Rizzoli 2008
Ho trovato a fatica, il coraggio di vivere
Ora, mi manca,
completamente, il coraggio di morire
|
Fragilità e condizione umana Saggezza o potere Questo non è un uomo |
La fragilità dalla nascita alla morte L'infanzia - L'adolescenza L'età adulta - La vecchiaia |
Fragilità e civiltà L'uomo, tra Requiem e Resurrexit |
La fragilità dalla nascita alla morte
La fragilità bambina è l'immagine più concreta di quanto sia
delicato un essere umano; e sempre l'uomo, anche il più grande e grosso, è stato
bambino.
In quel corpicino che esce dal ventre materno c'è tutto
quanto un uomo, divenuto adulto, mostrerà. In quel viso arrossato e tenue c'è
persino la futura arroganza, l'imperio. Guardo sovente la mia foto di allora, di
quando sono uscito dalla porta santa e sono stato dichiarato vivo.
Vedo in quel batuffolo di carne un uomo in divenire.
Un oggetto che riattiva tutti gli istinti protettivi, tutte le attenzioni perché non si rompa, perché non sbatta contro
un mondo che sembra troppo spigoloso, con la sola esclusione del seno materno,
così soffice.
I bambini alla nascita piangono: annunciano in questo modo la loro vita, con un grido lamentoso che sa riempire
di gioia le madri che così, e solo così, si convincono di aver generato una
vita, mentre avevano paura che uscisse dal loro ventre un bambino morto.
E talora un bambino muore mentre nasce e la nascita si
identifica precisamente con la morte. Muore un uomo che non si farà mai e non
avrà nemmeno un nome, una identità, poiché ha passato nove mesi nascosto dentro
un ventre delicato, in un liquido che sa di mare e che riporta all'origine del mondo quando dall'acqua, come per
incanto, sono usciti i primi «oggetti» capaci di muoversi, pieni di vita.
La fragilità dell'uomo: due cellule che si sono incontrate.
Due cellule di qualche millimetro che contengono il codice dell'identità umana.
Due cellule che incontratesi si moltiplicano in un gioco che segue un programma
che sa di mistero.
Un percorso che la scienza descrive, ma di cui ignora il mistero,
la vis vitalis che contengono.
Anche la vita dei potenti parte dall'incontro strano di due cellule che diventano quattro, poi sedici e
moltiplicandosi si sistemano in maniera da disegnare il volto e poi le braccia
di Hitler. Quelle due cellule sono diventate grandi come le montagne più
possenti, ed è uscito l'uomo perfetto, biondo, bello e con gli occhi azzurri.
Un giorno, mia madre mi ha raccontato di essere nato talmente
fragile, da temere che non ce l'avrei fatta, e talora non volevo attaccarmi al
suo seno generoso poiché non avevo la forza di poppare. Era il tempo della
guerra. Io sono nato e subito dopo mi sono arruolato. Era il 1940, e mentre
faticavo a restare a questo mondo, c'era un grande bisogno di soldati: Hitler
aveva già invaso la Polonia e la Francia e Mussolini, altro potente, si era
alleato per dare il proprio contributo di distruzione.
Erano stati anche loro bambini, e forse avevano fatto fatica
a respirare e non sapevano tirare con forza la vita dal corpo già consunto di
una madre.
Un bambino suscita solo tenerezza, blocca ogni istinto di
violenza, ogni impulso che non sia di rispetto. Un bambino manda segnali di pace
e di amicizia e lo si osserva con la voglia di difenderlo.
Io, aveva detto quel giorno mia madre, dovevo morire: il
medico che era corso a vedermi scrollò la testa e disse di pregare. Rimandò la
responsabilità a chi si attribuisce il miracolo di una vita. E il Padre Eterno
assieme alla Madonna santissima hanno ascoltato mia madre che mi ha visto
crescere: mi pesava continuamente sorridendo di gioia o piangendo di dolore se
il responso era in crescita oppure in perdita di peso.
Poi ho fatto i salti propri del miracolo e mia madre ha
ricevuto il premio fascista di buona fattrice: aveva dato una baionetta alla
patria.
La fragilità di un neonato, la crescita faticosa, la prova
delle malattie infettive: un appuntamento obbligato che falcidiava allora la
popolazione appena nata.
Uno strano destino quello dell'uomo: nasce nel pianto, fatica
a superare il pericolo di sparire subito dal mondo e immediatamente è colpito da
malattie che, nel migliore dei casi, lo stremano. E tutto viene visto con la
gioia della prova superata, dei primi successi nella vita: vincere la varicella,
il morbillo, la quinta malattia.
E la vita continua e un bambino appare instabile su quelle gambe che faticano a mettere avanti un piede quando
l'altro è attaccato a terra, per avanzare senza sbattere e farsi del male.
Prove di esistenza che sono al contempo prove di morte.
L'immagine di quel camminare ubriaco, di quel vagare senza percezione dei pericoli, il bisogno di aver sempre
una madre che lo guarda per non trovarlo dentro una scarpata ferito o sotto
un'auto di città, morto. Il passo indeciso, traballante ma coraggioso e pieno di
gioia. Poi le prime parole, la difficoltà di farsi capire e il desiderio di
comunicare.
Le fasi della crescita mostrano la serie infinita e continua
di fragilità superate, di abilità conquistate e prima mancanti.
Anche questo è un uomo, un uomo in sviluppo. Un uomo che ha bisogno di un altro uomo. Senza, sarebbe nessuno, come un seme che non attacca e non darà mai un fiore.
Ho visto i bambini dell'Africa sahariana, con quei grandi
occhi dentro un corpo smagrito, fatto di ossa che si frangono per la loro
inconsistenza. Bambini vivi che stanno a rappresentare la morte e la vergogna di
un mondo in cui nemmeno i bambini vengono rispettati e curati. E
basterebbe non combattere una guerra per dare da mangiare a quel bambino e a
tutti i bambini dell'Africa, incapaci ormai di piangere, perché hanno capito che
non c'è nulla da chiedere perché non c'è nulla da dare.
Basta guardare il volto di quelle madri che li attaccano ai
seni rinsecchiti da cui non esce nulla poiché non sono nutrite. Diventano
accompagnatrici di morte, vestali della fine, mentre hanno tentato di dare la
vita.
La donna dell'Africa, dell'Africa che muore. Una donna con
l'eleganza della miseria, con l'abito per celebrare la nascita e accompagnare al
camposanto il proprio bambino. Generatrice di morte.
La vergogna di un mondo che non si accorge e chiude gli occhi
di fronte ai bambini che muoiono, ma li tengono aperti per gozzovigliare e
sperperare ciò che basterebbe per far crescere vite e non morti.
Quegli occhi grandi che ti guardano immobili e ti si
impiantano nella mente e nella memoria per sempre.
Per sempre un'accusa di stupidità, di cattiveria dell'uomo.
Questo non è un uomo.
È stupendo vedere un bambino di tre anni quando comincia a
godere dell'uso fluido della parola e vuole raccontare storie, mostrare il mondo
come lui lo vede con la forza della ingenuità che è parte della fragilità.
Non è più la mamma a rincorrerlo ma è lui ora a seguirla, a
volerle parlare, a volere giocare, poiché con il gioco comincia a imparare la
strategia per stare in questo mondo.
E qui gli adulti vi agganciano subito i giochi della vittoria,
del successo e abbigliano i figli per mostrare già a quella età che sono più
forti, più belli, più ricchi degli altri e iniziano le gerarchie, e la cultura
del nemico.
Imparano non a vivere, ma a combattere sulla via del successo
e bisogna essere primi per far contenti mamma e papà e per sentirsi addosso gli
occhi degli altri bambini pieni di invidia, centro unico dell'attenzione. La
guerra bambina, combattuta da chi è così fragile da non capire ancora cosa
significa.
