PICCOLI GRANDI LIBRI    Antonio Riboldi
La carità integrale

Testimonianza di un vescovo

L'inevitabile impegno del credente nella "polis"

Portalupi Editore

Una nota di chiarezza

Il centro della buona politica: il servizio alla «persona integrale»

Una vita in trincea per uomo

Il momento di promuovere la libertà dell'uomo

Insopprimibile libertà

La difficile carità politica

La Chiesa sulle vie dell'uomo

La Chiesa sulle vie dell'uomo

C'è in giro un'aria di pessimismo, che è certamente l'atmosfera non confacente per chi ha il cuore fondato sulla fede.
Vedendo come la testimonianza della fede in Gesù viene meno o, in tanti casi, è abito superficiale che non intacca il modo di vivere - perché sembra sottomessa alle regole del mondo in netto contrasto con ciò che Dio chiede a noi, la santità -, qualcuno pensa al tramonto della Chiesa o peggio ancora di Cristo.
Tanto che la nostra era si chiama - dopo quella rurale, industriale ecc. - l'era postcristiana.
Abbagliati da una tecnologia che ha cambiato tanto la nostra esistenza, almeno esteriormente, si pensa che queste conquiste .della scienza e della tecnologia abbiano il potere di cambiare la verità della vita, che è ben altra. Non credo che ci sia chi non capisca che un uomo non è «di più» perché oggi non viaggia più a piedi, come un tempo, ma usa una Mercedes. Il valore di una macchina o di qualsiasi altro oggetto, di uso per la vita, non è la misura della grandezza dell'uomo. Sarebbe come misurare l'uomo da quello che ha e non da quello che è.
Affermava un giorno il grande cardinale Ildefonso Schuster, che fu mio vescovo, ai seminaristi che gli chiedevano una parola di esortazione: «La gente, quando passa davanti alle nostre chiese, normalmente non si ferma, perché le nostre liturgie, come sono vissute o accolte, sembrano più una imposizione odiosa che la gioia dell'incontro con Cristo. Non si vede sul volto la gioia di essere stati con Chi davvero è il Paradiso, sperimentandolo, e non si vede la gioia che si trasforma in carità. Così pure, quando la gente vede i vostri oratori, non si ferma, perché il mondo propone divertimenti più esaltanti. Ma quando però la gente vede passare un santo, uno cioè che vive veramente Cristo, si ferma e non si sottrae all'ammirazione, come se si trovasse davvero di fronte a ciò che vorrebbe essere e non è».
Ed è così. Nell'anno, il 1950 se non erro, in cui si celebrò a Torino il Congresso Eucaristico Nazionale, il Santo Padre inviò proprio il cardinale Schuster, come Delegato pontificio. Tutti sappiamo qual era lo spirito di Torino, come di tante altre città, allora. La domenica in cui si svolse la solenne processione eucaristica di chiusura, la città letteralmente si fermò. Si zittì improvvisamente davanti al carro solenne che portava il grande trono su cui era esibito il Santissimo Sacramento. Ma il silenzio della città aveva un' altra fonte: veniva dal vedere il cardinale Schuster inginocchiato su quel carro, in una preghiera che sembrava estasi. La gente mostrava il suo stupore dicendo: «È un santo!».
Forse oggi la Chiesa manca di santi... anche se non ci fu secolo che ebbe più martiri di quello appena trascorso. Neppure i primi tempi della Chiesa, caratterizzati dal martirio, conobbero tanti uomini, donne, giovani che, ovunque, per tutto il mondo (anche in Italia, si pensi a don Puglisi) non solo predicarono Cristo e Cristo Crocifisso, ma seppero, in nome della carità, fatta servizio e non parola solamente, fare dono della loro vita. Essi sono davvero «la primavera della Chiesa».
E non mancano tante realtà, oggi, di presenza di Cristo nella vita di uomini, donne, giovani, sacerdoti, vescovi, che davvero sono l'esempio della regola di vita degna di chi è uscito dal cuore di Dio e sono la speranza che la bontà, la giustizia, la pace, Dio stesso, camminano tra la gente, con i piedi di questi tanti santi e martiri del nostro tempo.
Chi non ricorda, per fare un esempio, Madre Teresa di Calcutta, che seppe entrare nel cuore del mondo, credente e non, per il suo amore ai più poveri? O chi non ha battuto le mani e si è commosso, davanti a figure di santità, come quella di Giovanni XXIII, che sapeva commuovere il mondo, cambiandone la storia, con una carezza donata ai bambini e ai malati, la notte dell' ottobre 1962?
E si potrebbe continuare il rosario infinito di tanti, ma tanti, che, nel silenzio forse, ci dicono con la vita che Dio è con noi e tesse la storia del mondo. Quasi dando ragione al proverbio che recita: «Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce». Perché è proprio della santità imitare Cristo che, nella sua immensa umiltà, era «luce» del mondo.
A differenza del grande chiasso della moda, del danaro, della violenza, della potenza, della superbia, che tanto assomigliano al grande chiasso dell' albero che cade e non conoscono una briciola del meraviglioso silenzio di una foresta che cresce, o non riescono a comprendere la dolcezza del farsi prossimo a chi ha bisogno di amore, la gioia infinita di essere avvolti dalla bontà e donarla.
