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PADRE FERDINANDO SOZZI
I miei 44 anni in Bengala

Intervista di Piero Gheddo e Sandro Bordignon
Servizio Speciale in Mondo e Missione

Normalmente si dice che i vecchi sono pessimisti, perché credono che il mondo invecchi e muoia con loro. Ma ci sono anche degli anziani più giovani dei giovani. P. Sozzi è uno di questi. A starci insieme non ci si annoia mai, è una festa dello spirito e dell’intelligenza: sa raccontare così bene le sue avventure di missione, che si starebbe ad ascoltarlo per ore. Eppure, P. Sozzi è uno di quei missionari che non hanno mai voluto scrivere, uno di quelli che non credono nella carta stampata o ci credono poco.

P. Bordignon, giovane redattore della nostra rivista, l’anno scorso l’ha incontrato in Bangladesh durante un viaggio di studio e ha fatto amicizia. Quest’anno in gennaio, P. Sozzi era all’ospedale di Niguarda, in Milano, dove ha subito due o tre operazioni chirurgiche. E’ tagliato da diverse parti e lui stesso ha perso il conto delle operazioni che gli hanno fatto. Dopo 44 anni di Bengala, l’hanno caricato sull’aereo quando ormai in Bengala era dato per morto dalla scienza medica locale. Invece a Milano, ritrovando il clima della giovinezza, si è rimesso a nuovo e adesso va in giro con le proprie gambe, in attesa di ripartire per il Bengala: ad ottobre o novembre prossimi dovrebbe essere di ritorno laggiù.

Fatto sta che, durante i lunghi mesi di degenza in ospedale e di convalescenza nella casa del Pime a Milano, P. Bordignon è riuscito a fare lunghe conversazioni con P. Sozzi, accuratamente registrate al magnetofono. Le pagine che seguono sono tutte farina del sacco di P. Sozzi, trascritte in stile giornalistico e da lui riviste prima della pubblicazione. Prima aveva proibito di stampare qualsiasi cosa sul suo conto; poi si è adattato, a patto che cancellassimo diverse notizie personali. Ma noi pensiamo che quel che lui voleva cancellare sono le cose più interessanti, la testimonianza più autentica di un vecchio-giovane missionario che ha passato 44 anni in Bengala, di continuo, senza mai tornare in Italia.

Ci scusiamo con P. Sozzi per i piccoli trucchi che abbiamo usato per strappargli le conversazioni e il permesso di pubblicare quel che segue. L’abbiamo fatto con l’unico scopo di comunicare ai nostri lettori lo spirito di un missionario autentico, uno dei moltissimi di cui la stampa non parlerà mai, ma che vale veramente la pena di conoscere.

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Non eravamo eroi ma ci mancava poco Abbiamo dato una coscienza ai poveri
Oggi penso in Santal e non in italiano Dieci milioni di profughi senza nulla!
Le scuole in cui si pagano gli alunni Collaborare con tutti sul piano sociale
Abbiamo fatto una scelta di sinistra? Le idee cristiane hanno trasformato il Bengala
Metà dei missionari morivano dopo due anni di Bengala Il miracolo della carità
Quante volte ho ricevuto l’estrema unzione? La filosofia della vita che si impara in Bengala
"Proprio eroi no, ma ci manca poco!" Alle tre di notte mi alzo a pregare
Dio lavora anche fuori dalla Chiesa Ho un conto aperto con cobra e leopardi
Chi erano i nemici del missionario I veri rivoluzionari sono i santi
I santal capiscono l’essenziale del Vangelo Un po’ di buon senso non guasta mai
Abbiamo sbagliato a non cristianizzare i riti santal Giovani spendete bene la vostra vita

 

 

   Non eravamo eroi ma ci mancava poco

Mi hanno pregato di raccontare la mia vita missionaria in Bengala, ma sinceramente non so da che parte incominciare. Anzi, non so nemmeno se rendo un servizio alle missioni ed ai lettori, perché non credo di avere fatto nulla di meritevole d’essere ricordato. Sì, dicono che il fatto di essere stato per 44 anni di seguito in Bengala, senza mai tornare in Italia, sia qualcosa fuori dell’ordinario, ma una volta i missionari erano quasi tutti così ed oggi è bene che tornino ogni sette anni (così è per il Pime) per rimettersi in salute e aggiornarsi nelle idee. Il mondo cammina così in fretta, che se non ci aggiorniamo rimaniamo tagliati fuori. Io ho sempre cercato di leggere, anche libri di teologia, sebbene non abbia mai avuto molto tempo a disposizione: mi pare che sia un dovere rimanere giovani nelle idee.

   Oggi penso in Santal e non in italiano

Certo che la missione del Bengala, dal 1929 quando ci sono andato, al 1973 quando sono rimpatriato per la prima volta (ma fra qualche mese torno di nuovo in Bengala), è cambiata radicalmente. Allora, nel 1929, eravamo alla seconda fase dell’azione missionaria nell’immenso Bengala. La prima fase fu quella iniziata dai nostri confratelli del Pime alla metà del secolo scorso: una decina di missionari (non furono mai molti di più in attività contemporanea) lanciati in un territorio vasto più di tutta Italia (da cui sono nate una decina di diocesi), ricoperto di fitte foreste, di fiumi maestosi, senza mezzi, senza comunità cristiane: una vera zona vergine da aprire all’evangelizzazione. Il tempo dei pionieri è stato un qualcosa di inimmaginabile ai nostri giorni. Quei primi missionari avevano la "morte facile", tanto che il Bengala era chiamato "la tomba dell’uomo bianco" e fino al 1920 la media di vita in missione dei nostri missionari fu inferiore ai due anni! Ciò significa che una buona parte morivano dopo pochi mesi di vita bengalese, stroncati dalle febbri, dal colera, dal vaiolo, da mille malattie contro cui non c’era alcuna difesa. Ancora nel 1930, una commissione medica inglese che visitava le colonie britanniche per ragioni di studio, giudicò il Bengalala zona più malarica del mondo! Ma dicevo che quei primi missionari erano veramente uomini straordinari. A leggere oggi i resoconti dei loro viaggi alla ricerca di nuove tribù da evangelizzare e di cristiani dispersi da confortare, si rimane stupiti per la resistenza che avevano, lo spirito di sacrificio, la fede incrollabile. Facevano viaggi di mesi, rimanendo assenti da casa senza nessun conforto, in un clima micidiale, spostandosi a piedi o su un carro a buoi, dormendo in capanne di fango col tetto di paglia, fra gente che in grandissima maggioranza non riuscivano nemmeno a capirli... Soprattutto l’isolamento e la lontananza dai confratelli e dalla patria erano gli ostacoli più difficili.

Io sono arrivato in Bengala nel 1929, quando già stava incominciando la seconda fase dell’attività missionaria: cioè il territorio era quasi tutto esplorato, alcune comunità cristiane esistenti un po’ ovunque e si incominciava ad avere qualche mezzo di comunicazione come il treno, il cavallo,le prime biciclette. Però anche allora non avevamo nulla, ci sentivamo abbandonati da tutto il mondo civile: quanta fede era necessaria per resistere e con gioia, con entusiasmo!

Ma non vorrei fare della poesia e del sentimentalismo: la mia vita missionaria, pur avendola vissuta con entusiasmo, è stata tutt’altro che poetica. Nel 1929, quando arrivai in Bengala, c’erano laggiù una ventina di missionari dispersi in centri lontani tra loro diverse giornate di viaggio. A me toccò la missione di Mariampur, un distaccamento del centro principale di Dhanjuri, dove c’è il lebbrosario. In questa missione ho dovuto subito vivere con i Santal e gli Oraon, che sono popolazioni tribali, non integrate con la popolazione bengalese. A quel tempo la gente non capiva l’inglese, eccetto qualche ufficiale, bisognava imparare le lingue locali, il bengalese (che è lingua molto bella ma difficile), il santal, l’oraon... Che faticaccia! Mi sono buttato a corpo morto, senza guida e senza metodo, a imparare per primo almeno il santal: dopo un tre-quattro mesi, riuscivo a farmi capire, ma per imparare bene il santal ci sono voluti anni e anni: ora però mi accorgo che spesso penso in santal e non in italiano. Dopo 44 anni di assenza dall’Italia, il mio italiano vale proprio poco...

A quel tempo il lavoro missionario era impostato tutto sulla visita ai villaggi e la cura delle opere educative, mediche, assistenziali. Soprattutto la scuola era il cuore della missione, perché permetteva di formare una categoria di persone con un minimo di istruzione, che potevano essere utili al loro popolo e anche alla diffusione del messaggio cristiano. Pochissimi erano i cristiani perché la conversione era difficile: comportava l’abbandono delle proprie tradizioni e del proprio gruppo tribale da cui si veniva emarginati; noi missionari dovevamo fare dei villaggi di cristiani, in modo che i nuovi battezzati potessero crescere in ambiente non ostile, trovare da sposarsi e formare nuove comunità.

