La seconda chiamata
Il coraggio della Fragilità
Curatore: Sergio Stevan
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Introduzione |
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Renato Corti |
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Carlo Maria Martini |
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Luciano Manicardi |
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Romano Martinelli |
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Sergio Stevan |
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Davide Caldirola |
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Anna Deodato |
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Conclusione |
L'ETÀ ADULTA E LA SECONDA CHIAMATA
Renato Corti (7)
Nella lettera pastorale A immagine di Cristo (8) ho scritto che l'attenzione premurosa a garantire respiro alla nostra vita comprende anche l'impegno a fare i conti con il tempo che passa e con le varie età che - di anno in anno, di decennio in decennio - si attraversano. Il tempo ci mette alla prova e anche noi sacerdoti, come tutti, siamo chiamati ad affrontarlo - dagli anni della giovinezza a quelli dell'età
adulta, a quelli della terza età - dando unità alla nostra esistenza in un cammino di fedeltà.***
Sappiamo che la prima risposta alla vocazione può essere
difficile; spesso, però, non lo è nemmeno molto. Lo è invece quasi sempre la
risposta che va data alla vocazione nel tempo in cui essa viene visibilizzata
con l'esercizio del ministero. Voillaume ha parlato di una seconda chiamata,
che non è propriamente un'altra rispetto alla prima, ma è il ritrovamento
della prima e unica vocazione a un livello di maturità maggiore, passando
attraverso il crogiuolo di molte vicende distese sugli anni spesi
in missione.
Del fatto che la nostra vita di preti si caratterizzi come
travaglio non ci dobbiamo scandalizzare, dato che anche gli uomini di Dio
dell'Antico e del Nuovo Testamento lo hanno conosciuto (penso ad Elia, a Geremia,
a Pietro, a Paolo) in forme e in misure tutt' altro che trascurabili. Si tratta
di un cammino che può vedere meravigliose evoluzioni e tremende involuzioni.
Perciò «ogni sacerdote, a cominciare dai preti giovani, deve rimanere molto
vigilante per non illudersi vanamente sul proprio futuro e sulla fecondità del
proprio ministero. Nel contesto attuale, poi, se la vita di ogni cristiano è
insidiata, lo è pure - in certa misura - anche quella del prete: il mondo (e
soprattutto il nemico dell'uomo, che è Satana) sa bene che se si neutralizza il
prete, il resto diventa più agevole e che, al contrario, la presenza
di un prete santo diventa un sicuro ostacolo al regno delle
tenebre. Ringrazio per altro il Signore per il clero che ha dato, fin qui, alla
nostra Diocesi. Molti dei nostri sacerdoti mi sono di continua edificazione e
vengono riconosciuti dal nostro popolo (che intuisce facilmente dove sta un
prete autentico) come uomini secondo il Vangelo ripieni di amore a Gesù Cristo.
E però, la mia preghiera di ogni giorno contiene l'intenzione già presente nella
preghiera di Gesù nell'ultima cena: "Che nessuno si perda!" (Gv 18, 9)».
(9) Ma
non è solo questione di non perdersi; si tratta di far nostro il respiro dei
santi e di farlo, in particolare, negli anni e decenni della vita adulta
disponendoci, con tutti i profeti e gli apostoli, a una graduale purificazione e
a una crescita reale.
***
Vorrei affrontare il tema invitandovi soprattutto a
confrontarvi con due maestri dell' educazione umana e di quella propriamente
spirituale: Romano Guardini e René Voillaume. Essi ci offrono due approcci tra
loro diversi e complementari:
- il primo, di tipo antropologico, ci viene suggerito da Guardini nel suo saggio
Le età della vita;
L'età adulta. Un approccio antropologico
In Guardini è presente e finemente sviluppato un discorso antropologico sulla vita adulta e le sue crisi e il loro possibile superamento. Egli parla dell'uomo e intende rivolgersi a ogni uomo, anche al non credente. Nel suo testo non si ritrova nessuna citazione biblica, non si fanno espliciti ragionamenti teologici. Si fa della fenomenologia e della pedagogia, cui soggiace un'antropologia aperta al trascendente - all'eterno - e capace quindi di dare fondamento e spessore a un'etica. Non vi è nulla, di quanto Guardini illustra, che non possa dirsi del cristiano; anzi, il cristiano è forse colui che può ricevere maggior frutto dalle sue analisi e dalle sue proposte pedagogiche. Vediamo dunque da vicino come Guardini sviluppa la sua riflessione.
