La seconda chiamata
Il coraggio della Fragilità
Curatore: Sergio Stevan
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Introduzione |
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Renato Corti |
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Carlo Maria Martini |
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Luciano Manicardi |
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Romano Martinelli |
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Sergio Stevan |
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Davide Caldirola |
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Anna Deodato |
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Conclusione |
SI TRATTA DELLA NOSTRA FEDELTÀ AL SIGNORE E ALLA SUA CHIAMATA
Anna Deodato (165)
«Stavano, ora, presso la croce di Gesù la madre di lui (. . .) Gesù, allora, avendo visto la madre e il discepolo che lui amava, disse alla madre: Donna, ecco il tuo figlio! Poi disse al discepolo: ecco tua madre! E da quell'ora il discepolo la prese in casa sua». (166)
«Vi ho parlato della seconda chiamata di Gesù, quella chiamata che ci fa ripartire verso di Lui nella piena maturità della nostra vita umana e spirituale. È solo a partire da questo momento che apparteniamo realmente e totalmente a Dio. Gesù attende da noi una messa in atto delle condizioni per una nuova partenza, dovremo smettere di guardarci e sapere riscoprire che Gesù non ha mai cessato di essere presente, e che la sua presenza è ora molto diversa da quella di prima. Per rendere possibile questa tappa ciò che resta da scoprire e da vivere è il credere che Gesù ha detto la verità quando ha affermato che "questo è possibile a Dio». (167)
La seconda chiamata di Maria, la madre di Gesù
Mi è capitato, in questi ultimi anni, di soffermarmi spesso su queste parole di René Voillaume con sentimenti e atteggiamenti molto diversi, come se avvertissi di trovarmi dinanzi a parole molto vere che intercettavano parti profonde di me stessa in "movimento", ma anche fonte di un certo disturbo interiore: qualcosa di vero, ma contemporaneamente anche temuto.
Ho atteso, cercando di non fuggire a un ascolto attento di
ciò che avveniva dentro e attorno a me, e a un certo momento, l'immagine di
Maria, sotto la croce di Gesù, così come ce la presenta Giovanni nel suo Vangelo,
ha attratto la mia attenzione, come se la contemplassi per la prima volta:
Maria, in quel tempo della sua vita, aveva all'incirca quarantacinque anni. Non
era più la giovanissima donna che, in obbedienza, aveva accolto l'appello a divenire Madre
di Gesù e si era affidata alle parole dell'angelo che la rassicuravano: «Nulla è
impossibile a Dio». (168)
Era una donna nella pienezza dell' età e della maturità umana,
chiamata ad affrontare ciò che di più inammissibile può essere domandato a una
madre: la morte del Figlio! Ma proprio dentro a quel distacco tremendo, le era
chiesto di aprirsi a una nuova maternità:
una seconda chiamata
per Maria!
Nel lutto, una rinascita, una ripartenza per una
nuova storia: Giovanni "la prese fra le proprie cose".
Dunque nella vita di Maria potevo forse scoprire il significato di questo transito interiore nel quale mi trovavo.
Così mi sono "messa in cammino" nel desiderio di poter
raccogliere e comprendere ciò che vivevo guardando a Maria e, attraverso di lei,
poter dare voce a ciò che si stava muovendo dentro di me.
La vocazione si distende nel tempo e si radica nel cuore
La donna consacrata è una donna che appartiene al Signore Gesù perché Lui l'ha scelta.
Questo mistero di relazione preferenziale si distende nel tempo
e si radica nel cuore: mentre vivo la mia vocazione, scopro che essa "mi
appartiene" sempre di più e che il mio cuore
è impegnato a "prendere la forma"
di quell'amore che la verginità mi chiede e mi dona.
Al tempo stesso ricerco modalità e vie sempre nuove
attraverso le quali dare testimonianza di ciò che vivo nel profondo di me stessa.