Il dramma dell'educazione, la stupidità degli educatori, la
malvagità della pedagogia del successo, dell'idea che il desiderio di supremazia
sia la forza delle società vincenti e il principio della sopravvivenza, con
tanto di firma di Darwin e della storia delle generazioni. E la
L'infanzia è l'età di maggior dolore, proprio perché massima
è la incomprensione dei bisogni del bambino, sia per la difficoltà che egli ha
di raccontarsi e di analizzare gli stessi bisogni, sia per l'arroganza benevola
dei genitori che ritengono di dover fare riferimento alla loro infanzia e,
dunque, di far seguire quelle che nel ricordo appaiono, ma non necessariamente
sono state, le risposte alle medesime manifestazioni e richieste. E così si
dimentica che la fanciullezza si lega anche al tempo in cui è vissuta,
che varia con la società, e soprattutto non si considera che la conoscenza del
bambino, ancora fortemente incompleta, si è arricchita nel tempo superando
errori e interpretazioni che si ritenevano conquiste definitive.
Il bambino, dunque, è un incompreso e di conseguenza un
infelice.
La fanciullezza, che termina con la pubertà e pertanto con
l'inizio della metamorfosi del proprio corpo e della propria personalità, è il
tempo dell'acquisizione dell'identità di genere con cui si diventa maschio o
femmina.
Si impone una scelta in un momento in cui non si avrebbe
desiderio di appartenere né a questo né a quella.
Ogni scelta ha il sapore della rinuncia e comunque della
differenza che talora appare come una perdita.
Nessun momento della vita è altrettanto «incarcerato», nemmeno
se capita di fare un'esperienza di reclusione.
Queste considerazioni sembrano eccessive, soprattutto quando
si è ancora influenzati dalla fola dell'infanzia come tempo dell'innocenza, come
fase spensierata, senza responsabilità, senza un contratto con il mondo che si
impone impietoso e che applica meccanismi di esclusione talora brutali.
È una visione che resiste ancora e forse serve ai genitori e
agli educatori per un minore impegno, immaginando comunque, anche
inconsapevolmente, di trovarsi all'interno di un'età felice e dunque che il
loro compito si limiti a migliorare la felicità.
Anche le proibizioni non sono inflitte con molto dispiacere
poiché, in fondo, si impongono a chi vive felicemente. Come chiedere di saltare
un pasto a un sovralimentato.
Vedo continuamente bambini incartati a festa per rispettare
le esigenze di madri e padri. Indossano abiti di griffe, segno di perversione
adulta; devono stare attenti alle scarpe mentre vorrebbero provare la gioia di
calpestare violentemente una pozzanghera per inviare schizzi di fango
dappertutto e magari colpire, soddisfatti, anche la madre, mentre lei si
trasforma in vipera.
L'infanzia, dieci-undici lunghi anni di infelicità, un periodo
sconfinato di dolore, un dolore evitabile, un dolore che talora si accumula con
quello delle malattie, dei lutti, della solitudine, dell'impotenza.
Questa è la prima fase della vita, questo è l'inizio, il
principio per chiunque raggiunga una delle tappe successive dove sempre e comunque ad attenderlo c'è il dolore
come espressione di una fragilità che se ora è palese, più tardi potrà venire
nascosta, mimetizzata, negata per meglio costruire il potere, piccolo o grande.
E allora ci si disegna belli e forti, di successo, e se non ci
si riesce, meglio togliersi dalla corsa perché se non si è vincenti, si è morti,
anche se si riesce a camminare in modo aggraziato.
Avevo sei-sette anni; la guerra era terminata da poco.
Ritornato in città, avevo trovato dappertutto macerie. Un quartiere distrutto
dalla violenza, la città rasa al suolo dalla stupidità dell'uomo e dal gioco
delle alleanze, per cui prima ci hanno bombardato gli inglesi, poi i tedeschi
quindi i nuovi alleati, gli americani, e tutti per salvarci e per vincere una
guerra.
Davanti a casa mia, che stava per essere riassettata, una
vecchia caserma di fanteria era diventata rifugio per famiglie disastrate,
rimaste senza un'abitazione. E qui, nel grande cortile delle parate, si era
disegnato un campetto di calcio dove i bambini della mia età passavano il tempo
rincorrendo un pallone e gridando in un modo che pareva di felicità, di
inconsapevole felicità.
Io non amavo giocare, anche se mia madre mi spingeva a farlo
e mi accompagnava e chiedeva ai più grandi di farmi entrare in campo: anch'io
giocatore tra giocatori e parte di una squadra che si confrontava con una nemica.
Mi sentivo fuori luogo e sarei scappato, ma mia madre, almeno
fino al mio inserimento, stava lì a controllare, e così chiedevo di fare il
portiere, che mi pareva la posizione meno ingombrante e meno impegnativa, non
fosse altro perché il portiere stava fermo e non doveva correre come un pazzo
inseguendo uno stupido oggetto che rotolava e saltellava prendendo direzioni
impreviste.
Mi ero fatto un'idea su questo ruolo: ero convinto che il
portiere più si tuffava più era bravo. E io quando vedevo il pallone avvicinarsi
pericolosamente alla mia porta mi tuffavo, pensando così di conquistare la
fiducia e la simpatia dei miei compagni, che mi avevano accolto sul suggerimento
o forse sull'imperio di mia madre. Una madre preoccupata delle mie fughe in
soffitta, che continuavano anche qui in città, e decisa a promuovere la mia
scarsa socievolezza.
Nonostante i tuffi il pallone passava, anzi forse proprio
per i tuffi, e quando mia madre se ne andava subivo la giustizia di squadra che
era fatta di improperi e persino di calci, e così mi colpiva nella dignità di
bambino di fronte a tutti. E venivo cacciato nonostante le raccomandazioni della mamma.
Era un vera sofferenza: giocare per subire i gol della squadra avversaria e le botte di quella a cui appartenevo.
Mi ero ridotto a tenere un pallone in mano e a giocare da
solo poiché ormai nessuno mi accettava e non volevano ascoltare più neanche mia
madre, che pregavo piangendo che non si intromettesse, per evitare un altro
motivo di presa in giro.
Trovai una soluzione, dentro la disperazione. Io ero un
bambino benestante al confronto di quanti vivevano dentro il «casermone» e
allora mi procuravo del denaro, talora lo rubavo in casa e fuori.
Ricordo che una delle vittime designate era la lattaia vicina
che teneva gli spiccioli in un cestino sopra il tavolo, che io riuscivo a
raggiungere quando andavo in negozio per acquisti e chiedevo cose che teneva nel
retrobottega. Entravo
quando non c'era nessuno e mi riempivo le tasche di monete.
Con questo bottino, di provenienza discutibile, non mi
escludevano e così giocavano con me dietro pagamento. E li riportavo nel
campetto e mi mettevo in porta e davo un compenso per ogni gol che avessero
messo a segno.
In poco tempo tutta la squadra, anzi le diverse squadre
volevano giocare con me ed ero diventato il campione più attraente, e mostravo
persino di fare delle parate straordinarie, come accade sempre a chi non ha il
minimo senso del gioco.
Qualcuno andava a casa con un gruzzolo di denaro che per un
bambino era certamente una vittoria, dati i tempi di carestia e di povertà del
dopoguerra.
Ora ero inserito, avevo solo bisogno di sempre maggiore
denaro che comunque trovavo.
Ero forse il portiere più attivo del circondario e grazie ai
tuffi, che rimanevano nella mia ideazione sportiva il grande segno del talento,
ero tutto fracassato: le ginocchia sbucciate, la spalla dolente, il piede storto.
E proprio sulla base di queste ferite da lotta, e visto il successo che aveva
ottenuto mia madre nel farmi appassionare a un gioco di squadra e dunque a
un'attività di socializzazione, dovetti andare in campo bardato con tanto di
pantaloncini imbottiti, di parastinchi, di guanti da portiere. Insomma, sembravo
un portiere vero mentre ero un incapace che pagava i propri coetanei per non
essere escluso dal gioco, anzi per accentrarlo proprio attorno a me.
