PICCOLI GRANDI LIBRI   VITTORINO ANDREOLI
L'uomo di vetro
la forza della fragilità

Rizzoli 2008

Ho trovato a fatica, il coraggio di vivere
Ora, mi manca, completamente, il coraggio di morire

Fragilità e condizione umana
Saggezza o potere
Questo non è un uomo
La fragilità dalla nascita alla morte
L'infanzia -
L'adolescenza
L'età adulta - La vecchiaia
Fragilità e civiltà
L'uomo, tra Requiem e Resurrexit

La fragilità dalla nascita alla morte

     L'infanzia

La fragilità bambina è l'immagine più concreta di quanto sia delicato un essere umano; e sempre l'uomo, anche il più grande e grosso, è stato bambino.
In quel corpicino che esce dal ventre materno c'è tutto quanto un uomo, divenuto adulto, mostrerà. In quel viso arrossato e tenue c'è persino la futura arroganza, l'imperio. Guardo sovente la mia foto di allora, di quando sono uscito dalla porta santa e sono stato dichiarato vivo.
Vedo in quel batuffolo di carne un uomo in divenire.
Un oggetto che riattiva tutti gli istinti protettivi, tutte le attenzioni perché non si rompa, perché non sbatta contro un mondo che sembra troppo spigoloso, con la sola esclusione del seno materno, così soffice.
I bambini alla nascita piangono: annunciano in questo modo la loro vita, con un grido lamentoso che sa riempire di gioia le madri che così, e solo così, si convincono di aver generato una vita, mentre avevano paura che uscisse dal loro ventre un bambino morto.
E talora un bambino muore mentre nasce e la nascita si identifica precisamente con la morte. Muore un uomo che non si farà mai e non avrà nemmeno un nome, una identità, poiché ha passato nove mesi nascosto dentro un ventre delicato, in un liquido che sa di mare e che riporta all'origine del mondo quando dall'acqua, come per incanto, sono usciti i primi «oggetti» capaci di muoversi, pieni di vita.
La fragilità dell'uomo: due cellule che si sono incontrate. Due cellule di qualche millimetro che contengono il codice dell'identità umana. Due cellule che incontratesi si moltiplicano in un gioco che segue un programma che sa di mistero.
Un percorso che la scienza descrive, ma di cui ignora il mistero, la vis vitalis che contengono.
Anche la vita dei potenti parte dall'incontro strano di due cellule che diventano quattro, poi sedici e moltiplicandosi si sistemano in maniera da disegnare il volto e poi le braccia di Hitler. Quelle due cellule sono diventate grandi come le montagne più possenti, ed è uscito l'uomo perfetto, biondo, bello e con gli occhi azzurri.
Un giorno, mia madre mi ha raccontato di essere nato talmente fragile, da temere che non ce l'avrei fatta, e talora non volevo attaccarmi al suo seno generoso poiché non avevo la forza di poppare. Era il tempo della guerra. Io sono nato e subito dopo mi sono arruolato. Era il 1940, e mentre faticavo a restare a questo mondo, c'era un grande bisogno di soldati: Hitler aveva già invaso la Polonia e la Francia e Mussolini, altro potente, si era alleato per dare il proprio contributo di distruzione.
Erano stati anche loro bambini, e forse avevano fatto fatica a respirare e non sapevano tirare con forza la vita dal corpo già consunto di una madre.
Un bambino suscita solo tenerezza, blocca ogni istinto di violenza, ogni impulso che non sia di rispetto. Un bambino manda segnali di pace e di amicizia e lo si osserva con la voglia di difenderlo.
Io, aveva detto quel giorno mia madre, dovevo morire: il medico che era corso a vedermi scrollò la testa e disse di pregare. Rimandò la responsabilità a chi si attribuisce il miracolo di una vita. E il Padre Eterno assieme alla Madonna santissima hanno ascoltato mia madre che mi ha visto crescere: mi pesava continuamente sorridendo di gioia o piangendo di dolore se il responso era in crescita oppure in perdita di peso.
Poi ho fatto i salti propri del miracolo e mia madre ha ricevuto il premio fascista di buona fattrice: aveva dato una baionetta alla patria.
La fragilità di un neonato, la crescita faticosa, la prova delle malattie infettive: un appuntamento obbligato che falcidiava allora la popolazione appena nata.
Uno strano destino quello dell'uomo: nasce nel pianto, fatica a superare il pericolo di sparire subito dal mondo e immediatamente è colpito da malattie che, nel migliore dei casi, lo stremano. E tutto viene visto con la gioia della prova superata, dei primi successi nella vita: vincere la varicella, il morbillo, la quinta malattia.
E la vita continua e un bambino appare instabile su quelle gambe che faticano a mettere avanti un piede quando l'altro è attaccato a terra, per avanzare senza sbattere e farsi del male.
Prove di esistenza che sono al contempo prove di morte.
L'immagine di quel camminare ubriaco, di quel vagare senza percezione dei pericoli, il bisogno di aver sempre una madre che lo guarda per non trovarlo dentro una scarpata ferito o sotto un'auto di città, morto. Il passo indeciso, traballante ma coraggioso e pieno di gioia. Poi le prime parole, la difficoltà di farsi capire e il desiderio di comunicare.
Le fasi della crescita mostrano la serie infinita e continua di fragilità superate, di abilità conquistate e prima mancanti.

Anche questo è un uomo, un uomo in sviluppo. Un uomo che ha bisogno di un altro uomo. Senza, sarebbe nessuno, come un seme che non attacca e non darà mai un fiore.

Ho visto i bambini dell'Africa sahariana, con quei grandi occhi dentro un corpo smagrito, fatto di ossa che si frangono per la loro inconsistenza. Bambini vivi che stanno a rappresentare la morte e la vergogna di un mondo in cui nemmeno i bambini vengono rispettati e curati. E basterebbe non combattere una guerra per dare da mangiare a quel bambino e a tutti i bambini dell'Africa, incapaci ormai di piangere, perché hanno capito che non c'è nulla da chiedere perché non c'è nulla da dare.
Basta guardare il volto di quelle madri che li attaccano ai seni rinsecchiti da cui non esce nulla poiché non sono nutrite. Diventano accompagnatrici di morte, vestali della fine, mentre hanno tentato di dare la vita.
La donna dell'Africa, dell'Africa che muore. Una donna con l'eleganza della miseria, con l'abito per celebrare la nascita e accompagnare al camposanto il proprio bambino. Generatrice di morte.
La vergogna di un mondo che non si accorge e chiude gli occhi di fronte ai bambini che muoiono, ma li tengono aperti per gozzovigliare e sperperare ciò che basterebbe per far crescere vite e non morti.
Quegli occhi grandi che ti guardano immobili e ti si impiantano nella mente e nella memoria per sempre.
Per sempre un'accusa di stupidità, di cattiveria dell'uomo. Questo non è un uomo.

È stupendo vedere un bambino di tre anni quando comincia a godere dell'uso fluido della parola e vuole raccontare storie, mostrare il mondo come lui lo vede con la forza della ingenuità che è parte della fragilità.
Non è più la mamma a rincorrerlo ma è lui ora a seguirla, a volerle parlare, a volere giocare, poiché con il gioco comincia a imparare la strategia per stare in questo mondo.
E qui gli adulti vi agganciano subito i giochi della vittoria, del successo e abbigliano i figli per mostrare già a quella età che sono più forti, più belli, più ricchi degli altri e iniziano le gerarchie, e la cultura del nemico.
Imparano non a vivere, ma a combattere sulla via del successo e bisogna essere primi per far contenti mamma e papà e per sentirsi addosso gli occhi degli altri bambini pieni di invidia, centro unico dell'attenzione. La guerra bambina, combattuta da chi è così fragile da non capire ancora cosa significa.
Il dramma dell'educazione, la stupidità degli educatori, la malvagità della pedagogia del successo, dell'idea che il desiderio di supremazia sia la forza delle società vincenti e il principio della sopravvivenza, con tanto di firma di Darwin e della storia delle generazioni. E la
guerra è una prova perché il più forte si manifesti e il più debole perisca.
La fragilità di un bambino vista attraverso la dimensione del sapere e del comprendere.
La fragilità di un bambino misurata sui sentimenti, sulle emozioni. I capricci svelano i desideri di avere con sé e per sé la mamma e il papà e non di possedere oggetti di cui i genitori del mondo arricchito sono prodighi.
E poi le malattie, il dolore bambino. Conosco il dolore dei bambini e mi pare di ricordare il mio dolore di bambino. È insopportabile vedere un bambino che piange dal dolore o che non piange più poiché anche il pianto non fa che accrescerlo. Bambini avvolti di dolore, bambini diventati l'effigie del dolore. Piccoli corpi riempiti di tumore: ancora non sanno distinguere le cose eppure sono già spaccati dal male. Prima di avere un nome, sono dolore e soltanto dolore.
Non riesco a capire il mondo degli adulti che corre, che sceglie i luoghi del piacere, della vita «alla grande» e dimentica che, lì accanto, c'è un bambino che soffre e che muore di dolore. E mi vengono in mente i campi di concentramento di ogni luogo, passato o presente, dove i bambini piangono e vengono massacrati e nel dolore atroce aspettano solo di morire.
Ricordo il mio dolore di bambino, con la memoria fatta di immagini, di frammenti.
Anche il dolore va dimenticato, il dolore passato fa ancora male e aggiunge patimento al patimento della giornata presente.
Scappavo nella soffitta della casa di campagna e in un angolo buio, seduto su una seggiola, mi guardavo le ginocchia, immobile, con lo sguardo fisso sulle mani posate inutili sulle gambe. E stavo lì ore e ore.
Il mio rifugio, la mia fuga dal mondo. Il mio dolore per una vita che ancora non conoscevo, il mio disappunto forse per una storia di uomini e di famiglia che non mi piaceva.
Non sapevo giocare, rifiutavo di farlo poiché semmai avrei voluto vivere, poter contare su ciò che forse non avevo e che mi doveva sembrare essenziale. Non conoscevo la morte perché forse l'avrei invocata.
Il mio dolore era chiuso in quella soffitta, seduto su quella seggiola, serrato dentro il mio silenzio.
Mia madre oramai sapeva dove trovarmi e di fronte alla sua domanda su cosa avessi, rispondevo -
così mi ricordava quando era in vita - scrollando le spalle. Come se non ci fosse nulla da dire e come se non sapessi il perché di quel mio atteggiamento di chiusura.
Forse già allora non amavo lottare, non amavo vincere e sentivo attorno a me bambini già potenti, figli di quell'educazione imperiosa che mi doveva spaventare.
Avevo semplicemente bisogno di essere amato e di amare, mentre avrei dovuto circondarmi di soldatini.
Era il tempo dei soldatini per i maschi e delle bambole per le bambine, per mia sorella, che a me piacevano tanto anche se mi erano proibite, come se segnalassero un'anomalia vergognosa. Dovevo collezionare fanti e bersaglieri, alpini, conoscere le gerarchie del comando e le specializzazioni in guerra dentro le brigate e i corpi d'armata. Avevo scelto i bersaglieri perché mio papà era appartenuto a quel corpo. Spesso mi mostrava il suo berretto piumato, lo indossava e si metteva a correre e io lo seguivo.
Mi sentivo in guerra e scappavo nel mio rifugio, in soffitta, a guardarmi le ginocchia, muto, pensando a nulla forse, ma soffrendo perché la solitudine di un bambino è sempre dolore.
Poi ho cominciato ad avere paura di vivere, impressionato dal male, dall'idea di un demonio che perseguitava i bambini e li tentava per spingerli al peccato che non conoscevo e non sapevo immaginare. I bambini cattivi e quelli buoni, quelli amati dal Signore e gli altri invece preda del demonio.
La vita di un bambino è troppo pesante per la sua fragilità, eppure vive, vive se resiste al dolore, al dolore bambino.

Ecco la fanciullezza di uno psichiatra, di chi passa per distribuire serenità e sicurezza, ecco l'origine di un «grande» psichiatra, dentro quella di un povero bambino, fatto di dolore.

L'infanzia è l'età di maggior dolore, proprio perché massima è la incomprensione dei bisogni del bambino, sia per la difficoltà che egli ha di raccontarsi e di analizzare gli stessi bisogni, sia per l'arroganza benevola dei genitori che ritengono di dover fare riferimento alla loro infanzia e, dunque, di far seguire quelle che nel ricordo appaiono, ma non necessariamente sono state, le risposte alle medesime manifestazioni e richieste. E così si dimentica che la fanciullezza si lega anche al tempo in cui è vissuta, che varia con la società, e soprattutto non si considera che la conoscenza del bambino, ancora fortemente incompleta, si è arricchita nel tempo superando errori e interpretazioni che si ritenevano conquiste definitive.
Il bambino, dunque, è un incompreso e di conseguenza un infelice.
La fanciullezza, che termina con la pubertà e pertanto con l'inizio della metamorfosi del proprio corpo e della propria personalità, è il tempo dell'acquisizione dell'identità di genere con cui si diventa maschio o femmina.
Si impone una scelta in un momento in cui non si avrebbe desiderio di appartenere né a questo né a quella.
Ogni scelta ha il sapore della rinuncia e comunque della differenza che talora appare come una perdita.
Nessun momento della vita è altrettanto «incarcerato», nemmeno se capita di fare un'esperienza di reclusione.
Queste considerazioni sembrano eccessive, soprattutto quando si è ancora influenzati dalla fola dell'infanzia come tempo dell'innocenza, come fase spensierata, senza responsabilità, senza un contratto con il mondo che si impone impietoso e che applica meccanismi di esclusione talora brutali.
È una visione che resiste ancora e forse serve ai genitori e agli educatori per un minore impegno, immaginando comunque, anche inconsapevolmente, di trovarsi all'interno di un'età felice e dunque che il loro compito si limiti a migliorare la felicità.
Anche le proibizioni non sono inflitte con molto dispiacere poiché, in fondo, si impongono a chi vive felicemente. Come chiedere di saltare un pasto a un sovralimentato.
Vedo continuamente bambini incartati a festa per rispettare le esigenze di madri e padri. Indossano abiti di griffe, segno di perversione adulta; devono stare attenti alle scarpe mentre vorrebbero provare la gioia di calpestare violentemente una pozzanghera per inviare schizzi di fango dappertutto e magari colpire, soddisfatti, anche la madre, mentre lei si trasforma in vipera.
L'infanzia, dieci-undici lunghi anni di infelicità, un periodo sconfinato di dolore, un dolore evitabile, un dolore che talora si accumula con quello delle malattie, dei lutti, della solitudine, dell'impotenza.
Questa è la prima fase della vita, questo è l'inizio, il principio per chiunque raggiunga una delle tappe successive dove sempre e comunque ad attenderlo c'è il dolore come espressione di una fragilità che se ora è palese, più tardi potrà venire nascosta, mimetizzata, negata per meglio costruire il potere, piccolo o grande.
E allora ci si disegna belli e forti, di successo, e se non ci si riesce, meglio togliersi dalla corsa perché se non si è vincenti, si è morti, anche se si riesce a camminare in modo aggraziato.

