La seconda chiamata
Il coraggio della Fragilità
Curatore: Sergio Stevan
Editrice Monti - Saronno
2007
www.padremonti.it
|
Introduzione |
|
Renato Corti |
|
|
Carlo Maria Martini |
|
Luciano Manicardi |
|
Romano Martinelli |
|
Sergio Stevan |
|
Davide Caldirola |
|
|
Anna Deodato |
|
|
Conclusione |
PORTARE LUCE NELL'INCREDULITÀ DEL NOSTRO TEMPO
Carlo Maria Martini (50)
In questa meditazione mi lascio ispirare, più che da una pagina biblica, dalla figura di Teresa di Gesù Bambino, di cui si celebra il primo centenario della morte.
Donaci, Signore, di entrare in qualche modo nel mistero della prova della fede di Teresa di Gesù Bambino e, per sua intercessione, di paterne trarre frutti di aiuto per noi e
per gli altri, quei frutti che sono racchiusi nel tuo disegno di salvezza.La prova di Teresa e il
nostro tempoTutti noi conosciamo, più o meno bene, gli scritti di Teresa
di Gesù Bambino e sappiamo che, a partire dal 5 aprile 1896, domenica di Pasqua,
inizia una prova terribile della fede, vive tentazioni contro la fede che si
protrarranno fino al giorno della morte (30 settembre 1897).
Ella ne parla fondamentalmente in tre pagine del
Manoscritto C, e lo fa con paura, con timore di non riuscire a spiegarsi,
quasi con la paura di bestemmiare. Quanto ci racconta è sufficiente per capire
che si è trattato di una prova spirituale terribile. Prima di quel tempo, non
poteva neppure capire che ci fossero increduli, negatori dell'altra vita: «Godevo
allora di una fede tanto viva, tanto chiara, che il pensiero del Cielo formava
tutta la mia felicità, non potevo credere che vi fossero degli empi i quali non
avessero la fede. Credevo che parlassero contro il loro stesso pensiero negando
l'esistenza del Cielo, del bel Cielo ove Dio stesso vorrebbe essere la loro
ricompensa eterna». (51) E continua: «Nei giorni tanto gioiosi della Pasqua,
Gesù mi ha fatto sentire che esistono davvero
anime senza fede, le
quali per l'abuso delle grazie hanno perduto questo tesoro immenso, sorgente
delle sole gioie pure e vere. Ha permesso che l'anima mia fosse invasa dalle
tenebre più fitte, e che il pensiero del Cielo, dolcissimo per me, non fosse più
se non lotta e tormento... Questa prova non doveva durare per qualche giorno,
non per qualche settimana: terminerà soltanto all'ora segnata da Dio
misericordioso, e quest'ora non è ancora venuta». (52)
Teresa tenta di esprimere la sua prova con delle metafore:
quella delle "tenebre più fitte", poi con la metafora del "tunnel cupo" in cui
si entra, si viaggia senza nulla vedere, in totale oscurità; più avanti ricorre
alla metafora della "bruma spessa" che impedisce di vedere il panorama e di
orientarsi; infine l'immagine particolarmente significativa della "tavola dei
peccatori". «Ma, Signore..., la vostra figlia accetta di nutrirsi per quanto
tempo voi vorrete del pane di dolore e non vuole alzarsi da questa tavola colma
di amarezza, alla quale mangiano i poveri peccatori». (53)
Teresa si sente quasi come chi è incredulo, come chi vive
senza il pensiero del cielo e senza orizzonti di speranza. E continua: «Madre
carissima, l'immagine che ho voluto dare delle tenebre che oscurano l'anima mia
è tanto imperfetta quanto un abbozzo paragonato al modello; ma non voglio
continuare a scriverne, temerei di bestemmiare... ho paura di aver già detto
troppo». (54) E, ancora in Manoscritto C, ma un poco prima: «Mi pare che le tenebre assumendo la voce dei
peccatori, mi dicano facendosi beffe di me: "Tu sogni la luce, una patria dai
profumi più soavi, tu sogni di possedere eternamente il Creatore di tutte queste
meraviglie, credi uscire un giorno dalle brume che ti circondano. Vai avanti!
