PICCOLI GRANDI LIBRI    Antonio Riboldi
La carità integrale

Testimonianza di un vescovo

L'inevitabile impegno del credente nella "polis"

Portalupi Editore

Una nota di chiarezza

Il centro della buona politica: il servizio alla «persona integrale»

Una vita in trincea per uomo

Il momento di promuovere la libertà dell'uomo

Insopprimibile libertà

La difficile carità politica

La Chiesa sulle vie dell'uomo

Il momento di promuovere la libertà dell'uomo

Nominato vescovo di Acerra, mi trovai di fronte alla tracotanza della criminalità organizzata, la camorra, che annullava, come faceva la mafia in Sicilia, la libertà di esprimersi e di vivere della popolazione.
Se si toglie la libertà all'uomo cosa resta di lui creato da Dio a sua immagine e somiglianza?
Ci voleva molto coraggio a riscattare la gente dalla prepotenza della criminalità. Ma venne il giorno in cui, da vescovo, decisi di affrontare il problema, senza alcuna paura, ma con il coraggio della carità verso l'uomo.
Nel frattempo la Conferenza regionale dei vescovi campani aveva elaborato un documento memorabile, che già nel titolo portava l'urlo profetico di Isaia: Per amore del mio popolo non tacerò.
In occasione della festa patronale - che abitualmente vedeva la presenza e l'azione della camorra gestire le imponenti esteriorità della festa, quasi a proclamare un assurdo prestigio -, in piena comunione con la mia Chiesa decidemmo di proibire la festa esterna (luminarie, concertini ed altro), si sarebbe celebrata solo la solennità religiosa.
Fu come un terremoto, nella città, il grande manifesto che diceva: «La Chiesa di Acerra dice: No alla camorra. Fare festa è dono di Dio; avere il pane è vita; ma sentire attorno al collo la forca della camorra, lo impediamo». E la forca era rappresentata dalle feste esterne programmate dalla camorra.
La domenica si fece festa. Nel primo pomeriggio si svolse la processione in onore dei santi patroni, Cuono e Figlio. La città era deserta. Tutto era chiuso, come fosse notte. Le voci che si rincorrevano di bocca in bocca erano: «Oggi spareranno per vendetta».
La processione, formata da qualche centinaio di fedeli, si svolse nel silenzio rotto dalla preghiera. Nessuna folla ai lati ad accoglierla. Ma - e qui avvenne il miracolo - la gente, comprendendo il motivo di quella sfida, lentamente si accodò, fino a diventare un numeroso popolo di migliaia di fedeli. Attorno alla mia persona, come a proteggermi, vi erano otto robusti giovani, che credevo poliziotti in borghese; seppi poi che erano giovani della città decisi a difendermi a costo della loro vita. Durò tre ore la processione e visitò tutti i vicoli della città, così come doveva essere la festa dei Patroni!
La gente aveva compreso il grande «segno» di quella festa: ridiventare «gente libera». La grande nube della paura, che stagnava da troppo tempo, più che nell'aria, nella coscienza della gente, si andava disfacendo.
Quando si giunse in cattedrale, a stento la chiesa conteneva la folla di donne, uomini e tanti giovani. Avevano pienamente compreso il significato della manifestazione religiosa: quella di rompere assurde catene, ad ogni costo, nel nome di quella libertà, dono di Dio, che ci distingue e che ci fa resistere di fronte alla prepotenza.
Quando ringraziai quella immensa folla, che davvero non mi aspettavo, invitandola a pregare recitando il Padre nostro, la gente rispose con l'esplosione di un applauso che sembrava volesse squarciare la volta della cattedrale, abbandonandosi a un pianto di commozione che aveva tutta l'aria di fare pulizia del passato che si era sopportato con dolore.
Sono quegli eventi che chiamiamo «epocali», perché cambiano la storia, almeno nell' animo. Come un seme gettato in terra buona, che chiede tempo per diventare albero. Come di fatto avvenne nel tempo.
