PICCOLI GRANDI LIBRI    Antonio Riboldi
La carità integrale

Testimonianza di un vescovo

L'inevitabile impegno del credente nella "polis"

Portalupi Editore

Una nota di chiarezza

Il centro della buona politica: il servizio alla «persona integrale»

Una vita in trincea per uomo

Il momento di promuovere la libertà dell'uomo

Insopprimibile libertà

La difficile carità politica

La Chiesa sulle vie dell'uomo

La difficile carità politica

Mentre scrivo - l'ho già ricordato - è in atto quel dramma che «opprime le coscienze», come ebbe a dire il Santo Padre, che è la guerra in Iraq. La nostra giornata sembra ritmata dalle cronache sull' andamento della guerra, come una «cronaca in diretta». E davanti al macabro trionfo della violenza, che gronda sangue da tutte le parti e non risparmia uomini e cose, viene da chiedersi il perché.
È di grande attualità quanto ebbe a dire il grande Pontefice Paolo VI all'ONU, il4 ottobre 1965: «Il nostro messaggio raggiunge il suo vertice: il vertice negativo. Voi attendete da noi questa parola, che non può svestirsi della sua gravità e solennità: mai gli uni contro gli altri, non più, mai! A questo scopo è sorta principalmente l'Organizzazione delle Nazioni Unite contro la guerra e per la pace! Ascoltate le chiare parole di un grande scomparso, di John Kennedy, che quattro anni orsono proclamava: "L'umanità deve porre fine alla guerra o la guerra porrà fine all'umanità".
Non occorrono molte parole per proclamare questo sommo fine di questa istituzione. Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce con un giuramento, che deve cambiare la storia del mondo: non più la guerra, non più la guerra. La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e della intera comunità» (n. 5).
Parole che il Santo Padre Giovanni Paolo II ha ripetuto come una preghiera incessante in questi mesi, cercando di raddrizzare le volontà dei responsabili ad una pace fondata sulla giustizia, il dialogo e il perdono. È stato «il mandato», consegnato il 24 gennaio dello scorso 2001 ad Assisi, a tutti i rappresentanti i vari credo religiosi, perché la pace è un bene che tocca tutti senza distinzione, così come la guerra è un male che può non solo ferire tutti, ma può anche, Dio non voglia, vederci gli uni contro gli altri, come è il disegno del terrorismo di Bin Laden. E sarebbe catastrofe inimmaginabile.
Fu allora impegno di tutti educare la propria gente a questa condotta.
Risuona ancora, come una invocazione e un proposito di pace, quell'unanime: «Noi ci impegniamo», detto da ogni credo. Un credo, che passò per la coscienza del mondo, e non nella volontà dei governanti. Siamo stati così e siamo spettatori di un evento, il primo nella storia, in cui la umanità intera insorge contro la guerra gridando pace, inondando case, edifici, con una sola bandiera che è comune a tutti, e va al di sopra delle nazioni, razze e religioni, ossia l'arcobaleno che è voglia di pace.
E così i governi hanno dovuto fare i conti con la gente che li aveva eletti. E hanno deciso una guerra che è, prima di tutto, contro la volontà della propria gente, mettendo a grave rischio lo stesso principio di democrazia.
Ma l'evento benefico è quello di un popolo che fa suo il grido di Paolo VI e dice: «Guerra mai più, non più la guerra», consapevole che mai come questa volta diventa vero ciò che disse Kennedy: «L'umanità deve porre fine alla guerra o la guerra porrà fine all'umanità».
Tanti avrebbero voluto che la Chiesa, intendendo forse Papa vescovi e preti, tacesse, «perchéè un campo politico» questo, che non spetta alla Chiesa. Ma sono chiare le parole del Concilio Ecumenico Vaticano II, dove si parla di politica, nella Gaudium et Spes: «Tutti i cristiani devono prendere coscienza della propria speciale vocazione nella comunità politica; essi inoltre devono essere d'esempio, sviluppando in se stessi il senso della responsabilità e la dedizione al bene comune; così da mostrare con i fatti come possa armonizzarsi l'autorità e la libertà, l'iniziativa personale e la solidarietà di tutto il corpo sociale, la opportuna unità e la proficua diversità. (E queste sembrano regole d'oro per un sano federalismo solidale.) Devono ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali e rispettare i cittadini, che, anche in gruppo, difendono in maniera onesta il loro punto di vista.
