Queriniana
Titolo originale: Beyond the Mirror.Reflections on Death and Life
Traduzione dall'americano di CHERUBINO MARIO GUZZETTI
| L'incidente |
| L'ospedale |
| L'intervento chirurgico |
| Guarigione |
| Epilogo |
Ringraziamenti
Se ho potuto pubblicare questo libro lo devo all'incoraggiamento e al generoso aiuto della mia segretaria Connie Ellis e all'accurato lavoro redazionale di Conrad Wieczorek e Phil Zaeder. A tutti e tre desidero esprimere la mia profonda gratitudine.
Prologo
Questo libro è la
storia spirituale di un incidente in cui sono stato coinvolto personalmente.
L'ho scritto perché non potevo farne a meno. È stato un incidente che mi ha
portato sull' orlo della tomba e mi ha procurato una nuova esperienza di Dio. Se
non avessi scritto nulla, sarei venuto meno alla mia vocazione di proclamare la
presenza di Dio in ogni tempo e in ogni luogo. Libri e articoli hanno avuto una
parte importante nella mia ricerca di Dio, ma sono state soprattutto le
'interruzioni' intervenute nella mia vita di ogni giorno a rivelarmi il mistero
divino di cui faccio parte.
Un lungo periodo di solitudine in un monastero trappista che interruppe
un'intensa attività didattica, la morte improvvisa di mia madre che interruppe
il vincolo più saldo con la mia famiglia, il trovarmi a faccia a faccia
L'incidente
Ricordo come fosse adesso quel
preciso istante di un buio mattino d'inverno in cui il retrovisore esterno di un
furgoncino che mi passava accanto mi urtò nella schiena, scaraventandomi a terra
sul ciglio della strada. Compresi subito che per me non c'era più nulla da fare.
Non sapevo se fossi stato ferito in modo molto grave: sapevo però che finiva una
parte della mia vita e che stava per cominciarne un' altra, avvolta ancora nel
mistero.
Mentre mi trovavo là per terra sull' orlo della strada con tante macchine che mi
sfrecciavano accanto e invocavo aiuto, ebbi subito fin dal primo istante la
chiara percezione che non si trattava solo di un incidente. Più tardi mi sarei
reso conto con maggior chiarezza che tutto l'avvenimento era prevedibile,
provvidenziale e misteriosamente
Hsi-Fu abita nella cosiddetta 'Corner House' nel centro di Richmond Hill, a cinque minuti di macchina da dove abito io. Quel giovedì mattina mi svegliai di buonora e guardando fuori della finestra vidi che il terreno era diventato tutto una lastra di ghiaccio. Ovviamente, era impossibile percorrere in macchina gli ottocento metri fino a Y onge Street. La strada in terra battuta andava bene come pista di pattinaggio, ma se avessi voluto usare la macchina sarei andato a finire in un fossp. Stavo per uscire quando incontrai la mia amica Sue che andava in chiesa a pregare. «Non prendere la macchina», mi disse. «Non ce la fai». «Pazienza!», risposi. «Andrò a piedi. Sono appena le sei, e per le sette arriverò certamente da Hsi-Fu». Ma Sue continuò: «Henri, non uscire! È troppo pericoloso. Da' un colpo di telefono a Corner House, e una soluzione in un modo o nell' altro la troveranno». Ormai però avevo deciso. «Ma sì che posso farcela! E poi, ho promesso di andare e ci andrò». E così uscii di casa e cominciai a strascicare un piede dopo l'altro sulla strada ghiacciata in direzione di Yonge Street. Camminare non era facile e a un certo punto scivolai e caddi lungo disteso per terra. Eppure continuavo a dire a me stesso: «Tira avanti! Puoi farcela. Non lasciarti scoraggiare da un po' di ghiaccio!». Ormai non ero più motivato da spirito di servizio, ma dal desiderio di dimostrare a me stesso che ero in grado di fare quanto avevo promesso, e dal desiderio ancora più forte di non permettere che qualcuno mi portasse via Hsi-Fu, almeno per quella settimana.
Arrivai finalmente a Yonge
Street e vidi che avevo impiegato ben quindici minuti. Attraversai la strada e
cominciai a camminare verso sud in direzione di Richmond Hill. Mentre camminavo,
provavo una grande ansietà. Le macchine mi sfrecciavano accanto e, sebbene il
fondo stradale sembrasse libero dal ghiaccio, i margini della strada erano molto
pericolosi. Continuavo a inciampare, col rischio di cadere. Quando finalmente
arrivai alla stazione di servizio, mi accorsi che erano già le sei e mezza e che
ormai era impossibile arrivare a Corner House per le sette.
