PICCOLI GRANDI LIBRI  ALBERTO MELLO
L'amore di Dio nei Salmi

EDIZIONI QIQAJON 2005
COMUNITÀ DI BOSE

Introduzione

Sperare nell'amore: Salmo 33

Grande nell'amore: Salmo 86

Notte e giorno: Salmi 5 e 6

Visione beatifica: Salmo 36

Amore e morte: Salmo 88

Amore come miracolo: Salmi 13 e 17

Un amore ordinato: Salmo 42

Il Molto misericordioso: Salmo 103

Gratuità dell'amore: Salmi 18 e 23

Il Dio del mio amore: Salmo 59

Lode e amore: Salmo 107

Un amore fedele: Salmo 25

Amore e preghiera: Salmi 66 e 69

Vivere per amore: Salmo 119

Amore, salvezza e gioia: Salmo 31

Malattia d'amore: Salmo 77

Amore e sofferenze: Salmo 141
Com'è prezioso il tuo amore, o Dio.
Salmo 36,8
Il tuo amore è preferibile alla vita.
Salmo 63.4

INTRODUZIONE

Il Salterio è una "piccola Bibbia", perché è un concentrato dei temi più importanti che caratterizzano l'intero messaggio biblico, compendiati nel loro momento più vitale, più sensibile, che è la preghiera.
Uno dei maggiori temi biblici, per non dire il più importante, è l'amore di Dio. Rappresentato un po' dappertutto nella storia ebraica, ma, in particolare, all'interno del "patto regale", esso ritorna con singolare frequenza e profondità teologica proprio nel Salterio, che è una raccolta di preghiere in gran parte destinate al Re-Messia.
Lo stesso termine chesed, che noi traduciamo "amore", si considera espressione di quella "predilezione" divina nei confronti del Messia davidico che è uno degli indizi più probabili del carattere regale del Salterio (1). L'ho scritto già in altre occasioni, perciò non temo di ripetermi ancora una volta: "Amore (in ebraico chesed) è la parola chiave del libro dei Salmi. Delle 245 attestazioni complessive del termine, nella Bibbia ebraica, più della metà (127) si registrano nel Salterio. Se ci volgiamo al derivato chasid ('amico', ma i LXX traducono anche 'santo'), le ricorrenze salmiche sono addirittura 25 su 32. Perciò, per tentare di delineare una teologia dei salmi, sarebbe sufficiente mettere a fuoco questo concetto basilare, poiché è quello che meglio di ogni altro esprime e riassume il rapporto uomo-Dio nel Salterio" (2).
Questa volta, però, non mi limito a formulare un auspicio ma cerco di dargli corpo, ripercorrendo qualcuna delle più significative ricorrenze del termine chesed nel Salterio, nell' ordine preciso in cui appaiono nel libro, e non in un indice tematico ricostruito da me a tavolino. Penso, infatti, che il Salterio abbia un ordine, come oggi si cerca di riscoprire anche in sede esegetica, e che questo ordine vada rispettato. C'è, come dicevano i padri, una certa consequentia tra un salmo e l'altro, una concatenazione dei termini e dei motivi, la quale impegna il lettore a una coerenza, a una continuità di lettura, che determina poi una sequela (in greco: akolouthia). Leggendo da cima a fondo i salmi di David, è una vera esperienza messianica che si realizza in noi, un cammino di sequela del Messia.
Questa ricerca si limita al Salterio: non è un'indagine sistematica né esauriente della nozione di "amore" nell' Antico Testamento. Tuttavia, è mia fondata convinzione che questo tema teologico non sia soltanto il filo conduttore del libro dei Salmi, ma che i salmi lo rappresentino più di qualunque altro libro biblico. Sicché una lettura attenta del Salterio ci dice quasi tutto l'essenziale al riguardo; anzi, ce lo dice con la più grande varietà di prospettive che ci sia offerta dalla Scrittura, con una sensibilità teologica estremamente affinata e ricca di sfumature, di assonan