   Le scuole in cui si pagano gli alunni

La scuola, come dicevo, era il nostro mezzo di contatto con i non cristiani, assieme ai dispensari medici, lebbrosari, orfanotrofi. Allora la gente non capiva ancora l’utilità della scuola: non solo bisognava dare tutto gratis, ma dovevamo anche pagare i genitori più poveri perchè lasciassero i figli liberi dal lavoro. Le mamme mi dicevano: "Ma come? Ti ho dato mio figlio e tu vorresti anche che io ti pagassi? Sei tu che devi pagare me, perché mio figlio non guadagna nulla". Poi, quando vedevano che i figli sapevano leggere e scrivere e ottenevano qualche impiego in genere governativo, erano tutte fiere e venivano a ringraziare. A noi della missione la scuole serviva, oltre che come strumento per migliorare la condizione sociale della popolazione, come il modo migliore per farci conoscere: i ragazzi e le ragazze che uscivano dalle nostre scuole, anche se non cristiani, preparavano il terreno della società, che avrebbe fruttificato magari dopo due o tre generazioni. Fra gli alunni cristiani poi si manifestavano vocazioni sacerdotali e religiose, si sceglievano i catechisti ed i maestri. Oggi la situazione è molto diversa e anche se il governo incamerasse le scuole, noi siamo pronti a collaborare cordialmente con l’opera del governo, perché ormai la missione è fondata, è conosciuta, è stimata da tutti, e non ha più assoluta necessità della scuola per introdursi nell’ambiente. Anzi, forse oserei dire che oggi, se i grandi collegi e ospedali cattolici diventassero governativi, molti religiosi e religiose sarebbero spinti ad azioni più apostoliche: nel senso che purtroppo le grandi opere assorbono molto personale, che non è più libero per azioni di evangelizzazione diretta. E’ vero che le nostre scuole sono ancora le più stimate del paese e da esse escono quasi tutti i dirigenti, così come i nostri ospedali sono quelli che godono maggior fiducia per molti motivi (pulizia, carità, precisione, ecc.). Ma ad un certo punto ci si può chiedere se noi ci facciamo missionari per mandare avanti le scuole e l’assistenza medica, oppure se questo spetta al governo locale e noi dobbiamo fare qualche cosa di più specifico.

   Abbiamo fatto una scelta di sinistra?

Ma torniamo alla missione come l’ho vissuta io prima dell’ultima guerra. Il missionario allora si dava solo ai diseredati: gli aborigeni di varie tribù (santal, oraon, munda, pahari) che erano sotto il tallone dell’Islam e dell’induismo, cioè dei mussulmani e degli indù, furono i poveri che noi cercammo di aiutare in tutti i sensi, in campo sociale, economico, politico anche, culturale e finalmente religioso. Allora c’erano circa 200.000 santal nella diocesi di Dinajpur e più ancora oraon e poi altri 14 gruppi tribali, tutti immigrati e viventi in piccole comunità alla mercé di mussulmani e indù, che li trattavano come schiavi, eccetto i santal che amavano la vita libera nella giungla, vivendo quasi da nomadi perpetui. Gli oraon invece si erano stabilizzati sulla terra, diventavano anche proprietari, ma erano oppressi dai bengalesi musulmani o indù, più istruiti, più numerosi.

Noi missionari ci siamo schierati fin dall’inizio con gli aborigeni. Oggi si direbbe che abbiamo fatto una scelta di sinistra, ma io penso che abbiamo fatto semplicemente una scelta cristiana e dopo mezzo secolo è una soddisfazione per noi vedere queste razze oppresse che hanno i loro professionisti, insegnanti, funzionari governativi, capi politici, avvocati che sanno difenderli di fronte alla legge. Nei primi tempi invece, le leggi del governo coloniale già c’erano, ma i primitivi non le conoscevano e poi non avevano nessun coraggio di chiedere giustizia, per cui subivano passivamente tutti i torti e le prepotenze. Noi abbiamo incominciato con le scuole, poi li abbiamo aiutati ad unirsi in piccole cooperative, a liberarsi dal peso degli usurai, ed infine li abbiamo difesi nei tribunali, quando ci pareva che avessero ragione da vendere. Tutto questo lavoro per i tribali attirò l’odio di musulmani e indù, che oggi è quasi superato: ormai hanno capito che difendevamo i tribali non per andar contro di loro, ma perché era giustizia difenderli. Comunque allora molti bengalesi ci dicevano: "Mai noi diventeremo cristiani fin che voi difendete questi aborigeni". Bisogna ricordare che a quei tempi gli aborigeni erano considerati al livello di animali immondi, senza alcuna personalità né diritto. Il fatto di avere iniziato la redenzione di questi poverissimi fra i poveri, penso che quando si scriverà la storia del Bengala e più generale dell’India dovrà essere riconosciuto come uno dei maggiori contributi dati dai missionari cristiani a questo grande paese. C’è un fatto interessante in proposito. Uno dei pionieri del Bengala, il P. Rocca, un uomo di capacità eccezionali, aveva tentato di vivere con i bramini indù, cioè la casta più alta del mondo indù: egli voleva fare quello che aveva fatto secoli prima il P. De Nobili e poi alcuni altri missionari, che si erano dedicati alle alte caste. Sarebbe riuscito senza dubbio nel suo intento, ma dovette abbandonare tutto quando capì che i bramini avevano un atteggiamento di fondo non recettivo: cioè erano talmente attaccati ai loro privilegi, talmente orgogliosi della loro superiorità sugli altri indiani, che il padre temeva di essere strumentalizzato contro i poveri. La vita con i bramini attira, senza dubbio il dialogo religioso con l’induismo va fatto per mezzo loro, ma io penso che il compito fondamentale della chiesa in un paese come l’India o il Bangladesh sia di andare ai più poveri tra i poveri, fra quelli abbandonati e disprezzati e oppressi da tutti. Ancor oggi, fra tribali e fuori casta, in India e Bangladesh, sono almeno un centinaio di milioni! Il lavoro quindi non manca.

   Metà dei missionari morivano dopo due anni di Bengala

Vedo che sto già perdendo il filo del racconto, ma io dico le cose così come vengono: sono più autentiche. Dunque, dicevo degli inizi della mia missione e di quanto è cambiata la vita del missionario nei 44 anni che io sono stato in Bengala. Adesso non c’è più nessun problema di malattia, ci sono medici e ospedali ovunque: e poi, con l’aereo, in poche ore uno può tornare in Italia. Io stesso sono stato caricato su un aereo quasi senza volerlo, quando fui colpito da malattia, e senza che me ne accorgessi ero già in Italia all’ospedale del Niguarda a Milano!

Una volta no, se uno si ammalava, doveva sopportare tutto sul posto: al massimo si andava al centro della missione, a Dinajpur, dopo giornate di viaggio faticoso, ma non era molto meglio che nei nostri villaggi. Questo spiega perché molti missionari sono morti in giovane età. Io lavoravo in Bengala con altri tre missionari: due siamo scampati, P. Martinelli e io; gli altri due sono morti, P. Re e P. Brambilla sono scomparsi dopo pochi anni di missione, stroncati dalle febbri. Io stesso, se dovessi descrivere tutte le malattie che ho avuto, non finirei più: ho fatto la difterite, la filaria, la malaria, il kalajor, l’ernia doppia, la febbre nera, l’appendicite, ascessi vari...

Non so come ho fatto a resistere: il Signore mi ha aiutato in modo straordinario. Tutti gli anni, nei mesi di giugno-luglio, in sei o sette missionari eravamo costretti ad andare in ospedale con la malaria addosso o con qualche altro male: ci mettevano a posto e tornavamo in foresta; all’ospedale ci consolavamo a vicenda, le cure erano poche perché mancavano le medicine, ma almeno c’era una casa di mattoni, un po’ di asciutto e di fresco, mentre nei villaggi si moriva di caldo umido, soffocante. Io sono svenuto diverse volte per la strada, per la malaria; una volta mentre camminavo nei campi sono svenuto, poi, quando mi sono ripreso sono andato avanti ancora un po’ ma sono svenuto di nuovo. Mi ha poi raccolto della buona gente... Un’altra volta mi sono svegliato in mezzo alla foresta, di notte ero svenuto senza accorgermene, con le gambe in sù e le gambe in giù, potevo morire, nemmeno risvegliarmi... Un’altra volta ero al mercato di un villaggio, mi sento svenire e faccio a tempo a correre dentro una casa e a sdraiarmi sul tavolo che già avevo perduto conoscenza.

Queste sono avventure comuni ai missionari dei tempi passati in Bengala perché la vita di missione era difficile dappertutto. Mi fanno ridere, adesso, quelli che scrivono che noi eravamo colonialisti o imperialisti o che non rispettavamo le "culture" di quei popoli: chi scrive queste cose non ha la minima idea di come abbiamo vissuto e anche di come ancora oggi si vive nelle missioni; e di come, anche solo per imparare le lingue locali, ci volessero anni e anni di sforzi, di pianto anche, perché quando ti trovi da solo tra un popolo che non ti capisce nemmeno e tu non riesci a capire cosa dicono, eccetto le quattro frasi imparate a memoria "come stai?", "ha mangiato bene?", "dammi da bere", e cose del genere, te la saluto io la cultura locale! Oggi è tutto diverso e il missionario che viene anche in Bengala, ha almeno più di un anno di studio, tranquillo, in ambiente di studio e non di foresta: allora si può fare un altro discorso. Ma nei miei primi tempi di missione non avevamo niente, eravamo poverissimi e isolati da tutto il mondo: l’importante era sopravvivere e cercare di aiutare la gente a sopravvivere.

   Quante volte ho ricevuto l’estrema unzione?

