PICCOLI GRANDI LIBRI    La seconda chiamata
Il coraggio della Fragilità

Curatore: Sergio Stevan
Editrice Monti - Saronno 2007
 www.padremonti.it

Introduzione
Romano Martinelli
MI È STATA MESSA UNA SPINA NELLA CARNE
René Voillaume
LA SECONDA CHIAMATA

Renato Corti
L'ETÀ ADULTA E LA SECONDA CHIAMATA

Carlo Maria Martini
PORTARE LUCE NELL'INCREDULITÀ DEL NOSTRO TEMPO

Luciano Manicardi
LA PREGHIERA DEL PRESBITERO

Romano Martinelli
BEATI QUELLI CHE SOFFRONO? 

Sergio Stevan
DALLA SANTITÀ DESIDERATA ALLA POVERTÀ OFFERTA

Davide Caldirola
LA PROFEZIA DI UN PRETE DI CITTÀ

Anna Deodato
SI TRATTA DELLA NOSTRA FEDELTÀ AL SIGNORE 
E ALLA SUA CHIAMATA

La seconda chiamata di Maria, la madre di Gesù
La vocazione si distende nel tempo e si radica nel cuore
Crisi e crescita - Accettare il mistero della verginità sponsale
Umiltà, fiducia e forza - Scoprire che la sponsalità "mi spinge" alla maternità
L'emergere (inaspettato) di alcune domande
Percepire la solitudine e la fragilità
La relazione con lo Sposo - L'Amore chiede un ordine nel cuore
Il tempo della perdita della fecondità
Verso un nuovo equilibrio tra sponsalità e maternità
Il dono della seconda chiamata: l'appello a un amore sponsale più profondo
Ritornare in me stessa per ripartire nella carità
Il dono della confidenza - Il dono della debolezza - Il dono del tempo che passa

Conclusione
Chiara Veronica
SE UNO NON RINASCE DALL'ALTO

SI TRATTA DELLA NOSTRA FEDELTÀ AL SIGNORE E ALLA SUA CHIAMATA

Anna Deodato (165)

«Stavano, ora, presso la croce di Gesù la madre di lui (. . .) Gesù, allora, avendo visto la madre e il discepolo che lui amava, disse alla madre: Donna, ecco il tuo figlio! Poi disse al discepolo: ecco tua madre! E da quell'ora il discepolo la prese in casa sua». (166)

«Vi ho parlato della seconda chiamata di Gesù, quella chiamata che ci fa ripartire verso di Lui nella piena maturità della nostra vita umana e spirituale. È solo a partire da questo momento che apparteniamo realmente e totalmente a Dio. Gesù attende da noi una messa in atto delle condizioni per una nuova partenza, dovremo smettere di guardarci e sapere riscoprire che Gesù non ha mai cessato di essere presente, e che la sua presenza è ora molto diversa da quella di prima. Per rendere possibile questa tappa ciò che resta da scoprire e da vivere è il credere che Gesù ha detto la verità quando ha affermato che "questo è possibile a Dio». (167)

La seconda chiamata di Maria, la madre di Gesù

Mi è capitato, in questi ultimi anni, di soffermarmi spesso su queste parole di René Voillaume con sentimenti e atteggiamenti molto diversi, come se avvertissi di trovarmi dinanzi a parole molto vere che intercettavano parti profonde di me stessa in "movimento", ma anche fonte di un certo disturbo interiore: qualcosa di vero, ma contemporaneamente anche temuto.

Ho atteso, cercando di non fuggire a un ascolto attento di ciò che avveniva dentro e attorno a me, e a un certo momento, l'immagine di Maria, sotto la croce di Gesù, così come ce la presenta Giovanni nel suo Vangelo, ha attratto la mia attenzione, come se la contemplassi per la prima volta: Maria, in quel tempo della sua vita, aveva all'incirca quarantacinque anni. Non era più la giovanissima donna che, in obbedienza, aveva accolto l'appello a divenire Madre di Gesù e si era affidata alle parole dell'angelo che la rassicuravano: «Nulla è impossibile a Dio». (168)
Era una donna nella pienezza dell' età e della maturità umana, chiamata ad affrontare ciò che di più inammissibile può essere domandato a una madre: la morte del Figlio! Ma proprio dentro a quel distacco tremendo, le era chiesto di aprirsi a una nuova maternità: una seconda chiamata per Maria! Nel lutto, una rinascita, una ripartenza per una nuova storia: Giovanni "la prese fra le proprie cose".
Dunque nella vita di Maria potevo forse scoprire il significato di questo transito interiore nel quale mi trovavo.
Così mi sono "messa in cammino" nel desiderio di poter raccogliere e comprendere ciò che vivevo guardando a Maria e, attraverso di lei, poter dare voce a ciò che si stava muovendo dentro di me.