Col passare degli anni mi sono accorta di come una vocazione sia intimamente
legata sia alle leggi dello sviluppo umano, sia ai diversi passaggi dello
sviluppo spirituale: non si è mai per sempre come agli inizi. Non si è
mai le stesse, uguali a come si è partite un giorno; ci sono delle
trasformazioni che intrecciano tutti i livelli della nostra esistenza sia umana
che spirituale. Trasformazioni che riconosciamo con facilità, e altre che si
tessono dentro di noi, si fanno "sentire" e vengono alla luce non senza
travaglio: chiedono una certa attenzione e ascolto interiore per essere
identificate e comprese in ciò che ci vogliono dire.
Nessun passaggio verso una maturità spirituale, intesa come
libertà di cuore e stabilità profonda nella mia vocazione, avviene senza
riferirsi alle diverse tappe di crescita e di crisi che la mia umanità
attraversa. La seconda chiamata appartiene proprio a questa dialettica
interiore: crisi e crescita, aridità e fecondità, isolamento e comunione.
Crisi e crescita
Etimologicamente la parola "crisi" significa rischio ma anche
opportunità: è esattamente ciò che percepisco in questi anni. Sono anni densi di
cambiamenti interiori; la crisi sembra il cardine che permette di aprire porte successive
della vita, ma immediatamente non si capisce come fare.
Si ha la netta sensazione di entrare in un territorio di
confine tra due stati, che determina contemporaneamente continuità e separazione:
sono la stessa di prima, ma qualche cosa sta cambiando in me, nei bisogni che
avverto e nei desideri che ho, in tutte le relazioni che vivo, con Dio, con me
stessa e con gli altri.
È un momento di cambiamento umano e spirituale.
È nell'attraversare l'età di mezzo che ci si scontra con il grande rischio di avvertire il peso della vocazione
che abbiamo scelto e intrapreso, delle sue esigenze e delle fatiche che
l'accompagnano.
Può insinuarsi così, facilmente, una tentazione: abbandonare
la vocazione scelta perché è "troppo per me", perché non ce la faccio più e,
soprattutto, non mi sento più conosciuta e riconosciuta per ciò che sono. Oppure
posso essere spinta a investire delle energie in eccesso per dimostrare un
maggiore efficientismo che mi dia l'illusione di essere ancora in grado di "portare"
tutto ciò che mi viene chiesto e, d'altra parte, di trovare e ricevere quelle
attenzioni "affettive" di cui sento di avere maggiormente bisogno.
Entrambe queste risoluzioni sono deboli e spesso aprono ad
altri momenti di dubbio, sconforto, solitudine e aridità.
Se accetto invece di fermarmi e di lasciarmi interrogare da
ciò che vivo e sento, di affrontare anche il rischio di un disorientamento
profondo, ho l'opportunità di scoprire l'appello interiore che mi spinge alla
ricerca di una mia nuova identità umana e spirituale. Nuova identità da ritrovare all'interno della mia fedeltà in una creatività che,
proprio perché chiede audacia e fiducia, ha tutte le caratteristiche di una
nuova fecondità.
La seconda chiamata si presenta così nell' esperienza
della donna: un lento processo di trasformazione umana e spirituale che
accompagna diversi anni di vita.
Provo a condividere le tappe che mi sembra appartengano a
questo passaggio.
Accettare il mistero della verginità sponsale
Il dono di una vocazione alla verginità appartiene unicamente al mistero di Dio: non ci è possibile con le nostre sole forze. Questo lo crediamo all'inizio della nostra avventura vocazionale, ma dobbiamo ritornarci più volte per scoprirlo nella nostra storia e per ritrovarlo nella nostra vita: non è sufficiente sapere; occorre umilmente metterei in cammino verso il Signore e verso i fratelli. Mi accorgo, in questo cammino, che io non riesco ad amare tutti senza cercare "qualcosa" anche per me. Il mio essere creatura "reclama una restituzione": il mio corpo di donna è fatto per amare, ma anche per essere amato, ho bisogno di avvertire che sono importante per qualcuno, che non sono completamente sola.Umiltà, fiducia e forza
Accettare il mistero della verginità sponsale è accettare che
esso si compia nella mia debolezza. Questo è un esercizio di umiltà e fiducia.