Beh, non voglio stancarvi con il racconto delle mie avventure, ma voglio raccontarvi di quella volta che alle sei del pomeriggio ero in chiesa per le funzioni e alle nove già mi davano l’estrema unzione! Perché? Perché quando venivano gli attacchi di febbre nera era molto peggio della malaria: ti prendevano i brividi, ma brividi da scuotere il letto, si entrava in agonia quasi subito. Resisteva solo chi aveva un cuore molto forte: diversi padri sono morti da un’ora all’altra, senza che si potesse fare niente. La "febbre nera" (o "febbre dell’acqua nera") è una malattia che consiste nel travaso di sangue nei reni e nell’urina: normalmente porta alla morte in 24 ore e l’unico rimedio, allora, era bere continuamente acqua ed estrarre l’urina mescolata col sangue per mezzo di un catetere, , per impedire che il sangue si coagulasse internamente nella vescica. Veniva fuori un sangue nero da fare spavento!, Beh, quella volta che presi la febbre nera mi salvò il P. Martinelli che mi portò subito a letto, mi costrinse a bere litri e litri di acqua e per tutta la notte mi estrasse il sangue. Svenni diverse volte e mi diede l’estrema unzione, ma al mattino il cuore aveva resistito e la crisi era superata. Queste erano le cure dell’epoca. Non so più nemmeno quante volte mi hanno dato l’estrema unzione per casi del genere. Debbo ringraziare il buon Dio che il cuore ha sempre resistito e poi non mi sono mai lasciato andare. Parecchi confratelli morivano perché "si lasciavano andare": era difficile e doloroso resistere senza medicine, con forti dolori, nell’isolamento... Gli aborigeni, quando si scatenavano queste malattie epidemiche, morivano come mosche, non avevano alcuna resistenza. Una volta, per una pestilenza penso siano morte almeno un milione di persone nel Bengala: noi alla missione avevamo centinaia e migliaia di ricoverati, che potevano essere salvati se presi a tempo; ma non pochi arrivarono in ritardo. Poi c’era anche il problema che, di fronte a queste febbri, si sarebbe dovuto mangiare bene per tirarsi su, per avere energie sufficienti: invece la gente comune non aveva possibilità di avere cibo nutriente e noi stessi non andavamo più in là del riso, verdure, pesce di fiume e qualche pollo. Non c’era la possibilità di avere altro cibo, io per lunghissimi anni non ho più saputo che gusto avevano il formaggio, i salumi, il burro, la carne di manzo, l’olio di oliva e qualsiasi altra cosa che non crescesse sul posto. Oggi invece si trova di tutto, basta avere un po’ di soldi e al mercato trovi qualsiasi cosa. Noi continuiamo a mangiare male, così per abitudine, per trascuratezza, ma ogni tanto, almeno quando facciamo festa, ci concediamo una bistecca, un gelato, un caffè autentico; a Natale ci arriva anche il panettone dall’Italia, magari un po’ rancido perché non imballato bene (con quel caldo!), ma arriva.

   "Proprio eroi no, ma ci manca poco!"

Non so se tutte queste cose interessano ai lettori di "Mondo e Missione", ma è la nostra vita di missionari. Ne avrei di cose da raccontare! Ad esempio, i viaggi sul carro a buoi: le notti e i giorni che ho passato su quel carro senza molle! Una volta non c’erano nè moto nè auto; qualche bicicletta, ma se si doveva stare in giro mesi e portarsi tutto l’occorrente per le funzioni sacre, i registri, le medicine, il catechista accompagnatore, bisognava andare col carro a buoi. Non su strade lastricate come ci sono adesso, ma per i sentieri polverosi o fangosi, lungo le risaie o nell’interno della giungla della giungla: e dove il carro non passava, si proseguiva a piedi o in bicicletta (sul carro mettevamo anche la bicicletta). Si andava adagio,naturalmente, al massimo trenta chilometri al giorno, non di più, e spesso anche di meno. Ad esempio, quando era il tempo delle piene dei fiumi, con la pianura tutta allagata, non si sapeva nemmeno più dove era il fiume e dove il sentiero: si rimaneva anche un giorno o due fermi a lasciare passare l’acqua, rifugiati su qualche promontorio. E poi i ponti, che nella maggioranza dei casi erano bambù infilzati nel fango, sui quali si doveva camminare con la bicicletta in spalla e il catechista dietro col pacco dei paramenti sacri: a volte le corde marce si rompevano e si finiva a bagno, nel fango o nell’acqua, bisognava raggiungere a nuoto la riva e mettere al sole tutte le nostre cose ad asciugare. Una volta sono caduto nell’acqua e non avendo più niente di asciutto eccetto il camice della Messa, mi sono messo quello e sono entrato così nel villaggio. Sotto ero nudo. La gente mi viene incontro, era sera, e mi vedono col camice addosso e tutti a chiedermi cosa è successo. Allora dico: "niente, è già cominciata la Messa, tutti in chiesa. E tutti mi sono venuti dietro e così ho celebrato con su solo il camice e niente sotto. Un’altra volta l’acqua aveva ricoperto una grande buca e ci sono cascato dentro in pieno che a momenti affogo. Ma le maggiori difficoltà non erano queste materiali. Quando sei giovane e sano non ci pensi nemmeno. Quel che invece ti faceva veramente soffrire era l’isolamento, che adesso è quasi del tutto scomparso; il vivere tra popoli primitivi che non ti capivano, con i quali ti intendevi più o meno e potevi parlare solo di mangiare e di cose materiali. Anche con i nostri cristiani, quanto tempo ci voleva per educarli un po’! Così ti sentivi isolato, sprecato: tornavi a casa dopo uno o due mesi di vitaccia e non trovavi nemmeno un cane a cui raccontare le tue storie. Se ci incontravamo ogni tanto fra confratelli erano feste che non finivano più, si stava alzati tutta la notte a chiacchierare. Anche se c’era solo l’acqua del pozzo da bere, bastava poter parlare con uno che ti capisse. Se ho avuto delle crisi? Certo che ne ho avute. Due volte sono stato anche lì per lì per tornare a casa, in Italia; ero proprio scoraggiato. Due volte mi sono detto: adesso parto, on dico niente a nessuno e fra un mese sono in Italia a casa mia. Volevo proprio scappare senza lasciare tracce. Ero solo con decine di villaggi da visitare, con gente che chiedeva questo e quello, chiedevano cibo, medicine, soldi, un lavoro e io non avevo nulla da dare. Ad un certo punto vai giù di morale davvero. Perchè non sono scappato? Beh, perché un po’ di fede ce l’avevo e perché il buon Dio mi ha preso per il collo e mi ha trattenuto al tempo giusto. Mi viene in mente quella volta che capitò al mio villaggio una commissione reale inglese per lo studio della geografia del Bengala: stavano facendo una grande mappa di tutti i fiumi, i sentieri, i villaggi. Erano tre inglesi, professori chissà di dove, con un seguito di qualche decina di portatori, servi, tende, viveri, strumenti, medicine, ecc. (fu la prima volta che io vidi la birra in scatola). Si fermarono un po’ nel mio villaggio, videro come vivevo io e poi mi dissero: "Ma qui in Bengala voi missionari siete tutti degli eroi". La risposta mi venne spontanea: "Proprio eroi no, ma ci manca poco".

   Dio lavora anche fuori dalla Chiesa

Vorrei ora dire qualcosa su come si svolgeva la missione in passato, cioè dare un’idea di come si è evoluto il nostro lavoro fino ad oggi. I cambiamenti sono stati tanti, perché è cambiato l’ambiente stesso in cui noi lavoriamo: del vecchio Bengala non è rimasto quasi più nulla, né l’ambiente (le immense foreste ormai quasi del tutto trasformate in campi coltivati), né l’isolamento, né la mentalità della gente, ormai evolutasi con la scuola e con tutti gli avvenimenti politici degli ultimi trenta anni.

   Chi erano i nemici del missionario

Ad esempio, la mentalità della gente. Quando io arrivai in Bengala, il missionario era visto dagli aborigeni con uno spirito di superstizione: quando ci scorgevano da lontano, scappavano. Al contrario, i bengalesi musulmani o indù, che erano e sono in maggioranza più forte e istruita, pensavano: ecco il nostro nemico, colui che difende gli aborigeni e i fuori casta! Poi, a poco a poco, gli aborigeni hanno imparato a conoscerci e a capire che volevamo solo aiutarli: allora ci correvano dietro ovunque andassimo. Molte conversioni nascevano, come punto di origine, dagli aiuti che davamo per motivi sociali, in occasione di carestie, inondazioni, epidemie; oppure nascevano dal desiderio di fare parte della comunità cristiana, che rappresentava (e rappresenta ancora oggi) una certa promozione sociale e difesa contro i prepotenti; oppure era il sentimento di riconoscenza per il missionario che aveva difeso un villaggio o una famiglia da una ingiustizia. Chi aveva il potere o la ricchezza non si è mai fatto cristiano, erano tutti nemici dei missionari, che venivano a disturbare la loro tranquilla società in cui essi contavano qualche cosa e opprimevano gli altri. Loro stessi ce lo dicevano: "Padre, tu sei una persona intelligente, ma non potremo mai andare d’accordo, fino a quando stai dalla parte si questi aborigeni". Poi la mentalità è cambiata, a poco a poco: oggi il missionario è generalmente bene accetto a tutti, credo che ormai abbiano capito quasi tutti il nostro spirito di carità senza esclusioni per nessuno. E poi, specialmente qui in Bangladesh, durante la guerra di indipendenza contro il Pakistan noi missionari e il clero bengalese abbiamo rappresentato l’unica difesa, l’unico rifugio per tutti, senza distinzione di razza o di religione o di casta. Sul cambiamento di mentalità nei nostri riguardi ha anche influito molto il fatto che quando gli inglesi se ne sono andati, dopo la fine del regime coloniale, noi siamo rimasti tutti. Un uomo istruito e ricco delle mie parti, in quel tempo mi diceva: "Padre, perché gli inglesi se ne vanno e voi restate?" Io risposi: "Io non sono venuto qui come gli inglesi, per fare affari nè per dominare il popolo, ma solo per aiutarvi, per dimostrarvi che vi voglio bene". Mi disse: "Questo l’avevo già sentito molte volte, ma solo adesso ti credo veramente, perché oggi voi vi siete messi nelle nostre mani di bengalesi con molta fiducia, come dei veri amici".

