PICCOLI GRANDI LIBRI   VITTORINO ANDREOLI
L'uomo di vetro
la forza della fragilità

Rizzoli 2008

Ho trovato a fatica, il coraggio di vivere
Ora, mi manca, completamente, il coraggio di morire

Fragilità 
e condizione umana
Saggezza o potere
Questo non è un uomo
La fragilità 
dalla nascita alla morte

L'infanzia -
L'adolescenza
L'età adulta - La vecchiaia
Fragilità e civiltà

L'uomo, 
tra Requiem e Resurrexit

Fragilità e condizione umana

Sento forte il desiderio di svelare la mia fragilità, di mostrarla a tutti coloro che mi incontrano, che mi vedono, come fosse la mia principale identificazione di uomo, di uomo in questo mondo. Un tempo mi insegnavano a nascondere le debolezze, a non far emergere i difetti, che avrebbero impedito di far risaltare i miei pregi e di farmi stimare. Adesso voglio parlare della mia fragilità, non mascherarla, convinto che sia una forza che aiuta a vivere.
«Fragilità» ha la stessa radice di frangere, che significa rompere.
La fragilità di un vetro pregiato di Murano o di un cristallo di Boemia: bello, elegante, ma basta poco perché si frantumi e si trasformi in frammenti inservibili. Conoscendone la natura, si deve stare attenti a come lo si usa, a come lo si conserva: occorre tenerlo lontano da luoghi in cui si compiono azioni d'impeto, perché altrimenti quel vetro pregiato si fa nulla, solo ricordo.
«Fragile» significa anche delicato, gracile.
Come un fiore: basta un colpo di vento e un petalo si stacca e perde il suo profumo, divelto dalla sua funzione, muore.
Il contrario di fragile è resistente, tetragono, indistruttibile.
Si pensa agli oggetti in acciaio, alle rocce di una montagna. All'uomo di roccia, non di vetro, all'uomo potente, non fragile: c'è e tra un attimo potrebbe svanire, pezzi di un'unità defunta, come non fosse mai stato.
Si sente dire che l'educazione deve edificare un bambino forte, un uomo di coraggio che affronta le lotte e le vince.
La timidezza, invece, va curata e prima ancora nascosta; la paura va dimenticata e sostituita con la potenza e per questo ci si allena a battere un nemico, prima immaginario e poi di carne; e l'abilità sta proprio nel romperlo e non nel venire rotti.

Ecco la differenza tra i due opposti: la fragilità e la forza.

«Grandi» si crede siano coloro che hanno sempre vinto, mentre i «gracili» in un attimo si incrinano, si frantumano in tanti piccoli pezzi che non permettono di venire ricomposti.
Io sono fragile e, paradossalmente, sono portato a parlare di forza della fragilità: di forza, anche se lontano dalla stabilità, dalla infrangibilità.
Ho dedicato il mio tempo alla follia, al dolore mascherato di insensatezza, di depressione; alla sofferenza che si fa silenzio, che sdoppia le identità e fa di un uomo uno schizofrenico.
Un lavoro che molti ritengono esclusivo dei forti, degli uomini di ferro che magari si piegano ma non si rompono, degli uomini di pietra cui il vento rende liscia la pelle, che cambiano forma, ma non perdono mai la durezza e il destino fissati per sempre.
La fragilità richiama il tempo e la caducità del tempo, del tempo che passa. Ebbene, se sono stato, e sono, un buon psichiatra, se ho aiutato i miei matti, ciò è avvenuto per la mia fragilità, per la paura di una follia che si annida dentro di me, per la fragilità che avverto capace di sdoppiarmi, di togliermi la voglia di vivere e di rendermi simile a un depresso che chiede soltanto di scomparire per cancellare il dolore di cui si sente plasmato.
E il dolore è una qualità dell'essere fragile.
Ecco perché voglio gridare la mia fragilità, dirlo ai miei matti, a tutti coloro che corrono da me per ancorarsi a una roccia. Devono sapere che semmai si attaccano a un vetro di Boemia, a un vaso di Murano, colorato, magari soffiato in forme curiose e piene di fascino. Come un vetro io, psichiatra fragile, tante volte ho corso il rischio di rompermi.
Una gracilità che però aiuta l'altro a vivere, che mi ha permesso di capire la fragilità e di rispettarla, di stare attento a non manipolare gli uomini, a non falsificarli. Ho amato persino i frammenti di uomo, mi sono dedicato con pazienza a metterne insieme i suoi pezzi.

La fragilità rifà l'uomo, mentre la potenza lo distrugge, lo riduce a frammenti che si trasformano in polvere.

Iside era la sorella-sposa di Osiride, salito sul trono dell'antico Egitto per volontà del padre che, morendo, lo aveva preferito al primogenito. Iside e Osiride vivevano insieme e l'uno comprendeva l'altro e lo aiutava. La pace regnava su quel paese e tutti stimavano la coppia regale e l'amavano.
Con l'eccezione di Set, il fratello di Osiride, che invece voleva solo la sua morte per sostituirlo al potere, e per questo lo uccide a tradimento e, per impedire che potesse trovare un posto in cielo da dove potersi vendicare, lo taglia in quattro pezzi e li disperde sulla terra.
Iside, affranta dal dolore, ripercorre il Nilo, viaggia in paesi fuori del regno per cercarli e alla fine li trova e li ricompone, e dai frammenti rinasce l'uomo, Osiride, che ritorna in vita, qui sulla terra.
Ecco il lavoro dello psichiatra svolto da una donna fragile, fragile da quando è rimasta senza il fratello amato: una separazione che sa di frattura.
L'uomo fragile mette insieme.
Iside si dedica alle cose rotte, cerca di ricomporle.
Ma Set vuole il regno e, invitato il fratello a casa, lo uccide ancora. Questa volta, del suo corpo ne fa tredici pezzi e li disperde in un'area in cui è impossibile pensare di poterli ritrovare. Iside, sempre più fragile, corre e cerca quei pezzi per farne di nuovo il proprio uomo, senza del quale non le sembra possibile vivere.
Un innamorato è fragile, chi ama ed è lontano dal proprio amore si lamenta, si sente incapace di stare in questo mondo e invoca l'amato, lo cerca, come se cercasse una parte di sé, senza della quale egli è un frammento, incompleto.
Con la forza della fragilità di colei che ha bisogno dell'altro, Iside trova dodici pezzi e ricostruisce l'effigie del fratello, e persino il suo sorriso di uomo buono.
Ora cerca l'ultimo, va attaccato al pube, ma non lo trova, e così non può riportarlo in vita, anche se seppellendolo gli dà pace in cielo.
Chissà perché parlando della mia fragilità di psichiatra mi è venuto in mente questo mito, e chissà perché, descrivendolo ora mi torna in mente il Cantico dei Cantici, attribuito a Salomone.
Il Cantico dei Cantici è una storia d'amore, una bellissima storia d'amore. Lei non desidera che stare con lui e finalmente può dormire nello stesso letto, e così si addormenta felice. Ma al risveglio lui non c'è più ed ella è presa dalla disperazione, dalla paura che sia scappato, che sia morto, e allora esce e corre dappertutto a cercarlo e incontra le guardie e le interroga se mai abbiano visto «il mio amore». Va persino nelle osterie a vedere se si trovasse con dei compagni, ma invano.
Senza di lui è solo un pezzo di esistenza, ne avverte la mancanza, non si accorge di ciò che ha e che incontra, ma soltanto di ciò che non ha più: l'assenza riempie di dolore la sua mente e vaga senza altro scopo e senza altra meta che incontrarlo e non si rammenta nemmeno della vastità del mondo e della difficoltà di trovare il suo amore, di cui avverte il sapore dei «baci sulla bocca».

Sono uno psichiatra fragile che mette insieme pezzi d'uomo perché possa sorridere, sperare, amare e sentire la propria fragilità.

Lo psichiatra non ricostruisce la grandezza, ma sempre e soltanto la fragilità. È come se amasse le caratteristiche dell'uomo fragile, non quelle dell'onnipotente, del forte; semmai la forza è in quella insufficienza, in quella consapevolezza di potersi rompere, come un vaso «segreto»: solo se si rompe esce qualcosa di sconosciuto e di prezioso.
Il Cantico dei Cantici parla dell'amore necessario: essere in due rende possibile esistere a chi separatamente non ce l'avrebbe fatta, si sarebbe rotto. L'uomo fragile vuole un nido piccolo, appoggiato sui rami incrociati di un abete, e desidera trovarvi il proprio amore. In quel nido ci si tocca e non si distinguono più i confini tra il proprio corpo e quello dell'amato. È bellissimo l'amore e solo la fragilità lo coglie.
È straordinario penetrare il proprio amore che in quel momento si aggancia, e di due corpi si fa una cosa sola: due frammenti si uniscono e due fragilità si danno reciprocamente forza. La fragilità dell'uno diventa pietra angolare per l'altro, appiglio tetragono come fosse una roccia, ma è fatto di vetro. Un vetro entro cui uno si rispecchia e vede la propria debolezza che, proiettata nell'altro, gli appare forza.

Ecco lo psichiatra, un uomo del dolore che vive del dolore dell'altro e che permette di rispecchiare nella propria fragilità la forza terapeutica.

Il potente non sa amare; l'uomo di ferro è freddo, sa avvolgere e legare per sottomettere, per schiavizzare. Senza paura non c'è amore e il potente fa paura. Analogamente a Narciso, che crede di essere meglio di tutti, e per questo evita di confrontarsi con chiunque; percepisce attorno solo lo sguardo ammirato di chi incontra, non la presenza dell'altro come possibile parte di sé.
Io sono tanto fragile da pensare sempre all'amore, nelle sue varie specificazioni, e sento la voglia di essere amato per poter amare: un circolo virtuoso per cui la voglia di amare coincide soltanto con l'essere amato: due fragilità si uniscono e si fanno forza dentro il segreto, nel mistero dell'amore.

Assieme all'amore esistono l'amicizia, la simpatia, la solidarietà: volti certo minori che però ne contengono l'essenza, il bisogno dell'altro.
La mia fragilità significa che ho bisogno dell'altro: di lei che si faccia parte di me senza confini e distinzioni, di chi mi possa aiutare con la voglia di mostrarsi amico poiché sa che io sento la voglia di esserlo per lui.
Se l'amore è una presenza continua e intensa, ut unum sint, l'amicizia è un amore disperso che ha un momento in cui viene vissuto intensamente, ma lascia spazi di vuoto in cui non si è, ma si è pronti a essere. Un'assenza che può farsi presenza se l'amico chiama. C'è poi la solidarietà che è l'interesse per tutti coloro che hanno bisogno di te poiché tu puoi avere in certi momenti bisogno di chi non conosci, di chi non ha nome, ma è semplicemente un uomo come te. Un nessuno che sa fare quello che tu vorresti fare per lui.

L'amore e le sue coniugazioni sono proprie della fragilità, e io voglio gridare di essere fragile per dire a tutti che ho bisogno dell'altro, di tutti gli altri, e chiedere di guardare a me come a chi ha bisogno, e non a colui che è autosufficiente o che si impone. Io mi do all'altro perché so che dell'altro ho un bisogno immediato e poi anche domani.
Sì, credo che l'amore nasca dal bisogno e dalla fragilità e che tutto sia da legare al senso del limite che uno avverte dentro di sé. Una base utilitaristica, strumentale. Non temo questi termini che sono stati banditi da una falsa retorica.
Il bambino ha bisogno della madre e si attacca al suo seno per avere cibo e dunque vita, anche se non ha la percezione di una persona con il ruolo di madre; semplicemente su quel seno avverte di potere soddisfare un bisogno necessario a vivere: senza, muore.
La mia fragilità mi porta ad amare, dunque l'amore è la risposta a un bisogno, nato dalla fragilità, dalla percezione che senza l'altro il mio essere nel mondo è votato solo alla morte, al non esserci; e la solitudine dell'uomo di vetro è la peggiore delle malattie, delle malattie del vivere.

