezze provenienti dalle prerogative e dai privilegi che gli potevano essere attribuiti come "Re messianico", da tutte le convenienze che la fama di taumaturgo poteva procurargli.
Il testo di Luca termina così: il diavolo, «dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato» (Luca 4, 13). Gesù è tentato al principio della vita pubblica come profezia di quanto avverrà alla fine, nell'ultima grande tentazione sulla croce. La sua vita si svolge tra due tentazioni, ma è tutta posta sotto il segno della prova.

È pure molto interessante il brevissimo episodio dell'evangelista Marco sulle tentazioni di Gesù nel deserto, un po' diverso dai racconti di Matteo e di Luca:
«Subito dopo, lo Spirito lo sospinse nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana; stava con le fiere e gli angeli lo servivano» (Marco 1, 12-13). Due versetti scarni, misteriosi, e tuttavia ricchi di simboli e di allusioni.
Il primo personaggio è Gesù, posto al centro della narrazione; il secondo è lo Spirito che lo sospinge (non solo lo conduce); il terzo è satana; il quarto sono le fiere e il quinto gli angeli.
Dunque, in poche righe vengono descritti il cielo, la terra, l'inferno, ed è raro che nei testi evangelici ci sia una simile ricchezza di personaggi terrestri, infraterrestri, uomini, animali.
Ai cinque personaggi va aggiunto chiunque ascolta queste parole, chiunque le vive, e perciò siamo anche noi personaggi del racconto.
Abbiamo già considerato la circostanza temporale dei quaranta giorni e il luogo dove il fatto avviene, il deserto.
C'è però un'espressione assai significativa: Subito dopo. Marco usa spesso questo avverbio: «Subito dopo, uscendo dall'acqua, Gesù vide aprirsi i cieli» (1,10); Simone e Andrea, chiamati da Gesù «subito, lasciate le reti, lo seguirono» (1,16); Gesù vide Giacomo e Giovanni e «subito li chiamò» (1,20); «e subito era nella sinagoga» (1, 23); «e subito, usciti dalla sinagoga, entrarono nella casa di Simone» (1,39).
La versione italiana della Bibbia CEI ha per lo più trascurato tale avverbio, che invece è chiarissimo e puntualissimo nel testo greco. Che cosa significa "subito"? Certamente indica una modalità temporale: immediatamente, senza perdere tempo, senza por tempo in mezzo, repentinamente, in fretta. Ed essendo tanto ripetuta vuole sottolineare pure il modo dell'azione: una successione di azioni rapide compiute da qualcuno che agisce con decisione, con energia, con forza; non azioni fiacche, trascinate, stentate.
Un tale modo di agire è caratteristico delle azioni fatte sotto l'impulso dello Spirito santo, ed è ciò che l'evangelista intende esprimere.
Infatti dice che lo Spirito lo sospinse. L'originale greco ha una parola più pregnante: «Lo Spirito lo gettò fuori nel deserto». Il «gettar fuori», per chi ha familiarità con la Scrittura come l'aveva Marco, ricorda Adamo cacciato dal giardino, buttato fuori nella steppa del luogo incolto. Gesù dunque ripercorre, nella forza dello Spirito, il cammino faticoso dell'umanità per redimerla, per rendersi solidale con l'uomo cacciato dall'Eden, quasi volesse dire all'uomo: lo sono con te, nel luogo della tentazione, della prova, nel luogo del silenzio dove si gusta e si ritrova Dio.

«Stava con le fiere» è un'altra parola misteriosa. Nel contesto della Bibbia sta a significare un armonioso convivere con le forze brute della natura e con gli animali cosiddetti feroci, ossia l'aver riconquistato quell'armonia dell'uomo con la natura che si era perduta con il peccato. Celebre in proposito il brano di Isaia: «Il lupo dimorerà con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto... il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi...» (cfr. Isaia 11, 6 ss.).
Gesù, avendo superata la prova delle tentazioni, ha riconquistato l'armonia, la concordia con tutto quello che, esternamente e interiormente, è distruttivo per l'uomo e fa spavento.

«Gli angeli lo servivano» è l'affermazione che abbiamo già trovato nel racconto parallelo di Matteo (4, 11). È la pienezza di comunicazione tra cielo e terra, in cui al centro c'è Gesù. Scrive l'autore della Lettera agli Ebrei: «Quando Dio introduce il primogenito nel mondo, dice: "Lo adorino tutti gli angeli di Dio"» (1, 6).
Gesù nel deserto viene servito dagli angeli come il Figlio, il primogenito; colui che si è umiliato sotto la tentazione è riconosciuto Figlio di Dio, entra in armonia con il cosmo e per questo gli angeli lo servono.
Qui Gesù è simbolo di ogni uomo che, avendo attraversato il crogiolo della prova, è riconosciuto figlio e riacquista il dominio di sé, delle forze oscure della natura e delle forze oscure della propria psiche, delle forze distruttive che si agitano in lui, e convive armoniosamente con esse, in familiarità con Dio, con gli altri uomini, con gli angeli.

Le tentazioni di Gesù sulla croce

L'ultima grande prova di Gesù ci aiuterà ancora meglio a capire la prima.
Gesù è sulla croce: «TI popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: "Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto". Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell' aceto, e dicevano: "Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso". C'era anche una scritta, sopra il suo capo: "Questi è il re dei Giudei". Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: "Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!"» (Luca 23,35-39).
Notiamo il ritorno del numero tre: tre le tentazioni nel deserto, all'inizio - ripeto - della vita pubblica di Gesù, e tre le provocazioni che rappresentano la voce di satana, rivolte a Gesù quando ormai sta per morire.

- «Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: "Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto"» (v. 35).

- «Se tu sei il re dei Giudei» - gridano i soldati - «salva te stesso» (v. 37).

- E il malfattore: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!» (v. 39).

