LE VIRTÙ
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| Fede | Speranza | Carità |
LA SPERANZA (*)
Premessa
Desidero iniziare la riflessione sulla speranza raccontandovi
un'intuizione, molto semplice, che ho avuto trentaquattro anni fa, nel 1959,
celebrando per la prima volta la Messa al Santo Sepolcro, a Gerusalemme. Si
tratta di una piccola cella e per entrarvi bisogna curvarsi a fatica. In quel
luogo misterioso e affascinante si venera la pietra su cui è stato deposto il
corpo di Gesù morto. Era il 13 luglio, anniversario della mia ordinazione
sacerdotale, tra le quattro e le cinque del mattino. Ricordo ancora con grande
impressione il pensiero che mi illuminava: tutte le religioni - dicevo a me
stesso - hanno considerato il problema della morte, il senso di questo evento, e
si sono chieste se esista qualcosa al di là di esso. E io sto celebrando nel
posto in cui Cristo morto ha riposato e da dove è risorto vivo. Qui è la
risposta unica, cristiana, alla domanda universale: che cosa si può sperare
dopo la morte?
Il tema della speranza riguarda anzitutto il momento
drammatico, di non ritorno, che è la morte: ecco a che cosa si riferisce la
virtù, la forza della speranza. Al problema della morte nessuno può sfuggire;
anche se poi l'arco delle attese di futuro diventa amplissimo, coglie tutta
l'esistenza umana, il destino e le speranze dei popoli, del mondo inteso come
unità. I molteplici interrogativi su ciò che sarà di me, di noi,
dell'umanità, hanno a che fare con la speranza, perché sperare è vivere, è
dare senso al presente, è camminare, è avere ragioni per andare avanti.
(*) Questa catechesi è stata tenuta dall'Arcivescovo nel Duomo di Milano, dove erano convenute migliaia di persone da tutta la diocesi.
Abbiamo speranza?
Il punto focale della nostra riflessione si riassume in una
sola domanda: noi che siamo radunati insieme, abbiamo speranza? ho in me la
speranza cristiana? oppure è soltanto una parola? la speranza cristiana abita
davvero dentro di me?
Occorre rispondere seriamente, non avendo paura di
riconoscere che, forse, la nostra speranza si riduce a un lumicino (e sarebbe
già molto).
Un esegeta contemporaneo, Heinrich Schlier, descrive,
partendo da san Paolo, gli effetti della mancanza di speranza nel mondo, in
questi termini: "Dove la vita umana non è protesa verso Dio, dove non è
impegnata al suo appello e invito, ci si sforza di superare la spossatezza, la
vacuità e la tristezza che nascono da tale mancanza di speranza" . E
aggiunge che i sintomi della non speranza sono "la verbosità dei vuoti
discorsi, l'esigenza costante della discussione, l'insaziabile curiosità, la
sbrigliata dispersione nella molteplicità e nell'arruffio, l'intima ed
esteriore irrequietezza" - noi diremmo: le varie forme di nevrosi -
"la mancanza di calma, l'instabilità nella decisione, il rincorrersi di
continuo verso sempre nuove sensazioni" .
Cercherò dunque di aiutarvi a rispondere alla domanda su che
cosa sia la speranza, per verificare se e in quale misura ci abiti.
Che cos'è la speranza cristiana?
Da quando ho pensato di preparare la lettera pastorale Sto
alla porta, ho continuato a riflettere sulla speranza cristiana e, più vi
rifletto, più mi appare indicibile.
La speranza è come un vulcano dentro di noi, come una
sorgente segreta che zampilla nel cuore, come una primavera che scoppia
nell'intimo dell'anima; essa ci coinvolge come un vortice divino nel quale
veniamo inseriti, per grazia di Dio, ed è appunto difficilmente descrivibile.
Tuttavia desidero darvi un tentativo di definizione attraverso sei brevi tesi.
1. La prima tesi paragona la speranza cristiana con le speranze del mon
do. Perché la speranza è un fenomeno universale, che si trova ovunque c'è umanità, un fenomeno costituito da tre elementi: la tensione piena di attesa verso il futuro; la fiducia che tale futuro si realizzerà; la pazienza e la perseveranza nell'attenderlo.2. La speranza cristiana viene da Dio, dall'alto, è una
virtù teologale la cui origine non è terrena. Infatti essa non si sviluppa
dalla nostra vita, dai nostri calcoli, dalle nostre previsioni, dalle nostre
statistiche o inchieste, ma ci è donata dal Signore. Spesso dimentichiamo
questa verità e consideriamo la speranza cristiana come "qualcosa in
più", che si aggiunge alle altre cose.