Scopro così che il mistero di Dio che chiama, e il mistero di
una creatura che si consegna a Lui, si intrecciano sempre tra loro e chiedono di
credere che ciò che accade nel cuore e nello Spirito, si compirà sempre anche
attraverso il tempo e nella carne: ciò che è più intimo, prende corpo e
visibilità nella mia vicenda umana, e rispetta la risposta e la docilità con cui
io aderisco a ciò che sono e a ciò che, anche nel mio corpo di donna, avviene.
Davvero per me, donna, la chiamata alla verginità è
indissolubilmente legata al desiderio di appartenere a Qualcuno. Questa
appartenenza mi dà forza e coraggio.
Verginità e sponsalità sono espressioni di un unico mistero
di amore: Dio mi chiama e io appartengo a Lui! Essere di Gesù mi basta! Con
questa vitalità, entro nella mia vocazione, pronta ad assumere qualunque
esigenza di questo Amore che mi riempie.
Offro il mio corpo di donna, pronto a generare, con
generosità, decisa a essere madre di molti: così mi affido al Signore e mi
dispongo a entrare in una carità che, proprio di questa appartenenza, è segno
indispensabile e parola efficace.
Scoprire che la sponsalità "mi spinge" alla maternità
L'amore di Gesù mi spinge al dono di me stessa ai fratelli e
alle sorelle che mi sono affidati.
Vivo intensamente questo tempo in cui mi scopro sempre di più
capace di dare, ma soprattutto di spendermi per le necessità dei fratelli; i
bisogni sono molti e io non mi sottraggo a ciò che ho promesso e scelto come
segno visibile del mio amore per Gesù.
Sono caratteristiche tipiche di un'età in cui normalmente una
donna realizza se stessa nella bellezza di dare vita ad altre creature.
Intuisco ciò che umanamente e spiritualmente mi è necessario:
il mio corpo è fecondo e scopro che davvero la fecondità è cosa del cuore,
supera il segno di una maternità fisica e mi rende capace di attenzione, cura,
accoglienza di coloro che sono chiamata ad amare e a servire.
È un tempo in cui non avverto molto la solitudine: gli altri riempiono il mio tempo e assorbono le mie energie; mi
sento feconda!
La relazione con Gesù Sposo attraversa un tempo in cui "ci si
parla", ma il dialogo con Lui è quasi tutto assorbito dalla preoccupazione per i
"figli": coloro che la carità e l'obbedienza mi affidano e di cui mi devo
occupare.
L'emergere (inaspettato) di alcune domande
Questa fecondità mi basta? Come mai sembra non bastarmi più?
Senza che ci siano segnali evidenti, o grandi cambiamenti
negli impegni che ho e nelle relazioni che vivo, pian piano, dentro di me, si
affacciano alcune "domande" che io stessa faccio fatica a comprendere con
chiarezza.
Alle volte hanno la forma di una riflessione che mi trovo a
fare, accompagnata da un senso di incertezza nel futuro, di ansia, tristezza o
di insoddisfazione che provo verso me stessa. Altre volte si presentano come un
dubbio che si impone, accompagnato da un senso di insoddisfazione,
irrequietudine e rabbia.
A una prima riflessione le domande sembrano riguardare realtà
che abitano "fuori" di me: dubbi su quello che l'obbedienza mi chiede rispetto a
ciò che io mi attendo dall'Istituzione a cui appartengo o dal lavoro che svolgo;
insoddisfazione rispetto a ciò che gli altri, ai quali mi dedico, mi "restituiscono"
in termini di riconoscimento affettivo; l'urgenza di sapere e di sentire che c'è
qualcuno che si preoccupa di me... Le relazioni più prossime che vivo non mi
bastano più per accontentare il mio bisogno di considerazione e di attenzione.
Credo che sia necessario cambiare qualche cosa e cerco un
nuovo impegno che soddisfi maggiormente il mio bisogno di affermazione personale;
ma non sempre l'inquietudine si placa, alle volte emerge anche una certa
confusione interiore.