La fragilità è la percezione del proprio limite e nasce dalla paura. Se uno l'avverte, cerca di sanarla con l'altro, e lo ricerca e lo guarda come la propria forza, senza immaginare che egli si dona perché si sente debole e trova anch'egli nella fragilità dell'altro la propria forza.
È bellissima l'idea dello scambio di fragilità visto come scambio di forza di vivere: così la fragilità si colora di forza, vive e si fa storia.
Sono un uomo fragile che talora ha dato l'impressione di essere un eroe pieno di sé, almeno così mi ha visto chi non sapeva che agivo per dare forza a chi mi aveva chiesto aiuto e che ho rivestito la mia impotenza di voglia di proteggere e di coraggio di vivere, sia pure dentro il carnevale della mia paura. La paura di vivere non mi ha lasciato mai un attimo.
Non mi scandalizzo affatto di annodare l'amore ai bisogni e non alla magia dell'incontro, a una pura alchimia che si lega al destino indipendentemente dalle necessità, come se l'amore fosse il risultato della libertà, una decorazione non necessaria a campare, a stare nel mondo senza essere attanagliati dalla paura. L'amore non ha nulla di libero, perché la paura non permette di esercitare questa utopia. Finché c'è paura, l'uomo si trova imbrigliato dentro i bisogni.
La paura, l'ombra che avvolge le azioni dell'uomo.
L'uomo si muove per scappare dalla paura.
La condizione umana è tutta dentro la paura.
Essere, senza sapere perché. Ignorando il senso del vagare per un pianeta sperduto nell'Universo. In una dimensione che si allarga rendendo la terra sempre più piccola, polvere di sabbia. Un granello di sabbia doloroso.
Il dolore chiama la paura e la paura genera dolore. Il tempo che passa, il tempo che si consuma e il dubbio di trovarsi sempre all'ultimo sospiro di esistenza. Si teme per la vita, anche se sfugge il suo significato e potrebbe ridursi a un inutile.
Se ti senti bene, se il sangue scorre senza ostacoli dentro il tuo corpo, non puoi non chiederti se nel prossimo istante non si formi un coagulo che lo blocca. Nessuno sa cosa può accadere in quel tempuscolo che lega insieme vita e morte, e allora la vita non si distingue dall'attimo di morte che si è annunciato. Tutto può capitare in un istante: la sorpresa, l'inatteso, il temuto. La vita che non lascia mai certezza. Tutto è possibile e così, mentre si vorrebbe tempo per dare senso alla propria storia, si assiste alla fine: spettatore di una tragedia che si consuma sul palcoscenico della propria esistenza.
Fra un attimo il disastro, ancora un poco e il cuore cesserà di battere, e già si avverte un nodo alla gola che soffoca.
La fine non è un appuntamento più o meno lontano, ma un presente che si perpetua, e così si muore continuamente e si è morti anche quando si respira.
La paura di vivere si fa paura di morire e se la vita è un enigma, la morte diventa l'enigma dentro l'enigma.
E allora si vorrebbe fuggire la morte, stare dentro il dolore, dentro la paura di finire che rende buia anche la speranza, quel filo di illusione che serve a garantire il prossimo momento di vita, per soffrire ancora.
Fra un attimo può accadere di tutto e i piani preparati vengono sconvolti. In un attimo la visione del mondo cambia.
Ora vedi solo il tuo corpo che duole, che si sta
ostruendo, che si sta spaccando e non puoi pensare agli affari, alle conquiste, al successo. Un mondo che in un attimo scompare e si rivela ridicolo, perché non sapevi che potesse essere condizionato da un dolore al petto, e il mondo da grandezza strato sferica si riduce al tuo corpo, e viaggi tra gli organi in putrefazione e con la paura di non aver preso in considerazione quella piccola ghiandola di cui ignoravi il nome.
La paura non si lega solo al dolore fisico, alla sensazione di non funzionare più, si attacca anche al ben d'essere che ha una dimensione mentale e sociale, del come si vive con la propria personalità nell'àmbito di quell'ambiente fatto di relazioni.
La condizione umana gira attorno alla morte, alla paura della morte. Si può tentare di dimenticarla, ma basta un mal di pancia e il dolore si fa paura della fine e la paura mantiene il dolore, e lo si sente anche se è diminuito. Nel suo persistere rimanda a una causa, e allora devi correre dal medico che ti consiglia una gastroscopia, e ti buttano nella gola un tubo enorme con una lampadina che permette di guardarti dentro, e se scoprono qualcosa sei diventato malato, se non vedono niente e l'organo è sano, tutto si colora di tragedia poiché essendo tu dolorante devi avere qualcosa di rotto altrove, e allora ti chiedono con urgenza una rettoscopia, e ti guardano l'intestino grasso, e speri che almeno lì ci sia qualcosa di anomalo, ma invece va tutto bene e bisogna fare una cistoscopia e ti infilano nell'uretra una sonda che va nella vescica, oltre il fondo poiché hanno spaccato la parete e devono aprirti l'addome per una peritonite e di peritonite si muore a meno di un miracolo medico. E così, da una diarrea inattesa, vai al cimitero e i tuoi piani
sono finiti e la tua storia si è conclusa proprio mentre stavi scrivendo un capitolo fatto di vittoria.
Il dolore fisico è un segnale di disfacimento del tuo essere poiché tutto si concentra nel punto dolente, e il corpo intero diventa quel punto che soffre, che urla, che si dispera e tu sei diventato un'area dell'addome, del torace, una piccola parte fatta di carne. E non senti altro, nemmeno i rumori attorno a te. Scompaiono i lamenti di questa civiltà del rumore, dove per esistere bisogna fare rumore e l'uomo è diventato colui che fa rumore, che ha strumenti di rumore, che si siede su un motore in continua accelerazione e preme un clacson per avvisare della propria presenza rumorosa.
Il dolore fa più rumore di qualsiasi rumore. Ma si è fermi in un letto o immobilizzati in un bagno o chiusi in uno stanzino di ospedale che sa di morte. Non rispondi al telefono, non navighi in Internet, non dai seguito alle molte e-mail perché sei dentro il dolore, perché sei pieno di paura e la paura lo rinforza e quel dolore ti spaventa poiché nessuno te lo fa passare e la medicina ti spiega perché sia sorto, e per verificare l'ipotesi diagnostica ti ammazzano dopo aver firmato carte su carte per assumerti la responsabilità del danno possibile. Così dai alla medicina che ti ammazza la certezza che si è trattato di suicidio; e andare dentro un ospedale ormai è la via principale per autoeliminarsi: non serve più portarsi su un ponte e buttarsi e magari farlo da quello di San Francisco, il Golden Bridge.
La storia della medicina nella società occidentale si fonda su paura e dolore, l'uno muove l'altra e ne viene mosso. La paura la si porta sempre in tasca, il dolore si lega agli organi di ciascuno e l'uomo è pieno di organi.

La risposta istituzionalizzata al dolore e alla paura del dolore non è solo la serie infinita di esami clinici e strumentali, ma anche la loro attesa. Si richiedono prove diagnostiche, ma si possono eseguire solo a distanza di tempo, talora di mesi e, in qualche caso, persino di anni.
Si deve fare una mammografia per escludere che quel dolore sia dovuto a un tumore, ma si eseguirà quando per la propria immaginazione si è ormai cadaveri. L'attesa diventa drammatica poiché è fatta di fantasia: il caleidoscopio della paura che dipinge quel seno non solo sede di un tumore, ma di una disseminazione di cellule maligne. La diagnosi che si attende è sempre più inutile di fronte alla «certezza» della necrosi di quella parte del corpo a cui si era attaccato il destino di madre e persino quello della seduzione.
L'attesa, un tempo di morte, di fantasie di morte in cui trovano spazio tutte le risposte drammatiche.
Fra un attimo tutto cambia e anche il più tetragono degli esseri umani viene riportato al senso dell'impotenza.
Anche i giganti si ammalano e muoiono e ai potenti non basta dimenticare la morte o pensare che non li riguardi: è certo che anch'essi crepano. Non serve nemmeno credere che avverrà senza averci mai pensato e che la morte, in questo modo, si ridurrà a un attimo di incoscienza,in cui si sparisce senza saperlo.

La percezione della fine è dentro ciascuno di noi, è uno stigma della specie, un marchio della sua caducità. La fragilità è dentro l'anatomia dell'uomo, fa parte della sua sostanza costitutiva che non è di ferro, ma di carne da macello. L'uomo porta i segni della fine, la si sente anche da ubriachi e c'è un momento in cui, di fronte alla morte, si vorrebbe contare su qualcuno che affermi di essere presente, se non toccherà prima a lui sparire. Un legame anche nella morte.
Chi, pensando di esserne immune, scopre la farsa ridicola del potere e ora, mentre muore, sente una solitudine incolmabile, e può stare solo con sé in un momento in cui si disprezza.
La condizione umana oltre alla morte di ciascuno, conosce la fragilità del lutto.
Si era unito a una fragilità diversa che gli dava forza e adesso si accorge che è malata e teme che finisca con la stessa angoscia con cui avverte la propria fine.
E così muore chi ti teneva in vita e ti lascia solo. Vorresti almeno seguirlo e non sai dove andrà: sei consapevole soltanto che non ci sarà più e che fra un momento tu vedrai il mondo in maniera diversa: senza i colori del tramonto che talora per paradosso sono intensi e puri.
Il mistero della sua morte avvolge il tuo mistero e adesso la morte ti attrae. Senti che là, con lui morto, potresti stare meglio: la terra si è fatta di vuoto perché lui era il tuo senso e se n'è andato.
In un attimo la persona cara può morire e non te l'aspettavi, e ora che è successo ti accorgi di aver sbagliato tutto, di non essere stata abbastanza con lui, avresti tante cose da dirgli e non c'è più tempo per farlo. Un tempo che si riempie di rimorso: il giardino di ciò che non si è fatto e che si sarebbe dovuto fare. E talora non solo è pieno di spine, ma appare nudo come un deserto dove non nasce nemmeno una margherita.
Tu resti, e la vita questa volta ti appare come una disgrazia, la morte come una benedizione: ti terrebbe legato ancora a lui, anche se nel silenzio di una bara e di una putrefazione che produce lo stesso olezzo di fine.
L'uomo si riduce a un'oscenità che puzza come una carogna. Nella fine tutto si fa carne putrefatta e ogni dignità si spegne. Tutto puzza di morte.