Dunque, sperare è vivere totalmente abbandonati nelle
braccia di Dio che genera in noi la virtù, la nutre, l'accresce, la conforta.
Mentre la prima tesi paragonava la speranza cristiana con le
speranze di questo mondo, asserendo che in qualche modo è uguale alle altre ma
anche diversa, la seconda tesi ci dà la ragione della diversità: la speranza
è da Dio soltanto, è fondata sulla sua fedeltà.
3. Dobbiamo allora comprendere qual è il contenuto, l'oggetto della speranza cristiana. Sappiamo che, essendo virtù divina, ci rende partecipi della vita di Dio, è un mistero ineffabile, inimmaginabile, inesplicabile, indicibile appunto. Scrive san Paolo, nella Lettera ai Romani: "Ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo?" (Rm 8, 24). In un'altra Lettera afferma che "mai cuore umano ha potuto gustare ciò che Dio ha preparato a coloro che lo amano" (1Cor 2,9): mai cuore ha potuto gustare, dunque neppure il nostro cuore, che è il centro di noi stessi. La speranza è uno strumento conoscitivo di straordinaria lungimiranza, acutezza, lucidità. Neppure il nostro cuore può comprendere, con tutti i suoi sogni, aspirazioni e desideri, quel bene senza limiti che Dio ci prepara, che è l'oggetto della nostra speranza: qualcosa che è al di là di ogni attesa e di ogni desiderio, anche se li colma e li riempie in modo indescrivibile. Il contenuto della speranza cristiana è quello di cui Dio ci riempie e ci riempirà, se ci fidiamo totalmente di lui.
4. La speranza cristiana ha però un termine, un punto di
riferimento come suo oggetto: guarda a Gesù Cristo e al suo ritorno. A questo
si appunta, perché ciò che Dio ci prepara, nel suo amore infinito, non è
un'incognita: è Gesù, il Signore della gloria.
Noi speriamo che Gesù si incontrerà pienamente,
svelatamente, in tutta la sua divina potenza di Crocifisso-Risorto, con ciascuno
di noi, con la Chiesa, e ci farà entrare nella sua gloria di Figlio accanto al
Padre: sarà il regno di Dio, la celeste Gerusalemme, la vita in Dio.
La nostra speranza è che vivremo sempre con lui, saremo con
lui, nostro amore, e lui sarà con noi; saremo, come figli nel Figlio, nella
gloria del Padre, nella pienezza del dono dello Spirito.
Questo è il termine della speranza cristiana.
5. Dobbiamo fare, tuttavia, un chiarimento importante. Il
ritorno di Gesù, che noi speriamo, è anche un giudizio. È necessario
sottolinearlo in questi giorni in cui si parla tanto di giustizia, di crisi. La
manifestazione di Cristo Gesù sarà pure un giudizio, una "crisi" nel
senso originario della parola greca, che significa appunto "giudizio".
Quando Cristo apparirà, nell'ora voluta dal Padre, si verificherà per ogni
uomo la decisione definitiva sulla sua vita, sarà per ciascuno di noi e per
l'umanità intera il momento critico, la crisi per eccellenza, il giudizio
finale.
Nella nostra vita terrena e nella vita delle nostre società
ci sono spesso crisi, grandi o piccole, personali o familiari, economiche,
sociali, politiche, congiunturali, strutturali. Ma tutte queste crisi, anche
quando ci sembrano quasi totali, raggiungono sempre soltanto una parte
dell'esistenza umana e ne lasciano intatti altri aspetti. Non si dà sotto il
sole una crisi davvero totale; e dunque nessuna crisi dovrebbe turbarci,
spaventarci, se non in relazione alla crisi provocata dalla manifestazione
definitiva del Signore, l'unica totale, l'unica in cui il giudizio sarà
irrevocabile e irresistibile.
Per questo san Paolo avverte di "non giudicare nulla
prima del tempo finché venga il Signore, il quale metterà in luce ciò che è
nascosto nelle tenebre e renderà manifesti i pensieri dei cuori; allora
ciascuno avrà la sua lode da Dio" (lCor 4, 5). In quel momento del
giudizio e della crisi finale, tutto
ciò che è stato sepolto nelle profondità delle coscienze e tutto ciò che è
stato rimosso di fronte agli altri o addirittura a noi stessi, sarà rivelato e
consegnato al tribunale inappellabile della decisione divina. In pubblico sarà
emanato il giudizio pieno e definitivo di ciascuno e di tutti: giudizio
imparziale, vero, sicuro.
6. Se attendiamo il giudizio di Dio, come mai possiamo
guardare a esso con speranza?
