La seconda chiamata
Il coraggio della Fragilità
Curatore: Sergio Stevan
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Un cardinale, un vescovo, un monaco, un religioso, una consacrata, una suora di clausura, alcuni presbiteri propongono riflessioni ed esperienze che possono nutrire il coraggio nell'affrontare le complesse sfide della vita e della vocazione personale. Voci diverse e insieme complementari, talvolta venate di tratti autobiografici, offrono una meditata testimonianza sull'importanza e la fruttuosità del riconoscere e valorizzare le stagioni della propria e altrui debolezza. L'interpretazione nasce dal loro sguardo di discepoli, illuminato dalla luce della Parola. |
| René Voillaume, sacerdote, ha fondato la congregazione dei
Piccoli Fratelli di Gesù e poi quella delle Piccole Sorelle del Vangelo,
ispirandosi alla spiritualità di Charles de Foucauld. Renato Corti, sacerdote dell'arcidiocesi di Milano, dal 1990 è vescovo della diocesi di Novara; ha ricoperto e ricopre diversi incarichi nell'ambito della Conferenza Episcopale Italiana. Carlo Maria Martini, gesuita, vescovo dal 1980, creato cardinale nel 1983 è arcivescovo emerito di Milano dal 2002; per l'Editrice Monti ha pubblicato I colori di Dio, con Enrico Mascheroni. Luciano Manicardi, monaco, è entrato nella comunità monastica di Bose nel 1980, dove è il responsabile della formazione culturale dei novizi. Romano Martinelli, sacerdote dell'arcidiocesi di Milano, è direttore spirituale del Quadriennio teologico del Seminario arcivescovile di Milano a Vengono Inferiore. Sergio Stevan, sacerdote dell'arcidiocesi di Milano, è parroco e formatore; per l'Editrice Monti ha pubblicato: Giocare con Dio, Tocca a voi!, Non temere, Via Crucis con Paolo VI, Io accolgo te. Davide Caldirola, sacerdote dell'arcidiocesi di Milano, è parroco nella metropoli lombarda. Anna Deodato, ausiliaria diocesana, è impegnata nella formazione e nel discernimento vocazionale. Chiara Veronica, è sorella povera del Monastero Santa Chiara di Milano. |
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Introduzione |
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Renato Corti |
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Carlo Maria Martini |
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Luciano Manicardi |
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Romano Martinelli |
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Sergio Stevan |
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Davide Caldirola |
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Anna Deodato |
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Conclusione |
Introduzione
MI È STATA MESSA UNA SPINA NELLA CARNE
Romano Martinelli
Un cardinale, un vescovo, un monaco, un religioso, una
consacrata, una suora di clausura, alcuni presbiteri ci propongono riflessioni
ed esperienze che possono nutrire il coraggio nell'affrontare le complesse sfide
della vita e della vocazione personale. Voci diverse e insieme complementari,
talvolta venate di tratti autobiografici, offrono una meditata testimonianza
sull'importanza e la fruttuosità del riconoscere e valorizzare le stagioni della
propria e altrui debolezza. L'interpretazione nasce dal loro sguardo di
discepoli, illuminato dalla luce della Parola. Nell'insieme affiora una
stimolante pedagogia della speranza.
Si può dire che ognuno di questi contributi, a più voci,
siano provocazioni sulla speranza cristiana, oggi virtù urgente, desiderata. Ma,
è bene dirlo con franchezza, è più facile "chiacchierare" sulla speranza che
coltivarla con intelligenza. In effetti è una virtù difficile. A
confronto delle incalzanti necessità attuali si ragiona ancora troppo poco sulle
strategie necessarie a contrastare le forme di mistificazione, di disperazione o
la fuga dal reale. Ancora meno si progetta in termini di pedagogia sulle virtù
cristiane e umane. Auspichiamo che la nostra Chiesa alimenti sempre un
laboratorio ecclesiale ove lo Spirito apra nuovi cammini per uomini e donne
testimoni della speranza.