Avevo sei-sette anni; la guerra era terminata da poco. Ritornato in città, avevo trovato dappertutto macerie. Un quartiere distrutto dalla violenza, la città rasa al suolo dalla stupidità dell'uomo e dal gioco delle alleanze, per cui prima ci hanno bombardato gli inglesi, poi i tedeschi quindi i nuovi alleati, gli americani, e tutti per salvarci e per vincere una guerra.
Davanti a casa mia, che stava per essere riassettata, una vecchia caserma di fanteria era diventata rifugio per famiglie disastrate, rimaste senza un'abitazione. E qui, nel grande cortile delle parate, si era disegnato un campetto di calcio dove i bambini della mia età passavano il tempo rincorrendo un pallone e gridando in un modo che pareva di felicità, di inconsapevole felicità.
Io non amavo giocare, anche se mia madre mi spingeva a farlo e mi accompagnava e chiedeva ai più grandi di farmi entrare in campo: anch'io giocatore tra giocatori e parte di una squadra che si confrontava con una nemica.
Mi sentivo fuori luogo e sarei scappato, ma mia madre, almeno fino al mio inserimento, stava lì a controllare, e così chiedevo di fare il portiere, che mi pareva la posizione meno ingombrante e meno impegnativa, non fosse altro perché il portiere stava fermo e non doveva correre come un pazzo inseguendo uno stupido oggetto che rotolava e saltellava prendendo direzioni impreviste.
Mi ero fatto un'idea su questo ruolo: ero convinto che il portiere più si tuffava più era bravo. E io quando vedevo il pallone avvicinarsi pericolosamente alla mia porta mi tuffavo, pensando così di conquistare la fiducia e la simpatia dei miei compagni, che mi avevano accolto sul suggerimento o forse sull'imperio di mia madre. Una madre preoccupata delle mie fughe in soffitta, che continuavano anche qui in città, e decisa a promuovere la mia scarsa socievolezza.
Nonostante i tuffi il pallone passava, anzi forse proprio per i tuffi, e quando mia madre se ne andava subivo la giustizia di squadra che era fatta di improperi e persino di calci, e così mi colpiva nella dignità di bambino di fronte a tutti. E venivo cacciato nonostante le raccomandazioni della mamma.
Era un vera sofferenza: giocare per subire i gol della squadra avversaria e le botte di quella a cui appartenevo.
Mi ero ridotto a tenere un pallone in mano e a giocare da solo poiché ormai nessuno mi accettava e non volevano ascoltare più neanche mia madre, che pregavo piangendo che non si intromettesse, per evitare un altro motivo di presa in giro.
Trovai una soluzione, dentro la disperazione. Io ero un bambino benestante al confronto di quanti vivevano dentro il «casermone» e allora mi procuravo del denaro, talora lo rubavo in casa e fuori.
Ricordo che una delle vittime designate era la lattaia vicina che teneva gli spiccioli in un cestino sopra il tavolo, che io riuscivo a raggiungere quando andavo in negozio per acquisti e chiedevo cose che teneva nel retrobottega. Entravo quando non c'era nessuno e mi riempivo le tasche di monete.
Con questo bottino, di provenienza discutibile, non mi escludevano e così giocavano con me dietro pagamento. E li riportavo nel campetto e mi mettevo in porta e davo un compenso per ogni gol che avessero messo a segno.
In poco tempo tutta la squadra, anzi le diverse squadre volevano giocare con me ed ero diventato il campione più attraente, e mostravo persino di fare delle parate straordinarie, come accade sempre a chi non ha il minimo senso del gioco.
Qualcuno andava a casa con un gruzzolo di denaro che per un bambino era certamente una vittoria, dati i tempi di carestia e di povertà del dopoguerra.
Ora ero inserito, avevo solo bisogno di sempre maggiore denaro che comunque trovavo.
Ero forse il portiere più attivo del circondario e grazie ai tuffi, che rimanevano nella mia ideazione sportiva il grande segno del talento, ero tutto fracassato: le ginocchia sbucciate, la spalla dolente, il piede storto. E proprio sulla base di queste ferite da lotta, e visto il successo che aveva ottenuto mia madre nel farmi appassionare a un gioco di squadra e dunque a un'attività di socializzazione, dovetti andare in campo bardato con tanto di pantaloncini imbottiti, di parastinchi, di guanti da portiere. Insomma, sembravo un portiere vero mentre ero un incapace che pagava i propri coetanei per non essere escluso dal gioco, anzi per accentrarlo proprio attorno a me.
La mamma pensò anche di mettermi un casco per limitare le botte in testa e così divenni l'immagine
mostruosa della diversità e dell'antisportività. Un'immagine dolorosa di un bambino che non sapeva essere bambino.
L'infanzia non si cancella anche se molti episodi vengono dimenticati o addirittura rimossi per non vergognarsi del proprio passato. Rappresenta una parte della costruzione di un uomo e certo le basi condizionano i piani successivi e lo stile, l'adeguatezza o la instabilità dell'intera vita. Per questo nulla va perduto e ogni dolore lascia traccia, ogni ferita continua a sanguinare anche se viene sovrapposta da altri mali e altro dolore.

    L'adolescenza

La fragilità dell'adolescente è diversa, come se le varie fasi della vita, della sua crescita e del suo declino, servissero a mostrarne un aspetto dominante, e così a ripercorrere la fragilità nella sua interezza, nella sua fenomenologia tanto variegata da dover definire l'uomo l'essere fragile, il più fragile di tutti gli animali, poiché ogni dote, acquisita nella scala evolutiva delle specie, è al contempo acquisizione di fragilità.
L'adolescenza comincia e si accentra per lungo tempo sulla crisi del corpo, sul corpo tradito: un corpo che muta, che scompare per presentarsi con caratteristiche mostruose, che sembrano appartenere ad altro da sé.
Per tutta l'infanzia il corpo non era stato una presenza importante.
Solitamente considerato grazioso dai genitori, il bambino lo ignora, attento a tutto ciò che non è in lui ma che lo circonda.
Ora il corpo si fa presenza, e presenza burrascosa.
Una vera e propria metamorfosi che richiama le bacchette magiche delle fate o più probabilmente delle streghe.
Ci si accorge del corpo bambino poiché lo si saluta, lo si vede sparire, e la perdita avviene a pezzi.
Si avverte qualcosa di nuovo al pube, non tanto per la identità di ciò che contiene ma per le dimensioni che aumentano, per un cespuglio che comincia a delinearsi. Poi si passa al volto, al seno, ai fianchi, all'altezza dell'insieme.
E l'adolescente sta a guardare, ma con apprensione, e a nulla servono i sorrisi dei parenti a rassicurare, poiché il confronto adesso avviene con i coetanei che incontra a scuola oppure tra i vicini di casa.
Il nuovo corpo lo si coglie mentre si forma e mentre lo si confronta con quello di altri, e proprio da qui ne esce sempre malformato e in una trasformazione mostruosa.
Un corpo mobile che muta continuamente, a indicare che non ha una identità o non ancora.
Ed è questo il tempo in cui si vorrebbe la fissità, anche se nessun adolescente saprebbe scegliere il momento in cui fermare la crescita poiché finirebbe per optare sempre per l'orrore.
Il proprio corpo, al confronto con un altro, si presenta sempre inquietante, fuori misura, scoordinato, con le braccia troppo lunghe rispetto al tronco, con un seno enorme rispetto al diametro del torace, con un sedere che deborda di fronte a una figura che si vorrebbe slanciata e apollinea.
Ecco l'asimmetria di cui ci si vergogna, e si sta ore a cercare di rimediare a un cattivo gusto della natura, a una forma che forse si lega alla genetica e allora tenderà a ripetere il corpo materno o paterno. E i genitori non piacciono poiché non sono più le garanzie della vita come avveniva per la fanciullezza, ma anzi semmai servono per orientare al contrario.
È il periodo dei modelli e della presa di coscienza che il proprio corpo deve muoversi nel mondo e quindi deve piacere al mondo e non solo ai genitori che nell'infanzia sono sempre stati generosi di complimenti e attaccati a un'estetica troppo amorevole. Occorre piacere al mondo e per farlo bisogna rientrare nei modelli e ci si accorge che non solo si è lontani, ma ci si allontana sempre di più, per via di quella fase mobile del corpo che si allarga e si stringe, che non ubbidisce mai ai desideri, nemmeno quando si attaccano a digiuni estremi oppure ad alimentazioni specifiche per i muscoli addominali invece che per quelli delle braccia. Osceno, nonostante gli esercizi, nonostante i travestimenti per nascondere e far sembrare.
Il proprio corpo appartiene agli altri, al mondo, e quindi si avverte la fragilità del proprio gusto e giudizio e si deve ricorrere a coloro che meglio rappresentano quel mondo strano che si avverte ma non si riesce a definire esattamente. La grandezza del seno deve stare dentro una coppa di champagne, mentre deborda persino da una scodella per la colazione.
Il sogno di forme impossibili. E si continua a guardarsi e a confrontarsi, a misurarsi e sempre il metro è sbagliato o imperfetto, la bilancia è rotta fino a una verifica che invece la riporta alla propria precisione elettronica e allora quel numero, quella lancetta indicano la disperazione, la percezione di non appartenere al mondo poiché il mondo non potrà mai accettare un simile obbrobrio: non un corpo, ma una carcassa.
È proprio questo cadavere cangiante a portare l'adolescente dentro gli altri, a contatto con un mondo che non è più quello della casa e della famiglia, e in questa proiezione scopre una dimensione nuova, almeno negli aspetti e connotazioni sociali, ed è portato a sentirsi inadeguato, a tentare di contenere le deformità.
Il corpo trascina dentro il mondo e fa sentire la propria inadeguatezza e la voglia di cambiare.
Questa percezione è utile perché fa scoprire il limite insito in ogni esistenza, ma può condurre alla disperazione se si avverte che non si tratta di aggiustare ma di rifare, e nessun adolescente può ricrearsi secondo il proprio gusto, che tra l'altro muterebbe continuamente e dunque bisognerebbe rifarsi di continuo.
Questa immagine, che sembra appartenere al mondo delle idee, è invece entrata nella cronaca delle cliniche estetiche applicate all'adolescenza. E ci si accorge di nasi rifatti perché quello di cui si era dotati era arcigno e imbarazzante. Proprio il naso, posto anatomicamente «sotto gli occhi» e quindi impossibile da ignorare. Intrigante più del sedere che almeno non entra subito. nello specchio, anzi ha una posizione che rende ardua la sua ispezione: tuttavia se ne sente il peso che sembra trascinare per terra. Ma il naso è lì, in brutta vista, e rende turpi anche gli occhi che altrimenti sarebbero espressivi, e invece nessuno li nota. E allora si va a mettere a posto il naso. Ma dopo qualche mese non va più bene e si finisce per rimpiangere il vecchio, ormai buttato in una discarica dei rifacimenti del corpo, e così se ne desidera un terzo.
Lo stesso accade per i seni, troppo grossi e pesanti tanto da incurvare le spalle e dare un tono vecchieggiante, assieme a quello matronale del petto: il tutto attaccato a una ragazza di quattordici-quindici anni e allora bisogna rifarsi e, sempre, dopo un primo periodo di approvazione, non piace più e ritorna la nostalgia del «brutto» precedente.
La follia di permettere a una adolescente di porre le mani sul proprio corpo senza considerare la tendenza a rifiutare tutto di sé e la impossibilità di scegliere un modello escludendo sempre quello a cui si appartiene.
Ecco i tatuaggi che cercano di nascondere parti oscene, attirando l'attenzione su incisioni mitologiche o su simboli sacri di civiltà sepolte, a indicare che si fa parte di un mondo passato perché con l'attuale si è del tutto incompatibili. I piercing, ninnoli che si attaccano dovunque ci sia bisogno e si può giungere a trasformare il proprio corpo in un carrettino da sagra di paese in cui si vendono anellini o vecchi gingilli, pietre magiche, coroncine del rosario, pietre che di prezioso hanno solo il desiderio e del metallo nobile solo il colore.
Alla fine non resta che coprire il tutto, come mettere un velo nero sul volto di una vedova disperata o un telo viola su una bara per fame un catafalco.
La fragilità del corpo si lega, in questa fase della crescita, alle forme, all'estetica e quindi al brutto e al bello che diventano due riferimenti costanti anche se mobili e talmente variabili da poterli scambiare. Questa è la fragilità.

