La seconda chiamata
Il coraggio della Fragilità
Curatore: Sergio Stevan
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Introduzione |
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Renato Corti |
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Carlo Maria Martini |
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Luciano Manicardi |
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Romano Martinelli |
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Sergio Stevan |
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Davide Caldirola
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Anna Deodato |
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Conclusione |
LA PROFEZIA DI UN PRETE DI CITTÀ
Davide Caldirola (158)
La parrocchia dove abito è in mezzo alla città. A girarla
tutta a piedi ci metto venti minuti, mezz'ora, non di più. Otto mila abitanti in
un chilometro quadro. Due vialoni pieni di traffico ne disegnano il perimetro, e
all'interno si incrociano strade strette a senso unico, costantemente ingombrate
da macchine in sosta selvaggia, per nulla intimidite da divieti e passi carrai.
Le case di ringhiera sorvegliano attente il viavai delle persone e le insegne
dei negozi. Il quartiere sta cambiando: è una piccola babele di macellerie islamiche, pizzerie egiziane, negozi di telefonia con
sconti speciali per l'Ecuador o le Filippine, rosticcerie cinesi e turche,
mercatini coreani, vendite al dettaglio di specialità gastronomiche del Perù.
Gli stranieri sono il venti per cento degli abitanti.
(159) Poi ci sono i vecchi, quelli che cinquant'anni fa arrivarono dal Veneto o dalla Puglia, e adesso hanno visto i
loro figli scappare da Milano per cercare una casa a minor prezzo e con un po'
di verde attorno. Tanti studenti che affittano per qualche anno; molti uomini e
donne che vivono da soli. Le famiglie sono poche: affitti, mutui, e dimensioni
ridotte degli appartamenti sono elementi tutt'altro che incoraggianti. Un
bambino cresce meglio altrove, in posti con meno spese e più spazi.
La nostra chiesa è incastrata in mezzo alle case, senza
campanile e senza piazzale. L'ha disegnata un architetto famoso e forse per
questo qualcuno la scambia per un cinema o una piscina, passandoci davanti di
corsa o guardandola di sbieco al di là delle bancarelle del mercato del venerdì
mattina.
L'oratorio è un cortile ricavato tra i palazzi: ha avuto
bisogno di qualche riparazione, e ora chiede di tornare a essere abitato.
L'inerzia aggregativa tipica delle parrocchie ambrosiane è un ricordo lontano:
se ci sono cinque ragazzi è perché te li sei conquistati a uno a uno, con le
unghie e coi denti.
Raccontata così, la situazione sembra un monumento alla
depressione. In realtà non è affatto vero. lo sono convinto del contrario, e mi
ritengo un prete fortunato e contento: fare il parroco a San Gabriele è una
grazia grande e immeritata, un segno dell'esagerata misericordia di Dio nei
miei confronti. A un primo sguardo verrebbe da dire: in una parrocchia così c'è
poco, c'è troppo poco! Ma quel poco che c'è, è ciò che va tenuto, è quello che
basta e che diventa il centro dell'azione pastorale. Non proviamo ad aggiungere
altro, ma partiamo dalle cose che non sono venute a mancare, e che rappresentano
il cuore della nostra fede: l'Eucarestia domenicale e quotidiana, i gesti
semplici di carità, il dono della Parola che non passa.
Sono convinto che se il Signore mi dà la povertà, vuoI dire che
è ciò di cui ho bisogno.
In questo modo si buttano via tante cose inutili, si impara a fare a meno di qualche compensazione, si cerca di non
confondere l'essenziale con l'accessorio; insomma si fa un po' di pulizia, e si
riparte senza aver nulla da perdere, senza l'ingombro di dovere a tutti i costi
dimostrare qualcosa. Si impara a fidarsi più del Signore che dei mezzi a
disposizione, palesemente insufficienti, o delle proprie capacità,
sproporzionate e ampiamente inadeguate rispetto all'opera da compiere; e dopo
aver gettato lontano tante cose che non servono, mi viene da dire semplicemente
così: mi sento chiamato a vivere il Vangelo nell'esistenza quotidiana e a
trasmetterlo alle generazioni future.
Vivere il Vangelo: c'è una vita quotidiana che ha bisogno
della buona notizia, e quindi di qualcuno che se ne faccia carico. Se non portano il Vangelo, la parrocchia e il
prete non portano nulla; devono trasmettere il Vangelo che è una parola per
l'uomo d'oggi, ma anche per quello di domani; non è una notizia "a tempo", che
ha una "scadenza": è sempre tempo di Vangelo.