Poiché è virtù ardua, occorre comunicarsi parole vere e fatti
non mistificanti: insieme devono aiutare ad affrontare il futuro con una
strategia fatta di piccoli passi e di quel coraggio che nasca da una fede
perseverante. Il percorso, che si intravede in questi contributi, nasce da
incontri con la debolezza, propria e altrui, in esperienze di fragilità, di
fatica, quando appunto la speranza è più provata; allora il comunicare è ancora
più fruttuoso, fecondo. Condividere esperienze e riflessioni diventa un dono
prezioso per tutti: si assapora la forza del Vangelo e insieme si trasfigura la
ferita della carne, per quella sorgente che sgorga dall'alto. La
fragilità da luogo insidioso di tentazione può divenire inopinatamente terra di
comunione con Dio e i fratelli. Occorre però, alla luce del Vangelo,
riconoscerne la positività, perché divenga risorsa per sé e per gli altri.
Così Paolo vive la sua debolezza. L'apostolo, nel suo "vanto
da insensato", coglie la grande opportunità in un momento difficile della sua
esistenza: capovolge il giudizio su la spina nella carne in termini di
positività (II Cor 12, 7). «Certo sembra che questo ostacolo evocato da Paolo
rientri a far parte delle "debolezze" di cui egli si vanta (v. 9d) e addirittura si compiace (v. 10a). Tuttavia quando
l'apostolo parla di astheneia, non intende mai riferirsi al peccato... Di
solito designa una "debolezza" non tanto di ordine psicofisico, quanto piuttosto
di ordine spirituale... ed interpreta la sua debolezza come lo "spazio"
apostolico privilegiato in cui lasciar manifestare il mistero pasquale di Cristo
(II Cor 4, 10-12)». (1) Anzi: è ciò di cui più si vanta, andando oltre i
contrasti con i falsi apostoli, i patimenti apostolici, le visioni e i rapimenti
nel Signore. Nella sua debolezza si sente trasparenza della potenza di Dio.
Questo solo desidera. Dunque è un segreto per l'annunciatore. L'irraggiamento
della sua Presenza è contagioso solo quando il discepolo assume positivamente la
sua storia di povertà, di limite, di mendicità (Gerson).
Il discepolo del Signore Gesù sa che le vie della salvezza
non sono cammini da vincitori, se non nella logica della "pietra scartata",
immagine di debolezza estrema. Se non ci si appiattisce su una lettura meramente
convenzionale o su una meditazione superficiale del tema paolino circa la forza
della debolezza (Il Cor, II Tm, ecc.), questo percorso svela tutta la sua
ricchezza e attualità. Anche il cristiano oggi è tentato di apprezzare solo la
storia dei vincitori: le Scritture invece, a cominciare dall'autore e
perfezionatore della nostra fede, privilegiano l'apologia di quanti perdono la
vita per l'Alleanza. Così la Lettera agli Ebrei elogia quanti, pur avendo
sofferto per il Signore Gesù e ciononostante non avendo conseguito la promessa, hanno «trovato
forza proprio nella loro debolezza» (11, 34b).
La contemplazione del Volto del Signore, Servo sofferente,
provoca la sete nel discepolo: essere nel ministero e nella vita prolungamento
della beata debolezza, il cui paradosso risuona sul Monte delle
Beatitudini. Esse sono in fondo diverse facce di un unico Mistero, offerto come
grazia al discepolo, nel quale il Signore dispiega tutta la sua potenza.
In questa area omogenea si muovono i diversi contributi del
libro.
Il cardinale Carlo Maria Martini parla ai preti della sua
diocesi lasciandosi ispirare dalla figura di Teresa di Lisieux; si interroga se
la prova della fede della carmelitana possa avere relazione con le prove del
nostro tempo, e in particolare con le fatiche dei pastori, chiamati come lei a
sedere alla mensa dei peccatori. Le tenebre più fitte, il tunnel cupo, la
bruma spessa sono metafore forti usate dalla monaca per descrivere la sua
crisi di fede e di speranza. «Non credo più alla vita eterna: mi sembra che dopo
questa vita mortale non ci sia più nulla. Tutto è scomparso per me. Resta solo
l'amore» (citata da suor Teresa di Sant'Agostino). La testimonianza di Teresa,
in apparenza quasi blasfema, aiuta il consacrato (e il cristiano) nel vivere la
prova della fede positivamente, ridimensionando emozioni e sensazioni, a favore
del primato certo della carità.
