PICCOLI GRANDI LIBRI    Antonio Riboldi
La carità integrale

Testimonianza di un vescovo

L'inevitabile impegno del credente nella "polis"

Portalupi Editore

Una nota di chiarezza

Il centro della buona politica: il servizio alla «persona integrale»

Una vita in trincea per uomo

Il momento di promuovere la libertà dell'uomo

Insopprimibile libertà

La difficile carità politica

La Chiesa sulle vie dell'uomo

Insopprimibile libertà

Mentre scrivo queste note, è in atto una guerra, che nessuno vuole, in Iraq.
Inevitabilmente è spuntato fuori il concetto di «guerra tra ricchi e poveri». Così come è apparso che tutto si compie - a rischio di immani ,mali che potrebbero toccare tutta l'umanità e creare un domani con nubi - nel tentativo di affermare l'egemonia di una nazione sul mondo... Come se l'America volesse farsi «sentinella della umanità», quasi mettendo sotto tutela gli altri stati e condizionandoli al suo impero, quasi limitando la libertà di crescere in piena autonomia.
Quello che vorrei ora porre alla riflessione dei miei lettori è un tema che, inevitabilmente, deve divenire il futuro della civiltà, per tutti, ossia la libertà. Ed in modo particolare «la libertà dalla fame, dalla sete, dal sottosviluppo».
Conosciamo tutti - eppure a volte non ci disturba neppure più, se non a livello di conoscenza fastidiosa - il quadro delle povertà nel mondo. Si afferma che il 18% degli abitanti della terra consumano l'80% dei beni e, viceversa, l'80% deve accontentarsi delle briciole rimaste. Questo dato ricalca su scala mondiale la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro. Mostra come noi uomini non abbiamo ancora imparato una verità, che è il fondamento della convivenza a livello planetario: solo la solidarietà libera.
Aveva intuito questa terribile carenza d'anima e di cuore la Chiesa quando, nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, nel proemio scrisse: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto, e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta da uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il Regno del Padre ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò essa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia» (n. 1).
Sembra tuttavia che non solo non abbiamo accolto questa parola di vita, ma abbiamo cercato vie diverse, che creano orribili ingiustizie, vere guerre, facendo mancare a troppi il necessario per vivere. Eppure Dio ha dato ad ogni uomo diritti e doveri, e una terra da amministrare non da possedere.
Il tema della povertà nel mondo ha trovato ampio spazio nella enciclica di Paolo VI Populorum Progressio.
Rosmini, fondatore dell'Istituto della Carità, scrisse nelle sue regole che «la povertà è il muro di sostegno della Chiesa». Ma lo è ancora, almeno nel ricco Occidente?
Ultimamente, il Sinodo dei vescovi europei, prendendo atto di come il consumismo sia una delle cause, se non quella principale, per cui la Chiesa in Europa sta conoscendo una profonda crisi di valori, a cominciare dalla solidarietà e dalla giustizia, mise come fondamento per una rinascita, la «beatitudine evangelica della povertà».
Cosa vuol dire questa beatitudine? Non riguarda certamente i poveri materialmente, ossia quelli che muoiono di fame, o sono costretti a vivere alla soglia della sopravvivenza, costretti a raccattare le briciole dal banchetto dei ricchi; né riguarda i tanti che non riescono ad avere una casa, un lavoro, una speranza nel futuro. Anzi, questi sono i poveri che chiamano a vera conversione i ricchi e chi ha ben più del necessario.
Ho conosciuto questa povertà vivendo per vent'anni a Santa Ninfa, nella Valle del Belice come parroco, soprattutto dopo il terremoto del gennaio 1968.
Vivere in un prefabbricato, che poi era una baracca su cui troppi ci specularono, è mettere a dura prova non solo la salute, ma la speranza. Difficile anche solo «guardare al domani» o al Cielo. Quando si è poveri così, si pensa solo a difendere questa vita terrena.