Le scelte
Nei pochi anni in cui ho modo di vivere a San Gabriele, ho provato a chiedermi quali sono le scelte principali da fare: le elenco e le descrivo di corsa, così come mi riesce. Ci tengo però a dire subito che non ho mai deciso nulla da solo; ciò non significa che non voglia prendermi responsabilità, ma che tutto quanto è stato fatto, è stato fatto insieme: anzitutto col sacerdote che condivide con me il ministero in parrocchia, ma anche con l'intera comunità. Se fin qui ho usato la prima persona singolare, è solo per mantenere un tono più confidenziale, ma sento che il linguaggio che più mi si addice è quello plurale, ed è quello che userò da ora in poi. Non è una sfumatura priva di importanza. Ma torniamo alle scelte.
La cura della casa e della soglia
Prendersi cura della "casa", anche nel senso dei mattoni, dei riscaldamenti, delle scale, dei locali, più che una
scelta è stata un' emergenza, una provvidenziale necessità. Degrado a parte, è
un'esigenza fondamentale, soprattutto là dove, come da noi, non c'è fisicamente
un piazzale o uno spazio di ingresso: si passa dalla strada alla chiesa senza
quasi accorgersi, si può transitare davanti alla chiesa senza neppure vederla.
La cura della casa diventa importante, soprattutto in un
quartiere dove le condizioni abitative sono molto precarie. Lo sforzo, non
indifferente anche dal punto di vista economico, che è stato affrontato per
risistemare la struttura parrocchiale va in questa direzione: offrire una casa
minimamente ospitale. Ma questo è solo il segno di ciò che più radicalmente
vorremmo che accadesse. Curare la casa e la soglia, significa invitare a entrare,
riscoprire l'accoglienza, far trovare aperte le porte. In un quartiere
dove la gente non si conosce per niente o addirittura si teme, vorremmo offrire
uno spazio in cui ciascuno si senta a casa. In questa direzione vanno
anche i segni semplici che sono stati introdotti nella nostra vita parrocchiale
quotidiana: il saluto prima e dopo la celebrazione eucaristica, la ripresa delle
benedizioni natalizie, l'attenzione ai momenti particolari della vita (battesimi,
funerali, matrimoni). Ci pare importante favorire il passaggio verso la
parrocchia "senza far pagare biglietti di ingresso o di uscita". Ci sembra
prioritario l'invito alla gioia. Anche per Maria l'annuncio di gioia ha
preceduto il suo compito e la sua missione.
La fraternità
Ci siamo resi conto che non è importante solo quello che
si dice ma anche lo stile con cui lo si propone. Ci sembra
che affermare questo non coincida tanto con la ricerca di nuove strategie
pastorali o di nuovi mezzi di comunicazione, quanto con l'esprimere un sincero stile di fraternità.
In una parrocchia la vita fraterna non è "mezzo" ma "fine".
Cosa vuol dire ciò, in concreto per la parrocchia di San
Gabriele? Prima di tutto significa che i due preti presenti fanno
vita comune, (160) non solo nel senso
della condivisione dell'appartamento e dei pasti, ma più radicalmente nel
senso della gestione collegiale della parrocchia, rifuggendo dalle logiche
dell'appalto dei lavori, come se ciascuno dei due avesse un orto privato da
coltivare. Ci siamo dati un motto molto semplice: "meno cose, fatte bene, fatte
insieme". A sostenere questa scelta c'è l'attenzione agli spazi comuni di
preghiera, di ascolto della Parola, di condivisione con altri preti, di "apertura"
della casa parrocchiale attraverso frequenti inviti. Ancora: il consiglio
pastorale parrocchiale è pensato come luogo di esperienza di fede prima ancora
che di condivisione del lavoro pastorale. Spesso le riunioni parrocchiali
rischiano di lasciare fuori dalla porta la vita reale delle persone, le fatiche
e i pesi che sopportano, le gioie che vorrebbero condividere, ma non va bene che
sia così. Non è possibile operare scelte pastorali come se fossero acquisti di
titoli in borsa, o prodotti da lanciare sul mercato. Se dietro a ogni scelta non
c'è un minimo di storia, di racconto della vita e degli affetti, anche di
scontro schietto e benevolo, si rischia di non comunicare nulla, di moltiplicare
le riunioni senza che diventino mai "incontri" nel senso più vero del termine. E
la parrocchia su un sentiero così non può camminare a lungo.
