La seconda chiamata
Il coraggio della Fragilità
Curatore: Sergio Stevan
|
Introduzione |
|
Renato Corti |
|
|
Carlo Maria Martini |
|
Luciano Manicardi |
|
Romano Martinelli |
|
Sergio Stevan |
|
Davide Caldirola |
|
|
Anna Deodato |
|
|
Conclusione |
BEATI QUELLI CHE SOFFRONO?
Romano Martinelli (100)Elogio della fragilità
Neppure per un attimo ardisco mettere in questione la verità
della beatitudine evangelica...
Tuttavia devo raccogliere l'interrogativo muto di non pochi
consacrati, che confidano la loro sofferenza per climi e condizioni così
sfavorevoli di vita da trasformare la comunicazione quotidiana in lamentosità e
riflessioni sofferte, rammaricate. Il succo del discorso è che la sofferenza è
solo perdita, e per la guida il rischio diventa quello di ascoltare
delusioni, risentimenti, accuse, parole amare, più che insieme cercare Dio
positivamente in tutte le cose. Una benedettina americana, che ha fondato e
dirige in Pennsylvania un centro di aiuto e di ricerca per la spiritualità
contemporanea, osserva: «Scoprirci costretti e ridimensionati, smascherati nella
nostra arroganza dal potere di qualcosa che è più grande di noi (un sistema, una
malattia, una situazione che non abbiamo contribuito a creare), è un'esperienza amarissima e disperante».
(101)
La vulnerabilità di Paolo
L'Apostolo è un maestro nell'affrontare le molteplici forme
della sua debolezza. Per coglierne la sapiente pedagogia,scegliamo
dall'epistolario solo qualche frammento significativo.
Prendiamo in considerazione tutta la Seconda lettera a
Timoteo, una sorta di testamento dell'apostolo. In essa Paolo (o chi per
esso) si rivolge al giovane annunciatore che tende a essere ansioso e si
scoraggia facilmente. Paolo lo richiama; non deve accadere questo! Confida al
discepolo lo stato di profonda debolezza che sta attraversando la sua esistenza;
nella sua comunicazione affettuosa, disarmata, al tramonto della sua vita,
raccomanda: «Sii mio compagno nella debolezza». 103 Egli constata che la morte è
sempre più vicina (2 Tm 4, 6-7): la sua corsa è al termine. La solitudine
diviene sempre più aspra (2 Tm 4, 10ss). Tutti, vergognandosi delle catene
dell'apostolo, lo hanno abbandonato. Si sente accusato, votato alla morte (2 Tm 1,
8.12.16) proprio da quanti si sono allontanati dal Vangelo (2 Tm 1, 15; 4, 10).
Nessuno lo assiste, è attorniato da apostasie, infedeltà, opposizioni. La stessa
predicazione appassionata non ha successi propriamente travolgenti.
È propria dell'apostolo, e di quanti esercitano il ministero,
l'amara esperienza della debolezza, dell'abbandono delle persone più fidate,
dell' estenuarsi fisico e psichico, delle catene stesse. N ella Seconda
lettera a Timoteo la sofferenza è presentata come la forma del servizio al
Vangelo (2 Tm 2,3), un vero martirio quotidiano (2 Tm 1, 8). La debolezza del
Vangelo diventa visibile e tangibile nella carne di chi lo annuncia. La
debolezza del Cristo, giudicato come un indegno, diviene la debolezza di Paolo
gettato in catene e, in futuro, dello stesso Timoteo, che dovrà mettere in conto
l'essere trattato come un malfattore. Niente tuttavia potrà incatenare la Parola
di Dio, che non si lascerà disattivare né imprigionare, perché anzi in questa
situazione sfavorevole scatenerà tutta la sua efficacia.
In Paolo, pertanto, il momento della debolezza non è mai il
momento della resa, ma dell'esperienza feconda, in cui egli è sommamente
attivo e chiede a Timoteo, con tre immagini, uno sforzo e un' abnegazione
concentrata: «Affronta il futuro con la laboriosità del contadino, il
coraggio
La debolezza di Dio
Il discepolo, scontrandosi con la propria e altrui fragilità,
vive diverse reazioni. Vi è costretto. Non può far finta di niente, ritenendolo
un fatto di poco conto. Reagisce in molti modi e le diverse reazioni tradiscono
il livello e la qualità della sua fede. Lo fa con tutte le sue risorse, perché
la fragilità, anche la meno sofferta, è un fenomeno con il quale non si può
semplicemente convivere. Per uscirne, talvolta si tenta l'estremo colpo di reni
del volontarismo. Altre volte ci si arrende mistificando il fenomeno. Si tenta
anche un'impossibile fuga, oppure ci si scatena in lamentosità aggressive, in
deplorazioni o accuse. Non mancano atteggiamenti di negazione del fenomeno o di
rassegnazione.
Tutte queste reazioni si condensano in linguaggi ed
espressioni rassicuranti o deresponsabilizzanti: «Tanto fan tutti così!... Non
c'è problema, tranquillo... Quando c'è la salute... lo non mi arrendo... La
colpa è di questa società...». Ma poi ci si accorge sempre più che la debolezza
non interpretata né accolta degenera in confusione e disperazione. Viene infatti
attaccata la speranza e quindi l'identità del discepolo. Occorre una parola che
- come in Paolo - non funzioni come uscita di sicurezza, ma trasformi la crisi e
gli ostacoli connessi in opportunità.