I partiti devono promuovere ciò che a loro parere è richiesto dal bene comune, e mai però è lecito anteporre il proprio interesse al bene comune...
La Chiesa - aggiunge il Concilio - che in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana. La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo. Tutte e due, anche se in modo diverso, sono al servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti, in maniera tanto più efficace quanto meglio coltiveranno una sana collaborazione tra di loro... L'uomo non è limitato al solo orizzonte temporale ma, vivendo nella storia umana, conserva integralmente la sua vocazione eterna» (nn. 15 e 16).
Alla mia età si è davvero testimoni di cambiamenti, anche profondi, nella vocazione a promuovere il bene comune, in nome della comunità di cui facciamo parte:
- Abbiamo vissuto un tempo di limitazione, se non privazione, dei diritti elementari, con la dittatura.
- Dopo la guerra fu la primavera dei partiti che avevano un'anima, ossia erano fondati su fede o dottrine diverse e quindi la politica era una vera competizione, a volte aspra, circa il bene comune.
- Ci furono i tempi della passione politica dei cittadini, che partecipavano in modo totale alla politica, per creare una Italia sulla misura dell' anima del partito di appartenenza. Non c'era spazio per l'indifferenza. Questa veniva bollata come qualunquismo, «uomo qualunque», che non ha posto nella stima.
- Ci furono i tempi degli scontri dialettici, per dare alla nazione un corso che si voleva imporre con la forza o la violenza: i tempi del cosiddetto '68, che avevano il merito perlomeno di avere proposte concrete, anche se non condivisibili da tutti. l tempi del «meno chiese, più case» chiamarono la loro stagione «rivoluzione culturale».
- Ci furono i tempi del terrorismo che si proponeva di cambiare l'Italia con la violenza e la rivoluzione, come fossimo un paese dell' America Latina. E si segnalarono per le tante morti dei «simboli» del pensiero o della politica, come Aldo Moro, Bachelet e via dicendo.
- Lentamente, con il sopraggiungere del benessere, la gente si staccò nettamente da ogni forma di partecipazione, preferendo chiudersi in se stessa, a difendere egoisticamente il proprio orticello, chiudendo la porta in faccia ad ogni idea di solidarietà o di partecipazione, fino al rifiuto degli immigrati, come odiosi ma necessari ospiti. In questo modo seppellendo il concetto di partecipazione al bene comune che è la politica.
- Lentamente anche i partiti persero la loro originale ideologia cui si ispirava il loro programma, e rimasero orfani di idee, appiattendosi nel modo che tutti conosciamo. «Una politica - affermava Gorbaciov, ai suoi tempi, visitando il Campidoglio - senz'anima, è morta».
E una politica senz' anima divenne così una corsa al potere, al vantaggio, al proprio interesse o all'interesse della propria parte, calpestando così i principi che il bene deve essere di tutti e per tutti e che governare è servire e non servirsi.
- Coscienti della «morte della politica e del dovere della partecipazione al bene comune da parte di tutti, necessaria comune politica» sorsero i movimenti, che, prendendo le distanze dai partiti, gridarono nelle piazze quello che a loro sembrava il bene comune.
Nacque il concetto di globalizzazione e ci si accorse che se da una parte, se bene applicata a tutti i popoli, a cominciare dai più deboli, poteva essere cosa buona, dall' altra, accorgendosi che poteva essere anche una via per aumentare i profitti di alcuni a spese dei poveri, scatenò i «no global».