La vocazione si distende nel tempo e si radica nel cuore

La donna consacrata è una donna che appartiene al Signore Gesù perché Lui l'ha scelta.
Questo mistero di relazione preferenziale si distende nel tempo e si radica nel cuore: mentre vivo la mia vocazione, scopro che essa "mi appartiene" sempre di più e che il mio
cuore è impegnato a "prendere la forma" di quell'amore che la verginità mi chiede e mi dona.
Al tempo stesso ricerco modalità e vie sempre nuove attraverso le quali dare testimonianza di ciò che vivo nel profondo di me stessa. Col passare degli anni mi sono accorta di come una vocazione sia intimamente legata sia alle leggi dello sviluppo umano, sia ai diversi passaggi dello sviluppo spirituale: non si è mai per sempre come agli inizi. Non si è mai le stesse, uguali a come si è partite un giorno; ci sono delle trasformazioni che intrecciano tutti i livelli della nostra esistenza sia umana che spirituale. Trasformazioni che riconosciamo con facilità, e altre che si tessono dentro di noi, si fanno "sentire" e vengono alla luce non senza travaglio: chiedono una certa attenzione e ascolto interiore per essere identificate e comprese in ciò che ci vogliono dire.
Nessun passaggio verso una maturità spirituale, intesa come libertà di cuore e stabilità profonda nella mia vocazione, avviene senza riferirsi alle diverse tappe di crescita e di crisi che la mia umanità attraversa. La seconda chiamata appartiene proprio a questa dialettica interiore: crisi e crescita, aridità e fecondità, isolamento e comunione.

Crisi e crescita

Etimologicamente la parola "crisi" significa rischio ma anche opportunità: è esattamente ciò che percepisco in questi anni. Sono anni densi di cambiamenti interiori; la crisi sembra il cardine che permette di aprire porte successive della vita, ma immediatamente non si capisce come fare.
Si ha la netta sensazione di entrare in un territorio di confine tra due stati, che determina contemporaneamente continuità e separazione: sono la stessa di prima, ma qualche cosa sta cambiando in me, nei bisogni che avverto e nei desideri che ho, in tutte le relazioni che vivo, con Dio, con me stessa e con gli altri.
È un momento di cambiamento umano e spirituale.
È nell'attraversare l'età di mezzo che ci si scontra con il
grande rischio di avvertire il peso della vocazione che abbiamo scelto e intrapreso, delle sue esigenze e delle fatiche che l'accompagnano.
Può insinuarsi così, facilmente, una tentazione: abbandonare la vocazione scelta perché è "troppo per me", perché non ce la faccio più e, soprattutto, non mi sento più conosciuta e riconosciuta per ciò che sono. Oppure posso essere spinta a investire delle energie in eccesso per dimostrare un maggiore efficientismo che mi dia l'illusione di essere ancora in grado di "portare" tutto ciò che mi viene chiesto e, d'altra parte, di trovare e ricevere quelle attenzioni "affettive" di cui sento di avere maggiormente bisogno.
Entrambe queste risoluzioni sono deboli e spesso aprono ad altri momenti di dubbio, sconforto, solitudine e aridità.
Se accetto invece di fermarmi e di lasciarmi interrogare da ciò che vivo e sento, di affrontare anche il rischio di un disorientamento profondo, ho l'opportunità di scoprire l'appello interiore che mi spinge alla ricerca di una mia nuova identità umana e spirituale. Nuova identità da ritrovare all'interno della mia fedeltà in una creatività che, proprio perché chiede audacia e fiducia, ha tutte le caratteristiche di una nuova fecondità.
La seconda chiamata si presenta così nell' esperienza della donna: un lento processo di trasformazione umana e spirituale che accompagna diversi anni di vita.
Provo a condividere le tappe che mi sembra appartengano a questo passaggio.

Accettare il mistero della verginità sponsale

Il dono di una vocazione alla verginità appartiene unicamente al mistero di Dio: non ci è possibile con le nostre sole forze. Questo lo crediamo all'inizio della nostra avventura vocazionale, ma dobbiamo ritornarci più volte per scoprirlo nella nostra storia e per ritrovarlo nella nostra vita: non è sufficiente sapere; occorre umilmente metterei in cammino verso il Signore e verso i fratelli. Mi accorgo, in questo cammino, che io non riesco ad amare tutti senza cercare "qualcosa" anche per me. Il mio essere creatura "reclama una restituzione": il mio corpo di donna è fatto per amare, ma anche per essere amato, ho bisogno di avvertire che sono importante per qualcuno, che non sono completamente sola.
Devo accettare questa realtà umana e spirituale che sono io come luogo del rivelarsi e del compiersi della chiamata che il Signore ha rivolto proprio a me.