ze, di riprese significative. Precisiamo che, nei salmi, quando si parla di chesed si tratta sempre di una nozione teologica: dell'amore di Dio, e non dell' amore per Dio. Raramente, nel Salterio, è l'uomo a dire a Dio: "Ti amo" (Sal 18,2 che ricorre, paradossalmente, a un verbo piuttosto insolito). In questa accezione può essere usato il derivato chasid: amico di Dio, suo fedele (3). Anche in questo caso, però, ci si può chiedere di chi sia l'iniziativa in questa amicizia: quanto sia il chasid ad amare Dio, o quanto invece non sia piuttosto lui a essere oggetto dell' amore, del compiacimento, della grazia di Dio.
Per non fare che un esempio, il Cantico dei cantici, che celebra un amore umanissimo, diciamo pure anche erotico, non fa mai uso del termine chesed, mentre il Salterio ricorre pochissimo, o quasi mai, al termine ahavà predilet
to dal Cantico. Il Salterio e il Cantico ci parlano dell'amore da due punti di vista profondamente diversi, benché siano entrambi rapportabili a un unico mistero divino-umano. Insisto su questo perché se è vero che la metafora coniugale è diventata, a partire dai profeti, quella teologicamente più significativa del rapporto Dio-uomo (costituendo, essa stessa, l' "immagine" divina), tuttavia la teologia dell' alleanza ha il suo sottofondo nell'ideologia regale, ed è questo "patto del re" che è massimamente rappresentato nel Salterio: l"'amicizia", la lealtà, denota il rapporto tra il Re e i suoi confidenti, "coloro che vedono il suo volto". Questa prospettiva, in un certo senso, è più antica e più fondamentale di quella del Cantico (che, peraltro, non configura un rapporto matrimoniale strettamente inteso).
Diversa la situazione dei verbi, perché praticamente non esiste un verbo denominativo da chesed (4): quindi anche il Salterio può usare il
verbo "amare" usato dal Cantico. Ma tale verbo non ha un significato rigorosamente teologico: si possono, ad esempio, anche "amare vanità" (Sal 4,3). A questa possibile ambiguità, chesed sfugge del tutto. Quando si parla di "amore", nei salmi, non c'è possibilità di equivoco. A riprova di ciò, il termine chesed, almeno una decina di volte, viene accostato al termine emet (verità o fedeltà): proprio per dire che si tratta di un "amore fedele, duraturo", mentre i nostri amori di solito non lo sono, o lo sono piuttosto malamente. Penso che ogni vita umana sia un teorema di ardua soluzione, e ciò che si vuole dimostrare è proprio questo: che l'amore di Dio è fedele.
Altri termini sono importanti per la lettura del Salterio, e talvolta entrano in consonanza con l'area semantica dell"'amore". Ma nessuno di essi con la stessa intensità, con la stessa frequenza: né misericordia, né bontà, né giustizia, né timore di Dio, né pace. Forse il solo termi
ne che abbia un'importanza paragonabile, nel Salterio, è "salvezza" che, per tanti versi, è un concetto teologico derivato dall' amore. Bisogna dunque dire che tutto il sistema concettuale dei salmi ruota intorno a questo centro, che è la fedeltà dell' amore di Dio. Del quale, per più di trenta volte, il Salterio ci dice che è "per sempre", o che rimane in eterno, come insegna anche Paolo quando parla delle tre cose che rimangono, e di quella, tra queste tre, che va considerata come la più grande. Questa rassegna di passi salmici intende perciò mettere a fuoco un tema teologico indispensabile non solamente per la lettura del Salterio, ma per tutta la teologia biblica, dall' Antico al Nuovo Testamento.