È facile intuire l'acutezza, la drammaticità di tali provocazioni. Nel deserto il diavolo aveva cercato di farlo desistere dal suo programma di Figlio obbediente pienamente al Padre; ora viene tentato nella sua stessa missione, nel programma che aveva scelto, viene invitato ad approfittare del suo potere per non morire: Forza, approfitta del tuo potere! Mostra se lo hai davvero, se vuoi che ti crediamo, se vuoi che crediamo al tuo Vangelo, sàlvati!
Gesù è tentato in ciò che più gli sta a cuore, è tentato nella sua opera che consiste nel dare la fede. Se accetta di scendere dalla croce, la gente griderà al miracolo e crederà in Dio!
Terribile questo sospetto che satana vuole insinuare in Gesù.
Ma se scende dalla croce, come mostrerà l'immagine di un Dio che sceglie la morte per amore dell'uomo? Darà, è vero, l'immagine di un Dio potente, un Dio del successo, un Dio di cui ci si può servire per nutrire le proprie ambizioni; tuttavia non rivelerà più l'immagine - inedita in tutta la storia delle religioni e che l'uomo da solo non riuscirà mai a pensare - del Dio che serve, che ama l'uomo fino a spogliarsi di tutto per suo amore e ad accettare l'annientamento di sé.
E Gesù, naturalmente, non scende dalla croce. Così vince, anzi vince fin dal primo momento delle tentazioni nel deserto, quando aveva citato i passi della Scrittura che enunciano l'assoluto primato di Dio e della sua Parola.

Tempo di lotta nello Spirito

Gesù ha vissuto e ha vinto le tentazioni per insegnarci che la vita cristiana è, di per sé, una lotta seria, pericolosa e il suo esito è incerto.
Per questo la Chiesa, durante il tempo liturgico che viene chiamato Quaresima, vuole fare recuperare il senso della vita come difesa dalla tentazione, invitandoci alla vigilanza. Nel Nuovo Testamento ritorna frequentemente l'esortazione: «Siate vigilanti!». Concretamente vigilanza significa sobrietà, astinenza, capacità di rinunciare a quelle cose che rendono ottusi e sordi alla parola di Dio ponendoci in balìa delle tentazioni.
Il periodo della Quaresima, infatti, è tutto teso al mistero centrale della Pasqua, mistero al quale si è stati associati con il Battesimo e che si può penetrare sempre più profondamente mediante la quotidiana conversione.
Le opere suggerite dalla Chiesa per il cammino della Quaresima, le opere che esprimono la vigilanza, lo stare in guardia dal nemico, sono la preghiera, il prolungato ascolto della Parola soprattutto nella liturgia, il silenzio e il raccoglimento, il digiuno e l'ascesi.
Noi percepiamo una certa difficoltà sentendo la parola digiuno, una difficoltà che forse trova un appoggio in un testo del profeta Isaia:

«Non digiunate più come fate, oggi,
così da fare udire in alto il vostro chiasso.
E forse come questo il digiuno che io bramo,
il giorno in cui l'uomo si mortifica?
Piegare come un giunco il proprio capo,
usare sacco e cenere per letto,
forse questo vorresti chiamare digiuno
e giorno gradito al Signore?
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene. inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi
e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato,
nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?»
(58, 4b-7).

Il profeta avverte che il Signore vuole il digiuno della carità.
Indubbiamente scopo del digiuno è l'amore, la carità verso tutti i fratelli perché carità è la pienezza della vita cristiana e il suo esercizio è un modo splendido di prepararsi alla Pasqua.
Tuttavia il digiuno corporeo, fisico, ha un'importanza reale, pur se subordinata.
Sant'Ambrogio, poco più di 1600 anni fa, scriveva: «Verrà per noi il giorno della festa e già si avvicina (probabilmente si era all'inizio di una Quaresima)... Nostra vittoria è la croce di Cristo, nostro trionfo è la Pasqua del Signore Gesù. Ma Cristo prima ha combattuto per vincere, non perché avesse bisogno di combattere ma per insegnarci il modo di combattere. La nostra lotta è il digiuno. Anche il Salvatore digiunò... e mise innanzi il digiuno per spezzare i lacci del tentatore». E poi continua, esaltando il significato ascetico cristiano del digiuno: «Grande è la forza del digiuno! E una lotta tanto meravigliosa che il digiunare piacque allo stesso Cristo; tanto efficace da innalzare gli uomini fino al cielo... Che cosa è infatti il digiuno se non la sostanza e il ritratto della vita celeste? Il digiuno è ristoro dell' anima, cibo spirituale, vita degli angeli, morte del peccato, annientamento dei delitti,
mezzo
di salvezza, radice della grazia, fondamento della castità» (dal trattato Elia e il digiuno, nn. 1.2.4).Di fronte a questa esortazione noi ci chiediamo: che significato ha esattamente per noi e in che cosa consiste il digiuno quaresimale che siamo chiamati a vivere più intensamente, benché la Chiesa abbia nel nostro tempo ridotto le esigenze rigorose del passato?
Noi già comprendiamo il significato caritativo e sociale del digiuno: dobbiamo digiunare anzitutto per i fratelli che hanno fame, perché, sottraendo qualcosa a noi, si provveda alle tante e gravi necessità di nazioni e popoli in povertà. TI motivo caritativo suscita le grandi collette quaresimali della carità per le missioni, per la fame, per i poveri.
L'aspetto sociale del digiuno ha poi un suo senso di dignità e di misura: in un mondo segnato dalla miseria, non è giusto esagerare nell'uso di cibo e delle comodità. Dobbiamo però recuperare l'utilità del digiuno per noi, l'utilità propriamente ascetica per l'esercizio della nostra santificazione.
Come è possibile, in una società come la nostra, parlare ancora di pratiche penitenziali come il digiuno?
Per rispondere, occorre riflettere che il digiuno fisico ha una vasta applicazione e, con un po' di buona volontà, possiamo fargli posto nella nostra esperienza quotidiana.