Non è il mio un gioco al massacro delle idee, ma l'esperienza del dolore: di quello fisico che colpisce la carne e del dolore esistenziale che non si riferisce a un organo, ma al fatto di esistere: il dolore di vivere, il dolore per la perdita di quegli appigli senza i quali la vita è un peso, e un inutile peso, poiché ci si ritrova soli senza un senso e pieni di paura.
L'esperienza del dolore. Il mistero del dolore.
Il dolore può farsi intenso e, come una morsa, fa sentire la paura di non sopportarlo.
Morire di un male fisico è terribile, perché muori dilaniato, sbranato da te stesso. E chi ti guarda non può capire, perché il dolore non si definisce ma lo si vive, la sua dimensione dipende dall'esperienza che ognuno ne ha. Lui conosce il dolore passeggero e leggero di una ferita e tu invece soffri di un herpes zoster che ti ha colpito al torace e lo vedi in qualche macchiolina rossa con delle vescichette che contengono un virus che si attacca ai tuoi nervi e li massacra producendo un male insopportabile.
Lo chiamavano il Fuoco di sant'Antonio, ma questa immagine sa di poesia rispetto a un dolore che non passa, che non ti dà tregua. Non sai come stare, come posizionarti nel letto dove ti butti perché in piedi senti di essere colpito da una lancia che ti trapassa il torace, e pensi a san Sebastiano, al Cristo trafitto dalla guardia, dalla cui ferita usciva sangue e poi acqua. E chiedi aiuto e nessuno ti ascolta, e se qualcuno giunge al tuo letto, non sa che fare e pensa che si tratti di un'esagerazione. E allora vuoi stare solo, perché non si può discutere il dramma del dolore. E ti chiedi il perché di quel virus nella tua carne, il perché di tanto dolore, del senso di un'espiazione che però non sai a cosa attribuire. Fai una vita semplice, propria di chi ha paura della vita poiché è la vita a fare male, e quel virus si attacca alla tua vita per continuare la propria che è destinata a farti male. E pensi a Giobbe, alla sua domanda del perché della sofferenza quando è sempre stato timorato di Dio e rispettoso delle sue leggi. Un perché che non trova risposta se non nel farneticare tra giusto e ingiusto, dentro la follia della felicità che si lega ai reprobi e ai nemici della giustizia, e scappa da chi vive secondo la legge, non per virtù ma per paura.

E ora conosci la natura delle piaghe del profeta perché le porti sul tuo corpo.
Se il dolore si elevasse di un poco soltanto, potresti perdere coscienza, poiché c'è un dolore che non è compatibile con la vita e si fa soltanto morte.
Un dolore tremendo, e tu non hai fatto nulla.
Ti viene da pregare, ma ti senti un infame perché non pregavi quando il male taceva.
E pensi ai santi, tra una imprecazione e un lamento bambino, tra urla di disperazione e un pianto che non ha più lacrime.
Il dolore, il dolore del corpo; e poi c'è quello della vita, il dolore esistenziale.
Inizia con la paura di non essere fatti per il mondo, ma di non poterlo lasciare, perché per abbandonarlo si deve passare attraverso la morte, che ti spaventa.
Non è facile uccidersi quando vorresti avere un senso, quando ti senti attaccato a chi nel dolore non ti può aiutare e vorrebbe persino sostituirsi a te, quando i tuoi pensieri vanno dal vincere la morte che senti vicina, al desiderio della morte che vorresti darti per dire basta al male.
Come si può parlare di libertà nel dolore! Il dolore è la miseria del tuo essere al mondo. E nella miseria non c'è spazio per nulla, non si può nemmeno pensare di scegliere.
Sei giunto in una terra che non ti riconosce, dove non c'è più nulla che ti attrae e tutto ti spaventa.
La paura che deriva dal mondo nemico, dalle persone che vi si muovono e che ti appaiono guerrieri che cercano di ammazzarti senza un perché, solo per fare qualcosa. E finisci per resistere perché hai dubbi su cosa sia la vita, ma ignori completamente cosa sia la morte. E allora vivi soffrendo, vivi di dolore e sperimenti soltanto il dolore. La vita ti appare ridotta a questa dimensione che sa di inferno. E ti convinci che l'inferno è su questa terra.
E ritorna il perché, il perché pronunciato gridando mentre quel dolore al petto ti morsica, ti devasta come una ruspa che scava nella terra e lascia un buco che sa di sepoltura.
È soltanto un virus, un'entità fisica trascurabile che però ha il potere di spaccarti. Ecco la fragilità che non resiste a una bestia di qualche millesimo di millimetro, che non sai perché viva e perché si trovi dentro di te.
Del resto non sai chi tu sia e perché mai ti debba trovare a soffrire in un mondo che sa di sofferenza.
Quando conosci il dolore, vedi dolore dentro le persone a te care e lo espandi sopra tutte le cose, sul mondo intero che diventa semplice espressione del male.
E allora piangi per te e per il mondo e ti avvicini alla depressione dove tutto si fa dolore e al dolore si unisce la colpa.

Ecco l'altro personaggio maledetto.
Non hai fatto nulla per solcare questa terra, non hai fatto nulla per generare inimicizia, hai percorso sempre la strada piano piano per non disturbare, eppure ti senti in colpa per il dolore che trasmetti inconsapevole, poiché non lo puoi nascondere. Ti senti in colpa per il dolore dell'altro che senti su di te. E così il dolore si fa infinito.
Vorresti sparire, ma non sai ammazzarti e allora ti metti in un angolo, anzi in quell'angolo poni semplicemente il tuo dolore che ha l'effigie di un uomo, di un uomo che non si muove più perché vorrebbe essere morto, ma manca del coraggio di morire: per farlo bisognerebbe avere capito cosa ci sta a fare l'uomo in questo mondo e capire il perché del dolore. E allora stai fermo sotto il suo peso e non sei che fatica e dolore. E il dolore si fa paura e la paura diventa dolore e così viaggi in questo spazio ristretto che tuttavia è immenso poiché il male si fa grande e vasto più dell'universo infinito. Nella depressione il tempo si ferma e il dolore di un attimo giunge all'eterno. E così non muori più. e vivi l'eternità del male e del dolore. E quando non lo avverti ti senti smarrito, e lo cerchi, lo aspetti perché il vuoto da dolore ti sembra già la fine, poiché solo la fine non ha dolore. Ti attacchi al dolore che non c'è, e che è dentro la tua memoria spaventata, per continuare a vivere e desiderare di morire. Ma la morte è diversa dal semplice desiderio di morire.

Ecco la condizione umana, ecco il prossimo secondo di ciascuno di noi, il futuro possibile che ci attende. E in questa condizione come è possibile dimenticare la fragilità? Come è possibile vivere il presente senza tenere conto che è ancorato all'attimo successivo in cui può accadere di tutto, ogni forma di disgrazia e di perdita? Come vivere senza considerare il senso della vita, la sua precarietà? Come impedire che quel bellissimo vaso di Murano per un gesto maldestro e involontario cada dal tavolo e si rompa?

Di fronte a queste domande, che nascono dalla paura e dal dolore, persino la potenza appare fragile.
Si presenta come difesa dalla fragilità, dal non volerla accettare, incapaci di sopportare il limite e la condizione umana, immaginandosi parte di una élite divina scesa sulla terra per dominare e per mostrare la propria immortalità, dimenticando che anche il Dio che si è fatto uomo è morto, morto sulla Croce.
Di fronte a questi dubbi, pieni di dolore, il potente mi fa pena, lo sento come un poveretto, anzi il più miserabile degli uomini, poiché rimane solo e odiato, senza che abbia potuto odorare per un attimo soltanto la forza dell'amore, di un legame capace di dare coraggio anche nella morte.
Non sostengo il nichilismo, non aspiro a essere nulla nel mondo per poi diventarlo per sempre fuori del mondo. Il nulla dell'eterno o il nulla di un pugno di polvere in cui si riduce l'uomo e i suoi sentimenti. Non è questa la mia posizione. Non voglio fingere sul dolore, rivestirlo di meriti e senso: il dolore è inaccettabile, non lo si può benedire.
E nessun dio può chiedere di essere riconosciuto attraverso il male che egli può inviare o sanare.
Il dolore è un'esperienza tragica perché lascia attoniti, impotenti, perché chiede spiegazioni senza mai ottenerle: senza capire il senso del dolore che significa quello della vita e della morte dell'uomo.

Questa domanda non dà per scontato che manchi un senso o che sia inutile cercarlo.
Come inseguire un tesoro nascosto: se lo si cerca significa che si crede che esista e che lo si può trovare, anche se non lo si troverà mai.
Ci penserà un altro a riprendere le ricerche e a farle su strade o su isole differenti, ma in quanto pensate e indicate su una mappa sono possibili e vale la pena di dirigere l'imbarcazione in quella direzione.
Io continuo a scavare, e dunque non amo il nichilismo. Analogamente per Dio: non l'ho trovato ma continuo a cercarlo, e dunque è un esistente a me nascosto, a me ancora segreto, ma possibile.
Il nichilista dice che non c'è e per questo non lo cerca. Talvolta mi è parso di averlo visto, ma era un'illusione; mi pareva un dio, anche se io non so come un dio sia e come si presenterà.
In tanti lo hanno trovato e mi invitano a cercarlo, sostenendo che è vicino, forse a un millimetro, e allora io indago anche dentro casa. È fondamentale cercare e credere che sia possibile trovarlo.
Il dolore però va denudato e visto realisticamente, poiché è all'origine della condizione dell'uomo e dunque anche del senso di dio.
La domanda da porgli è sul dolore, e sul dolore di ciascuno, su quel virus dell'herpes zoster dentro i nervi che così impazziscono facendo solo male.
Il dolore è la fonte prima della fragilità poiché ti rompe e ti senti frantumato, incapace di attaccare insieme i pezzi che vedi in te, anzi, sei un cumulo di frammenti, di granelli di sabbia che dovrebbero unirsi e disegnare, scolpire un uomo.
Il dolore è la sostanza, l'ubi consistam della fragilità, e la fragilità genera una visione del mondo che tiene
conto del bisogno dell'altro. Per la fragilità l'uomo cerca aiuto, cerca dei legami per scambiare fragilità, e appoggiando una fragilità a un'altra si sostiene il mondo.