A un certo punto mi voltai verso le macchine che mi venivano incontro con i fari accesi e alzai la mano per indicare che volevo andare verso il centro di Richmond Hill. Macchina dopo macchina sbucavano tutte dalla nebbia mattutina e mi passavano vicino senza fermarsi. E intanto pensavo a quegli autisti che se ne andavano comodi al lavoro, soli nelle loro macchine, e provavo un sentimento di stizza al vedere che nessuno sembrava accorgersi di me o mostrasse la mi
nima voglia di fermarsi a darmi un passaggio per quelle poche centinaia di metri fino a Corner House. Sembrava che tutti - non solo i due benzinai - mi fossero diventati nemiciAlla fine dovetti concludere
che l'unico modo per arrivare a Corner House era di andare a piedi. Intanto,
però, era passato un bel po' di tempo, e non potevo certamente trovarmi con
Hsi-Fu per le sette. E così, arrabbiato, confuso, nervoso e consapevole di fare
una grande sciocchezza, mi misi a correre per Yonge Street, mentre mi
risuonavano all' orecchio le parole di Sue: «Henri, è troppo pericoloso...».
Fu allora che avvenne il disastro. Sentii una grossa botta che mi trafisse dalla
testa ai piedi e provai un dolore atroce alla schiena, poi inciampai e caddi per
terra lungo disteso invocando aiuto. A un certo punto pensai: «Chissà se
l'autista che mi ha colpito se n'è accorto, o se invece ha tirato avanti come se
nulla fosse?». Poi mi venne un altro pensiero, molto più profondo e importante:
«È cambiato tutto! I miei piani non hanno più senso. È una cosa dolorosa,
spaventosa, ma forse è per il mio bene». Mi risuonarono all' orecchio le parole
di Sue: «È troppo pericoloso, è troppo pericoloso!». Poi più nulla. Ero là
bocconi al margine della strada, bisognoso di aiuto. Non riuscivo quasi a
muovermi, dipendevo completamente dagli altri, eppure tutto ciò non mi
spaventava. Avevo quasi l'impressione di essere stato afferrato da una mano
forte che m'avesse costretto a una specie di capitolazione, necessaria per il
mio bene.
Cercavo di attirare l'attenzione dei due benzinai, ma erano troppo lontani per potermi vedere o sentire. Ed ecco, con mia sorpresa, venirmi incontro di corsa un giova
notto che si curvò su di me dicendo: «Lei è stato ferito. Lasci che l'aiuti!». Aveva una voce molto dolce e amichevole. Sembrava un angelo che volesse proteggermi. «Devo essere stato colpito da una macchina che mi è passata accanto», gli dissi. «Non so nemmeno se l'autista se n'è accorto». «Sono io l'autista», mi disse. «L'ho urtata io col retrovisore destro del camioncino, ma poi mi sono fermato per prestarle soccorso... Riesce ad alzarsi?». «Spero di sì», risposi, e col suo aiuto mi rimisi in piedi. «Faccia attenzione», mi disse, «faccia molta attenzione», e insieme ci avviammo verso la stazione di servizio. «Mi chiamo Henri», dissi. E lui: «E io Jon. Vediamo se riesco a far venire un' ambulanza». Entrammo nella stazione di servizio. Jon mi aiutò a sedermi e andò a telefonare. I due benzinai guardavano da lontano senza dir nulla. Dopo un po', Jon cominciò a preoccuparsi. Alla fine mi disse: «Non riesco a mettermi in contatto con nessuna ambulanza. Forse è ancora meglio che la porti io stesso allo York Central Hospital». Andò a prendere il suo camioncino e intanto telefonai a Sue per informarla dell'incidente. Poi salii sul camioncino e partimmo subito per l'ospedale. Guardando fuori dal finestrino, vidi lo specchietto retrovisore tutto contorto e mi resi conto della botta tremenda che avevo preso. Jon era ancora visibilmente sotto shock. A un certo punto mi domandò: «Cosa faceva sul bordo della strada?». Non mi sentivo di dare troppe spiegazioni e mi limitai a dire: «Sono un prete. Vivo in una comunità di handicappati mentali. Stavo andando in una delle nostre case». Tutto costernato, esclamò: «Mio Dio, ho colpito un prete! Mio Dio». Provai simpatia per Jon e cercai di consolarlo dicendo: «Le sono tanto riconoscente perché mi porta all' ospedale. Quando starò meglio, deve venire a trovarmi e a visitare la nostra comunità». «Sì, mi piacerebbe», rispose; ma i suoi pensieri erano altrove.