È ancora viva in tutti l'avventura (è bene chiamarla così) dei cosiddetti Sette Grandi a Genova. Doveva essere il momento del confronto sulla giustizia globale da trattarsi in quella sede opportuna.
A Genova si dettero convegno una piccola parte, che intendeva farsi sentire solo con l'urlo e la violenza e accanto a loro quasi trecentomila giovani, sacerdoti, suore, missionari, che vissero giornate di passione in preghiera e cercando di farsi portavoce delle miserie dei Sud del mondo.
Quanti giovani, allora, si affacciarono alla politica con vera passione. Era affascinante la prospettiva di lasciare le proprie comodità per creare un posto dignitoso ai poveri della terra.
Trionfò e fece cronaca, tanta e solo cronaca, la violenza di alcuni. Dei trecentomila non si occuparono i mass-media, soffocando così, sul nascere, la passione politica, che era meravigliosamente sbocciata nei giovani, come un inizio di primavera politica, e con loro si spense l'urlo dei diritti dei poveri. Un vero peccato! È grande responsabilità avere soffocato una insperata passione politica nei giovani, che ci dipingevano come assenti, rinchiusi nelle comodità di casa o dando sfogo alla loro voglia di stare insieme nelle discoteche, che certamente non educano al bene comune.
Ma la voce di Genova, a difendere e promuovere i diritti, e quindi fare politica, non si è spenta.
- Sorsero i cosiddetti «girotondi» spontanei. Lì si urlava quello che la politica negava. Ma non si voleva la presenza dei partiti.
E così avvenne per i vari movimenti tutti spontanei. La loro era vera politica, in difesa della giustizia o della pace o del lavoro, ma, prendendo distanza dalla politica dei partiti, veniva creato un vuoto pericoloso.
- Non ultimo, per fortuna, è da segnalare la voglia di essere presente, là dove l'uomo ha bisogno, dei volontari, che sono la sana presenza politica oggi e sono, come afferma il Santo Padre, il domani della società nuova.
Per non correre il rischio, gravemente preoccupante, che domani nelle elezioni ci sia un astensionismo, espressione di indifferenza al bene comune, è urgente che ogni forza politica si dia un' anima, un programma, che appaia come promozione dell'uomo intero, a cominciare dalla difesa della vita, della pace, della giustizia, della famiglia, dei giovani.
E scompaia, la voglia di potere che è la vera morte della politica. Il potere deve tornare a essere quello che è per sua natura: servizio, e non servirsi.
Bisogna, come fece Gesù nell'ultima cena, che chi comanda ascolti la gente, interpreti coraggiosamente ciò che è vero bene della persona, metta questo bene al centro dell' economia, del diritto, della giustizia, di ogni legge. È il bene genuino della intera persona ciò che deve trasparire da chi fa politica attiva, come un servizio che rende la politica attiva una forma di squisita carità.
C'è da pregare perché questo avvenga; ma soprattutto c'è da invitare caldamente i cristiani capaci, che abbiano il coraggio di uscire allo scoperto e di mettersi in politica, senza preoccuparsi del successo o meno.
Non è lecito che i cristiani laici si rifugino nel comodo guardare e dissentire o gridare: devono sporcarsi le mani. I cristiani, affermavano di recente i vescovi, se tali sono, anche se sono in formazioni diverse, devono conoscere unità nel momento in cui sono chiamati a promuovere i beni della vita, della famiglia, della giustizia, della verità nei mass-media. È grave danno dividersi o contrapporsi su beni, che chiedono invece unità.
Ho avuto l'avventura di misurarmi con la politica dopo il terremoto nel Belice. A volte promovendo azioni che, forse, sconcertavano i ben pensanti.
Ne ricordo due.
Il primo. Erano passati ben otto anni dal terremoto e si aveva l'impressione che la giustizia nella sua espressione più completa, che comprendeva la ricostruzione dei paesi, fosse finita nella pila destinata a conoscere la polvere.