La mamma pensò anche di mettermi un casco per limitare le
botte in testa e così divenni l'immagine
La fragilità dell'adolescente è diversa, come se le varie
fasi della vita, della sua crescita e del suo declino, servissero a mostrarne un
aspetto dominante, e così a ripercorrere la fragilità nella sua interezza, nella
sua fenomenologia tanto variegata da dover definire l'uomo l'essere fragile, il
più fragile di tutti gli animali, poiché ogni dote, acquisita nella scala
evolutiva delle specie, è al contempo acquisizione di fragilità.
L'adolescenza comincia e si accentra per lungo tempo sulla
crisi del corpo, sul corpo tradito: un corpo che muta, che scompare per
presentarsi con caratteristiche mostruose, che sembrano appartenere ad altro da
sé.
Per tutta l'infanzia il corpo non era stato una presenza importante.
Solitamente considerato grazioso dai genitori, il bambino lo
ignora, attento a tutto ciò che non è in lui ma che lo circonda.
Ora il corpo si fa presenza, e presenza burrascosa.
Una vera e
propria metamorfosi che richiama le bacchette magiche delle fate o più
probabilmente delle streghe.
Ci si accorge del corpo bambino poiché lo si saluta, lo si
vede sparire, e la perdita avviene a pezzi.
Si avverte qualcosa di nuovo al pube, non tanto per la
identità di ciò che contiene ma per le dimensioni che aumentano, per un
cespuglio che comincia a delinearsi. Poi si passa al volto, al seno, ai fianchi,
all'altezza dell'insieme.
E l'adolescente sta a guardare, ma con apprensione, e a nulla
servono i sorrisi dei parenti a rassicurare, poiché il confronto adesso avviene
con i coetanei che incontra a scuola oppure tra i vicini di casa.
Il nuovo corpo lo si coglie mentre si forma e mentre lo si
confronta con quello di altri, e proprio da qui ne esce sempre malformato e in
una trasformazione mostruosa.
Un corpo mobile che muta continuamente, a indicare che non ha
una identità o non ancora.
Ed è questo il tempo in cui si vorrebbe la fissità, anche se
nessun adolescente saprebbe scegliere il momento in cui fermare la crescita
poiché finirebbe per optare sempre per l'orrore.
Il proprio corpo, al confronto con un altro, si presenta
sempre inquietante, fuori misura, scoordinato, con le braccia troppo lunghe
rispetto al tronco, con un seno enorme rispetto al diametro del torace, con un
sedere che deborda di fronte a una figura che si vorrebbe slanciata e apollinea.
Ecco l'asimmetria di cui ci si vergogna, e si sta ore a
cercare di rimediare a un cattivo gusto della natura, a una forma che forse si lega alla genetica e allora tenderà a
ripetere il corpo materno o paterno. E i genitori non piacciono poiché non sono
più le garanzie della vita come avveniva per la fanciullezza, ma anzi semmai
servono per orientare al contrario.
È il periodo dei modelli e della presa di coscienza che il
proprio corpo deve muoversi nel mondo e quindi deve piacere al mondo e non solo
ai genitori che nell'infanzia sono sempre stati generosi di complimenti e
attaccati a un'estetica troppo amorevole. Occorre piacere al mondo e per farlo
bisogna rientrare nei modelli e ci si accorge che non solo si è lontani, ma ci
si allontana sempre di più, per via di quella fase mobile del corpo che si
allarga e si stringe, che non ubbidisce mai ai desideri, nemmeno quando si
attaccano a digiuni estremi oppure ad alimentazioni specifiche per i muscoli
addominali invece che per quelli delle braccia. Osceno, nonostante gli esercizi,
nonostante i travestimenti per nascondere e far sembrare.
Il proprio corpo appartiene agli altri, al mondo, e quindi si
avverte la fragilità del proprio gusto e giudizio e si deve ricorrere a coloro
che meglio rappresentano quel mondo strano che si avverte ma non si riesce a
definire esattamente. La grandezza del seno deve stare dentro una coppa di
champagne, mentre deborda persino da una scodella per la colazione.
Il sogno di forme impossibili. E si continua a guardarsi e a
confrontarsi, a misurarsi e sempre il metro è sbagliato o imperfetto, la
bilancia è rotta fino a una verifica che invece la riporta alla propria
precisione elettronica e allora quel numero, quella lancetta indicano la
disperazione, la percezione di non appartenere al mondo poiché il mondo non
potrà mai accettare un simile obbrobrio: non un corpo, ma una carcassa.
È proprio questo cadavere cangiante a portare l'adolescente
dentro gli altri, a contatto con un mondo che non è più quello della casa e
della famiglia, e in questa proiezione scopre una dimensione nuova, almeno
negli aspetti e connotazioni sociali, ed è portato a sentirsi inadeguato, a
tentare di contenere le deformità.
Il corpo trascina dentro il mondo e fa sentire la propria
inadeguatezza e la voglia di cambiare.
Questa percezione è utile perché fa scoprire il limite
insito in ogni esistenza, ma può condurre alla disperazione se si avverte che
non si tratta di aggiustare ma di rifare, e nessun adolescente può ricrearsi
secondo il proprio gusto, che tra l'altro muterebbe continuamente e dunque
bisognerebbe rifarsi di continuo.
Questa immagine, che sembra appartenere al mondo delle idee,
è invece entrata nella cronaca delle cliniche estetiche applicate
all'adolescenza. E ci si accorge di nasi rifatti perché quello di cui si era
dotati era arcigno e imbarazzante. Proprio il naso, posto anatomicamente «sotto
gli occhi» e quindi impossibile da ignorare. Intrigante più del sedere che
almeno non entra subito. nello specchio, anzi ha una posizione che rende ardua
la sua ispezione: tuttavia se ne sente il peso che sembra trascinare per terra.
Ma il naso è lì, in brutta vista, e rende turpi anche gli occhi che altrimenti
sarebbero espressivi, e invece nessuno li nota. E allora si va a mettere a posto
il naso. Ma dopo qualche mese non va più bene e si finisce per rimpiangere il
vecchio, ormai buttato in una discarica dei rifacimenti del corpo, e così se ne
desidera un terzo.
Lo stesso accade per i seni, troppo grossi e pesanti tanto da incurvare le spalle e dare un tono vecchieggiante,
assieme a quello matronale del petto: il tutto attaccato a una ragazza di
quattordici-quindici anni e allora bisogna rifarsi e, sempre, dopo un primo
periodo di approvazione, non piace più e ritorna la nostalgia del «brutto»
precedente.
La follia di permettere a una adolescente di porre le mani sul proprio corpo
senza considerare la tendenza a rifiutare tutto di sé e la impossibilità di
scegliere un modello escludendo sempre quello a cui si appartiene.
Ecco i tatuaggi che cercano di nascondere parti oscene,
attirando l'attenzione su incisioni mitologiche o su simboli sacri di civiltà
sepolte, a indicare che si fa parte di un mondo passato perché con l'attuale si
è del tutto incompatibili. I piercing, ninnoli che si attaccano dovunque ci sia
bisogno e si può giungere a trasformare il proprio corpo in un carrettino da
sagra di paese in cui si vendono anellini o vecchi gingilli, pietre magiche,
coroncine del rosario, pietre che di prezioso hanno solo il desiderio e del
metallo nobile solo il colore.
Alla fine non resta che coprire il tutto, come mettere un
velo nero sul volto di una vedova disperata o un telo viola su una bara per fame
un catafalco.
La fragilità del corpo si lega, in questa fase della crescita,
alle forme, all'estetica e quindi al brutto e al bello che diventano due
riferimenti costanti anche se mobili e talmente variabili da poterli scambiare.
Questa è la fragilità.
Legata al corpo, si impone la sessualità. Non l'organo o gli organi del sesso, ma la funzione che viene percepita
come dotazione per piacere e dunque attrarre, oppure per respingere e venire
esclusi. E così si rinforza la voglia di essere belli e il terrore di apparire
brutti.