Legata al corpo, si impone la sessualità. Non l'organo o gli organi del sesso, ma la funzione che viene percepita come dotazione per piacere e dunque attrarre, oppure per respingere e venire esclusi. E così si rinforza la voglia di essere belli e il terrore di apparire brutti.
Una parte speciale del corpo poiché è quella su cui per prima calano gli occhi del mondo esterno. Su questa parte e su questa funzione ancora immaginata i pensieri e l'attenzione si fanno persino ossessivi.
E si viaggia dentro il proprio corpo e ci si scopre nelle più profonde intimità, si svelano i segreti fino al piacere e dunque alla capacità di ottenerlo e di offrirlo all'altro da sé.
Una funzione legata alla gioia, alla possibilità di piacere perché si dà piacere.
E allora si va a informarsi sulle tecniche, sulle modalità per offrire quei servizi che finiscono per tirarsi dietro il resto del corpo e dunque la persona tutta intera. La sessualità è un motore trainante, analogamente a quei treni che grazie a una buona locomotiva si portano dietro anche delle carrozze da buttare.
La sessualità finisce per diventare la funzione prima del corpo e gli organi che la richiamano vengono messi in particolare evidenza e persino esposti.
Si vedono graziose adolescenti che mostrano seni che sarebbe meglio tenere segreti o labbra che andrebbero inserite in una bocca dotata di discrezione e non di volgarità. Così le gambe, che non hanno nulla di segreto, gli ombelichi che si ritengono capaci di attirare un intero battaglione di vecchi alpini, mentre sono soltanto una ferita che avviene alla nascita, al distacco del cordone ombelicale.
Insomma, il sesso è l'esca con cui si cercano di far abboccare tonni e salmoni che rimangono a bocca aperta e magari vorrebbero, finito l'abbaglio, scappare per girare indisturbati nell'oceano e sperare in un boccone migliore.
Gli adolescenti si espongono in una galleria del sesso che sa d'avanguardia, ma anche di tristezza poiché un'opera d'arte, anche modesta, dà vita all'insieme e deve avere una certa coerenza e proporzionalità. Si vedono invece bambole graziose con abiti da postribolo, poco più che bambine, che richiamano a un pubicino tremolante che però è circondato da stringhe di cuoio e di ferro, come piace alla perversione di vecchie baldracche.
E poi i corpi ischeletriti che sconfinano con il rifiuto del cibo e le anoressie. Un corpo che fa venire voglia di appartenere alle sfere angeliche o ai puri spiriti.
Il corpo è sempre deludente e quando magari sembra aver incontrato il favore, sia pure con qualche aggiustamento necessario, cambia.
La fragilità del corpo in divenire, di organi che si accrescono e devono ora non solo seguire l'armonia di un funzionamento, ma anche le regole della bellezza e i modelli appena promossi, proprio per venire accettati. Un insieme non facile poiché un conto è il buon funzionamento, un altro un bel insieme che si attacca a convenzioni che dipendono non solo dalle culture ma dal tempo storico in cui l'adolescenza si trova a esprimersi.
Ma proprio sulle guerre tra organi in sviluppo e sulle valutazioni al cui interno si operano le strategie militari, si lega un evento straordinario, per sostenere, se ce ne fosse ancora bisogno, che la fragilità insegna a vivere e promuove aspetti esistenziali positivi e persino stupendi.
Come a dire che sulle macerie nascono i fiori.
Mentre si svolge il trambusto di un corpo che cresce e mentre si cerca di mettere argine alle alluvioni dell'eccesso attraverso l'esposizione delle parti più accettabili, anche se dipinte e decorate come gli ex voto della devozione popolare, c'è qualcuno che rimane ammaliato da tanto «orrore» e si ferma a guardare e sosta con una insistenza che sembra quella della santità: lei si sente ammirata e lui pare perso.
Insomma, si trova sempre uno o una che si sente attratta irresistibilmente dall'orrore dell'altro e chiede insistentemente di poter guardare da vicino, di familiarizzare con quelle parti e poi magari con il tutto. E lei decide di starci e non fa nemmeno in tempo a dirlo che lui è già attaccato in ogni parte e non sa più dove finisca la sua individualità e incominci quella di lei. Annaspa come un ranocchio in una pozzanghera che sa però di delizia e di profumo e ricorda le parole di Jim Morrison che sembrano spronarlo come fa un fantino con il proprio purosangue: «Ama, ama follemente, ama più che puoi e se ti dicono che è peccato, ama il tuo peccato e sarai innocente».

Ecco l'amore, ecco due insicurezze che si perdono dentro la certezza d'un insieme che si fa di roccia.
Ecco il superamento della bruttezza che ti aveva investito, poiché sarai orrenda ma a lui piaci, e questo non è poco poiché scopri che basta un amore a trasformarti la vita e a neutralizzare tutti i propositi di nuovi interventi estetici o di nuovi piercing o di pitture corporee che ormai sostituiscono i vecchi murales della protesta sociale degli anni sessanta del Novecento.
La fragilità del corpo, d'un tratto, permette di scoprire l'amore e di capovolgere la sensazione di mostro in un'adolescente che invece finisce per piacere: sei certa che piaci a lui, di cui adesso ti pare di non poter fare
a meno. E il modello diventa ciò che piace a lui e, se gli piace, piace anche a te, e uno dei più grandi conflitti si risolve permettendo a fragilità e amore di stare insieme. Anzi la fragilità del corpo ne prepara l'apoteosi.
E in questa esperienza accade un fenomeno nuovo: la scoperta della persona che trascende il corpo e porta a svelare la personalità, che questa volta non si misura con il metro e non si pesa su una bilancia. Del resto l'esperienza dell'amore non è riducibile a ginnastica degli organi della sessualità, ma porta a scoprire che nell'attrazione e nel voler bene c'è molto oltre al corpo, qualcosa d'altro che si esprime attraverso il corpo, ma non è carne.
L'amore è voglia di unione, di fare di due una unità e stabilizzarla con il desiderio di entrare in lei e lei di ricevere un aggancio forte e sicuro, con la incapacità di staccarsi.
Al di là di questi movimenti, che abbisognano anche di forza muscolare, si scoprono desideri che sono senza corpo.
La voglia di essere accettati per quello che si è, di svelare i segreti di cui ci si vergognava, di mostrare quelle parti di sé che si dovevano nascondere: la timidezza, la paura di perdere ciò che adesso è diventato necessario, la gelosia che sancisce la indispensabilità dell'unione diventata vitale.
La gelosia è il timore di rimanere soli, adesso che si è trovata la formula perfetta dell'insieme, che significa completamento, sicurezza.
Una risposta alla fragilità che ora appare persino certezza, dal momento che si è indispensabili per l'altro.
Non ci sarebbe amore senza l'altro.
Il narciso, che non sa stare con l'altro, finisce per scindersi e diventare altro per poter anch'egli amare, amandosi. Ma è di gran lunga più bello riconoscere nell'altro il proprio bisogno e, come abbiamo detto, nella fragilità dell'altro trovare la propria forza. E una fragilità differente rende la propria persino tetragona.

L'adolescenza è il tempo del primo amore, di un'esperienza intensa e irripetibile non solo per la novità del legame, ma perché capita nel momento in cui la fragilità è estrema e il bisogno di legame sostanziale. Basti ricordare che si frantumano tutti i rapporti dell'infanzia e si rimane soli con la sensazione di non poter contare più su coloro che erano stati punti saldi. I genitori erano dotazioni naturali che si trovavano in casa, analogamente a mamma oca per gli anatroccoli che escono dalle uova che ha covato. Ora, nell'adolescenza, bisogna trovare legami nuovi e dipendono dal singolo, dall'anatroccolo che non cammina più dietro la madre, a qualche centimetro di distanza senza chiedersi dove sia diretta, ma vaga zigzagando senza sapere dove andare.
L'amore ha le caratteristiche della scelta o dell'incontro del destino, di qualche cosa che si reperisce nel mondo e che poteva non esserci affatto. È tanto il bisogno di attaccarsi a qualcuno che, quando accade l'incontro, lo si inserisce nelle magie e nell'atmosfera della metamorfosi che sa di miracolo.
Ecco finalmente un episodio che fa sognare, che fa sentire di essere mutati e di essere stati toccati dalla fortuna.
Nel primo amore si dà tutto perché si ha bisogno di tutto, di una relazione esclusiva e totale. L'altro diventa vita poiché dà senso alla propria vita: dalla percezione di un nulla a quella di un principe, di una principessa.
Ecco le immagini da favola in cui si colloca il primo amore. Si sente che la propria fragilità si allontana, ma appare la fragilità del rapporto, di quel legame che talora sembra assicurato da una fune da rocciatore, altre volte da un filo di ragno.
L'amore come totalità, e allora lui pensa sempre a lei, e lei vorrebbe averlo sempre vicino in un ensemble eterno, fuori del tempo, come un duetto tra violino e pianoforte, come nella Sonata a Kreutzer di Beethoven, dove si sentono i due strumenti ma una sola sonata; e uno ha senso poiché si associa all'altro in sintonia o per contrappunto, sempre in coppia, mentre staccati, ciascuno sembra monco. In questo clima uno vuole fare ciò che l'altro chiede e sempre domanda di fare ciò che all'altro piace.
Ecco il primo amore, ecco la scoperta di una nuova socialità sia pure a due, e il sogno conduce alla concezione dell'inseparabile e dello stabile, poiché la perfezione non può aumentare e soprattutto non deve cambiare. Il solo pensiero diventa dolore, il solo sospetto diventa gelosia, la lontananza diventa angoscia: ubi Gaius ibi Gaia.
Il primo amore è l'esperienza in cui l'altro diventa salvezza, e si sa che all'unisono e contemporaneamente il salvato salva chi lo salva.
Una circolarità stupenda poiché non solo non pensi di essere inutile, ma addirittura che la tua imperfezione sia ora fonte di beatitudine.
È il momento in cui l'amore sana ogni senso del limite e anzi pone il limite come forza di quel miracolo.
È la più bella esperienza dell'adolescenza e bisogna lasciarla vivere intensamente senza frapporre ostacoli esterni, senza paure, con l'abbandono di chi d'un tratto si sente sicuro poiché ha unito la propria insicurezza a un'altra e insieme sono diventate forza, forza per vivere.
Il tempo è necessario per potere continuare ad amarsi e per la prima volta si parla veramente di futuro e lo si percepisce, poiché si fa contenitore, spazio per realizzare, per dare continuità a una cosa perfetta, che però deve durare: come nei riti si ripete lo stesso gesto, ma pare sempre di fare un'esperienza nuova.
E questa è propriamente anche la sessualità: una ripetizione di gesti liturgici, persino sacri, in cui due corpi e due personalità -
un tempo si chiamavano anime - si uniscono e dopo un abbraccio stretto, subito ci si stringe ancora, e sembra di unirsi sempre di più, anche se di più non è possibile.
Del resto la ripetizione è da sempre la fonte della certezza.
In questo continuo stare insieme e ricercarsi, chiamarsi e invocarsi, pur stando a qualche metro di distanza, ognuno si apre all'altro e sente il gusto di raccontarsi, di svelare quel segreto che prima era parte del nascosto. E si finisce per non avere più nulla di proprio in quanto tutto è stato dato e ciò che era dell'altro è stato tutto quanto fatto proprio, incorporato. E su questa perdita del segreto e della paura poggia la sicurezza. Sul sapersi libri aperti e letti in ogni più piccola frase, anche nelle note a piè di pagina, si sente di essere accettati e per questa via anche di accettarsi, così il limite della fragilità diventa dote consapevole a cui ci si sente legati poiché anche quel difetto, quel naso arcigno è ormai elemento del legame e mai vi si rinuncerebbe.
Dal sogno di cambiarsi a quello di rimanere per sempre come si è, al desiderio che gli stessi difetti rimangano scolpiti nella pietra, poiché l'amore si erge sul piedistallo dell'esistenza e non teme nulla, né le intemperie e nemmeno la violenza, che sembra svanita.
Nell'amore non si colora solo la propria piccola storia e si corregge la propria anatomia adolescenziale, ora persino i contorni appaiono colorati e i paesaggi poetici.
L'adolescenza era partita con le brutture di ciò che prima nell'infanzia piaceva, con il rifiuto di quanto vi apparteneva, e adesso si sperimenta, con il primo amore, che anche un cumulo di rifiuti è una collina da cui si aspetta di vedere nascere il sole all'alba.
Il primo amore è una lezione straordinaria di storia dell'arte e di comprensione del bello, che si trova prima di tutto dentro la serenità di ciascun adolescente e rifulge nell'innamorato. Scompaiono d'un tratto i modelli: quelli del mercato, quelli del consumismo e ognuno accetta, anzi si lega a quei difetti che i modelli avevano non solo messo in vista ma addirittura misurato. È bellissimo vedere due adolescenti pieni di difetti che si sentono a loro agio e portano addosso «orrori» che prima impedivano persino di muoversi.
Ecco la soluzione dell'adolescenza, la guarigione grazie all'amore, al primo amore.
Proprio perché, come dice il proverbio, «il primo amore non si scorda mai», è anche segno che passa e tramonta, che finisce.
E non sempre avviene con un dramma o con una sensazione di morte, quasi risultasse scontato dal terreno su cui l'adolescenza era piantata e dei bisogni a cui doveva dare una risposta assoluta, per sempre.
E al primo amore seguono amori differenti, più limitati, meno romantici ed esclusivi.
L'amore diventa una componente dell'esistenza assieme a funzioni altrettanto importanti nella vita adulta, come la professione, l'affermazione individuale. Non più la dimensione di una unità indivisibile, dove persino i pensieri che si rincorrono nella mente debbono essere raccontati all'altro, svelati perché nulla, proprio nulla, rimanga fuori da quella relazione esclusiva.
L'adolescenza è, dunque, la fase della crescita in cui è più elevata la fragilità, che però si completa con l'amore che dà dignità all'insicurezza, alla gracilità, alla paura. In due la fragilità appare forza, come una roccia granitica che resiste al tempo e che semmai il tempo rende sempre più eterna.