Noi missionari abbiamo sempre cercato di stabilire buoni rapporti con tutti e di interessarci a fondo della vita di queste popolazioni. Mi ricordo quando andavo in giro nei villaggi santal, dopo che già avevo imparato bene la lingua, la prima cosa che facevo era di andare dal capo villaggio e chiedevo notizie del villaggio, della salute, dei campi, dei loro problemi. Lui era tutto onorato che il padre si interessasse al suo villaggio. Mi invitava a casa sua, si stabiliva un’amicizia. Poi chiedevo se gradivano la visita del padre: se mi rispondeva di sì, dicevo che sarei tornato ancora. Poi, quando tornavo, erano già tutti in attesa, allora parlavo alla comunità e lodavo le loro virtù naturali, i loro proverbi,le loro tradizioni ed i loro costumi; e dicevo che tutte queste belle cose dovevano essere sviluppate. Poi li facevo parlare del loro concetto di Dio, sentivo i loro problemi, li aiutavo come potevo.

   I santal capiscono l’essenziale del Vangelo

Una volta noi studiavamo una teologia tutta metafisica, distaccata dalla vita. Leggo oggi libri di teologia e mi sembrano ben più incarnati di quelli su cui abbiamo studiato noi. Fatto sta che quando si veniva in missione e ci si metteva a contatto con la gente del posto, cristiani e non cristiani, si aveva l’impressione che tutti gli studi fatti servissero a poco; e che invece, quel che sarebbe servito, non si era studiato. Così bisognava incominciare da capo: ad esempio, cercare di capire la mentalità dei primitivi, studiare come fare penetrare il messaggio di Gesù nel loro universo mentale, liberare tutto il complesso di verità e di filosofia che avevamo in testa per trasmettere solo quello che era necessario, ecc.

La pratica della vita insegnava ad essere semplici, come il Vangelo. Più si andava avanti, vivendo a contatto con la gente, più si capiva il linguaggio del Vangelo, così immediato, così semplice, così profondo. I libri di teologia che si erano portati dall’Italia ammuffivano, il Vangelo l’avevamo sempre in tasca. Il discorso religioso che facciamo ancora oggi ai cristiani e ai non cristiani è molto semplice. Ad esempio, quando voglio spiegare la Provvidenza di Dio alle donne che allattano in chiesa, dico: come fa il vostro latte a diventare carne e ossa e capelli dei vostri bambini? Mi rispondono: non lo sappiamo... Così io dico che Dio abita in loro e nei loro figli; è un’idea che hanno già in testa e approvano calorosamente. Quando parlo agli uomini mi riferisco alla semina nei campi e al raccolto, alla vita della foresta, facendo notare quanto Dio ci vuole bene. In genere, gli aborigeni non cristiani hanno paura degli spiriti, che possono fare loro del male: tutta la loro vita spirituale è fatta di timore, di complessi di paura, di riti magici per proteggersi dagli influssi cattivi. Anche di Dio hanno un’idea inadeguata: credono in un Essere Supremo, ma normalmente pensano che, essendo molto distante dal mondo e non avendo bisogno degli uomini, si disinteressa di quello che succede sulla terra. Noi cerchiamo di fare comprendere che Dio è amore, è il padre degli uomini che ci vuole bene, così bene che perdona i nostri peccati ed ha mandato suo Figlio per la nostra salvezza. Per cui bisogna stabilire un dialogo intimo con Dio, attraverso la preghiera. Questa bontà di Dio è la grande rivelazione che sconvolge l’universo religioso dei pagani. Quando sentono che Dio gli vuole bene, che è il padre di tutti gli uomini, che tutti quindi sono uguali davanti a Dio, allora stanno a sentire con la bocca aperta e poi vogliono che torniamo da loro a raccontare queste cose. Io uso sempre immagini e parole evangeliche. I popoli orientali capiscono il Vangelo più di noi occidentali, che viviamo in ambienti moderni e secolarizzati. I santal vivono ancora in ambiente rurale, del tutto simile a quello in cui è vissuto Gesù: quindi le parabole evangeliche, i discorsi di Cristo, la vita di Gesù e dei suoi apostoli, li capiscono benissimo. Non solo, ma li gustano perchè per loro è un discorso del tutto nuovo, rivoluzionario, rispetto alle loro tradizioni e mentalità. Penso che forse i nostri cristiani d’Italia dovrebbero un po’ a scuola dei cristiani santal, in questo senso: che qui, dopo 2000 anni di cristianesimo, con tutta la confusione di voci che c’è in Italia oggi, non riusciamo più a capire cosa sia questo benedetto messaggio di Cristo e cosa dica di nuovo all’uomo. I santal lo capiscono benissimo, cioè vanno all’essenziale, si rendono conto che Gesù è rivoluzionario perché ha predicato l’amore a Dio e al prossimo e l’ha praticato in modo eroico. Questo è quel che veramente conta. Invece ho l’impressione che in Italia, spesso, abbiamo dimenticato anche questo, o almeno siamo talmente soverchiati da tante teorie, che non riusciamo più a vedere l’essenziale.

   Abbiamo sbagliato a non cristianizzare i riti santal

Naturalmente, non bisogna credere che basti avvicinare qualche volta un villaggio o una famiglia santal, per avere dei cristiani. La nostra catechesi è sempre stata a lunga scadenza: si incomincia con Dio che è amore e poi si continua chiedendo qualche sacrificio per rispondere a questo amore. Per esempio, rinunciare all’odio per i nemici, alla vendetta (sentimenti fortissimi fra i pagani); si chiede agli uomini di lavorare di più per la famiglia, di rinunciare al bere e di non correre dietro alle donne degli altri; alle donne di essere fedeli al loro uomo, di curarsi dell’educazione dei figli ad esempio mandandoli a scuola, cose di questo genere insomma. Per avere dei cristiani ci vogliono anni, anzi, a volte diverse generazioni. All’inizio le verità della fede non è neanche bene rivelarle tutte: non vengono capite, vengono fraintese. Bisogna creare prima tutta una mentalità, un’atmosfera cristiana, affinché capiscano la croce, l’eucarestia. Una volta, all’inizio del mio apostolato missionario, ad un gruppo di santal che sembravano già preparati, parlai a lungo di Gesù Figlio di Dio che si è fatto uomo ed è morto in croce per la nostra salvezza. Il crocefisso lo conoscevano già, ma io volevo fare capire il senso di quell’immagine. Alla fine chiedo: chi sa dirmi perché hanno messo in croce Gesù? Tutti fanno silenzio, non sapevano che cosa rispondere, non avevano capito nulla di quello che avevo detto. Poi finalmente, uno si alza e dice: "Per rubargli i vestiti". Non si deve pretendere troppo, bisogna camminare con il loro passo, che è molto lento. D’altra parte, vorrei un po’ vedere quanti degli italiani che si dicono cristiani capiscono la croce e l’eucarestia, e come la capiscono!

Il battesimo no, quello lo capiscono subito, così come la confessione. Anche loro hanno il battesimo: quando nasce un bambino santal, i capi del villaggio si radunano per purificarlo da un’impurità. Cosa sia questa impurità non lo sanno nemmeno loro, ma credono che i bambini nascano moralmente macchiati, per cui debbono essere purificati. Chiamano il barbiere del villaggio, che deve tagliare i capelli al bambino in segno di purificazione, poi lo stregone che fa sul bambino diverse cerimonie; infine il papà del bambino dà da bere a tutto il villaggio un’acqua amara, di cui non saprei dire il significato, presentando suo figlio a tutti gli abitanti del villaggio. Così, il battesimo nella chiesa è perfettamente capito come rito di introduzione nella comunità, rito di purificazione, rito di pacificazione con Dio. Anche la confessione è capita: nelle loro tradizioni c’è anche questo pentimento e richiesta di perdono alla comunità. Io non ho mai trovato difficoltà nella confessione dei peccati fra i santal, anzi ho sempre incontrato la massima spontaneità e sincerità. Solo tra i convertiti dall’induismo ci sono difficoltà, perché hanno un concetto legalistico del peccato, quindi magari si confessano se hanno ucciso un insetto, ma non se hanno odiato od oppresso un uomo; si confessano se mangiano carne impura, ma non se defraudano l’operaio della giusta mercede. Bisogna dare un’istruzione più approfondita del concetto di peccato. Purtroppo noi abbiamo fatto il grande sbaglio iniziale di non portare in chiesa i loro riti, le loro pratiche, purificandone il significato: allora avremmo avuto una comunità più integrata nelle loro tradizioni, mentre al contrario si sono sempre sentiti come dei transfughi. Ma lo sbaglio, in verità, non è stato di noi missionari sul posto. Noi queste cose le vedevamo e le sentivamo profondamente. Io per esempio conoscevo i canti santal, suonavo la chitarra e il mandolino, andavo in giro e imparavo tutti i loro canti, che sono bellissimi: ci sono canti per i matrimoni, i canti per i funerali, i canti per i battesimi; io ne ho raccolti circa 4.000 di questi canti, tutti scritti, parole e musica, li ho tutti nel mio archivio personale a Dinajpur; ora che i santal stessi li dimenticano, io credo di essere quello che ne ha conservati di più. Chissà poi se serviranno ancora a qualcuno o a qualcosa... Dicevo che noi missionari, vivendo la vita dei santal e comprendendone a fondo lingua e mentalità, vedevamo l’utilità di "cristianizzare" i loro riti e tradizioni. Ci pareva assurdo portare la melodia gregoriana o i canti italiani ad un popolo che ha una musica così bella, anche se tanto diversa dalla nostra. Queste cose però una volta non si potevano dire, oggi invece è molto diverso e sta veramente nascendo la chiesa indigena. Mi ricordo che una volta chiedemmo ad alcuni missionari dell’India di lavorare con noi per studiare questi riti santal; anche loro lavoravano fra i santal, ma si opponevano fortemente a quel che noi volevamo fare, cioè integrare i riti santal nella chiesa, perché dicevano che Roma non l’avrebbe permesso. Non so se è vero, ma noi non l’abbiamo nemmeno tentato in modo serio.