Una parte
speciale del corpo poiché è quella su cui per prima calano gli occhi del mondo
esterno. Su questa parte e su questa funzione ancora immaginata i pensieri e
l'attenzione si fanno persino ossessivi.
E si viaggia dentro il proprio corpo e ci si scopre nelle più
profonde intimità, si svelano i segreti fino al piacere e dunque alla capacità
di ottenerlo e di offrirlo all'altro da sé.
Una funzione legata alla gioia, alla possibilità di piacere
perché si dà piacere.
E allora si va a informarsi sulle tecniche, sulle modalità
per offrire quei servizi che finiscono per tirarsi dietro il resto del corpo e
dunque la persona tutta intera. La sessualità è un motore trainante,
analogamente a quei treni che grazie a una buona locomotiva si portano dietro
anche delle carrozze da buttare.
La sessualità finisce per diventare la funzione prima del
corpo e gli organi che la richiamano vengono messi in particolare evidenza e
persino esposti.
Si vedono graziose adolescenti che mostrano seni che sarebbe
meglio tenere segreti o labbra che andrebbero inserite in una bocca dotata di
discrezione e non di volgarità. Così le gambe, che non hanno nulla di segreto,
gli ombelichi che si ritengono capaci di attirare un intero battaglione di
vecchi alpini, mentre sono soltanto una ferita che avviene alla nascita, al
distacco del cordone ombelicale.
Insomma, il sesso è l'esca con cui si cercano di far
abboccare tonni e salmoni che rimangono a bocca aperta e magari vorrebbero,
finito l'abbaglio, scappare per girare indisturbati nell'oceano e sperare in un
boccone migliore.
Gli adolescenti si espongono in una galleria del sesso che sa
d'avanguardia, ma anche di tristezza poiché un'opera d'arte, anche modesta, dà
vita all'insieme e deve avere una certa coerenza e proporzionalità. Si vedono
invece bambole graziose con abiti da postribolo, poco più che bambine, che
richiamano a un pubicino tremolante che però è circondato da stringhe di cuoio e
di ferro, come piace alla perversione di vecchie baldracche.
E poi i corpi ischeletriti che sconfinano con il rifiuto del
cibo e le anoressie. Un corpo che fa venire voglia di appartenere alle sfere
angeliche o ai puri spiriti.
Il corpo è sempre deludente e quando magari sembra aver incontrato il favore, sia pure con qualche
aggiustamento necessario, cambia.
La fragilità del corpo in divenire, di organi che si
accrescono e devono ora non solo seguire l'armonia di un funzionamento, ma anche
le regole della bellezza e i modelli appena promossi, proprio per venire
accettati. Un insieme non facile poiché un conto è il buon funzionamento, un
altro un bel insieme che si attacca a convenzioni che dipendono non solo dalle
culture ma dal tempo storico in cui l'adolescenza si trova a esprimersi.
Ma proprio sulle guerre tra organi in sviluppo e sulle
valutazioni al cui interno si operano le strategie militari, si lega un evento
straordinario, per sostenere, se ce ne fosse ancora bisogno, che la fragilità
insegna a vivere e promuove aspetti esistenziali positivi e persino stupendi.
Come a dire che sulle macerie nascono i fiori.
Mentre si svolge il trambusto di un corpo che cresce e mentre si cerca di mettere argine alle alluvioni dell'eccesso
attraverso l'esposizione delle parti più accettabili, anche se dipinte e
decorate come gli ex voto della devozione popolare, c'è qualcuno che rimane
ammaliato da tanto «orrore» e si ferma a guardare e sosta con una insistenza che
sembra quella della santità: lei si sente ammirata e lui pare perso.
Insomma, si trova sempre uno o una che si sente attratta
irresistibilmente dall'orrore dell'altro e chiede insistentemente di poter
guardare da vicino, di familiarizzare con quelle parti e poi magari con il tutto.
E lei decide di starci e non fa nemmeno in tempo a dirlo che lui è già attaccato
in ogni parte e non sa più dove finisca la sua individualità e incominci quella
di lei. Annaspa come un ranocchio in una pozzanghera che sa però di delizia e di
profumo e ricorda le parole di Jim Morrison che sembrano spronarlo come fa un
fantino con il proprio purosangue: «Ama, ama follemente, ama più che puoi e se
ti dicono che è peccato, ama il tuo peccato e sarai innocente».
Ecco l'amore, ecco due insicurezze che si perdono dentro la
certezza d'un insieme che si fa di roccia.
Ecco il superamento della bruttezza che ti aveva investito,
poiché sarai orrenda ma a lui piaci, e questo non è poco poiché scopri che basta
un amore a trasformarti la vita e a neutralizzare tutti i propositi di nuovi
interventi estetici o di nuovi piercing o di pitture corporee che ormai
sostituiscono i vecchi murales della protesta sociale degli anni sessanta del
Novecento.
La fragilità del corpo, d'un tratto, permette di scoprire
l'amore e di capovolgere la sensazione di mostro in un'adolescente che invece
finisce per piacere: sei certa che piaci a lui, di cui adesso ti pare di non
poter fare
L'adolescenza è il tempo del primo amore, di un'esperienza
intensa e irripetibile non solo per la novità del legame, ma perché capita nel
momento in cui la fragilità è estrema e il bisogno di legame sostanziale. Basti
ricordare che si frantumano tutti i rapporti dell'infanzia e si rimane soli con
la sensazione di non poter contare più su coloro che erano stati punti saldi. I
genitori erano dotazioni naturali che si trovavano in casa, analogamente a mamma
oca per gli anatroccoli che escono dalle uova che ha covato. Ora,
nell'adolescenza, bisogna trovare legami nuovi e dipendono dal singolo,
dall'anatroccolo che non cammina più dietro la madre, a qualche centimetro di
distanza senza chiedersi dove sia diretta, ma vaga zigzagando senza sapere dove
andare.
L'amore ha le caratteristiche della scelta o dell'incontro
del destino, di qualche cosa che si reperisce nel mondo e che poteva non
esserci affatto. È tanto il bisogno di attaccarsi a qualcuno che, quando accade
l'incontro, lo si inserisce nelle magie e nell'atmosfera della metamorfosi che
sa di miracolo.
Ecco finalmente un episodio che fa sognare, che fa sentire di
essere mutati e di essere stati toccati dalla fortuna.
Nel primo amore si dà tutto perché si ha bisogno di tutto, di
una relazione esclusiva e totale. L'altro diventa vita poiché dà senso alla
propria vita: dalla percezione di un nulla a quella di un principe, di una
principessa.
Ecco le immagini da favola in cui si colloca il primo amore.
Si sente che la propria fragilità si allontana, ma appare la fragilità del
rapporto, di quel legame che talora sembra assicurato da una fune da rocciatore,
altre volte da un filo di ragno.
L'amore come totalità, e allora lui pensa sempre a lei, e lei
vorrebbe averlo sempre vicino in un ensemble eterno, fuori del tempo, come un
duetto tra violino e pianoforte, come nella Sonata a Kreutzer di
Beethoven, dove si sentono i due strumenti ma una sola sonata; e uno ha senso
poiché si associa all'altro in sintonia o per contrappunto, sempre in coppia,
mentre staccati, ciascuno sembra monco. In questo clima uno vuole fare ciò che
l'altro chiede e sempre domanda di fare ciò che all'altro piace.
Ecco il primo amore, ecco la scoperta di una nuova socialità
sia pure a due, e il sogno conduce alla concezione dell'inseparabile e dello
stabile, poiché la perfezione non può aumentare e soprattutto non deve cambiare.
Il solo pensiero diventa dolore, il solo sospetto diventa gelosia, la lontananza
diventa angoscia: ubi Gaius ibi Gaia.
Il primo amore è l'esperienza in cui l'altro diventa salvezza,
e si sa che all'unisono e contemporaneamente il salvato salva chi lo salva.