Percepire la solitudine e la fragilità
Solo in un secondo momento, se ho la forza di resistere allo
scoraggiamento e alla tentazione di lasciar perdere pensando che "prima o poi mi
passa", mi accorgo che queste domande riguardano qualcosa che sta accadendo "dentro"
di me e che solo in parte ha radici in ciò che è "fuori": cosa sto cercando in
realtà che nella generosità non trovo? Cosa mi manca? Meglio: chi mi manca?
Perché mi sento sola nonostante tutto ciò che faccio per gli altri? Perché anche
se so di essere importante per Qualcuno, non mi sento amata? Perché ho così
bisogno di riscontri affettivi? Da dove viene questo smarrimento?
Mi sento sola e spesso questo mi spaventa perché mi mette in
contatto con la mia fragilità e con i miei bisogni.
La relazione con lo Sposo
Se ho il coraggio di non scappare e di non spostare su altri
ciò che provo, è in questo passaggio delicato che, interrogandomi sulla
preghiera, mi accorgo di come è cambiata.
Non è detto che io l'abbia abbandonata, ma vi posso
riconoscere una certa monotonia o un'esperienza che io faccio per altri o per
altro, magari anche per iniziare altri alla preghiera o per preparare qualche
incontro... come se la relazione con lo Sposo fosse tutta orientata a cosa si
possa fare di meglio per i figli.
È proprio la relazione con lo Sposo e con i figli a essere
toccata in questo momento, e la scoperta e la resa a questa solitudine è un
preciso passaggio di crescita e di libertà del cuore.
Lo stesso passaggio che una donna sposata probabilmente
compie, quando i figli crescono e tutte le energie che lei prima impiegava per
loro rimangono senza "oggetto" da amare: i figli diventano grandi, hanno meno
bisogno di lei e alla fine lasciano la casa. «Sono rimasta sola! E lo sposo?
Cosa ne ho fatto della mia relazione con lui?».
L'Amore chiede un ordine nel cuore
È allora che mi accorgo di cosa è fatta la mia fedeltà: posso
dire di non essermi risparmiata, ma forse non è tutto, forse l'amore chiede
ancora di più o forse l'Amore chiede un ordine più profondo nel cuore.
Sento un bisogno maggiore di intimità con me stessa e con il
Signore, ma non so come realizzarla perché non sono più abituata a fermarmi sola
con Lui solo.
Il tempo della perdita della fecondità
Per me, donna, un altro dato entra in gioco: in questo tempo
il mio corpo e la mia sessualità si preparano ad attraversare dei cambiamenti
che ancora non conosco, ma che so interesseranno la mia bellezza e la mia
fecondità.
Verso un nuovo equilibrio tra sponsalità e maternità
È vero, c'è un tempo, nella vita di una madre, in cui
torna a essere "solo" una sposa!Il dono della seconda chiamata: l'appello a un amore sponsale più profondo
«Nell'attesa della tua venuta!».
Mi accorgo che queste parole ora risuonano in me con una forza sconosciuta
prima, perché il dono di un
attraversamento fecondo della seconda chiamata, forse è da vivere come un
appello a un amore sponsale più profondo, più semplificato, più umile, più bisognoso e, proprio per questo, aperto a una
fecondità più universale di
prima. È una nuova chiamata ad appartenere, di più, a Gesù solo.
È il momento in cui la verginità si scopre più
fortemente come sponsalità, come necessaria appartenenza a Gesù, nel cuore e
nel corpo.
Ritornare in me stessa per ripartire nella carità
Anche a livello umano si avverte l'esigenza di
un'inversione di marcia: un atteggiamento molto attivo e rivolto all'esterno
lascia pian piano il :posto a un atteggiamento più
"introversivo", quasi un movimento di ritorno a me stessa,
che mi porta a rallentare i ritmi di lavoro e soprattutto a modificare la
modalità con la quale mi pongo di fronte a situazioni e impegni.
Questo passaggio non è un segnale egoistico, ma di
un'interiorità che chiede di essere nuovamente abitata e conosciuta. L'accesso a
una nuova esperienza di fecondità universale è certamente proporzionale a quello
della nuova capacità d'intimità.
