La seconda chiamata
Il coraggio della Fragilità
Curatore: Sergio Stevan
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Introduzione |
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Renato Corti |
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Carlo Maria Martini |
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Luciano Manicardi |
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Romano Martinelli |
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Sergio Stevan |
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Davide Caldirola |
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Anna Deodato |
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Conclusione |
LA PREGHIERA DEL PRESBITERO
Luciano Manicardi (69)
La riflessione di Luciano Manicardi, monaco della comunità di Bose, merita di essere letta con singolare attenzione. Dà in
fatti molto a pensare nella prospettiva di una verifica - quella sulla preghiera personale - che ha decisiva importanza nella vita del prete. L'assiduità, l'intensità e la qualità della preghiera costituiscono la cartina al tornasole della propria consistenza di credenti. L'articolo risulterà molto prezioso soprattutto agli occhi di coloro che attraversano una "crisi" di passaggio: queste pagine hanno la capacità di leggere nel profondo di vissuti che spesso il prete si trova a vivere. Lo stare davanti a Dio parlandogli e ascoltandolo è la dimensione insostituibile per vivere nella verità anche le situazioni più delicate del proprio ministero.Interrogarsi sulla propria preghiera, fermarsi - da parte di
un presbitero - per verificare lo "status" della propria preghiera, significa
anche fare il punto sulla propria fede, esaminare la propria vocazione, valutare
come si sta vivendo il ministero e, più radicalmente, fare il punto sulla
propria vita e sulla qualità della propria umanità. La domanda: «Che cosa è
diventata la mia preghiera?» risuona anche come: «Che cosa è diventata la mia
vita?» e «Che ne ho fatto del mio ministero?». Dietro questa domanda c'è forse
l'implicito riconoscimento di qualcosa della nostra vita che probabilmente ci è
sfuggito di mano, è andato da sé, è avvenuto o si è dipanato per proprio conto,
perché non abbiamo vigilato, perché non siamo stati presenti a noi stessi, o
semplicemente perché la vita spesso elude i nostri preparativi, spiazza i nostri
propositi e ci sorprende. Sovente è la vita stessa, con il suo carico
indesiderato o inatteso di eventi e di contraddizioni, come lutti e malattie, o
come vicende relazionali intriganti in cui ci si trova implicati, o più
modestamente, di cambiamenti di incarico, di spostamenti di parrocchia, di
obbedienze non assunte liberamente e che amareggiano, che conduce il presbitero
là dove non avrebbe voluto, né pensato né desiderato e nemmeno immaginato di
andare il giorno in cui pronunciò il suo "sì", la sua promessa, la sua adesione
alla chiamata del Signore. In quelle situazioni è proprio la preghiera che può
portare il presbitero a elaborare e integrare simili eventi nella propria vita e
nel proprio ministero: occorrerà però comprendere che Dio agisce sull'uomo
attraverso gli eventi della vita e soprattutto attraverso le crisi.
Accanto a questo, poi, la considerazione, elementare quanto
irrefutabile, delle diverse fasi della vita e dei cambiamenti che esse
comportano sugli assetti e sugli equilibri psicologici e affettivi: si pensi al
superamento della soglia dei trent'anni, poi alla traversata della crisi della
metà della vita, ai cinquant'anni con il bisogno che si fa più forte di un
affetto stabile, all' età intorno ai sessantacinque anni, - che segna il compiersi della maturità, e
infine all'ingresso
nell' anzianità. . .
Queste fasi non sono evidentemente senza ripercussioni su di
una persona che segue il Signore vivendo il celibato a servizio dell'unità e
della comunione di una precisa comunità cristiana e indicano anch'esse
l'essenzialità di fermarsi per esaminare il cammino fatto.
Cammino umano e spirituale ben verificabile sul piano della
preghiera. «La preghiera - ha scritto Franz Rosenzweig, - istituisce l'ordine
umano del mondo», (70) ed è sempre
l'atto con cui noi immettiamo ordine nel nostro disordine, creiamo cosmos
nel nostro caos. La preghiera è atto di ordinamento del mondo, del nostro
mondo interiore, è atto di creazione in continuità con l'atto ordinatore,
separatore e creatore di Dio alle origini del mondo e dell'umanità (cfr.