Una circolarità stupenda poiché non solo non pensi di essere
inutile, ma addirittura che la tua imperfezione sia ora fonte di beatitudine.
È il momento in cui l'amore sana ogni senso del limite e anzi
pone il limite come forza di quel miracolo.
È la più bella esperienza dell'adolescenza e bisogna
lasciarla vivere intensamente senza frapporre ostacoli esterni, senza paure, con
l'abbandono di chi d'un tratto si sente sicuro poiché ha unito la propria
insicurezza a un'altra e insieme sono diventate forza, forza per vivere.
Il tempo è necessario per potere continuare ad amarsi e per
la prima volta si parla veramente di futuro e lo si percepisce, poiché si fa
contenitore, spazio per realizzare, per dare continuità a una cosa perfetta, che
però deve durare: come nei riti si ripete lo stesso gesto, ma pare sempre di
fare un'esperienza nuova.
E questa è propriamente anche la sessualità: una ripetizione
di gesti liturgici, persino sacri, in cui due corpi e due personalità -
È difficile stabilire quando si possa e si debba considerare
conclusa l'adolescenza, perché si tratta di un processo che dipende soprattutto
dalla società, e quindi dal come si guida l'educazione, e dalle possibilità di
autonomia economica dei giovani. Dipende anche dal momento in cui la generazione
dei padri è disposta a passare il testimone della gestione della ricchezza e
delle attività di famiglia, e del governo di un intero Paese. E basta guardare
l'età della classe al potere, sia politico sia industriale, per rendersi
conto di come sia difficile lasciarlo e del come sia facile decidere che i
propri figli sono immaturi per assumersi oneri di tale responsabilità.
Permane una certa resistenza a mantenere «piccoli» i propri
eredi non solo nel legame materno, che è più affettivo, ma pure in quello dei
padri che nelle società economicamente evolute si occupano soprattutto di
incrementare la ricchezza di famiglia e di gestire i processi produttivi.
Rimane difficile affermare quando un individuo può essere
considerato adulto, poiché si possono intravedere diverse maturità.
Le operazioni dell'età adulta sono molte e si complicano in
quelle società che si sono sempre più espanse fino a diventare senza confini e a
contenere tutto il mondo. È facile notare l'enorme diversità tra una
società contadina, chiusa nel casolare di campagna, circondato da un pezzo di
terra da cui trae il sostentamento, e una società moderna calata in un processo
industriale e finanziario che opera dappertutto e con un ritmo che non è certo
quello delle stagioni e della maturazione del grano o della vite, ma è
accelerato dal guadagno e da processi artificiali che, pertanto, tendono a
moltiplicarsi per ottenere maggiori profitti.
Semplificando, si può affermare che l'età adulta è l'età
della identificazione sociale.
L'identità dell' Io si compie nella fanciullezza, con
la percezione di essere distinti da ogni altro, che diventa altro da sé. Una
identità che si correla anche alla differenziazione di specie e dunque
all'appartenenza al genere maschile o femminile. È questo anche il tempo delle
identità di famiglia.
L'identità sociale inizia con i cataclismi adolescenziali,
con la rottura dal legame familiare, privilegiato ed esclusivo, per appartenere
a un gruppo, quello dei pari età, che impone atteggiamenti e ruoli differenti.
Ma è con la età adulta e con la maturità che si raggiunge
l'identità sociale operativa, quella dei ruoli.
Non più generale, di base, ma pratica legata prima di tutto a
una professione, a una modalità per raggiungere l'autonomia economica. Il lavoro
rimane il cardine dell'identità sociale e per questo è garantito sul piano dei
princìpi dalla Costituzione.
Una dichiarazione che continua a imporsi anche quando si avverte chiaramente che le tecnologie non
permettono più un lavoro a tutti.
È tempo di cambiare questo quadro, poiché non si può fare del
lavoro e della sua mancanza o precarietà un ostacolo a diventare adulti. Se le
società non permettono questo diritto a tutti, non si può per questo soltanto
ritenere i senza lavoro dei non-adulti: l'immaturità andrebbe semmai spostata
sulla società che non è in grado di soddisfare questo bisogno. Una società che
non garantisce di poter fare questo salto, dall'adolescenza alla maturità, è
colpevole di una condizione che non può esser imputata al singolo individuo e
fatta pesare su di lui.
E non è più ammesso affermare che, se uno vuole, un posto lo
trova, magari tra difficoltà e passaggi da un campo all'altro e gestendo un
mercato del quotidiano e non della perennità e della sicurezza. Non è più
sostenibile, quando è possibile calcolare il fabbisogno lavorativo e, di
conseguenza, l'eccesso di domanda.
Credo fermamente che si possa essere maturi anche se non c'è
l'opportunità di un lavoro. Credo che si possa essere utili a una società anche
se non si va in fabbrica e si decide, invece, di pensare sulla riva di un fiume,
meditando sul senso della vita e della società industriale e dei meccanismi di
esclusione che quella società attiva. Credo che si possa essere adulti
componendo versi o canzoni invece di costruire auto, quando non c'è più spazio
per contenerle e non c'è più energia per farle girare e strade adeguate non
tanto a permettere di andare a velocità ragionevole, ma a muoversi, a causa
dell'intasamento stradale. Credo che persino un barbone sia un essere adulto o
lo possa essere pur non cercando lavoro e forse nemmeno desiderandolo.
Un uomo adulto non può esser ridotto a un uomo attivo e produttivo.
Ci sono pensatori convinti che la produzione ormai sia un
limite enorme per la vita della società e ci sono economisti che non approvano
la scelta di portare il lavoro in Paesi in cui il costo dell'uomo è minore,
configurando sia pur inconsapevolmente l'impossibilità per molti giovani di
diventare adulti dove sono nati e cresciuti, mentre si permette la maturazione
di Stati dove dominerebbe la disoccupazione.
Il discorso si sta complicando, oggi è difficile non solo
definire l'adulto, ma persino prevedere le vie attraverso cui arrivare a questo
traguardo. È ovvio che sorge una tendenza, quella da noi accennata, che il
lavoro non debba più avere un ruolo tanto determinante nell'attribuire o nel
negare questa appartenenza.
Ho una grande simpatia per i movimenti minimalisti, intesi
come scelte di vita in cui si consuma poco e si cerca di soddisfare solo i
bisogni primari. Una controtendenza all'inutile e ai costi dell'inutile.
Si è calcolato che 1'85 per cento di uno stipendio viene
speso per qualcosa che è decorativo della vita, non essenziale. E allora si può
cercare di vivere con quella fetta di salario che non richiede l'impegno
previsto dai comportamenti e dai modelli comuni.
Se una gran parte dello stipendio va in costo di affitto perché allora non vivere in nuove comuni in cui lo spazio per
persona si riduce con un evidente vantaggio legato alla collegialità?
Se una spesa importante va nei cosmetici e nella cura estetica
del corpo, allora perché non evitare semplicemente l'acquisto di profumo? Se
l'auto costa molto, perché non rinunciarvi andando in bicicletta o con un autobus?
Se l'eleganza ha costi proibitivi, perché non amare un vecchio e rotto bluson
noire?
Sarebbe un vero errore escludere i minimalisti dalla categoria degli adulti
semplicemente poiché non hanno un lavoro o per la decisione, che appare persino
ragionevole e piena di buonsenso, di rinunciare allo stile di
L'età adulta comprende un periodo lungo. È la fase più
duratura della vita. La si fa terminare con i sessantacinque anni, quando inizia la vecchiaia e dovrebbe partire,
sia pure con le variabili a cui si è accennato, con i venticinque. Quarant'anni
di maturità: un'affermazione paradossale come fosse qualcosa di stabile e di
persistente.
È chiaro che la maturità di un trentenne è differente da
quella di chi ha raggiunto i sessanta, pur considerando le distinzioni da
soggetto a soggetto.
Occorrerebbe dividere l'età adulta, scandendola con gli
eventi che la modificano, come la paternità, il grado di responsabilità, il
ruolo professionale.