È abitudine che il giorno successivo alla festa patronale si celebri il solenne pontificale in cattedrale e, per l'occasione, il vescovo imposti la sua omelia come un discorso alla città. È facile immaginare come la cattedrale in queste circostanze conosca «il pieno» delle grandi solennità. Tanto più che era fresco il ricordo della solenne processione del giorno prima.
Al momento dell'omelia mi presentai al microfono con la mitra e il pastorale, per dare veste di solennità alle parole che avevo in mente di pronunciare.
«Per amore del mio popolo non tacerò» iniziai, ripetendo le parole del profeta Isaia. L'assemblea comprese subito che dovevo comunicare qualcosa di molto importante. E così fu. Proseguii parafrasando le parole con cui Paolo VI, in altra circostanza, aveva iniziato il suo appello alle brigate rosse, in occasione del rapimento dell' onorevole Moro. «Uomini, giovani, che vi siete arruolati nella criminalità organizzata, che chiamate camorra, coprite il vostro deplorevole comportamento dietro un codice che chiamate d'onore: e non esitate a calpestare tutti i diritti degli uomini e della comunità.
Vi esorto ad ascoltare la Parola di Dio, che è l'unico giudice dei nostri comportamenti,l'unica verità possibile per l'uomo, l'unico codice che può assicurare una civiltà di uomini liberi e dare alla comunità il suo vero nome: "famiglia di Dio". Dio, nostro Padre, nel creare un rapporto di amicizia tra noi e Lui e tra di noi, ci lasciò i dieci comandamenti, la sua Legge, che assicura la civiltà dell' amore».
L'assemblea ebbe come un sussulto di paura, come si osasse infrangere un muro di silenzio, che non si doveva assolutamente toccare.
«"lo sono il Signore tuo Dio - continuai - non avrai altro Dio fuori di me". Uomini della camorra che a volte vi fate dèi, brutali dèi, chi credete di essere? Forse vi siete scordati di essere "polvere e che in polvere tornerete". Non avete nulla, proprio nulla, che vi dia un potere su di noi, che ha solo Dio.
Dio dice: "Non uccidere!". È molto chiaro l'ordine di Dio che comprende non solo il non uccidere - e voi state riempiendo il cimitero di vittime per vendetta -, ma il comando va oltre. Dice sempre Dio: "Amerai il prossimo tuo come te stesso". Non abbiate verso il prossimo nessun altro atteggiamento che quello di amare. Voi chiamate onore "la vendetta": quando invece è abominio agli occhi di Dio che, dalla croce, rivolgendosi ai suoi crocifissori disse le stupende parole: "Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno". Lo stesso vostro aggregarvi, costituendo gruppi armati per un controllo capillare delle zone, come queste fossero vostra proprietà, è un atto di arroganza, che non vi spetta. E queste aggregazioni criminali voi le chiamate "famiglie", disonorando così lo stesso termine di "famiglia", che ha ben altro significato; ha il significato sublime dell'amore. Non disonorate questo meraviglioso dono di Dio.
Dice ancora il Signore mio e vostro Dio, "Non rubare". È ampio il ventaglio delle vostre attività in questo campo: dalle tangenti cospicue, che imponete sulle opere pubbliche, come fossero "una tassa di protezione" e così scoraggiando ogni voglia di sviluppo; alla odiatissima usura, cui imponete oneri, come un debito destinato a non estinguersi mai, costringendo così gli usurati a lavorare e guadagnare per voi, vivendo nella continua paura di non riuscire a versare interessi, che sono una rapina, e relegandoli a una vita di paura, che è come morire lentamente. Un "omicidio" vero da una incredibile tortura.
Accumulate ricchezze a dismisura sul traffico di droga, mettendo così a rischio la bellezza della vita di tanta gente, condannata a vivere sul marciapiede della vita, fino a morire: e lo fate senza alcuno scrupolo.