Ma, nonostante tutto questo, non si può nascondere la crisi che attraversa l'uomo di oggi. Una crisi che non risparmia i giovani, disorientati nelle loro scelte di vita; né risparmia le famiglie che non riescono a trovare la via della fedeltà, capace di assicurare la certezza dell' amore che non conosce tramonto; ma crea sfiducia, che come veleno si insinua in troppi, affascinati forse dalla sufficienza del benessere che non conosce la felicità vera che viene da Dio e dalla sua santità in noi. La Chiesa stessa soffre di una crisi, o «malattia dell'anima», che va curata, proprio dalla carità di Cristo nella Chiesa, una carità che restituisca gli uomini alla vocazione alla gioia.
È tempo, afferma con forza la Chiesa, di rimettersi in strada, sulle orme di Gesù, e accostare ogni uomo per dargli una mano a rialzarsi in piedi.
«L'uomo di oggi - mi diceva il Santo Padre, l'ho già ricordato - assomiglia a un pugile, che è finito agli angoli, incapace di lottare: bisogna riportarlo al centro del ring e invitarlo a combattere» .
Ci fu un tempo in cui credevamo che la Chiesa, o la fede, appartenessero a quella nobiltà irrinunciabile dell'uomo, a quella vocazione ricevuta dal Padre ad una vita che conoscesse la bellezza della vita con Cristo.
Nel 1950, dopo la terribile ultima guerra, in noi giovani che avevamo nella carne la terribile esperienza del comunismo - che si era posto come primo traguardo quello di cancellare Dio dalla vita e dalla società, per offrire un impossibile «paradiso qui in terra» - vedevamo nell' America la patria della libertà, il luogo dove potevamo realizzare i sogni della verità dell'uomo, della libertà, di tutto insomma.
Una mattina, il mio superiore generale, Padre Giuseppe Bozzetti, uomo di cultura e di santità, radunò noi giovani e offerse una riflessione che allora, più di mezzo secolo fa, ci sembrò una eresia. «Avete ragione - ci disse press'a poco - nell'affermare che il comunismo è il più grave attentato all'uomo, in quanto cancellando Dio si cancella l'uomo. Ed è terribile anche solo sapere che vengono perseguitati o uccisi quanti ancora credono. Come vive un mondo senza luoghi di Dio, le chiese, e i suoi figli? In America trionfa quello che noi chiamiamo consumismo, ossia vivere per consumare i beni, finendo lì la nostra identità. il consumismo non ucciderà le persone: costruirà anzi chiese, tante chiese, apparentemente non toccherà la libertà religiosa, non metterà in prigione o a morte chi crede, ma lentamente con il culto delle creature, che prenderanno il posto del Creatore, svuoterà le coscienze dai valori e quindi dalla fede, svuotando le chiese, che rischieranno di diventare "monumenti di arte". Ma c'è di peggio che vedere chiese vuote: è vedere cristiani senza fede».
Non capimmo, allora, quell'affermazione ma forse è quello che oggi vediamo!
A questo punto si fa davvero urgente per la Chiesa tornare a riportare Dio al suo posto, nella piccola ma insostituibile chiesa che è l'uomo, perché solo al suo altare l'uomo pieghi le ginocchia e solo Lui sia il sommo bene, da cui deriva il valore degli altri beni.
Ma occorre, secondo me, uscire per le strade e incontrare gli uomini per riportarli al centro del ring e invitarli a lottare. Uscire testimoniando, con la vita, la fede ed esprimendola nella carità. Sul modello della parabola del buon samaritano.
Gesù raffigura l'uomo sul cammino della vita. Lo assalgono i briganti che lo spogliano, lo derubano di tutto, lo picchiano e lo abbandonano semivivo ai bordi della strada.
Quanta gente è in queste condizioni: vittima di mentalità di vita, fondata sulla menzogna, sul culto del benessere o materialismo; vittima di spregiudicatezze immorali, descritte come conquista di civiltà; vittima di cattiverie, o di bassa cultura, che viene dai mass-media, da una economia che tende a comprare l'uomo per svenderlo a poco prezzo, come fosse una cosa da spremere!
È davvero una folla... che magari viaggia con jet personali, che sfoggia vestiti di lusso, che veste alla moda e ha bisogno di droghe per creare allegria! Ma quando sono soli, si sentono -semivivi, come l'uomo della parabola.
Non ci rendiamo conto della quantità di briganti di cui siamo circondati, che ci derubano del bello e, senza scrupoli, ci lasciano sulla strada, «semivivi».
Quanta gente ho l'occasione di incontrare che, se potesse, ti metterebbe le braccia al collo per risentirsi in compagnia e viva! Quanta gente! Gente che ha bisogno di ritrovare la voglia di «volare». Scriveva monsignor Tonino Bello, grande mio amico e, soprattutto, grande cristiano: «Ho letto da qualche parte che gli uomini sono angeli con un'ala soltanto; possono volare solo rimanendo abbracciati. A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare, Signore, che anche tu, abbia un' ala soltanto: l'altra la tieni nascosta, forse per farmi capire che anche tu non vuoi volare senza di me. Per questo mi hai dato la vita, perché io fossi tuo compagno di volo».
Vorrei dedicare a tutti, a cominciare dai miei confratelli nel sacerdozio e a tutti i miei lettori, una pagina del discorso che Paolo VI tenne alla chiusura del Concilio Vaticano II È un inno all'amore che la Chiesa ha per ogni uomo di ogni tempo.