Nell'abitudine a stare in me stessa, in un esercizio di
solitudine buona, mi conosco più profondamente ed entro in relazione con i miei
limiti e con le mie vere e personali risorse.
Rimango dentro a ciò che sono con pace, cordialità e bontà, ma anche con fortezza e scioltezza.
Il dono della confidenza
Nell'intimità ritrovo il dono di una preghiera che diviene
relazione a
me necessaria per vivere, ben oltre la
regola!
È la preghiera che mi porta a scoprire la carità come il desiderio di offrire totalmente me stessa.
Ciò che sono chiamata a fare non perde la sua importanza, ma
ciò che conta e che dà stabilità e identità profonda è l'emergere di una
relazione di confidenza profonda tra me e il Signore. In questa
confidenza ha la sua radice e trova la sua sorgente la mia disposizione
interiore di dono e di consegna fatta e rinnovata a Gesù.
Il dono della debolezza
Imparo pian piano a non temere la debolezza perché è la
condizione affinché la forza della presenza di Gesù si manifesti, così posso
osare e sperare di superare il senso di onnipotenza che ci allontana da Dio e
dai fratelli.
Riesco a condividere di più non ciò che ho da dare, ma ciò
che sono e mi accorgo che in questo nuovo modo di sentirmi amica, sorella e
madre c'è più pace e più gioia.
Soprattutto riconosco che davvero la vita è un cammino, in
cui la fedeltà non può essere solo abitudine perché mi chiede dinamicità,
coraggio, creatività, segni che la speranza è entrata nella mia vita.
Il dono del tempo che passa
A questo punto della mia vita posso rileggere un buon tratto
di strada con ciò che ho vissuto: il presente si nutre di un passato che la
memoria può ripercorrere per riconoscervi i segni della presenza di Dio, della
sua bontà che mi ha custodito e accompagnato soprattutto nelle mie fughe e nei
miei dubbi. Riconosco, sempre con infinito stupore e gratitudine, che il dono di
Dio non viene mai meno, che la sua fedeltà sorregge i miei passi, cura le mie
ferite, nutre il mio cuore chiamato a essere ospitale verso tutti perché sono
certa che nulla e nessuno potrà mai separarmi dall'amore di Dio in Cristo Gesù.
(169)
Avverto che mi è chiesto di "portare" la mia crescita, di
parteciparvi con tutta ciò che sono, di non temere la lotta e di non considerar
la "sbagliata" nell'esercizio della fedeltà, di giocarmi con i fratelli e con le
sorelle che via via incontro e che appartengono alla mia vocazione, ma di
ricordare che la generosità deve trasformarsi in carità e che la carità viene da
Gesù: Lui ci ha amato per primo e per sempre e non ci lascia mai "troppo" sole
nella nostra fedeltà alla sua chiamata!
Posso trovare la pace e la libertà del cuore se rimango
presso di Lui, come un bambino che si appoggia sicuro al Padre che lo guida e lo
custodisce... e un bambino è fragile!
Per me davvero la seconda chiamata è ritrovare la prima, quella del tempo della giovinezza, a una profondità e stabilità maggiore, ma soprattutto in una umiltà più vera e più grata, perché Gesù ha detto la verità quando ha affermato che "questo è possibile a Dio".
[165] Anna Deodato (1959), ausiliaria diocesana dal 1984, è
impegnata da diversi anni nella formazione e nel discernimento vocazionale nel
suo Istituto. Dopo aver conseguito il Magistero in Scienze per la formazione,
collabora all'attività del Centro per l'accompagnamento vocazionale di Milano
attraverso l'accompagnamento individuale e la proposta di incontri di formazione
presso comunità religiose ed équipe vocazionali.
[166] Vangelo secondo Giovanni, 19, 25-27.
[167] René Voillaume, Sulle strade del mondo, Editrice
Morcelliana, Brescia, 1960.
[168] Vangelo secondo Luca, 1, 37.
[169] Cfr. Lettera ai Romani, 8, 38-39.