Il digiuno del cibo o della lingua può riguardare evidentemente i pasti, rinunciando ogni tanto a un pasto o riducendolo al minimo. Se ci pensiamo bene, esso riguarda pure le molte cose voluttuarie a cui ci siamo fin troppo abituati: le tante soste al bar senza un motivo reale, ad esempio; il fumo, i gelati; i frequenti caffè durante la giornata. Se in questo campo facciamo qualche rinuncia non ci farà male e ci ricorderemo che stiamo vivendo un cammino con Gesù verso la croce e verso la Pasqua.

Il digiuno degli occhi o delle immagini: è un'altra forma di digiuno assai importante per il nostro benessere spirituale.
Durante la Quaresima, dovremmo saper reagire a una certa epidemia di quella malattia che si chiama «videodipendenza». E la mania di voler vedere tutto; è la televisione aperta per ore e ore in tutte le case, senza alcun rispetto del silenzio, della tranquillità, senza tener conto dei ragazzi e dei bambini. Talora mi capita, visitando qualche malato o in occasione di una visita pastorale, di entrare nelle case e di trovare la televisione accesa mentre nessuno se ne accorge: sembra così ovvio l'accenderla che non viene nemmeno l'idea di spegnerla per l'arrivo di un ospite!
Tutti noi siamo convinti che l'uso indiscriminato della televisione, specialmente nei riguardi dei ragazzi e dei bambini, è assolutamente fuori misura, è una forma di indigestione, di diseducazione alla quale dobbiamo reagire, imparando a scegliere e a discernere. Se cominceremo a farlo, sfuggendo alla tentazione di pensare che sia troppo strano o troppo. puerile, ci accorgeremo che ha un'incidenza sulla nostra vita, sulla preghiera, sui nervi, sulla disciplina dei sensi, della fantasia e dell'immaginazione, assai più grande di quanto crediamo. Si tratta di piccole cose da cui però dipendono le grandi, da cui dipende la capacità delle famiglie di saper educare i figli, e non semplicemente concedere tutto, senza discriminazione.
Il digiuno può essere applicato quindi a molti elementi della nostra vita quotidiana e può essere vissuto con semplicità da ciascuno di noi.
Se poi aggiungeremo dei momenti di raccoglimento, di solitudine, di preghiera più intensa, vedremo che tutte queste cose si collegano e gradualmente creano quella disciplina dello spirito che è l'ambiente, il contesto necessario per una vita davvero spirituale.
Allora la carità, l'amore del prossimo saranno vissuti a partire da un certo rigore dello spirito che darà maggiore verità ai nostri gesti di amore; li renderà più duraturi, più sinceri, più forti, più capaci di superare le difficoltà e di oltrepassare i momenti di noia o di stanchezza perché nasceranno da una disciplina interiore coltivata con assiduità e con coraggio.
Una disciplina che tempra l'uomo interiore e lo rende pronto alla lotta della vita, a fare della vita un atto reale di servizio e di disponibilità che arriva, nella Chiesa, fino alla persecuzione e al martirio.

La conflittualità permanente della vita cristiana

- Una parabola evangelica ci presenta, a proposito della lotta spirituale, la concorrenza spietata tra il buon grano e la zizzania:
«In quel tempo Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per chiedergli: "Spiegaci la parabola della zizzania nel campo"» (Matteo 13,36).
Era una parabola che aveva messo in difficoltà i discepoli i quali speravano ancora in un Gesù trionfatore e restauratore politico, perché diceva: «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco, apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: "Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania?". Ed egli rispose: "Un nemico ha fatto questo". E i servi gli dissero: "Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla?". "No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altra crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio"» (Matteo 13, 24-30).
Gesù, dunque, su richiesta dei suoi, la spiega:
«Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del Regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. Come quindi si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel Regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!» (Matteo 13, 37-43).
Grano e zizzania tendono ambedue a vivere e la zizzania tenta di soffocare il buon grano. L'esistenza cristiana non va intesa come un semplice cammino educativo che procede da luce in luce sempre maggiore; è conflittuale, è una lotta incessante tra luce e tenebre, tra bene e male, una lotta dura e faticosa che mette a prova la nostra fede, speranza e carità.
Nello stesso tempo la parabola ci insegna che non sta a noi giudicare, bensì accettare tale situazione pazientando, resistendo, sopportando. Resistere al male richiede un combattimento non da poco.
Agostino d'Ippona ha commentato spesso la parabola della zizzania per difendersi dall' accusa di certi zelanti che denunciavano la sua comunità di essere tiepida, neghittosa. In quell'epoca la religione cristiana, terminate le persecuzioni, era non solo tollerata, ma addirittura protetta e perciò la gente aveva convenienza a farsi battezzare. Incominciavano cioè le difficoltà di una Chiesa di massa, che raccoglie tutti: i maturi nella fede, i deboli, gli sprovvisti, gli entusiasti e gli zelanti, i tiepidi e i lenti.
Gesù però ci avverte fin dall'inizio che anche questa è la comunità cristiana. E vero che in altri passi del vangelo di Matteo ci dirà che a mali estremi occorre provvedere con estremi rimedi; quando, per esempio, il fratello non ascolta né in privato, né di fronte a due testimoni, né di fronte all' assemblea, bisogna allontanarlo (cfr. Matteo 18) 15-17). Resta comunque altrettanto vero che la Chiesa arriva alla scomunica soltanto per motivi gravissimi, in casi assolutamente straordinari. Altrimenti sopporta, ed è dura la sopportazione.
Un terzo insegnamento della parabola: dobbiamo sentire il dramma della lotta tra Dio e satana che si sta svolgendo nella storia. Un combattimento senza esclusione di colpi, per il quale Cristo muore sulla croce.
Non c'è tregua, non c'è armistizio tra luce e tenebre: si affrontano notte e giorno, dal mattino alla sera e dalla sera alla mattina. Quando ti alzi, la lotta è già presso il tuo letto, e non ti abbandona neppure di notte; si svolge anzitutto dentro di noi che siamo il primo campo dove sono seminati il buon grano e la zizzania, e a essa dobbiamo prepararci ogni giorno con cuore rinnovato. Non c'è tentazione, non c'è prova che venga risparmiata a chi vive il Vangelo.