«Voglio notare - disse - come la religione del Nostro Concilio sia stata principalmente la carità: e nessuno potrà rimproverarlo di irreligiosità o di infedeltà al Vangelo per tale precipuo orientamento, quando ricordiamo che è Cristo ad insegnarci essere la dilezione ai nostri fratelli il carattere distintivo dei suoi discepoli... La Chiesa del Concilio, sì, s'è occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce dell'uomo, quale oggi in realtà si presenta: l'uomo vivo, l'uomo tutto occupato di sé, l'uomo che si fa non soltanto centro di ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione di ogni realtà. Tutto l'uomo fenomenico, cioè rivestito degli abiti delle sue innumerevoli apparenze, si è drizzato davanti al consesso dei Padri Conciliari, essi pure uomini, tutti Pastori e fratelli, attenti, perché amorosi: l'uomo tragico dei propri drammi, l'uomo superuomo di ieri e di oggi e perciò sempre fragile e falso, egoista e feroce, poi l'uomo infelice di sé, che ride e che piange; l'uomo versatile, pronto a recitare qualsiasi parte, e l'uomo rigido cultore della sola realtà scientifica, e l'uomo com' è che pensa, che ama, che lavora, che sempre attende qualcosa, il "filius accrescens": e l'uomo sacro, per l'innocenza della sua infanzia, per il mistero della sua povertà, per la pietà del suo dolore: l'uomo individualista e l'uomo sociale, l'uomo "laudator temporis acti" e l'uomo sognatore dell'avvenire, l'uomo santo e l'uomo peccatore, e così via. 1'umanesimo laico profano, alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo si è incontrata con la religione dell'uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro una lotta un anatema? Poteva essere; ma non è avvenuto. L'antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto, più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l'attenzione del Sinodo. Dategli merito in questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell'uomo» (Discorso di chiusura del Concilio, 7 dicembre 1965).