Genesi 1).
Il discorso sulla preghiera è sempre esposto al rischio della
retorica, della idealizzazione (quanto meno la preghiera è praticata, tanto più è facile cadere nelle sue
esaltazioni encomiastiche tanto ridondanti quanto vuote) e anche al rischio
della precettistica. Ovvero, si dice e si ripete che si deve pregare, come si
deve pregare, che cosa deve fare chi prega, eccetera. E così si finisce col dare
una visione astratta della preghiera da mettere in pratica. Ma il rapporto Dio-uomo non è sotto il segno della legge e del dovere, ma dello Spirito santo,
e così anche la preghiera, elemento essenziale della risposta umana alla parola
e all'azione di Dio, trova il suo senso come espressione pienamente umana,
dunque come atto di libertà, e si pone dunque sotto il segno della libertà. La
necessaria ascesi, la disciplina di preghiera, la ripetitività degli esercizi di
preghiera sono finalizzati a una sempre maggiore libertà dell'orante e
all'acquisizione del dono dello Spirito. Lo stesso impegno alla liturgia delle
ore, cui il presbitero è tenuto, ha come fine «di custodire e sviluppare uno
spirito di preghiera» (71) e la sua intenzione non è di ancorare a
una formula fissa e immutabile di preghiera,
ma di aiutare una persona ad assumere e interiorizzare il necessario spirito di
preghiera. Meglio ancora, a ricevere e assumere lo Spirito santo, dono promesso
alla preghiera che lo chiede (cfr.
Vangelo secondo Luca
11, 13).
Il problema è che spesso noi confondiamo la preghiera
con il sogno, ma il sogno fugge la realtà, mentre la preghiera la assume e avviene in essa. Anzi, la preghiera, situandoci
nella realtà e nella nostra umanità - distante dalla divinità di Dio -, ci fa aderire alla realtà,
riconoscere e accettare i nostri limiti, rinunciare alle idealizzazioni di noi
stessi e ai sogni di onnipotenza. L'invisibilità e il silenzio di Dio sono lo
spazio che egli offre alla nostra preghiera perché cresciamo quali figli, nella
libertà, (72) perché possiamo adempiere il nostro compito più
grande, ovvero di «diventare, ciò di cui non ci è possibile pensare qualcosa di
più grande: e cioè, non già in alcun modo, esseri divini, bensì, sotto ogni
aspetto, esseri umani». (73)
Da questo punto di vista è importante che il presbitero non
dimentichi mai, dandoli per scontati, quei connotati essenziali e basilari che
sono la sua umanità e la sua fede. Anche per il presbitero si
tratta di diventare uomo e di diventare credente nel quotidiano
esercizio del suo ministero. Ciò che un tempo si è scelto, va "ri-scelto" nelle
nuove e diverse situazioni di vita in cui il presbitero si viene a trovare. E le
motivazioni che hanno spinto alla scelta presbiterale nel passato, possono non
bastare più e non essere più capaci di reggere, nell' oggi, in nuove fasi
esistenziali, il carico ministeriale.
La preghiera immette in questo cammino di
diventare uomo e diventare credente che può sottrarre il prete al rischio di
veder sequestrata la propria
identità nel ruolo. Perniciosa deriva del presbiterato,
questa, che oggi sembra esercitare un'attrazione fatale su molti. (74)
La preghiera nel divenire del ministero
La preghiera come sforzo e fatica
Quanto appena detto sul "dovere" non toglie nulla all'aspetto di sforzo proprio della preghiera cristiana.
È certamente vero che nella preghiera noi possiamo sperimentare dolcezza, riposo,
quiete e gioia, ma è altrettanto vero che la preghiera è e resta ascesi, fatica,
opus, lavoro. Tutta la tradizione cristiana lo sa bene e lo ha ripetuto
costantemente.