I sessantacinque anni segnano per molti anche l'inizio
dell'età della pensione e quindi del venir meno del ruolo sociale primario.
All'interno di questo lungo periodo in continuo divenire, al
di là degli schemi che sanno di convenzione e trovano motivazione
nell'organizzazione di una società e non certo nei singoli, c'è un parametro che
acquista una rilevanza di primo piano e che riporta all'adolescenza: il corpo.
Se allora, nella crescita, si temeva la mostruosità ora, nel
declino, si teme che si ammali, che non possa più funzionare, relegando la vita
in limiti che la circoscrivono e la frenano, almeno nel confronto dei propri
desideri.
Si ritorna al corpo e alle sue fragilità, anche se scandite su parametri diversi.
La sessualità si indebolisce almeno nelle espressioni di un
tempo e secondo misure che adesso sono fuori delle proprie possibilità.
I cicli della donna, che mostravano la sua capacità di generare, si fermano a poco a poco e la dichiarano sterile: un epiteto che
apparentemente non dovrebbe avere importanza, soprattutto quando non si sia
deciso di generare o di farlo in un' età sconsigliata, ma invece colpisce e
riaccende previsioni di fine e scenari di apocalisse.
Si assiste alla perdita di elasticità muscolare, alla
scomparsa delle forme corporee che alla sola vista attestavano una prestanza. Si
aggiungono gli acciacchi che i medici chiamano malattie: da quelle in atto al
rischio di diventarne affetti.
Insomma il corpo riduce le proprie abilità e diventa infelice.
Si corre ai ripari, si inventano teorie come il giovanilismo e le mode che spingono a indossare indumenti che
impongono esercizi di palestra o di strada, che convincono a contabilizzare
l'età psicologica e non quella anagrafica, che permette di credersi giovanissimi
anche se cade tutto ciò che sa di carne. Una farsa triste poiché vuol dire rifiutare la propria storia e la fase che ha
raggiunto.
Nell'adolescenza il corpo non piaceva ma funzionava, ora
piace ma decade e lo si accetterebbe in qualsiasi veste estetica, purché si
mantenesse eretto e sprigionasse un poco di energia vitale.
Il vecchio sa che si sta spegnendo, mentre il bambino, anche
se gracile, contiene un'enorme energia vitale che tende solo a sprigionarsi.
Tutto questo si riferisce al corpo, ma subito va detto che il
vecchio si trova nelle condizioni di esperienza e di una lunga meditazione sugli
eventi della vita singola e di quella delle società, da poter esprimere una
saggezza che si lega proprio all'aver vissuto.
La vita passata toglie certamente tempo al vivere futuro, ma
aggiunge conoscenza e adattamento agli eventi che fanno diminuire la paura del
mondo.
Anche la vecchiaia mostra un percorso dinamico e non un punto
fisso, una condizione immutabile.
La si fa partire, lo abbiamo detto, con i sessantacinque
anni, ma può allungarsi di molto e la caratteristica del nostro tempo è proprio
di aver conquistato terreno per i vecchi e uno spazio maggiore di sopravvivenza.
Si distingue il giovane vecchio, fino ai settantacinque, il vecchio medio, fino
agli ottantacinque, e da qui il vecchio-vecchio che può mostrare resistenze
record. Ormai sono molti quelli che superano il secolo, e la medicina si è posta
un traguardo possibile intorno ai centoventi anni.
Qualcuno pensa sia possibile giungere a toccare l'orologio
genetico e dare così alla vita sempre vita. Ma questa è la rappresentazione del
sogno di immortalità dell'uomo e di quello antico di rubare agli dèi il segreto
della eternità.
Al di là delle variabili storiche, la vecchiaia resta l'età
del lutto: comincia con il lutto del ruolo e con una sorta di messa a riposo
della propria funzione sociale e termina con il lutto di sé, con la morte.
Età del lutto anche perché gli eventi sono pieni di croci che
si piantano nel cimitero e che riguardano persone care oppure conoscenti e amici
che se ne sono andati e che hanno preso un treno prima del proprio. Insomma
tutto è diretto alla fine e al senso della fine.
Comincia a essere impossibile non pensare alla morte,
dimenticarsene. Si può persino giocarci sopra, fingere di non esserne angosciati, ma quando ci si trova soli con
l'immagine della morte che sta per arrivare, si avverte il dramma della fine, la
tragedia di quel teatro che è iniziato con il pianto della nascita e termina con
un velo nero che avvolge tutto e toglie la luce, il simbolo dell'esistenza che
finisce.
Comunque la si voglia trattare e indipendentemente dal senso
che le si attribuisce, la morte è una disgrazia, un incompreso e un dilemma. È
un mistero.
Si può solo accettarne l'ineluttabilità attaccandovi, senza
una soluzione di continuità, un'altra vita, anzi la stessa che continua in
espressioni e luoghi differenti.
Le fedi nel cielo, popolato di vivi, esprimono bene la negazione della morte e la voglia di restare.
L'attesa è ancora più triste per chi non riesce a vedersi in
paradiso o per chi pensa che tutto invece finisca e che si raggiunga il nulla:
da un nulla a un nulla.
E le convinzioni non appartengono alla scienza e a un
procedere sicuro e lento, ma al credere o al non credere, a immaginare un
paradiso come luogo di vita nuova o il nulla.
La morte è la vera aporia della storia dell'uomo e il neo che
mostra l'imperfezione e la fragilità della natura e della natura umana: una vita
che finisce e un valore che scompare, che azzera la propria consistenza.
Nella vecchiaia questo tema si fa veramente intrigante, la
meditazione sul mistero si fa pressante e le lacrime di fronte alle bare di chi,
coetaneo, se ne va, rimandano alla propria bara che è in costruzione.
È anche l'età dei paradossi poiché è altrettanto vero che il
vecchio percepisce il tempo in maniera più quieta, senza le accelerazioni e le
improvvisazioni delle età precedenti; è vero che possiede una visione del mondo
articolata, senza assiomi, senza convinzioni radicali, senza l'abilità di
dividere nettamente il bene dal male, ma è anche vero che di fronte alla morte
egli sente tutto il proprio limite.
Del resto, di fronte alla morte la saggezza muore.
Sono sempre stato affascinato dai pensieri ultimi, e nell'epoca del telefonino questa curiosità trova segnali
strani, considerazioni incredibili su quanto produce la percezione della fine.
È ormai una prassi ascoltare le telefonate che un suicida fa
prima del gesto di fine.
In un caso un signore di quarant'anni, che si è buttato da un
cavalcavia di settanta metri di altezza alle 15.04, ha fatto nei tre minuti
antecedenti due telefonate: una al dentista scusandosi di non poter andare
all'appuntamento delle cinque e affermando che avrebbe richiamato per fissarne
uno nuovo; la seconda alla tata per dire che la sera non sarebbe rientrato per
la cena.
Nel caso di un giovane di sedici, con lo stile proprio di
questa età, ha evitato le chiamate dirette e ha optato per gli Sms perché più
economici. Ne ha inviati quattro nei minuti che hanno preceduto l'impiccagione.
Nell'ultimo Sms stabiliva di lasciare i suoi dischi con la registrazione
personalizzata di brani di musica rock a Silvia, pregandola tuttavia di
prestarli a Claudio a cui li aveva promessi.
C'è chi nella percezione degli ultimi attimi prega, chi
bestemmia, chi pensa agli impegni mancati, e persino ai creditori che non
avranno nulla perché muore lasciando solo debiti e nessuna fonte di
risarcimento.
Il vecchio non parla necessariamente di morte, e infatti non risulta che il tema più frequente sia la dipartita e le preoccupazioni del viaggio, ma è pieno di morte: non solo della propria ma della morte delle persone
care. Vive più di morti che di vivi.