L'adulto: chi è?
Anzitutto egli si domanda chi è l'adulto e risponde con tre osservazioni. La prima verte sul processo che dà
origine alla condizione adulta (tra i venti e i quaranta anni circa): «All'origine
dell'età adulta sta il processo attraverso il quale l'uomo si è ben radicato
nella sua persona e nel suo carattere, e si è pienamente inserito nella realtà
che lo circonda; egli prende coscienza di che cosa significa "saper stare in
piedi da solo", ed è deciso a metterlo in pratica».
(12)
Le parole di Guardini (lo dico per tutte le citazioni che
farò) sono molto sobrie e perciò vanno attentamente ripensate a una a una. Mi
sembra stimolante il suo modo di parlare del divenire adulti come di un
processo, di una lenta trasmutazione che interessa tutto quel che ciascuno
di noi è. Trovo importante i due segni che indicano con sicurezza che il
divenire adulti si fa realtà concreta: il radicarsi nella propria persona, al
punto di saper stare in piedi da soli, e il crescente inserimento nella realtà
circostante. Ciò vuol dire avere un baricentro che permette di reggere bene
anche nel vento o nella tempesta e s'accompagna a un'interpretazione non
solipsistica del proprio crescere e irrobustirsi, bensì aperta alla condizione
storica e sociale dell'itinerario personale.
La seconda osservazione riguarda una categoria molto
significativa per la vita dell'uomo, e cioè il carattere. Egli dice: «A questo
punto si sviluppa ciò che si chiama carattere, cioè la stabilità interiore della
persona, che non èrigidità e neppure sclerosi dei punti di vista e degli
atteggiamenti; ma consiste piuttosto nella connessione delle facoltà attive del
pensiero, del sentimento e della volontà con il proprio centro spirituale».
Il tempo della vita adulta: è quello del vigore, ma conosce una sua crisi
Le osservazioni fatte fin qui sono, in certo senso,
preliminari al tema specifico di questa nostra riflessione che vorrebbe prendere
in considerazione il passaggio critico che tutti dobbiamo attraversare per
diventare adulti. Il momento critico è paradossalmente segnato dalla percezione
delle proprie possibilità e contemporaneamente dei propri
limiti.
L'età adulta si identifica anzitutto con «la fase del pieno
vigore, sostenuta dalla consapevolezza che sono autentiche soltanto la
connessione dell'idea riconosciuta come vera con la realtà colta nel modo
corretto, e la sintesi tra le idee assolutizzate e la consapevolezza della
complessità, dell'instabilità e della miseria della condizione umana. Da un
punto di vista fisiologico, tale fase rappresenta il periodo nel quale lo
slancio della gioventù si attenua e tuttavia si fa, al contempo, più profondo e
più risoluto. È pure il tempo nel quale le forze creative di natura
intellettuale e vitale fluiscono nel modo più immediato. Questo è anche il
periodo nel quale l'uomo è più preparato ad accollarsi oneri, a esigere molto
dal proprio lavoro, a dedicare tempo ed energie nella propria opera senza
risparmio». (15)
Pieno vigore è dunque avere delle idee, e nello stesso tempo
essere consapevoli che la realtà da affrontare ogni giorno è complessa e che la
condizione della vita umana non è mai troppo riconducibile a schemi
precostituiti.
Pieno vigore è energia, anche in senso psico-fisico, che
prende la forma di una calma risolutezza nel portare avanti i propri impegni. Di
vigore si può parlare anche a proposito dell' energia intellettuale e del suo
esprimersi con una facilità e ricchezza non sperimentata, nella stessa misura,
durante l'età della crescita. Pieno vigore è non avere paura di prendersi degli
impegni, e anzi desiderarli come luogo concreto che consente di esprimere quel
che si è e si vorrebbe essere.