Una visione in cui campeggia il limite, il proprio limite, quello delle persone vicine e dell'uomo come specie. Un limite che impedisce i deliri di onnipotenza, di vivere per il potere, per accumulare ciò che sarebbe bene fosse diviso e distribuito. Impedisce di essere cattivi verso chi sbaglia, poiché l'errore è connaturale alla fragilità, alla paura di sbagliare che, se talora aiuta a evitare l'errore, sovente lo facilita: per la preoccupazione di evitare l'errore, lo si immagina e lo si compie.
Non c'entra il nichilismo, ma la voglia di aiutare l'altro, non di dominarlo, di stare con tutti poiché ti aiutano e tu aiuti loro, e aiutarsi è bellissimo. È forse l'azione più significativa che l'uomo può compiere: aiutare chi è pronto ad aiutarlo e se tu hai dato molto, lui da quel momento è pronto a donare la propria vita per te.
La fragilità come origine della voglia di legame, di comprensione, di solidarietà e di amore. Amare vale più di qualsiasi accumulo di oggetti e di un conto stratosferico in banca: carta e, solo carta.
I sentimenti sono l'essenza della fragilità e li genera.
La fragilità non spinge a vincere; talvolta sa di vittoria l'aver lasciato il primo posto a chi non ha mai vinto. La fragilità conosce gli ultimi e non soltanto i forti. La fragilità non crede alla potenza e sa che è solo infatuazione, imbroglio: un ballo in maschera per nascondere la paura.
Ecco l'alternativa tra amare e comandare. Lo ius primae noctis non sa d'amore ma di imposizione, e ci si unisce per un guizzo di piacere, odiando.
La fragilità non è un difetto, un handicap, ma la espressione della condizione umana.
La fragilità non è sinonimo di debolezza, che è mancanza di forza, un difetto a cui porre rimedio. La fragilità non è povertà, intesa come mancanza di risorse che permettano di rispondere a bisogni elementari e che è possibile cancellare con un po' di giustizia. La fragilità non è incapacità di fare, di pensare. Non si lega a una dotazione sminuita di abilità intellettiva o emotiva. Non è un sintomo o, peggio, un insieme di sintomi tali da definire una malattia. La fragilità non è una inferiorità nel confronto di altre situazioni che paiono invece espressione di una ricchezza di personalità. Non è un difetto, una menomazione o una condizione che comunque la pone sul piano del patologico. È semplicemente una visione del mondo che si lega all'esistenza, non al singolo che ne è parte. È la visione del proprio essere nel mondo, è la percezione che deriva dal dolore, dal senso del limite.
La fragilità non conduce al male, ma semmai alla saggezza, di certo non al nichilismo. Il senso del proprio limite rappresenta il primo vissuto assieme alla cognizione del dolore e alla paura. Dalla paura nasce un modo di percepirsi e un programma di come vivere, non la voglia di eliminarsi, di farsi nulla. Il limite come condizione strutturale, come specificazione della vita umana.
Insomma, la debolezza è una risorsa, una strategia di vita che fa apparire il potere e la ricerca del potere come un'anomalia, un incomprensibile errore di prospettiva umana, capace di generare odio e inimicizia tra gli uomini e tra le nazioni entro cui gli uomini si riconoscono e si identificano. Ecco la forza della fragilità che tuttavia non può ingenuamente considerare la paura e il dolore come elementi positivi: sono esperienze terribili, ma misteriosamente presenti e non eludibili.
È soprattutto il dolore non evitabile quello a cui noi guardiamo: all'incursione di un virus, alla moltiplicazione folle di una cellula che, fuori da ogni ordine e senso, si fa tumore. È la paura di morire, e la morte non è eliminabile, ma qualcosa con cui ognuno si incontra, che si può semmai dimenticare per un po', fino a quando non bussa alla propria porta e annuncia che nessun potere le resiste e che alla sua vista il tutto o il nulla si eguagliano.
La fragilità è una visione del mondo, il mondo visto dalla condizione dell'uomo, del singolo uomo che certo la colorerà di tinte ora più scure ora meno drammatiche in funzione dell'umore, della paura che egli vive e del dolore che ha sopportato e che continua a patire.
Una società fragile non è una società debole, semmai è una società saggia.
La fragilità non conduce al nichilismo, non al potere come unico scopo da perseguire, ma porta alla saggezza, a vedere il limite della ricchezza e del potere, a sentire il dolore nella sua drammaticità e nel suo mistero. La forza del mistero è parte della fragilità e ci sono persone che credono di sapere tutto e di potere tutto. La società della fragilità non è fatta di vincitori e di perdenti, ma tende a essere giusta poiché si chiede cosa significhi vincere, cosa sia la ricchezza quando si è presi da un dolore straziante, persistente e insopportabile, capace di annullare ogni delirio di grandezza e di potenza.
La fragilità mette un limite, a tutto, anche alla ricchezza e al potere, e li vede come strumento per soggiogare e per dominare, trasformando l'uomo in un dipendente, un'appendice del delirio di potenza.
La debolezza del potere e della gloria è per paradosso la forza della fragilità. La differenza è tra l'essere forti e temuti oppure fragili e stimati.

E ritorna la forza del mio essere psichiatra, legata alla fragilità. Il vedere una storia di sofferenza dentro la mia fragilità, nel mio dolore. Nella storia dei miei matti intravedo i meccanismi che avrebbero potuto rompermi e in questa proiezione si accresce l'interesse per loro, per una storia possibile e forse soltanto mancata nella mia esistenza.
Chi considera la malattia di mente un buco nel cervello e pensa di non averlo, riduce il proprio paziente a un imperfetto di fronte a un perfetto. Ritiene che la malattia sia legata a una macchina difettata mentre egli si trova dentro a una perfetta, che il malato rappresenti più o meno ciò che un'auto rotta significa per un meccanico. Talora pensa che certi difetti siano ormai propri di quel rottame che non vale nemmeno la pena di aggiustare, ma semplicemente di far andare fino alla fine vicina, che lo porterà con un carro attrezzi a una discarica di ferri vecchi e matti.
Ogni malato che si sia seduto davanti a me, è entrato nella mia storia, sia perché mi ha coinvolto umanamente mostrando una storia possibile alla mia esistenza, sia perché quell'uomo, dentro le maschere della follia, mostrava nuove espressioni umane della sofferenza e del dolore.
Per chi ritiene che tra follia e normalità si alzi una barriera invalicabile e che il mondo sia diviso tra chi diventa matto e chi non può assolutamente diventarlo, il
matto è un oggetto da analizzare, e non coinvolge mai fino a rendere quella vita parte della propria.
È la distinzione tra uno psichiatra meccanico e uno che si relaziona con la sofferenza psichica. Per capirla, occorre far sentire al malato di essere importante per lo psichiatra.
Lo psichiatra non è solo un tecnico, ma un uomo che si è incontrato con chi soffre, e ciò è possibile solo se anch'egli ha sofferto. La terapia è un incontro di fragilità e avviene attraverso il racconto della fragilità che si è fatta malattia e poteva non esserlo, esattamente come la non malattia dello psichiatra può diventarlo.
La follia non è un destino, ma una storia che si svolge vivendo con gli altri negli ambienti geografici ma soprattutto relazionali, in cui la vita si consuma.
La follia dipende certo da come è fatto il corpo e ciò che la testa chiude al suo interno, il contenuto del vaso di Pandora, ma dipende anche dalle esperienze che si sono fatte e potevano non essere, e infine risente degli ambienti in cui la vita è passata fino a quel momento.
Ecco perché uno psichiatra non può essere un meccanico, come i positivismi antichi e attuali lo definiscono, riportando il dolore sempre dentro il cervello e riducendolo a un'anomalia che soltanto lì si risolve e si spiega.
Lo psichiatra non distribuisce pezzi di ricambio e non aggiunge carburante e lubrificanti, ma risponde con la propria conoscenza delle malattie di mente e soprattutto con la propria umanità e con la propria visione del mondo che si fondano sulla fragilità. E la relazione psichiatra-matto è un gioco di fragilità. È un esempio, finalizzato alla cura, di come si opera nelle relazioni umane, di come sia necessario dare aiuto e mostrare la
forza della fragilità, non della perfezione. La terapia è prima di tutto educazione, esperienza di una relazione che si fa essenziale e umana. E lo psichiatra diventa un maestro non nel senso di colui che sa, e per questo si distanzia dal proprio paziente, ma in quello di chi sa gestire la fragilità e ha saputo non rompersi in circostanze in cui altri invece sono usciti massacrati, frammentati. Insegna a vivere sapendo di essere egli stesso uscito da una condizione che pareva priva di direzione e destinata solo alla morte.