Questo aspetto si radica anzitutto nel fatto che la preghiera
cristiana non coincide con una preghiera naturale o con l'innato senso di autotrascendimento dell'uomo. Il pregare cristiano, che si impara da Gesù, non
coincide con lo spontaneismo. Proprio perché è relazionale e dialogica, la
preghiera non può essere semplicemente slancio spontaneo del cuore: questa
sarebbe una deriva soggettivistica e autistica della preghiera. Ha scritto Dietrich
Bonhoeffer: «"Imparare a pregare" è un'espressione che ci sembra
contraddittoria. Noi diremmo piuttosto: o il nostro cuore sovrabbonda al punto
tale che da se stesso comincia a pre
L'angoscia della morte
Quali motivi sottostanno al rifuggire la preghiera fino
ad abbandonarla o a sostituirla con altre ripetitività
alienanti? lo credo che un motivo radicale consista nell'angoscia della morte.
Che vi sia un rapporto tra il pregare e la morte, e dunque la paura della morte,
questo emerge dal fatto che pregare è dare del tempo a Dio, è consacrare del
tempo a Dio, riservare del tempo per lui, donare del tempo per lui. E il tempo è
vita. N ella preghiera personale, nascosta, fatta nel chiuso della propria
camera, noi non facciamo nulla, non produciamo nulla, non siamo visti da nessuno,
semplicemente stiamo davanti a una presenza confessata nella fede. E
questo non solo produce una diversa (più acuta) coscienza del tempo e del corpo
rispetto a quella che normalmente ci abita, ma è anche qualcosa che va contro
non solo ai paradigmi di visibilità e protagonismo che informano mondanamente la
vita di tanti, ma anche contro a quei paradigmi di efficienza e produttività che
spesso nutrono il quotidiano delle attività pastorali del presbitero stesso. In
questo senso, pregare è allenarsi a fare della morte un atto, è vivificare la
morte facendone luogo di esperienza di una presenza. Ma per questo è anche così
difficile pregare e, soprattutto con l'avanzare dell' età, può intervenire il
senso di un rifiuto a pregare perché il tempo riservato alla preghiera può
essere sentito come perso, inutile. E il pregare come una forma di morte, di
inutilità. Diviene difficile "rimanere" nella preghiera, non disertare,
accettare di andare a fondo, ma se questo avviene, allora il senso di morte, di
nullità, di perdita, si trasforma in uno sguardo più intenso su di sé, sugli altri,
sulla vita e sul mondo. E la preghiera diviene esperienza pasquale. Il tempo
della preghiera è tempo "altro" rispetto al tempo della quotidianità, o meglio,
è lo stesso tempo, ma vissuto con lucida coscienza e rimesso nelle mani del
Signore, mentre il quotidiano affollarsi degli impegni e delle attività induce
spesso una tranquilla incoscienza, una securizzante alienazione. È difficile
sostenere la coscienza del tempo che passa e nutrire una coscienza cristiana del
tempo!
Ora, quest'angoscia della morte si fa particolarmente viva in quella delicatissima fase dell'esistenza di una
persona che è la metà della vita. Si tratta della cosiddetta "crisi dei quarant'anni", o meglio, "crisi del superamento della metà della vita". È la
crisi che consiste essenzialmente nel fatto che si inizia a percepire che ciò
che resta da vivere è ormai meno di ciò che si è vissuto: è il momento in cui la
morte fa irruzione nella vita, nella sfera esistenziale di una persona. È un
tempo di bilanci, in cui lo sguardo all'indietro ci lascia insoddisfatti e ci
impedisce di guardare avanti con speranza. Improvvisamente si percepisce che
molte porte sono ormai chiuse nella nostra vita, molte speranze che avevamo
nutrito si svelano impietosamente essere illusioni e allora occorre far fronte
allo scacco, alla disillusione. L'orizzonte allora si fa fosco e si entra in uno
stato d'animo non lontano da quello che i medievali chiamavano accidia. «Sembra
che vi sia una causa biologica alla base di quel senso di apprensione, di quei