Io mi porto dentro la bara di mio padre, di mia madre, di mia sorella, di maestri che mi hanno insegnato a vivere, ma non a morire, di amici che mi avevano voluto bene, di qualcuno che mi ha persino stimato. Quando mi guardo attorno vedo solo visi sconosciuti, mentre quelli a
me noti sono dentro effigie scure attaccate su qualche tomba.
Il vecchio vive di morti e attende la morte.
Non necessariamente con la testa tra le mani, non inginocchiato a raccomandare la propria anima a qualche protettore, ma in ogni caso vede la morte.
Ci può giocare sopra, far delle battute, raccontare delle storielle su qualche vecchio al momento in cui si
presenta a san Pietro, ma la morte è una cosa troppo seria, troppo
tragica da poterne ridere a lungo.
La morte è un dramma, e io la odio e nel mio amore per la
pace e per il rispetto delle persone penso che la si potrebbe ammazzare, ma nell'esplicitare questo
proposito si entra nel paradosso, poiché la morte è l'unica a non
morire.
La fragilità del vecchio è estrema, quel vaso che è la vita
non si incrina, non si frange in un punto, ma si trasforma in mille pezzi tanto da renderne irriconoscibile la
forma.
Parte sempre dell'imprevedibile, di quel vento che in un attimo
può cambiare non solo il programma della giornata ma la visione di sé e del
mondo intero, e nel vecchio l'imprevedibile, la modalità di trasformare la fragilità
nel disastro, nel disastro della morte, è la regola.
Continuo a non riuscire a moderare i termini, a riempirli, a
decorarli almeno di belle maniere, di delicatezza. La morte non si presta a
finzioni e una tragedia non può mai diventare commedia o avanspettacolo: in
questa veste sarebbe ancora più tragica come vedere la morte danzare o i
moribondi cercare di divertirsi e fare l'amore. Susanna e i vecchi
è un'opera triste. Il giovanilismo di chi ormai rotto dappertutto fa avance da
giovanotto con le vergini, sa di perversione. Danze macabre: modalità di pessimo
gusto per coprire il volto osceno della morte.
E poi il corpo, il corpo dell'anziano. Un corpo stanco, un
corpo fragilissimo. Una impalcatura a rischio: dai denti ai capelli bianchi e
caduchi, alle unghie dei piedi prive di calcio e fragili. Un corpo con le difese
immunitarie ridotte, per cui si è più facilmente preda di incursioni batteriche
o virali o di qualsiasi elemento estraneo vi entri dentro.
Il virus dell'herpes zooster appartiene alla famiglia della
varicella: in un bambino si tratta di una malattia benevola, a vent'anni si
risolve in qualche settimana, a settanta può richiedere un anno e sarà un anno
di dolore. E la saggezza di fronte al dolore lancinante di un virus cattivo, di
cui si deve essere servito anche il padreterno per colpire Giobbe, è debole.
Si nasce senza una preparazione e senza sapere perché, senza
la coscienza di essere, e si muore ignorando perché e senza poter intervenire
sulla modalità e sui tempi, a meno di non suicidarsi.
Ma non è facile. Ogni vecchio di fronte alla morte e al dolore che la richiama ha pensato di compiere un gesto che appare di libertà e di scacco alla morte. Ma è
difficile buttarsi nella tromba delle scale di un condominio o andare in un
albergo e riempirsi la testa di veleno.
È difficile giocare con il mistero. E la morte è un mistero e
la vecchiaia, che è un avvicinarsi alla morte, si riduce a quel mistero.
Suicidarsi significa eliminare il proprio mistero, che non si
conosce. Significa fare ciò che non si capisce e il senso immediato non appaga
l'interrogativo che esce anche nel dolore, nel dolore cronico del vecchio, in quel male che persiste e accompagna alla morte come una marcia
funebre e che tace solo quando la terra coprirà la propria bara.
Uccidere il mistero di quel dolore è difficile. Uccidere il
dubbio, giustiziare il tempo, quando un attimo di esistenza di fronte al nulla
che la sostituisce appare una preziosità anche se si è presi dalla morsa del
dolore. Il dolore atroce e disumano rimane pieno di mistero.
Non si riesce a suicidare il proprio mistero e non ci si può
separare dalla vita ridotta a pura miseria, al tragico interrogativo sul
significato del dolore.
E il cielo non risponde al dramma e ai dubbi della fine.
Sono entrato nel serraglio della vecchiaia, anche se posso
ancora consolarmi con la sua prima edizione, quella dei giovani-vecchi: un
atteggiamento che sa di vigliaccheria e di burocrazia umana.
Sono spaventato dalla morte, sono angosciato dal dubbio che questa realtà, ora vicina, mi pone.
Odio la morte.
Ho momenti titanici in cui vorrei giustiziarla. Partire come
le figure della mitologia a ricercarne la fonte e, appunto, toglierla dalla storia dell'uomo. Ma sento che il mio
corpo non permette nemmeno di reggere una lancia, è incapace di indossare la corazza dell' eroe e non riesco a
mettere la testa in quell'elmo che sembra soffocarmi.
Non trovo, a differenza di don Chisciotte, nessun ronzino che mi porti.
Mi accorgo di una particolare fragilità, dell'impossibilità di aggiustare fratture che un tempo, con un po' di colla e di vigore, sparivano. Come una foglia ingiallita
abbarbicata al ramo, sento che il prossimo colpo di vento mi staccherà e mi
porterà lontano in luoghi che non conosco, dove nessuno mi vede e dove solo e
sbattuto dal destino mi perderò senza sapere chi sono, chi mai sia stato e senza
conoscere nulla di quella foglia morta che si fermerà per sempre.
Questo ignorare, nel momento in cui so che non ho più speranza di sapere, mi accascia, mi sfianca, mi indigna, mi offende, consapevole ancora di avere una testa al cui interno sta un meccanismo che ha fatto parlare di
intelligenza, di capacità di scoprire, di inventare e persino di creare. Ora so
che è una scatola inutile, piena di presunzione e che sa di presa in giro, di
ironia.
Io non ho mai apprezzato l'ironia poiché scherzare e ridere
vivendo una tragedia mi è sempre parso di pessimo gusto.
Constatare, vicino alla morte, che tutto quanto l'uomo capisce non serve a vivere e a morire, mi rende furioso come
un animale senza cervello, che almeno non ha avuto tempo per illudersi e per
fingere.
Una comprensione che ho sperato persino dalla fede,
attraverso una rivelazione personale, un incontro tra l'uomo e Dio.
Ho aspettato tanto, mi sono profumato nell'attesa, ho
riempito la mia stanza di lampade e di olio per alimentarle, ma non è venuto
nessuno e adesso non posso più attendere perché sto per crepare.
Non sono servite la ragione e l'intelligenza, non
l'intuizione e la creatività, non l'attesa di un incontro che, almeno, nel mio
caso, non si è compiuto, e muoio senza sapere nulla, senza avere capito nulla e
senza potere essere saggio, poiché di fronte al dramma rimane solo il dramma e
non la grazia di chi riesce a trasformarlo in benedizione.
E la morte, maledetta, mi gioca.
Era entrata nel mio letto ma, dopo un poco, se n'è andata e mi ha lasciato in agonia. Come una ierodula che ti
eccita e poi, mentre stai per abbracciarla, lascia di sé solo l'ombra, e tu
rimani con la voglia, in balìa di chi non c'è. Ma forse tra un attimo giungerà e
questa volta per rimanere, per sempre, vicino al tuo cadavere.
La morte che ti prende in giro, che deride l'uomo e la sua
presunzione e persino la sua saggezza.
Di fronte alla morte non si può imparare, poiché la morte la
si esperimenta solo una volta, ed è già troppo. Maledetta morte, povero uomo,
vuoto come un otre in casa di un beone, che non capisce nulla anche se ha
creduto di ergersi a livelli di sapienza e di conoscenza da monumento e forse da
divinità.
L'uomo non sa nulla di nulla e crede di potere, mentre un dio
forse sa la verità dell'uomo e tace. Forse ha il pudore di non confessare in
quale modalità folle è stato fatto e con quale senso di colpa un creatore possa constatare
l'obbrobrio che ha consumato facendo un uomo che muore.