- Il termine "prova" ha un vocabolario ricchissimo nella versione greca del Nuovo Testamento e questo fatto è già significativo.
Peirasmos, che vuol dire anche «tentazione», viene tradotto spesso con «prova»: «Avete perseverato con me nelle mie prove» dice Gesù agli apostoli in Luca 22) 28. Di per sé il vocabolo sottolinea che siamo tentati in noi e fuori di noi, dalla nostra sensualità, avarizia, vendicatività, da circostanze esterne oppure dal maligno che cerca di confonderci e di travolgerci.
Un altro vocabolo assai frequente è thlipsis, cioè «tribolazione», «oppressione», l'essere schiacciati tra due pesi fino a soffocare.
Ancora, nel Nuovo Testamento occorre il vocabolo diogmos, «persecuzione» dove il riferimento è a una potenza esterna che perseguita, incalza, dà la caccia.
Infine, asthéneia che significa tutte le forme pesanti di debolezza che rendono difficile il proseguimento del cammino.
Debolezze morali, per esempio il peccato: «Mentre eravamo ancora peccatori», in greco asthenon, deboli, «Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito» (Romani 5, 6). Debolezze fisiche, come malattie, talora durissime. Tutte le debolezze psichiche, palesi o nascoste, che ci opprimono, ferite interiori piccole e grandi che ci turbano impedendoci di vivere quietamente, che interferiscono nei rapporti con le persone, guastandoli. Tutte le forme di debolezze sociali, ossia il fatto di non avere potere e di dover dipendere da chi lo ha.
Infine, poiché abbiamo considerato la parabola del buon grano e della zizzania, vorrei ricordare un altro particolare interessante: la parola peirasmos è connessa molte volte con la parola upomoné, cioè pazienza, perseveranza. Spesso nella prova non si può che resistere, rimanere (ménein) sotto (upo), ed è già una vittoria.

- Potremmo pensare alle tante prove vissute da Gesù, oltre alle tentazioni proprie del diavolo.

- Prove personali. I farisei domandano un segno dal cielo e Gesù «gemendo dal profondo dell' anima, disse: "Come mai questa generazione domanda un segno?"» (Marco 8) 12). Quando viene portato a Gesù l'epilettico indemoniato che i discepoli non hanno potuto guarire, egli esclama: «Generazione incredula... fino a quando sarò in mezzo a voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?» (Marco 9) 19). E strano sentirgli dire: Ne ho abbastanza di voi. Il brano più sconvolgente è in Marco 14) 33-34, quando Gesù si avvia verso il monte degli Ulivi, giunge in un luogo chiamato Getsémani, prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e poi «cominciò a provare paura e angoscia. E disse loro: "La mia anima è triste da morirne; restate qui e vegliate"». Gesù è entrato nel momento in cui si vorrebbe abbandonare tutto e domanda a noi, attraverso la richiesta fatta a Pietro, Giacomo e Giovanni, di non lasciarlo solo, ma di condividere in qualche modo la sua prova.

- Prove politiche e sociali. Gesù ha avuto contro tutte le autorità. Nessuna lo ha capito veramente e fin dall'inizio i capi politici e religiosi hanno avvertito nei suoi confronti almeno del disagio. Egli non ha nulla contro l'autorità, non si avvale mai della sua popolarità per mettere la gente contro di essa, non disobbedisce alle leggi. La malevolenza nei suoi riguardi e che porterà i capi alla decisione di crocifiggerlo è inspiegabile, e va vista alla luce del piano divino di salvezza. Comunque Gesù non si lascia fermare dalle autorità; per esempio, allorché, al termine del suo difficile discorso nella sinagoga di Cafarnao, viene cacciato fuori dalla città e condotto sul monte per essere gettato dal precipizio, «passando in mezzo a loro, andò per il suo cammino» (Luca 4, 30).

- Prove familiari. I fratelli e i parenti di Gesù non lo capiscono e non gli danno appoggio né consolazione. Quando sentono dire che, a causa della grande folla che lo cercava, non aveva neppure il tempo per mangiare, vanno a prenderlo pensando che fosse fuori di senno (cfr. Marco 3, 20-21).
Una prova più dura per Gesù è dovuta all'incomprensione dei discepoli, di coloro che aveva scelto perché stessero con lui. Marco 14, 18 ss. descrive bene l'insuccesso dell' amicizia, sperimentato da Gesù. Prima il traditore, Giuda, poi la fuga degli altri apostoli e il rinnegamento di Pietro. Gli amici più cari, i più amati, l'hanno lasciato solo, non hanno fatto nulla per alleviargli la prova.
Gesù dunque ha vissuto due profondi dolori: lo scacco nella predicazione e quello nell' amicizia. I suoi, gli apostoli, i discepoli non avevano assimilato col cuore il messaggio del Cristo ed era necessario che ,desse la vita per loro. E questo il centro del Vangelo: bisognava che il Figlio di Dio donasse la vita affinché gli uomini potessero capire l'amore del Padre.

Come affrontare il combattimento spirituale

Per affrontare e vivere nella quotidianità il combattimento spirituale proprio di una fede adulta, occorre anzitutto accogliere fino in fondo il discorso di Gesù sul regno di Dio, e accoglierlo come logica divina, non semplicemente come nudo fatto. Scrive san Paolo alla C9munità di Corinto: «La parola della croce è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, è potenza di Dio» (1 Corinzi 1, 18). E una parola capace di dividere la gente, di far sì che certe persone alzino le spalle e la rifiutino, mentre altre giungano ad assimilare il messaggio evangelico.