tormentati interrogativi, della mancanza di entusiasmo in uomini e donne verso i quarant'anni. È
forse lo stato d'animo che i dotti medievali chiamavano accidia, il peccato
capitale di pigrizia dello spirito? lo credo di sì». (83) Dal punto di vista
spirituale questa crisi si manifesta come disgusto per la preghiera e per
l'ascesi, per lo sforzo spirituale, come non-senso del pregare. L'uomo vede il
sostanziale fallimento dei suoi sforzi spirituali, dei suoi propositi di
miglioramento, si rende conto che ha ancora a che fare con problemi che lo
assillavano molti anni prima, che i cambiamenti intervenuti sono più
superficiali che di sostanza. Allora il senso dell'inutilità del pregare e della
fede si fa strada. Si può reagire a questa crisi alienandosi nell'iper-attivismo,
moltiplicando, fra i quaranta e i cinquant'anni, le cose, già numerose, che si
facevano prima. Si vuole così sfuggire alla morte dandosi vita con il molto
fare, con la nevrosi pastorale. Oppure ci si arrocca nel formalismo, nel
legalismo, e diverse persone in quella fase diventano conservatrici, autoritarie,
ritualiste. Trovano rifugio dall'angoscia della morte nella corazza securizzante
dei riti e delle rubriche, delle formule e delle leggi. Oppure ci si lascia
sempre più andare sul piano sessuale (o nell'alienazione dell'alcolismo), non
vigilando più per custodire il celibato: quando si vede che le trasgressioni non
sono viste, allora si percepisce che possono essere reiterate e
diventano un vizio, e l'abitudine all'impurità ingenera il
senso dell'inutilità e dell'impotenza della preghiera. Oppure si diviene
instabili: si sogna sempre di essere da un'altra parte, perché, in realtà, non
si osa scendere in se stessi, abitare in se stessi, entrare in una vita
interiore, nella preghiera come reale conoscenza di sé e di Dio. Si sfugge
all'invito che la preghiera fa al credente: di entrare nell'interiorità, nella
vita interiore, nel proprio cuore. La preghiera, infatti, esige, nel cambiamento
delle età e nell'attraversamento delle fasi anche critiche dell'esistenza, di
andare a fondo, di farsi interiore, profonda, di divenire respiro della persona,
e di essenzializzarsi e semplificarsi. In questa fase critica la preghiera si
configura anche come lavoro interiore teso alla:
- accettazione del tempo che
passa;
- assunzione della
responsabilità della propria vita passata;
- accettazione dei propri limiti e
imperfezioni.
Tutto questo ovviamente all'interno di quella preghiera che è
«vivere con il Signore» (cfr. Prima lettera ai Tessalonicesi 5, 10),
sicché tutto viene posto alla luce della parola del Signore, del suo amore
preveniente. E colui che nella preghiera e nell'ascolto della parola di Dio si
conosce come accolto e amato dal Signore nel suo peccato, nella sua finitezza,
nella sua miseria, può accogliersi e non sentirsi in dovere di disprezzarsi,
rinnovando la confessione nell'infinita misericordia di Dio.
Ecco perché l'epoca intorno ai quarant'anni costituisce una
fase molto delicata della vita di una persona, in cui si è più fragili: occorre
pertanto cura di sé, e anche cura e attenzione sul presbitero da parte di chi gli è vicino e in
particolare da parte di chi ha responsabilità verso di lui come superiore.
Chiedere obbedienze sentite come faticose da parte del presbitero, in una fase
in cui questi è già di per sé più fragile, può produrre effetti molto perniciosi.
Non si può dimenticare che la difficile prova della durata
a cui la preghiera si espone, va di pari passo con la difficile
e faticosa perseveranza nella scelta fatta.
Spesso l'abbandono della preghiera precede l'abbandono del
ministero.
Preghiera e fallimento
Quanto già abbiamo detto ci chiede di riflettere sulla preghiera come spazio di assunzione e di elaborazione di disillusioni, fallimenti, crisi. Le esperienze di due personaggi biblici ci possono guidare.