Quando, in occasione del Natale 1976, ci venne l'idea di fare scrivere lettere dei fanciulli delle elementari agli onorevoli, che sedevano a Montecitorio e agli alunni delle scuole medie ai senatori che erano a Palazzo Madama. Furono lettere che riportavano la schiettezza degli innocenti, e descrivevano i disagi di una vita in baracca e chiedevano case. Quelle lettere, andate a ruba dai mass-media, divennero come un urlo, che scosse la coscienza dell'Italia. Ma le risposte erano tutte evasive, alcune offendevano l'intelligenza. Ad una ragazza, che si lamentava della mancanza d'acqua, ricordo che un onorevole rispose che le avrebbe spedito una cassa di acqua minerale.
Tenne banco la cronaca per più di un mese. E al grido dei piccoli di Santa Ninfa si aggiunse il grido di tante scolaresche d'Italia, che, a loro volta, indirizzavano lettere ai deputati della loro regione.
Vedendo che si tardava ancora a dare il via alla ricostruzione, nel marzo del 1977, proprio nella Settimana santa, il consiglio pastorale decise una azione clamorosa per tutto il Belice, ossia lasciare le baracche e occupare le strade (sapevamo che era una occupazione che non recava danno, perché i veicoli percorrevano l'autostrada che passava accanto). Quello che si raccomandava era di non usare alcuna violenza. «La violenza cancella le ragioni della protesta» andavo dicendo paese per paese. Ricordo che terminai la visita ai paesi in strada, disciplinatamente, a Salaparuta. «Ci siamo - dissi - è tempo ora di aprire il cielo della speranza». E insieme recitammo le preghiere della sera, davanti ad una folla di cinquemila persone. Più che una occupazione era una veglia.
Il giorno dopo, giovedì santo, giunse la notizia che era la risposta alle nostre richieste. Il governo aveva stanziato 300 miliardi ed una nuova legge, che dava subito inizio alla ricostruzione. Ebbi timore, quella sera, di essere andato «oltre» i confini.
Vivevamo la vigilia della Pasqua sotto i riflettori dei mass-media, che inseguivano questa avventura di novità politica.
Ricordo che mi telefonò a sera il cardinale Salvatore Pappalardo, cui mi legava e lega profonda stima e amicizia, per chiedermi come avrei celebrata la veglia pasquale: «La celebriamo nella piazza distrutta del vecchio paese, per annunciare che non solo Cristo è risorto, ma con Lui risorgeremo noi e il paese». (Un giovane padre che teneva in braccio il figlio, mi disse con le lacrime agli occhi: «Dirò a mio figlio, quando capirà, "Quella notte io c'ero"»).
«E domani?»
«Celebreremo la Pasqua nella principale chiesa baracca».
«E nel pomeriggio?» insisteva il Cardinale. «Celebreremo la Pasqua nella seconda chiesa baracca in zona detta Santissimo e lì battezzeremo i neonati».
Mi sorprese la risposta: «Allora alle ore 17 verrò io a celebrare la Pasqua al Santissimo e così porterò a tutti la solidarietà del Santo Padre».
E così avvenne. Fu la Pasqua anche della politica vera, che è servizio alla gente.
Il secondo ricordo riguarda il Polo Pediatrico Mediterraneo. La politica, che è fondata sul progresso, ha bisogno di grandi sogni che a volte colmino i vuoti dell'indifferenza presente in tante parti del nostro Paese.
Uno slogan già ricordato, che è diventato pericolosa mentalità comune, è «che nel Sud, non c'è posto per lo sviluppo, per la presenza della criminalità organizzata». Qualche politico affermò che il Sud ama «essere assistito» e l'assistenza è una efficace via per avere voti o preferenze. Oggi questo atteggiamento si chiama «voto di scambio» ed è per fortuna reato.
E che il Sud tante volte si sia affidato alla dipendenza della assistenza è anche vero. Un atteggiamento che deve essere cancellato, dando ampio spazio alle proprie capacità ed energie, in grado di creare sviluppo se si trova solidarietà.
La Caritas italiana ha avviato un lungo studio, con l'aiuto di volontari formati a questo, chiamato «Progetto Policoro», che invita i giovani a «creare lavoro» attraverso piccole aziende e cooperative. E ne sono sorte molte. Sono una provvidenziale «crepa» nella assistenza, ossia nell' attendere che altri pensino e creino per noi.