Don Sergio Stevan, utilizzando uno slogan fortunato del
gesuita padre Rondet, traccia il filo rosso che unisce i diversi
interventi. N ella sua meditazione, a suo tempo apprezzata e segnalata dallo stesso cardinale Martini al
clero della diocesi milanese, interpreta la ricerca di pienezza nel ministero
come un passaggio dal sogno di una santità impossibile a una povertà
trasfigurata dallo Spirito. È di certo una "porta stretta", ma consente nella
letizia interiore di integrare anche i momenti più pesanti della vita
nell'esperienza della beatitudine della povertà spirituale.
Questa maturazione, a un tempo psicologica e spirituale, è
favorita da nuove irruzioni e sorprese della Grazia. N ella vita del discepolo
si può parlare di successive chiamate e dunque di successive conversioni. Questo
tema è svolto da padre Voillaume, valorizzando un'intuizione di Lallemant,
maestro di spirito del primo Seicento. (2) Padre Voillaume, uno degli "spirituali"
più importanti del Novecento, in una lettera indirizzata ai Piccoli Fratelli,
rilegge una singolare stagione di crisi della vita di molti in termini appunto
di seconda vocazione. (3) La tesi, divulgata in più modi, è divenuta un
testo classico ma vale la pena di comprenderla sino in fondo, per evitare
ingenue semplificazioni. È inimmaginabile quanto bene abbia fatto questo testo a
molti fratelli e sorelle che, trovandosi a vivere stagioni sofferte della loro
vita e immaginando si infedeli, scoprono invece come questa fragilità sia in
realtà un accesso a nuovi cammini più alti e fecondi.
Monsignor Renato Corti, una delle voci più ascoltate
dell'episcopato italiano, in una meditazione predicata a un gruppo di preti
della diocesi di Milano, dialoga con lo stesso padre Voillaume e con Romano
Guardini. Il vescovo innesta la riflessione antropologica di Guardini e quanto
il filosofo indica come caratteristiche dell'età adulta nell'interpretazione di
Voillaume sopra citata. Guardini evidenzia con lucidità il contrasto nell'età
adulta, caratterizzata da pienezza di vigore, da creatività e, insieme,
dall'esperienza acuta dei propri limiti. Questa situazione dà una coscienza
nuova di sé, delle cose, del vissuto. L'adulto entra così in una crisi
inevitabile. Al rischio del disincanto e della disillusione, cioè della resa,
l'adulto deve allora contrapporre la perseveranza e l'audacia della libertà, che
resiste nel compito. In questa prospettiva antropologica ciò che accade può con
legittimità essere interpretato come una seconda chiamata. La riflessione
del vescovo allora suggerisce percorsi sapienziali di indiscutibile attualità.
Il saggio articolarsi delle argomentazioni, la concretezza e la pertinenza delle
indicazioni, fanno della meditazione al clero una proposta valida per tutti, al
di là degli immediati destinatari.
La riflessione di Luciano Manicardi, monaco della comunità di
Bose, attualmente maestro dei novizi, ricorda come la maturità della preghiera
personale nella vita del prete decida il livello e la fecondità della sua
missione, oltre che la qualità globale della sua stessa vita. Vale sempre la
pena di sostenere la fatica e la lotta quotidiana dell'incontro con Dio: il
prete è aiutato a leggere i più delicati vissuti della sua esistenza, compresi
gli inevitabili esiti frustranti del ministero e la stessa angoscia della morte. La preghiera
vera accompagna nelle diverse età della vita, sempre segnate da crisi di
passaggio, maturando un'interiorità profonda, capace di accogliere il rivelarsi
delle diverse immagini di Dio, il quale è sempre oltre tutte le immagini
che di lui possiamo forgiare. Nella preghiera fedele si superano le insidie dei
fallimenti, le tentazioni di vivere degli esiti della pastorale, l'ansia
logorante per il futuro. E l'orante diventa sempre più uomo di comunione e di
intercessione.