Geremia
È estremamente significativo il contrasto fra due testi di
Geremia: Geremia 15, 16 e Geremia 20, 8-9. Il primo testo evoca la vocazione di Geremia, quando il giovane Geremia (probabilmente intorno ai ventiquattro-venticinque anni) sentì la parola del Signore che lo chiamava. Dice Geremia 15,16:Elia
Il brano dal Primo libro dei Re 19, 1-18 ci presenta un
momento critico della vita e del ministero di Elia. Elia, il
profeta zelante, intransigente, perfino violento nel suo zelo per il Signore, si
trova improvvisamente preda della paura. Il profeta che ha appena scannato i
quattrocentocinquanta profeti di Baal, ora fugge preso dalla paura perché Gezabele, la regina empia, lo cerca per ucciderlo. Elia vive una fase di crisi,
un fallimento personale e ministeriale. Impaurito, Elia vive una vera e propria
depressione: si paragona ai suoi padri, sentendosi ferito del fatto di non
essere migliore di loro (v. 4). E si lascia andare alla volontà di morte: Elia
preferirebbe morire, è preso da tentazione suicida. E il sonno in cui cade è
simbolo di questa morte in cui egli sta sprofondando. Elia si trova nel deserto,
luogo di morte, sia geograficamente che simbolicamente; eppure, nel deserto Elia
non diserta. Anzi, si inoltra ancor di più nel deserto stesso. Simbolicamente,
Elia va a fondo della sua crisi. Spesso i fallimenti sono gli eventi della vita
attraverso i quali Dio opera una breccia nella corazza che noi rivestiamo, apre
in noi una ferita che diviene lo spiraglio per la grazia, diviene il terreno
fecondo su cui la parola ascoltata può germinare e fruttificare. Il più delle
volte Dio agisce in noi attraverso gli eventi della vita e soprattutto
attraverso i fallimenti, le crisi, gli smarrimenti, le cadute. La crisi, assunta
nella preghiera, diviene lo spazio del rinnovamento della vocazione. Del resto,
già la vocazione, come mostra Il Vangelo secondo Luca 5, 1-11, è una
crisi che interviene nell'esistenza di una persona. Nel testo
lucano il momento della maggiore vicinanza di Pietro a Gesù,
il momento a partire dal quale Pietro assume la sua vocazione e il suo nuovo
ministero, è anche il momento in cui egli vede il proprio peccato e prende
coscienza della propria negatività. Conoscenza di sé come peccatore e conoscenza
di Dio sono interrelate: sicché anche la crisi che interviene nella vocazione,
durante il ministero, può essere l'occasione per rinnovare la propria sequela
del Signore. Come avviene a Pietro, quando, dopo aver rinnegato per tre volte il
suo Signore contraddicendo così il suo cammino e la sua vita, viene raggiunto
dallo sguardo del Signore che suscita in lui il ricordo delle parole del Signore
e le lacrime di pentimento. (85) Ebbene, Elia all'Horeb esperisce Dio non nel
vento, non nel terremoto, non nel fuoco, cioè negli elementi teofanici
manifestatisi al Sinai a Mosè, ma nella «voce di un silenzio sottile». (86) E la
crisi diviene rinnovata esperienza di Dio che cambia anche il focoso Elia in un
uomo mite e misericordioso.
Uscendo dagli esempi biblici e venendo alla situazione dei
presbiteri, è bene ricordare che nelle crisi si tratta di restare, di rimanere,
senza prendere decisioni affrettate. Si tratta di mettere in pratica la virtù
della perseveranza, del biblico ypo-ménein, di "restare sotto i colpi",
di "tener duro incassando la testa fra le spalle". È possibile restare facendo
memoria di quanto si è vissuto positivamente nel ministero fino a quel giorno: nella preghiera la memoria
dell'esperienza passata positiva può aiutare a vivere il presente oscuro aprendo
il futuro alla speranza. La preghiera, che è immersione nella verità della vita
prendendo una distanza da essa e ponendola di fronte alla parola di Dio, aiuta
anche il presbitero a vagliare evangelicamente ciò che egli arriva a chiamare,
magari in maniera affrettata, come fallimento o insuccesso. E questo soprattutto
quando si tratta di esperienze e progetti pastorali. Il presbitero vive a volte
l'esperienza di insuccessi pastorali in modo talmente personalizzato da cadere
in stati depressivi. Se si fa coincidere personalità e lavoro pastorale,
realizzazione di sé e ruolo, allora un insuccesso (che va messo realisticamente
in conto) può condurre a una profonda crisi e disarticolazione personale. Se il
presbitero vive la sua funzione pubblica, il suo ruolo, come prolungamento della
sua personalità, allora gli eventuali fallimenti pastorali vengono ingigantiti e
trasmutano in senso di fallimento personale, perdita di autostima, tentazione di
abbandono. Dall'aver fallito qualcosa si trapassa indebitamente al senso di
fallimento totale di sé. C'è il rischio di far dipendere tutto da sé e di
divenire una cassa di risonanza narcisistica che registra sul proprio conto
successi e insuccessi. Ora, la preghiera, memoria quotidiana dell' essenziale
evangelico, ricorda anche al presbitero che le crisi, gli insuccessi, le
persecuzioni e le contraddizioni, fanno parte della promessa di Cristo a chi lo
segue con radicalità: «Non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o
sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che
non riceva già al presente cento volte
tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi,
insieme a persecuzioni, e nel
futuro la vita eterna». (87)
Inoltre l'ossessione per il risultato, per il successo, per
l'esito dell'azione pastorale, va valutata per quello che spesso è:
antievangelica. Ci può essere molto evangelo nell'apprendere la lezione di un
fallimento pastorale e ci può essere molta idolatria nel vantare un successo
pastorale. Scrive molto bene Joseph Ratzinger: «Il sacerdote deve essere un uomo
che conosce Gesù nell'intimo, che lo ha incontrato e ha imparato ad amarlo.