   Abbiamo dato una coscienza ai poveri

La difficoltà maggiore che incontravamo nel nostro apostolato, non era tanto la conversione, quanto il formare comunità omogenee, stabili, mature. I villaggi santal si convertivano con una certa facilità, dopo qualche anno di contatto con il missionario o il catechista. Ma poi non se seguivano comunità veramente adulte, in buona parte perchè erano tutti nomadi, immigrati, gente sottomessa a indù e musulmani che li facevano lavorare come bestie anche la domenica. Mi ricordo che quando andavo a visitare i villaggi santal e radunavo la gente in chiesa la domenica per le funzioni, dovevo chiedere il permesso ai proprietari del luogo per portargli via la gente dal lavoro. Non potevano dirmi di no, ma stavano ad aspettarli fuori della chiesa per condurli subito a lavorare. Insomma, erano dei veri schiavi, dipendevano in tutto dagli altri, non solo per il lavoro, ma per tutto, mangiavano gli avanzi di quelli di casta, gli scopavano le case, dovevano fare tutto quello che gli dicevano di fare stare zitti, se non volevano ricevere bastonate. Ecco, noi ci siamo impegnati a poco a poco a dare una coscienza a questi poveri, sia con l’istruzione, sia con la catechesi cristiana fondata sulla dignità dell’uomo e l’uguaglianza di tutti gli uomini, sia con azioni concrete, quando ne capitava l’occasione. Quante volte io stesso sono andato in tribunale a difendere i santal di fronte al proprietario di un villaggio che aveva commesso qualche prepotenza! Allora me la giuravano a morte e diverse volte ho anche dovuto fuggire per non essere bastonato. Una volta mi sono accordato con gli uomini ed i giovanotti santal e sono andato in un villaggio a portare via la gente davanti agli occhi degli indiani che li avevano quasi requisiti. Andò così, che durante una carestia avevano portato via i santal dando loro da mangiare e poi ne avevano fatto degli schiavi e non li lasciavano più venire via. La legge non poteva farci niente, perché quando il giudice, da noi mandato, andava ad interrogare quei santal, questi mezzi morti di paura e di bastonate, dicevano che non volevano venire via e stavano bene là. Chi aveva osato dire qualcosa di diverso, non solo non aveva ottenuto alcun risultato, ma l’avevano poi legato ad un palo e frustato a sangue. Allora, quando ho visto che le cose stavano veramente così, sono andato al villaggio con una quarantina di giovanotti santal armati di frecce e di bastoni: i santal tirano benissimo con l’arco, colpiscono un maialetto selvatico mentre scappa a cinquanta metri. Fatto sta che siamo riusciti, senza nemmeno discutere molto, a portarci via i nostri santal. Rimase solo un vecchio testardo, il quale diceva che aveva dato la sua parola che non sarebbe scappato e non scappò. Quando morì so che gli hanno legato le caviglie (per non toccarlo) e l’hanno trascinato dentro il suo pozzo, dal quale, in seguito, nessuno ha più attinto acqua, in segno di disprezzo.

   Dieci milioni di profughi senza nulla!

E’ per questi motivi che noi eravamo considerati nemici dagli indù e dai musulmani bengalesi, cioè da tutti i bengalesi, ad eccezione degli aborigeni e dei fuori casta! Ma noi, vedendo i poveri che erano sotto i piedi degli indiani, non potevamo starcene zitti, anche se molto spesso dovevamo trangugiare bocconi amari, per non peggiorare le situazioni. Noi abbiamo sempre cercato di redimere le categorie marginali dando loro la scuola, l’assistenza sanitaria, una specializzazione di lavoro, aiutandoli a coltivare meglio i campi, a fare banche del riso per liberarli dalla schiavitù degli usurai, e via di questo passo. Il nostro insegnamento creava a volte risultati non previsti e non voluti, come quando i santal di una certa regione si ribellarono in massa e ingaggiarono vere battaglie per il possesso della terra, che in precedenza era la loro foresta; abbiamo dovuto accorrere e riportare la pace, altrimenti venivano sterminati o li massacravano di botte! Adesso l’azione sociale della missione è del tutto diversa, anche perché oggi abbiamo tanti mezzi materiali, che una volta nemmeno li sognavamo: oggi possiamo fare scuole industriali come il "Novara Centre", che è la meraviglia della regione, perché la diocesi e la città di Novara ci hanno dato in dieci anni circa 150 milioni di lire. Ma una volta l’equivalente dei 150 milioni di oggi non li vedevamo nemmeno in cinquanta anni e per tutta la missione. Negli ultimi dieci quindici anni abbiamo fatto più opere sociali che nei cento anni precedenti: scuole, dispensari medici, cooperative, pozzi, canali di irrigazione, scuole di avviamento al lavoro, contributi al miglioramento dell’agricoltura, villaggi con case di mattoni, strade nuove, piccole industrie artigianali che danno lavoro... Abbiamo importato trattori e macchine agricole, abbiamo insegnato l’uso dei concimi chimici, abbiamo formato dei meccanici e degli elettrotecnici, iniziato lavori comunitari, spinto la gente ad unirsi per fare qualcosa insieme. E poi, il grande lavoro fatto dal CORR, l’organismo cattolico caritativo del Bangladesh (la Caritas locale), durante e dopo la guerra di indipendenza! E’ stato un lavoro meraviglioso, si sono salvata centinaia di migliaia di vite e aiutato milioni di poveracci a ricostruirsi tutto, dalla capanna al pozzo, dall’aratura del campo all’acquisto del primo bestiame. La chiesa ha dimostrato a tutti col CORR, non solo che la sua preoccupazione era di aiutare tutti allo stesso modo, cristiani o musulmani, bengalesi o santal, ma anche che noi sapevamo come fare per fare cooperare tutta questa gente che si è odiata fino a ieri. Abbiamo avuto dieci milioni di rifugiati che tornavano dall’India senza nulla, dieci milioni! E molti di quelli che erano rimasti avevano perso tutto... Nella confusione generale, le uniche cose che hanno funzionato sono stati il CORR e l’esercito indiano. L’esercito manteneva l’ordine, la chiesa univa tutti gli uomini di buona volontà per lavorare alla ricostruzione, amministrava i soldi di tutti per il bene di tutti. Quando il governo del Bangladesh fu impiantato, il presidente Mujib Rahmancha voluto ricevere tutti i vescovi per ringraziarli a nome di tutto il paese. Era una cosa incredibile, vedere come tutti si fidavano solo dei preti e di quelli che lavoravano con noi: venivano commissioni ONU, dell’India, degli Stati Uniti, di tutti i paesi e organismi del mondo; studiavano, vedevano le necessità e poi davano i soldi a noi perché li facessimo fruttare per il bene di tutti. E’ stato un periodo di emergenza, che è bene sia passato, perché ormai tutto è in mano allo stato, come è giusto. Ma allora si è visto che la chiesa era veramente a servizio di tutti: abbiamo costruito strade e case, canali di irrigazione e pozzi, abbiamo distribuito viveri e vestiti e medicine e nessuno ha potuto dire che abbiamo fatto gli interessi di qualcuno in particolare. Abbiamo fatto lavorare, nella costruzione delle strade e delle capanne, soprattutto, centinaia di migliaia di disoccupati, pagandoli con il riso e il grano che arrivavano gratis dall’America e da altri paesi. Il Signore ci ha aiutati visibilmente: sono passati nelle nostre mai e nelle mani della gente che lavorava con noi dei miliardi, delle decine di miliardi,e non abbiamo avuto un solo caso grave di furto o di qualcuno che sia scappato con i soldi della comunità. Poteva anche capitare qualche caso, sarebbe stato comprensibile, uno che perde la testa ci può sempre essere: e invece, ad un certo livello direttivo, non è capitato nemmeno un caso. Ed abbiamo potuto presentare al governo e agli organismi internazionali che hanno aiutato il Bangladesh tutti i conti in ordine, con molta precisione.

   Collaborare con tutti sul piano sociale

Io credo che l’azione più grande di evangelizzazione l’abbiano fatta con questa testimonianza di amore concreto a tutti, di modo che tutti hanno capito che cosa è la chiesa e cosa sono i missionari. Forse poteva nascere un vero dialogo con i musulmani, ma la situazione generale non era ancora matura. E poi, l’immagine che abbiamo dato di lavoro disinteressato per gli altri è stata così nuova, rivoluzionaria, da risultare persino incomprensibile, incredibile. Ci vorrà un po’ di tempo prima che la digeriscano e ne ricavino riflessioni salutari. In realtà, tutte le religioni non cristiane, islam o induismo fa lo stesso, pur avendo nobili valori da salvare, sono un cumulo di formalismi e di esteriorità tradizionali che non cambiano l’uomo in profondità, sebbene gli diano una certa educazione alle cose spirituali. Solo vivendo a lungo in un paese non cristiano, si giunge a capire il valore profondo del cristianesimo, la differenza che corre tra la fede in Cristo e le altre religioni nate dall’uomo. Il cristianesimo è fondato sull’amore di Dio per l’uomo, un amore così grande, che il Figlio di Dio si è fatto uomo per salvarci; allo stesso modo, noi dobbiamo volere bene ai nostri fratelli, fino a donare la nostra vita per essi, senza attenderne nulla in cambio. Queste sono verità assolutamente rivoluzionarie, che cambiano radicalmente l’uomo e, per conseguenza, la società e tutte le sue ingiuste strutture. Noi facciamo del cristianesimo una qualsiasi religione pagana, quando ci limitiamo all’osservanza formalistica della legge! Io ho trovato persone musulmane istruite, che a tu per tu accettavano quasi tutto il cristianesimo e mi dicevano: vedo che il cristianesimo è la religione del futuro, di tutti gli uomini, perché è la religione dell’amore, che supera ogni divisione di razza, di casta, di classe sociale. Però queste cose mele dicevano in segreto, in pubblico non le avrebbero mai ammesse, per non essere poi espulsi dalla società islamica, dalla famiglia, dal villaggio. Per questo non ci sono mai state conversioni di musulmani; o forse non ce ne è stata qualcuna in tempi remoti, quando il missionario, come bianco, aveva una forza notevole e riusciva anche a superare la resistenza della comunità islamica. Ma in tempi recenti, almeno da quando io sono in Bengala, non abbiamo mai più forzato le cose. Oggi, quello che noi cerchiamo è il dialogo con tutti. E più che un dialogo strettamente religioso, cerchiamo un dialogo e una collaborazione su un piano sociale, di aiuto a chi soffre e allo sviluppo del paese. Già durante la guerra e il dopo guerra, come ho detto, c’è stato un buon inizio, si è superata in parte la mentalità di divisione, di odio fra le religioni, le caste, le razze: tutti erano uniti a lavorare per il bene comune. Ecco, noi cerchiamo di continuare su questa strada, che io credo sia la strada per portare i bengalesi a Cristo.