Saggezza o potere

La fragilità genera saggezza, il senso di perfezione produce invece soltanto potere. La saggezza a sua volta avvicina alla serenità.
Conosco molti saggi. Non sono noti a un mondo che si lascia colpire solo dai potenti, da chi fa baccano, spesso con le armi per conquistare terre e uomini, per lottare contro nemici che, se non esistono, vengono inventati.
Il potere si fonda sulla cultura del nemico. Senza questa categoria, il potere diverrebbe miseria: si regge sempre sulla presenza di un antagonista che va eliminato o soggiogato. E nemico è chiunque abbia un potere che possa competere con il proprio, e si finisce per considerare nemici le persone che prima si pensavano alleate e le si combatte per riprendersi i privilegi che si era loro concessi.
Il potente dona solo per compromettere e quindi su un calcolo che segue la legge semplice e spietata del trasformare il tuo in mio. La logica del mio da allargare fino a diventare padrone della terra e padrone di tutti gli uomini che la calpestano.
I saggi non amano il potere, aspirano a non essere condizionati dalle cose, ma semmai dalle relazioni.
Occorre avere quel tanto che non immetta nell'indigenza, perché la povertà e la miseria non permettono la libertà, quel tanto che serve per vivere e per soddisfare i bisogni essenziali: non serve molto e lo si può ottenere senza entrare nell'agone del potere.
Il potere da una parte, la saggezza dall'altra.
Il saggio non ama ergersi sopra un monumento o costruirselo, ma desidera vivere sereno. E la serenità ha come premessa di non avere nemici. Il nemico è una idea, prima che una persona ben identificata e capace di fare del male. Il nemico abita nella propria testa e da lì invia i propri attacchi e si fa pericoloso.
Il saggio guarda alle persone come ai propri simili e li osserva con curiosità e quindi con la voglia di conoscerli e di ascoltarli. Il potere riduce lo sconosciuto alla sua possibilità di attaccare e di mettere in pericolo il proprio patrimonio, il proprio «mio». Anche se è un uomo nudo, lo si riveste di ogni camuffamento, e diventa nemico, indipendentemente da quello che ha e che effettivamente può fare.
La saggezza vuole serenità, desidera vivere con il sorriso, guardare con interesse, e attraverso la storia dell'altro conoscere meglio se stesso. La relazione è un insieme che genera novità e arricchisce sé e l'altro.
Per il potente, l'altro è solo un pericolo.
Il saggio non accumula beni, offre il di più e vive tra saggi che donano ciò che avanza. Così si dà e si riceve e si ha sempre una dispensa generosa poiché se non hai nemici, dappertutto trovi ben volere.
Il saggio sa che la serenità è altra cosa rispetto alla felicità a cui guarda il potere. La felicità è una sensazione acuta che si attiva a seguito di uno stimolo di piacere di fronte a una vittoria strepitosa. Terminato lo stimolo, la reazione finisce e rimane il vuoto.
La serenità è uno status continuo, una condizione che non tramonta poiché si lega a una visione del mondo che si fa strutturale al vivere. Non ha acmi spasmodiche, non è fatta di orgasmi, ma di continue percezioni positive che si ricevono in quanto si distribuiscono, e si finisce per trovarsi in un mondo in cui domina la cultura della solidarietà e della condivisione. Il saggio aborre il potere poiché sa che da quel momento, carico di oggetti, si è invidiati e si finisce per essere derubati e, per evitarlo, si devono costruire fortezze, avere guardie, poter spaventare.
Il saggio semmai è soddisfatto di se stesso come persona, laddove il potente è soddisfatto solo da ciò che ha, che possiede, dalle cose che lo addobbano ma che non sono mai patrimonio della propria individualità, del proprio essere. Sono cose che uno ha, ma non che è. I saggi del mondo sono dei nessuno per il potere e per la cronaca che è gestita dal potere.
Il saggio è uno che vive con la percezione di essere utile a tanti, per come sono e non per quello che hanno. Il patrimonio è inversamente proporzionale alla saggezza.
Chi ha ricevuto per rispetto e per amore sa dare di tutto anche se non ha nulla. Egli è disposto a donare la propria vita.
E bello non avere nulla eppure non mancare di ciò che permette di vivere e di vivere serenamente. La serenità dipende dalle persone non dalle cose.
L'altro da sé, per il saggio, è un amico fino a prova contraria: del resto se sei avvicinato e non hai nulla, non può che accadere per quello che sei tu. Mentre chi possiede tanto, è colto dal sospetto che, chiunque lo cerchi, lo faccia per ciò che ha e mai per quello che è.
La proprietà, il «mio», è veramente sintomo di una malattia che può farsi grave e che porta a isolarsi, circondati da guardie del corpo e' da eserciti.
Il saggio non teme nulla - e per questo è deriso dal potente - non ha nemici, essendo egli innocuo. Appare come uno stupido, uno che non raccoglie da terra nemmeno una banconota di grande valore, poiché non ha bisogno di nulla e semmai aspira ad avere un maggiore numero di amici, una conoscenza allargata del mondo, fatto di persone e non di oggetti.
Non sa odiare nemmeno il potente, gli appare come un malato che non si può curare, poiché vedrebbe l'intervento come un attentato.
Il saggio non è il sapiente, !'intellettuale, carico di titoli e di lauree. Non si riferisce necessariamente a testi di difficile lettura e interpretazione, ma alla propria esperienza, alla soddisfazione che prova nell'alzarsi il mattino e nel coricarsi la sera avendo operato per la serenità di chi ha vicino. Non ha programmi, semplicemente vive.
E non si dica, non lo si dica mai, che la saggezza è contro lo sviluppo sociale, e che se avesse dominato nella storia saremmo ancora all'età della pietra e delle caverne, senza benessere, con una medicina fatta di shamani e non di professori dell'Università di Harvard e di Cambridge.
La saggezza è estremamente curiosa, e questo è il vero motore della scoperta. Mancherebbe soltanto la ridondanza della tecnologia.
Il dramma del potere è di aver sfruttato ogni scoperta per il denaro, ridotta a denaro contro ogni senso del limite e ogni buon senso.
La fisica delle particelle, tesa a chiarire il mistero e la costituzione della materia e del sempre più piccolo, è stata usata per costruire strumenti di distruzione, per vincere le guerre e per farsi più forti agli occhi dei nemici. L'elettronica che poteva servire a unire insieme il mondo, avvicinando o annullando le distanze, è diventata un mezzo che ha sostituito la mente dei singoli e ormai opera mettendo a riposo la carne che va in putrefazione e trasformando la vita umana in vita digitale.
La saggezza ama capire e scoprire, il potere sfrutta invece ogni scoperta nell'idea unica e fissa del potere, di come contenere il nemico o ridurlo in schiavitù.
Sono stati i saggi antichi a rimanere seduti la notte a osservare le stelle e durante il giorno a guardare il sole dal sorgere fino alla sua caduta nell'orizzonte. I potenti di allora andavano a depredare e a uccidere molti animali, non solo per nutrirsi ma per fare mercato e, quindi, per accumulare in maniera inutile alla vita, ma necessaria al potere.
L'avanzamento delle società è nelle mani dei saggi non dei potenti, i quali si dedicano solo alle armi e alla tecnologia dell'ammazzare fino a inventare i missili intelligenti che colpiscono obiettivi sensibili e a commercializzare le mine antiuomo.
Se la società fosse stata in mano ai saggi - ipotetica irreale poiché i saggi non vogliono mai comandare, ma semmai esprimere le convinzioni che non sono idee teoriche, ma sempre esperienza di vita - sarebbe molto più avanzata e conoscerebbe la pace, non la guerra.
Ecco una differenza sostanziale: i saggi vogliono la pace e non concepiscono affatto l'uccidere, per nessun motivo, mai, di certo non per conquistare potere e arricchirsi.
Finché domina la logica della guerra e le società spendono tempo e denaro per questo abominevole sistema di conquista, anche se tutti lo definiscono di difesa, è segno inconfutabile che la saggezza è estranea al mondo e che i saggi sono uomini sereni ma emarginati nella società e inutili al suo governo.
Occorre ammettere che la guerra non è una follia, come si tende a sostenere dagli stessi che poi la coltivano, ma è una conseguenza, logica e necessaria, del potere. Finché dominerà il potere e la corsa al potere, sia pure nelle vesti del successo, della vittoria del più bravo, risultato di contabilizzazioni contraffatte, sarà lo strumento a cui le società ricorreranno costantemente, poiché la guerra è parte delle aziende che devono produrre armi e smerciarle sui mercati e per questo c'è un unico sistema: fare le guerre. Non può un'industria produrre e mettere nei magazzini, deve vendere, e per vendere occorre consumare: missili, aerei da combattimento, accessori bellici. La guerra non è un tema di politica e di alleanze forti, ma semplicemente si lega alla ricchezza che, dalla produzione alla commercializzazione, si ottiene.
Il saggio non concepisce la guerra e la bandisce a partire dalle relazioni interumane, mentre chi vuole la guerra l'applica già dentro casa, tra vicini, tra compagni di lavoro, nella scuola, come sistema di educazione che è prima di tutto strategia di lotta. La saggezza chiede che non si faccia la guerra e che si chiuda il mercato delle armi e poi che si calmino gli animi. Senza la cessazione della produzione degli strumenti di guerra, la guerra continuerà e la si farà dovunque e per i più futili motivi, pur di consumare armi e di continuare a produrle, e il loro uso significa solo morte, morte di soldati e di civili poiché nessuno più combatte nei campi di battaglia lontano dalle città.
La guerra, oltre alla morte attuale, produce odio che fomenterà voglia di nuove guerre; e l'odio è lo sport preferito dalle industrie belliche che vivono di bambini e di donne massacrati dalle bombe intelligenti, dalle mine antibambino. Se si rompono i corpi senza ammazzare, si attiva una industria dell'handicappato di guerra che è sempre sussidiaria a quella dell'ammazzare diretto.
Il potere vuole la guerra e l'odio che la rende perenne, la saggezza non conosce l'odio e non sa concepire la guerra, anche se la conosce e si sente importante nei suoi confronti. La guerra è dentro il potere, fa parte della mente alterata dal possedere e dal possedere sempre di più che riduce la testa a un magazzino o a centrale di contabilizzazione dell'avere e del desiderio di avere. E la guerra è un sistema per avere presto e tanto.
La pace non è un miraggio, ma una necessità di esistenza: per stare insieme, per condividere la condizione umana, per sostenere l'uno con l'altro di fronte al dolore e per non creare nuovo dolore. La guerra, se evitata, non aggiunge al dolore inevitabile quello che il capriccio del potere invece causa. La stupidità della guerra, la guerra dentro la mente e nella visione del mondo, prima che nei cannoni o nei missili tele comandati.
La saggezza genera comprensione, sa che l'uomo può cambiare e che la distanza tra una tragedia e la serenità è breve, talora solo di qualche millimetro e si può ottenere con l'aiuto dell'altro e con l'esempio che non è mai esibito, ma è parte di ogni piccolo gesto. Il saggio non fa mai nulla di eclatante, ma semplicemente vive e quando gli si riconosce di avere fatto un'azione eroica, subito smentisce. Spiega che questa percezione deriva dalla visione del potere per il quale rinunciare a qualcosa è follia, è incoerenza, e dedicare tempo al prossimo è segno di incapacità di stare a questo mondo, dove la sicurezza è soltanto garantita dal potere e dal denaro.
Il potente parla di leggi poiché è il vero legislatore, e nel richiedere che vengano rispettate, sa di fare i propri interessi; il saggio non parla mai di leggi, ma sempre di etica che si àncora alla vita. È iscritta nella filosofia dell'esistenza e non su un libro manomesso e continuamente corretto per essere aderente al tornaconto del potere.
Fare giustizia significa applicare la legge, essere morali vuoI dire rispettare la vita e l'uomo. Nel primo caso si applica la strategia del potere, nel secondo si considera la condizione umana. L'etica riguarda sempre l'altro e il rispetto dell'altro, la giustizia ha a che fare con il vantaggio del più forte, e per ottenerlo si cambia una legge o la si promulga appositamente, la si interpreta nel modo voluto con avvocati e giudici corrotti. La morale non si corrompe, non ha bisogno di tribunali, non di leggi scritte poiché considera l'altro come se stesso: convinti che la vita dell'altro sia una parte che condiziona anche la propria. Non mors tua vita mea, ma vita tua et mea.
Ecco la distinzione, la giustizia divide e stabilisce chi ha vinto e chi ha perso; l'etica afferma che entrambi hanno ottenuto rispetto: l'uno dall'altro, in una rete in cui tutti hanno la stessa grandezza, quella dell'umanesimo che si lega al fatto di essere uomini.
È straordinario sentire di uomini morali, coerenti, rispettosi che non accettano compromessi, che non stabiliscono alleanze a vantaggio di alcuni e a danno di tutti gli altri. È bellissimo guardarsi in volto il mattino e riconoscersi senza dover indossare delle maschere per sembrare adeguati a ruoli che sono solo di potere, al servizio del potere.
Confesso di provare più pena per chi vive all'ombra dei potenti che non dei potenti. Giullari inverecondi del potere, parassiti delle briciole, disposti a rinunciare a ogni principio che sentono dentro di sé pur di piacere al potere. Concubine raffinate che per essere penetrate danno la propria mente, invece che il pube. Hanno perduto il senso di colpa che permette il confronto tra ciò che si fa e ciò che si sarebbe dovuto fare, e che permette di capire che aver agito contro l'uomo significa anche essere andati contro se stessi. Con il senso di colpa si ha voglia di chiedere scusa, e il saggio ama scusarsi, rimediare, non nasconde i propri peccati e semmai li vorrebbe dichiarare coram populo, in modo che il proprio errore sia di utilità a tutti e possa servire per non sbagliare più, poiché ogni volta che si va contro la morale umana, si tradisce la dimensione dell'uomo, si colpisce un uomo, uno che è esattamente come te, uno che è legato a te: colpendolo o trattandolo immoralmente colpisci te stesso.
Per il saggio la violenza sull'altro è autoaggressione. Per questo non gli è possibile fare del male e tanto meno dichiarare guerra.
Il potere, al contrario, pensa che eliminando l'altro o colpendolo si dà più forza a se stessi o al proprio clan.
Il potente parla di giustizia, poiché sa di manipolarla, e mai di morale, poiché il potere è amorale, è contro il rispetto dell'altro.
È bellissimo sapere di essere tra i giusti pur temendo sempre di non appartenervi, poiché bisogna continuamente essere attenti a non deragliare. Per questo il saggio non è mai un impulsivo, ha bisogno di meditare.
La saggezza ha un uso del tempo diverso dal potere che deve sempre decidere subito, poiché essere in ritardo, anche di un momento, significa dare vantaggio al nemico e quindi rendere più incerta la vittoria.