Perciò dev'essere soprattutto un uomo di preghiera, un uomo veramente "religioso".
Senza una robusta base spirituale non può resistere a lungo nel suo ministero.
Da Cristo deve anche imparare che nella sua vita ciòche conta non è
l'autorealizzazione e non è il successo. Al contrario deve imparare che il suo
scopo non è quello di costruirsi un' esistenza interessante o una vita comoda,
né di crearsi una comunità di ammiratori o di sostenitori, ma che si tratta
propriamente di agire in favore dell'altro. Sulle prime ciò contrasta con il
naturale baricentro della nostra esistenza, ma col tempo diventa palese che
proprio questa perdita di rilevanza del proprio io è il fattore veramente
liberante. Chi opera per Cristo sa che è sempre uno a seminare e un altro a
raccogliere. Non ha bisogno di interrogarsi continuamente: affida al Signore
ogni risultato e fa serenamente il suo dovere, libero e lieto di sentirsi al
sicuro del tutto. Se oggi i sacerdoti tante volte si sentono ipertesi, stanchi e
frustrati, ciò è dovuto a una ricerca esasperata del rendimento. La fede
diviene un pesante fardello che si trascina a fatica, mentre dovrebbe
essere un'ala da cui farsi portare». (88)
Allora la preghiera diviene elaborazione spirituale
(non solamente psicologica) del lutto, dello scacco, della perdita. E diviene
ambito di possibile integrazione di esso, per fede, nel cammino di Cristo che è
anche il proprio personale cammino. Dare il nome di croce alla propria personale
sofferenza e al proprio fallimento, al proprio lutto, significa integrare evangelicamente questo elemento che, altrimenti, può scoraggiare il presbitero e
spingerlo all'abbandono. Inoltre, nella serenità e nella calma della preghiera
si può valutare alla luce dell'evangelo se ciò che il presbitero chiama
fallimento è tale anche secondo il vangelo, oppure se è tale solo in riferimento
alle attese che egli nutre su di sé.
Preghiera e interiorità
Il trascorrere del tempo e le varie fasi della vita in cui l'esistenza ci conduce hanno una valenza spirituale. Il passare del tempo esige una maturazione della preghiera, un suo divenire più adulta, un suo non restare infantile, regressiva. Va applicato anche alla preghiera ciò che Paolo esprime nella sua Prima lettera ai Corinzi 13, 11: «Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato». E soprattutto la preghiera va sempre più accordata con un'umanità intensa e un'interiorità viva. Il progredire nella preghiera trova nello sviluppo dell'interiorità il suo criterio cardine. Lo sforzo del presbitero deve essere quello di dare sempre maggiore spessore umano alla sua preghiera. Ovvero, di passare dalla preghiera appresa in seminario, dalle pratiche rassicuranti, a una preghiera più rispondente alla complessità
dell'esistenza e all'imprevedibile della vita. Il segreto è sviluppare l'umano, l'umanità che è in noi e che ci ospita, e giungere così a una preghiera che, proprio perché profondamente umana, sa essere relazione autentica con Dio.L'intercessione
Presidente dell' eucaristia della comunità, servo della
comunione nella comunità ecclesiale, il presbitero è pastore anche perché
intercessore.