   Le idee cristiane hanno trasformato il Bengala

Io ho sempre pensato, adesso magari dico un’eresia, che non è la nostra azione di missionari che evangelizza, ma solo l’azione di Dio, che si serve di noi missionari come di strumenti quanto mai imperfetti e traditori: se noi riusciamo a fare poco danno, è tanto di guadagnato! Dio sparge il Vangelo anche fuori della chiesa, oltre che nella chiesa. Forse per tenerci umili. Voglio dire che i popoli si avvicinano a Dio per vie che noi missionari non conosciamo ed a cui non avevamo pensato. L’importante è che noi abbiamo fede nell’azione di Dio e dello Spirito Santo e lavoriamo con retta intenzione: poi magari quello che volevamo fare fallisce totalmente, ma intanto otteniamo risultati sorprendenti in un’altra direzione. Ad esempio, noi abbiamo sempre cercato di fondare una comunità cristiana in Bangladesh. Ci siamo riusciti poco, nonostante tutti i sacrifici enormi, la fede, la buona volontà di tutti i missionari e le missionarie! Ancora oggi, i cristiani più radicati del Bengala, pur essendo solo un terzo dei cristiani bengalesi, sono quelli derivati dai portoghesi nel 1600, bengalesi puri anche se con cognomi portoghesi, che ora sono professionisti, funzionari, gente evoluta; tutti i vescovi e gran parte dei preti vengono da questa cristianità fatta più con la spada e con i matrimoni o il concubinato, che non la catechesi e la fede. Noi missionari moderni, verrebbe da pensare, abbiamo fallito, non abbiamo nemmeno ottenuto i risultati dei portoghesi. I nostri cristiani che abbiamo fatto nell’ultimo secolo, infatti, sono ancora con un piede nel paganesimo e l’altro nel cristianesimo. Io ho visto dei catechisti, per i quali avrei messo le mani nel fuoco tanto ero sicuro della loro fede, fare le cose più strane in foresta, quando erano presi dalla paura: nei momenti di pericolo, si tratti della peste o dell’assalto di una tigre, salta fuori il paganesimo. Di virtù naturali, come sacrificio, amore ai figli e alla famiglia, ne hanno da insegnare a noi, ma la fede è ancora superficiale, mentre i cristiani dei portoghesi hanno un’altra dimensione e profondità. Ma io credo che misurare il successo del nostro lavoro solo dai nostri cristiani è un errore. Per questo dico che Dio lavora quasi più fuori della Chiesa che nella Chiesa. Nel senso che la Chiesa, senza accorgersene e pur facendo pochi e incerti cristiani, ha trasformato il Bengala. La chiesa può darsi che rimanga sempre un piccolo gregge, pieno di imperfezioni e di peccati, ma intanto le idee cristiane testimoniate e predicate da questa piccola comunità hanno radicalmente cambiato l’ambiente, come io credo, hanno cambiato il mondo.

   Il miracolo della carità

Non c’è nulla in comune fra il Bengala che io ho vissuto quaranta anni fa e il Bengala di adesso: l’istinto di libertà, la collaborazione per il bene di tutti, i giovani che si donano al prossimo, alcuni musulmani che hanno salvato la vita ad indù minacciati dai soldati pakistani... tutto questo non è cristianesimo? Quaranta anni fa cose del genere non si sognavano nemmeno. Nel 1932 io ho visto morire di fame centinaia di santal e i bengalesi non facevano nemmeno una piega: era come se ci fosse stata una moria di mosche o di cavallette. Adesso di fronte alle calamità si muovono tutti, governo e associazioni, scuole e movimenti politici. Una volta, in Europa non si sapeva nemmeno che esisteva il Bengala: nella grande carestia del 1941-42 si calcola che siano morti dai quattro ai cinque milioni di bengalesi. D’accordo che allora l’Europa era in guerra, ma anche se non lo fosse stata, non si sarebbe mossa. Oggi invece sono arrivati aiuti da tutto il mondo e con gli aiuti decine e centinaia di giovani, infermiere, agronomi, assistenti sociali, organizzatori, tutta gente che veniva a lavorare gratis per il popolo bengalese, piena di entusiasmo e di dedizione. Qualcuno è rimasto ferito, altri si sono ammalati o hanno rischiato anche di lasciarci la pelle! E questo, mi pare, è eroismo e spirito cristiano in pratica, non in teoria.

E’stato questo eroismo che ha mosso il popolo bengalese, si sono messi tutti a lavorare per il bene comune,come mai era successo nella storia di questo popolo. Me lo diceva un musulmano istruito: "Padre, è incredibile come siano quasi scomparsi gli odi di razza e di religione e di casta, e come tutti ci troviamo a lavorare per gli altri. Sai che fino a ieri, se io vedevo che il campo del vicino era migliore del mio, andavo di notte a rovinarglielo?" E questo capitava per tutti... Un altro mi diceva: "Padre, tu non ci conosci, c’è tanto odio e tanta invidia tra di noi, che se non temessimo la vendetta e la legge, ci sarebbero massacri di famiglie intere. Eppure adesso tutti lavorano uniti! E’ un miracolo della nazione bengalese e anche di voi missionari cristiani che avete sempre predicato queste cose". Io sono sicuro che il popolo bengalese ha fatto un enorme passo avanti verso la carità fraterna, la vicendevole comprensione, verso la formazione di una comunità umana fondata sul rispetto dell’individuo e sul superamento di tutte le divisioni di classe o di casta. E questo non è cristianesimo? Un giorno, domani, quando meno ce lo aspetteremo, verranno loro stessi a dirci: preghiamo insieme, lodiamo Dio insieme... Durante la guerra non pochi musulmani ed i mullah (incaricati di dirigere la preghiera nell’Islam) a vedere che la chiesa dava tutto, aiutava tutti, prendeva iniziative continuamente per il cibo, le case, i profughi, i pozzi, i campi, pensavano e dicevano: questi missionari fanno così per interesse, poi ci battezzeranno tutti; quando avranno in mano il popolo diranno: chi vuole ancora essere aiutato, deve farsi cristiano... E invece in quel periodo non abbiamo battezzato nessuno, c’era anche la proibizione di parlare di conversione o di battesimo. Tutti ci guardavano stupiti, non sapevano spiegarsi tutto questo e di come non avessimo approfittato né dei soldi che avevamo in mano, nè del potere, né del governo: anzi, appena il governo è stato in grado di avere una sua organizzazione, abbiamo ceduto tutto senza la minima esitazione; ed a volte erano i funzionari governativi che ci pregavano di non mollare tutto, perché non sapevano come fare. Io credo che questa è stata una grande testimonianza, una evangelizzazione che nei piani di Dio avrà prima o poi i suoi frutti. E li ha già avuti, perché i giovani bengalesi sono maturati nelle avversità ed hanno assorbito la grande lezione di Gesù Cristo, che è di fare del bene agli altri senza aspettarsi nessuna ricompensa.

   La filosofia della vita che si impara in Bengala

Da quando sono tornato in Italia, pochi mesi fa, dopo 44 anni di assenza, mi sono accorto di quanto è cambiato il mio paese, in tutti i sensi: il paesaggio e la vita quotidiana, la mentalità della gente, la politica, i divertimenti, tutto insomma. Si sarebbe tentati di dire che c’è stato un bel progresso, ma alcune cose non mi vanno giù: ad esempio il contrasto tra i giovani e i vecchi mi pare talmente esasperato, anche all’interno della Chiesa, che non si riesce più a intendersi. Noi in Bangladesh, pur con idee diverse, siamo più uniti nell’essenziale. Tutti mi chiedono se i giovani missionari venuti in Bangladesh negli ultimi anni danno fastidio, ma io dico di no nessun fastidio:portano idee nuove, qualcuna buona, qualcuna meno, sperimentano nuove vie e qualche volta indovinano e qualche volta sbagliano; insomma, un po’ cambiamo noi vecchi a contatto con le idee nuove e un po’ cambiano loro giovani, a contatto con la realtà. Certo, a volte si bisticcia, si discute animatamente, si dicono parole grosse, ma poi riusciamo a capire che la verità non stai mai tutta da una parte o tutta da un’altra: e se tutti cedono un po’, si va di nuovo d’accordo e si fa tutti un passo in avanti.

   Alle tre di notte mi alzo a pregare

Questa può sembrare una filosofia da quattro soldi, ma nella vita un po’ di banale buon senso non guasta mai, anche ai più grandi filosofi e teologi. E soprattutto vorrei dire che dobbiamo essere ottimisti sul futuro del mondo e della chiesa. Tornando in Italia ho ammirato tanti giovani impegnati: il mondo giovanile, secondo me, oggi è più aperto alla comprensione degli altri, più disinteressato, più colto, più disponibile ad un discorso di fede, di quanto non lo fossimo noi ai nostri tempi. Il mio può essere un giudizio superficiale, perché sono in Italia solo da pochi mesi, ma forse queste impressioni di uno che torna dopo tanto tempo sono quelle che valgono di più.