Ci lasciamo aiutare dalla figura di Pietro che non accetta il mistero della croce. Pietro è colui che all'inizio alza le spalle e che solo dopo la morte di Gesù lo comprenderà diventando apostolo, martire, roccia della Chiesa. La fatica vissuta da Pietro è simbolo di tutte le nostre fatiche nei confronti del combattimento, della lotta spirituale. Una fatica provata anche da Paolo: quando cominciò a predicare, si limitò a parlare di Gesù come un uomo straordinario, che faceva del bene, che risanava, ma trascurava il discorso della croce. Infatti ad Atene, luogo di cultura raffinata, si, esprime in modo saggio, filosofico, senza nominare mai le difficoltà della vita cristiana, l'impegno a entrare nel mistero della croce. Il suo discorso, però, è un grande fallimento; lascia Atene, si reca a Corinto con il cuore amareggiato e deluso e finalmente intuisce di aver sbagliato nell' emarginare il centro del Vangelo. Così, la sua prima Lettera ai Corinzi è uno splendido inno alla sapienza della croce.
Sempre a proposito di Pietro, leggiamo in Marco:
«Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: "Chi dice la gente che io sia?". Ed essi gli risposero: "Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti". Ma egli replicò: "E voi chi dite che io sia?". Pietro gli rispose: "Tu sei il Cristo". E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare.
Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: "Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini"» (Marco 8, 27-33).

L'episodio è diviso chiaramente in due parti: la prima comprende le domande di Gesù ai discepoli; la seconda, il discorso della croce fatto da Gesù e la reazione negativa di Pietro.

- Il contesto geografico del brano di Marco ci è dato rapidamente: Gesù parte, con i discepoli, verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo. Una zona che non è nominata altrove nei vangeli, e abitata, almeno sembra, da pagani. Gesù non è conosciuto in quei luoghi e nessuno si accorge di lui. Per questo può tranquillamente occuparsi dei suoi discepoli dedicandosi alla loro formazione.

- L'interrogazione. Gesù li forma non solo attraverso insegnamenti, ma con esercizi pratici, facendo emergere da ciascuno degli apostoli qualcosa di importante. Qui, fa una domanda decisiva: «Chi dice la gente che io sia?» (v. 27).

- La risposta evoca alcune figure di uomini di Dio, persone che parlano in nome del Signore, come appunto Giovanni Battista, Elia, altri profeti. La gente interpreta giustamente Gesù, secondo una categoria religiosa e profetica: è un uomo che è tra noi in nome di Dio.

- La replica. Egli tuttavia insiste: «Ma voi chi dite che io sia?» (v. 29). Fin dove giunge, cioè, la vostra conoscenza di me? Possiamo pensare che alla nuova domanda segua un silenzio un po' imbarazzato, timoroso, da parte degli apostoli. A un certo punto, però, c'è la folgorazione di Pietro: «Tu sei il Cristo». Gli altri sono profeti parziali, mediatori per tempi contingenti della storia; tu sei il mediatore assoluto, tu sei la chiave della storia, sei colui che riassume in sé tutta la storia precedente e spiega quella che verrà.
La risposta di Pietro è altissima, è un grande atto di fede. Gesù però non è soddisfatto. Non nega l'affermazione, ma vuole che non si parli di lui prima che abbia chiarito bene che cosa si deve intendere dicendo: "il Cristo". Viene alla mente il discorso della Montagna: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel
regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matteo 7) 21). Chi mi proclama Cristo non può pensare di essere salvo, se non comprende il significato di tale parola.

- «Cominciò a insegnare che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire» (v. 31).
Si entra nella seconda parte del brano e Gesù inizia un insegnamento nuovo, mai fatto prima e che continuerà in seguito.
Nel cuore degli apostoli si crea smarrimento, perché "Figlio dell'uomo" è un titolo tratto da una famosa pagina del profeta Daniele, in cui il Figlio dell'uomo appariva dalle nubi del cielo, come il termine glorioso del cammino del popolo di Dio, come la risoluzione di tutte le tragedie storiche in una glorificazione dell'opera divina (cfr. Daniele 7, 13-14).
Secondo Gesù, invece, questo Figlio dell'uomo «doveva molto soffrire». La parola è dura, anche se rimane vaga, ed evoca dolore; il Cristo non ha anzitutto un destino di successo, di capacità di rovesciare tutto a suo favore.
E la sofferenza viene specificata: soffrirà nel senso che sarà riprovato. E brutto per un uomo essere respinto; possiamo avere delle malattie dolorose e però gli altri ci stanno vicini, ci accettano. La sofferenza di Gesù è più dolorosa perché si tratta di sperimentare la divisione, l'ostracismo, il rifiuto della gente.
Un rifiuto non da parte dei peccatori, di persone svagate che non conoscono Dio, ma da parte di tre categorie di uomini: gli anziani, i sommi sacerdoti, gli scribi. In termini a noi comprensibili, da parte del potere politico, religioso, intellettuale e culturale. Verrà messo al bando da tutto ciò che rappresenta il prestigio, la responsabilità pubblica e civile.

- E «poi venire ucciso». Gesù viene addirittura eliminato, e la sua missione si chiude così.

«E, dopo tre giorni, risuscitare». Ora il discorso è difficilissimo e travalica tutte le esperienze possibili. Perché soffrire tanto per poi risuscitare? Che cosa vuol dire risuscitare?