Nessuno deve vincere, semmai bisogna stare attenti che nessuno perda poiché allora tutti hanno perduto.
La democrazia è una finzione, uno slogan, il vero rispetto di tutti è parte dell' etica, non dei sistemi di governo, non dei piani di partito che sono sempre all'insegna del potere e dunque del più forte. Basterebbe a sostenerlo il fatto che il tempo ha inventato la «tirannia
democratica»: vecchi autoritarismi assoluti rivestiti di volontà del popolo, attraverso votazioni truccate o guidate da slogan e condotte da mezzi di convincimento e di suggestione.
Si crede di aver fatto una scelta tra più opzioni, mentre si è seguita una imposizione colorata di democrazia per dare il potere assoluto.
La democrazia in senso proprio è dentro la morale e fa parte della saggezza.
Il saggio rispetta tutti e aspira a fare del proprio simile una parte di sé attraverso la solidarietà, l'aiuto reciproco e il rispetto.
Il potente è un bugiardo e, poiché si ritiene il sommo tra gli uomini, finge con se stesso, non tiene conto del valore degli altri e così afferma una cosa e il suo contrario, a breve distanza, senza curarsi dell'incoerenza, e chi osa rilevarla è considerato un nemico da eliminare, attraverso una delle possibili vie oggi esistenti per ammazzare un uomo: toglierli la vita fisicamente, oppure colpirlo nella personalità, e dunque lasciando che il suo cadavere cammini, oppure ancora rovinandolo nella sua posizione sociale e mostrandolo come un abietto.
Il potente non perdona mai, poiché la clemenza è considerata un atto di debolezza. Assume sempre gli atteggiamenti e le affermazioni che si presentano in quel momento utili alla sua grandezza e all'allargamento del suo potere: questa è l'unica coerenza. E in questo sbandierare vessilli differenti egli è convinto di avere la verità, anzi che egli è la verità.
Il saggio pensa alla verità, ma sa di non possederla. Sente che cercarla è un esercizio che migliora chiunque la cerchi, mentre il pensare di possederla fa ritenere che sia qualcosa che appartiene solo al potente e sulla cui base egli possa giudicare e condannare in nome della verità.
È curioso, la falsità si coniuga alla convinzione assoluta di avere la verità. Troppe guerre sono state condotte in nome della Verità, del Diritto, del Dovere. Troppe stragi sono state perpetrate per la verità, come se la verità richiedesse morti e dolore.
Una concezione perversa. E in questo clima qualsiasi principio, e persino principi opposti, possono essere ritenuti verità.
Il potere è una disgrazia e un'infamia, e si serve sempre della violenza, l'arma segreta del suo mantenimento: l'epurazione del nemico. Una volta eliminatone uno, subito ne percepisce un altro, e poi ancora un altro fino alla misantropia che diventa culto di se stesso.
Il potente ricorda solo le vittorie e dimentica le sconfitte, anzi nemmeno le percepisce.
Vede sempre il mondo dalla superficie, senza mai chiedersi cosa sia e il perché del mondo e dell'uomo dentro il mondo. È dominato da un ottimismo acritico, basato sulla potenza accentrata su di sé.
Manca di fantasia, essendo attento solo al concreto, semmai delira avvertendo una potenza che supera quella reale. La fantasia malata del possedere ancora di più, sempre di più, fino a incorporare tutto ed essere padrone di tutto. E padrone degli uomini.
Il saggio non è un ottimista, conosce il dolore. Sa che nel prossimo attimo tutto può mutare e il sereno lasciare il posto a un acquazzone. Egli è un pessimista poiché sa del male che governa il mondo, ma è un pessimista attivo che opera, che aiuta gli altri, che cerca di migliorare la società senza tuttavia volersi imporre.
Il saggio sa come il mondo andrebbe guidato, possiede una fantasia attiva e dunque, pur nella emarginazione, pur nella veste del nessuno, sogna e intravede una modalità per vivere meglio, perché la serenità appartenga a tutti. Non pensa mai di imporsi, sa che il potere, anche quando lo si vorrebbe come condizione transitoria, si trasforma in una tirannide perpetua.
La fragilità, fonte di saggezza, non spaventa mai, cerca la stima, non la pretende, ma agisce per meritarla.
Nella visione del saggio domina non la verità ma il dubbio. Il potente non ha dubbi e considera chiunque li esprima un debole, un succube per costituzione mentale. Un gracile nella mente.
Il potente, nella certezza di aver raggiunto l'apogeo della grandezza, non ama che lo status quo, non modifica nulla poiché ormai possiede ciò che un uomo può raggiungere e se fosse possibile salire ancora, egli andrebbe più in alto.
Sono, dunque, la saggezza e la fragilità a sottendere e a spingere a migliorare le società, mentre la tirannide è sempre una condizione di stallo, invisa a nuove esperienze che costituiscono o possono essere una strategia oscura del nemico, di qualche nemico. La saggezza non è conservatrice, mentre il potere diventa fissismo in una celebrazione esaltata, in una autocelebrazione che si ripete, si auto-osanna.
Ci sono piccoli poteri: il padrone della famiglia, dell'azienda, l'uomo forte nella scuola.
Muta solo la dimensione del regno, ma non lo stile, anzi, spesso lo si evidenzia in maniera ancora più cruda, poiché si esprime e si consuma in un piccolo spazio e su poche persone che subiscono il potere in maniera più macabra e più evidente. Talora la cattiveria del potente minore raggiunge livelli incredibili proprio perché, esercitando quel piccolo potere, egli pensa a un potere maggiore, che vorrebbe avere ma che non ha ancora raggiunto, e forse rimarrà per sempre il persecutore dei propri figli e della propria moglie o di quei pochi «bisognosi» che sono caduti nella sua rete.
Il saggio non ha gradi, non si distingue in grande e piccolo. La saggezza si esprime sempre con lo stesso stile in ogni circostanza e non è compatibile mai col potere, con la sua perversione. Il saggio è sempre fuori del potere, lo fugge come uno degli inganni più repellenti e più pericolosi che l'uomo possa correre e da cui deve scappare.
La sofferenza mette in risalto la fragilità dell'uomo e del saggio: nasconderla per mostrarsi potente, rende simili a un soldatino che, indossata una corazza e un elmo e salito su un ronzino, si crede imbattibile.
Il saggio conosce la speranza che non è la certezza del potere e la sua arroganza, ma il sapere che ogni piano si colloca dentro il mistero e che il mistero rimanda sempre all'altro e persino a un Altro. La speranza dipende dal singolo, ma anche dal mistero che lo avvolge. E bellissimo sperare e sperare in tanti. La speranza presuppone anche l'immaginazione, la possibilità di costruire un mondo grande o piccolo, diverso e migliore. E si spera che quel piano della fantasia e del sogno si possa realizzare.
Il potente ha paura persino dei sogni e li vorrebbe giustiziare, sconfiggere: sono sempre affermazioni o attestazioni di pericoli. Non parlano mai di mistero, ma sempre di storia. E allora si riducono a strategia o a suggerimenti per gestire il potere, per come difenderlo dai nemici e poi allargarlo. Non c'è altra immaginazione possibile.
Si ritiene abitualmente che la modestia sia una strategia del successo, di chi sente la propria importanza e significatività, ma fittiziamente la nega per ottenere qualche vantaggio nel giudizio che ne può scaturire. La modestia è, invece, la totale assenza di percezione della grandezza che altri possono attribuire. Se considerano eroica un'azione o la caricano di valore, per chi l'ha compiuta rappresenta la sola risposta di cui egli era capace e dunque la sola opzione possibile. Egli non avrebbe potuto che comportarsi in quel modo e quindi ai propri occhi risulta un fatto persino banale.
Nulla che possa rimandare a una captatio benevolentiae, la modestia è il risultato del ritenersi una persona ordinaria, coerente con i propri princìpi e in sintonia con il proprio dover essere.
Del resto chi ha la sensazione della propria fragilità come potrebbe considerarsi grande, vedersi, anche solo qualche volta, in maniera sublime?
Egli è un uomo che nella vita può rompersi e ridursi ai frammenti di quel vaso, che può perdere il proprio contenuto e rimanere nulla.
Semmai constata che non si è ancora rotto e che sarebbe potuto succedere e di questo ringrazia le circostanze e forse anche la fortuna che è parte del mistero della vita, di una concezione in cui non tutto è spiegabile e non tutto verrà spiegato mai. Ogni sapere ha rimandato sempre a un altro sapere, e ogni dato ha mostrato che almeno un mistero si è aperto e dunque che la conoscenza è allo stesso tempo sapere e ignorare.
Il potente è sempre più attaccato alle cose, poiché deve averne di più e su quanto egli possiede si abbarbica come un'edera che vorrebbe abbracciare tutto, mentre il saggio ne è sempre più distaccato e si interroga sul senso delle cose. Se non danno significato alla vita, allora anche possederle tutte non significa nulla.
E ritorna il senso dell'esistenza, che il potente dimentica o riduce alla quantità, mentre il saggio lo situa dentro l'uomo, in qualcuno che ama o che desidera aiutare, in un'atmosfera in cui tutti sono amici o potenziali amici. E allora una piccola cosa, che non vale nulla al mercato del denaro, può farsi utile, anzi piena di significato: un simbolo senza valore, ma indispensabile alla propria vita, come l'anello che portava il proprio padre morto e che adesso indossa il figlio, che così lo ricorda sempre e lo fa vivere in quella mano che si muove come se fosse quella stimata e benedicente del proprio padre.
Il saggio scopre la grandezza delle idee, il piacere di darsi, di amare, di perdonare, di offrire un sorriso, non un brillante, di distribuire sguardi di comprensione e di disponibilità. È bello esserci, anche per chi non ha bisogno in quel momento di nulla; è bello sapere di esserci per darsi e non per dare oggetti, cose.
Il potente talora fa l'elemosina, un gesto di potenza su un miserabile; il saggio offre se stesso, gode nell'essere utile alla fragilità dell'altro e nel sapere che l'altro è utile alla propria: si tratta sempre di relazioni e mai di servizi.
Darsi, e non dare, aiuta a scoprire di quante piccole cose la fragilità sia capace, a partire dal capire i bisogni degli altri. E per lo più non hanno necessità di un'astronave ma di un sorriso, di un'attestazione di stima, mentre si crede di non valere nulla e che nessuno li consideri.
Il saggio è ricco di idee e di idee profonde, sa andare dentro il senso, sa filosofare. Il potente è l'uomo delle abbuffate, dell'apparire, e si mette stemmi dappertutto per incutere timore: deve spaventare anche senza svolgere un'azione. Le insegne e l'abito dicono cosa egli potrebbe fare.
Il potere ama la giovinezza; la saggezza ha un'alta considerazione della vecchiaia perché chi ha vissuto tanto, ha imparato molto, magari raccogliendo errori che ora non compie più.
Il potente pensa che tutti abbiano bisogno di lui, mentre il saggio crede di avere bisogno di tutti, non per sfruttarli ma per dare, poiché è più bello dare che ricevere e talora si riceve solo per fare piacere a chi ha donato. Alla fiducia del saggio si contrappone il sospetto del potente. L'uno sa giocare, l'altro conquistare e dunque abbattere e soggiogare.
In un caso il mondo è fatto solo di nemici, nell'altro sono tutti amici: si tratta solo di conoscerli e di capirli, nel tempo stesso in cui si viene considerati e capiti.
Ecco ancora la fragilità che aiuta e cura l'altrui fragilità. È impossibile fare lo psichiatra senza questa convinzione profonda: senza «dire» a chi lo incontra che egli vuole, desidera e crede possibile legarsi a lui, fargli percepire che è un uomo che egli vuole conoscere, stimare e scoprire. È fondamentale mostrargli che proprio questa è la base dell'aiuto che lo psichiatra, e io, vuole dargli. E che il resto, gli strumenti tecnici che pure sono importanti, hanno un ruolo e un significato complementari.
Solo da questo legame è possibile sperare di aiutare e di curare, altrimenti l'incontro si riduce a un rito che ha lo scopo della parcella in cambio di un autografo scritto su una ricetta che delega a delle sostanze amorfe un compito irrealizzabile.
Soltanto dentro la relazione umana quel farmaco viene personalizzato, diventando prima ancora che un principio attivo nel cervello, secondo certe leggi della biochimica, il simbolo della presenza di me psichiatra, e quando il paziente lo assumerà si renderà conto che ci sono io e che mi porta dentro di sé. Talora per attivare questa comunicazione senza la quale io non mi sento psichiatra, quando le parole o le espressioni del mio volto mostrano delusione e la voglia di continuare ancora senza stancarmi mai - e i miei colloqui ormai durano dalle due alle tre ore - prendo la mano del mio paziente e la stringo, l'accarezzo, riduco le espressioni dello stare insieme ai gesti che una madre dedica al proprio figlio bambino, e insisto fino a che sento che anche la mano che stringo comincia a stringermi e che la mimica che era fissata, marmorea, comincia a mobilitarsi: è l'inizio di un sorriso, difficile poiché in quell'uomo i sorrisi sono sempre stati preludi di violenza.
Sono incredibili la soddisfazione e la commozione che ho provato di fronte a casi di autismo e alle oligofrenie. Nel vedere questi esseri minimi, ridotti solo a qualche sembianza, cominciare a muovere la propria interiorità in nuce e poi, a poco a poco, raggiungere livelli di espressione più ricchi fino a esprimere la voglia di stare ancora con me e di continuare a vivere in una relazione che mai hanno sperimentato.
Gli oligofrenici sono uomini bloccati, ma attivabili entro àmbiti che, anche se limitati, sanno di miracolo. Un miracolo delle relazioni umane e della psichiatria vissuta come umanesimo, con la saggezza dei limiti, dei propri limiti di psichiatra, e non con l'arroganza delle onnipotenze in camice bianco che sanno solo di follia strumentale.
Ricevere un sorriso da un depresso che vuole solo morire, ma che adesso comincia a desiderare di vivere con il sorriso sulle labbra, è magnifico e gratifica più di ogni parcella riscossa sul mercato della sofferenza.
Lo psichiatra non può condividere la vita con un solo paziente, poiché la domanda di aiuto è molto frequente, ma certo può aprire un varco nel mondo di molti, di molti malati di mente.
E bisogna indicare quella breccia alle persone che al malato sono vicine affinché continuino ad allargarla, mostrare quanto sia bello aprire una porta là dove sembrava che ci fosse il muro inespugnabile della malattia di mente.
E così si rimane presenti attraverso chi continua a operare e si è attivi con i simboli degli aiuti tecnici, della telefonata periodica, del controllo che sempre più diventa un incontro tra amici, una verifica che la vita è possibile anche nel deserto e che la malattia di mente, la follia, la si può vincere sempre, purché ad agire come terapeuta sia l'uomo, non la medicina.
Per questo lo psichiatra prima deve essere un uomo, e questo è l'aspetto più difficile.
Uomo significa certamente essere consapevole di agire con la propria fragilità, mostrandosi bisognoso persino di un oligofrenico o di un bambino autistico.