Ma all'adolescenza appartiene anche la sfida.
Il termine è pieno di significato e di altrettanto mistero dell'amore.
Lo scenario qui non è la coppia ma la dimensione sociale in cui il singolo è calato. La sfida si lega al ruolo, al «chi sono io qui». E dunque si colloca in quella relazione tra io e mondo che è più grande di quando tutto si riduce a lui o a lei. Il mondo ora è vasto geograficamente, pieno di ostilità, di pericoli, di contrarietà.
L'adolescente di fronte a questo scenario ha voglia di provarsi e di meravigliare, di colpire l'attenzione degli altri, mostrare quali sono le proprie possibilità.
Ma è la sfida in sé a conquistare e a imporsi, e non il campo in cui avviene. Non è importante il cosa rappresenta la sfida, ma il fatto di affrontarla. Insomma il vaso è più importante del contenuto.
La sfida è sempre con se stessi prima che con il mondo. Per l'adolescente è fare qualcosa che egli teme
di non poter fare e che gli altri certamente pensano, o dovrebbero pensare, che non riuscirebbe mai a realizzare, a superare.
La sfida è un motore importante in questa fase della vita.
Così descritta, si coniuga subito all'eroe, e l'adolescente ama diventare eroe; e lo fa proprio perché la percezione è di essere un nessuno, uno che non serve a nulla. Uno che si perde solo in un ordinario che egli deve seguire, e seguire passo passo, con tanto di programma e di attenzioni da rispettare.
orse proprio da questo errore di pianificazione sociale, che ha ridotto l'adolescente a un nulla che deve solo imparare e dunque obbedire, nasce la voglia di sfida e il bisogno di eroismo. Il non aver lasciato spazio all'avventura, ai riti di passaggio, alle prove di coraggio e avere ridotto la vita e l'adolescente a una burocrazia anagrafica con appuntamenti farseschi e di pura coreografia, ha generato il bisogno di diventare unici. Da nessuno a eroe.
L'eroe nella sua dizione classica era un giovane che svolgeva una funzione essenziale alla vita di una città, di un'intera nazione, ed Ettore e Achille certamente ne sono l'esempio più insigne, ma anche Eurialo e Niso e tutto il mondo dell'epica greca.
L'eroe, dunque, era un riconoscimento che la comunità attribuiva a un giovane, proprio per il significato dell'impresa che sovente lo aveva portato a morte.
La morte era un elemento strutturale della definizione di eroe. Nella guerra di Troia e nel confronto tra Achille ed Ettore non c'è dubbio che l'eroe grande non è Achille, che vince l'agone, ma Ettore che lascia il proprio corpo sul campo, e che anche nella disfatta è osannato e riconosciuto grande da tutti i troiani.
L'eroe esprime una funzione sociale altissima. Senza, si svuota e diventa l'eroe inutile che magari perde la propria vita.
Se l'adolescente non ha una funzione, ma è tenuto dentro una specie di utero sociale in attesa di una maturazione che l'adulto non vuole mai riconoscere e dichiarare, allora il bisogno di eroismo porta a una sfida qualunque che prevede il rischio della vita, ma manca di ogni senso sociale.
Ecco le sfide della velocità in automobile, le prove in cui ci si stende sulle rotaie di un treno tentando di togliersi all'ultimo momento; ecco ancora l'andare contromano in autostrada o ingoiare alcol alla maniera con cui si riempiono le damigiane da una botte gigantesca. L'eroismo di chi si butta nelle vene droghe che fanno sballare e sovente morire.
Ecco gli eroi del nulla: potevano servire a qualcosa mentre di loro non rimarrà nemmeno memoria, se non dentro uno stupidario che sembra il trattato di questa società che continua a negare agli adolescenti di avere un ruolo, un protagonismo piccolo ma quotidiano, capace di togliere la sensazione di quel nessuno che spinge a sfidare la morte senza che la vita abbia avuto un senso e nella certezza che quella stessa morte sarà inutile.
La sfida è una categoria dell'adolescenza che va attivata, ma anche dosata per non portare fuori dall'impegno sociale e diventare una prova di morte entro cui si buttano solo le carenze affettive e le delusioni, e non certo proposte ed espressioni del proprio valore.
La sfida è poi l'occasione per gustare l'ebbrezza della vittoria, ma anche per sapere gestire la sconfitta.
Una sconfitta non ha mai il sapore dell'esclusione, ma solo del bisogno di una più precisa preparazione, di un impegno ancora più intenso, in rapporto alle proprie possibilità fisiche e mentali. Per raggiungere risultati utili che vanno misurati sulla scala della socialità.
Ma per accettare la sconfitta bisogna credere in chi la decreta, bisogna essere certi che le gare non siano truccate, non divengano motivo di affari, ma si svolgano all'insegna dell'assoluto rispetto delle capacità e dei talenti, in qualsiasi settore si pongano.
Ecco perché la sfida non dipende solo dalla capacità del singolo o di una squadra, ma anche della società e dalla serietà di chi la rappresenta. Senza i riferimenti della legalità e della giustizia, salgono sul podio i falsi primi, e gli sconfitti non sanno accettare il verdetto poiché sanno di essere loro i veri primi, anche se non possono dimostrarlo a un'autorità che ha gestito il trucco con lo stile delle agenzie delle scommesse in mano a organizzazioni criminali.
La sfida è sempre, e prima di tutto, sfida a se stessi, dove il singolo cerca di fare di più e si impegna per raggiungere risultati di maggiore spessore. In seconda istanza diventa una sfida con la società, poiché su quelle capacità ci si confronta per occupare un ruolo adeguato e quindi fornire un contributo più significativo. E non è accettabile una società dove invece tutte le posizioni sono attribuite non per merito ma per raccomandazione, o per «segnalazione» come si dice manipolando i termini. Un comportamento iniquo e volgare che include un riflesso negativo per gli adolescenti che apprendono a non impegnarsi, ma solo a promuovere alleanze di potere o a legarsi alla fortuna, a favori esclusivi dove magari si offre in cambio il proprio corpo attraente.
Sono due i parametri che servono a mostrare l'uscita dall'adolescenza, e cioè il suo superamento per passare alla età adulta. Il primo riguarda le capacità intellettive, riferite alla comprensione di una società complessa, all'apprendimento di un sapere che serve a vivere, il secondo si riferisce ai sentimenti che mettono in evidenza la capacità di gestire le emozioni e i legami. Questa distinzione è di grande rilievo e permette schematicamente di distinguere le due maturità o forse le due parti di una maturazione armonica.
Ci sono adolescenze che terminano con un ottimo livello intellettivo e razionale ma con una incapacità, più o meno pronunciata, di gestire i conflitti, e sempre, comunque, di gestire le sconfitte.
Credo che la condizione più bella, o almeno quella che più mi affascina, è l'essere forti e perdere. Saper guardare alle retrovie, a chi si trova nelle posizioni più lontane dal vertice con simpatia e non con arroganza. Conoscere che è forte anche chi perde e godere nel trovarsi in posizioni che sanno di rispetto e mai di esaltazione.
Tutte le volte che considero il primo penso sempre all'ultimo e vorrei che si sentisse fiero di aver gareggiato, spiacente di aver perso, ma pronto a disegnare una strategia per la sfida da promuovere in futuro.
Talvolta si perde perché non si è scelto bene il campo della prova. Quando si è attratti da competizioni socialmente ammirate ma che non appartengono alle proprie doti. Prima di gareggiare bisogna conoscere bene su quali terreni affrontare onorevolmente delle sfide.
E una società che voglia aiutare gli adolescenti, sulla scorta di questa straordinaria voglia di sfidarsi e di sfidare, deve permettere una profonda conoscenza
del singolo e poi garantire che le sue doti trovino un campo in cui esprimersi veramente. Non è possibile preparare gli adolescenti a un operare che poi non esiste. Non è ammesso che, fatto il lavoro di scelta e di preparazione, non ci sia la possibilità di occupare uno spazio per dare finalmente il proprio apporto, e farlo in maniera continuativa, che vuol dire sempre più impegnata ed efficace. Non è possibile parlare di flessibilità per nascondere semplicemente un precariato che impone di fare qualsiasi cosa temporaneamente, indipendentemente da quello che si è imparato a fare e che si è motivati a perseguire. Questa è una società malata, malata di stupidità.
È significativo verificare che tutte le più recenti innovazioni tecnologiche sono state siglate da adolescenti o da giovani in piccoli o grandi gruppi, e che le nuove società che danno un significativo apporto all' economia si legano ai giovani.
Ma, ciononostante, si tende a pensare che l'adolescenza sia un'età alla quale non si possono demandare responsabilità importanti e semmai si attribuiscono ruoli che chiaramente servono da copertura, per fingere un'importanza che non c'è.
In questo modo una età definita inutile tenderà a mostrarsi attiva nel proibito, nell'eccezionale e l'adolescenza diventerà cronaca dell'essere contro e si esibirà in comportamenti che sanno solo provocare meraviglia e scandalo quando non orrore, poiché si può essere eroi anche nell'ammazzare il proprio padre o madre o nel giustiziare un insegnante antipatico.
A questo contribuisce una società che continua a mantenere i giovani lontano dal protagonismo, e così restano ancorati a un'adolescenza che non si chiude mai, interminabile, e rimarranno sempre in casa attivando conflitti scontati e persino insanabili dal momento che non è possibile che generazioni lontane di almeno venti o trent'anni abbiano una visione del mondo e uno stile compatibili o condivisibili. Restano a casa e la trasformano in un campo di battaglia in cui mettono in atto azioni militari anche se non hanno una divisa e non appartengono ai corpi nei quali gli adolescenti erano intruppati al tempo del servizio di leva obbligatorio. A casa, con trincee e appostamenti di due fazioni contrapposte, ma che sono destinate alla coabitazione poiché gli adolescenti senza un ruolo e ritenuti incapaci e irresponsabili non possono pensare di potersi gestire una propria casa, non fosse altro per la impossibilità di poterne sostenere l'affitto. E così i nemici diventano sempre più nemici e in questa guerra di famiglia talvolta si contano i morti.
Tendo inevitabilmente a parlare di adolescenze rotte che, a guardar bene, appartengono a società rotte in cui si creano situazioni che per i giovani puzzano di morte.
Ma, per mostrare la positività possibile della fragilità e delle condizioni difficili, voglio ribadire come la sfida sia una grande risorsa perché insegna a vivere, matura affettivamente e allena a gestire le emozioni sgradite e deludenti, ma anche quelle della vittoria che necessariamente si deve festeggiare anche con chi ha perso e deve sempre riportare a quanti vi hanno contribuito.
Insomma, la fragilità dell'adolescenza, dopo la rottura strategica con la famiglia comporta un potenziale di creatività, la possibilità di alleanze nuove.
Un'età che nell'insieme rimane magnifica
per la grande ricchezza, per i capovolgimenti che sono propri delle metamorfosi e delle favole ma anche della cronaca. È necessario soltanto che questa fase di transizione preveda un luogo dove approdare, dove saldarsi, dove darle un senso, per non sembrare invece inutile, come chi dopo essersi esercitato in alta montagna si ritrova sul mare senza sapere nuotare.