Il tessuto delle relazioni e il clima
La gente ci sente dire spesso che il clima è già un contenuto delle cose che si fanno, e si fida di questo: anche
senza fare cose eccezionali o sforzi sovrumani, cresce e cammina nell' affetto e
nella stima reciproca. La parrocchia diventa un' oasi di buone relazioni, nel
deserto dell'indifferenza metropolitana. Anche nei gruppi familiari e giovanili
rimane fondamentale la condivisione del vissuto alla luce della Parola.
L'offerta della parrocchia è quella di uno spazio di incontro e di buoni legami,
in nome del legame buono con il Vangelo.
La catechesi per gli adulti è strutturata in tre grandi
momenti di ascolto della Parola (inizio, avvento, quaresima) in un contesto
celebrativo: è il tentativo di "preparare il terreno" e di far crescere un "sentire
comune", scommettendo su tempi sicuramente lunghi, ma fidandosi e affidandosi
alla "cura della Parola". Sappiamo infatti che la missione non nasce se non dall'
ascolto: il primo gesto del missionario non è parlare ma
ascoltare.
Crediamo che il "non detto" è ciò che la gente semplice
coglie di più; la nostra desidera essere un' evangelizzazione per "irradiazione
e contagio".
La pazienza di attendere e di non forzare nulla
La preoccupazione, quando qualcuno si affaccia alle soglie della parrocchia, o quando veniamo a contatto con nuovi
arrivati o con "vecchi" che si erano allontanati, è quella di lasciare che
l'erba cresca, che il grano possa fiorire. Spesso la tentazione è quella di
guardare negli occhi una persona e di pensare subito: «Cosa potrebbe fare? Come
potrei inserirlo? Che compito potrei dargli?..», anziché lasciare che "trovi
casa", che scopra un suo posto, che si senta accolto. Chi arriva in parrocchia
non è una risorsa da spendere: è una persona da accogliere. Solo quando avrà
trovato il suo spazio vuoto dove prendere posto, potrà forse diventare anche
apostolo in prima persona. Allora ci pare più importante chiederei: «Di che cosa
ha bisogno?», piuttosto che: «A che cosa può venirmi utile?».
Tutto ciò richiede l'umiltà di ammettere che tante cose non
le sappiamo fare, o non le possiamo fare, che tante commissioni parrocchiali non
le abbiamo, che tante esigenze restano scoperte, tante caselle rimangono vuote.
A volte può dare anche l'impressione dell'inerzia, ma sappiamo che la stagione
del miracolo non è né quella della semina né quella della mietitura; è quella
dell'attesa.
Contro un certo "nervosismo dell'evangelizzazione", è forse
più utile riscoprire la nostra vocazione a "essere legame".
Rimanere nell'emergenza
Una parrocchia come la nostra, vive in continua emergenza, tanto economica quanto di risorse umane. In questo ha
la possibilità di respirare la stessa aria degli ultimi e dei poveri e di
condividerne qualche affanno; e non è cosa da poco! Nello stesso tempo è
chiamata ad affrontare le emergenze della gente, spesso senza saper dare
risposte all'altezza dei bisogni.
Ci pare che questa stagione di emergenza debba durare a lungo:
ogni anno sembra sempre peggio. E in questo sappiamo di non dover pretendere di
uscirne a tutti i costi, ma di rimanerci con dignità, e di provare a far fronte
ogni giorno, in un clima e un'attenzione molto "feriale" (e quindi molto
disponibile agli imprevisti), a ciò che la giornata consegna.
Questo non significa vivere alla giornata; piuttosto rimanda
all'attitudine di lasciarsi scomodare e alla saggezza di non pretendere il
controllo totale della situazione.
Le questioni sospese
È più saggio parlare di questioni sospese, piuttosto che di problemi. I problemi sono sempre risorse, e come tali bisognerebbe affrontarli. Una parrocchia come la nostra ha parecchie questioni irrisolte (o problemi aperti). Valla pena accennarne qualcuna.
Luogo di passaggio e di fuga
Anche l'ultima benedizione delle famiglie lo ha evidenziato. Il nostro è un quartiere di passaggio: molta gente non
ci rimane a lungo. La via principale della nostra parrocchia si chiama
significativamente Via dei Transiti!