Nelle parole del Papa e quindi della Chiesa, si evidenzia il grande amore di Dio che non fa alcuna differenza o distinzione tra uomo e uomo, a qualunque razza, religione o classe appartenga: l'uomo è un figlio che Dio ama dell'inimmaginabile amore di un Padre, che lo vuole per Sé, per sempre, e basta. Il resto, le distinzioni, le divisioni e tutto quanto, è come tunica dolorosamente e tragicamente strappata, sotto i nostri occhi che si riempiono o dovrebbero riempirsi della compassione, che ebbe il buon Samaritano, che incontrò il «semivivo» sulla strada, che conduce da Gerusalemme a Gerico ed ebbe cura di lui fino a che il semivivo tornò nella pienezza della vita.
Dio è il vero Samaritano che in ogni cristiano quotidianamente incrociamo sulla nostra strada e si prende cura di noi. O meglio chiede a noi, lascia a noi, come compito su cui verremo un giorno giudicati, di prenderci cura gli uni gli altri. Qui davvero è o dovrebbe essere la figura del cristiano, il suo distintivo, qualunque sia il suo ruolo: laico, prete, vescovo.
Rimettere in piedi l'uomo semivivo è quanto ha fatto Gesù stesso nella sua missione, terminata nella crocifissione, per la resurrezione.
Stare alla finestra, ossia non scendere sulla strada dell'uomo, dove si trovano i semivivi, è imitare il sacerdote ed il levita, cui non importa nulla della sorte di chi potrebbe morire se non fosse aiutato.
È il terribile cancro della società nostra che sembra non si curi del fratello, ma ama rinchiudersi nel proprio egoismo, a difesa della propria quiete, senza mettere a rischio la propria esistenza, il proprio star bene. Ed è un male troppo diffuso.
È vero che ci sono molte attività di beneficenza, come l'accoglienza dei fratelli immigrati, la mensa dei poveri, il volontariato, ecc. ma non è sufficiente. Troppe volte ci si ferma all' elemosina, che risulta a volte incomprensione della grandezza della povertà. Il Samaritano non si è limitato alle prime cure, abbandonando poi il semivivo, che anche così sarebbe morto: una morte che sarebbe pesata sulla indifferenza. È andato fino in fondo. L'ha portato all' albergo perché tornasse totalmente vivo.
Occorre uscire dal nostro egoismo, dalle nostre stesse chiese, che troppe volte sembrano un non voler vedere ciò che ci stringe d'assedio, ossia la povertà ed il dolore della gente, e mettere in gioco la stessa nostra tranquillità, il nostro comodo vivere e scegliere di vivere per gli altri.
Ci vuole il coraggio di Cristo, che in questo è Maestro e Via.
La strada degli altri è la nostra strada di cristiani. A volte è difficile. A percorrerla si rischia di essere vittime dei briganti a rischio della propria vita. Lo so per esperienza cosa voglia dire questo.
Ad una poliziotta che incontravo spesso, quando per lunghi anni fui costretto a muovermi sotto scorta, che mi chiedeva: «Ma chi glielo fa fare?». «L'amore» risposi.
C'è tanta difficoltà oggi a fare comprendere ai laici credenti in Cristo il dovere di carità che essi svolgono - salvaguardando i loro carismi e la loro formazione - impegnandosi nella politica attiva. Ma basta, in coscienza, secondo il Vangelo, se si vuole essere veri discepoli di Cristo, fermarsi a «criticare» una politica anche se si presta molto alla critica, ieri come oggi? o il male va affrontato scendendo in trincea, non per interesse o per prestigio, né per affermazione di potere e tanto meno per assicurarsi una comodità di vita, ma avendo il coraggio di mettersi in prima linea, se non altro a gridare contro il male che si fa alla vita, alla famiglia, alla legalità? Non possiamo permettere che una economia, a volte indifferente al suo ruolo di creare bene e lavoro per tutti con la solidarietà, percorra i suoi sentieri di indifferenza nei confronti dell'uomo usato come merce o addirittura emarginato da una ignobile assistenza.
Occorre occupare i posti di comando e dare alla economia la sola giustizia possibile, quella di creare solidarietà e non solo profitto.
Non possiamo non indignarci per una cattiva informazione che sembra, a volte - e lo ha suggerito ultimamente il Santo Padre - la voce del padrone e non un servizio alla verità.
Non possiamo non indignarci per le tante deficienze dei mass-media che, per obbedire all' audience e ai pubblicitari, fanno mercato della verità e dei valori, donandoci spettacoli che irridono alla virtù, come se l'uomo avesse perso «il piacere dell'onestà a tutto campo».
Credo proprio che sia l'ora dell'impegno, urgente impegno, se vogliamo capire e soccorrere i troppi «semivivi» abbandonati sulla strada del mondo, nonostante i tanti che passano, vedono, ma - indifferenti - non si vogliono sporcare le mani, lasciando che il peggio abbia il sopravvento...
È il tempo delle «sentinelle», dei «beati» secondo Gesù. Egli, del resto, ha fatto della sua vita pubblica un continuo stare sulla strada, dove tutti potevano incontrarlo, per annunciare la Buona Novella accompagnata con i miracoli... quelli che anche noi, in misura diversa, possiamo compiere con la carità.
Madre Teresa di Calcutta, e tutti i santi della carità, furono indiscutibili e originali testimoni dell' amore di Dio verso i semivivi. Prima si abbandonarono alla preghiera e alla Eucarestia, poi ricambiarono il dono della Eucarestia cercando di giorno e di notte i poveri Cristi, quelli che avevano bisogno di «compassione», la compassione del samaritano.
Non basta più gridare «diritti» e «pace»; occorre non solo dare un senso vero, alto, divino ai diritti e alla pace, ma bisogna diventare operatori di pace, di giustizia. Essere «sentinelle».
Qui ci giochiamo il domani.