Più in profondità, a ben vedere, la debolezza, come ogni
forma di sofferenza, chiama in causa l'immagine di Dio o, più precisamente, il
modo in cui pensiamo e viviamo il rapporto con Dio. La sofferenza, cioè, mette
in questione l'immagine di un Dio ostile o disinteressato verso la nostra
profonda aspirazione alla felicità.
Allora, o lo si mette sotto accusa o lo si riscopre. Comunque si
è costretti a cercarlo ancora, affinché affiorino nuovi contorni del suo Volto e
una forma inedita di vicinanza.
Sovente la gente si rifugia negli stereotipi: «Dio per me non
c'è più... La volontà di Dio è questa...». La debolezza vissuta nella fede cela
nel suo grembo una rivelazione nuova e insieme una nuova tentazione: quale
salvezza? Il tempo che vivo è ora che salva oppure ora che fa morire?
L'icona dell'ora di Gesù nella passione, che non offre una
manifestazione di potenza, sembra ambigua, non ora favorevole, ma minacciosa.
Per questo è decisivo ritornare alla sorgente, ride finire
l'immagine di quel Dio che serviamo. Chi sia Dio, che cosa faccia Dio per
affrontare la congiura diabolica, come provi all'uomo il suo amore sino alla
fine: è questo l'interrogativo di fondo. Qual è la vera novità di Dio?
«Avete visto adesso cosa voglia dire essere Maestro e Si
Acuto, spada feroce
che percuote la carne,
il senso del peccato
abita in me.
Impietoso, cuore del Dio
fedele all'amore,
il dono non teme
questa umanità.
Attimo di profonda consapevolezza.
Spettacolo di miseria
sono la croce
dalla quale Cristo
grida la sua vittoria.
(don Sandro)
Le vie e i
frutti dello SpiritoLa trasfigurazione della debolezza in esperienza di novità e
annuncio della vittoria di Cristo nella propria carne accade per l'effusione
dello Spirito, che viene in aiuto alla nostra fragilità (cfr. Lettera ai
Romani, 8, 26). La sua azione potente trasforma la debolezza in chance,
in luogo di fruttuosità, ove il discepolo sperimenta in sé ciò che è
possibile solo a Dio. La Pasqua di Gesù crea nuove iniziative e possibilità,
grazie alla consolazione delle Scritture.
I frutti? Anzitutto, con lucidità, si conosce il proprio vero
volto. Si evita quel pericolosissimo trasferimento di aspetti negativi su altri,
si guarda la propria immagine reale, vincendo quei modi idealizzati di
vedersi, smascherando le fantasie su di sé... Ci si scopre bisognosi di tutto,
segnati dal limite. Con letizia si fa la scoperta in assoluto più difficile: una
visione positiva della creaturalità che accetta nella propria povertà
l'urgenza di ricevere.
[100] Romano Martinelli (1940), sacerdote dell'arcidiocesi di
Milano, è direttore spirituale del Quadriennio teologico del Seminario
arcivescovile di Milano a Venegono Inferiore.
[101] Joan Chittister, Segnati dalla lotta, trasformati
dalla speranza, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (M!), 2006, p. 165.
[102] Jean-Claude Larchet, Teologia della malattia,
Queriniana, Brescia, 1991. Xavier Thévenot, Avanza su acque profonde,
Qiqajon, Bose (BI), 2001. Alexandre Jollien, Elogio della debolezza,
Qiqajon, Bose (BI), 2001. Anselm Grun - Maria M. Robben, Come vincere nelle
sconfitte, Queriniana, Brescia, 1999. Anselm Grun, Non farti del male,
Queriniana, Brescia, 1999. Anselm Grun, Spiritualità dal basso,
Queriniana, Brescia, 2005. Bruno Chenu, Dio e l'uomo sofferente,
Qiqajon, Bose (BI), 2005. Luciano Manicardi, Il volto del sofferente,
Qiqajon, Bose (BI), 2004. Philippe Madre, Guarire la ferita della vita,
Gribaudi, Milano, 2005. In particolare segnalo di Carlo Maria Martini, La
forza della debolezza, Piemme, Milano, 2000, che è un corso di esercizi a
partire dalla Seconda lettera ai Corinzi. Gianfranco Ravasi, Qohelet
e le sette malattie dell'esistenza, Qiqajon, Bose (BI) 2005.
[103] Seconda lettera a Timoteo, 2,1-13. Per queste
riflessioni su Paolo mi sono servito del contributo suggestivo di Jerome Murphy
O'Connor, La Teologia della Seconda lettera ai Corinzi, Paideia, Fiero
(BS), 1993. Domenica Pezzini, La forza della fragilità, Paoline
Editoriale Libri, Milano, 2004.
[104] Seconda lettera a Timoteo, 2, 1-7.
[105] Lettera ai Filippesi, 1, 18.
[106] A questo punto vanno presi in considerazione anche i
capitoli 11 e 12 della Seconda lettera ai Corinzi.
[107] Cfr. anche Seconda lettera ai Corinzi, 4, 10-12; 8,9;
13,4.
[108] Seconda
lettera ai Corinzi, 12, 10.
[109] Vangelo secondo Giovanni, 13, 13.
[110] François Varillon, L'umiltà di Dio, Qiqajon, Bose
(BI), 1999, p. 61.
[111] Suggestivi sviluppi del tema in Dietrich Bonhoeffer,
Resistenza e resa, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1989,
pp. 440-441.
[112] Per questa riflessione mi sono avvalso del contributo di
Carmine Di Sante, La conversione: verso una personalità rinnovata,
Paoline Editoriale Libri, Milano, 1985, in particolare il primo capitolo.
[113] Euangelii Nuntiandi, n. 41.
[114] Joan Chittister, op. cit., pp. 178-179.