- Gesù «faceva questo discorso apertamente» (v. 32). Le parole riversate nei cuori smarriti dei discepoli, fanno loro intendere che forse il Maestro aveva già accennato velatamente al tema. Cominciano a capire, ad esempio, le parabole precedenti: il regno di Dio è come un seme che viene calpestato dalla gente, soffocato dalle spine, beccato dagli uccelli. Gesù parlava della Parola, ma parlava anche di sé, della sua via alla croce. Il Regno dei cieli è come un granello di senapa, che nessuno considera, che si butta via, e a un tratto cresce, inaspettatamente. Gesù parlava di sé (cfr. Marco 4, 1-7.30-32).
Il discorso del regno di Dio si va chiarendo: è il discorso di Cristo, Messia, Signore, Salvatore, che passa attraverso la povertà e l'insignificanza spiegate in riferimento al Regno.
Gesù riprenderà continuamente, nel resto della sua vita, questo tema e lo riprenderà dopo la sua morte, in particolare nel vangelo di Luca parlando ai discepoli di Emmaus: «O stolti e tardi di cuore a credere a quanto avevano detto i profeti! Non bisognava che il Cristo soffrisse ed entrasse nella sua gloria? E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Luca 24,25-27).
Non è dunque un discorso di poche parole: soffrire, essere respinto, venire ucciso, risorgere. E sintetico e si può allargarlo richiamando l'insegnamento di Mosè e dei profeti. E il discorso cristiano per eccellenza: tutta la Bibbia è da leggere come riassunta in Gesù crocifisso e risorto. «"Queste erano le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi". Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: "Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno"» (Luca 24,44-46). Ecco il modo in cui le Scritture presentano Gesù. Ecco che cosa significano le parole: «Faceva questo discorso apertamente».
La Chiesa primitiva lo riprenderà, Paolo lo ripeterà, e costituisce l'affermazione centrale del Credo: «Per noi si fece uomo, patì sotto Ponzio Pilato, morì, fu sepolto, risuscitò secondo le Scritture».
Quando noi diciamo: Gesù è la soluzione di tutti i problemi umani, forse non comprendiamo davvero. Gesù risolve i problemi umani mediante la sua sofferenza, la sua morte, la sua risurrezione, e solo se lo seguiamo su questa strada con fiduciosa dedizione possiamo dire con verità quella espressione.

- «Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo». Che Gesù venga rimproverato da un apostolo è un caso unico nei vangeli. Un episodio simile accade nella casa di Betania, quando Marta rimprovera il Maestro perché la sorella non l'aiuta; ma Marta, in quel momento, è nervosa, irritata e butta fuori ciò che le viene in mente al primo colpo. Pietro, invece, no; Pietro ha fatto una professione chiarissima di fede. Tuttavia non fino a quel punto.
Che cosa avrà detto Pietro nel rimproverarlo? Penso ad argomenti che possiamo trovare, per esempio, nel libro di Giobbe: «Perché mi hai tratto dal seno materno? Fossi morto e nessun occhio m'avesse mai visto!»(Giobbe 10, 18). Oppure alle parole dei discepoli di Emmaus: Credevamo che costui redimesse Israele, che ci desse vittoria, trionfo, successo, e invece niente di tutto questo (cfr. Luca 24,21).
Pietro avrà avvertito Gesù che stava perdendo gli amici, che parlando così non si sarebbe fatto conoscere, che stava presentando un'immagine di sé e di Dio che gli apostoli non avrebbero accettato. Dio, diceva Pietro, è il Dio della gloria, il Dio della capacità di rovesciare i nemici, mentre tu parli di essere respinto, di perdere.
Siamo al momento drammatico del discorso della croce, perché l'uomo, anche l'uomo ecclesiastico come Pietro, vuole un Dio che sia solo successo, trionfo, e non accetta il seme che cade nella terra e muore, non accetta il lievito nella pasta, non accetta il granello di senapa.

- «Ma Gesù, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: "Lungi da me, satana!"» (v. 33).
È inaudito che nei vangeli il Signore chiami qualcuno "satana". Non l'aveva mai fatto, neanche con i più grandi peccatori, neanche con gli scribi e i farisei. La sua è una parola incredibile, tagliente.
Che cosa intende dire? Intende dire che Pietro, respingendo il discorso della croce, rifiuta di aprire all'umanità le vie della vita. Proprio come satana che non vuole il bene dell'uomo, perché è dal principio omicida, invidioso, è colui che apre all'uomo le vie della morte.
C'è di più: tu, Pietro, - continua Gesù - credi di interpretare Dio, ma il mio Dio, il mio Padre ama l'uomo fino a dare il suo Figlio nella morte. Dio Padre ama tanto l'uomo da dare il suo Figlio anche se l'uomo lo respinge, ama tanto l'uomo da offrirgli ugualmente il perdono.
Qui è in gioco l'immagine stessa di Dio; un'immagine che in Pietro è ancora un po' falsata, caricaturata, confusa, e che pure in noi, di fatto, è un po' falsata portandoci spesso a conclusioni sbagliate sulla vita.
Noi, che professiamo nel Credo «Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra», non abbiamo la vera immagine di Dio fino a quando non abbiamo fatto questo passo cristiano-evangelico dell' accoglienza della via della croce.

- «Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Viene richiamata la grande parola di Isaia: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (55, 8).
Pietro vuole distorcere le vie di Dio, gli dice come deve essere, come si aspetta che sia Dio. Ma è Dio che si rivela all'uomo: lo sono per te, sono con te, io sono Gesù crocifisso e risorto.
Dio si identifica con la figura del Crocifisso risorto, non con un qualunque idolo vittorioso, con un qualunque simbolo di benessere, con una qualunque promessa pseudo-messianica. Dio si identifica solo con Gesù, crocifisso, morto e risorto.
Il salto di qualità nella fede, richiesto a Pietro, è proposto a ciascuno di noi. L'esistenza cristiana non significa offrirsi allo scacco, all'insuccesso, per un certo gusto masochistico della sofferenza. Esige invece una completa disponibilità del cuore, che accetti di essere rifiutata dagli altri e sia perseverante fino all'ultimo. Ne deriva che il cristiano non è coinvolto nella passione di Gesù per il mondo solo perché aiuta chi soffre, perché serve, perché è efficiente nella lotta contro l'ingiustizia, ma perché è disposto a lasciarsi mettere in questione come persona, a lasciarsi travolgere dalla vocazione evangelica fino a diventare egli stesso Parola rifiutata, messa a tacere.
Il massimo servizio che il cristiano può compiere è quello di Gesù: offrire la disponibilità di Dio per l'uomo, vivere la disponibilità dell' ascolto e dell' amore accettandone tutte le conseguenze. In altre parole, il sacrificio cristiano è lasciarsi versare in libagione come scrive Paolo nella seconda Lettera a Timoteo (4,6) -, è l'offerta della propria vita e del proprio impegno. Questo paradosso, difficile da esprimere, e delle cui formulazioni non dobbiamo mai abusare per facili ragionamenti, non è frutto dei nostri sforzi, ma è suscitato in noi dallo Spirito. E va però chiesto nella preghiera, nella supplica, nella quale soltanto giungiamo a comprendere qualcosa della passione di Gesù), della sua vita attraversata da tentazioni e da prove. E la tappa decisiva della conversione, che ci permette di entrare nella passione del mondo, dando un senso alle fatiche dell'uomo per migliorare il cammino dell'umanità. È il frutto del quotidiano combattimento spirituale.