    L'età adulta

È difficile stabilire quando si possa e si debba considerare conclusa l'adolescenza, perché si tratta di un processo che dipende soprattutto dalla società, e quindi dal come si guida l'educazione, e dalle possibilità di autonomia economica dei giovani. Dipende anche dal momento in cui la generazione dei padri è disposta a passare il testimone della gestione della ricchezza e delle attività di famiglia, e del governo di un intero Paese. E basta guardare l'età della classe al potere, sia politico sia industriale, per rendersi conto di come sia difficile lasciarlo e del come sia facile decidere che i propri figli sono immaturi per assumersi oneri di tale responsabilità.
Permane una certa resistenza a mantenere «piccoli» i propri eredi non solo nel legame materno, che è più affettivo, ma pure in quello dei padri che nelle società economicamente evolute si occupano soprattutto di incrementare la ricchezza di famiglia e di gestire i processi produttivi.
Rimane difficile affermare quando un individuo può essere considerato adulto, poiché si possono intravedere diverse maturità.
Le operazioni dell'età adulta sono molte e si complicano in quelle società che si sono sempre più espanse fino a diventare senza confini e a contenere tutto il mondo. È facile notare l'enorme diversità tra una società contadina, chiusa nel casolare di campagna, circondato da un pezzo di terra da cui trae il sostentamento, e una società moderna calata in un processo industriale e finanziario che opera dappertutto e con un ritmo che non è certo quello delle stagioni e della maturazione del grano o della vite, ma è accelerato dal guadagno e da processi artificiali che, pertanto, tendono a moltiplicarsi per ottenere maggiori profitti.
Semplificando, si può affermare che l'età adulta è l'età della identificazione sociale.
L'identità dell' Io si compie nella fanciullezza, con la percezione di essere distinti da ogni altro, che diventa altro da sé. Una identità che si correla anche alla differenziazione di specie e dunque all'appartenenza al genere maschile o femminile. È questo anche il tempo delle identità di famiglia.
L'identità sociale inizia con i cataclismi adolescenziali, con la rottura dal legame familiare, privilegiato ed esclusivo, per appartenere a un gruppo, quello dei pari età, che impone atteggiamenti e ruoli differenti.
Ma è con la età adulta e con la maturità che si raggiunge l'identità sociale operativa, quella dei ruoli.
Non più generale, di base, ma pratica legata prima di tutto a una professione, a una modalità per raggiungere l'autonomia economica. Il lavoro rimane il cardine dell'identità sociale e per questo è garantito sul piano dei princìpi dalla Costituzione.
Una dichiarazione che continua a imporsi anche quando si avverte chiaramente che le tecnologie non permettono più un lavoro a tutti.
È tempo di cambiare questo quadro, poiché non si può fare del lavoro e della sua mancanza o precarietà un ostacolo a diventare adulti. Se le società non permettono questo diritto a tutti, non si può per questo soltanto ritenere i senza lavoro dei non-adulti: l'immaturità andrebbe semmai spostata sulla società che non è in grado di soddisfare questo bisogno. Una società che non garantisce di poter fare questo salto, dall'adolescenza alla maturità, è colpevole di una condizione che non può esser imputata al singolo individuo e fatta pesare su di lui.
E non è più ammesso affermare che, se uno vuole, un posto lo trova, magari tra difficoltà e passaggi da un campo all'altro e gestendo un mercato del quotidiano e non della perennità e della sicurezza. Non è più sostenibile, quando è possibile calcolare il fabbisogno lavorativo e, di conseguenza, l'eccesso di domanda.
Credo fermamente che si possa essere maturi anche se non c'è l'opportunità di un lavoro. Credo che si possa essere utili a una società anche se non si va in fabbrica e si decide, invece, di pensare sulla riva di un fiume, meditando sul senso della vita e della società industriale e dei meccanismi di esclusione che quella società attiva. Credo che si possa essere adulti componendo versi o canzoni invece di costruire auto, quando non c'è più spazio per contenerle e non c'è più energia per farle girare e strade adeguate non tanto a permettere di andare a velocità ragionevole, ma a muoversi, a causa dell'intasamento stradale. Credo che persino un barbone sia un essere adulto o lo possa essere pur non cercando lavoro e forse nemmeno desiderandolo.
Un uomo adulto non può esser ridotto a un uomo attivo e produttivo.
Ci sono pensatori convinti che la produzione ormai sia un limite enorme per la vita della società e ci sono economisti che non approvano la scelta di portare il lavoro in Paesi in cui il costo dell'uomo è minore, configurando sia pur inconsapevolmente l'impossibilità per molti giovani di diventare adulti dove sono nati e cresciuti, mentre si permette la maturazione di Stati dove dominerebbe la disoccupazione.
Il discorso si sta complicando, oggi è difficile non solo definire l'adulto, ma persino prevedere le vie attraverso cui arrivare a questo traguardo. È ovvio che sorge una tendenza, quella da noi accennata, che il lavoro non debba più avere un ruolo tanto determinante nell'attribuire o nel negare questa appartenenza.
Ho una grande simpatia per i movimenti minimalisti, intesi come scelte di vita in cui si consuma poco e si cerca di soddisfare solo i bisogni primari. Una controtendenza all'inutile e ai costi dell'inutile.
Si è calcolato che 1'85 per cento di uno stipendio viene speso per qualcosa che è decorativo della vita, non essenziale. E allora si può cercare di vivere con quella fetta di salario che non richiede l'impegno previsto dai comportamenti e dai modelli comuni.
Se una gran parte dello stipendio va in costo di affitto perché allora non vivere in nuove comuni in cui lo spazio per persona si riduce con un evidente vantaggio legato alla collegialità?
Se una spesa importante va nei cosmetici e nella cura estetica del corpo, allora perché non evitare semplicemente l'acquisto di profumo? Se l'auto costa molto, perché non rinunciarvi andando in bicicletta o con un autobus? Se l'eleganza ha costi proibitivi, perché non amare un vecchio e rotto bluson noire?
Sarebbe un vero errore escludere i minimalisti dalla categoria degli adulti semplicemente poiché non hanno un lavoro o per la decisione, che appare persino ragionevole e piena di buonsenso, di rinunciare allo stile di
vita dominante nella società.
Rimane comunque certo che la identificazione sociale si lega ancora al ruolo: alla domanda di «che uomo uno sia», si risponde sempre con che cosa egli faccia. I biglietti da visita che sintetizzano il ruolo portano in bella vista il nome di famiglia, subito dopo quello dell'azienda di cui si è parte e poi il titolo con il quale si è inseriti. Non c'è null'altro da chiedere.
Dati aggiuntivi vengono semplicemente mostrati: l'abito, la borsa, la cravatta e certo l'auto da cui si è scesi, l'albergo in cui si passa la notte se si è fuori sede.
Persino il linguaggio parla del ruolo e non perché lo spieghi, ma come caratteristica dell'uso delle parole, per i riferimenti all'inglese, per i resoconti di viaggi recenti e per gli affari conclusi.
Fa parte dell'arredamento, degli status symbol, anche il ristorante in cui ci si dà appuntamento e persino il modo di come si veste la propria compagna. Essenziale, poi, è la carta di credito: se uno paga in banconote fa una figura tremenda e mette in dubbio la propria credibilità, come se non potesse utilizzare quella carta miracolosa con cui si può prendere tutto ciò che si vuole sulla fiducia, e la fiducia è uno status symbol eccezionale.
Parlando di identità sociale, è obbligatorio distinguere i simboli e i contenuti della identificazione maschile e femminile. Occorre farlo anche se certe tendenze potrebbero convincere che non si tratti più di una differenza significativa, che anzi pesca dentro vecchi pregiudizi che è bene non tirare fuori per non rischiare di essere parte della generazione odiata dalle femministe e dall'intellighenzia oggi dominante.
È fuori di dubbio che certe storie di donne non si differenziano in nulla da quelle di uomini, se non per alcune caratteristiche del corpo prima e di personalità dopo: che sono però minori e semplici curiosità sociali.
Un pube differenziato potrà essere una curiosità interessante in una camera d'albergo se condivisa da un uomo e una donna che si attraggono, ma non certo per la conclusione di un affare e per la disamina di un contratto che deve segnare una joint venture da budget stratosferici. Indossare un tailleur di un grande stilista o un paio di jeans potrà incuriosire se si va a una cena, a una festa, ma non cattura l'attenzione se si va nell'Oregon a visitare un allevamento di bufali per valutarne la purezza della razza. E analogamente non c'è differenza tra uomo e donna se si tratta di assegnare un posto in aereo oppure in un teatro per una première.
Socialmente una donna e un uomo si distinguono per aspetti del tutto secondari e insignificanti per la funzione che svolgono, mentre queste e tante altre differenziazioni diventano significative in un rapporto uomo-donna privato, in cui certo l'attenzione è focalizzata sulla conquista da parte di lui e sulla seduzione da parte di lei e in questo contesto le gambe maschili e femminili sono due mondi interamente diversi. Se poi si toglie tutto e uno si butta sull'altra, il sapore femminile e quello maschile sono diversissimi.
Ma l'identificazione sociale riguarda atti, funzioni, ruoli che si confrontano solo sul piano dell'economia, della finanza, dell'impresa per le quali le combinazioni sessuali non hanno senso alcuno. Ergo, tra i due sessi socialmente non si pongono, e non si devono porre, separazioni e distinguo. Nemmeno la gravidanza, sia ben chiaro, poiché se è vero, almeno finora, che i bambini sono tenuti in gestazione dalle donne e che ciò comporta modificazioni del corpo, è altrettanto certo che nulla può esser ritenuto differenziale se non il pregiudizio che una società per bene e razionale deve evitare.
Se è vero che la identificazione professionale è parte essenziale della maturità, non è la sola, poiché oltre il lavoro per quanto impegnativo possa essere, si erge la vita di coppia con o senza stabilitas loci e figli.
Non può tuttavia sfuggire il fatto che sovente la famiglia rappresenta un condizionamento importante: averla o no può comportare rimbalzi di carriera e persino segnali di capacità organizzativa, di abilità nella scelta del personale. Perché un manager dovrebbe saper scegliere collaboratori di alto livello, sia maschili che femminili, se non è stato capace di trovarsi una moglie dopo aver dedicato molto tempo alla sua ricerca, dopo un periodo di prova certamente più lungo di quanto permetta un'azienda? È altrettanto indubitabile che avere scelto una moglie di buona famiglia e magari dal nome roboante è indice di capacità al confronto di chi se ne è procurata una ignorante, disposta sempre a darsi per beneficenza a tutti, a partire dagli amici del marito. Allo stesso modo l'avere generato figli che sono campioni di greco o di matematica è più significativo, sul piano della socialità, che aver concepito due tangheri, drogati e vestiti come degli scaricatori di porto e in più violenti. TI dubbio è lo stesso: come mai un padre che vuole essere intelligente e una madre così attenta alla pedagogia di Rousseau, hanno allevato simili ruderi? La famiglia finisce per essere un aspetto della propria effigie sociale che si estende oltre il privato.
In ogni caso nel progettare un legame di coppia conta molto la differenziazione dei generi, e dunque l'essere uomo o donna.
Non c'è dubbio che la donna sente il fascino di dare la vita, di portare nel ventre il mistero di un nuovo nato. Lo dimostra anche la crisi frequente dei trentacinque anni, periodo in cui una donna che si è dedicata ai ruoli sociali e che non ha mai pensato a una relazione di coppia con la possibilità di diventare madre è presa dalla sindrome nostalgica di una maternità perduta e ricorre sovente a ripari improvvisati, come fare un figlio, non importa con chi. E quando non si giunge a questa soluzione impulsiva, si rimane attaccati a un bambino latente, a un figlio che non c'è, ma di cui è piena la mente e l'immaginazione fino a trovare soluzioni spostate o sublimate che possono coprirsi di patologia.
La voglia di figlio si fonda certamente sul desiderio di darsi, di donare, di essere madre.
E non c'è dubbio che questa serie di sentimenti tra loro collegati, cozza contro il piano sociale fino a configurare un vero conflitto. Se manca il figlio, vive con il figlio assente, se c'è, è presa dalla paura di darsi agli altri rinunciando a se stessa, di scollegarsi dalla propria dimensione personale e sociale.
La voglia di realizzazione di sé è presente sia nella donna che nell'uomo, ma nella donna entra facilmente in collisione: la realizzazione sociale richiama il prezzo pagato per la fuga dalla voglia di madre e un'affermazione sul piano familiare riaccende la nostalgia per quanto non si è fatto e si sarebbe potuto fare se ci si fosse impegnate nella realizzazione di sé.
Il matrimonio, comunque lo si realizzi, è vissuto differentemente dalla coppia. La parola «matrimonio» non vuole qui riferirsi soltanto alla condizione tradizionale e alla modalità classica di giungervi e di portarlo avanti. Una precisazione che vuol rispettare ogni condizione di legame che abbia in comune il sentimento e il progetto di costruire una storia, intenzione che diventa palpabile quando si generano dei figli.
Iniziata questa storia, la vita si svolge per la donna con modalità differenti rispetto all'uomo, nei due teatri: quello della professione e quello dentro la famiglia. Teatri che hanno una propria scena, dove si svolgono ruoli differenti e si costruiscono copioni che magari si intrecciano, ma sono diversissimi. E nonostante le pari opportunità, che si affermano e si trasformano in leggi, il coinvolgimento rimane diversissimo tra la vita di lui, più sociale, e quella di lei, più intima, più familiare, sia pure con casi di vera dissociazione.
Io sono sposato da quarant'anni secondo il rito cattolico, e considero la famiglia una straordinaria avventura anche se tra le più difficili che si possano vivere.
Il matrimonio è la più grande delle fragilità interumane, capace di produrre beni e incapace di evitare mali.
Un matrimonio è una storia di dolore, di errori, ma anche un'occasione per mostrarsi generosi e per rimediare a sgarbi e talora a violenze che hanno la veste della vergogna e dell'errore.