 

NOTTE E GIORNO
Salmi 5 e 6

Nella preghiera dei salmi vi è un'alternanza diurna e notturna. L'alternanza di giorno e notte è l'alternanza di una preghiera solare, mattutina, e di una preghiera crepuscolare, vespertina. Alternanza di stati d'animo, di ore quotidiane, che si riflette nel ritmo della preghiera: nelle tenebre della notte e nella lucentezza del giorno. Questa alternanza è prevista fin dall'inizio nel libro dei Salmi, è inscritta, per così dire, nel suo codice genetico:

Felicità, per l'uomo...
è compiacersi della Torà di JHWH
e mormorare la sua Torà giorno e notte

(Sal 1,1-2).

Anche il Salterio, infatti, è Torà, è un Pentateuco in miniatura. Esso contiene preghiere per il giorno e preghiere per la notte. Infatti, subito dopo il prologo duale (Sal 1-2), i salmi da 3 a 8 ci propongono una continua alternanza diurna e notturna (Sal 3,6; 4,9; 5.4; 6,7). Notte e giorno è il respiro della preghiera, un movimento alternato di inspirazione e di espirazione. Il salmo 5 è diurno: l' orante si sveglia al mattino e si prepara per andare a pregare. Dice:

Io, per la grandezza del tuo amore
verrò nella tua casa:
mi prostrerò nel tuo santo tempio,
nel timore che ho di te
(Sal 5,8).

Al mattino, recandosi al tempio per pregare, riconosce questo amore "grande", debordante, che il Signore ha per lui, che gli rinnova la vita, che gli moltiplica le forze. Per questo egli vuole lodare Dio, ringraziarlo nel suo santuario all'inizio della giornata. Spesso, come vedremo, la percezione dell' amore divino è un' esperienza mattutina, legata all'inizio del giorno. La sera, invece, insinua pensieri di morte, di solitudine angosciosa. Anche la preghiera ne risente, si incupisce, e il pensiero ricorre alla morte, come attesta il salmo seguente:

Ritorna JHWH, riscatta la mia vita
salvami in grazia del tuo amore
perché non vi è ricordo di te nella morte
all'inferno, chi ti rende grazie
(Sal 6,5-6)?

Di sera l'amore di Dio è pura grazia. Non è la pienezza del mattino: è il gesto estremo di chi salva dalla morte. La particella le-ma'an, che traduco "in grazia" (del tuo amore), è formata sulla radice '-n-h, "rispondere". Quindi, alla lettera, si potrebbe dire: "Salvami in risposta al tuo amore". Vi è una "corrispondenza" tra l'amore di Dio e la nostra salvezza. Questa corrispondenza agisce, per così dire, nei due sensi: quanto più è grande il suo amore per noi, tanto più grande è la nostra salvezza, e quanto più siamo salvati, tanto più anche noi lo lodiamo. Si instaura perciò una circolarità virtuosa: l'amore di Dio, che ci salva per grazia, poi in qualche modo ritorna a lui, nella forma della nostra lode e del nostro ringraziamento.

 

[1] Cf. E. Cortese, La preghiera del re. Formazione, redazione e teologia dei "Salmi di David", EDB, Bologna 2004, p. 35.
[2] A. Mello, Un mondo di grazia. Letture dal midrash sui Salmi (Midrash Tehillim), Qiqajon, Bose I995, pp. 7-8; Id., L'arpa a dieci corde. Introduzione al Salterio, Qiqajon, Bose I998, p. I02.
[3] Nel Sal 89,20 TM Dio parla ai suoi chasidim annunciando l'elezione di David: questi potrebbero essere gli "amici del Re", presenti alla sua elezione. Ma altrove (Sal 86,2) lo stesso termine, al singolare, è sinonimo di 'eved JHWH, che è un titolo regale, e quindi sembra piuttosto da riferire al re, in quanto "alleato" di Dio: cf. H. Ringreen, S.v. "Chasid", in G. J. Botterweck, H. Ringgren, Grande Lessico dell'Antico Testamento III, Paideia, Brescia 2003, coll. 98-102.
[4]
Una sola volta, nel Sal 18,26//2Sam 22,26, è attestato il riflessivo titchassad: "Con l'amico ti dimostri amico", cioè benevolo, ben disposto. Questa dimostrazione di amicizia è parallela all'integrità e alla purezza delle intenzioni, mentre contrasta con la perversità. Perciò si può parlare anche di "lealtà".

