PICCOLI GRANDI LIBRI    Antonio Riboldi
La carità integrale

Testimonianza di un vescovo

L'inevitabile impegno del credente nella "polis"

Portalupi Editore

Una nota di chiarezza

Il centro della buona politica: il servizio alla «persona integrale»

Una vita in trincea per uomo

Il momento di promuovere la libertà dell'uomo

Insopprimibile libertà

La difficile carità politica

La Chiesa sulle vie dell'uomo

Una vita in trincea per l'uomo

Mi permetto di descrivere brevemente la mia esperienza di Chiesa che considera la vita" secolare" «il luogo - come dice la Congregazione per la Fede - storico» del rivelarsi e realizzarsi dell'amore di Gesù Cristo, a gloria del Padre e a servizio dei fratelli.
Fino al terremoto del Belice, gennaio 1968, guardavo con indifferenza l'impegno sociale. Convinto che mio preciso compito fosse annunciare la salvezza dell'uomo secondo Gesù. Restringevo il mio fervore tra le pareti della chiesa: ossia ritenevo - come è anche giusto che sia - che il mio preciso compito di sacerdote è quello profetico, sacerdotale e regale, infatti è la predicazione della Parola di Dio che traccia il sentiero verso il Cielo attraverso i sacramenti, la preghiera e la carità, intesa come amore per i fratelli tutti, a cominciare dai poveri. Non consideravo «la politica» ossia il bene comune, come una forma di carità e non ne avevo neppure la cultura.
Di fronte ad una comunità, di colpo gettata sulla strada dal terremoto, e quindi morta alla speranza, mi sentii subito chiamato a servirla nella maniera più radicale, ossia trovare un' anima, un supplemento di carità, «una fantasia della carità», che mai avevo prima coltivato.
Mi si parava davanti, nell'uomo che aveva come alloggio la strada, una realtà di vita che portava da nessuna parte e non dava alcuna sicurezza.
Dopo pochi istanti dalla distruzione, ricordo che, salvo per miracolo - e Dio solo sa il perché della nostra vita e i suoi eventi -, nel momento in cui, stravolto, guardavo alla «mia» chiesa madre, alla bella piazza, alle case ridotte in macerie, mi si fece vicino un giovane che supplicava di aiutarlo: «Mamma, papà, e sorelle sono sotto le macerie della casa crollata... aiutateci!».
Eravamo tre sacerdoti. Come strappati dal nostro stupore, programmammo quello che ciascuno di noi, quella notte e poi, avrebbe potuto fare per capire e soccorrere chi aveva bisogno di soccorso. E questo in condizioni altamente pericolose, perché non c'era alcun soccorso in quel momento e le scosse del terremoto sembravano non avere mai fine.
Al posto della paura, che consigliava la fuga, si fece avanti la carità, che tracciava la strada della speranza. E subito la nostra vita o «carità», divenne «politica» a tutto campo, una «politica» che non avremmo più abbandonato: una politica in cui si davano la mano il servizio al bene comune temporale, al bene culturale - e per questo installammo nel tempo una piccola radio, che aveva lo scopo di mettere al corrente la gente di quanto si faceva o non si faceva per la ricostruzione, ma nello stesso tempo l'invito a non diventare accattoni, a non lasciarsi andare ma a diventare sempre protagonisti della propria vita - e al bene dello spirito, allestendo prima una grande tenda per il servizio ecclesiale e poi adattandoci ad una baracca-chiesa e ritrovo.
In quelle occasioni, prende il sopravvento la preoccupazione per la vita materiale della gente, come ripararsi, come mangiare, come vivere. Di fronte agli aiuti che arrivavano li ammonii: «Mi raccomando, comportatevi sempre dignitosamente: soccorsi sì, ma non accattoni. Non perdete la vostra dignità, che è ancora più grande nel dolore» .