Romano Martinelli, direttore spirituale del quadriennio
teologico di Milano, trascrive una sua interpretazione della beatitudine,
promessa a coloro che piangono. Nella fede, si può "vedere" nella fragilità
della malattia il miracolo di un' esperienza più profonda di comunione, proprio
quando la situazione sembra escludere quella minimale qualità della vita che
consenta di vivere la letizia dei figli di Dio.
Don Davide Caldirola, giovane parroco della periferia di
Milano, narra la sua esperienza di pastore in una comunità per molti versi arida
e problematica. In un linguaggio disincantato, eppure capace di lasciar
intravedere la passione per un ministero difficile, racconta come si senta
accompagnato e guidato tra la gente dal Buon Pastore. Apre orizzonti ariosi per
il futuro del ministero, disegnando scenari e forme di presenza tra la gente,
che saranno sempre più diffusi, almeno nelle nostre città anonime.
Anna Deodato, ausiliaria diocesana di Milano e maestra delle
novizie, presenta il tema trattato, in modo molto personale, intimo, profondo,
arricchendo queste pagine di un fondamentale contributo femminile: come per
Maria, la seconda chiamata nella donna è l'occasione per
riscoprire e rafforzare la propria vocazione di "sposa" e di "madre".
Suor Chiara Veronica, infine, lega le precedenti
testimonianze alla luce dell'esistenza nascosta della vita claustrale, e
dell'incontro di Gesù con Nicodemo, "uomo della ricerca notturna".
Concludendo si vorrebbe provocare nel lettore interrogativi e
suscitare domande: «Quando nell' esperienza della tua debolezza, nella
sgradevole scoperta della tua fragilità hai incontrato la forza del Vangelo?
Come è accaduto? Perché anche tu non provi a raccontarlo?».
[1]
Franco Manzi,
Seconda Lettera ai Corinzi, Paoline
Editoriale Libri, Milano, 2002, p. 293.
[2] Louis Lallemant, La dottrina spirituale, Àncora, Milano,
1984, p. 100.
[3] René Voillaume, Sulle strade del mondo, Morcelliana,
Brescia, 1960, pp. 3-22.
René Voillaume (4)
Approfitto di qualche giorno di calma all'Isola Saint Gildas
per scrivervi un po' a lungo prima di Pasqua, per comunicarvi alcune
osservazioni che sono stato portato a fare in questi ultimi mesi. Si tratta
della nostra fedeltà al Signore ed alla sua chiamata, nelle grandi e nelle
piccole cose, nel mezzo del cammino percorso nella vita religiosa, così come ai
suoi inizi.
Il rischio della durata per noi, come per ogni impresa umana,
è quello di una certa usura dell'ideale perseguito e dello sforzo fatto per
realizzarlo, usura che ci porterebbe ad accontentarci della mediocrità nella
santità. Con il passare del tempo e con la maturità dell' età sorge la tentazione di
un compromesso tra le esigenze soprannaturali dell'amore del Signore e quelle
della nostra personalità di uomini adulti. Ogni anno un maggior numero di noi
giunge a questa tappa decisiva della vita spirituale, tappa in cui deve
effettuarsi un'ultima volta la scelta tra Gesù o il mondo, tra l'eroicità della
carità o la mediocrità, tra la croce o un certo benessere, tra la santità o una
onesta fedeltà all'impegno religioso. Anche la comunità stessa della Fraternità
arriva a questa medesima maturità. Di fronte alla grandezza dell'opera che Gesù
vorrebbe realizzare attraverso i suoi Piccoli Fratelli sono forse io il solo ad
aver avvertito questo pericolo di cedimento e quest'angoscia nel constatare ciò
che noi facciamo in concreto delle esigenze della sua chiamata a seguirlo
attraverso il mondo? Mi rivolgo oggi ai fratelli professi anziani piuttosto che
ai novizi od ai professi giovani, anche se questi ultimi hanno molto da
guadagnare nel considerare con realismo e con coraggio ciò che, in un prossimo
avvenire, saranno per loro le esigenze della vita religiosa. Imparare a superare
generosamente le tappe successive della crescita del Cristo in noi è altrettanto
importante quanto l'aver cominciato bene lasciando tutto per seguire Gesù al