 

AMORE COME MIRACOLO
 Salmi 13 e 17

Io nel tuo amore confido
esulta il mio cuore nella tua salvezza
(Sal 13,6).

Amore e salvezza sono sinonimi, vengono usati dal Salterio come termini paralleli. Non è semplice definire che cosa sia la salvezza, o stabilire con precisione quando io sono "salvo". Qui intervengono fattori non solamente estrinseci, non solamente rapportabili alla buona salute. Il salmo appena citato suggerisce almeno questo: che la salvezza di Dio è frutto del nostro confidare nel suo amore, che una cosa nasce dall' altra. "Confidare" non è un atto fideistico; il verbo batach suppone una certezza: "lo sono certo del tuo amore: per questo il mio cuore esulta nella tua salvezza". Azzardiamo una definizione: la salvezza è quella esultanza interiore che deriva dalla certezza dell'amore di Dio. Di conseguenza, vi è anche un nesso molto stretto tra la salvezza e la preghiera, perché la preghiera è un altro modo per dire la nostra fiducia nell'amore di Dio. Di certo non sono in grado di pregare se non nutro questa fiducia in un Dio che mi ama, e mi ama personalmente, con una provvidenza che coinvolge tutta la mia vita. Poco oltre il salmo 13, leggiamo ancora:

Fa' del tuo amore (1) un miracolo
tu che salvi quanti si rifugiano [in te: LXX]
(Sal 17,7).

Questo salmo pone un problema grammaticale. Il fatto è che il termine "miracolo" o il verbo "compiere meraviglie", presenta una grafia leggermente anomala, con una terza he, anziché una terza atei Scritto cosi, il verbo può avere anche il significato di "distinguere, separare", e si potrebbe arrivare a un altro senso: "Mostra il tuo amore particolare", oppure anche "distinguici con il tuo amore" (2). Tuttavia, molti manoscritti presentano la grafia normale, con atef finale, e questa è suffragata dalle più antiche versioni, come i LXX, sicché possiamo attenerci al senso del miracolo. Questo sottolinea con più forza che l'amore non è un fatto ordinario, non è qualcosa che rientra in un ambito naturale, ma appartiene piuttosto a un ordine soprannaturale. Se è vero, come abbiamo detto, che la salvezza nasce dall' amore, adesso dobbiamo precisare che la stessa salvezza appartiene all'ordine del miracolo: è un "miracolo d'amore". E, quando parliamo di "miracolo" (pele'), intendiamo qualche cosa che è impossibile agli uomini, ma opera esclusiva di Dio: Ha-jippale' me-JHWH davar?, "Vi è forse un miracolo per Dio?" (Gen 18,14 con tutte le sue riprese, anche neotestamentarie).

[1] Veramente, qui non si legge il singolare chesed, ma il plurale chasadim, che è relativamente raro (solo 18 volte nella Bibbia): tuttavia, si tratta di un plurale di intensità, e il senso non cambia. Questo è riconosciuto molto esattamente da A. Lancellotti: il plurale chasadim è l'amore che Dio "per innumerevoli volte e in innumerevoli circostanze ha mostrato verso Israele" (Salmi I, San Paolo, Cinisello Balsamo 1995, P.153).
[2]
Questa, per esempio, è la ricezione di Rashi, che cita a riprova un altro versetto in cui compare la radice p-l-h: "E saremo distinti, io e il tuo popolo, da ogni popolo che è sulla faccia della terra" (Es 33,16). Oggi, invece, vi è la tendenza a considerare la diversità tra terza he e terza alef come una variante ortografica che non modifica il senso. Tuttavia, nel Sal 4.4, è preferibile leggere, con il TM: "Sappiate che JHWH ha messo a parte il suo amico" (hiflah JHWH chasid lo), anziché correggere, come spesso è stato proposto, in "JHWH ha fatto un miracolo d'amore per me" (hifli'JHWHchasdo /Z), sulla scorta del Sal 31,22: cf. P. C. Craigie, Psalms I-50, Word Books, Dallas 1983, pp. 77-78.