Sento ancora, a volte come ferite al cuore, le urla disperate di famiglie costrette a convivere con il caldo d'estate o con il gelo d'inverno, in un ristretto spazio di lamiere, che chiamavamo «baracche» .
Ad Acerra scoprii i «bassi». Fui chiamato un pomeriggio di una Pasqua a visitare una famiglia, che davvero era il fondo della miseria. Fuori giocavano quattro bimbi, che correvano e sembrava volessero fuggire davanti a noi, come fossimo diversi o nemici. Davo loro cioccolatini e sparivano.
Nella casa, se così si poteva chiamare quel rudere, da cui usciva un fetore insopportabile, vi era un uomo, il padre, con una bottiglia tra le mani, che vedeva la vita attraverso l'alcol. In un angolo, su un letto, che aveva l'aspetto di un letamaio, una donna con un cancro al seno. Non avevano nemmeno l'ombra di cosa volesse dire dignità di uomo, di donna, di famiglia.
Davanti a quello scempio di uomini, chiamai subito volontari ed infermieri che, per un pomeriggio, lavorarono per pulire tutto e dare alla casa un aspetto umano: ma soprattutto, si fece un grande lavoro per pulire la donna, che aveva un seno da sembrare un vulcano aperto. Ci riuscimmo. Alla fine la donna espresse il suo grazie dicendo: «Finalmente conosco cosa voglia dire essere" cristiani". La prego, Padre, torni a visitarmi e se può celebri una Messa qui. Ed abbia cura di me. Voglio morire in una casa "da cristiani". Cercammo, anche a pagamento, delle cliniche che l'accogliessero. Tutti la rifiutarono, lasciando a noi il compito di rendere quella tana, cristiana, finché morì. Fu una Pasqua che non dimenticherò mai!
Un altro episodio. Un gruppo di volontari della Caritas, pensò di fare partecipare alla festa della befana i bambini che avevano il papà in carcere. Famiglie che davvero vivono ai margini della nostra attenzione, un margine che si vede!
Raccolsero una ventina di bambini e bambine, nati in queste famiglie, presso un locale di un Istituto religioso. Fui invitato a partecipare alla festa. Era davvero encomiabile l'impegno dei volontari per creare serenità e per muovere al sorriso quei bimbi. Ma la loro bocca sembrava ermeticamente cucita. Provarono a farli giocare, ma non vi riuscirono. Quasi li trascinarono nei loro girotondi. Diedero a ciascuno dei doni. Li accettavano guardandoli più con sospetto che con gioia. Le mamme stavano a debita distanza, limitandosi a guardare.
Mi chiesero di rivolgere qualche parola, non me la sentii, quasi fossi in colpa per tanta tristezza. Me ne andai e, per la strada, a piedi, non riuscivo a trattenere le lacrime.
Colsi l'occasione di una offerta di soggiorno estivo in montagna per questi piccoli, che mi veniva proposta dopo un incontro per la giornata della vita, promossa a Tione di Trento dal Movimento per la vita.
Quella Parrocchia possiede una bella casa di accoglienza in montagna, isolata, vicino a un piccolo santuario, chiamato «Madonna del monte». L'offerta era un patto di solidarietà. Noi portavamo i bambini - venticinque - con gli assistenti, e la comunità di Tione pensava all'alloggio, al vitto, a tutto, in una esperienza di solidarietà che metteva sullo stesso piano Nord e Sud, poveri e benestanti.
La prima volta fu davvero una sfida totale: una sfida alla gente della località montana, che si sentiva turbata dalla presenza di quei bambini dalla vita e dal volto di veri scugnizzi. La sfida era sul come si sarebbero comportati questi bambini, abituati più che a stare insieme a combattersi, nemici di ogni forma di disciplina. Arrivarono in pullman, di domenica, sotto la pioggia, con spiccioli di vestiti che certamente non potevano assicurare la loro decenza e la loro salute. Si dovette subito provvedere a vestirli.
Ognuno di loro era segnato da una vita in famiglia che conosceva emarginazione, povertà e molte volte violenza. E lo si notava chiaramente dal loro comportamento che a volte non conosceva regole, altre volte era voglia di prepotenza, altre volte segno di paura, come se dalla famiglia avessero avuto solo il lato oscuro della vita.
Le poche risorse che restavano a noi, in quella esperienza di vita comunitaria con fanciulli e fanciulle davvero difficili, erano quella del dialogo, quando era accettato, e dell'amore pronto a sopportare tutto.