L'armatura di chi lotta

La fragilità e la vulnerabilità della creatura umana sono tali da rendere necessaria un' armatura per chi vuole impegnarsi nella lotta contro il nemico di Dio, l'avversario del Vangelo.
Consideriamo un testo fondamentale di san Paolo nella Lettera agli Efesini:
«Attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell' armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.
Prendete perciò l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere» (6, 10-20).

È una pagina molto densa e con diverse metafore e bisogna capire quali realtà voleva annunziare attraverso di esse alla comunità di Efeso, una comunità entusiasta per quanto Paolo aveva detto nei capitoli precedenti della Lettera e che si chiedeva: come fare per vivere davvero secondo il piano di amore salvifico di Dio?

- Paolo allora inizia a rispondere con due esortazioni: fortificatevi nello Spirito e rivestitevi dell' armatura di Dio.
L'esortazione ad armarsi la troviamo anche in altre due lettere paoline (Romani 13, 12 e II Corinzi 10,4), ma qui viene svolta maggiormente la metafora della panoplia, dell' armatura completa del servo di Dio, di colui che vuole lottare come e con Gesù.

- Nella seconda parte del testo, ci viene spiegato, il motivo delle due esortazioni. Dobbiamo armarci appunto perché la nostra lotta è una lotta spirituale, contro i principati, le potestà, gli spiriti maligni. Possiamo tradurre facilmente queste espressioni in una realtà comprensibile perché essa è di evidenza quotidiana. Dobbiamo vivere in un' atmosfera lo spazio tra terra e cielo invasa da elementi maligni, contrari al Vangelo, nemici di Dio. L'atmosfera in cui viviamo è satura di potenze contrarie a Cristo e quindi la lotta si annuncia difficile. Questa mentalità, questa atmosfera che è frutto in parte della potenza del male e in parte dell'uomo soggiogato dalla potenza del male, crea una situazione nella quale siamo immersi e che ci minaccia da ogni lato.

- In una terza parte, l'armatura viene descritta con sei meta/ore: la cintura, la corazza, i calzari, lo scudo, l'elmo, la spada. Prima di esse però c'è un'altra esortazione: «State in piedi», in atteggiamento di prontezza, come una persona pronta alla battaglia.
La prima metafora è la cintura della verità. Quale verità è arma per noi? Per capire bene bisogna notare che questa metafora e pure le altre sono attinte largamente dall'Antico Testamento. Chi scriveva questo brano conosceva a memoria interi passi e ne supponeva la conoscenza nei suoi lettori.
Soprattutto due brani sono utilizzati per la descrizione: il primo è tratto da Isaia 11, il germoglio di Jesse, del quale viene descritta la veste, il modo di presentarsi e di combattere; il secondo è tratto da Isaia 59, in cui si descrive, a un certo punto, l'armatura di Dio. Nell' Antico Testamento, quindi, è l'armatura di Dio stesso, oppure dell'inviato, del prediletto di Dio, a essere descritta. .
Qui l'armatura di Dio è trasferita al servo di Dio, a colui che segue Gesù. Dice Isaia 11, 5: «Cintura dei suoi fianchi è la fedeltà» (trad. della CEI); nella Bibbia dei LXX il vocabolo usato è alétheia, la verità, e il testo greco lo riporta esattamente.
La verità di cui si cinge come di una veste stabile colui che combatte è la coerenza; quella fedeltà che è coerenza piena, stile coerente di vivere e di agire.
Per poter combattere contro l'atmosfera maligna, l'atmosfera pestifera nella quale viviamo, occorre essere
armati di una profonda coerenza tra ciò che proclamiamo e ciò che dobbiamo internamente sentire e vivere tra noi.
È vero che un profondo confronto tra coerenza interiore ed esteriore farà talora riconoscere di essere lontani da ciò che diciamo, ma l'umiltà del riconoscerlo è già un aspetto della coerenza, è un modo di mostrare che desideriamo averla.
La metafora seguente è la corazza della giustizia. In Isaia 59, 17 si descrive l'armatura di Dio. Dio si è rivestito di giustizia come di una corazza.
La giustizia è espressa come l'attività di Dio che salva i poveri e umilia i peccatori. Dio che impetuosamente compie le sue opere, che è salvezza e punizione. Nella nostra situazione, dovremmo tradurla come il partecipare allo zelo di Cristo per la giustizia del Padre. Questa corazza che ci cinge completamente, che ci difende, è il rivestirci di quei sentimenti che fanno gridare a Cristo per le strade di Palestina: «A Dio ciò che è di Dio»; che gli fanno proclamare la giustizia del Padre e, come giustizia, l'opera di salvezza per chi si pente e il castigo per chi non si pente. Per noi, il partecipare all'intimo zelo di Cristo per la giustizia del Padre, è la corazza che ci cinge, ci avvolge, ci difende dai nemici.
La terza metafora: calzati i piedi di alacre zelo per il Vangelo della pace, descrive una situazione. Pronti a partire per l'annuncio del Vangelo della pace. La realtà della metafora è la prontezza a portare il Vangelo: «Come sono belli i piedi del messaggero che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza...» (Isaia 52, 7).
Fuori di metafora viene indicato l'ardore, il desiderio di predicare il Vangelo, sapendo che è benefico per gli uomini e che porta loro la pace. Quindi anche la gioia di chi ha trovato il tesoro (la donna che ritrova la dramma e chiama le vicine piena di gioia: Luca 15, 8 ss.). È una caratteristica importante del ministero del Vangelo, soprattutto oggi, in cui il "pluralismo" quando diventa pluralismo filosofico, culturale, religioso - sembra in qualche modo togliere l'ardore di annunziare il Vangelo della pace.
Qualcuno vorrebbe addirittura sostituire e correggere l'imperativo di Matteo: «Andate e predicate a tutte le genti» (Matteo 28) 19) con l'esortazione: «Andate e imparate da tutte le genti», perché ci sono valori ovunque e - si dice - non conta tanto portare il messaggio quanto ascoltare umilmente ciò che gli altri hanno da dirci. Così si rischia di perdere l'ansia di predicare il Vangelo della pace.
Ci chiediamo se ci sia una soluzione a tale difficoltà. La soluzione c'è e non è certamente quella di abolire il pluralismo. Credo anzi che quanto più cresce il dialogo, tanto più deve crescere l'approfondimento della vita evangelica. Se le due realtà crescono insieme, allora è possibile ed è facile conciliare un immenso rispetto per tutte le culture, razze, valori, con un immenso ardore di portare il Vangelo, che è una proposta trascendentale, non commensurabile con nessun altro valore ma capace di illuminarli e trasformarli tutti.
Quarta metafora: in tutte le occasioni, impugnate lo scudo della fede. I dardi infuocati lanciati dal maligno (l'espressione è presa dal Salmo 11) sono la mentalità del mondo di peccato che, dal mattino alla sera e dalla sera al mattino, ci circonda e ci invita a interpretare cose e situazioni della nostra vita con metri esclusivamente psicologici, sociologici, economici, assalendoci da ogni parte per toglierci il tesoro della fede.
Lo scudo per opporsi a tale mentalità è lo scudo della fede, cioè la considerazione evangelica di tutta la realtà umana, continuamente richiamata.
Quinta metafora: l'elmo della salvezza, anzi l'elmo dell'opera salvifica, come dice il testo greco. L'espressione è presa da Isaia 59, 17, e in Isaia vuol dire che Dio è pronto a salvare. Il greco ha un verbo, déxasthe, che vuol dire accettare l'elmo della salvezza: accettate l'azione salvifica di Dio in voi come unica vostra protezione, unica vostra speranza; vi protegge il capo perché essa è la cosa più essenziale.
Sesta metafora: la spada dello Spirito che è la parola di Dio. Cos'è la spada dello Spirito? Isaia 49, 2 parla di «bocca come spada»; Ebrei 4, 12 parla di «spada come parola»; infine Isaia 11, 4 dice che «con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio».
La parola di Dio non è qui il logos, cioè la predicazione, ma il rema, cioè gli oracoli divini.
Penserei come «spada dello Spirito» non tanto la predicazione di Gesù, ma la sua lotta contro satana, quando si difende citando gli oracoli di Dio: «Sta scritto...»; gli oracoli di Dio furono per lui, e sono per noi, difesa.
Allorché siamo assediati dalla mentalità del mondo che ci vorrebbe fare interpretare tutte le cose in maniera puramente umana, dobbiamo ricorrere ai grandi oracoli di Dio nella Bibbia per avere una parola di chiarezza su queste cose e respingere le interpretazioni sbagliate della storia del mondo e della nostra esistenza.