 

GRATUITÀ DELL'AMORE
 Salmi 18 e 23

L'uso profano del termine chesed, ossia la sua applicazione nell' ambito delle relazioni interpersonali, è per lo più caratterizzato dal verbo 'asah, "fare", in proposizioni del tipo "fare grazia" o usare benevolenza a qualcuno. rendiamo, come esempio, David, perché è soprattutto nel racconto della sua storia, nei due libri di Samuele, che questo uso non religioso trova il massimo impiego. Gionata "fa grazia" a David (1Sam 20,8) e questi, dal canto suo, si impegna a ricambiargli la stessa "grazia" (1Sam 20,14). Tra loro due esiste un rapporto di amicizia, e quindi uno "scambio di grazie" (più tardi, ghemilut chasadim diverrà un idiomatismo per designare la carità). Similmente, con magnanimità regale, David si comporterà con un figlio di Gionata ("Gli disse David: Non temere, perché voglio usarti benevolenza a causa di Gionata tuo padre": 2Sam 9,1-3.7) o con altri personaggi politicamente importanti ("Disse David: Userò benevolenza a Chanun figlio di Nachash, come suo padre l'ha usata verso di me": 2Sam 10,2).
Si noterà che vi è una reciprocità in questo amore. David ricambia, o si impegna a ricambiare, un favore che gli è stato fatto anticipatamente. Alcuni hanno insistito su questa reciprocità di chesed, fino quasi a oscurarne la gratuità (1). È vero: David ricambia un favore, e questo può essere fatto dipendere anche da considerazioni di opportunismo politico. Però vi è una cosa che non va trascurata, ed è che egli, giuridicamente, non vi sarebbe tenuto. Se lo fa, è per una sua iniziativa pienamente gratuita. Di conseguenza, si può definire come chesed, nei rapporti sociali, un atto a favore di qualcuno da paJ.:te di un altro
che ha un' autorità superiore, il quale può avere una responsabilità morale per compierlo, ma non una responsabilità legale, sicché rimane pur sempre libero di non compierlo.
Questa definizione, che si deve a Kathleen Sakenfeld (2), è interessante anche quando venga proiettata in ambito teologico. L'amore, infatti, non si vive soltanto all'interno di un "patto", di un contratto reciproco che definisce delle precise responsabilità giuridiche per ambedue le parti. L'amore è una responsabilità morale di un altro ordine, che mette in gioco non il dovere ma la libertà. Quando si tratta di Dio, questo fatto è della massima importanza, perché spiega non soltanto la sua fedeltà agli impegni presi, ma anche la sua libertà nel mantenerli. Leggiamo la finale del salmo 18, che è un salmo messianico:

Perciò ti rendo grazie tra i popoli, JHWH
e inneggio al tuo Nome:
egli fa crescere le salvezze del suo re
e usa benevolenza al suo Messia
('oseh chesed li-Meshicho)
a David e alla sua discendenza per sempre (Sal 18,50-51).

Questa volta è Dio che fa un favore a David, ma anche questo favore è gratuito. A David e alla sua discendenza Dio ha fatto una promessa del tutto speciale, una promessa che riapparirà varie volte nel Salterio. Ma questa promessa, questa "grazia davidica", è un impegno unilaterale: la sua realizzazione non dipende dall' adempimento di determinate clausole giuridiche da parte del Re-Messia (cosl, almeno, si legge nel salmo 89; un po' meno, a dire il vero, nel salmo 132).
Dio si è impegnato con David, ma si è impegnato liberamente: detto altrimenti, avrebbe anche potuto non farlo. Per questo l'amore descritto nel Salterio è un amore particolarmente gratuito: è una "predilezione" che nessuna risposta umana sarebbe in grado di garantire. Il salmo 23, del buon pastore, usa una metafora che, nell' antico Vicino oriente, si applica al
re prima ancora che a Dio, o a Dio in quanto è considerato un re. A un certo punto dice anche questo:

Eppure bontà e amore mi perseguitano
per tutti i giorni della mia vita
e ritornerò [o abiterò: LXX] nella casa di JHWH
per la lunghezza dei giorni
(Sal 23,6).