Volevamo far conoscere l'altra medaglia della vita attraverso i giochi, in un paziente lavoro di impegno alla conoscenza e a stare insieme educatamente invece dello scontro. Volevamo mostrare che il mondo non era solo quello che avevano conosciuto e vissuto nella loro città, nel loro ghetto. E per questo facevamo conoscere luoghi diversi e attraenti, come Madonna di Campiglio. Le stupende Dolomiti erano, per loro, come tutte le montagne, «grosse pietre» che non suscitavano alcuna meraviglia. Con loro programmavamo gite, proprio sui sentieri di montagna. Ma le prime volte che ci si avvicinava ad un rifugio, che in Trentino sono stupendi locali dove si richiede una correttezza pari all' aria che si respira, cercavamo di tenerli a distanza. Lentamente poi, negli anni dopo aver preso confidenza con l'ambiente, erano i gestori dei rifugi a chiedere che fossero loro ospiti, offrendo con gioia assistenza e vitto.
Ogni anno alcuni di loro li riportavamo, altri, che giudicavamo avessero compreso ciò che si voleva per loro, li lasciavamo a casa. Sempre però continuando, durante l'anno, una frequenza con loro e le loro famiglie e costituendo una associazione che chiamammo MI.RI.A., ossia «Minori a rischio - Acerra».
Superata la diffidenza e l'ostilità iniziale della popolazione in vacanza, lentamente, si comprese il grande valore della solidarietà, fino ad accoglierli con amore. Oramai «i bambini del vescovo», così erano chiamati quel gruppo di discoli, erano diventati «la favola» di tanti, che chiedevano notizie in continuità e, quando li incontravano, manifestavano affetto. Avevano di fatto conquistato diritto di appartenenza alla nostra società... almeno in montagna. Ma in parte anche nella loro città.
Oggi sono giovani come gli altri.
Ho voluto narrare questo fatto per dire come la povertà viene vinta con la carità, oltre che con la giustizia.
Ma fatti come questi, attraverso le missioni nel mondo e il volontariato sono diventati i passi verso la civiltà dell' amore, che è il solo cammino per tutti: una civiltà dove non esistono né ricchi, né poveri, ma uomini a pari dignità, sia pure con differenti livelli di benessere, ma mai l'uno contro l'altro.
La miseria, il degrado, la fame... non sono «la povertà per il Regno dei cieli», non sono «la beatitudine della povertà, via alla libertà».
Può fare meraviglia - in chi di noi non sa leggere la natura dell' amore che deve regnare tra gli uomini e, ancora di più, in chi non sa riconoscere la nostra vera grandezza interiore - come mai Dio, facendosi uomo in Gesù Cristo, abbia scelto sempre la povertà: da quella della grotta di Betlemme, alla vita di Nazaret, al deserto, alla vita pubblica, fino alla morte in croce. Eppure era Dio, quindi Signore di tutto.
San Paolo nella lettera ai Filippesi dice di Gesù: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso: assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato» (2,6-9).
«Gesù è il Verbo, la Parola - dice san Giovanni apostolo - per cui tutto fu fatto».
Era quindi il vero Padrone e Signore di tutto. E lo è. Nessuno potrebbe dire «mio» al creato più di Lui. E questo «mio», Gesù lo disse, ma alla sua maniera. Ossia, pur essendo vero Signore di tutto, in quanto creatore, non volle assolutamente che qualche creatura divenisse un «idolo», cui dare il proprio cuore. Nessuna cosa al mondo, agli occhi di Cristo e dei Santi, può avere il valore di Dio e nessuna creatura può essere amata quanto Dio e i nostri fratelli. «Tutto è nulla e nulla è tutto».
Dio ha donato a noi uomini il dono della proprietà, ossia la facoltà di amministrare i beni della terra. Ma la stessa parola «amministrare» chiede di prendere le distanze da un «farsi possedere». Guardandoci attorno: il male dell'uomo di oggi è trasformare un diritto, quello della proprietà, in una schiavitù. E non c'è nulla di più umiliante che vedere un uomo - la cui grandezza non è misurabile agli occhi di Dio, destinato a dare il suo cuore a Dio, sommo bene, e ai fratelli che in Dio divengono grandi beni - piegarsi fino a farsi schiavo delle cose, che agli occhi del cuore non hanno valore.