Questo non è un uomo

E ritorna la domanda di chi sia l'uomo, non in astratto, ma chi sia questo uomo, l'uomo del millennio appena iniziato, che si presenta con segni drammatici e apocalittici. Un uomo che non sembra in grado di governare nemmeno gli strumenti che ha introdotto nella natura, incapace di uscire da logiche che egli stesso denuncia, ma che poi segue inconsapevolmente o forzatamente.
Un uomo dell'inutile, del tempo perduto. L'uomo soprattutto del potere che aspira ad avere cose e a soggiogare persone, fino a schiavizzare i propri figli e chi con lui divide la vita. Ammalato di successo, attento solo ad apparire. Un uomo che vorrebbe uccidere il dolore che non sopporta, poiché gli pone questioni la cui risposta va contro la forza, la potenza e soprattutto contro il bisogno di immortalità.
L'uomo del tempo presente ha maggiori capacità di agire, di fare. E per realizzare tutto quanto è possibile si è disancorato da qualsiasi regola, da ogni legge morale, ha cancellato i limiti per poter fare quanto vuole e per diventare potente, più potente di quanto non lo fossero il proprio padre e la propria madre. Oggi più potente di ieri, e domani più di oggi. Un uomo che, per esistere visibilmente, diventa un falsario, un fedifrago, un infedele, un incoerente e che subito trova una filosofia che fa della flessibilità una dote e della coerenza una malattia, una rinuncia al mercato dell'imporsi e dunque dell'esistere. Un uomo che considera la saggezza una triste modalità di rappresentare la propria incapacità a vivere in questo mondo, e il saggio chi nostalgicamente si rifugia in un angolo della terra e vive morto chiacchierando e facendo riferimenti ai significati dell'uomo, dell'uomo che perde, dell'uomo dell'emarginazione.
Un uomo attaccato solo al presente, che così cancella l'eterno e il senso o il dramma della morte, e riduce la ' vita a una serie di momenti, uno staccato dall'altro, ciascuno con un proprio non-senso.
Il significato del fare, del muoversi: stare fermi e magari pensare sa di fine, di incapacità a gestire la propria esistenza sul mercato della finzione. In teatro un attore non può stare immobile, diventerebbe una statua, un pezzo di arredamento di scena, non un protagonista. E allora si fa e solo dopo, semmai, si pensa a cosa ne è sortito, ben consapevoli che la risposta giusta è l'aumento del proprio potere rispetto a quello del giorno appena passato, rispetto alla storia a cui si è ancorati ma da cui bisogna togliersi con ogni mezzo e con ogni sistema.
Questo non è un uomo. Chi si sente eterno e ignora di poter morire fra un attimo, è un burattino ubriaco con l'effigie di uomo. La morte è attaccata addosso a ciascuno di noi, è confezionata con la vita, che appunto è un transito in attesa di venire sacrificati da un destino che è parte dello stesso esistere.
L'uomo è consapevole della morte, sa che deve morire e sa anche che lottare solo per accumulare cose, togliendole magari a chi non ha nulla, è stupidità, e se si chiama ricchezza, la ricchezza è semplicemente idiozia.
Chi si sente forte e ignora che basta un virus invisibile che si attacchi al torace e morsichi la radice di uno soltanto dei nervi intercostali per fiaccarlo e farlo piangere di dolore, non è un uomo, ma un esaltato, uno che delira, e il delirio è un'errata interpretazione del mondo.
Non è uomo chi violenta un bambino per una convulsione di piacere, perché un bambino ha bisogno di aiuto e la violenza lo lascerà per sempre nella paura.
Questo non è un uomo. Chi usa le proprie mani, che possono accarezzare, per dare invece sberle o per stringerle intorno al collo di un innocente, è un folle, un sadico: di umano ha solo le sembianze, questo non è un uomo. Chi non rispetta il proprio vicino ma lo sfrutta, chi prende vantaggio dalla sua ingenuità o dal suo amore, non è un uomo, perché l'uomo rispetta l'uomo e ha pietà per chi è in difficoltà, non cerca di trarne vantaggio.
Non è uomo chi pensa di essere perfetto, di appartenere a una razza superiore e colloca tutti gli altri nella pattumiera del mondo, e li massacra e li abbandona. I campi di concentramento oggi sono nelle strade, dove circolano uomini senza essere visti, considerati solo sterco.
Chi lascia morire un bambino che chiede solo di avere un po' di cibo, soltanto un po' di quello che viene buttato, non è un uomo. Chi fa la guerra per ottenere potere e paga la carne ammazzata con un monumento falso e ridicolo, non è un uomo.
Io non so dire chi sia e come debba essere l'uomo, il vero uomo, ma sono certo che chi uccide per il proprio potere non è un uomo. So per certo che chi odia il proprio vicino semplicemente perché non ha i colori alla moda, non è un uomo. So che un potente che vive sulla miseria di chi grida di dolore o di fame e di fame di dignità senza essere sentito, non è un uomo.
Non so chi sia l'uomo e come debba essere, ma sono sicuro che chi mostra un volto che non gli appartiene, usando strategie di falsità, non è un uomo. L'uomo che si atteggia a potente e ignora la propria fragilità, non è un uomo. Chi crede di essere onnipotente e sta per morire, non è un uomo. Chi chiude gli occhi davanti a un bambino che implora aiuto perché è solo, senza mamma e papà, non è un uomo.
Sembrano uomini, ma non lo sono. E il mondo ormai è pieno di non-uomini vestiti con l'abito dell'uomo; è pieno persino di sacerdoti che non credono in Dio, di donne che invece di diventare madri si vendono per comperare un abito con griffe.
Questo non è un uomo. Uno che non comprende il dolore di chi gli sta vicino o lo provoca per indebolirlo, che odia invece di capire, che non sa amare perché l'amore non è uno strumento di successo e allora mercanteggia i sentimenti, non è un uomo, anche se lo rappresenta, come in un teatro in cui si recitano parti e si fingono ruoli.
L'uomo è colui che dà un senso all'essere nel mondo, anche se non sa definirsi e se ogni definizione rimane avvolta dal mistero.
Ma non sono mistero l'onestà, la generosità, la sensibilità all'altro e ai suoi bisogni. Non è mistero la voglia di servire per poter essere a propria volta aiutato nel pericolo e nella disperazione. Non è mistero la solitudine: la sensazione attonita di vedere un deserto senza nessuno, e percepire che la propria voce si perde tra granelli di sabbia e tra il fischiar€ del vento. Chi non interrompe la solitudine di un uomo solo è fuori dall'umanità. Questo non è un uomo.
Provocare dolore che a differenza di quello del destino, potrebbe tacere, è fuori dell'umano. Questo non è un uomo.
Fingere di non sentire chi piange sopraffatto da un male a cui non riesce a dare un senso e che ignora come possa e se possa finire, lasciarlo solo dentro il dolore e dentro la paura che aumenta, non è umano. Il dolore quando è gigantesco copre ogni pensiero e la dimensione dell'essere si fa dolore. E in questa catastrofe occorre che almeno un uomo vegli, sia presente, faccia sentire che il mondo è più vasto del proprio mondo fatto solo di dolore. Se tutti scappano per dedicarsi agli affari o ai propri piaceri, allora il mondo diventa una disgrazia e l'esistenza scompare non dentro il mistero, ma dentro il male, e tutto diventa male. Questo non è un uomo.
Perché uno si fermi vicino a un ammalato deve sapere di potersi ammalare. Deve conoscere il dolore fisico, quello esistenzià1e che insieme riducono la terra a un inferno. L'inferno non è frutto della fantasia di un poeta o di un artista che lo ha rappresentato, ma la cronaca del dolore su questa terra e del dolore dell'uomo. E le urla di dolore si confondono con l'orgia dionisiaca del piacere stolto. Questo non è un uomo.
Guardo seduto sulle rive dell'oceano, qui a Inverkirkaig, i gabbiani, gli aironi, i cormorani e penso al male che possono fare a un altro gabbiano, a un altro airone o a un altro cormorano.
Mi sembrano incapaci di attenzioni raffinate e di carezze umane, ma anche incapaci di uccidere, di aggiungere dolore al dolore che un uccello di mare può provare.
Ho visto padri picchiare i propri figli perché piangevano dal dolore e disturbavano.
L'uomo del tempo presente mi appare un eccesso di violenza e di cattiveria, guidato dalla rabbia, incapace di dare senso ai propri gesti. Questo non è un uomo.
La fragilità non è all'origine della cattiveria e della volgarità. Non è la fonte del male. Anzi la percezione del proprio limite porta a considerare e a capire il limite degli altri.
La violenza è data dalla constatazione di non essere forti come si vorrebbe, dalla delusione di non avere ottenuto il successo a cui si pensava di aver diritto. Lo scarto tra il desiderio di potenza e la cronaca scatena la furia e le pulsioni che annientano, oltre alla vittima, anche la propria umanità, poiché questo non è un uomo.
L'uomo fragile non è mai violento.
C'è chi uccide ogni giorno e poi una volta salva una vita e lo fa per mostrare il coraggio e l'eccezionalità dei gesti. Questo non è un uomo.
È solo attraverso le piccole cose che si scopre l'uomo, nella comprensione di ogni giorno, nel poter guardare in viso l'altro da sé e coglierne i segni del dolore visibili in un'espressione che sa di fine, mentre si chiede inutilmente perché ancora dolore. Una domanda che rimanda alla paura.
Se non si conosce il perché del dolore, tutti i perché, di qualsivoglia origine, finiscono per disegnare un mondo di mostri, in cui si è vittima inconsapevole di un destino che è in mano all'ignoto. E allora l'uomo diventa un mostro guidato da un mistero fatto di mostri.
Perché la carne del vicino non ha mai pianto dal dolore? Perché io, perché non lui?
Il mistero, la fortuna, la colpa inventata.
Al dolore si associa la colpa, e al dolore del corpo, che gronda di piaghe, si aggiunge quello dell'esistere, dell'essere al mondo: il dolore diventa annuncio di morte.