Che l'amore possa trasformarsi in una "persecuzione" è uno strano ossimoro (il verbo radaf, però, ha quasi sempre un senso ostile). Ma questo sottolinea la sua gratuità, il suo non essere dovuto, il suo poter contravvenire persino alla nostra volontà. Infatti, l'amore di Dio non dà tregua, persegue e insegue, al di là di quanto è umanamente prevedibile, o forse perfino desiderabile. La fedeltà stessa, il perdono, possono risultare, in un certo senso, "implacabili". L'amore di Dio, non di rado, ci dà la caccia in un modo assillante, proprio perché è lui a prendere l'iniziativa, a proporselo come obiettivo, e solo impropriamente potremmo chiamarlo un amore reciproco.

[2] Cf. K. Sakenfeld, The Meaning o/ Hesed in the Hebrew Bible. A New Inquiry, Scholars Press, Missoula 1978.
[1]
Questa è stata, in particolare, la tesi proposta da Nelson Glueck, che ha determinato la traduzione di chesed con "fedeltà, lealtà" (all'interno di un patto), accolta da molte versioni moderne, come ad esempio quella francese della TOB. Le traduzioni inglesi di solito mantengono "love", ma lo precisano tramite aggettivi o participi: "steadfast love" (Revised Standard Version), "loyal love" o "loving kindness" (Word Biblical Commentary).

 

UN AMORE FEDELE
Salmo 25

Dieci volte, nel Salterio, il termine "amore" è appaiato a quello di "fedeltà" (Sal 25,10; 40,11.12; 57,4; 61,8; 85,11; 86,15; 89,15; 115,1; 138,2). Le traduzioni antiche e il Nuovo Testamento ci hanno abituati a un'altra coppia di termini: "grazia e verità". Grazia e verità sono due buone traduzioni dell' ebraico chesed we-emet, ma corrono il rischio di essere un po' astratte, un po' rarefatte. Più in generale, per quanto riguarda il vocabolario dell' amore, la situazione veterotestamentaria è molto diversa da quella del Nuovo Testamento. Il messaggio cristiano ha nobilitato il termine agápe, come espressione dell' amore di Dio, che poi la tradizione ha contrapposto a éros, desiderio o passione carnali. Ma nel greco dei LXX non è così: agápe, qui, è il termine ordinario per l'amore umano, anche quello più passionale, mentre la traduzione abituale di chesed non è agápe ma éleos: "benevolenza, misericordia" (1). Perciò, nell'Antico Testamento greco, il contrasto non è tra éros e agápe, ma eventualmente tra agápe, che indica l'amore umano, ed éleos, che invece esprime l'amore divino. La prospettiva, in un certo senso, è rovesciata. Questa situazione linguistica, particolarmente evidente proprio nel Salterio, mi autorizza ad adottare il termine "amore" come equivalente di chesed, senza possibilità di equivoco con amori diversi da quello di Dio.
Per quanto riguarda il secondo termine, emet, è certamente il sostantivo più astratto di tutta la radice aman, che ha il significato base di "essere saldo, certo". Dalla certezza si può passare facilmente anche alla verità, ma non direi qui, perché chesed we-emet è una endiadi, dove il secondo termine "accentua la solidità, l'attendibilità e la perdurante validità" del primo. Si tratta, quindi, di un "amore fedele", che si mantiene costante nel tempo, che tiene fede alle sue promesse, che non viene mai meno (2). Queste considerazioni linguistiche ci consentono di leggere quei passi in cui incontriamo l''' amore fedele" di Dio.
La prima ricorrenza è nel salmo 25, dove è spesso questione di una "via" da percorrere (5 volte). Proprio per questo si dice che Dio è giusto, perché "indica ai peccatori la via" (Sal 25,8): insegna che c'è una via anche per loro, cioè la possibilità di convertirsi. Non diversamente, all'uomo che lo teme, Dio "indica la via da scegliere" (Sal 25,12). Ma non ci sono soltanto, diciamo cosi, delle vie principali, indicate
da Dio (con un verbo, jarah, da cui viene anche Torà). In questo salmo si tratta anche di sentieri più nascosti, meno facilmente praticabili:

Le tue vie, JHWH, rendimi note
insegnami i tuoi sentieri
(Sal 25.4).

C'è differenza tra la strada principale e i sentieri laterali. È certamente preferibile percorrere una strada diritta che perdersi in viuzze intricate o poco luminose. Eppure, sembra dire il salmista, anche queste, alla fine, possono avere un esito positivo:

Tutti i sentieri di JHWH sono amore fedele
per quanti custodiscono il suo patto
(Sal 25,10).

Sono tutti percorsi d'amore: ovunque è possibile arrivare a sperimentare la misericordia di Dio. Abraham Ibn Ezra, il commentatore ebreo più creativo, aggiunge un' altra osservazione che trovo veramente acuta. Dice: "Tutti i sentieri di JHWH prima sono amore e poi sono fedeltà". Vale a dire che l'amore è la prima esperienza di Dio che ci sia dato di fare; ma poi, retrospettivamente, noi scopriamo anche la sua fedeltà: magari dopo anni, magari al termine della vita. Tuttavia noi preghiamo, se possibile, che fin da ora il suo amore si dimostri fedele. Una fedeltà morale si mantiene e si custodisce attraverso la memoria. Non a caso il nostro salmo insiste così tanto sul ricordo, che ravviva in noi l'amore:

Ricorda la tua misericordia e il tuo amore
che sono da sempre;
i peccati della mia gioventù e le mie colpe
non ricordare.
Secondo il tuo amore ricordati di me
in ragione della tua bontà, tu, JHWH
(Sal 25,6-7).

[1] Circa lo sviluppo neotestamentario e patristico di questa terminologia, lo studio fondamentale credo resti quello di A. Nygren, Eros e agape. La nozione cristiana dell'amore e le sue trasformazioni, Il Mulino, Bologna 1971; sull'uso dei LXX e del Nuovo Testamento, cf. R. Bultmann, S.v. "Eleos, eleéo", in Grande Lessico del Nuovo Testamento 111, Paideia, Brescia 1967, coli. 399-418.
[2]
La citazione, nel testo, è tratta da H.-]. Zobel, S.v. "Chesed", in Grande Lessico dell'Antico Testamento 111, col. 62. A. Lancellotti definisce bene la portata semantica di questa endiadi come "l'immutabilità (emet) delle promesse di amore (chesed) da parte di Dio" (Salmi I, p. 205). Non va neppure sottovalutato il diverso genere dei due membri di questa endiadi: chesed è maschile, mentre emet è femminile, un dato che viene sfruttato, ad esempio, nel Sal 85,11: "Si incontrano amore e verità", che vengono quasi personificate in un amplesso amoroso.

 

AMORE, SALVEZZA E GIOIA
Salmo 31

Il vocabolario salmico della gioia è molto vario, quasi esuberante. I verbi che la esprimono sono più frequenti nel Salterio che in qualunque altro libro biblico. Per limitarci ai cinque più importanti: "gioire" (samach), "giubilare" (ranan), "esultare" (ghil), "allietarsi" ('alaz) e "rallegrarsi" (radice s-w-s) si trovano, complessivamente, più di un centinaio di volte. Di cosa si gioisce? Della salvezza, ma salvezza propriamente intesa non è se non dalla morte:

Per questo il mio cuore gioisce
e il mio intimo esulta:
perché non abbandoni la mia vita all'inferno
e non permetti che il tuo amico (
chasid)
veda la fossa
(Sal 16,9-10) (1).