Per qualcuno l'appartamento in cui vive è il luogo di una
sistemazione temporanea, per altri un semplice appoggio logistico, per altri
ancora il primo appartamento in attesa che la famiglia cresca, oppure un
appoggio del tutto provvisorio con la caratteristica di un accampamento, più che di
una casa.
Oltre a questa caratteristica di luogo di passaggio, in
questi ultimi anni sta sempre più prendendo piede quella del luogo di fuga: la
gente non vuol più abitare qui, soprattutto se si trova in palazzi ormai
diventati "a maggioranza straniera".
La domanda allora è: come entrare in case così, dove la gente
"sta" senza abitarci davvero, dove la gente "sta" perché non ha altri posti dove
andare, dove "sta" con rapporti ormai divenuti impossibili, dove "sta" col cuore
altrove? Noi preti e cristiani siamo "mandati" a gente che vive così, e spesso
non sappiamo bene cosa dire e cosa fare. Spesso nelle loro case (e non soltanto
in senso fisico) non ci lasciano entrare. È terra di missione, ma da dove
cominciamo?
Il problema del linguaggio
Non parliamo la stessa lingua dei molti stranieri presenti. Ma anche tra di loro non parlano la stessa lingua
perché arrivano da tutte le parti del mondo. C'è poi il fatto che il nostro
linguaggio è spesso un gergo per addetti ai lavori. Più che Ninive, San Gabriele
sembra Babele!
Il problema non è solo quello della mediazione culturale o
linguistica, per altro insuperabile in tempi brevi. Di per sé il linguaggio del
Vangelo è perfettamente intelligibile, perché è fatto di segni di liberazione
dal male che tutti possono capire. Il problema del linguaggio, alla fine,
diventa quello della qualità evangelica delle nostre proposte, della nostra disponibilità a non voler spiegare e dire tutto, cioè
a capire più che a farci capire. Nel frattempo però, ci sentiamo continuamente
sollecitati, e a volte triturati, dalle urgenze e dalle emergenze, create
dall'incomunicabilità.
La difficile integrazione
Si ha spesso la sensazione di assistere a una tristissima guerra tra poveri, soprattutto quando entrano a contatto tra loro stranieri disperati e anziani soli. Come portare la parola del Vangelo in un clima di tensione continua, di fatica, di sopravvivenza? Come dire parole di consolazione a chi è inesorabilmente solo, con pochi margini di speranza? È sufficiente il nostro "rimanere con", il nostro "restare con" chi è solo?
La povertà dell'interlocutore
La sensazione diffusa è quella di una povertà crescente.
Non solo in termini economici, di carenza di denaro, casa,
lavoro, ma soprattutto in termini umani. Molte volte sembra di avere a che fare
con persone senza risorse, con le quali è difficile aprire un dialogo, dalle
quali ricevi l'impressione di un colloquio chiuso ancora prima che si possa
aprire, per assoluta carenza di argomenti.
Non si tratta di un giudizio frettoloso, o malevolo. Si
tratta di riaffermare piuttosto, un principio "economico" dell' evangelizzazione,
legato cioè a un certo equilibrio tra la domanda e l'offerta: la seconda sembra
di gran lunga superiore alla prima, e non si ha l'impressione che questa
profusione di zelo arrivi a qualcosa.
Resta, piuttosto, la domanda di come porsi di fronte a
un'umanità che offre pochi appigli, che sembra spenta, che ti fa morire la
parola in bocca. L'aumento delle proposte e delle spiegazioni inutili ha come
alternativa soltanto quella di un silenzio rassegnato?
La carenza delle risorse
La povertà delle nostre risorse rimane un altro degli aspetti
problematici. Non è soltanto una questione di competenze o di tempo, di scarsità
di operatori e di volontari.
Ci si trova di fronte a condizioni lavorative sempre più
precarie e insostenibili (anche dal punto di vista di una buona tenuta
psicologica e di una certa stabilità abitativa), a un quadro di relazioni
fragili che sempre meno incoraggiano e sostengono scelte forti, a uno
scoraggiamento diffuso che impedisce di vedere la grandezza e la bellezza anche
di segni apparentemente molto piccoli.
In
queste situazioni non è semplice rilanciare e ridare
qualche barlume di speranza.
La parrocchia missionaria
Spesso non sappiamo da che parte cominciare. Ci sembra importante partire dai bisogni, lavorare umilmente sulle
richieste. Da quelle più semplici, fatte soprattutto dai più poveri, a quelle
rispetto alle quali possiamo fare ben poco, a quelle più legate ai sacramenti e
ai sacramentali.