Vorrei chiudere queste riflessioni, frutto di vita vissuta, con un brano di quel libro di sapienza cristiana che ha per titolo: Massime di perfezione cristiana, del mio fondatore Antonio Rosmini, che aveva scritto come regola di santità per tutti i cristiani.

Di lui sappiamo il suo amore per la ricerca, gli studi profondi in ogni campo, ma soprattutto il suo amore alla Chiesa, il suo volersi fare samaritano, accanto a Papa Pio IX, ora santo, con cui condivise la persecuzione, finendo con lui in esilio. Ed è da santi quel silenzio che impose a sé ed alla sua congregazione, quando gli fu imposto di tacere e vide addirittura alcune sue proposizioni messe all'Indice, come fossero eretiche. Di lui fu anche messo all'Indice il libro, conosciutissimo, Le cinque piaghe della Santa Chiesa, lavoro che Papa Paolo VI, riconoscendo la santità del Rosmini, volle levare dall'Indice: un libro che qualcuno affermò essere stato di ispirazione al Concilio Vaticano II. Rosmini accettò la prova del silenzio, imponendosi la regola: adorare, tacere, godere.
Nella «Quarta massima della perfezione» intitolata: Abbandonare totalmente se stesso nella Provvidenza di Dio, scrive: «Non c'è altra massima che più di questa aiuti a ottenere la pace del cuore e la costante serenità propria della vita del cristiano.
Non ce n'è forse nessun'altra che, praticata con la semplicità e la generosità di cuore che richiede, rende più caro al Padre il discepolo di Gesù Cristo.
Infatti essa abbraccia un'intera confidenza in Dio e in Dio solo, un intero distacco da tutte le cose della terra, che appaiono piacevoli, potenti e illustri, abbraccia un tenero amore riservato tutto a Dio solo.
Abbraccia una fede vivissima e certa che tutte le cose del mondo, piccole e grandi, stanno ugualmente nella mano del Padre che è nei cieli e agiscono soltanto come egli dispone, per raggiungere i suoi altissimi fini. Fede in una infinita bontà, misericordia, liberalità e generosità di Dio Padre che tutto dispone per il bene di quelli che confidano in Lui. Questo vuol dire che i suoi doni, le sue finezze, le sue sollecitudini, le sue grazie sono proporzionate alla confidenza che hanno in Lui i suoi amati figli».
È una nota di fiducia in questi tempi, che sembrano essersi fatti oscuri come il giorno del venerdì santo.
Una oscurità, quella, che voleva richiamare il passaggio dal peccato originale, che aveva chiuso il cielo agli uomini, al giorno della resurrezione, l'alba nuova della umanità, in cui ora siamo immersi.
Nonostante tutto siamo davvero nelle mani di Dio. Pur con il cuore «oppresso» per la disumana carneficina della guerra, a chi ha il cuore aperto, disponibile e buono, Dio non può che donare la sua Pace. E la darà. Sempre che siamo disposti a ripercorrere la strada verso la casa patema dopo averla lasciata, come fece il figlio prodigo, per trovare due braccia immense che lo aspettano sulla porta di casa e fare festa.
E voglia Dio Padre, come diceva monsignor Tonino Bello, unire la sua ala a quella di tutti gli uomini di buona volontà «per volare nei cieli della carità e della speranza».