Mi dicono: mancano le vocazioni, i giovani non vogliono più impegnarsi. E’ vero, può anche darsi che sia una crisi momentanea, delle strutture che devono adeguarsi; ma è possibile che sia anche una crisi più profonda. Ho l’impressione che molti cristiani, giovani e vecchi, laici e preti e suore, non sappiano più pregare. Non c’è più un insegnamento costante sulla preghiera e sull’ascesi, sulla mortificazione: per cui i giovani, che pure sono disponibili ed hanno tante belle qualità che noi non avevamo, non ricevono un indirizzo giusto, non hanno l’illuminazione necessaria per scegliere Dio. E’ inutile illudersi: una vocazione sacerdotale o religiosa o anche di impegno apostolico laicale nasce e si matura solo a due condizioni: molta preghiera e molta mortificazione. Bisogna sapere dire di no a se stessi, essere capaci di donazione totale, altrimenti non si ha l’esperienza autentica di Dio e non si sente attirati da Lui. Qualche mese fa, appena tornato in Italia, è venuta a trovarmi una ragazza e mi dice che vuole farsi suora missionaria. Le dico che l’intenzione è buona, ma prima deve provare la gioia di incontrare personalmente Cristo, la gioia di passare un’ora in preghiera sola con Cristo. Così cerco di guidarla per qualche tempo, poi ad un certo punto le chiedo: ma perché non riesci a gustare la preghiera? Mi dice: "Sa, forse perché ho preso delle cattive abitudini in campo sessuale, da cui non riesco a staccarmi... ma il mio confessore mi ha detto che queste cose non sono peccato...". Io non voglio giudicare un mio confratello che non conosco: ma certo ha indirizzato male quella ragazza che ormai, presa una certa strada in discesa, è difficile che si rimetta sulla strada in salita. Cosa c’entra se è peccato o non è peccato? Non è questione di legge, ma questione di amore, di generosità, di una misura più o meno grande di donazione a Dio. Io sono convinto che molti giovani non sono guidati bene, si ha paura di proporgli degli ideali forti, li si vuole accontentare in tutto o quasi... Ho visto anche molti genitori buoni, cristiani, ma che educano i figli ad avere tutto, gli concedono tutto, pensano di essere affettuosi perché non dicono mai di no: ma che educazione è questa? E come volete che un giovane educato così non sia uno sposato a venti o venticinque anni? Torniamo alla preghiera e alla mortificazione. Solo chi è libero può donarsi a Dio; solo chi prega sul serio riesce ad essere mortificato. Di qui non si scappa. Voglio dire al lettore una mia esperienza e la dico quasi con vergogna, ma non è una cosa mia particolare, sebbene di molti missionari che io conosco, e anche io l’ho imparata dai missionari più anziani, quando andai in Bengala nel 1929. Bene, da quei primi anni di missione io ho preso l’abitudine di alzarmi molto presto tutte le mattine, per passare le prime due-tre ore continuate tutte le mattine con Dio, ci si sente trasformati e con una forza che non è propria. Io non vorrei adesso che qualche giovane rinunciasse al sonno per fare pazzie. Là in Bengala noi andiamo a dormire con le galline e possiamo alzarci comodamente anche alle tre del mattino. Ma voi che volete seguire Cristo, invece di alzarvi alle tre del mattino, rinunciate a qualche conversazione inutile e ritiratevi a pregare soli con Dio, non abbiate paura di dargli troppo tempo!

   Ho un conto aperto con cobra e leopardi

Questa storia dell’alzarmi nella notte per pregare,mi è stata utile in almeno due circostanze: una volta mi ha permesso di salvare tutte le suppellettili della chiesa; l’altra volta mi ha salvato la vita... Dunque, una notte mi alzo e vado nella chiesa di Saidpur. C’erano due ladri che stavano rubando. Apro la porta e li trovo dentro, tutti stupiti che nel fondo della notte il padre fosse andato in chiesa. Grido: "Cosa fate, disgraziati, rubare in chiesa?" Erano due tipacci grandi e grossi di un villaggio vicino. Avevano già messo in due sacchi i candelieri, paramenti, calici e tutto quel che c’era in chiesa. Erano paralizzati dallo spavento. Vado, li prendo per il braccio e li porto fuori chiesa, per chiamare la gente che venissero a dargli una punizione. Ma mentre incomincio a gridare, loro si riprendono dallo spavento, si liberano facilmente di me e scappano a gambe levate... Un’altra volta, vado ancora in chiesa alle tre di notte. Verso le cinque sento che la gente grida. Esco e una decina di uomini armati di bastoni sono attorno alla mia casetta. Mi dicono: "Padre, il leopardo è entrato nella tua stanza da letto; meno male che tu eri in chiesa, altrimenti chissà cosa ti capitava... Adesso bisogna ucciderlo". Prendo un grosso bastone e mi metto fuori della porta della stanza e dico: "Fate un gran fracasso, in modo che esca ed io lo possa tramortire con una bastonata". Così fanno e io sto con il bastone alzato. Il leopardo, dopo un po’, esce piano piano. Io gli calo un gran colpo sul collo. Come se l’avessi accarezzato. Si gira col muso a non più di mezzo metro dalle mie gambe, fa un gran boato e poi spicca un salto verso la foresta e scompare. Che paura ragazzi! Era un bestione tale che se solo mi avesse toccato mi mandava al creatore. E io che volevo bastonarlo... Ma se dovessi raccontare tutte le avventure con gli animali, non finirei più e andrei fuori argomento. Ne conto ancora una. Mentre visitavo un villaggio cristiano, la notte vado a dormire nella chiesetta di fango. In un angolo per terra, stendo la mia stuoia, metto il cuscino e un’altra coperta sopra, per prepararmi il letto per la notte. Poi rimango alzato parecchio a chiacchierare con gli uomini. Vado a letto, dormi duro e al mattino, ripiegando la stuoia per portarla via, sapete cosa trovo sotto? Un cobra stecchito! Si vede che si era rifugiato sotto la stuoia mentre io non c’ero. Poi, andando a dormire, l’ho schiacciato e ucciso senza accorgermene. Bastava facesse in tempo a pungermi da qualche parte e io ero un uomo morto... Si vede proprio, in tante occasioni, che Dio ci protegge. Un’altra volta, in un altro villaggio cristiano, avevo fatto fare un gabinetto rudimentale in un boschetto di bambù: un buco in terra e un po’ di frasche attorno. Al mattino vado e, mentre sto per accovacciarmi, sento il fischio caratteristico del cobra proprio dietro di me. Mi vengono i sudori freddi alla nuca, ma faccio tempo ad alzarmi, mi giro e vedo il cobra tutto teso, pronto a colpire, già mezzo fuori dalle frasche, in posizione di attacco. Avete mai visto uno scappare con i pantaloni in mano?, Beh, io sono uscito dal boschetto in quel modo. I miei cristiani hanno riso per una settimana, io ho sofferto di stitichezza per quindici giorni.

   I veri rivoluzionari sono i santi

Oggi si parla tanto di metodi pastorali, si fanno congressi per studiare metodi nuovi. Tutte belle cose: io però non credo ai metodi, ma allo spirito che anima qualunque metodo. Io le ho provate tutte in Bengala, ho fatto lavorare i catechisti, sono andato in giro per mesi nei villaggi, ho suonato la chitarra e mandolino come un saltimbanco ho provato le cooperative e le banche agricole, ho fatto la catechesi individuale e di gruppo, ho provato i teatri a sfondo religioso, insomma tutte le novità le ho tentate. Eppure, se debbo essere sincero, mi sono sentito veramente missionario, ho avuto conversioni e la fiducia della gente, quando pregavo di più. E’ giusto preoccuparsi dei metodi, delle forme pastorali, della teologia, ma non bisogna mai dimenticare che il lavoro non lo facciamo noi, ma lo Spirito; e chi redime, salva e libera l’uomo è solo Gesù Cristo. E l’uomo, gli uomini, anche i più poveri, non hanno tanto bisogno di noi, dei nostri aiuti, delle nostre opere, ma hanno bisogno di Gesù Cristo: se noi riusciamo ad essere strumenti adatti per Dio, bene, portiamo dei frutti; altrimenti facciamo fallimento anche se costruiamo grandi scuole e se facciamo i riformatori sociali. Ecco, io credo che ai giovani dobbiamo dare questa formazione profonda. E credo anche che siano disponibili a questo discorso, perché è il vero discorso della fede. Molti invece illudono i giovani dicendo loro: dovete fare i rivoluzionari, dovete correre dietro tutte le novità della teologia e della sociologia, dovete abbattere le vecchie tradizioni e strutture, dovete contestare la società corrotta e via di questo passo. I giovani rischiano di illudersi che, quando si sono agitati un po’, hanno dato il loro contributo al miglioramento del mondo. Io dico: fate pure i rivoluzionari ed i contestatori, ma prima pregate due-tre ore al giorno; poi ne riparleremo. I veri rivoluzionari sono i santi, perché l’unico rivoluzionario è Gesù Cristo, tanto più uno si avvicina a Cristo, tanto più rivoluziona veramente il mondo. Non c’è nulla che cambia veramente, radicalmente il mondo quanto la santità, la bontà, il sacrificio, l’altruismo, il donare la vita per gli altri. Questo vale soprattutto per le persone consacrate, i sacerdoti, le suore, i laici che vogliono veramente impegnarsi nell’apostolato. Dobbiamo lavorare fino a scoprire Cristo in noi. E’ bene essere aggiornati, io ho fatto venire i libri di Rahner perché si basa tutto sulla formazione ascetica e poi ha delle pagine su Gesù Cristo che sono un qualcosa di formidabile... Dicevo che queste cose bisogna meditarle, starci su delle ore a pregare e bisogna maturarle fino al punto di incontrare Cristo nel nostro intimo, la gioia di trovare Gesù Cristo e viverci insieme con passione... Molte volte, invece, ci accontentiamo di parole, di paroloni, di teorie, e non incarniamo nella nostra vita gli ideali per cui ci siamo donati a Dio. I giovani devono partire con ideali grandi, il compito degli educatori è di aprire vasti orizzonti alla generosità giovanile, non intristire l’entusiasmo dei giovani nelle cose negative, pessimiste, ma indirizzarli nella giusta direzione, che è quella della preghiera, del sacrificio, dell’azione per amore di Dio. Diamo grandi ideali ai giovani: poi non li realizzeranno tutti, ma avranno sempre un respiro vasto come il mondo, faranno nella vita la scelta degli altri e non di se stessi, la scelta di Dio e non del proprio egoismo.