Inter-cedere significa "fare un passo tra", "interporsi"
fra due parti, indicando così una compromissione attiva, un prender sul serio
tanto la relazione con Dio, tanto quella con i fratelli, gli uomini.
Nell'intercessione il presbitero esercita il suo ministero di pastore portando
davanti a Dio i cristiani della comunità di cui egli ha la responsabilità e
ricevendoli così nuovamente da Dio: nell'intercessione, il presbitero si dispone
ad un'assunzione di responsabilità radicale nei confronti dei membri della
comunità che gli è affidata.
Lì le relazioni vengono purificate perché si fa regnare
l'evangelo su tutte le situazioni di conflitto, di incomprensione, di tensione,
di antipatia o diffidenza o di ostilità. L'intercessione ci porta non tanto a
ricordare a Dio i bisogni degli uomini (egli, infatti, «sa ciò di cui abbiamo
Preghiera e immagine di Dio
Quanto appena detto ci consente un ultimo approfondimento. Nella preghiera noi ci rivolgiamo al Dio «che non si vede», (96) ma ci si rivolge a Lui nello Spirito santo e tramite il suo Figlio, che ce ne ha narrato il volere, l'agire, il sentire, insomma, ce ne ha mostrato il volto. Ma rivolgendoci al Dio che nessuno ha mai visto né può vedere, l'uomo si forgia delle immagini di Dio. Ma le immagini di Dio, anche le più sublimi, anche quelle a cui fa ricorso la Bibbia per "dire Dio", non esauriscono Dio: Dio è oltre tutte le immagini che ne possiamo forgiare, è al di là di tutte le definizioni che ne possiamo dare. Anzi, le immagini di Dio che l'uomo crea rischiano di essere una riduzione idolatrica di Dio, una sua
riduzione a immagine dell'uomo. Ora, l'evangelo ci mostra Gesù Cristo come la piena e perfetta «immagine del Dio invisibile», (97) e il luogo dell'abolizione delle immagini di Dio è proprio la croce: il silenzio e il buio che avvolgono la croce per tre ore (98) dicono simbolicamente che non c'è più immagine di Dio e parola su Dio. Lì, Dio non è più ridotto a una definizione o ad una immagine manufatta, dunque a idolo. Ma si tratta di riconoscere scandalosamente l'immagine di Dio nell'ignudo appeso alla croce! Il Cristo crocifisso annichilisce Dio come immagine dell 'uomo e presenta un uomo come immagine di Dio. È lo scandalo della croce che sta al cuore della fede cristiana. E la preghiera ha come fine di conformare il volto dell' orante a quello del Cristo, e questi crocifisso. L'esperienza di preghiera di Paolo narrata nella Seconda lettera ai Corinzi 12, 1-10 mostra che anche la preghiera non ascoltata e non esaudita (Paolo che prega invano che gli venga tolta la «spina nella carne») può divenire occasione di conoscere un esaudimento paradossale: «Ti basta la mia grazia. La mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». (99) L'esaudimento consiste nell'essere reso somigliante al Cristo, e questi crocifisso. Quando nella nostra vita possiamo dire di patire ingiustamente a motivo della fede, allora possiamo anche sapere di avere qualcosa a che fare realmente con il Cristo Signore.Conclusione
Pregare ringraziando quotidianamente per la vocazione ricevuta e per il ministero affidato dal Signore è essenziale alla preghiera del presbitero per mantenere la fedeltà al Signore e per vivere l'eucaristia. Tenere gli occhi fissi su Cristo, sul Crocifisso-Risorto, porta la preghiera del presbitero a essere un continuo movimento di apertura all'uniformazione al Cristo stesso e a leggere le situazioni di contraddizione e di fallimento sulla scia del cammino di Cristo, dunque come occasioni di sequela di Cristo. Avendo questo orizzonte inferiore, il presbitero potrà, con la sua semplice e quotidiana preghiera, crescere nella fede nelle diverse fasi della sua vita, rendendo grazie per il passato, accettando gioiosamente il presente e dicendo "sì" al futuro. Certo che l'essenziale della fede è che si compia in lui la volontà di Dio.