Umiltà, fiducia e forza

Accettare il mistero della verginità sponsale è accettare che esso si compia nella mia debolezza. Questo è un esercizio di umiltà e fiducia.
Scopro così che il mistero di Dio che chiama, e il mistero di una creatura che si consegna a Lui, si intrecciano sempre tra loro e chiedono di credere che ciò che accade nel cuore e nello Spirito, si compirà sempre anche attraverso il tempo e nella carne: ciò che è più intimo, prende corpo e visibilità nella mia vicenda umana, e rispetta la risposta e la docilità con cui io aderisco a ciò che sono e a ciò che, anche nel mio corpo di donna, avviene.
Davvero per me, donna, la chiamata alla verginità è indissolubilmente legata al desiderio di appartenere a Qualcuno. Questa appartenenza mi dà forza e coraggio.
Verginità e sponsalità sono espressioni di un unico mistero di amore: Dio mi chiama e io appartengo a Lui! Essere di Gesù mi basta! Con questa vitalità, entro nella mia vocazione, pronta ad assumere qualunque esigenza di questo Amore che mi riempie.
Offro il mio corpo di donna, pronto a generare, con generosità, decisa a essere madre di molti: così mi affido al Signore e mi dispongo a entrare in una carità che, proprio di questa appartenenza, è segno indispensabile e parola efficace.

Scoprire che la sponsalità "mi spinge" alla maternità

L'amore di Gesù mi spinge al dono di me stessa ai fratelli e alle sorelle che mi sono affidati.
Vivo intensamente questo tempo in cui mi scopro sempre di più capace di dare, ma soprattutto di spendermi per le necessità dei fratelli; i bisogni sono molti e io non mi sottraggo a ciò che ho promesso e scelto come segno visibile del mio amore per Gesù.
Sono caratteristiche tipiche di un'età in cui normalmente una donna realizza se stessa nella bellezza di dare vita ad altre creature.
Intuisco ciò che umanamente e spiritualmente mi è necessario: il mio corpo è fecondo e scopro che davvero la fecondità è cosa del cuore, supera il segno di una maternità fisica e mi rende capace di attenzione, cura, accoglienza di coloro che sono chiamata ad amare e a servire.
È un tempo in cui non avverto molto la solitudine: gli
altri riempiono il mio tempo e assorbono le mie energie; mi sento feconda!
La relazione con Gesù Sposo attraversa un tempo in cui "ci si parla", ma il dialogo con Lui è quasi tutto assorbito dalla preoccupazione per i "figli": coloro che la carità e l'obbedienza mi affidano e di cui mi devo occupare.

L'emergere (inaspettato) di alcune domande

Questa fecondità mi basta? Come mai sembra non bastarmi più?
Senza che ci siano segnali evidenti, o grandi cambiamenti negli impegni che ho e nelle relazioni che vivo, pian piano, dentro di me, si affacciano alcune "domande" che io stessa faccio fatica a comprendere con chiarezza.
Alle volte hanno la forma di una riflessione che mi trovo a fare, accompagnata da un senso di incertezza nel futuro, di ansia, tristezza o di insoddisfazione che provo verso me stessa. Altre volte si presentano come un dubbio che si impone, accompagnato da un senso di insoddisfazione, irrequietudine e rabbia.
A una prima riflessione le domande sembrano riguardare realtà che abitano "fuori" di me: dubbi su quello che l'obbedienza mi chiede rispetto a ciò che io mi attendo dall'Istituzione a cui appartengo o dal lavoro che svolgo; insoddisfazione rispetto a ciò che gli altri, ai quali mi dedico, mi "restituiscono" in termini di riconoscimento affettivo; l'urgenza di sapere e di sentire che c'è qualcuno che si preoccupa di me... Le relazioni più prossime che vivo non mi bastano più per accontentare il mio bisogno di considerazione e di attenzione.
Credo che sia necessario cambiare qualche cosa e cerco un nuovo impegno che soddisfi maggiormente il mio bisogno di affermazione personale; ma non sempre l'inquietudine si placa, alle volte emerge anche una certa confusione interiore.