Vai avanti! Rallegrati della morte che ti darà non ciò che speri ma una notte più profonda, la notte
del niente"». (55)
La tentazione è proprio quella del nichilismo dell' essere
destinata al nulla, per cui tutto è vano, inutile, frustrante; ella sarà beffata
nelle sue speranze e nei suoi sacrifici.
Oltre ai passi del Manoscritto C, troviamo nei
Novissima verba (la raccolta delle parole di Teresa negli ultimi mesi della
vita) qualche espressione che mostra come la prova della fede continuava in
tutta la sua durezza.
Ci chiediamo: la prova di Teresa ha relazione con le prove
del nostro tempo?
Certamente, perché è prova della fede e della speranza e
tocca un punto nevralgico dell'attuale carenza di fede e di speranza. Tocca quel
nervo scoperto nel corpo dell'uomo occidentale che è la fede nella vita dopo la
morte, nella vita eterna. In proposito c'è oggi molta oscurità, confusione,
dubbio, reticenza, rimozione pratica.
È impressionante notare nelle inchieste sociologiche sulla
religiosità, come le stesse persone che affermano di credere in Dio, in Gesù
Cristo, che ascoltano gli insegnamenti della Chiesa e frequentano le parrocchie, sono di fatto
incerte sui fini ultimi, su ciò che avverrà dopo la morte. Si tratta di un tema
messo tra parentesi, quasi che il limite biologico della vita fosse sufficiente
a definire l'esistenza umana. Tutti i ragionamenti anche dei credenti, dei
praticanti, concernono l'orizzonte della vita biologica, delle sue aspirazioni e
dei suoi traguardi. Magari non scartano l'ipotesi di un aldilà (al contrario dei
non credenti), e tuttavia questa ipotesi non influisce affatto sulla realtà
quotidiana. Basta pensare, del resto, a ciò che solitamente si dice ai morenti;
persino i preti, talora, parlano di possibile guarigione, di miglioramento, al
massimo di affidamento alla volontà di Dio. Dell'incontro con il Signore dopo la
morte si ha paura di parlare, si teme che il moribondo reagisca male, non si
lasci muovere dalla speranza della risurrezione.
Dunque, l'ipotesi dell'aldilà influisce poco sulle buone
risoluzioni della vita al di qua. Molta gente è generosa e pronta a giocarsi
sulle cose visibili, sui valori che in qualche modo hanno riscontro (la
solidarietà, la pace, la giustizia, l'impegno del volontariato); non è invece
pronta a giocarsi sull'invisibile, su cose che non hanno riscontro nel tempo.
L'eternità appare, al più, una dimensione aerea, eterea, e spesso mi vengono in
mente le parole di Gesù ripetute ben tre volte nel Vangelo secondo Matteo:
«Il Padre tuo che vede nel segreto, ti ricompenserà». (56)
Oggi sono tra le più difficili del vangelo, tra le meno accettate, perché invitano a non contare sui riscontri visibili delle nostre
azioni e, di conseguenza, a buttarci nell'invisibile che, per definizione, non
si vede e non può essere valutato o riscontrato.
Comunque si descriva l'offuscamento della speranza,
dell'apertura sulla vita eterna, esso costituisce la più grande crisi del mondo
occidentale odierno, crisi che spiega tanti altri atteggiamenti; spiega la paura
di rischiare, di prendere decisioni definitive, di dare la vita (di qui la
denatalità).
È la più grande sfida del mondo occidentale e della Chiesa
occidentale. Altre culture hanno molta più familiarità con la vita dopo la morte,
pur se offuscata da diverse concezioni religiose, sono aperte a realtà future
capaci di riscattare, di equilibrare il tempo della vita biologica.