La mia sofferenza, in quei giorni, era quella di non poter celebrare la Santa Messa. Non c'era né tempo, né luogo. Un pomeriggio, mentre ero «occupato» nel comporre le salme nelle casse, tanti non avevano più figura di uomo, mi sentii chiamare da qualcuno. Era un prelato, che veniva a nome di Sua Santità Paolo VI, a portare la sua pietà, la sua condivisione, la sua partecipazione al dolore. Gli risposi: «L'unica mia sofferenza è quella di non poter celebrare la Santa Messa. Dica al Santo Padre che ne celebri una per me e la mia gente». Mi rispose: «Non si affligga: quello che sta compiendo è un solenne pontificale» .
Una nuova sofferenza mi colpì quando mi accorsi che si speculava scandalosamente sui disagi e sulle attese della popolazione, sia nella distribuzione degli aiuti, sia nell' allestimento delle abitazioni provvisorie - scandalose baracche certamente non degne di accogliere per tanto tempo intere famiglie -, sia poi, ancora di più, nella progettazione e ricostruzione. Sentii che la politica della Chiesa era: non tacere. E così divenni voce di chi non aveva voce: non era un grido senza ragioni, ma una voce che intendeva appellarsi e si appellava alle ragioni della giustizia e del rispetto all'uomo e ai suoi diritti.
Vi fu un tempo in cui lo scandalo sembrava fosse la regola accettata da tutti, come se fosse una legalità.
Davanti ad una Commissione bicamerale, molto folta, che mi chiedeva il perché delle mie accuse gravi alla classe politica che gestiva la ricostruzione, alla mafia che si era come accordata in questo scandaloso affare, non tacqui. Avevo avuto da un dipendente dell'istituto, preposto ai progetti della ricostruzione, un fascicolo che descriveva come avrebbe dovuto esse appaltata e costruita una nuova strada. Prevedeva uno sterro della profondità di oltre un metro. In realtà lo scavo fu di soli 20 centimetri... ma il costo che lo Stato pagava era esteso miche agli altri 80 e più centimetri non eseguiti. Condussi la folta Commissione, inviata a vigilare, su quella strada, la stessa che poi l'onorevole Sandro Pertini, allora Presidente della Camera - che aveva ricevuto la delegazione dei bambini del Belice recatasi da lui nel «viaggio della speranza» nel febbraio 1977 -, percorse.
Mostrai l'appalto della strada e divenne ben visibile la verità dello scandalo e molto chiara la ragione del grido: «Con un solo chilometro di questa strada - dissi - si ruba l' equivalente di una struttura sanitaria». Un senatore non trattenne il suo sdegno, dicendo: «Ma qui si ruba a cielo aperto!».
E fu un terremoto nella coscienza nazionale il giorno in cui portai a Roma cinquanta bambini, accompagnati dalle mamme e da noi sacerdoti, per incontrare le massime autorità dello Stato: dal Presidente della Camera, onorevole Pertini, che non si trattenne di definire il Belice «vergogna dell'Italia»; al Presidente del Consiglio, onorevole Aldo Moro, che si degnò con molta signorilità di fare una specie di consiglio dei ministri con i bambini, facendosi raccontare disagi e scandali, fino a promettere solennemente una legge e uno stanziamento di fondi, che «cancellino subito lo scandalo»; al Presidente del Senato, senatore Giovanni Spagnolli, che volle sentire il racconto della vita in baracca dalla voce senza ipocrisia dei bambini; al Presidente della Repubblica, onorevole Giovanni Leone, che li ricevette in un grande salone meravigliando i piccoli che non sapevano cosa fosse una casa e qualcuno disse: «Ma perché lei ha una così grande casa e noi niente?»; ed infine, in un meraviglioso incontro privato con il Papa Paolo VI, che volle esprimere il suo grazie per questa «politica della Chiesa», e abbracciandomi mi esortò a continuare, promettendo agli stupiti bambini: «Sarò vostro avvocato».
Fu un' azione uscita dal cuore che commosse il mondo intero e fu esempio di come il diritto alla vita dignitosa può e deve essere gridato ad alta voce, come «luogo storico del rivelarsi dell' amore di Cristo».