Ci si rallegra ogni volta che si ottiene, gratuitamente, una vittoria sulla morte, e non soltanto sulla morte estrema, che è l'abbandono nella tomba, ma anche su quella "morte quotidiana" che può essere la malattia, la persecuzione, e ogni altro attentato alla propria integrità fisica o spirituale. L'integrità della vita, in definitiva, è garantita proprio dall'amore di Dio, che è più forte della morte. Il salmo 3 I, in altrettanti versetti, registra una triplice coincidenza della gioia con l'amore, dell' amore con la salvezza, e della salvezza con il miracolo, come abbiamo già visto:

Esulto e gioisco nel tuo amore
poiché vedi la mia povertà
conosci le angosce dell'anima mia
(Sal 31,8).

Traduco secondo il senso che pare più ovvio, perché in ebraico il verbo jada', "conoscere", può anche reggere la preposizione be, "in", quale complemento oggetto. Ma, letteralmente, si dovrebbe leggere: "Tu conosci nelle angosce la mia anima"  (2). Vale a dire che proprio le strettezze della vita sono il luogo della conoscenza di sé, della propria anima. Infatti è solo cosi che Dio ci conosce, ci manifesta il suo affetto e ci salva. Attraverso le nostre sofferenze, egli acquisisce quella conoscenza di ciò che siamo, dei nostri bisogni, dei nostri mali, che gli consente di venirci incontro, curarci, guarirci. La gioia, in questo caso, nasce proprio dalle sofferenze, nella misura in cui sono redente (non necessariamente superate ma "conosciute" da Dio, e quindi dotate di un senso). Poco più avanti, il salmo continua dicendo:

Illumina il tuo volto sul tuo servo:
salvami, nel tuo amore
(Sal 31,17).

L'espressione qui usata ricorre anche nella famosa benedizione sacerdotale, per indicare un atteggiamento di grazia, di favore: "JHWH illumini il suo volto su di te e ti sia propizio" (Nm 6,25). Illuminare il volto su qualcuno è il contrario di nasconderglielo. Come "nascondere il volto" (espressione frequente nei salmi) è segno di disattenzione, quasi di distrazione da parte di Dio (3), così illuminarlo vuol dire mostrare un volto sereno, radioso: la gioia di Dio si riflette sul volto dell'uomo. Nello stesso salmo, si riconosce il carattere straordinario, miracoloso, di questa azione divina favorevole all'uomo:

Benedetto JHWH che ha fatto
un miracolo d'amore per me
(Sal 31,22).

Gli elementi dell' esperienza spirituale sono tutti presenti: l'amore produce la salvezza, la salvezza si manifesta come una cosa meravigliosa, e dal nostro stupore nasce la gioia.

[1] È insistente, nel Salterio, questo motivo della protezione dalla morte che il Signore garantisce ai suoi amici: "JHWH ama la giustizia e non abbandona i suoi ,amici" (Sal 37,28); "Egli protegge la vita dei suoi amici" (Sal 97,10); "E preziosa, agli occhi di JHWH, la morte dei suoi amici" (Sal II6,15).
[2]
Questa comprensione è comunissima in ambito ebraico. Si arriva perfino a dare alla preposizione be, "in", un valore strumentale: "Tu conosci, ossia tu curi, con le angosce la mia anima": una sorta di terapia omeopatica. Oltre ai grandi commentatori medievali, si può vedere l'antologia di A. Ch. Feuer, Tehillim. A New Translation with a Commentary Anthologized from Talmudic, Midrashic and Rabbinic Sources I, Mesorah Publications, Brooklyn 1985, p. 371.
[3]
Il nascondimento di Dio è un altro tema teologico che si presta a molte discussioni, anche in sede esegetica: cf. il mio "Quando Dio si nasconde. Una metafora della rivelazione biblica", in Liber Annus 52 (2002), pp. 9-28.