Pure questa indicazione, come le precedenti, solleva degli
interrogativi: in una cultura di massa si favorisce il senso della complessità?
Non si è invece esposti a indebite semplificazioni? Non vi è dunque da
richiamarsi costantemente alla necessità di leggere attentamente avvenimenti e
proposte e di usufruire di tempi e strumenti favorevoli a questo risultato? E
ancora, vi sarebbe da riflettere sulla condizione di molti giovani che arrivano
alla soglia dei trent'anni senza avere ancora un lavoro: come non tener conto
che la disoccupazione, oltre a provocare altri guai, rende difficile che un
giovane diventi adulto? E come non giudicare una fortuna, da parte di un giovane
che diventa prete, il fatto di potersi immergere in vere responsabilità, per di
più connesse con il cammino delle persone e non solo la produzione di cose?
La fase della vita adulta non è però solo quella in cui si
tocca con mano di avere delle possibilità, ma anche quella nella quale emergono
i propri limiti. Questa scoperta sembra incrinare un quadro che appariva
solido e annuncia gradualmente che l'età adulta può conoscere momenti di crisi anche molto dura. Guardini illustra le varie cause di
questa crisi. Eccone qualche esempio.
Le prime che egli elenca stanno a dire che si può andare in
crisi con se stessi, per una nuova e più severa lettura che si fa di sé.
Scoperta dei propri limiti.
«Ma in seguito subentra la crisi che consiste nella sensazione sempre più netta dei limiti delle proprie energie. L'uomo constata per esperienza che ci può essere un eccesso di lavoro, di lotta, di responsabilità. Si accumula il carico di lavoro, s'intensificano sempre più le esigenze, e dietro ciascuna di queste ne affiorano continuamente di
nuove, e non se ne vede la fine». (16)Emergere di qualche stanchezza.
«Mentre prima era viva la coscienza delle proprie risorse, delle proprie energie, della propria iniziativa e della propria creatività, ora si fa strada il senso del limite. Compare l'esperienza della stanchezza: si sente che "sta diventando troppo", che si vorrebbe riposare, che si comincia a intaccare il capitale, e ciò si avverte specialmente nei momenti in cui il lavoro si accumula eccessivamente, le esigenze si ingigantiscono e le difficoltà appaiono insormontabili». (17)
Svanire di molte illusioni.
«Svaniscono le illusioni, e non solo quelle che costituiscono l'essenza stessa della gioventù, ma anche quelle che derivano dal fatto che in tale periodo la vita conserva
ancora il carattere della novità, di ciò che non è stato ancora sperimentato». (18) Le varie sfaccettature del fenomeno conducono Guardini a dare spazio alle cause delle crisi che vengono identificate negli altri, con l'esperienza di aprire gli occhi sulla realtà così come è, e non come noi ce la immaginavamo.Dalla novità alla routine.
«Fino a questo momento la serietà, la risolutezza, la responsabilità di fondare, costruire, lottare, hanno diretto la coscienza. Ora tutto ciò perde la sua freschezza e la sua novità. A poco a poco si ha coscienza di come gli uomini si comportano, di come nascono i conflitti, di come un'opera ha inizio, si sviluppa e si compie, di come evolve un rapporto umano, di come una gioia nasce e si dilegua. L'esistenza assume le caratteristiche della realtà già nota. L'uomo sente di conoscerla a menadito. Questo, ovviamente, non è del tutto esatto. Tuttavia la routine si avverte dappertutto». (
19)Svelamento della miseria dell'esistenza.
«Si ricevono delusioni da parte di coloro nei quali si riponeva speranza. La generalità delle persone manifesta un'apatia e un'indifferenza, anzi una malevolenza di cui prima non ci si rendeva ancora conto. Si riesce a vedere dietro le quinte e si nota che le cose sono molto più miserabili di quanto si fosse pensato».
(20)La crisi e le alternative di fronte alle quali ci si trova
Le
percezioni e le constatazioni fin qui elencate diventano, nella vita dell'
adulto, la preparazione di un tempo di crisi che andrà inevitabilmente
affrontata. L'avverbio "inevitabilmente" è giusto perché non è possibile
ritenere buono un atteggiamento che potremmo dire "neutrale". Ci troviamo
dinanzi a una difficile alternativa.