Spesso il punto di contatto con la nostra gente è proprio lì:
ci viene dato senza doverlo cercare. Ancora una volta la povertà diviene risorsa;
la mancanza (o il desiderio) di qualcosa il punto possibile di incontro. Cosa offriamo a partire
da quanto ci viene chiesto? Crediamo che non si possa non dare nulla, ma che sia
opportuno, nello stesso tempo, non aver la pretesa di dare tutto. Anche in
questo caso va sostenuto uno scarto, va affermato che qualunque sia la richiesta
che ci è pervenuta non possiamo pretendere di colmarla.
In
concreto: vivere in parrocchia significa scommettere
sulla comunione e attendere pazientemente i tempi dello Spirito. La risorsa vera
che abbiamo da offrire è quella di favorire la comunione, a tutti i livelli.
L'emergenza dei bisogni può favorire la comunione tra coloro
che se ne prendono cura. Se non si fa comunione è un'occasione di annuncio
sprecata. L'emergenza, la missionarietà, possono stimolare a una conoscenza
maggiore delle situazioni, a non limitarsi a una generosa assistenza. Possono
aiutare a entrare gradatamente in mondi, culture, modalità di vivere la fede che
hanno molto da dire anche alle nostre tradizioni e alle nostre abitudini.
La risorsa vera che emerge a partire dalle richieste è quella
di un legame di fraternità che ha bisogno di tempo e pazienza per estendersi e
crescere.
La profezia di un prete di città
Forse fino adesso (e riprendo nel racconto la prima persona
singolare) ho parlato molto della parrocchia e poco del prete. È giusto che sia
così: cosa ci sta a fare un parroco senza parrocchiani, un pastore senza gregge?
Credo però che sia bello anche dire qualcosa di più personale,
di più intimo se vogliamo. Cosa significa per un prete, in una situazione come
questa, tenere viva la profezia della Parola e della preghiera? Come risponde un
uomo di Dio a bisogni sempre più pressanti e sempre meno facili da esaudire
efficacemente?
Anche qui provo a dire qualcosa, lontano da qualsiasi pretesa
di genialità o di completezza.
L'ascolto condiviso
Capita spesso che la mia giornata sia segnata dall'ascolto delle storie. Sono tante le persone che vengono a
raccontarti qualcosa: spesso sono storie complicate, trame e percorsi che si
aggrovigliano senza trovare uno sbocco. Qualcuno vorrebbe dirti molto, ma fa
fatica; qualcun altro si inceppa nel racconto, ed è costretto a tornare da capo.
A volte sono le lacrime a bloccare la parola; altre volte la timidezza o
l'incapacità, la povertà del lessico e del cuore. Sono storie di divisioni, di
incomprensioni e di ruggini, di dolore e di morte. Ma anche di consolazione e
conforto, di attese e speranze. Capita che qualcuna di queste parole si sciolga,
e diventi preghiera.
Rileggo il senso del mio ministero attraverso le storie che
ricevo e condivido. Mi pare che aiutare la gente a raccontare, e la mia comunità
a non perdere il senso del racconto e della strada, sia un bel modo per vivere
da prete. Provo a donare relazioni fatte di ascolto e di pazienza: la gente non
ne trova molta in giro, nemmeno nei supermercati dove compri tutto a buon prezzo.
Sarebbe troppo poco tutto questo, se non provassi a mia volta
a raccontare una storia. Non è quella della mia vita, ma è quella del Vangelo, è
il racconto della Pasqua. Il libro della Bibbia e quello della Vita si
rincorrono a vicenda. Ritrovare e riproporre la lingua madre della Scrittura è
la fortuna e il compito che ogni giorno mi viene affidato: non ho bisogno di
parole nuove, ma di parole vere. E ho bisogno di poterle condividere. Ogni
settimana mi trovo con qualche amico a pregare sui testi della liturgia della
domenica e a dire che cos'hanno generato nella mia vita, quali strade hanno
aperto, quali ferite hanno scoperto, quali consolazioni hanno regalato.
L'ascolto condiviso getta luce anche sulle giornate più buie, e le storie della
gente finiscono col diventare pezzi di Vangelo, pagine nuove da ricevere come
dono e da comporre nell'unica storia della Salvezza. La preghiera si popola di
volti e di voci, riscopre la forza dell'intercessione e il grido dell'angoscia,
la pienezza del ringraziamento e della lode, insieme alla supplica fiduciosa o
all'inquietudine del lamento.