[69] Luciano Manicardi (1957), monaco, è entrato nella comunità
monastica di Base nel 1980, dove è il responsabile della formazione culturale
dei novizi. Il testo è tratto da: Luciano Manicardi, La preghiera del
presbitero, in La rivista del clero italiano, Vita e Pensiero, Milano,
n. 9/2003, pp. 564-584. Per gentile concessione dell'Editore.
[70] Franz Rosenzweig, La stella della redenzione,
edizione italiana a cura di Gianfranco Bonola, Marietti, Casale Monferrato (AL),
1985, p. 288.
[71] Jacques Bur, La spiritualitè des pretres, Cerf,
Paris, 1997, p. 136; che cita il rituale dell'ordinazione diaconale.
[72] Cfr. Jean-Claude Sagne, La preghiera come invocazione
alla presenza invisibile e silenziosa del Padre, in Concilium, n.
9/1972, pp. 27-39.
[73] Eberhard Jüngel, Che cosa significa dire: Dio è amore?,
in Protestantesimo n. 3/2001, p.168.
[74] Cfr. su questo tema Giovanni Moioli, L'annuncio,
momento formativo del predicatore stesso, o mestiere?, in Giovanni
Moioli, Scritti sul prete, Glossa, Milano, 1990, pp. 253301. Cfr. anche
Giannino Piana, Se prevale il ruolo, in Presbyteri n. 8/1997, pp.
581-590.
[75] Dietrich Bonhoeffer, Pregare i Salmi con Cristo,
Queriniana, Brescia, 1969, p. 63.
[76] Romano Guardini, Introduzione alla
preghiera, Morcelliana, Brescia, 19948, p. 10.
[77] Agatone 9, in Vita e detti dei Padri del deserto,
l, a cura di Luciana Mortari, Città Nuova, Roma, 1975, p. 117.
[78] Cfr. Association pour l'étude de la pensée de Simone Weil [ndr].
[79] Cfr. Enzo Bianchi, Le parole della spiritualità,
Rizzoli, Milano, 1999, pp. 71-73. 80 La mente si accordi alla voce [ndr].
[81] Cfr. bBerakhot 30b. Cfr. www.wikipedia.it. alla voce:
Talmud [ndr].
[82] Regola Benedettina VII, 67-69.
[83] Richard Church, The Voyage Home, citato in Elliott Jacques, Morte e crisi di mezz'età, in Elliot Jacques - Otto F.
Kernberg - Clara M. Thompson, L'età di mezzo, Bollati Boringhieri,
Torino, 1993, p. 20.
[84] Seconda lettera a Timoteo, 1, 12.
[85] Cfr. Vangelo secondo Luca, 22, 61-62.
[86] Primo libro dei Re, 19, 12.
[87] Vangelo secondo Marco, 10, 29-30.
[88] Joseph Ratzinger, La chiesa. Una comunità sempre in
cammino, Paoline, Cinisello Balsamo (MI), 1991, pp. 91-92.
[89] Cfr. Primo libro dei Re, 3, 9.
[90] Hans Georg Gadamer, La responsabilità del pensare.
Saggi di ermeneutica, Vita e Pensiero, Milano, 2002, p. 58.
[91] Paul Ricoeur, Ermeneutica filosofica ed ermeneutica
biblica, Paideia, Brescia, 1977, pp. 76-77.
[92] Vescovi francesi (Commissione permanente per l'informazione e
la comunicazione), Ritrovare il tempo di leggere, in Il Regno Documenti
n. 5/2002, pp. 187-188.
[93] Vangelo secondo Matteo, 6, 32.
[94] Cfr. Enzo Bianchi,
op. cit., p. 119.
[95] Vangelo secondo Marco, 15,34. Vangelo secondo
Matteo, 27, 46.
[96] Prima lettera di Giovanni, 4, 20.
[97] Lettera ai Colossesi, 1, 15.
[98] Cfr. Vangelo secondo Matteo, 27, 45.
[99] Seconda
lettera ai Corinzi, 12, 9.