La prima è quella che ci conduce a essere scettici, o
falsamente ottimisti o in fuga nell'attivismo: «Questo disincanto e disillusione,
questa conoscenza della meschinità dell'esistenza prende il sopravvento, e l'uomo
diventa scettico e sprezzante, e si riduce a fare meccanicamente il minimo
necessario, proprio perché vi è costretto, dato che deve vivere; e forse si
ostinerà in un ottimismo forzato, non sentito nel profondo di se stesso;
accumulerà lavoro su lavoro; sarà affaccendato in mille cose...». (21) È evidente
che una scelta di questo genere copre di nubi il presente e il futuro.
Tutto quello che si farà o si dirà non avrà il colore smagliante dell' azzurro
di una giornata di sole; avrà piuttosto quello di una grigia giornata d'autunno.
Ma si può fare un'altra scelta chiaramente positiva e
coraggiosamente costruttiva che Guardini illustra sia per lo sguardo che
ciascuno di noi può recuperare su se stesso, sia per l'atteggiamento da assumere
nei confronti delle figure di umanità con le quali ci dobbiamo confrontare ogni giorno.
Quanto al primo aspetto sembra molto importante a Guardini
scoprire l'ancoramento antropologico dell'impegno di ciascuno di noi: si tratta
della «riaffermazione della vita che viene dalla serietà e dalla fedeltà e che
genera un sentimento nuovo del valore dell'esistenza». (22)
Tutto questo avviene, a differenza di quanto poteva
caratterizzare l'adolescenza o la giovinezza, mentre si è ormai acquisita «una
lucida consapevolezza della realtà. Tale figura è caratterizzata dal fatto che
l'uomo vede e accetta ciò che si chiama limite, cioè le insufficienze e le
miserie dell'esistenza umana». (23)
Questo atteggiamento potrebbe essere equivocato e va dunque
attentamente spiegato. La figura dell'uomo ora evocata non cambia, per
sopravvivere, l'identità delle cose «non viene a definire l'ingiustizia, il male
e la volgarità come aspetti del bene; neppure dichiara ricchezza ciò che è
povertà, o verità ciò che è apparenza, o compito ciò che è vuoto. Tutto questo è
percepito, ma è "accettato" nel senso che le cose stanno così e che bisogna
farsene una ragione».
***
La conclusione di Guardini è un elogio delle persone diventate "adulte". È su di loro infatti «che l'esistenza può fare affidamento. Proprio perché non hanno più l'illusione del grande successo e delle brillanti vittorie, essi sono capaci di compiere opere che hanno valore e durano nel tempo. Questa dovrebbe essere la natura dell'autentico sta
tista, del medico, dell'educatore, in tutte le sue forme». (27)La seconda chiamata. Un approccio teologico-spirituale
La riflessione di Voillaume ha come tema la «fedeltà al Signore ed alla sua chiamata, nelle grandi e nelle piccole cose, nel mezzo del cammino percorso nella vita religiosa, così come ai suoi inizi». (29) Il colloquio che viene svolto con i Piccoli Fratelli del Vangelo è direttamente ispirato dalla fede cristiana e da un' esperienza umana nella quale Dio, il Dio cristiano, si è affacciato e ne è diventato il centro reale con la "vocazione" a una vita totalmente dedicata a lui e al suo Regno in quella forma di vita che viene chiamata "vita consacrata". Vita consacrata significa camminare sui sentieri dei consigli evangelici di povertà, ubbidienza, castità; significa vera immersione nel mistero di Dio con l'esperienza della preghiera; significa disponibilità a vivere la carità fino a seguire Gesù sul Calvario. Per omogeneità (non totale) il testo di Voillaume può applicarsi anche alla vita sacerdotale, che presenta una fenomenologia in parte propria.
