PICCOLI GRANDI LIBRI    Antonio Riboldi
La carità integrale

Testimonianza di un vescovo

L'inevitabile impegno del credente nella "polis"

Portalupi Editore

Una nota di chiarezza

Il centro della buona politica: il servizio alla «persona integrale»

Una vita in trincea per uomo

Il momento di promuovere la libertà dell'uomo

Insopprimibile libertà

La difficile carità politica

La Chiesa sulle vie dell'uomo

Il centro della buona politica:
il servizio alla «persona integrale»

Ho avuto il grande dono, immeritato, di fare parte dell'Istituto della Carità, voluto dallo Spirito per il bene della Chiesa - in tempi politici difficili - e fondato da Antonio Rosmini il quale proprio con questo nome, ha scelto che fosse chiamata la sua congregazione: Istituto della Carità.
A chi lo sollecitava a dare alla congregazione il titolo di «Carità per i poveri», egli, coerente alla sua ispirazione, volle ostinatamente fosse chiamato «Istituto della Carità», intendendo per carità, il servizio proprio all'uomo integrale.
E per integralità dell'uomo intendiamo sia la vita corporale o temporale, sia - un gradino più su - la cultura: qualità che distingue l'uomo da ogni creatura e lo avvicina al Creatore per il dono della libertà. Dono tanto difficile da interpretare; ma la libertà è la più alta espressione dell'affermazione dell'uomo che sa dire sì alla verità e all'amore attraverso l'intelligenza che lo apre alla conoscenza: tutte qualità che sono l'impronta delle mani di Dio nel crearlo.
Infine, ma non ultimo, intendiamo per integralità dell'uomo anche il raggiungimento del fine, o dello scopo, di ogni uomo che viene da Dio e deve tornare a Dio: la santità.
Rosmini ha individuato e distinto, quindi, la carità temporale o politica.- diremmo oggi - che è il servizio per il bene della vita, dalla salute al lavoro, alla casa, a tutto ciò insomma che riguarda questa vita terrena e corporea; la carità culturale, quella che dona all'uomo la coscienza della sua dignità; e infine la carità spirituale che mira direttamente al fine ultimo della creazione, ossia la santità.
Salute, cultura e santità formano, insieme - mai disgiunte - la integralità della persona umana.
Se osserviamo bene l'uomo d'oggi, almeno quello dell'Occidente, egli ha alterato l'ordine dei valori, con grandissimo suo danno. Dà somma importanza a ciò che è temporale. «Video ergo sum» si potrebbe dire. Coltiva poco la sua dignità, quella che Cartesio definiva «cogito ergo sum». Ed infine spesso dimentica la carità spirituale, che è il tendere alla santità; l'uomo che Barth definiva, «cogitor ergo sum»; oppure «sono amato e quindi sono».
L'integralità della persona è tenere presente questo capolavoro di Dio nel servizio. Rosmini volle che noi, suoi discepoli, esercitassimo la forma della carità che l'obbedienza indicava, mettendo sempre a disposizione noi stessi, con quella che lui chiamava «aurea indifferenza», ossia disponibilità senza eccezione.
A me toccò la carità pastorale che egli chiamava «carità perfetta», perché nel servizio pastorale venivamo incontro all'uomo integrale.
Un giorno, in una udienza privata con Sua Santità Giovanni Paolo II, mi chiese quale era la forma di carità che ritenevo più necessaria per l'Italia. Gli risposi: «Oggi l'italiano, in genere, sta bene come vita temporale, ma ha bisogno di svegliarsi nella cultura. Ci vorrebbe una "Madre Teresa della cultura"». Batté forte il pugno sulla sua scrivania e mi disse: «Questa è l'intuizione che credo attuale. L'uomo di oggi è come un pugile finito all'angolo per il suo materialismo: occorre riportarlo al centro del ring per continuare la lotta: e questo lo può fare la cultura».
La verità di una carità all'uomo, da riportare al centro del ring, la provai duramente da parroco a Santa Ninfa in Sicilia, località nota per il terremoto che distrusse tutto. La casa, il lavoro, la salute sono - per un verso - «il tutto» per l'uomo, e la mancanza di queste realtà rischia di cancellare veramente quello che è il tutto. Un uomo che non ha lavoro non sente più neppure l'amore e il valore della vita, non si sente più uomo. Così è per l'uomo senza casa.
Là era necessario diventare voce di chi non aveva voce, affinché l'uomo tornasse ad avere una casa, un lavoro e quindi risentirsi uomo con speranza. Il rischio era di fermarsi al bene della casa, senza andare oltre, nella sua dimensione integrale.
Ed era davvero una sofferenza vedere tanti uomini «dimezzati» per non avere una casa. È la stessa pena che si prova di fronte a tantissimi giovani «dimezzati», perché in cerca di un lavoro che non trovano.
Carità integrale, verso questi uomini, era farsi voce dei loro diritti e gridarli dai tetti a chi aveva la responsabilità di una sollecita ricostruzione, che sembrava una continua promessa, che aveva però l'aria dell'araba fenice.
Il giorno che, finalmente, ebbe inizio la ricostruzione e così sorsero i primi quartieri, tanti mi chiedevano perché non pensassi anch'io a costruirmi chiesa e casa. E qui cercavo di fare capire loro il valore dell'uomo «integrale».
«Lei che è un prete (è la tipica non cultura della gente povera) può, se vuole, avere tutto e subito. Basterebbe una telefonata al Governo o al Vaticano e subito avrebbe finanziamenti per chiesa e casa». Inutile spiegare che questo non era vero: non avrebbero mai accettato alcuna spiegazione contraria. La mia risposta allora si faceva spiegazione di quale è il bene per un uomo a tutto campo.
«La mia casa la sto più che costruendo, progettando giorno per giorno. Una casa che non dovrà più conoscere alcun pericolo, ma dovrà essere mio rifugio per sempre».
«E dove la costruirà? da noi? nella sua città natale? a Roma?».
«In nessuna parte di questa terra, perché ovunque durerebbe poco, solo il tempo di questa vita. La mia casa la sto progettando in Cielo, presso Dio, perché è l'unica che conta: ed è il Paradiso. Tutto il resto qui, casa, lavoro, ricchezze, se ce l'hai, durano solo finché dura questa vita. Quando muori tutto questo non serve più».
Una lezione che andrebbe bene a tutti gli uomini, oggi, che non sanno più distinguere quello che conta per sempre - e per cui vale la pena di spendere tutti i desideri e le forze - e quello che è effimero ed è, direbbe il Qoelet, «vanità delle vanità».