momento della prima chiamata che ci ha condotti al noviziato. Questa
perseveranza è essenziale perché non serve a niente cominciare se non si va fino
in fondo. Fratel Carlo di Gesù restò fedele tutta la vita a questa divisa
familiare che gli era cara. «Quando si parte per fare qualcosa, non si deve
tornare senza averla fatta». Il tutto non è di abbandonare la barca
***
È più importante di quanto non si pensi l'aver ben capito la risposta del Signore ai suoi apostoli che si
meravigliavano della difficoltà della via dei consigli evangelici: «Agli uomini
è impossibile, ma a Dio no; infatti, tutto è possibile
a Dio». (5) Questa constatazione del Signore e questa promessa piena di speranza non si applicano
solo all' abbandono delle ricchezze ed alla castità, ma a tutte le esigenze
della vita religiosa, all'obbedienza, alla preghiera, alla carità. Noi abbiamo
certo creduto a ciò che il Signore diceva, ma senza capire fin dove questo ci
avrebbe condotti nel nostro caso personale, ben concreto, né come si
manifesterebbe in noi una tale impossibilità. Da questo punto di vista mi pare
che si potrebbero distinguere tre tappe nell'evoluzione normale di una vita
religiosa.
Nella prima tappa non abbiamo ancora fatto l'esperienza
dell'impossibilità umana e naturale in cui siamo di vivere in accordo con
l'ordine soprannaturale dei consigli. Durante la giovinezza, vi è infatti come
una corrispondenza tra la generosità propria al temperamento di questa età e la
chiamata di Gesù a lasciar tutto per seguirlo. Non ci sembra che
la povertà, la castità, l'obbedienza, la preghiera e la carità presentino delle
difficoltà insormontabili. D'altra parte, la pedagogia divina del Maestro che
chiama contribuirà anch' essa a mantenerci per un po' in un'illusione
provvisoria, senza la quale forse nessuno avrebbe il coraggio di lasciare tutto
per seguire Gesù e portare la sua croce.
Senza contare che, in questo periodo di gioventù, le esigenze
della santità ci appaiono soprattutto sotto il loro aspetto sensibile, stavo per
dire sotto il loro aspetto naturale di realizzazione. La povertà, per esempio,
ci apparirà come una spogliazione materiale: saremo, anzi, esigenti in questo
campo e per molti sarà un bisogno sensibile la cui soddisfazione procurerà loro
una vera gioia. Gesù ci dilata il cuore in questo senso, ed è proprio questo
ch'Egli vuole da colui che inizia. D'altra parte abbiamo delle idee molto
personali al riguardo, perché è difficile non averne quando si è giovani, e
perché delle aspirazioni naturali e spontanee ci spingono ad essere poveri in
questo o quel modo. La povertà materiale non ci fa paura.
Lo stesso avviene per l'obbedienza, le cui vere esigenze ci
sono ancora nascoste: la vita religiosa è ancora nuova, essa è davanti a noi, e
finché sentiamo di aver qualcosa da imparare dai fratelli più anziani, siamo
spontaneamente docili e facciamo facilmente credito ai nostri Responsabili. Non
voglio dire che non vi siano difficoltà, ma non sappiamo ancora tutto ciò che
include il mistero dell' obbedienza.
In quanto alla castità, abbiamo forse le difficoltà comuni ai
giovani, ma non abbiamo paura dell'avvenire, ed il nostro cuore è facilmente riempito dall'amore che portiamo a Gesù e
che, finora, si è sempre manifestato in modo più o meno sensibile. Ad un
avvertimento come quello di Gesù a Pietro, non esiteremmo a rispondere subito
come l'apostolo: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte».
(6)
Questo non costituisce ancora un problema per noi. Vi sono, certo, dei momenti
duri, ma passano ed il Signore è di nuovo accanto a noi. Il Vangelo ci appare
ancora ricco di una quantità di cose che scopriamo ogni giorno e lo studio
teologico ci fa penetrare con stupore nella grandezza dei misteri di Dio. Siamo
felici di essere stati chiamati da Gesù e non dubitiamo di poter restargli
fedeli.