***
Mi sono chiesto da quale motivazione Voillaume è stato spinto
a rivolgere ai suoi "fratelli" una comunicazione su questo preciso tema. Egli
stesso dà la risposta: constata che, in una Fraternità nata circa venticinque
anni prima, è avvertibile un rischio. Lo esprime così: «Il rischio della durata
per noi, come per ogni impresa umana, è quello di una certa usura dell'ideale
perseguito e dello sforzo fatto per realizzarlo, usura che ci porterebbe ad
accontentarci della mediocrità nella santità». (30) Aggiunge un'osservazione che
non ci deve sfuggire: «Con il passare del tempo e con la maturità dell'età sorge
la tentazione di un compromesso tra le esigenze soprannaturali dell'amore del
Signore e quelle della nostra personalità di uomini adulti». (31) Bisogna dunque
chiarire a se stessi che la risposta piena a Dio non è semplicemente un sogno
irrazionale della giovinezza, ma che può essere la determinazione più profonda
di chi ormai sta percorrendo la tappa della vita pienamente adulta.
Il rischio ora indicato non è dunque di poco conto. Quando
emerge siamo chiamati a mettere a fuoco aspetti
decisivi della nostra vita di fede e di vita consacrata: si
tratta di «effettuare un'ultima volta la scelta tra Gesù e il mondo, tra
l'eroicità della carità e la mediocrità, tra la croce e un certo benessere, tra
la santità e una onesta fedeltà all'impegno
religioso». (32) Queste alternative rilevantissime riguardano
evidentemente anzitutto la responsabilità che ciascuno di noi ha nei confronti
di se stesso, del dono ricevuto da Dio e della risposta che si intende rinnovare
a lui. Ma Voillaume aggiunge un'osservazione che pure mi sembra preziosa: «Anche
la comunità stessa della Fraternità arriva
alla medesima maturità». (33) Pure per il presbiterio
noi potremmo dire - oltre che per il singolo
sacerdote, il cammino nel tempo può significare decadenza e può essere risposta
coraggiosa e piena, e ciò lo si può cogliere da mille particolari, da uno stile
diffuso, da giudizi positivi o negativi che si colgono tra la gente di fede, tra
coloro che stanno vivendo grandi sofferenze, da chi è in ricerca di Dio.
Mi impressiona il fatto che, a proposito di una Fraternità
che noi siamo abituati a pensare come luogo di straordinaria dedizione a Dio,
come appunto quella dei Piccoli Fratelli, Voillaume confessa di essere invece
angosciato perché teme che non si affronti bene la prova inevitabile del tempo
della maturità. Dice: «Di fronte alla grandezza dell'opera che Gesù vorrebbe
realizzare attraverso i suoi Piccoli Fratelli sono forse io il solo ad aver
avvertito questo pericolo di cedimento e questa angoscia nel constatare
ciò che noi facciamo in concreto delle esigenze della sua chiamata a seguirlo attraverso il mondo?».
(34)
Questo interrogativo mi colpisce perché è dettato non tanto
dal pessimismo quanto da uno sguardo penetrante ai doni di Dio e ai sentieri sui
quali egli ci ha condotti. Perciò
lo faccio mio e lo indico - senza pessimismo e conoscendo
per via diretta molte meravigliose testimonianze di santità sacerdotali presenti nelle varie
diocesi - alla nostra coscienza sacerdotale perché leggiamo con verità la
nostra esperienza di cristiani e di preti e impariamo «a superare generosamente
le tappe successive della crescita del Cristo in noi», (35) dato che questo cammino
«è altrettanto importante quanto l'aver cominciato bene lasciando tutto per
seguire Gesù al momento della prima chiamata. Questa perseveranza è essenziale
perché non serve a niente cominciare se non si va fino in fondo. (...) "Quando
si parte per fare qualcosa - diceva Charles de Foucauld -, non si deve tornare
senza averla fatta". Il tutto non è di abbandonare la barca e le reti per
seguire Gesù durante un certo tempo, ma piuttosto di andare sino al Calvario, di
accoglierne la lezione ed il frutto, e di andare con l'aiuto dello Spirito Santo
sino alla fine di una vita che deve terminare nella perfezione della divina Carità».
(36)
***
All'osservazione fatta fin qui vorrei aggiungerne un'altra,
prima di lasciare emergere le tappe spirituali che conducono alla maturità.