A volte addirittura arrivate all'ignobile mestiere di comprare donne, per poi farle diventare, con il costringerle alla prostituzione, una merce di guadagno... come fossero cose e non persone. Se qualcuno si permettesse di semplicemente violare con uno sguardo impudico la vostra donna o la vostra figlia, voi vi sentireste offesi, al punto da pensare alla punizione di chi ha osato solo" guardare desiderandola" la vostra donna. Ma le altre, che voi assoggettate alla prostituzione, come merce di guadagno, chi sono per voi?
Gesù diceva che chi dà scandalo sarebbe meglio per lui si mettesse una macina da mulino al collo e si buttasse in mare. È lunga davvero la lista delle vostre disonestà! Salvo poi a ingannare la vostra coscienza e quella della società, dicendo che tutto quanto fate di disonesto non è un furto, ma è un riprendersi quello che i ricchi hanno rubato ai poveri. O addirittura, come qualcuno di voi ha detto, per dare a tutti i cittadini, a cominciare dai più emarginati, i diritti che solo i ricchi hanno. Chiamando tutto questo un creare la nuova società».
È facile immaginare il timore che invase tutta la cattedrale. La gente, quasi per non essere vista, si abbassava, credendo così di passare inosservata e quindi di non subire poi vendette.
Quanto è lunga e difficile la via che costruisce la vera libertà dell'uomo. Non è facile «ricostruire un uomo nella pienezza della sua dignità e libertà, che sono i pilastri dell'uomo creato secondo il Cuore di Dio». Ci vuole un'azione paziente, coraggiosa, che lentamente formi le coscienze. Le vie repressive, necessarie, sono un poco come gli arresti dei tossicodipendenti o dei ladri: castigano il male, ma non guariscono. È la paziente opera educativa, affiancata da esperienze forti, quella che fa nuove le coscienze.
In quella occasione solenne si era solo all'inizio; d'ora in poi ci saremmo messi a confronto con la Legge di Dio, che contiene i fondamenti di una vita degna di figli di Dio.
In cattedrale regnava quel silenzio che sta tra la speranza e la paura, tra il desiderio di serenità e il timore di pericoli.
Il sacrista stava in piedi, in ascolto attento, che quasi gli faceva dimenticare dov'era. Non si accorse di avere vicinissimo a sé il filo elettrico che dall'altoparlante arrivava al microfono, da dove parlavo. Spostandosi scivolò e si portò appresso quel filo e, improvvisamente, rimasi senza voce. Un incidente da poco. Ma la gente interpretò quell'improvviso silenzio come una reazione della criminalità. E, presa da spavento, si alzò in piedi urlando, temendo che mi avessero ucciso. Si riparò subito il danno. E quando ripresi a parlare vi fu un sospiro di sollievo, che mi impressionò.
La conclusione fu: «Uomini della camorra sappiate che, secondo la legge del Signore condanno il vostro errore, ma vi amo e prego vi convertiate. Sappiate però che solo chi ama di tutto cuore il prossimo può avere parte alla famiglia di Dio, che è la Chiesa. Chi non conosce l'amore non vi appartiene.
E per questa ragione nessuno che, con certezza, appartiene alla criminalità, può essere ammesso alla Eucarestia, che è banchetto di amore con Cristo; ma non è ammesso neppure a vari uffici che chiedono esemplarità di vita cristiana, come essere padrini per battezzandi o cresimandi. Ci fu un tempo in cui la Chiesa, o meglio il vescovo, scomunicava quanti si macchiavano di omicidi o adulteri o apostasia. Li esortava alla conversione, dettando loro un periodo di penitenza fino a che non si presentavano totalmente pentiti. È quello che prego per voi».
La predica lasciò il segno nelle coscienze. Non solo, ma si diffuse in tutta la città e arrivò alle orecchie dei camorristi, che subito cercarono di impormi il silenzio. Qualche giorno dopo, in piazza Duomo, che è il luogo di confluenza della cronaca cittadina, casualmente incontrai il capo - ma forse attendeva che uscissi per imporre la sua legge. Mi fermò, circondato da alcuni suoi fedelissimi, e dopo un rosario di lodi per quello che ero, che avevo fatto in Sicilia, che a suo dire era una via «alla carriera», rivelò la ragione dell'incontro: «Lei ha parlato di noi in Chiesa, durante la Messa e ci ha condannati. Le consiglio, per il suo bene, alla domenica, parli ai fedeli di Cristo e dei Santi solamente... verremo anche noi ad ascoltarla».