Ci sono realtà che nella Costituzione Italiana sono indicate come diritti di tutti, uguali per tutti, ma non sempre è così.
La Costituzione dice che la salute è un bene uguale per tutti. Ma così non è, per esempio a proposito della salute dei bambini. I bambini, che hanno particolari malattie, sono obbligati, quando le famiglie ne hanno le possibilità economiche, a emigrare al Gaslini di Genova, che sembra una «piccola Napoli», al Bambin Gesù di Roma, obbligando così le famiglie a dolorosi spostamenti e scollamenti. In questi casi lo Stato si accolla una spesa annua di circa 200-300 miliardi. Senza contare che quanti non hanno possibilità economiche muoiono. Si è calcolato che sono circa 300 i bambini che nel Sud muoiono così. Una vera «Caporetto» della Costituzione al riguardo.
Da qualche anno, non ancora vescovo emerito della diocesi di Acerra, con alcune persone volonterose e capaci, si è dato vita ad una Fondazione, che ha preso il nome del Patrono della diocesi, sant' Alfonso Maria de' Liguori, e ha come fine lo sviluppo della città e la formazione.
La Fondazione ha preso a cuore i bambini e la possibilità che anche nel Sud ci sia un «polo pediatrico» di alta ricerca, non solo un ospedale, che sia «casa» per i bambini del Sud. Si sono fatti convegni a non finire per conoscere con esattezza scientifica il problema. Una volta che si era in possesso della mappa del disagio infantile (e non si deve dimenticare che il Sud è la parte d'Italia che fortunatamente ha più bambini, ma è anche la parte d'Italia dove la povertà è più diffusa) si è incominciato il lungo iter perché le varie istituzioni, dalle università alla regione, alla provincia, al governo, questo progetto potessero comprenderlo e realizzarlo. Una legge che si è da noi fortemente voluta, ha deciso che l'INAIL stanziasse il 15% dei suoi introiti in strutture sanitarie, «a cominciare dal Polo Pediatrico di Acerra». Una legge che tutto il Parlamento accolse con favore. Poi venne il lungo calvario del come «dare corpo» a questo progetto, che sembrava troppo alto per una piccola città come Acerra.
Qualcuno, che conosce bene il Sud, disse: «Se si realizza questo Polo davvero siamo di fronte ad una svolta epocale: ossia quella di un Sud che esce dalla assistenza e diventa protagonista dei suoi diritti e doveri». «Un sogno» lo titolò il TG1. E, francamente, anche a noi, che rincorrevamo questo sogno, che sembrava sfuggirci di mano ogni volta per i tanti cavilli forniti dalla burocrazia, sembrava di esserci inoltrati nel terreno dell'impossibile.
Incontrando un giorno un importante uomo politico, mi sono sentito affermare che «Al Sud non potrà mai sorgere lo sviluppo per la presenza della criminalità». Ebbi uno scatto di orgoglio e risposi: «Facendo simili affermazioni si consegna per paura il Sud alla criminalità. E spiace vedere uno Stato che perde la sua sovranità per paura. Ci vuole coraggio, anche a fare politica, se si vuole essere davvero saggi».
Dio solo sa quanta fatica ci è costato tracciare il sentiero della speranza. Aveva ragione il giovane che quando pensò il mio stemma mise al centro una colomba che tracciava una via nel deserto. «Nel deserto traccerò una strada».
Ci volle la tenacia di chi crede nei sogni, anche in politica. Ed ora il Polo Pediatrico Mediterraneo, così verrà chiamato, destinato ad estendersi, per un accordo con la Farnesina, ad area di accoglienza per i bambini del Mediterraneo, sta muovendo i suoi primi passi verso la sua realizzazione. Sorgeranno certamente ancora difficoltà nel cammino, ma quello che era sogno ora è nella buona volontà di molti. E Dio guidi i responsabili.
Ci ha sostenuto l'incoraggiamento di tanti, ma tanti, che attorno al Polo Pediatrico, a questa svolta epocale, ci sono stati vicini, sempre incoraggiandoci. È proprio vero che quando si scorge all' orizzonte una politica da sogno, i veri politici sanno appianare la strada.