- Nella parte finale del brano si legge un' esortazione intensissima alla preghiera. Abbiamo detto che la caratteristica specifica della preghiera cristiana consiste nel fatto che essa parte da Cristo ed è mossa, guidata dallo Spirito. Bisogna pregare incessantemente, di continuo; il termine "preghiera" sta a indicare tutto il nostro rivolgerci a Dio e comprende anche la preghiera di domanda; il termine "supplica" nel Nuovo Testamento ricorre unito all' esperienza del digiuno, e sottolinea i momenti più intensi, più sofferti, più attivi, più sentiti da colui che prega.

Occorre inoltre vigilare nella preghiera affinché non sia abitudinaria o una sorta di monologo con se stessi, ma consapevolezza di essere davanti a Dio. E va fatta con perseveranza perché è una vera lotta da affrontare con coraggio e con costanza.
Interessante l'invito di Paolo a pregare per tutti i santi,cioè a sentirsi solidali con tutti coloro che combattono insieme a noi per la fede.

Mi sembrano utili, a questo punto, quattro osservazioni.

- Anzitutto che noi ci troviamo in una situazione rischiosa; è rischioso e pericoloso vivere il Vangelo fino in fondo. Avere il senso del rischio, delle difficoltà è realismo, un realismo che ci permette di vedere le vie dell' avversario, le vie attraverso le quali il mondo è portato al male, ma sentendoci pieni della forza di Dio. Una profonda analisi e sintesi del mistero della perversione, fatta con l'aiuto della sacra Scrittura, ci mette davanti alle avversità senza paura perché sappiamo cogliere, insieme alla vastità del male, la potenza di Cristo che opera continuamente nella storia.

- Seconda osservazione: si tratta di una lotta che non ha né sosta, né quartiere, contro un avversario astuto e terribile che è fuori di noi e dentro di noi. Questo, oggi, lo si dimentica spesso, vivendo in un'atmosfera di ottimismo deterministico per cui tutte le cose devono andare di bene in meglio, senza pensare alla drammaticità e alle fratture della storia umana, senza sapere che la storia ha le sue tragiche regressioni e i suoi rischi i quali minacciano proprio chi non se l'aspetta, cullato in una visione di un evoluzionismo storico che procede sempre per il meglio.

- La terza osservazione: solo chi si arma di tutto punto potrà resistere, dal momento che il nemico si aggira attorno a noi per scoprire se c'è almeno un varco aperto, se c'è almeno un elemento mancante nell' armatura così da farci cadere nel combattimento.

- L'ultima osservazione, assai importante: tutte le armi, tutti gli elementi dell'armatura vanno continuamente affinati nell' esercizio della preghiera che non li supplisce - non supplisce lo zelo, l'impegno, lo spirito di fede, la capacità di donarsi -, ma è la realtà nella quale tutti sono avvolti e vengono ritemprati per la lotta.