Annusando la minaccia, reagii con il coraggio di chi non ama si intacchi la sua missione. Lo afferrai per il bavero - gesto che aveva il sapore di strappare di dosso una stima, su cui i «capi» fanno molto conto - e con fermezza gli dissi pressapoco: «Chi mai crede di essere per dare ordini a un vescovo, che deve solo obbedire alla voce di Dio e al suo servizio? Sappia bene che non accetto ordini se non da Dio e dalla mia coscienza.
Amo immensamente la mia libertà, che è un "sì" a Dio e all'amore soltanto, e non accetto imposizioni e tantomeno accetto di sottomettermi a ordini che sanno di complicità con il male e di paura. Cerchi piuttosto di smettere quella maschera di crudeltà che non conosce compassione, e riscopra il volto del battezzato che teme Dio».
Si ammutolì la piazza davanti a questo gesto, impensabile fosse possibile in un clima di libertà venduta per paura.
Reagì il capo alla sua maniera: «Non finirà così - mi disse -. Lei stia bene in guardia perché questi gesti si pagano».
«Sappia - risposi - che non ho paura, perché so che su di me veglia il più potente di tutti, che è Dio. Lei piuttosto si converta, perché non onora la sua vita con quello che fa».
Pochi giorni dopo ci fu un omicidio, certamente frutto di vendetta. Fu ucciso, in mattinata, un avvocato nel momento in cui le strade erano affollate, perché era l'ora della scuola. Fu enorme l'impressione. Nessuno aveva il coraggio di parlare apertamente di omicidio. Era così forte la paura che i tanti manifesti affissi per la circostanza evitavano di parlare di omicidio, ma si dolevano «per la morte improvvisa di...».
Per quel giorno, gli studenti del Liceo Scientifico avevano organizzato un' assemblea, da tenersi nel teatro della cattedrale, sul tema: «Droga che fare?». Quasi tutti gli studenti parteciparono... ma venne meno la presenza degli adulti che dovevano parlare. Ciascuno si teneva lontano da un discorso che, inevitabilmente, toccava la criminalità.
Mi chiesero di scendere a dire qualcosa. Ricordo che pronunciai poche parole: «Cari giovani, questa è l'ora di decidersi quale genere di vita vogliamo scegliere: se quella degli uomini liberi, che occupano il centro della strada, per affermare il loro diritto e la loro dignità, o quella della talpa, che cammina sempre sotto terra. A voi la decisione». Raccolsero la sfida e si pensò di fare l'impensabile: rompere l'assedio della paura e della camorra e uscire in campo aperto.
Si decise di organizzare una marcia degli studenti della Provincia di Napoli, su Ottaviano, considerata la "capitale", per il fatto che lì era nato Raffaele Cutolo, che aveva inventato la Nuova Camorra Organizzata ed era considerato tabù persino nominarlo.
Ci recammo nelle scuole e nelle fabbriche, a chiedere adesioni in assemblee. C'era un' apparente adesione, ma si percepiva che stavamo chiedendo troppo. Facile parlare, ma eroico, in certi casi, esporsi in prima persona. Eppure se volevamo rompere l'assedio non dovevamo essere soli: «Alla libertà - diceva Martin Luther King non si arriva mai da soli, ma insieme».
E venne il giorno della marcia. Partimmo alla spicciolata. Non sapevamo in quanti ci saremmo trovati all'appuntamento. Fu una immensa sorpresa quella di vedere che eravamo più di cinquemila: studenti di tante scuole, da ogni dove, da ogni parte.
Nessuna istituzione, cui ci si era rivolti, ci concesse qualche locale dove trovarsi. Ci indicarono un campo vicino ad una scuola media che, se non vado errato, portava il nome di Giovanni XXIII, di buon auspicio.
Cosa avvenne? Una grande irrefrenabile festa. Nessun discorso. Il solo discorso era l'immensa gioia di avere rotto l'assedio.