Per raccontare un matrimonio si attinge sempre a un comparto di cose meravigliose e di altre che sono invece all'insegna della colpa. Non credo che si possa fare altrimenti, a meno di non stravolgere gli eventi e trasformare nella memoria tutto quanto uno avrebbe voluto e dovuto non fare.
Ho avuto molte occasioni di dare vita a baruffe.
Ne esistono di due tipi: baruffe con motivazioni gravi, obiettivamente rilevanti, e altre attivate sulla base di piccole cose che a distanza appaiono persino ridicole. Questa seconda situazione è la più frequente e sta a indicare che la causa della baruffa non è sempre interna alla coppia, ma a tensioni esterne alla famiglia che si esprimono solo a casa dove si ritiene, erroneamente, che si possano allentare i freni inibitori e così riversare in piccoli contrasti, conflitti legati al teatro della vita sociale.
Quando sono motivate da problemi seri, allora le baruffe sono interne al matrimonio, al legame o alle condizioni in cui si esprime.
Talora è l'infedeltà che prende le vesti di tradimenti vistosi, di scoperte in flagranza, talora è la visione diversa nell'educazione dei figli e quindi la divergenza tra severità e lassismo, talora sono le difficoltà economiche croniche che impongono severe rinunce ad alterare un clima che certamente sarebbe diverso. Ma anche le disattenzioni sul come si lascia lo spazzolino da denti o su come si prepara la tavola o ci si prende cura di un abito che inavvertitamente è stato rovinato da una macchia indelebile, si impongono nelle storie e pesano fino a rendere l'atmosfera di casa irrespirabile.
Il problema non è tanto il numero di baruffe, il loro ripetersi quasi liturgico, ma la modalità di come si risolvono.
La condizione peggiore è quando contengono una violenza fisica oppure quando lasciano come strascico il silenzio, quel mutismo che sembra decretare un'atmosfera di morte, una cappa da cimitero.
Una baruffa deve potersi risolvere rapidamente, come se si trattasse di una parentesi negativa in una storia che non sarà di felicità, come si racconta nelle favole, ma di serenità. Prove che sarebbe meglio evitare, ma che non intaccano i legami affettivi: li complicano magari, ma non li rompono.
E qui i temperamenti servono, sono da benedire quelli che tendono a trovare presto una soluzione e non certo gli atteggiamenti di chi elabora lentamente le ferite.
Nelle baruffe io tendo subito a fare la pace e a riconoscere il torto, ma lei tenderebbe a legarsele a un dito, a trasformare la questione in chi ha ragione o torto e allora, mentre la si vorrebbe chiudere, si riapre per trovare il perché di fondo, che porta sempre fuori strada, poiché la ragione è per lo più in eventi che non toccano la casa e che si riferiscono appunto agli ambienti sociali.
L'auspicio è che la baruffa riporti alla voglia di consolidare il legame con liturgie che sembrano assurde, poiché non si può pretendere una unione di corpi poco dopo l'esplosione di una serie di improperi e di insulti che ha ridotto l'uno o l'altra a una sorta di immondezza umana. È un assurdo logico ma non pratico e credo che le baruffe tante volte, certamente nella mia storia personale, hanno generato la voglia di sgelare l'amore che appare in questo modo fuori discussione.
Ricordo baruffe in cui è stata sentenziata la rottura del matrimonio, la separazione: potrei dire che mi separo da quarant'anni, tanti sono gli anni del nostro incontro e dell'approfondimento del nostro legame.
Di fronte alla «sentenza di separazione», ormai si è giunti alla farsa, uno si mette a ridere di fronte a colui che la pronuncia. Un conto è la forza del legame, un conto il fastidio corrente.
È certo che la vita insieme non è facile, quando poi si svolge nel ristretto spazio dei modelli abitativi che non permettono di avere un angolo per il proprio privato per elaborare dei cambiamenti di umore, che rimangono talora misteriosi anche a chi si occupa di sentimenti.
Ma il tempo che passa è garanzia di un legame che, appunto, si è fatto storia, che ha decretato quanto uno abbia bisogno dell'altro, non tanto per vantaggi pratici quanto per la propria sicurezza, per sedare quella paura che subito emergerebbe drammatica.
Una storia di dolore vissuto, di disturbi che si sono catapultati sull'uno o sull'altra e che hanno mostrato la voglia di salvare tutto.
Difficoltà estese ai figli, preoccupazioni.
Ecco la vita, la vita come recinto di fragilità che si fa storia a due in un legame fragile.
Certo, ci sono comportamenti di grande affetto, il ricordo di carezze che danno forza, di lacrime che sono di dolore ma anche di sostegno. E la fragilità è la condizione del sostegno.
Non sono mai riuscito a trovare forza da una predica, magari condotta con retorica e con argomenti forti. Solo la fragilità aiuta, il resto giudica e compatisce.
Il matrimonio è la mia vita assieme a lei e ai nostri figli, ma nessuno di noi potrà dire che si è trattato di una gita fuori porta durata quarant'anni.
Attraverso il dolore e le baruffe che lo provocano, si approfondiscono i sentimenti e si scopre un legame che è ancora più sostanziale, mentre lo si riteneva al capolinea.
Oggi, è notevolmente cambiata rispetto a quarant'anni fa, la cornice entro cui si pone il legame matrimoniale, ma è essenziale che non venga ridotto alle leggi del mercato, che mantenga un significato sacro, poiché coinvolge il mistero della nascita di nuove vite che, senza quel mettersi insieme, non sarebbero mai nate, e comprende il mistero della morte.
Si è recepito oggi il diritto di rompere il legame. Una possibilità ammessa in passato in casi particolari ed estremi, entrata adesso nelle routine, tanto da accostarsi all'unione con la chiara presunzione che comunque rimane aperta la via della risoluzione e la possibilità di scioglierla facilmente.
La diffusione del diritto di scioglimento ha mille motivi per essere benedetta, non ultima la condizione di vassallaggio e di schiavitù in cui erano tenute le donne e che includeva la violenza continua e silenziosa.
Ma è fuori dubbio che questa acquisizione ha comportato automaticamente che di fronte a una difficoltà si ponga immediato il capitolo della separazione, mentre non si apre quello della comprensione, dell' elaborazione di comportamenti difficili da accettare, ma possibili anche di soluzione.
Di fronte a una qualsiasi difficoltà, si accende la risposta della separazione nella convinzione della gravità di quanto è successo, e non si attivano le ipotesi di come aiutarsi reciprocamente e dunque di come uscire da una impasse certamente angosciosa, ma non per questo priva di una cornice d'amore. Insomma, la possibilità della separazione ha fortemente diminuito la resistenza alle difficoltà e ha facilitato la fuga da un legame difficile.
I matrimoni diventano sempre meno storie e sempre più esperienze banali ritmate dal consumo dei sentimenti, dall'impossibilità di ammettere che un sentimento possa non consumarsi e durare a lungo. E così i matrimoni per sempre appartengono alla patologia della relazione, lucchetti arrugginiti che non si aprono più, mentre, al contrario, un grande amore deve consumarsi rapidamente. Dunque il matrimonio è sempre per poco, e così si dimenticano le enormi capacità di una coppia nel riscoprire aspetti nuovi e interessi inimmaginabili. Non si sperimentano le capacità di accelerazioni in viaggi che sembravano ormai impantanati.
L'aspetto della sessualità favorisce l'idea della «impotenza da abitudine» e quindi si pensa che il matrimonio dopo qualche anno sia un viaggiare in bianco nello stile fratello e sorella o in quello delle piccole società di mutuo soccorso o ancora di un volontariato condiviso in cui l'uno assiste l'altra con una dedizione che richiama qualche samaritano ma non l'amore coniugale.
Ebbene è tutto falso poiché una coppia sa scoprire modalità di espressione del corpo che non appassiscono mai; inventa e attiva strategie che non si trovano scritte nei manuali, ma dentro la scoperta felice dello stare insieme.
E così in quarant'anni si può costruire una storia solidissima che ha solo la voglia di andare avanti e di continuare per sempre; una storia che si fonda sulla fragilità del legame.
Sono certo che la mia continuerà, ma anche che tra qualche giorno proporrò una separazione che in questo momento, fra l'altro non provocherebbe risentimenti nei figli che non sono più nella fase della crescita e non certo nei nipoti che ignorano il pericolo di una sindrome da separazione dei nonni.
C'è un'unica situazione che rende impossibile una storia matrimoniale: la violenza fisica.
Di fronte a questa tragedia non rimane che la denuncia della violenza fin dal suo primo manifestarsi. Non bisogna dimenticare che chi accetta il primo gesto di violenza, si mette nelle condizioni di subirla continuamente e con sempre maggiore gravità.
La violenza fisica non è mai tollerabile anche quando trova giustificazioni e promesse che sembrano definitive. L'accettazione della prima volta porta implicita la violenza sempiterna. Occorre gridare in strada, aprire le finestre e andare dal commissario di polizia.
La violenza non fa storia, non è una difficoltà che possa essere elaborata, ma semplicemente una guerra che porta solo alla morte dell'amore e talora anche dei suoi protagonisti.
E non si deve mai fare una proporzione tra colpe e punizioni fisiche: si tratta sempre di una sproporzione gigantesca che non si può mai accettare e mai perdonare. Un perdono che non fa altro che perpetuare la violenza e, dunque, a mantenere sulla scena familiare la vittima e il boia.
Qui siamo oltre la fragilità che può assumere invece le tinte cupe dell'offesa verbale, della denigrazione e della minaccia. Si può accettare persino la condanna pubblica con epiteti che disonorano, ma mai la distruzione. Sulle macerie non si costruisce nulla e, se si tenta di farlo, dopo poco crollerà quanto si è tentato, senza convinzione e senza abilità, di innalzare.
La violenza fisica è il cimitero degli affetti e la fine dei legami.
È bene, però, precisare che il matrimonio non si regge sull'amore. L'amore, proprio per le caratteristiche di acuzie e di evento straordinario, non ha la possibilità di continuarsi nella cronicizzazione. Suonerebbe come un'antinomia.
Semmai è il motore di un incontro, l'occasione per provare sensazioni fisiche e psicologiche del tutto eccezionali che lasciano un segno, che costituiscono un fondamento e una premessa del tutto speciali, ma non diventa il continuum di un legame lungo o sempiterno.
Il matrimonio si regge su un grande amore deposto nella memoria e vivo nel ricordo che lo mantiene presente, e sulla solidarietà, sulla disponibilità a sacrificarsi per l'altro, a donarsi, a condividere vicende dell'altro che nel legame diventano comuni.
A dare forza al matrimonio è quella storia che si comincia a scrivere dal momento in cui ci si promette sostegno e l'uno si affida all'altro. Un percorso che ha capitoli di straordinaria pace e momenti di grande felicità, ma che conosce anche il dolore, il dolore condiviso, spartito e così alleviato.
Il dolore lega in maniera straordinaria, sia quando il corpo è trafitto da una lancia che si fa ferita e strappa la propria integrità, sia quando esprime la incapacità di vivere, la sensazione di inutilità che nella depressione offre di sé una rappresentazione che fa terrore.
Essere insieme, sapere che tutto è condivisibile, lega in maniera veramente forte. E poi si aggiungono i figli con il loro bisogno del padre e della madre, insieme.
Ecco ciò che rende continuo il matrimonio, la fiducia nell'altro, il rispetto verso chi ti ha rispettato fino a rischiare la vita per te.
Il senso di appartenenza. Questo è il matrimonio.
E da questa immagine, che è forte ma non romantica, emergono i limiti, la fragilità di questo insieme che non solo aiuta a vivere, ma talora rappresenta la vita intesa come parte significativa del desiderio e della speranza di ciascuno.
Il matrimonio è speranza, è progetto e delusione, attesa.
Un'esperienza, per chi l'ha vissuta, insostituibile, senza alternative, tanto quell'insieme è dentro ciascuno.
Il matrimonio non è un viaggio in un paradiso della terra, ma un'esperienza umana e, come sempre la vita, ha una parte di mistero.
Il matrimonio è fragilissimo ma essenziale.
L'alternativa è la condizione di single, di chi si fonda su se stesso, su una sola vita, che ritiene già difficile da gestire.
Una scelta che porta a vedere i rapporti affettivi sempre con la caratteristica della provvisorietà: come corollario, come decorazioni della vita.
È indubbio che questa alternativa se fugge da certe fragilità, incappa in altre che non sono certamente meno importanti sul piano esistenziale.
Una condizione al limite con la solitudine, almeno quando si ha bisogno di aiuto. Rinuncia alla paternità o alla maternità che non si fondano su criteri razionali o economici, ma si radicano profondamente nella nostra biologia e parlano anche se la ragione vorrebbe zittirli. La voglia di generare della donna; la pulsione forte nel voler lasciare traccia della propria esistenza nell'uomo, nel proseguire la propria storia, nel vedersi in un altro con lo stesso sguardo o l'identico colore dei propri occhi e di quelli del proprio padre.
A tutto questo si può rinunciare, ma non si può non sentirne il richiamo, non si può nemmeno convincersi che l'uomo voglia appartenere a tutte le donne, ma non possederne in esc1usività nessuna. Di fatto si ha voglia della propria donna e di averla sempre sotto lo sguardo e persino si sente la gelosia, come forza del legame. E rinunciarvi significa sentirsi soli, traditi; e con il passare del tempo, quando la missione sociale si addensa di delusioni e di ingiustizia e sembra che dare la propria vita alla società sia in gran parte sprecarla, allora quei richiami si fanno ancora più impellenti e magari il tempo si è consumato e non c'è spazio per recuperi, a meno di decisioni che, per la disperazione, appaiono veramente errate.
Ecco perché il matrimonio e le unioni reggono nonostante tutte le descrizioni fallimentari che la cronaca, anche quella più nascosta, racconta.
Ci sono consumatori accaniti di relazioni brevi e non sanno che esse non hanno nulla da spartire con i legami più duraturi. Un matrimonio è una storia e non è riducibile mai ai capitoli di un'avventura.
Le alternative al matrimonio appaiono piene di fragilità e forse sono ancora più fragili.
Io benedico il mio matrimonio agitato e spero che duri per sempre.