La terrenità, l'hic et nunc è tipico della nostra
mentalità occidentale, di chi vuole godere adesso tutto e subito, non sapendo se
ci sarà un aldilà.
Potremmo dire che Teresa di Gesù Bambino, vissuta alla fine
del secolo scorso, ha quasi anticipato la prova della speranza che segna la
nostra epoca. Quando avvertiva voci terribili sul nulla che avrebbe incontrato
dopo la morte, esprimeva in fondo il pensiero di filosofi come Nietzsche e
Sartre.
Per questo la santa di Lisieux ci può aiutare a capire meglio
dove siamo.
La crisi attuale della fede
Cerchiamo ora di cogliere dove siamo, di guardare in faccia la prova della fede e della speranza del nostro tempo,
nel desiderio di interpretarne la provvidenzialità, il carattere positivo.Occorre prima accennare a una categoria interpretativa che
talora è proposta per leggere la crisi attuale come parte del disegno di Dio, ma
a mio avviso è fuorviante.
È la categoria che fa appello alla "notte della fede" o "dello
spirito" descritta da san Giovanni della Croce. Si dice: il mondo occidentale si
trova in una notte della fede, in una notte della speranza, nel senso in cui ne
parla il grande mistico carmelitano. Tale lettura è suggerita anche da alcuni
teologi che, a partire dall'espressione di Georg Wilhelm Friedrich Hegel secondo
la quale "c'è un Venerdì santo della ragione", affermano: oggi siamo in un
Venerdì santo della speranza, la speranza è morta, ma in attesa di risurrezione.
Questi teologi vedono dunque nel nichilismo che ci circonda, nella prova di fede
del nostro tempo come un momento negativo che prelude a una risurrezione della
fede; ce ne sono altri che vedono nel pensiero cosiddetto debole come un
preludio a una nuova rinascita.
Tale categoria interpretativa che oltrepassa la deplorazione
di ciò che sta accadendo in Occidente perché cerca di
cogliere lo Spirito all' opera, è assai problematica e
anzitutto va sottoposta a critica.
È infatti fuorviante paragonare la notte della speranza del
nostro tempo alla "notte dello spirito" di san Giovanni della Croce; il
collegamento tra le due realtà è dovuto soltanto alla denominazione estrinseca,
non a una vera analogia. La notte di Giovanni della Croce è un'autentica prova
della fede, riguarda coloro che, avendo la fede, sperimentano la sua messa a
crogiuolo; la notte del nostro tempo, invece, è un vuoto di fede, una carenza di
fede.
Neppure si può applicare, almeno univocamente, al nostro
tempo, la nozione di purificazione progressiva dello spirito, che Giovanni della
Croce applica al tema della notte; più che in una purificazione progressiva, la
fede di molti contemporanei è in decadenza progressiva. Non si tratta di un
entrare nel fuoco del mistero d'amore di Dio, ma di uno scendere verso gli
inferi dell'assenza di Dio.
A me pare che il carattere positivo, l'interpretazione
provvidenziale di questo nostro tempo si collochi nell'aspetto di compassione
vissuto da Teresa nel suo sedersi alla tavola insozzata dei peccatori. Così
l'attuale crisi di fede è uno stato di sofferenza, di dolore, di amarezza, di
tavola insudiciata, a cui siamo chiamati a partecipare.
Nel Manoscritto C, là dove dice che non vuole alzarsi
dalla tavola colma di amarezza, alla quale mangiano i poveri peccatori, Teresa «chiede
perdono per i suoi fratelli», perché «ha capito la luce divina del Signore... e
osa implorare a nome proprio e dei suoi fratelli: "Abbiate pietà
Il prete e la prova della fede del nostro tempo
Che cosa ne segue per il prete in relazione alla prova della
speranza che affligge la nostra epoca? In quale modo deve aiutare e guidare
persone prive o carenti di fede e di speranza?
Vorrei esprimere qualche riflessione pratica, cercando di
applicare a noi la missione di Teresa per l'incredulità del suo tempo.