La carità ci sembra facile anche se, forse, ci si
rimproverano dei grossi difetti che pensiamo di poter vincere facilmente con
qualche generosa revisione di vita e con l'aiuto dei nostri fratelli. D'altronde,
nel noviziato e durante i primi anni della nostra vita di Piccoli Fratelli
constatiamo dei sensibili progressi. Ma vi è ancora tutta una dimensione della
carità che ci sfugge, e, goffamente, facciamo soffrire mancando di delicatezza.
La nostra carità è ancora molto umana, molto naturalmente spontanea, e sentiamo
in noi dei moti di simpatia universale. Il divenire i fratelli di quegli uomini
così diversi da noi che ci attirano in posti lontani ci sembra semplicissimo:
siamo impazienti di essere in mezzo a loro, come uno di loro. Tutto in loro ci
sembra buono, simpatico e ci sentiamo capacissimi di dar loro la nostra simpatia. Non ammettiamo che li si critichi, e
condanniamo con severità coloro che ci sembrano meno entusiasti. Il che non ci
impedisce di essere insopportabili agli altri e di scoraggiarci alla prima
difficoltà; ma non pensiamo spesso a questo che è ben poco evidente per noi.
Quanto alla preghiera prolungata e silenziosa essa è certo
ciò che, all'inizio, ci è parso, salvo eccezioni, la cosa più difficile. Ma le
grazie del noviziato ed il nostro desiderio di manifestare a Gesù il nostro
amore, ci mantengono fedeli. D'altronde abbiamo ricevuto delle grazie di luce e
ci pare che, con un po' di buona volontà, manterremo facilmente questa prova
d'amore che vogliamo dare al Signore. Siamo facilmente commossi per la
sofferenza degli uomini e per il male che ci circondano e che vogliamo portare
davanti al Signore nella preghiera. Vi troviamo un aiuto e temiamo, talvolta,
che una mancanza di contatto con gli uomini tolga una delle ragioni sensibili
che ci spingono ad una maggiore generosità nell' orazione.
Sì, ci pare che con un po' di coraggio potremo essere fedeli
a tutte queste esigenze della vita di un Piccolo Fratello scoperte durante il
noviziato e nei primi anni di vita in Fraternità.
In ogni caso, ed anche nei giorni bui, - poiché ve ne sono - tutto questo non ci è ancora apparso
radicalmente
impossibile, come l'ha
predetto il Signore. Difficile sì, impossibile, veramente no, con un po' di
coraggio!
***
Ora, con il tempo e con la grazia di Dio, a poco a poco,
insensibilmente, tutto cambia. L'entusiasmo umano lascia il posto ad una specie
di insensibilità per le realtà soprannaturali, il Signore ci sembra via via più lontano ed in certi
giorni una certa stanchezza ci prende e siamo più facilmente tentati ad
accettare di pregare meno o di farlo in modo meccanico. La castità ci presenta
delle difficoltà che non avevamo considerate: alcune tentazioni sono nuove;
sentiamo in noi come una pesantezza e cerchiamo più facilmente delle
soddisfazioni sensibili. D'altra parte saremmo portati, istintivamente e senza
neppur vedervi qualcosa di male, a condurre una vita un po' più indipendente,
senza tener conto dei nostri Responsabili. L'apertura ci sembra meno necessaria,
la carità più difficile. L'adattamento ad un altro popolo ci lascia talvolta
scoraggiati, e vediamo soltanto più dei difetti che ci infastidiscono là dove
prima trovavamo tutto buono: cominciamo a criticare, con facilità, non riusciamo
a parlare correntemente la lingua e neppure a capire a sufficienza. La povertà
ci diventa pesante. Teniamo di più alle nostre idee. In certi giorni
rimpiangiamo di non poter mangiar meglio e di non sentirci un po' più liberi.
Infine vorremmo fare della nostra vita qualcosa di più interessante! E sempre il
Signore tace, silenzioso, e non ci prodiga più le gioie sensibili dell'intimità,
quelle gioie che ci rendevano così facile il considerare tutto con ottimismo.