Il ministero della consolazione
Faccio fatica a leggere senza commozione l'inizio del capitolo 40 del libro di Isaia, col suo duplice invito
alla consolazione rivolto a un popolo ferito e umiliato, lontano da casa, che ha
perduto la speranza e la fede:
«"Consolate, consolate il mio popolo,
dice il vostro Dio.
Parlate al cuore di Gerusalemme
e gridatele
che è finita la sua schiavitù,
è stata scontata la sua iniquità,
perché ha ricevuto dalla mano del Signore
doppio castigo per
tutti i suoi peccati" .
Una voce grida:
"Nel deserto preparate
la via al Signore,
appianate nella steppa
la strada per il nostro Dio.
Ogni valle sia colmata,
ogni monte e colle siano abbassati;
il terreno accidentato si trasformi in piano
e quello scosceso
in pianura.
Allora si rivelerà la gloria del Signore
e ogni uomo la vedrà,
poiché la bocca del Signore ha parlato"».
(161)
Di fronte alle domande della vita quotidiana spesso non trovo
risposte. Passo giorni in cui attendo solo questo: che qualcuno mi dia
consolazione, mi regali una parola che guarisca e un gesto che rassereni. E mi
accorgo, nel tempo che scorre veloce, di perdere continuamente qualcosa, di
smarrirmi nei progetti e nei sogni, di fare i conti con fallimenti e macerie; ma
di conservare intatta la possibilità di consolare qualcuno, di stare con chi è
solo, di volere un po' di bene a chi divide con me la fatica del pellegrinare,
l'incerta condizione di viandante. Qualche volta mi dico che posso far poco, ma che mi è regalato ogni giorno il miracolo
di accompagnare le persone per un pezzo di strada, di vivere con loro e con loro
imparare a morire.
Ero parroco da pochi mesi quando il mio predecessore morì.
Avergli tenuta stretta la mano, aver vegliato sulla sua agonia, mi ha insegnato
più di molti libri di scuola. L'ho accompagnato nel viaggio, gli sono stato
vicino, forse l'ho aiutato a morire. A volte non si riesce a fare molto di più.
O meglio: bisognerebbe fare tutto questo senza mai perdere la speranza, senza
regalare una consolazione di basso profilo, senza far finta di credere o far
credere che tutto va sempre bene. Ci vuole il senso della compassione,
l'appassionarsi e il patire. Non riesco a concepire un ministero freddo,
distaccato, lontano dalle sofferenze e dalle gioie che danno le relazioni vere,
per le quali si è anche disposti a perdere tempo, a prendersi dei rischi, a
pagare di persona. Non riesco a non sentirmi io stesso oggetto di profonda
compassione quando confesso e mi confesso, quando perdono i peccati e chiedo che
mi siano perdonati, quando la consolazione di Dio prende l'umile forma del pane,
e si fa corpo spezzato, anche se celebro a volte con fatica, perduto in mille
distrazioni e affanni.
Il senso della gratitudine
Un antico racconto chassidico dice così: «Un giorno di Sabato Grande il Rabbi di Ropschitz tornò a casa dalla sinagoga
con passo stanco. "Che cosa ti ha così spossato?" gli chiese sua moglie. "La
predica - disse lui - mi ha fatto tanto faticare. Dovevo parlare dei poveri e
dei loro molteplici bisogni per la prossima Pasqua, perché mazzot (162) e vino e tutto il resto sono
carissimi quest'anno". "E che hai raggiunto con la tua predica?" chiese ancora
la moglie. "La metà del necessario è assicurata - rispose lui - i poveri, cioè,
sono pronti a ricevere. Come stiano le cose per l'altra metà, se cioè i ricchi
sono pronti a dare, questo non lo so ancora"».
(163)
Più rimango con la mia gente e più le parti si invertono. Mi
è venuta qualche volta la tentazione di pensare di essere dalla parte dei ricchi,
di quelli che devono ancora imparare a donare. In realtà mi sto rendendo conto
che la mia conversione è quella del povero che si prepara a ricevere. Imparo a
essere riconoscente per quanto mi viene dato.