Alla fine del raduno decidemmo di fare una marcia per le vie di Ottaviano. Attraversammo la città cantando. I ragazzi ricordavano l'eccidio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e gridavano: «Il Generale Dalla Chiesa ce l'ha insegnato, vogliamo la libertà». Al nostro passaggio, come ad affermare che la paura faceva prendere le distanze, si abbassavano le saracinesche dei negozi. Questo gesto esaltava ancora di più la gioia dei ragazzi. Ebbe una grande risonanza, al punto che, un mese dopo, a novembre del 1983, si fece una marcia organizzata con la presenza anche del vescovo di Nola, monsignor Giuseppe Costanzo, e del sindacalista Luciano Lama. Sfilammo cantando. Oramai il cammino verso tempi nuovi era inarrestabile... tanto che le marce degli studenti si susseguirono per mesi, ovunque, come a svegliare le coscienze della gente.
Uscendo dall'assemblea di un Istituto magistrale, si fece attorno alla mia macchina un folto gruppo di studenti. Vedendo che ero solo, con le lacrime agli occhi, mi chiedevano se non avevo paura. «No, risposi, quando viaggio, porto nelle mie mani la Corona del Santo Rosario e mi accompagno con la musica di Chopin». Dopo una settimana ricevetti un pacco, con tutte le cassette contenenti le opere di Chopin, suonate dal grande pianista Horowitz, e accanto alle cassette una corona del Rosario, con una dedica: «Quando viaggia in macchina non si senta solo, ma ci senta vicini a lei, a recitare il Rosario e gustare Chopin». Un vero inno alla libertà.
In quei tempi, che davvero potevano essere i tempi nuovi per il Sud, andavo ripetendo: «I giovani stanno arando il terreno della loro terra, pronto ora ad una buona semina, che si chiama sviluppo, occorre però che si eliminino alla radice le pericolose siepi che stanno attorno al terreno, e che sono le tante complicità che vengono da tante parti, istituzioni comprese. E occorre Il seminare subito", se si vuole creare speranza. Diversamente, se il terreno rimarrà incolto, lo rioccuperà la criminalità».
Un avvertimento che non fu accolto totalmente, al punto che è diventato un ritornello sulla bocca di troppi: «Al Sud non si può creare sviluppo per la presenza della criminalità». Il che significa consegnare il Sud alla criminalità, come se non si avesse il coraggio di riappropriarsi di una terra che è sempre Italia.
Dopo tanti anni, posso dire che di strada, nel cuore della gente, se ne è fatta e tanta. Giovani che, allora, non trovando spazio per sviluppare la loro professione manifestavano il proposito di andarsene, ora sono la nuova generazione che ha nelle mani le chiavi di un futuro della città. Come a Santa Ninfa.
Chiudo questo capitolo con un fatto che dimostra quanto sia cambiata l'anima della città. Dopo l'uccisione dei giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, miei carissimi amici, si volle intitolare a loro, con una grande lapide, una piazza centrale della città; la piazza che è divenuta il luogo di incontro dei giovani ogni sera. Chiamammo, per la grande cerimonia, il giudice Antonino Caponnetto, cui mi lega,va tanta stima e amicizia, e con Falcone e Borsellino davvero formavamo una famiglia.
La cerimonia ebbe inizio nella sala consiliare, per date il nuovo titolo alla piazza e nello stesso tempo commemorare i giudici; seguì una solenne Santa Messa in cattedrale, in loro suffragio; e infine, in corteo, dalla cattedrale si arrivò alla piazza designata. C'era tutta la città che assediava i luoghi dove si tenevano gli incontri, come se fossero un cuor solo e un' anima sola, a onorare chi aveva dato la vita per essere liberi.
Il giudice Caponnetto non riusciva a trattenere le lacrime e neppure noi. Camminavamo piangendo, ma questa volta per una gioiosa commozione. Ripeteva spesso il giudice: «Non è possibile, non è possibile... questa è una primavera di civiltà nuova... questo è un miracolo».