Vorrei affrontare un problema che si pone accostando l'insegnamento di Guardini
a quello di Voillaume. Il primo infatti punta sull'uomo e le sue risorse; il
secondo, invece, punta su Dio e la sua grazia. Le due tesi sono compatibili o
alternative?
Mi sembra che non vi sia opposizione, ma complementarità.
Tutto quello che Guardini suggerisce, in termini di fenomenologia e di pedagogia,
rimane valido e prezioso. E mentre si rivolge a ogni uomo, offre delle
indicazioni che anche il cristiano deve attentamente considerare e praticare.
Bisogna anzi dire che, non raramente, le difficoltà che il cristiano avverte
come problemi spirituali, rimandano a una preliminare considerazione
antropologica: se infatti la maturazione umana non avviene, non può che essere
debole quello che noi chiamiamo lavoro spirituale perché il riferimento alla
grazia non ci deve mai far ignorare la natura. E infatti, quando si prendono in
esplicita considerazione i casi concreti di crisi nel mondo della vita
consacrata, non raramente si deve prendere atto che l'itinerario formativo ha
trascurato passaggi essenziali perché un giovane divenga adulto e possa quindi
assumersi delle responsabilità di fronte a se stesso e agli altri.
Voillaume, per parte sua, affronta la questione della maturità spirituale in senso propriamente teologico; apre, per
noi cristiani, una finestra su aspetti che Guardini non ignora, ma non rende
espliciti. E lo fa anche per un motivo molto semplice e concreto: sta scrivendo
a persone che
***
Consideriamo dunque, con la sua guida, le tappe della nostra
sequela di Cristo. Voillaume la illustra scavando in un versetto del Vangelo: «È
più importante di quanto non si pensi l'aver ben capito la risposta del Signore
ai suoi apostoli che si meravigliavano della difficoltà della via dei consigli
evangelici: ''Agli uomini è impossibile, ma a Dio no; infatti, tutto è possibile
a Dio" (Mc 10, 27). Questa constatazione del Signore e questa promessa piena di
speranza non si applicano solo nell'abbondanza delle ricchezze - a proposito
delle quali Gesù diceva che è più facile che un cammello passi per la cruna di
un ago, che un ricco entri nel Regno di Dio - ma a tutte le esigenze della vita
religiosa». (37)
1. La prima tappa è quella nella quale «non abbiamo ancora fatto l'esperienza dell'impossibilità umana e
naturale» (39) di vivere in accordo con il dono divino della vocazione che abbiamo ricevuto. Durante la giovinezza «vi è infatti come una corrispondenza tra la generosità propria al temperamento di questa età e la chiamata di Gesù a lasciare tutto per seguirlo». (40)2. Le cose prendono un altro aspetto dal giorno in cui si avverte, e la cosa ci potrebbe anche spaventare, che il clima
interiore del nostro vivere sta insensibilmente, e a volte anche rapidamente, cambiando.3. È evidente che, quando tentazioni o orientamenti di questo
genere prendono piede nella nostra vita, ci troviamo in una situazione delicata.
Ma conviene dire che, di per sé, sentire delle tentazioni non significa che, da
parte nostra, vi siano già delle infedeltà gravi, né che il Signore ci abbia
abbandonato.
Impressioni e tentazioni come quelle ricordate possono
accompagnarsi anche a una vita sacerdotale fedele alle esigenze della vocazione
ricevuta. Ciò avviene, dice Voillaume,
Osservazioni conclusive
Due approcci complementari
Come ho già accennato, gli approcci di Guardini e di Voillaume alla vita adulta e alle sue crisi possono essere, per il cristiano, complementari. Leggendo Guardini si è aiutati a prendere coscienza che, nella generalità dei casi, le crisi rimandano alla considerazione del cammino di maturazione umana che il cristiano (anche il cristiano) deve sentire proprio, compresi quei cristiani che diventano religiosi o sacerdoti. Meditando Voillaume si è aiutati a capire che un'esistenza "spiegata" solo dalla fede e da una vocazione dovuta alla grazia non può essere debitamente e positivamente affrontata se non al di dentro del mistero di grazia che la fonda e l'ha fatta sbocciare.