Le cose prendono valore quando sono un dono per fare dono. L'uomo può avere una proprietà; gli è concessa da Dio: ma questa non deve essere una idolatria.
La beatitudine dello spirito di povertà è godere della più ampia libertà dalle cose, per avere il cuore libero di amare e donare.
La vita è la più bella proprietà ma, francamente,l'idolatria per la salute che si nota nei paesi ricchi è davvero uno scempio alla bellezza dell' animo... come se farsi bello, apparire, fosse un valore più grande di quello di dare la vita, perché altri l'abbiano.
Il nostro occidente conosce la sua morte proprio per un errato modo di sottomettersi al benessere, che è davvero «la bestia», descritta da Dante nell'Inferno, con la bocca sempre aperta, ossia insaziabile, avida di polvere, perché quello che noi desideriamo è il nulla dell'inferno.
E fa scandalo questa corsa al benessere, che più cresce e più isola, chiudendosi in se stesso, pago della stupida esibizione, ma senza più amore: questo è il prezzo, ossia l'inferno, in cui vivono i «ricchi epuloni» di sempre.
Davanti a questa frenesia di ricchezza, che assale troppo, tante volte rammento la visione che Daniele spiegò al re di Babilonia, Nabucodonosor: «Ecco quel che hai visto, maestà; diritta davanti a te c'era una statua altissima, di accecante splendore e di terribile aspetto. La testa della statua era tutta d'oro fino, il petto e le braccia di argento, il ventre e i fianchi di bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte di terracotta. Mentre stavi attraversando, una pietra si staccò dalla montagna, senza intervento di uomo ed è andata a sbattere contro i piedi di ferro e di terracotta della statua e li ha fatti a pezzi. Allora, non solo il ferro e la terracotta, ma anche il bronzo, l'argento e l'oro sono stati ridotti in polvere, come fili di paglia su un' aia d'estate. Il vento se l'è portata via, senza lasciare traccia. Intanto la pietra, che aveva colpito la statua, è diventata una grande montagna che coprì tutta la terra» (Daniele 2,31-37).
E potrebbe essere la figura di tante potenze spazzate via da inspiegabili cause. Potrebbe essere l'avvenimento del futuro del mondo, in cui i poveri mettono in discussione e pericolo le moderne «statue d'oro».
«Attenti alla rabbia dei poveri» più volte ha affermato e ammonito la Chiesa. E il Santo Padre Giovanni Paolo II, proprio all'inizio del terzo millennio, più volte ha affermato: «li nostro domani sarà dei poveri!».
Ma riuscirà il ricco - e per ricco intendo chiunque si sente qualcuno, non solo perché ha raggiunto un sufficiente benessere che gli permette una vita serena, ma chiunque si sente schiavo di ciò che ha - riuscirà il mondo dei ricchi a entrare nella beatitudine dei poveri? Ossia a saper valutare quale sia la vera ricchezza, che è nel sentirsi liberi, pur possedendo e facendo del benessere una via alla solidarietà?
Pesa la sentenza che Gesù rivolse a tutti, dopo che ebbe il rifiuto del giovane ricco, invitato a seguirlo: «Va' vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi». Il giovane si rattristò perché aveva molti beni e rifiutò l'invito di Gesù. A sua volta Gesù provò quasi sdegno nel vedersi declassato, come se Lui valesse meno di qualche ettaro di terra o di qualche casa, e lanciò quel terribile: «Guai a voi ricchi! È più facile che un cammello entri per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei cieli!».
Quello sdegno sembra proprio non faccia impressione ai ricchi di oggi. Non comprendono che rifiutare Dio, per essere servi di altri dèi, senza anima né cuore, come sono le proprietà, è creare quei terribili Sud del mondo, che gridano vendetta al cospetto di Dio e sono motivo di violenze, di guerre e terrorismo.
Ho sempre considerato un grande dono di Dio lo spirito di povertà; dietro la povertà ho conosciuto la libertà di dire sì all' amore: il sì che fa della vita e di quello che si ha e si è un dono a chi non ha. E non c'è dono più grande che togliere dalla croce i crocefissi della storia, i poveri, accettando magari di finire in croce per loro.