La risposta è semplice: perché ci aggrappiamo ancora una
volta a Gesù nostra speranza, che ci giudicherà come Salvatore di quanti hanno
sperato in lui; come colui che ha dato la vita morendo per salvarci dai nostri
peccati; come colui che ha uno sguardo misericordioso per coloro che hanno
creduto e sperato, che sono stati battezzati nella sua morte e risorti con lui
nel Battesimo, che gli sono stati uniti nel banchetto dell'Eucaristia, che si
sono nutriti della sua Parola e riconciliati con lui nel Sacramento del perdono,
che si sono addormentati in lui sostenuti dal sacramento dell'Unzione dei
malati.
La speranza è, quindi, fin da ora la fiducia incrollabile
che Dio non ci farà mancare in nessun momento gli aiuti necessari per andare
incontro al giudizio finale con l'animo abbandonato in Colui che salva dal
peccato e fa risorgere i morti.
Gesù, nostra speranza, nostra salvezza, nostra redenzione,
nostra certezza, ci sostiene nei cammini difficili della vita e ci
permette di superare, giorno dopo giorno, le piccole e grandi crisi della
quotidianità e della società. E noi camminiamo guardando a un termine di gioia
perfetta, di giustizia piena, di riconciliazione totale in lui che,
nell'Eucaristia, continuamente si offre per noi sull'altare unendoci alla sua
misericordia e ci immerge nell'amore del Padre.
Domande per la riflessione personale
Dopo aver cercato di descrivere la speranza cristiana, il suo orizzonte, il suo termine e che cosa comporta di gioia e di vigilanza fin da ora, vi propongo quattro domande per la riflessione personale.
1. Noi cristiani, io stesso, il nostro tempo, la nostra
società, abbiamo davvero speranza? siamo adeguati all'ampiezza della speranza
cristiana? Se constatiamo di avere una speranza fioca, tenue, di orizzonte
ristretto, già questo può diventare motivo di preghiera: Donaci, o Padre, la
speranza, donaci il pane quotidiano della speranza; rimetti a noi i nostri
peccati di poca speranza!
È importante esprimere al Signore il desiderio che lui
infonda la speranza vera.
2. Quali sono, in me e intorno a me, nella società, i segni
di mancanza di speranza? Ne abbiamo indicati alcuni citando l'esegeta Heinrich
Schlier: ogni cedimento al malumore, al nervosismo, all'inquietudine,
all'amarezza; ogni mancanza di calma, la verbosità di discorsi vuoti, la voglia
di discutere sempre, la. curiosità, la dispersione nella molteplicità delle
cose, l'instabilità di decisioni nella vita. Sono tutti segni di non speranza.
E, nella società, sono segni di mancanza di speranza la non
chiarezza, la non obiettività, la non linearità, l'incoerenza, la disonestà.
Talora, guardandoci intorno con occhio indagatore, ci sembra di scorgere dietro
a tante forme di vita dei segnali dolorosi di disperazione nascosta, che attende
di essere curata, lenita, medicata, guarita.
Quali sono, dunque, in me e intorno a me, i segni di mancanza
di speranza?
3. Quali, al contrario, i segni positivi che vedo in me di speranza teologale? Non semplicemente segnali di buon umore, di buona salute (pur se sono doni di Dio), ma segni di vera speranza. Per esempio, quando nelle difficoltà non mi perdo d'animo; quando nelle crisi personali, familiari e sociali so contemplare la provvidenza di Dio che ci viene incontro, ci purifica, ci ricopre con la sua misericordia; quando so guardare all'eternità, al giudizio di Dio con serenità. Ci sono in noi questi piccoli o grandi segni di speranza teologale? e quali i segni positivi che scorgo nella comunità, nella parrocchia, nella società?
4. Dove ho più bisogno di speranza? Dobbiamo porci
questa domanda cercando di pregare sui punti deboli della nostra speranza,
perché la speranza è vita e senza di essa non siamo cristiani, anzi non
possiamo neppure essere persone umane capaci di sostenere il peso
dell'esistenza. La speranza ci è necessaria come l'aria, come l'acqua, come il
pane, come il respiro.
Signore, dona speranza a noi e alla nostra società che ne ha
tanto bisogno!
Conclusione
Desidero concludere con una preghiera, bellissima, di un nostro carissimo prete, don Luigi Serenthà, morto a 48 anni, nel settembre 1986:
"Signore Gesù, tu sei i miei giorni.
Non ho altri che te nella mia vita.
Quando troverò un qualcosa che mi aiuta,
te ne sarò intensamente grato.
Però, Signore,
quand'anche io fossi solo,
quand'anche non ci fosse nulla che mi dà una mano,
non ci fosse neanche un fratello di fede che mi sostiene,
tu, Signore, mi basti,
con te ricomincio da capo.
Tu sei il mio desiderio!".