Unicità della "seconda chiamata"
Si può forse aggiungere che, se ogni età della vita ha una
sua ricchezza e corre i suoi rischi, altrettanto si può dire del cammino spirituale. E però, la "seconda chiamata" va intesa bene. Se si lega, in buona parte, a un'età e a una concreta esperienza, va in essa riconosciuta una certa sua "unicità" .Rilevanza della risposta alla "prima chiamata"
Vi è ancora da aggiungere che la "seconda chiamata"
(quella tipica della vita adulta e di chi ha già vissuto anni di esperienza sacerdotale o di vita consacrata) è tanto più affrontabile quanto più la "prima chiamata", quella degli anni giovanili, è stata vissuta realmente come un avvenimento molto coinvolgente, come invito di Dio che comprende veramente il sacrificio di noi stessi per metterci a disposizione del ministero ecclesiale. In particolare, comprende anche il sacrificio del cuore con la rinuncia all'amore del matrimonio per vivere l'amore al di dentro della consacrazione totale e di una totale disponibilità alla missione.L'importanza dello stile nella "quotidianità"
E ancora, la crisi dell' età adulta, oltre a essere una cosa diversa a seconda di quel che è stata la crisi della prima chiamata, è pure caratterizzata dal modo secondo il quale si affronta il quotidiano negli anni che conducono al momento della prova e di una svolta spirituale. Lo stile quotidiano degli anni di vigilia può maturare la capacità di far propria, lentamente, l'indicazione del Vangelo su ciò che è possibile a Dio e non a noi; oppure può creare delle condizioni sfavorevoli, preambolo di un dramma che potrebbe non essere a lieto fine.
Conoscere la crisi non vuoi dire colpa
L'osservazione precedente ha bisogno di essere completata per evitare equivoci di interpretazione. Come ci ha ricordato Voillaume, il completamento consiste nel dire che
non si deve pensare alla crisi della seconda chiamata, come del resto a quella della prima, come se fossero semplicemente attribuibili al fatto che si è vissuto male o si sta trascinando stancamente il proprio cammino. Certo, può essere così. Ma va onestamente constatato che tale crisi può investire i migliori tra i seminaristi o tra i preti giovani. Si tratta, per tutti, di fare i conti con la propria umanità e di raggiungere una sintesi tra esigenze che paiono escludersi vicendevolmente.Non trascurare l'antropologia
L'insegnamento di Voillaume non è alternativo a quello di
Guardini. In realtà, lo presuppone e lo comprende, anche se non viene
esplicitamente illustrato.
In ogni caso non si può sottovalutare quanto Guardini propone
e che, con un termine comprensibile (e un po' generico), possiamo chiamare "formazione
umana", sia prima di diventare preti, sia mentre ci si trova a svolgere il
ministero sacerdotale.
È forse il caso di domandarci apertamente quanto tutta questa
premura di formazione umana compagina la pedagogia del nostro cammino di preti,
quando e come venga considerata e approfondita, quali scelte concrete (e magari
urgenti) potrebbe esprimerla.
La preziosità dell'aiuto reciproco
C'è ancora almeno un punto che deve essere accennato.
Seguendo Guardini si potrebbe dire che, nel processo che
consente di diventare adulti, gli altri possono dare una mano: intendo dire
quegli altri adulti con i quali ci si può confrontare e insieme ai quali
approfondire sia i valori che si svelano soprattutto nella vita adulta, sia i
motivi che possono mettere in crisi negli anni della vita adulta, sia le scelte
che stanno a dire una "risolutezza" con cui si intende affrontare il futuro.
Qualcosa di analogo può essere detto a proposito della
traccia del cammino verso la maturità spirituale suggerita da Voillaume. In
questo caso l'aiuto vicendevole tra sacerdoti consiste, per esempio, in una
comunicazione nella fede circa la propria esperienza spirituale e, ancor più,
nella testimonianza di un ritrovamento più profondo e reale di Dio; consiste in
una condivisione sincera di ciò che maggiormente conta nella propria vita e di
ciò che, in fondo, spiega perché nella giovinezza si è diventati preti o
religiosi. Senza dimenticare che tante persone, anche tra i laici, possono
costituire uno strumento di Dio per la maturazione del sacerdote e o per la sua
fedeltà nel tempo. (49)
Mi sembra necessario accennare anche al fatto che l'incontro
con l'altro non è automaticamente e sempre positivo e costruttivo: dipende da
come viene inteso e da come viene impostato. Male inteso, potrebbe anche essere
negativo. Occorre dunque vigilanza e anche decidere che l'incontro con l'altro
(o gli altri) sia ispirato al desiderio di "promuovere" la persona: la propria e
quella degli altri.