E questi pensieri girano nella solitudine senza che nessuno sappia fermarli e riportarli in un contesto meno tragico. Tutti sono scappati e stanno coltivando la propria grandezza ignorando che la vita è dolore.
Il perché della vita, il perché della sofferenza, il perché di questi perché.
Il corpo si è fatto piaga, l'esistenza si è fatta piaga. E nessuno assiste a questa apocalisse di una vita, una vita che è passata nel dolore e scompare nel dolore senza che nessuno se ne sia accorto.
C'è un dolore talmente forte che persino i pensieri fanno male e ogni considerazione sanguina. La vita diventa un torrente insanguinato e ogni affermazione è dolorosa e produce dolore.
Non è possibile consolarsi se si è avvolti da questo mondo impaurito. Occorre che ci sia un uomo vicino che ricordi che anche dopo un temporale che ha sradicato un villaggio uscirà il sole e risplenderà la luce, e che gli uccelli cinguetteranno e la vita continuerà. Occorre un uomo che sappia cosa è il dolore perché ne è stato colpito e non ha dimenticato; un uomo con i nervi massacrati da un virus non può ritenersi dio onnipotente. Questo è un uomo, questo forse è l'uomo.
Chi conosce il dolore sa come stare con chi soffre. Chi sa soffrire, ma anche mostrare la luce laddove tutto si fa buio, perché la propria esperienza passata garantisce che il dolore passa.
L'uomo del dolore, l'uomo della fragilità, l'uomo della comprensione, l'uomo della consolazione. Questo è un uomo.
C'è un male inevitabile, o almeno così appare. Un male che forse domani sarà curato e prevenuto, ma che lascerà il posto a un altro che apparirà fuori dalle proprie possibilità di dominio. L'uomo vittima di un male fatale.
E poi c'è la morte: nel dolore immane appare come una salvezza, ma è segno della disperazione per cui la non-esistenza sembra sopportabile, mentre la vita dolente non lo è.
La morte è male poiché porta via senza sapere dove e perché, senza che si presenti con chiarezza, senza poter intravedere il senso di quel viaggio: forse verso il nulla, forse verso qualcosa che coinvolge ancora la coscienza di esserci. E allora la morte si fa spaventosa.
La morte come disastro, la morte come fine, certo anche del dolore, ma al tempo stesso della speranza, del desiderio. E l'immaginazione si chiude e sullo schermo si mostra una macchia nera. Nero su nero. E si muore senza che nessuno ti racconti cosa succede, senza che tuo padre, che è morto, sia venuto a dirti cosa sia, e lui non racconterebbe bugie. Per questo non risponde alle mie domande, ai tanti perché che vengono svelati negli inferi.
La morte è il più grande dei limiti dell'uomo. Il limite alle proprie possibilità transeunti, il limite all'arroganza, il limite al potere, al non-senso del potere.
La morte deve promuovere la voglia di comprendere l'altro, di conoscerlo, di poterlo aiutare. Ogni compagno di viaggio deve essere disposto a darsi a chi ne avesse necessità, sapendo che può accadere di averne altrettanto bisogno; e allora colui che si è aiutato in una occasione è lo stesso che ti aiuta quando ti senti incapace di far fronte alle tue difficoltà. E ogni difficoltà è già dolore senza un uomo che ti guardi e ti sorrida.
In questo mondo folle di fronte al dolore si tende a prescrivere un lenimento e non a dare un supporto di umanità. Una ricetta, invece che un sorriso. Una pasticca, invece che una stretta di mano.
Gli antidolorifici sono una grazia della scienza e si trovano in natura prima che nei laboratori, e aiutano a vivere, ma c'è un dolore che non risponde ai farmaci, a nessun farmaco: il dolore di vivere, quel male che sembra attaccarsi al respiro, all'esserci.
Painkiller pills, pillole per ammazzare il dolore. Una espressione che, anche se con violenza, mostra la forza sconvolgente del dolore che si impossessa dell'uomo e lo travolge, facendone un essere che non percepisce altro che il male.
Ma se il dolore si attacca alla vita, allora si placa solo con la morte. Non c'è pillola che uccida il dolore della malinconia, il dolore della colpa, il dolore di essere stato un non-uomo mentre si poteva appartenere al genere umano, anche se si tratta di un genere infelice.
C'è un dolore che l'uomo non riesce a uccidere, un dolore che si può togliere solo provocandosi la morte, che fa paura.
Uomo è certamente chi sa piangere e disperarsi, chi lancia grida di aiuto, chi mostra la propria fragilità e riferisce le proprie paure, chi canta inni di speranza e giunge persino a pregare un Signore che forse non c'è, ma che se ci fosse, sarebbe bene delegargli la propria inconsistenza, la propria insufficienza, i propri limiti.
Un uomo sa mostrare le proprie piaghe e descrivere il proprio dolore. Chiede aiuto perché un uomo solo non è un uomo. Ha bisogno dell'altro. È parte di un insieme e deve gridare al mondo che sta cercando chi si possa alleare con lui, almeno con un legame di amicizia. Deve dichiarare di avere bisogno, di avere necessità di vedere qualcuno attorno a sé, che gli presti attenzione. Un uomo è un bambino che, anche se adulto o vecchio, ha desiderio di chiamare la propria madre che non c'è più, di chiedere un seno dove potersi attaccare poiché è troppo fragile. L'uomo è un gigante che porta dentro di sé un bambino ed è bene che dica, che mostri che quella stazza gigantesca non deve intimorire poiché è piena di bontà, di voglia di essere amato, magari da un nano, da chi pensa di esser troppo piccolo per vivere ma può diventare necessario a un gigante. Questo è un uomo.
Un tempo insegnavano a nascondere le debolezze e pensavano che la fragilità fosse un segno di infelicità e di insuccesso. Uno stigma di chi soccombe rispetto ai forti, a chi non chiede mai, semmai dà e si impone su tutto e su tutti. Gli uomini vincenti, i giganti d'argilla che nascondono la fragilità che significa bisogno dell'altro, necessità di far parte di una coppia, di una famiglia allargata, di una società che emani calore. Questo non è un uomo.
Un uomo talvolta sente di dover pregare e non sa a chi rivolgersi.
Io prego mio padre che non c'è più, e gli chiedo aiuto quando mi pare di aver fallito e di essermi incamminato lungo una strada fatta di errori. E lui nel silenzio mi risponde, o forse semplicemente promuove la mia stessa risposta. Talora mi rivolgo anche a un Dio che forse non c'è. Grande, anche se non ci fosse. Talora l'uomo lo sfida, lo insulta nella sua onnipotenza, gli chiede ragione di quel dolore che l'ha colpito nel corpo, mentre sente ancora la paura di un male che poteva portare a morte, di un male che è già morte, un dolore di morte. Lo bestemmia, perché come Giobbe non capisce che cosa abbia mai fatto per meritare il castigo, un simile castigo.
E si chiede se sia un dio degno di questo nome o sia come tutti i potenti, che hanno forza ma non sanno amare, che giustiziano ma non capiscono e non stanno ad
ascoltare le parole del dolore e di un dolore che è oltre la possibilità di sopportazione. Gli chiede quale piano malefico esista su di lui da meritare un male che fa perdere la dignità fino a condannare Dio.
Se si crede in un dio, allora non lo si può bestemmiare, mai. Se si crede, ci si deve comportare non come Giobbe, ma come Abramo che prende il proprio figlio Isacco e lo porta sul monte per sacrificarlo al Signore, poiché il Signore lo ha chiesto. Se si crede, anche la più sconvolgente e ingiusta delle richieste diventa accettabile, poiché può sfuggire al fedele ciò che è presente al proprio Padre celeste.
Il mio dio, che non c'è ma che prego, è un dio ingiusto e un dio potente.
E io non amo il potere, l'ho sempre sfuggito, e quando mi ci avvicinavo, sentivo un terrore che mi faceva scappare e mi riportava a iniziare una strada nuova lasciando quella che faceva intravedere il successo e l'encomio, che sono ancelle del potere.
Cerco un dio della fragilità, un dio minore che sappia capire e amare, ascoltare e aspettare vicino a me che temo la solitudine e il dolore, nel deserto, nel mio deserto. Un dio piccolo che aiuti con la propria paura, che affermi che questo mondo è malato e quest'uomo non è un uomo. Questo è Dio.
Il dio dei potenti, il re dei re, è freddo, irritabile, tremendo. Genera paura, non quiete. Mi terrorizza, non lenisce il mio tremore. Mi fa sentire indegno, perché la mia dignità si lega alla mia fragilità.
Sono un uomo di vetro non di ferro e ho bisogno di un dio fatto di un vetro ancora più sottile e che può infrangersi al solo batter di vento. Il dio forte è più fragile
di ogni uomo, un campione di forza nella fragilità. Questo è Dio.
Non posso condividere lo stesso dio dei despoti, di chi non mi vede e non mi sente quando piagato mostro il mio costato tappezzato di macchie di dolore. Voglio un dio che abbia paura della morte anche se è eterno, perché la morte atterrisce tutti. È la più grande disgrazia della storia e della terra.
Non voglio un dio che si erga nella giustizia assoluta, nella potenza illimitata, nella intelligenza somma e perfetta, tanto da non essere perfettibile. Sarebbe un dio che non conosce i sentimenti, l'angoscia dell'errore, la voglia di accarezzare mentre si produce un lamento di dolore.
Mi ritorna alla mente continuamente la figura del Cristo. È certo l'immagine di dio che più si avvicina alla mia paura e alla mia fragilità. Ha pianto, ha rimproverato il Dio che è nei cieli, ha sofferto sulla croce, è stato insultato, ha agito nella impotenza e nella fragilità ed è morto di fragilità.
Sembra troppo umano per essere un dio.
Un dio poveretto, lasciato solo nel
Getsemani mentre suda sangue e si sente abbandonato.
L'abbandono è la peggiore delle solitudini poiché non si lega a una dimenticanza, ma a un rifiuto consapevole.
Cristo, un grande uomo che meriterebbe di essere Dio, ma gli ebrei che sono il popolo eletto da Jahvé non lo riconoscono: non può essere un capo, un padre. E non può essere dio chi piange e si lamenta.
Ecco il mio dio, il dio per l'uomo, ma forse è semplicemente un uomo, non un dio. Questo è un uomo.