Qualcuno ha detto che riconoscere è conoscere due volte, è
conoscere più a fondo. Penso che sia vero. E penso che un po' di Vangelo passi
anche da qui. Quando il Signore ha cominciato a mandare i suoi, ha detto loro di
non portare nulla per il viaggio, né pane, né bisaccia, né denaro. E chi
accoglieva uno dei discepoli viveva il Vangelo prima ancora di averlo sentito
annunciare.
Sono riconoscente, e come povero divento capace di chiedere
ogni giorno, cercando di non preoccuparmi troppo di quello che riesco a dare.
Sono riconoscente perché vedo il Vangelo che si fa strada senza tanto chiasso,
perché la profezia del prete sta anche nell'imparare a stendere le mani e dire
grazie per quanto si riceve.
Crescere nella sproporzione
È vero: faccio troppo poco. E soprattutto mi rendo
conto di non essere all'altezza. Misuro la distanza tra me e
il dono del ministero, e la scopro incolmabile, infinita. E cresco nella
sproporzione. Che vuoI dire che ogni giorno questa distanza sembra aumentare, ma
anche che proprio grazie ad essa imparo a diventare grande. Forse ho proprio
bisogno del dispiacere che mi viene dal non saper dare a tutto una risposta, una
soluzione: mi rende più solidale con la mia gente, mi rende più attento ai pesi
che porta.
Come me, anche le donne e gli uomini che incrocio per strada
spesso rimangono senza parole, incapaci di risolvere i problemi della vita.
Quando mi incontrano, non devono coltivare l'illusione di avere trovato la
soluzione. Non sono io la risposta che attendono. Piuttosto, con loro, la sto
cercando. Ho da regalare una Parola alla loro vita, ma è una Parola di cui non
sono padrone, ed è Parola che salva "nelle" e non "dalle" tempeste della vita.
Ho da indicare una persona, Gesù, perché alla fine è questo la vita del prete:
portare a Gesù.
Il giorno dell'ordinazione sacerdotale, il vescovo domanda a
colui che presenta i candidati: «Sei certo che ne siano degni?». Sarebbe più
giusto - forse - rispondere di no, che non lo sono, ma che non è su questo che
saranno misurati. Proveranno a non essere di inciampo con le loro mancanze e le
loro paure, ma avranno bisogno di crescere nella sproporzione, di sperimentare
tutta l'amarezza della distanza per poter lanciare segnali di bene, di percepire
la profondità dell'abisso del male per indicare quello ancora
più insondabile della misericordia di Dio.
Rabbi Mendel di Kozk diceva ai suoi scolari: «Le anime sono
discese dal mondo celeste sulla terra con una scala, che poi è stata ritirata.
Ora di lassù si richiamano in patria le anime. Le une non si muovono dal posto:
come si può andare in cielo senza scala? Le altre fanno un salto, ricadono;
fanno un altro salto, ricadono di nuovo; poi si danno per vinte. Ce ne sono però
alcune che sanno bene di non poter riuscire, ma provano e riprovano ugualmente fino a che Dio le acchiappa al volo e le tira su!».
(164)
[158] Davide Caldirola (1963), sacerdote dell'arcidiocesi di
Milano, è parroco nella metropoli lombarda. Questo contributo, pensato in
occasione del Convegno Missionario Diocesano del 2003, è apparso dapprima sulla
rivista L'albero di Zaccheo e in seguito su Mondo e Missione. Il
contesto di quartiere cittadino che viene descritto - segnala l'autore - non è
mutato di moltissimo nel frattempo, né sono mutati gli atteggiamenti e le scelte
pastorali di fondo. I cambiamenti riguardano piuttosto l'assetto parrocchiale.
Una delle "profezie" delle parrocchie odierne è quella di aprirsi a forme di
collaborazione più ampie. È quanto sta capitando alla parrocchia di San Gabriele,
che ha da poco iniziato il cammino verso una Comunità Pastorale insieme alla
vicina parrocchia di Santa Maria Beltrade.
[159] Nel 2007 la presenza degli stranieri si è assestata
attorno al 30-35%; gli iscritti al primo anno del catechismo dell'iniziazione
sono per due terzi provenienti da famiglie straniere.
[160] Dal 2005 i preti presenti in parrocchia sono tre.
[161] Isaia, 40, 1-5.
[162] Pane azzimo, privo di lievito [ndr].
[163] Cfr. Martin Buber, I racconti dei chassidim, Guanda,
Parma, 1992.
[164] Cfr. Martin Buber, op. cit.