Mi sembra utile infine rimarcare un significato racchiuso nel
fatto che la riflessione di Guardini e di Voillaume (nelle pagine considerate,
non quindi in tutto il loro insegnamento) metta tanto in evidenza la persona di
ciascuno di noi, la sua responsabilità, la sua vocazione. In questo modo non si
nega certo l'apporto comunitario al cammino personale, ma si esclude che il
cammino personale possa esaurirsi o essere totalmente riversato in ciò che noi
chiamiamo "esperienza comunitaria".
***
Tutto quanto ho detto fin qui diventa per me, a questo punto, motivo per esprimere a tutti i giovani sacerdoti un augurio: quello di diventare, tra i venticinque e i quarantacinque anni (alzerei un poco le età rispetto a quelle indicate da Guardini), veramente adulti, di sperimentare un vigoroso respiro spirituale e di conoscere la maturità spirituale.
[7] Renato Corti (1936), sacerdote dell'arcidiocesi di Milano,
è stato ordinato vescovo nel 1981; dal 1990 è vescovo della diocesi di Novara;
ha ricoperto e ricopre diversi incarichi nell' ambito della Conferenza
Episcopale Italiana. Il testo riportato è la trascrizione della relazione tenuta
a Gazzada (VA) il 13 novembre 1997 ai sacerdoti dell'arcidiocesi di Milano,
ordinati negli anni: 1985, 1986 e 1987.
[8] Renato Corti, lettera pastorale A immagine di Cristo,
Novara, 22 settembre 1996.
[9] Renato Corti, op. cit., pp. 100, 104-106.
[10] Romano Guardini, Le età della vita, Vita e Pensiero,
Milano, 1986.
[11] René Voillaume, Sulle strade del mondo, Editrice
Morcelliana, Brescia, 1960.
[12] Romano Guardini, op. cit.
[13] Romano Guardini, op. cit.
[14] Romano Guardini, op. cit.
[15] Romano Guardini, op. cit.
[16] Romano Guardini, op. cit.
[17] Romano Guardini, op. cit.
[18] Romano Guardini, op. cit.
[19] Romano Guardini, op. cit.
[20]
Romano Guardini, op. cit.
[21] Romano Guardini, op. cit.
[22] Romano Guardini, op. cit.
[23] Romano Guardini, op. cit.
[24]
Romano Guardini, op. cit.
[25] Romano Guardini, op. cit.
[26] Romano Guardini, op. cit.
[27]
Romano Guardini, op. cit.
[28] Romano Guardini, op. cit.
[29] René Voillaume, op. cit., p. 3.
[30] René Voillaume, op. cit., p. 3.
[31] René Voillaume, op. cit., p. 3.
[32] René Voillaume, op. cit., p. 3.
[33] René Voillaume, op. cit., p. 3.
[34] René Voillaume, op. cit., pp. 3 e 4.
[35] René Voillaume, op. cit., p. 4.
[36] René Voillaume, op. cit., p. 4.
[37] René Voillaume, op. cit., p. 4.
[38] Cfr. Renato Corti, op. cit., pp. 108-111.
[39] René Voillaume, op. cit., p. 5.
[40] René Voillaume, op. cit., p. 5.
[41] René Voillaume, op. cit., p. 7.
[42] René Voillaume, op. cit., p. 9.
[43] René Voillaume, op. cit., p. 9.
[44] René Voillaume, op. cit., p. 9.
[45] René Voillaume, op. cit., pp. 9 e 10.
[46] René Voillaume, op. cit., p. 11.
[47] René Voillaume, op. cit., p. 11.
[48] René Voillaume, op. cit., p. 10.
[49] Cfr. Renato Corti, op. cit., p. 101.