Percepire la solitudine e la fragilità

Solo in un secondo momento, se ho la forza di resistere allo scoraggiamento e alla tentazione di lasciar perdere pensando che "prima o poi mi passa", mi accorgo che queste domande riguardano qualcosa che sta accadendo "dentro" di me e che solo in parte ha radici in ciò che è "fuori": cosa sto cercando in realtà che nella generosità non trovo? Cosa mi manca? Meglio: chi mi manca? Perché mi sento sola nonostante tutto ciò che faccio per gli altri? Perché anche se so di essere importante per Qualcuno, non mi sento amata? Perché ho così bisogno di riscontri affettivi? Da dove viene questo smarrimento?
Mi sento sola e spesso questo mi spaventa perché mi mette in contatto con la mia fragilità e con i miei bisogni.

La relazione con lo Sposo

Se ho il coraggio di non scappare e di non spostare su altri ciò che provo, è in questo passaggio delicato che, interrogandomi sulla preghiera, mi accorgo di come è cambiata.
Non è detto che io l'abbia abbandonata, ma vi posso riconoscere una certa monotonia o un'esperienza che io faccio per altri o per altro, magari anche per iniziare altri alla preghiera o per preparare qualche incontro... come se la relazione con lo Sposo fosse tutta orientata a cosa si possa fare di meglio per i figli.
È proprio la relazione con lo Sposo e con i figli a essere toccata in questo momento, e la scoperta e la resa a questa solitudine è un preciso passaggio di crescita e di libertà del cuore.
Lo stesso passaggio che una donna sposata probabilmente compie, quando i figli crescono e tutte le energie che lei prima impiegava per loro rimangono senza "oggetto" da amare: i figli diventano grandi, hanno meno bisogno di lei e alla fine lasciano la casa. «Sono rimasta sola! E lo sposo? Cosa ne ho fatto della mia relazione con lui?».

L'Amore chiede un ordine nel cuore

È allora che mi accorgo di cosa è fatta la mia fedeltà: posso dire di non essermi risparmiata, ma forse non è tutto, forse l'amore chiede ancora di più o forse l'Amore chiede un ordine più profondo nel cuore.
Sento un bisogno maggiore di intimità con me stessa e con il Signore, ma non so come realizzarla perché non sono più abituata a fermarmi sola con Lui solo.

Il tempo della perdita della fecondità

Per me, donna, un altro dato entra in gioco: in questo tempo il mio corpo e la mia sessualità si preparano ad attraversare dei cambiamenti che ancora non conosco, ma che so interesseranno la mia bellezza e la mia fecondità.
Vivo nel mio corpo l'annuncio di una morte fisiologica che non mi permetterà più di essere feconda e di generare. Questo passaggio intercetta gli strati più profondi della mia persona indipendentemente dalla vocazione che vivo.
Anche una donna consacrata avverte intensamente questo passaggio come un lutto da superare che può portare a una percezione più acuta della solitudine e della mancanza di tutto ciò che si era, sinceramente, consegnato al Signore: figli, casa, marito, realizzazione personale, autonomia.
Così si prepara e si presenta la seconda chiamata nella donna: come un nuovo lungo travaglio, ne sento tutta la fatica, ma devo avere la forza di attendere colei che nascerà! Devo credere che una nuova identità di me stessa verrà alla luce e non è facile, occorre contemporaneamente resistere e confidare, perseverare e abbandonarmi alla consolazione di Dio!

Verso un nuovo equilibrio tra sponsalità e maternità

È vero, c'è un tempo, nella vita di una madre, in cui torna a essere "solo" una sposa!
E c'è un tempo anche per me, donna consacrata, in cui ritorno a Colui al quale mi sono donata perché mi ha amato per primo.
Un tempo in cui la mia capacità di fedeltà non può più attingere alle mie forze e alle mie risorse perché "sento" tutta la mia fragilità e comprendo, con maggiore verità, che la fedeltà è davvero un dono che viene dall'alto!
Maria vive il suo travaglio di dolore presso la croce nella promessa di una nuova maternità e nell'attesa della consolazione che verrà dallo Spirito. È molto bello pensare, contemplando, che la seconda chiamata per lei avviene tra la desolazione per la morte di Gesù, e la consolazione per il dono dello Spirito: tra la Passione e la Pentecoste.

Il dono della seconda chiamata: l'appello a un amore sponsale più profondo

«Nell'attesa della tua venuta!».
Mi accorgo che queste parole ora risuonano in me con
una forza sconosciuta prima, perché il dono di un attraversamento fecondo della seconda chiamata, forse è da vivere come un appello a un amore sponsale più profondo, più semplificato, più umile, più bisognoso e, proprio per questo, aperto a una fecondità più universale di prima. È una nuova chiamata ad appartenere, di più, a Gesù solo.
È il momento in cui la verginità si scopre più fortemente come sponsalità, come necessaria appartenenza a Gesù, nel cuore e nel corpo.