Arrivare a sentire tutto ciò è normale, senza che vi sia
stata infedeltà grave da parte nostra né abbandono da parte del Signore. Anche
se siamo stati fondamentalmente fedeli alle esigenze della nostra vita religiosa,
dobbiamo arrivare, più o meno, a provare queste diverse impressioni o tentazioni.
In una parola, entriamo progressivamente in una fase nuova
della nostra vita, scoprendo, a nostre spese, che le esigenze della vita
religiosa sono impossibili. Sperimentiamo che la povertà non dev'essere solo
materiale, ma deve giungere al distacco da noi stessi e da ogni azione
interessante. La castità integrale, l'obbedienza con tutte le sue conseguenze,
la carità fino al dono totale di noi stessi agli altri, tutta una vita centrata
sul valore contemplativo dell'adorazione: stiamo sperimentando che tutto ciò è
impossibile, che supera le nostre forze ed è contrario allo sviluppo naturale
dei nostri istinti e della nostra personalità. Sì, è impossibile! Gesù ce
l'aveva detto, ma ora tutto ciò appare sotto una luce nuova e proprio nel
momento stesso in cui Gesù è lontano e quasi sensibilmente assente dalla nostra
vita! Umanamente Egli non c'è più. Né possiamo più contare sull'entusiasmo
giovanile che gli anni hanno smorzato in noi. Questa impossibilità non ci è
forse apparsa di colpo ed in modo altrettanto brutale per tutti i punti, ma, più
o meno consciamente, essa diverrà per noi un'evidenza. Né osiamo forse
confessarlo troppo a noi stessi, perché ciò ci obbligherebbe a prendere
nettamente posizione. Che fare, allora? Come uscirne? Se non abbordiamo
francamente questa tappa, questa presa di coscienza dell'impossibilità radicale
per le forze umane di vivere una vita religiosa soprannaturale e di servire il
Cristo con la sua croce, rischiamo sia di cadere in un larvato scoraggiamento,
sia di illuderci abbassando il nostro ideale ad un livello accettabile,
raggiungibile, in una parola, possibile. Ora ciò si verifica assai spesso in
questa tappa cruciale
della vita religiosa: lo scoraggiamento oppure
l'accettazione semicosciente della mediocrità, perché per rendere la
vita religiosa attuabile avremo accettato di fatto di introdurvi un surrogato.
Ci cerchiamo un centro di interesse umano, una ragione di vita che sia, bene o
male, conciliabile con le apparenze della vita religiosa o con un'osservanza
onesta ma sommaria dei nostri impegni. Se invece a forza di lucidità e per
restare pienamente fedeli al Signore rifiutiamo questo compromesso, lo
scoraggiamento ci attende. In verità, Gesù ci fa sperimentare sino in fondo ed
in modo inatteso, la impossibilità di seguire il cammino sul quale Lui stesso ci
ha avviati!
Ciò che è ancor più sconcertante, è il fatto che più saremo
stati generosi e fedeli alla grazia, e più questo cammino ci apparirà
impossibile! Infatti le esigenze della povertà, della spogliazione interiore,
della castità, dell'obbedienza e della carità ci appaiono sotto una luce nuova,
ed esse sono più grandi di quanto avessimo immaginato. Ora, il veder aprirsi
davanti a sé un orizzonte sempre più infinito è una grazia inestimabile, poiché
è la prova che Gesù è presente con la sua luce. In questo cammino, divenuto ora
così austero, come non essere scoraggiati dall'immensità della distanza che ci
separa dalla meta? Poiché questa si è allontanata facciamo una gran fatica a
vedere di non aver indietreggiato invece di avanzare. Tutto infatti avviene come
se avessimo indietreggiato, e ci pare di aver fallito. Inoltre abbiamo scoperto
i difetti, le imperfezioni dei religiosi e dei sacerdoti che ci circondano e
sentiamo chiaramente che molti di loro sono a quello stesso punto.