Ho davanti a me un esempio recentissimo. Una suora della Bolivia mi confidava la sua immensa sofferenza nel vedere alcuni giovani condannati ad una vita senza speranza, perché dovevano lasciare la scuola - unica via per una professione e quindi una vita dignitosa - non potendo pagare la retta di 150 euro l'anno. Per noi occidentali un superfluo, che costa poco dare. Grazie alla carità di tanti mandai subito il necessario per rimettere in corsa non cinque ma 100 giovani nella scuola. Le lettere di ringraziamento che mi scrissero quei giovani, avevano il sapore della Pasqua di resurrezione! Una Pasqua che invitava a fare di più per togliere dal sepolcro quanti più era possibile.
Quello che addolora è che non si capisca la gioia di vivere, come fece Gesù sulla Croce, per togliere dalla croce tanti crocifissi. È gioia immensa che nessuna ricchezza può donare.
Quando i ricchi, arroccati nel loro benessere senza solidarietà, conosceranno la gioia di vedere seduti alla stessa mensa tutti, senza più poveri Lazzari, che si contendono con i cani le briciole che cadono dalla loro mensa, sarà l'alba di un mondo più umano. Ma quando avverrà?
Ma c'è un pericolo anche per i poveri: quello di adagiarsi nella povertà, fino a vivere di assistenza, senza più voglia di entrare nell' agone della conquista del lavoro. Una piaga del Sud. Occorre oggi educarli alla gioia del farsi strada con la formazione. È un grido che ci giunge anche dalle terre di missione, dove si chiede aiuto per la formazione, più che del solo cibo, ossia, seguendo il consiglio del proverbio cinese: «Aiutare i poveri a pescare e non fermarsi al dono del pesce!».
Così come c'è il pericolo che anche i poveri sognino, come fine della vita e unico bene della vita, di diventare ricchi. È il sogno diabolico della malavita organizzata, che trova le vie dello star bene nella violenza già descritta.
Occorre allora educare i poveri ad essere uomini di dignità, anche se con poco. Quanti «poveri» superano i ricchi in dignità, in santità, veramente degni del nome di uomo uscito dalle mani di Dio. La loro dignità non è nei vestiti, nella voglia di apparire a costo di immoralità, ma nel loro sguardo e nel loro sapere imporsi per fierezza di cuore e di animo.
È una delle linee educative che ho sempre usato stando in mezzo ai poveri. «Terremotati sì - gridavo nei giorni dopo il terremoto, dove era facile fare il mestiere dell' assistito - ma rifiuti da marciapiede mai! Conservate la vostra fierezza non svendendola per avere qualche soccorso in più. Chi vi aiuta non è più di voi, ma, come voi, con un compito in più nei vostri riguardi».
Purtroppo, l'obbiettivo che si pone ai bambini oggi, e alla gente comune, è quello del consumismo, dell'essere qualcuno con l'avere: quando la vera grandezza è nell' essere.
Vivevo anch'io, dopo il terremoto, in una fragile baracca di lamiera, condividendo la sofferenza, ma, nello stesso tempo, facendomi voce dei diritti elementari a cominciare dalla ricostruzione, che sono doveri per i pubblici poteri.
Tacere di fronte all'inerzia delle istituzioni, alla indifferenza della pubblica opinione, era simile all'atteggiamento del sacerdote e del levita che, passando sulla via che da Gerusalemme va a Gerico, imbattendosi nell'uomo abbandonato semivivo dai briganti sulla strada, «vedono e vanno oltre», lasciando così che il semivivo muoia e rendendosi colpevoli della sua morte.
Ma la cura pastorale, che mira ad aiutare l'uomo ad «andare oltre», ossia a realizzare il piano della creazione, che è la santità, non poteva fermarsi alla sola rivendicazione di un diritto, come la casa.
La casa si progetta e si costruisce mattone su mattone in Cielo, dove si spera di abitare per sempre... perché solo là si è al sicuro.
In questa maniera semplice è necessario educare le persone a non creare disegni di piccola durata come le cose materiali, ma a vivere viaggiando verso il Cielo.