    La vecchiaia

L'età adulta comprende un periodo lungo. È la fase più duratura della vita. La si fa terminare con i sessantacinque anni, quando inizia la vecchiaia e dovrebbe partire, sia pure con le variabili a cui si è accennato, con i venticinque. Quarant'anni di maturità: un'affermazione paradossale come fosse qualcosa di stabile e di persistente.
È chiaro che la maturità di un trentenne è differente da quella di chi ha raggiunto i sessanta, pur considerando le distinzioni da soggetto a soggetto.
Occorrerebbe dividere l'età adulta, scandendola con gli eventi che la modificano, come la paternità, il grado di responsabilità, il ruolo professionale.
I sessantacinque anni segnano per molti anche l'inizio dell'età della pensione e quindi del venir meno del ruolo sociale primario.
All'interno di questo lungo periodo in continuo divenire, al di là degli schemi che sanno di convenzione e trovano motivazione nell'organizzazione di una società e non certo nei singoli, c'è un parametro che acquista una rilevanza di primo piano e che riporta all'adolescenza: il corpo.
Se allora, nella crescita, si temeva la mostruosità ora, nel declino, si teme che si ammali, che non possa più funzionare, relegando la vita in limiti che la circoscrivono e la frenano, almeno nel confronto dei propri desideri.
Si ritorna al corpo e alle sue fragilità, anche se scandite su parametri diversi.
La sessualità si indebolisce almeno nelle espressioni di un tempo e secondo misure che adesso sono fuori delle proprie possibilità.
I cicli della donna, che mostravano la sua capacità di generare, si fermano a poco a poco e la dichiarano sterile: un epiteto che apparentemente non dovrebbe avere importanza, soprattutto quando non si sia deciso di generare o di farlo in un' età sconsigliata, ma invece colpisce e riaccende previsioni di fine e scenari di apocalisse.
Si assiste alla perdita di elasticità muscolare, alla scomparsa delle forme corporee che alla sola vista attestavano una prestanza. Si aggiungono gli acciacchi che i medici chiamano malattie: da quelle in atto al rischio di diventarne affetti.
Insomma il corpo riduce le proprie abilità e diventa infelice.
Si corre ai ripari, si inventano teorie come il giovanilismo e le mode che spingono a indossare indumenti che impongono esercizi di palestra o di strada, che convincono a contabilizzare l'età psicologica e non quella anagrafica, che permette di credersi giovanissimi anche se cade tutto ciò che sa di carne. Una farsa triste poiché vuol dire rifiutare la propria storia e la fase che ha raggiunto.
Nell'adolescenza il corpo non piaceva ma funzionava, ora piace ma decade e lo si accetterebbe in qualsiasi veste estetica, purché si mantenesse eretto e sprigionasse un poco di energia vitale.
Il vecchio sa che si sta spegnendo, mentre il bambino, anche se gracile, contiene un'enorme energia vitale che tende solo a sprigionarsi.
Tutto questo si riferisce al corpo, ma subito va detto che il vecchio si trova nelle condizioni di esperienza e di una lunga meditazione sugli eventi della vita singola e di quella delle società, da poter esprimere una saggezza che si lega proprio all'aver vissuto.
La vita passata toglie certamente tempo al vivere futuro, ma aggiunge conoscenza e adattamento agli eventi che fanno diminuire la paura del mondo.
Anche la vecchiaia mostra un percorso dinamico e non un punto fisso, una condizione immutabile.
La si fa partire, lo abbiamo detto, con i sessantacinque anni, ma può allungarsi di molto e la caratteristica del nostro tempo è proprio di aver conquistato terreno per i vecchi e uno spazio maggiore di sopravvivenza. Si distingue il giovane vecchio, fino ai settantacinque, il vecchio medio, fino agli ottantacinque, e da qui il vecchio-vecchio che può mostrare resistenze record. Ormai sono molti quelli che superano il secolo, e la medicina si è posta un traguardo possibile intorno ai centoventi anni.
Qualcuno pensa sia possibile giungere a toccare l'orologio genetico e dare così alla vita sempre vita. Ma questa è la rappresentazione del sogno di immortalità dell'uomo e di quello antico di rubare agli dèi il segreto della eternità.
Al di là delle variabili storiche, la vecchiaia resta l'età del lutto: comincia con il lutto del ruolo e con una sorta di messa a riposo della propria funzione sociale e termina con il lutto di sé, con la morte.
Età del lutto anche perché gli eventi sono pieni di croci che si piantano nel cimitero e che riguardano persone care oppure conoscenti e amici che se ne sono andati e che hanno preso un treno prima del proprio. Insomma tutto è diretto alla fine e al senso della fine.
Comincia a essere impossibile non pensare alla morte, dimenticarsene. Si può persino giocarci sopra, fingere di non esserne angosciati, ma quando ci si trova soli con l'immagine della morte che sta per arrivare, si avverte il dramma della fine, la tragedia di quel teatro che è iniziato con il pianto della nascita e termina con un velo nero che avvolge tutto e toglie la luce, il simbolo dell'esistenza che finisce.
Comunque la si voglia trattare e indipendentemente dal senso che le si attribuisce, la morte è una disgrazia, un incompreso e un dilemma. È un mistero.
Si può solo accettarne l'ineluttabilità attaccandovi, senza una soluzione di continuità, un'altra vita, anzi la stessa che continua in espressioni e luoghi differenti.
Le fedi nel cielo, popolato di vivi, esprimono bene la negazione della morte e la voglia di restare.
L'attesa è ancora più triste per chi non riesce a vedersi in paradiso o per chi pensa che tutto invece finisca e che si raggiunga il nulla: da un nulla a un nulla.
E le convinzioni non appartengono alla scienza e a un procedere sicuro e lento, ma al credere o al non credere, a immaginare un paradiso come luogo di vita nuova o il nulla.
La morte è la vera aporia della storia dell'uomo e il neo che mostra l'imperfezione e la fragilità della natura e della natura umana: una vita che finisce e un valore che scompare, che azzera la propria consistenza.
Nella vecchiaia questo tema si fa veramente intrigante, la meditazione sul mistero si fa pressante e le lacrime di fronte alle bare di chi, coetaneo, se ne va, rimandano alla propria bara che è in costruzione.
È anche l'età dei paradossi poiché è altrettanto vero che il vecchio percepisce il tempo in maniera più quieta, senza le accelerazioni e le improvvisazioni delle età precedenti; è vero che possiede una visione del mondo articolata, senza assiomi, senza convinzioni radicali, senza l'abilità di dividere nettamente il bene dal male, ma è anche vero che di fronte alla morte egli sente tutto il proprio limite.
Del resto, di fronte alla morte la saggezza muore.
Sono sempre stato affascinato dai pensieri ultimi, e nell'epoca del telefonino questa curiosità trova segnali strani, considerazioni incredibili su quanto produce la percezione della fine.
È ormai una prassi ascoltare le telefonate che un suicida fa prima del gesto di fine.
In un caso un signore di quarant'anni, che si è buttato da un cavalcavia di settanta metri di altezza alle 15.04, ha fatto nei tre minuti antecedenti due telefonate: una al dentista scusandosi di non poter andare all'appuntamento delle cinque e affermando che avrebbe richiamato per fissarne uno nuovo; la seconda alla tata per dire che la sera non sarebbe rientrato per la cena.
Nel caso di un giovane di sedici, con lo stile proprio di questa età, ha evitato le chiamate dirette e ha optato per gli Sms perché più economici. Ne ha inviati quattro nei minuti che hanno preceduto l'impiccagione. Nell'ultimo Sms stabiliva di lasciare i suoi dischi con la registrazione personalizzata di brani di musica rock a Silvia, pregandola tuttavia di prestarli a Claudio a cui li aveva promessi.
C'è chi nella percezione degli ultimi attimi prega, chi bestemmia, chi pensa agli impegni mancati, e persino ai creditori che non avranno nulla perché muore lasciando solo debiti e nessuna fonte di risarcimento.
Il vecchio non parla necessariamente di morte, e infatti non risulta che il tema più frequente sia la dipartita e le preoccupazioni del viaggio, ma è pieno di morte: non solo della propria ma della morte delle persone care. Vive più di morti che di vivi.
Io mi porto dentro la bara di mio padre, di mia madre, di mia sorella, di maestri che mi hanno insegnato a vivere, ma non a morire, di amici che mi avevano voluto bene, di qualcuno che mi ha persino stimato. Quando mi guardo attorno vedo solo visi sconosciuti, mentre quelli a me noti sono dentro effigie scure attaccate su qualche tomba.
Il vecchio vive di morti e attende la morte.
Non necessariamente con la testa tra le mani, non inginocchiato a raccomandare la propria anima a qualche protettore, ma in ogni caso vede la morte.
Ci può giocare sopra, far delle battute, raccontare delle storielle su qualche vecchio al momento in cui si presenta a san Pietro, ma la morte è una cosa troppo seria, troppo tragica da poterne ridere a lungo.
La morte è un dramma, e io la odio e nel mio amore per la pace e per il rispetto delle persone penso che la si potrebbe ammazzare, ma nell'esplicitare questo proposito si entra nel paradosso, poiché la morte è l'unica a non morire.
La fragilità del vecchio è estrema, quel vaso che è la vita non si incrina, non si frange in un punto, ma si trasforma in mille pezzi tanto da renderne irriconoscibile la forma.
Parte sempre dell'imprevedibile, di quel vento che in un attimo può cambiare non solo il programma della giornata ma la visione di sé e del mondo intero, e nel vecchio l'imprevedibile, la modalità di trasformare la fragilità nel disastro, nel disastro della morte, è la regola.
Continuo a non riuscire a moderare i termini, a riempirli, a decorarli almeno di belle maniere, di delicatezza. La morte non si presta a finzioni e una tragedia non può mai diventare commedia o avanspettacolo: in questa veste sarebbe ancora più tragica come vedere la morte danzare o i moribondi cercare di divertirsi e fare l'amore. Susanna e i vecchi è un'opera triste. Il giovanilismo di chi ormai rotto dappertutto fa avance da giovanotto con le vergini, sa di perversione. Danze macabre: modalità di pessimo gusto per coprire il volto osceno della morte.
E poi il corpo, il corpo dell'anziano. Un corpo stanco, un corpo fragilissimo. Una impalcatura a rischio: dai denti ai capelli bianchi e caduchi, alle unghie dei piedi prive di calcio e fragili. Un corpo con le difese immunitarie ridotte, per cui si è più facilmente preda di incursioni batteriche o virali o di qualsiasi elemento estraneo vi entri dentro.
Il virus dell'herpes zooster appartiene alla famiglia della varicella: in un bambino si tratta di una malattia benevola, a vent'anni si risolve in qualche settimana, a settanta può richiedere un anno e sarà un anno di dolore. E la saggezza di fronte al dolore lancinante di un virus cattivo, di cui si deve essere servito anche il padreterno per colpire Giobbe, è debole.
Si nasce senza una preparazione e senza sapere perché, senza la coscienza di essere, e si muore ignorando perché e senza poter intervenire sulla modalità e sui tempi, a meno di non suicidarsi.
Ma non è facile. Ogni vecchio di fronte alla morte e al dolore che la richiama ha pensato di compiere un gesto che appare di libertà e di scacco alla morte. Ma è difficile buttarsi nella tromba delle scale di un condominio o andare in un albergo e riempirsi la testa di veleno.
È difficile giocare con il mistero. E la morte è un mistero e la vecchiaia, che è un avvicinarsi alla morte, si riduce a quel mistero.
Suicidarsi significa eliminare il proprio mistero, che non si conosce. Significa fare ciò che non si capisce e il senso immediato non appaga l'interrogativo che esce anche nel dolore, nel dolore cronico del vecchio, in quel male che persiste e accompagna alla morte come una marcia funebre e che tace solo quando la terra coprirà la propria bara.
Uccidere il mistero di quel dolore è difficile. Uccidere il dubbio, giustiziare il tempo, quando un attimo di esistenza di fronte al nulla che la sostituisce appare una preziosità anche se si è presi dalla morsa del dolore. Il dolore atroce e disumano rimane pieno di mistero.
Non si riesce a suicidare il proprio mistero e non ci si può separare dalla vita ridotta a pura miseria, al tragico interrogativo sul significato del dolore.
E il cielo non risponde al dramma e ai dubbi della fine.
Sono entrato nel serraglio della vecchiaia, anche se posso ancora consolarmi con la sua prima edizione, quella dei giovani-vecchi: un atteggiamento che sa di vigliaccheria e di burocrazia umana.
Sono spaventato dalla morte, sono angosciato dal dubbio che questa realtà, ora vicina, mi pone.
Odio la morte.
Ho momenti titanici in cui vorrei giustiziarla. Partire come le figure della mitologia a ricercarne la fonte e, appunto, toglierla dalla storia dell'uomo. Ma sento che il mio corpo non permette nemmeno di reggere una lancia, è incapace di indossare la corazza dell' eroe e non riesco a mettere la testa in quell'elmo che sembra soffocarmi.
Non trovo, a differenza di don Chisciotte, nessun ronzino che mi porti.
Mi accorgo di una particolare fragilità, dell'impossibilità di aggiustare fratture che un tempo, con un po' di colla e di vigore, sparivano. Come una foglia ingiallita abbarbicata al ramo, sento che il prossimo colpo di vento mi staccherà e mi porterà lontano in luoghi che non conosco, dove nessuno mi vede e dove solo e sbattuto dal destino mi perderò senza sapere chi sono, chi mai sia stato e senza conoscere nulla di quella foglia morta che si fermerà per sempre.
Questo ignorare, nel momento in cui so che non ho più speranza di sapere, mi accascia, mi sfianca, mi indigna, mi offende, consapevole ancora di avere una testa al cui interno sta un meccanismo che ha fatto parlare di intelligenza, di capacità di scoprire, di inventare e persino di creare. Ora so che è una scatola inutile, piena di presunzione e che sa di presa in giro, di ironia.
Io non ho mai apprezzato l'ironia poiché scherzare e ridere vivendo una tragedia mi è sempre parso di pessimo gusto.
Constatare, vicino alla morte, che tutto quanto l'uomo capisce non serve a vivere e a morire, mi rende furioso come un animale senza cervello, che almeno non ha avuto tempo per illudersi e per fingere.
Una comprensione che ho sperato persino dalla fede, attraverso una rivelazione personale, un incontro tra l'uomo e Dio.
Ho aspettato tanto, mi sono profumato nell'attesa, ho riempito la mia stanza di lampade e di olio per alimentarle, ma non è venuto nessuno e adesso non posso più attendere perché sto per crepare.
Non sono servite la ragione e l'intelligenza, non l'intuizione e la creatività, non l'attesa di un incontro che, almeno, nel mio caso, non si è compiuto, e muoio senza sapere nulla, senza avere capito nulla e senza potere essere saggio, poiché di fronte al dramma rimane solo il dramma e non la grazia di chi riesce a trasformarlo in benedizione.
E la morte, maledetta, mi gioca.
Era entrata nel mio letto ma, dopo un poco, se n'è andata e mi ha lasciato in agonia. Come una ierodula che ti eccita e poi, mentre stai per abbracciarla, lascia di sé solo l'ombra, e tu rimani con la voglia, in balìa di chi non c'è. Ma forse tra un attimo giungerà e questa volta per rimanere, per sempre, vicino al tuo cadavere.
La morte che ti prende in giro, che deride l'uomo e la sua presunzione e persino la sua saggezza.
Di fronte alla morte non si può imparare, poiché la morte la si esperimenta solo una volta, ed è già troppo. Maledetta morte, povero uomo, vuoto come un otre in casa di un beone, che non capisce nulla anche se ha creduto di ergersi a livelli di sapienza e di conoscenza da monumento e forse da divinità.
L'uomo non sa nulla di nulla e crede di potere, mentre un dio forse sa la verità dell'uomo e tace. Forse ha il pudore di non confessare in quale modalità folle è stato fatto e con quale senso di colpa un creatore possa constatare l'obbrobrio che ha consumato facendo un uomo che muore.
La vecchiaia è il tempo delle malattie, di una serie infinita di malattie, e così l'uomo lotta per fronteggiarle, chiede alleanza alla medicina, al proprio potere personale per rimediarvi, per superarle, pur tra le difficoltà di risposte rapide e di difese ormai indebolite.
E pensando alla malattia non ci si ricorda della morte, poiché la malattia appartiene alla vita e dunque la si può curare. Ma la morte non appartiene alla vita, ne è l'antitesi, ne è fuori.
Non c'è nulla da fare, non resta che morire, un destino insito nella carne e nella struttura che la carne ha assunto nella effigie umana.
Ma seguendo le malattie sempre presenti, tra quelle conclamate, quelle iniziali, quelle da prevenire, il vecchio lotta stupidamente credendo così di combattere la morte.
Maledetta morte.
Io la voglio affrontare e in quel momento la fisserò e non mi lascerò distrarre assumendo l'ultima pillola per guarire da una malattia mentre sto morendo. Voglio pensare soltanto alla morte e al mio morire, a quella maledetta fine che getta un'ombra sulla bontà stessa della vita e sulla vita di chiunque ne sia responsabile, si chiami Dio o Nulla. Voglio esserci non per capire, non mi illudo più, ma per vedere in volto il mistero disperato.
Occorre fare uno sforzo e non dimenticare che in questa età si attiva un ruolo curioso e straordinario, quello del nonno.
Un confronto pieno di fascino tra un uomo che declina e va verso la fine e un uomo che invece è appena venuto al mondo e cresce, anche se lentamente. Due fragilità a confronto, che si parlano con il silenzio, con lo sguardo, con i movimenti delle mani che toccano e che in tessono talvolta «dialoghi» che sanno di vita e di morte, di novità e di stanchezza.
Un incontro pieno di valori che, pur senza una spiegazione, lascia impressioni che fanno ridere o piangere e talvolta promuovono un riso che pare pianto.
Fare il nonno è veramente straordinario poiché si esperimenta come la scala dei significati attribuiti al mondo sia cambiata radicalmente.
Non c'è nulla di altrettanto importante dei nipotini, nulla di altrettanto prioritario che stare con loro anche se non c'è nulla da dire.
La semplicità prende il sopravvento: la voglia di giocare, di fare il verso di una pecora e dopo quello del lupo in un contrappunto che ricorda una sinfonia.
E si appare ridicoli perché accade con una serietà che non ha eguali: ci si comporta da beoti, da cretini intelligenti.
Il nonno che ride sempre e cerca di promuovere nel proprio nipote un sorriso, di fargli comporre una parola che pronuncia per la prima volta, che guarda la bellezza di una storia che comincia e sente la tragicità della propria che sta per spegnersi. Con la morte, quel bambino, quella nipotina usciranno dall'attenzione di chi invece vorrebbe essere nonno per sempre e poi bisnonno e poi trisavolo. E quei nipoti andranno al camposanto, si chiederanno perché mai il nonno se ne sia andato, mentre lui non potrà più chiedersi nulla.