Le vocazioni mi pare che nascano dall’appello alla generosità. Quindi è una certa mentalità di fondo che bisogna curare: la mentalità del donarsi senza chiedere nulla in cambio, la disponibilità a spendere il proprio tempo, la propria vita per una causa nobile, senza guardare ai risultati immediati; la mentalità insomma a pagare di persona per gli ideali in cui si crede. Oggi, invece, mi pare che ci sia troppa educazione ad accusare gli altri, ad attribuire agli altri le colpe di tutti i mali della società: tutti protestano, tutti accusano, tutti vogliono verificare gli altri; è l’atteggiamento di fondo che rischia di non essere giusto se guardiamo solo agli altri e non a noi stessi. Kennedy diceva ai giovani americani: "Non chiedetevi solo cosa l’America fa per voi; chiedetevi anche cosa voi fate per l’America!".

   Un po’ di buon senso non guasta mai

C’è un progressismo che mi suona falso e che credo fasullo. E’ quello di chi non sa avere pazienza, di chi presume troppo di sè, di chi non è tollerante nei confronti degli altri e vuole imporre ad ogni costo il proprio passo anche a chi non sa tenerlo. Faccio un esempio pratico. In Bangladesh c’erano dei missionari e delle missionarie non italiani, ottimi elementi fino a che non è arrivata dall’Occidente la ventata della contestazione negli ultimi anni. Allora, in un momento, un buon numero di loro si sono cambiati, hanno incominciato a fare del progressismo fuori posto e fuori tempo. Belle idee, per carità, ero d’accordo anche io, ma come dicevo prima, un po’ di banale buon senso non guasta nemmeno nel più grande teologo. Fatto sta che ad una chiesa tutto sommato tradizionalista come quella del Bangladesh, in cui la grande massa dei cristiani sono contadini, pescatori, artigiani, tribali che vivono di caccia e di pesca, volevano imporre delle forme nuove e strane, togliere le devozioni e le tradizioni più care alla gente... Un padre, ad esempio, da un giorno all’altro, si mette a celebrare la Messa seduto per terra, per fare come gli indiani, ed a distribuire per comunione dei pezzi di pane che dava in mano a tutti... La gente si è ribellata, in duecento uomini e più hanno circondato la sua casa e gli hanno detto: o vai via subito o passi dei guai... Dovette scappare di volata: uno scandalo che non finiva più, in un ambiente così chiuso come quello rurale! Un altro voleva togliere S. Filomena che era protettrice di un villaggio e aveva una chiesetta molto frequentata anche dalle regioni vicine. Diceva che secondo le nuove ricerche S. Filomena non esiste e quindi bisogna eliminarla: anche lì è successa una mezza rivolta... Guai a chi tocca S. Filomena in quella zona! Bisognerà andarci dentro adagio, se proprio è necessario, non voler cambiare tutto da un giorno all’altro. Anche perché qui la gente è cristiana solo in parte, e la parte che è ancora pagana sa dare buone bastonate anche a un prete, se necessario. Fatto sta che S. Filomena è restata al suo posto, a dispetto di ogni critica storica, e credo che ci resterà ancora per un bel pezzo. A Dacca, le suore americane avevano un grandioso ospedale, senza dubbio il migliore di tutto il Bangladesh, il più attrezzato, il più il più vasto, il più ospitale per tutti, ricchi e poveri, con medici di alta fama, pulito, con le suore che avevano fatto miracoli da tantissimi anni. Anche quelle povere suore sono state toccate dalla mania delle riforme troppo rapide: anche loro, da un giorno all’altro, hanno cominciato a togliere la cuffia, e passi, poteva anche essere una buona cosa: ma non lo facevano con lo spirito giusto. Poi contestavano la struttura dell’ospedale troppo vasta. Poi volevano un giorno di libertà la settimana. Poi non volevano più vivere in comunità, ma in gruppi. Insomma, un po’ oggi e un po’ domani, si sono sposate quasi tutte e le poche rimaste, incapaci di condurre avanti quell’immensa città ospedaliera, l’hanno gratuitamente data al governo. Io so che il governo ha implorato perché restassero, ma non c’è stato nulla da fare: le vocazioni dall’America non venivano più e quelle che c’erano in Bangladesh si sono perse... Così adesso l’ospedale non è più nemmeno l’ombra di quel che era: c’è sporcizia, disordine, mancanza di medicine e di medici capaci, attrezzature che invecchiano e si rompono... Allora si capisce perché parecchi vescovi e preti locali, del Bangladesh come dell’India, dicono: i missionari esteri non li vogliamo più. Hanno ragione. Se i missionari esteri vengono solo a portare disordine, è meglio che se ne stiano a casa propria. Qui di disordine ce ne è già fin troppo. Ma se vengono con retta intenzione e voglia di lavorare sul serio, allora tutti li cercano. Noi del PIME di Dinajpur siamo stati invitati in altre diocesi e adesso andiamo anche a servizio del vescovo di Chittagong. Forse noi italiani ci adattiamo di più, forse abbiamo un po’ di quel banale buon senso che non guasta mai. O forse più semplicemente, perché non vogliamo comandare, ci sappiamo anche sottomettere cordialmente al vescovo indigeno o al funzionario governativo appena uscito dalla foresta. Nel terzo mondo bisogna andarci con questo spirito: altrimenti è meglio starsene a casa. E bisogna accettare la loro mentalità diversa, anche quella più conservatrice, non avere un atteggiamento di superiorità e non voler imporre la nostra mentalità secolarizzata e il nostro eccessivo progressismo, che in Italia forse può anche andar bene, ma che là diventa imperialismo culturale e religioso.

   Giovani spendete bene la vostra vita

Per concludere, vorrei dire ai giovani italiani di oggi di spendere bene la loro vita: non sprecatela in cose di poco valore, la vostra vita vale molto e merita di essere impegnata in qualcosa di grande, di nobile, che sia di aiuto al più gran numero possibile di uomini e di donne. Il modo migliore di prepararsi alla vita è quello di incontrare Dio in Gesù Cristo. Non credete ad altri profeti, non lasciatevi illudere da messianismi umani. Tagore, il massimo poeta bengalese, che ha pagine bellissime sui giovani ha scritto: "Se ti chiedi quanto sei grande, la risposta te la darà la tua vita: solo se ti impegni al servizio di Dio farai cose degne di essere ricordate con ammirazione e riconoscenza". Vorrei anche ripetere quello che ha detto S.Agostino: "Mio Dio, quanto tardi ti ho conosciuto! Tu eri in me e io ero fuori di me".Questa frase è piena di significato. Bisogna controllare sé stessi, essere sé stessi per incontrare Dio: quando siamo padroni di noi stessi, allora possiamo donarci a Dio e al prossimo in modo pieno. Altrimenti ci accontentiamo di parole. Io sono ottimista per due motivi: primo, nessun periodo della storia umana è stato migliore di quello presente. E’ un miglioramento universale, di tutti i popoli: gli uomini vanno verso ideali cristiani, la fraternità, la pace, la comprensione e il rispetto vicendevoli, la fine di ogni oppressione. I giovani oggi sono migliori di quelli di ieri perché sentono profondamente questi ideali: per questo io dico che devono impegnarsi radicalmente per realizzarli, non sprecare il proprio tempo con inutili contestazioni verbali, con discussioni teoriche, correndo dietro a tutti gli inconcludenti messianismi terreni. Solo Dio può realizzare pienamente gli ideali in cui tutti sempre più crediamo: solo Gesù Cristo, incarnato nella vita di tanti uomini del nostro tempo, può rivoluzionare in profondità la società umana. E sono ottimista per un secondo motivo: il bene ha sempre il sopravvento sul male, perché dalla parte del bene c’è Dio. Le vie di Dio non sono le nostre vie, è vero: non sempre. Egli ottiene i suoi fini nel modo che noi vorremmo e a volte siamo delusi, scoraggiati perché non riusciamo a vedere l’opera di Dio nel mondo. Ci pare che tutto vada a catafascio e invece tutto va per il meglio. E’ come noi nella guerra del Bengala: morti, distruzioni, il lavoro di decenni distrutto, milioni di profughi, odio e vendette...sembrava crollasse l’universo bengalese. Eravamo tutti scoraggiati e al limite dell’esaurimento psico-fisico. Ricordo che una sera, un vecchietto musulmano di un villaggio mi dice: "Padre, non essere triste, perché Dio sa quel che fa e il Bengala rinascerà più bello di prima!". Aveva ragione, nella sua fede semplice aveva cento volte ragione. I fatti degli ultimi anni stanno confermando in pieno quello che diceva quell’uomo dalla grande fede in Dio. E’ tutta questione di fede e di amore di Dio. Se la vostra vita spesa sotto questi due segni, sarete i più fortunati e i più felici degli uomini. E’ l’augurio che faccio a tutti i lettori, prima di tornarmene in Bengala, ormai quasi guarito da tutte le malattie che avevo. Vi chiedo solo una preghiera, perché possa continuare a vivere a lungo fra i miei bengalesi, il popolo che Dio mi ha dato in eredità.