Che serve tentare l'impossibile? Poiché per noi l'essere
perfetti è impossibile, non ci resta che accontentarci di una vita onesta. Ma
una semplice vita onesta al seguito di Gesù crocifisso come è miseria e che
delusione! E tuttavia, se sapessimo ciò che Gesù aspetta da noi in questo
momento critico della nostra vita religiosa, se sapessimo ciò ch'Egli attende da
una tappa che non è un regresso come noi immaginiamo ma una messa in atto delle
condizioni per una nuova partenza, per la scoperta di una vita secondo lo
Spirito e la fede, con la convinzione, che ancora dobbiamo acquisire, che una
tale vita è allora
possibile con Gesù!
***
In questi ultimi giorni, ho bruscamente capito che la mia angoscia deriva dal fatto che un numero sempre più grande di noi arriva a questa tappa decisiva. È il momento in cui, in piedi sulla superficie agitata del mare, cominciamo a sprofondare perché abbiamo paura. Paura di che? Non è forse per ordine di Gesù che abbiamo cominciato a camminare in queste condizioni? Non sapevamo. Tuttavia ogni cosa si è svolta sinora come doveva e l'adolescenza della nostra vita spirituale sta finendo. Vivere secondo lo spirito, nella spogliazione interiore, secondo un' ambizione di grandezza distaccata da noi ma che si allarga nell'ambizione stessa del Cuore di Gesù, vivere nell'umiltà e nella diffidenza verso noi stessi, accettando infine di non essere nulla per noi e tutto per Lui e per gli altri, accettando di credere contro ogni speranza e di perseverare nella preghiera, bussando forse ad una porta che resterà chiusa per
degli anni, e poi accettare di ripartire, in una nuova prospettiva, verso un modo nuovo di essere poveri, obbedienti, casti, caritatevoli, oranti: ecco ciò che sarà questa nuova tappa. Tuttavia non troviamo più in noi motivo di conforto, e per evitare di scoraggiarci dovremo smettere di guardarci e saper riscoprire Gesù, che non ha mai cessato di essere presente, ma la cui presenza è ora molto diversa da quella di prima. Tutta la nostra vita ci sembrerà sospesa ad un filo che non riusciamo a vedere abbastanza per poterne constatare la solidità. Come un filo di nylon esso ci sembra talmente sottile e trasparente da farci perdere il senso di sicurezza che avevamo agli inizi della nostra vita religiosa. Come l'alpinista preso da vertigine, non abbiamo più il diritto di guardare verso il basso, di seguire con lo sguardo la parete a cui siamo aggrappati, sotto pena di staccarcene o di non poter più avanzare: siamo condannati a guardare solo in alto oppure a non arrivare alla meta.***
In questi ultimi mesi alcuni Fratelli professi hanno lasciato la Fraternità. È normale che sia così, e questo, invece di essere per noi una ragione di turbamento, dovrebbe apparirci come indizio di vitalità e di verità. È una pesante responsabilità il consigliare una vocazione o cercare di vedere chiaro nel momento dell'ammissione alla prima pro
fessione oppure a quella perpetua; ed è difficile che non si verifichino degli errori. Alcuni possono certo essere portati a lasciare la Fraternità proprio perché non hanno saputo superare la tappa della maturità della vita spirituale: la nostra vocazione è difficile e non ammette il pressappoco nell'offerta di sé all'azione dello Spirito Santo. Ma vi è anche la possibilità di errori, e le esigenze della vocazione di Piccolo Fratello per una totale fedeltà al suo ideale possono anche non rivelarsi subito.
[4] René Voillaume (1905-2003), sacerdote cattolico, francese,
ha fondato la congregazione dei Piccoli Fratelli di Gesù nel 1933, e poi quella
delle Piccole Sorelle del Vangelo nel 1963, ispirandosi alla spiritualità di
Charles de Foucauld. Testo tratto da: René Voillaume, Sulle strade del mondo,
Editrice Morcelliana, Brescia, 1960, pp. 3-14. Per gentile concessione
dell'Editore. La lettera di Voillaume è datata 17 marzo 1957.
[5] Vangelo
secondo Marco, 10,27. Cfr. Vangelo secondo Luca, 24; Vangelo
secondo Matteo, 19,26.
[6] Vangelo secondo Luca, 22, 33.