Il nonno si accorge della distanza tra il tempo in cui uno è padre e il tempo in cui si è vecchi con i capelli bianchi e curvi alla ricerca di una nuova postura per stare nel mondo.
Un mondo in cui i vecchi non trovano posto, in cui l'inutile si manda alle discariche tra. i rifiuti. Tutto costa talmente tanto che la spesa per un vecchio è insopportabile. E allora li si ammassa in luoghi che sanno solo di dolore, situati vicino a cimiteri con loculi sempre più piccoli e con ceri che si consumano sempre più rapidamente.
Del resto nessuno va più al cimitero, è troppo triste.
E i vecchi vorrebbero invece stare al mondo per sempre, anche se non vogliono disturbare, e per questo non chiedono mai niente.
Se sono lontani dai nipotini, li pensano e magari chiudendo gli occhi possono fingere di giocarci insieme.
Capiscono la grandezza di un video gioco attivo, colorato, rispetto a un nonno che magari non tiene bene gli sfinteri, e poi non ha più quella eleganza che per i bambini si trasforma in cattivo esempio, in un'esperienza di pessimo gusto.
E si buttano via e ci si convince che a una certa età è meglio andarsene, e si partecipa a corsi di eutanasia e di diritto di morte, promossi dai figli.
Ma mai nessun vecchio chiede di morire, semmai di esistere un poco di più, anche se la vita di un vecchio occupa tempo e costa, costa troppo.
Il vecchio non produce e non può candidarsi a farlo come ha il diritto di sperare un disoccupato. Il vecchio è un negativo e la vecchiaia, una malattia incurabile.
Si dovrebbero trovare dei ruoli attivi anche per la vecchiaia, inventare qualche funzione per diminuire, per ammortizzare i costi. Fame una categoria vicina a quella degli emarginati, degli extracomunitari, dei quasi-uomini e in questo caso dei quasi-vivi.
Funzioni facili, persino banali, ma utili. Vigilare davanti alle scuole per la sicurezza degli alunni. Fornirli di paletta, di quelle vere da vigili e così permettere a chi esce da scuola di potere attraversare la strada senza il rischio di essere investiti. Impiegarli nei centri di emergenza ad attendere le telefonate di chi è disperato.
Funzioni che almeno decorano di significato il loro non-significato e riempiono il vuoto del non sapere cosa fare per diminuire il peso che l'umanità non può sopprimere senza mostrarsi di mostro. E allora la società, pur sapendo cosa converrebbe fare, trova un posto agli anziani che accettano anche senza compenso, poiché basta avere un senso: indossare una divisa, rispondere al telefono sostenendo che la vita è un bene da mantenere sempre e, se lo dice un vecchio, deve proprio essere vero.
Intanto la cultura, che è,contro l'uccidere, sta divulgando la filosofia della buona morte, dell' eutanasia. E fa sentire fieri di avere in tasca il lenimento, la pillola del run away, dell'andarsene.
Non si usa più il termine morte, ma appunto parole che sanno di viaggio, magari low cost, e di un itinerario lontano, tra scenari che nessuno ha mai visto o mai riferito.
Il golden trip, il fly forever. Funzioni che tengono conto che nel vecchio c'è un residuo di funzionalità del corpo e, a seconda degli organi ancora attivi, si trovano impegni a costo zero.
Un nuovo sfruttamento dell'uomo, un mercato nero della vecchiaia. Una funzione da eunuchi dell'harem.
La soluzione più efficace è sempre nell'andarsene con la benedizione e con gli auguri dei parenti.
Ricordo la storia di Eugenio.
Aveva ottantadue anni. Nessuno dei figli poteva tenerselo in casa. Lui si era affidato a una badante delle Filippine, una giovane donna che gli voleva bene, che forse vedeva in quel volto smagrito e in quel corpo ricurvo il proprio padre che mai avrebbe potuto incontrare, essendo fuggita dalla povertà e dalla morte.
Il suo compito era di rispondere ai bisogni di quel vecchio, e aveva accettato di fare due turni a un prezzo ancora più favorevole, e così tornava a casa solo per la notte.
Lui si trovava bene con Gilda, così era stata ribattezzata dal vecchio, e chiese di averla anche al terzo turno. Così finì per essere l'unica persona che si occupava di lui, con un'attenzione che sembrava persino amore, addirittura venerazione al confronto con il trattamento che riceveva dai figli sempre di corsa.
Gilda rispondeva a tutte le richieste che un vecchio fragile poteva avere, e lo faceva con una grazia che lo colpì: gli era sembrato di scoprire in quella donna un volto dell'umanità che gli era sfuggito o che forse non ricordava più.
Un giorno le disse di provare affetto per lei e volle farle un regalo, non diversamente da quello che donava ai figli.
Eugenio, a ottantadue anni, si era innamorato e non c'erano certo forze impulsive sessuali: ormai quell'organo funzionava male anche per un'operazione fisiologica semplice, come eliminare le scorie attraverso l'uretra.
È tutta un'altra cosa avere vicino una che ti vuole bene. E lui lo sapeva poiché spesso le ricordava la moglie, che però se n'era andata da tempo, portata via da un tumore che spezzò un legame d'amore che nei vecchi talora acquista una funzione ancora più rilevante: non colora solo la vita ma la permette.
Ora prendevano il caffè insieme, si coricavano nello stesso letto, si chiamavano per nome e lui la compensava come si fa con una donna amata e non con un'impiegata al servizio della vita zoppa di un vecchio.
Ne diede la notizia alla figlia maggiore in una delle rare volte in cui venne a trovarlo; non aveva avuto il coraggio di farlo al telefono che si usa per contatti molto più formali.
E lei perse il ben dell'intelletto, perché non solo licenziò la badante, ma la portò davanti al giudice per farsi restituire quanto aveva avuto in più dello stipendio. E così Eugenio, che chiedeva di poter vivere liberamente, si ritrovò in una clinica sottoposto a una valutazione peritale che lo definì incapace di intendere e di volere e dunque bisognoso di una tutela che venne data alla figlia.
Così finì un amore «osceno» che, sentenziarono, era stato in parte promosso per sfruttare un vecchio incapace e in parte da lui voluto per una impossibilità di rendersi conto che tutto quell'amore non era nient'altro che un raggiro per privarlo dei beni che ancora possedeva.
Eugenio morì in una casa di riposo e Gilda fu rimpatriata dopo essere stata condannata per sfruttamento di incapace.
Si trattava di un amore che poteva dare alla vita una colorazione di gioia invece che finire in un deposito, in una discarica di rottami.
Divenuto vecchio, mi sono convinto che molte malattie sono benedizioni dell'età, sono meccanismi difensivi rispetto alla cattiveria della vita, dall'accanimento contro chi non risponde più con la rapidità del vento e non ha l'eleganza e l'agitazione degli uomini di successo.
La prima malattia benedetta riguarda i sensi.
La presbiopia permette di vedere le cose lontane e non le vicine. Tiene nascosta persino l'effigie del proprio volto, la cute cadente del proprio petto, l'atonicità della muscolatura che significa debolezza. Non permette nemmeno di delineare il volto dei propri parenti, con quel ghigno di sopportazione, soprattutto con quel naso levato e drammaticamente stizzito di quando il vecchio non emana profumo, magari di basso prezzo, ma quegli odori che sono propri di un'età in cui non si pensa più nemmeno al corpo, poiché farlo significherebbe rendersi conto di quanto cadavere uno si porta appresso. Così con la presbiopia non vedi nemmeno la faccia di chi ti incontra, non ti accorgi dei gesti di intolleranza e di sopportazione che promuovi.
Invece puoi guardare lontano e trovi gente e cose che non ti toccano, non ti appartengono, non ti inglobano, come assistere a un film che parla di vite differenti dalla tua.
A questo difetto se ne aggiunge un altro che si chiama presbioacusia: non si percepiscono i suoni, se non quelli acuti, e le parole se non quelle gridate.
Un vero dono del cielo, così non senti quasi nulla e ti pare di vivere in un mondo migliore. E soprattutto non si sente nulla dei vicini, che sono quelli che ti sopportano, che frenano le espressioni vocali e si limitano per lo più ai pensieri, ma talora sbottano e, anche se tra i denti, ti augurano di crepare subito e sperano di accompagnarti per l'ultimo viaggio al cimitero dove verrebbero a trovarti volentieri.
Hanno inventato le lenti correttive per la presbiopia e apparecchi che fanno ancora sentire i sussurri d'amore che uno compone sempre per un altro e mai per un vecchio.
Non si devono usare mai.
Questi difetti sono meccanismi difensivi che aiutano la vecchiaia a vivere. Che bello poter dire «non ho sentito, non ho notato, non me ne sono accorto». Una strategia che va ampliata rispetto al limite di presbioacusia o presbiopia finora raggiunti. In questo modo si finge di non essere allerta e di ignorare la cattiveria dei vicini, dei propri cari.
Ma c'è un altro dono della vecchiaia, della sua biologia, è la perdita della memoria: diminuisce quella recente a vantaggio dei ricordi lontani.
È dello stesso ordine dei disturbi sensoriali: si ha la possibilità di non ricordare gli sgarbi subìti or ora, gli impegni e le cose che vorrebbero importi e così continui a fare ciò che gradisci.
Ma soprattutto puoi riempire la tua mente tirando fuori da quell'enorme deposito del passato i fatti gradevoli che si possono persino migliorare ed elaborare nel riviverli.
La memoria infatti si risistema sempre e un dato viene associato a un altro e così un evento felice si aggiunge a uno gradevole e si può persino sorridere guardando il passato, mentre nel presente ci sarebbe solo da piangere.
Non si ricordano i numeri di telefono, non si ricorda cosa si è consumato a tavola al refettorio della casa di riposo, mentre si conosce nei dettagli la cenetta fatta con il primo amore e si ha l'impressione di rivivere un'eccitazione che ha dimensioni ora possibili solo nella memoria.
È meraviglioso dimenticare le cose sgradevoli e invece rivivere ricordi pieni di gioia e fare una sintesi, un montaggio che tagli l'orrore della vita, tutti i lutti attraverso cui si è passati per restare solo.
Attorno c'è solo odio o sopportazione, nella memoria ci sono i vecchi amori, quello della compagna che non c'è più, ma anche le scappatelle sempre negate che non cambiavano la storia, ma davano una colorazione di avventura a chi della figura di Ulisse non ha avuto proprio niente. Un dessert per uno che ha sempre mangiato pastina in brodo e un pezzo di formaggio magro con pane nero, credendo alle fibre vegetali.
E in una sera puoi ripetere tutti i peccati di una vita e magari ne ricordi uno che avevi dimenticato solo perché la memoria era piena di presente e non lasciava spazio al passato, alla nostalgia che nel vecchio è la ricchezza maggiore: un bagaglio che io non venderei nemmeno a peso d'oro.
Ma c'è un dono ancora maggiore che gli dèi hanno dato alla vecchiaia: la demenza.
Si tratta di quel processo che porta a perdere lentamente le capacità mentali relative ai processi cognitivi e alla comprensione della realtà che ci circonda. Riguarda l'attenzione per cui progressivamente non si riesce a soffermarsi su aspetti della realtà, percepita ora come se il periscopio si muovesse senza un ordine e senza mai focalizzare per valutare il senso delle cose notate. Si giunge persino a non riconoscerle affatto, pur avendo carattere di familiarità.
Si estende, poi, alla capacità associativa, che si fonda sul criterio dell'analogia e della similitudine, per cui albero si lega a frutto e poi a radice e ancora a campagna o a natura.
Tutto questo ordinamento si rompe e quindi un elemento perde la propria specificazione, non rientra in alcuna categoria, poiché sono proprio le categorie a non funzionare.
Se l'amnesia si riferiva a memorie vicine e lontane e le differenziava con una preferenza netta per i ricordi passati, ora subisce una sorta di anarchia finendo per non ripresentare i dati in un qualche ordine, e quindi in una sequenza di accadimento temporale o di simmetria e analogia, ma raggiungendo la confusione e quindi la mancanza di significato. Come vedere un film con le immagini montate a caso. E per di più senza l'attenzione e le associazioni per fame una qualche ricostruzione. Tutto passa senza senso e senza che si sappia cosa il senso sia.
La demenza è la impossibilità di capire il mondo e di pensarlo. Non si riconosce un proprio familiare, si ignora di avere un nome e quale. Il tempo ha perduto il senso della durata e nessuno più ha un'età. Il vecchio finalmente non è pieno di anni, poiché lo stesso termine non indica nulla, è un rumore che si può ripetere e usare in un gioco di suoni per comporre una filastrocca casuale.
Dopo aver tanto pensato, riflettuto, magari composto sistemi di valutazione e di comprensione filosofica, tutto diventa senza significato, come se ci si trovasse al di sopra del senso.
Io credo che la demenza alla fine della vita, come parafrasi della impossibilità di capire e della perdita dei legami fragili della consecutio temporum e del rapporto di causa-effetto nonché della spazialità, sia piena di significato proprio perché esprime la inutilità del faticare a pensare e quanto fragile sia la struttura del pensiero.
Nella demenza si giunge a fare del singolo vecchio uno sconosciuto, un ineffabile che non sa di essere, e così può essere nulla o tutto. La demenza nel vecchio sopportato e abbandonato ha il sapore di una grazia capace di riportarlo, finalmente, dentro la natura: come un filo d'erba che non sa di essere e tanto meno di apparire in una classificazione di specie e di genere che un uomo folle ha compiuto senza essere nemmeno erba. Come una farfalla che, passata da bruco a crisalide, diventa capace di volare con la grazia di un angelo, eppure ignora di avere un senso e non si chiede il perché del suo volare e non sa che serve per portarsi dietro un po' di polline affinché il prossimo anno un fiore profumi ancora in quel prato. Come una formica, come il virus che si è attaccato al mio costato e che mi morsica e compie drammi del dolore senza sapere di essere e di essere attaccato a uno che grida dal male e domanda in base a quale giustizia questo virus abbia prodotto le piaghe sul suo corpo.
Grazie alla demenza un uomo può finalmente vivere gli ultimi anni della vecchiaia e giungere a morire senza sapere che cosa sia la morte e cosa la vita, e cosa significhi sapere o non sapere di essere demente invece che intelligente.
Perché mai un vecchio sistemato entro una topaia umana deve poter capire dove sia stato posto? Perché deve sperare di avere la mente funzionante per protestare con l'ospizio che lo maltratta? Perché mai occorre mantenere la capacità di riconoscere il valore del denaro, come segno decisivo di trovarsi in un rapporto di realtà normale, quando serve solo a svelare che ti stanno prosciugando i risparmi e ti stanno imbrogliando?
Meglio rimbecillire e così sorridere inconsapevole al tuo benefattore che si trasforma sempre in persecutore.
È invece bellissimo farsela addosso e obbligare gli altri a cambiarti come un bambino quando ha ancora i ,
pannolini ora cresciuti per te a pannoloni.
La demenza è la condizione ideale per vivere la tarda vecchiaia e per mostrare che proprio la ragione e le belle maniere sono inutili e che la comprensione vale meno della non-comprensione che ora si accompagna, fortunatamente, alla inconsapevolezza di cosa sia.
Se poi rimane qualche percezione primordiale, da animale selvaggio, la si può usare senza alcuna responsabilità e allora puoi dare un pugno al volontario della Casa rosa, anima candida piena di Dio e carica di motivazioni sociali.
Il problema non è certo la demenza o le altre grazie di questa fase della vita a cui abbiamo fatto riferimento, il dramma è la mente che funziona e che crede di capire. Il problema è la consapevolezza di essere uno che ha semplicemente una cosa da fare: di finire, di morire.
E ritorna la morte, con il volto terrifico, con quel ghigno, con quell'incedere che nessuno riesce a decifrare. E la vecchiaia si colloca nel periodo del suo calore. Te la senti addosso e la vedi talvolta abbracciata a un coetaneo che intanto se n'è andato e non verrà più a salutarti, e tu al cimitero non ci vai poiché c'è il rischio di rimanerci e di non far celebrare nemmeno il funerale. E non ti importa di morire in economia, anche se si dovesse fare un debito, nessuno verrà a esigerlo al cimitero, porta male.
Nelle altre età, in alcuni momenti si può avvertire la morte, ma sai che non ti appartiene, mentre adesso la vedi, ti sembra di incontrarla, e quando incroci uno sconosciuto ti chiedi se non sia la maschera che la morte ha indossata in quella occasione.
La morte, maledetta morte.
La cosa che più mi disturba è il momento in cui si fissa su di te, ti squadra e ti butta a terra.
Almeno ti venisse notificato l'evento, ma non lo sai e non puoi saperlo. È un personaggio maledetto che fa quello che vuole"è veramente libero, anche se non può disporre di non ammazzarti: come un boia che può decidere quando e dove infliggere il colpo d'ascia, ma non può non decapitare.
Almeno saperlo, conoscere il giorno in cui arriva per poter essere certi che prima non accade e, dunque, per evitare di morire ogni giorno, più volte al giorno, ripetendo una celebrazione che è la peggiore possibile, poiché va contro la vita a cui si continua a tenersi legati, anche se la vita nel mondo talora sembra peggiore della morte. La differenza è che si sa qualcosa della vita, ma nulla della morte, se ne conosce solo l'esistenza, la sua fatalità.
Ho letto molte volte il Faust di Goethe, soprattutto adesso, nella mia vecchiaia, e confesso di essere attratto da un patto con la morte.
Sarei disposto a incontrarla e a firmare un contratto con l'indicazione del giorno e dell'ora precisi in cui trovarci e in cui morire, per liberare i giorni o gli anni che mi dividono realmente dalla fine.
La possibilità di non pensare alla morte, dal momento della firma fino a quando finirò, mi riempirebbe di gioia, mi sembrerebbe di ottenere un dono non tanto misurato in tempo, quanto in qualità in cui il tempo residuo potrà trascorrere, senza l'ossessione della morte che è lì e sta per arrivare e per questo non riesci a godere del fatto che non sia invece giunta. Una morte continua che sa di terrore e di follia.
Con quel contratto il dottor Faust ha certamente perso del tempo di vita poiché Mefistofele, assetato di morti, voleva averlo prima possibile. Ma che vale vivere di più se ogni attimo futuro è quello della morte?
Incontrerei subito la morte e firmerei il suo contratto. Preparerei una lapide in anticipo per non pensarci più e vivrei fino a quel giorno. Mi presenterei alla fossa e mi butterei dentro, un attimo prima che l'evento morta le si adempisse.
Sono pronto a firmare.
L'unica clausola che non potrei mai accettare è quella di benedirla e di non odiarla. Maledetta morte.