Ritornare in me stessa per ripartire nella carità

Anche a livello umano si avverte l'esigenza di un'inversione di marcia: un atteggiamento molto attivo e rivolto all'esterno lascia pian piano il :posto a un atteggiamento più "introversivo", quasi un movimento di ritorno a me stessa, che mi porta a rallentare i ritmi di lavoro e soprattutto a modificare la modalità con la quale mi pongo di fronte a situazioni e impegni.
Questo passaggio non è un segnale egoistico, ma di un'interiorità che chiede di essere nuovamente abitata e conosciuta. L'accesso a una nuova esperienza di fecondità universale è certamente proporzionale a quello della nuova capacità d'intimità.
Nell'abitudine a stare in me stessa, in un esercizio di solitudine buona, mi conosco più profondamente ed entro in relazione con i miei limiti e con le mie vere e personali risorse.
Rimango dentro a ciò che sono con pace, cordialità e
bontà, ma anche con fortezza e scioltezza.

Il dono della confidenza

Nell'intimità ritrovo il dono di una preghiera che diviene relazione a me necessaria per vivere, ben oltre la regola!
È la preghiera che mi porta a scoprire la carità come il
desiderio di offrire totalmente me stessa.
Ciò che sono chiamata a fare non perde la sua importanza, ma ciò che conta e che dà stabilità e identità profonda è l'emergere di una relazione di confidenza profonda tra me e il Signore. In questa confidenza ha la sua radice e trova la sua sorgente la mia disposizione interiore di dono e di consegna fatta e rinnovata a Gesù.

Il dono della debolezza

Imparo pian piano a non temere la debolezza perché è la condizione affinché la forza della presenza di Gesù si manifesti, così posso osare e sperare di superare il senso di onnipotenza che ci allontana da Dio e dai fratelli.
Riesco a condividere di più non ciò che ho da dare, ma ciò che sono e mi accorgo che in questo nuovo modo di sentirmi amica, sorella e madre c'è più pace e più gioia.
Soprattutto riconosco che davvero la vita è un cammino, in cui la fedeltà non può essere solo abitudine perché mi chiede dinamicità, coraggio, creatività, segni che la speranza è entrata nella mia vita.

Il dono del tempo che passa

A questo punto della mia vita posso rileggere un buon tratto di strada con ciò che ho vissuto: il presente si nutre di un passato che la memoria può ripercorrere per riconoscervi i segni della presenza di Dio, della sua bontà che mi ha custodito e accompagnato soprattutto nelle mie fughe e nei miei dubbi. Riconosco, sempre con infinito stupore e gratitudine, che il dono di Dio non viene mai meno, che la sua fedeltà sorregge i miei passi, cura le mie ferite, nutre il mio cuore chiamato a essere ospitale verso tutti perché sono certa che nulla e nessuno potrà mai separarmi dall'amore di Dio in Cristo Gesù. (169)
Avverto che mi è chiesto di "portare" la mia crescita, di parteciparvi con tutta ciò che sono, di non temere la lotta e di non considerar la "sbagliata" nell'esercizio della fedeltà, di giocarmi con i fratelli e con le sorelle che via via incontro e che appartengono alla mia vocazione, ma di ricordare che la generosità deve trasformarsi in carità e che la carità viene da Gesù: Lui ci ha amato per primo e per sempre e non ci lascia mai "troppo" sole nella nostra fedeltà alla sua chiamata!
Posso trovare la pace e la libertà del cuore se rimango presso di Lui, come un bambino che si appoggia sicuro al Padre che lo guida e lo custodisce... e un bambino è fragile!

Per me davvero la seconda chiamata è ritrovare la prima, quella del tempo della giovinezza, a una profondità e stabilità maggiore, ma soprattutto in una umiltà più vera e più grata, perché Gesù ha detto la verità quando ha affermato che "questo è possibile a Dio".

 

 

[165] Anna Deodato (1959), ausiliaria diocesana dal 1984, è impegnata da diversi anni nella formazione e nel discernimento vocazionale nel suo Istituto. Dopo aver conseguito il Magistero in Scienze per la formazione, collabora all'attività del Centro per l'accompagnamento vocazionale di Milano attraverso l'accompagnamento individuale e la proposta di incontri di formazione presso comunità religiose ed équipe vocazionali.
[166] Vangelo secondo Giovanni, 19, 25-27.
[167] René Voillaume, Sulle strade del mondo, Editrice Morcelliana, Brescia, 1960.
[168] Vangelo secondo Luca, 1, 37.
[169] Cfr. Lettera ai Romani, 8, 38-39.