L'accompagnamento del prete suppone ovviamente uno stare
vicino, un farsi compagno di strada, un sedere alla stessa mensa. Ciò
non significa cadere nell'incredulità, perché in tal caso accompagnare
equivarrebbe ad annegare insieme.
Teresa, malgrado sia sulla soglia dell'incredulità e abbia
talvolta paura di essersi avvicinata troppo, di aver bestemmiato, non cade mai
nell'incredulità; però accompagna, si mette insieme.
Quindi, lo stare insieme del prete è simile a quello di
Teresa che partecipa alla prova della fede non per mancanza o per tiepidezza di
fede, bensì per ardore di fede. È questa la vera dottrina di Giovanni
della Croce: la fede ardente, la fede che brucia è destinata a essere provata
nel crogiuolo. La fede mediocre, tiepida non è provata, in quanto va
continuamente compromettendosi con le cose visibili.
Le prove della fede del prete possono essere anche
implicite.
Una forma implicita comune è quella dell'ingresso nella
Infine, vogliamo domandarci quali sono i frutti concreti
della prova in cui entra il prete.
Il prete giunge a capire per esperienza diretta che ci
possono essere non credenti incapaci di uscire da soli dall'oscurità;
dunque
increduli non semplicemente in cattiva fede, che negano la verità conosciuta, ma
increduli che, a causa di errori passati, entrano in una situazione nella quale
la fede è un muro invalicabile. Chi vive la prova della
È così che il nostro mondo vive un momento provvidenziale, il momento della misericordia, della salvezza, espresso storicamente da tutte quelle anime che hanno il coraggio di chinarsi sulla sofferenza di chi non crede.
Conclusione
A modo di conclusione vorrei citare una frase misteriosa e
apparentemente blasfema di Teresa di Lisieux, una parola pronunciata negli
ultimi mesi della sua vita e che è stata poi riferita da una con sorella durante
il Processo di canonizzazione: «Non credo più alla vita eterna: mi sembra che
dopo questa vita mortale non ci sia più nulla. Tutto è scomparso per me. Resta
solo l'amore». (68)
[50] Carlo Maria Martini (1927), gesuita, è stato ordinato
vescovo nel 1980 e creato cardinale nel 1983; arcivescovo emerito di Milano dal
2002, è tra i massimi biblisti al mondo. Il testo è tratto da: Carlo Maria
Martini, Il coraggio della speranza, Piemme, Casale Monferrato (AL),
1998, pp. 279-293. Per gentile concessione dell'Editore. La meditazione di
Martini è stata tenuta ai sacerdoti dell'arcidiocesi di Milano l'11 febbraio
1997.
[51] Teresa di Lisieux, Manoscritto C, 276.
[52] Teresa di Lisieux, Manoscritto C, 276.
[53] Teresa di
Lisieux, Manoscritto C, 277.
[54] Teresa di Lisieux, Manoscritto
C, 278.
[55] Teresa di Lisieux, Manoscritto C, 278.
[56] Vangelo
secondo Matteo, 6,4.6.18.
[57] Teresa di Lisieux, Manoscritto C, 277.
[58] Teresa di
Lisieux, Manoscritto C, 277.
[59] Teresa di Lisieux, Manoscritto
C, 279.
[60] Teresa di Lisieux, Poesia 54, maggio 1897.
[61] Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, n. 58.
[62] Teresa di Lisieux, Gli scritti, OCD, Roma, 1998 [ndr].
[63] Thomas H. Green, Buio nella piazza del mercato,
Apostolato della Preghiera, Roma, 2006 [ndr].
[64] Teresa di Lisieux, Nouissima Verba, 20 luglio 1897.
[65] Teresa di Lisieux, Nouissima Verba, 20 luglio 1897.
[66] Teresa di
Lisieux, Nouissima Verba, 20 luglio 1897.
[67] Teresa di Lisieux, Gli scritti, OCD, Roma, 1998 [ndr].
[68] Testimonianza di suor Teresa di Sant'Agostino, PO,
583/584, 402.