La vecchiaia è il tempo delle malattie, di una serie infinita
di malattie, e così l'uomo lotta per fronteggiarle, chiede alleanza alla
medicina, al proprio potere personale per rimediarvi, per superarle, pur tra le
difficoltà di risposte rapide e di difese ormai indebolite.
E pensando alla malattia non ci si ricorda della morte,
poiché la malattia appartiene alla vita e dunque la si può curare. Ma la morte
non appartiene alla vita, ne è l'antitesi, ne è fuori.
Non c'è nulla da fare, non resta che morire, un destino
insito nella carne e nella struttura che la carne ha assunto nella effigie
umana.
Ma seguendo le malattie sempre presenti, tra quelle
conclamate, quelle iniziali, quelle da prevenire, il vecchio lotta stupidamente
credendo così di combattere la morte.
Maledetta morte.
Io la voglio affrontare e in quel momento la fisserò e non mi lascerò distrarre assumendo l'ultima pillola per
guarire da una malattia mentre sto morendo. Voglio pensare soltanto alla morte e
al mio morire, a quella maledetta fine che getta un'ombra sulla bontà stessa
della vita e sulla vita di chiunque ne sia responsabile, si chiami Dio o Nulla.
Voglio esserci non per capire, non mi illudo più, ma per vedere in volto il
mistero disperato.
Occorre fare uno sforzo e non dimenticare che in questa età
si attiva un ruolo curioso e straordinario, quello del nonno.
Un
confronto pieno di fascino tra un uomo che declina e va verso la fine e un uomo
che invece è appena venuto al mondo e cresce, anche se lentamente. Due fragilità
a confronto, che si parlano con il silenzio, con lo sguardo, con i movimenti
delle mani che toccano e che in tessono talvolta «dialoghi» che sanno di vita e
di morte, di novità e di stanchezza.
Un incontro pieno di valori che, pur senza una spiegazione,
lascia impressioni che fanno ridere o piangere e talvolta promuovono un riso che
pare pianto.
Fare il nonno è veramente straordinario poiché si esperimenta
come la scala dei significati attribuiti al mondo sia cambiata radicalmente.
Non c'è nulla di altrettanto importante dei nipotini, nulla
di altrettanto prioritario che stare con loro anche se non c'è nulla da dire.
La semplicità prende il sopravvento: la voglia di giocare, di
fare il verso di una pecora e dopo quello del lupo in un contrappunto che ricorda
una sinfonia.
E si appare ridicoli perché accade con una serietà che non ha eguali: ci si
comporta da beoti, da cretini intelligenti.
Il nonno che ride sempre e cerca di promuovere nel proprio
nipote un sorriso, di fargli comporre una parola che pronuncia per la prima
volta, che guarda la bellezza di una storia che comincia e sente la tragicità
della propria che sta per spegnersi. Con la morte, quel bambino, quella nipotina
usciranno dall'attenzione di chi invece vorrebbe essere nonno per sempre e poi
bisnonno e poi trisavolo. E quei nipoti andranno al camposanto, si chiederanno
perché mai il nonno se ne sia andato, mentre lui non potrà più chiedersi nulla.
Il nonno si accorge della distanza tra il tempo in cui uno è padre e il tempo in cui si è vecchi con i capelli bianchi e curvi alla ricerca di una nuova postura per stare
nel mondo.
Un mondo in cui i vecchi non trovano posto, in cui l'inutile
si manda alle discariche tra. i rifiuti. Tutto costa talmente tanto che la spesa
per un vecchio è insopportabile. E allora li si ammassa in luoghi che sanno solo
di dolore, situati vicino a cimiteri con loculi sempre più piccoli e con ceri che si consumano sempre più rapidamente.
Del resto nessuno va più al cimitero, è troppo triste.
E i vecchi vorrebbero invece stare al mondo per sempre, anche se non vogliono disturbare, e per questo non chiedono
mai niente.
Se sono lontani dai nipotini, li pensano e magari chiudendo
gli occhi possono fingere di giocarci insieme.
Capiscono la grandezza di un video gioco attivo, colorato, rispetto a un nonno che magari non tiene bene gli sfinteri, e poi non ha più quella eleganza che per i bambini
si trasforma in cattivo esempio, in un'esperienza di pessimo gusto.
E si buttano via e ci si convince che a una certa età è meglio andarsene, e si partecipa a corsi di eutanasia e di diritto di morte, promossi dai figli.
Ma mai nessun vecchio chiede di morire, semmai di esistere un
poco di più, anche se la vita di un vecchio occupa tempo e costa, costa troppo.
Il vecchio non produce e non può candidarsi a farlo come ha il
diritto di sperare un disoccupato. Il vecchio è un negativo e la vecchiaia, una
malattia incurabile.
Si dovrebbero trovare dei ruoli attivi anche per la vecchiaia,
inventare qualche funzione per diminuire, per ammortizzare
i costi. Fame una categoria vicina a quella degli emarginati, degli
extracomunitari, dei quasi-uomini e in questo caso dei quasi-vivi.
Funzioni facili, persino banali, ma utili. Vigilare davanti
alle scuole per la sicurezza degli alunni. Fornirli di paletta, di quelle vere da
vigili e così permettere a chi esce da scuola di potere attraversare la strada
senza il rischio di essere investiti. Impiegarli nei centri di emergenza ad
attendere le telefonate di chi è disperato.
Funzioni che almeno decorano di significato il loro
non-significato e riempiono il vuoto del non sapere cosa fare per diminuire il
peso che l'umanità non può sopprimere senza mostrarsi di mostro. E allora la
società, pur sapendo cosa converrebbe fare, trova un posto agli anziani che
accettano anche senza compenso, poiché basta avere un senso: indossare una
divisa, rispondere al telefono sostenendo che la vita è un bene da mantenere
sempre e, se lo dice un vecchio, deve proprio essere vero.
Intanto la cultura, che è,contro l'uccidere, sta divulgando
la filosofia della buona morte, dell' eutanasia. E fa sentire fieri di avere in
tasca il lenimento, la pillola del run away, dell'andarsene.
Non si usa più il termine morte, ma appunto parole che sanno
di viaggio, magari low cost, e di un itinerario lontano, tra scenari che
nessuno ha mai visto o mai riferito.
Il golden trip, il fly forever. Funzioni che
tengono conto che nel vecchio c'è un residuo di funzionalità del corpo e, a
seconda degli organi ancora attivi, si trovano impegni a costo zero.
Un nuovo sfruttamento dell'uomo, un mercato nero della vecchiaia. Una funzione da eunuchi dell'harem.
La soluzione più efficace è sempre nell'andarsene con la benedizione e con gli auguri dei parenti.
Ricordo la storia di Eugenio.
Aveva ottantadue anni. Nessuno dei figli poteva tenerselo in casa. Lui si era affidato a una badante delle
Filippine, una giovane donna che gli voleva bene, che forse vedeva in quel volto
smagrito e in quel corpo ricurvo il proprio padre che mai avrebbe potuto
incontrare, essendo fuggita dalla povertà e dalla morte.
Il suo compito era di rispondere ai bisogni di quel vecchio, e aveva accettato di fare due turni a un prezzo ancora
più favorevole, e così tornava a casa solo per la notte.
Lui si trovava bene con Gilda, così era stata ribattezzata
dal vecchio, e chiese di averla anche al terzo turno. Così finì per essere
l'unica persona che si occupava di lui, con un'attenzione che sembrava persino
amore, addirittura venerazione al confronto con il trattamento che riceveva dai
figli sempre di corsa.
Gilda rispondeva a tutte le richieste che un vecchio fragile
poteva avere, e lo faceva con una grazia che lo colpì: gli era sembrato di scoprire in quella donna un volto
dell'umanità che gli era sfuggito o che forse non ricordava più.
Un giorno le disse di provare affetto per lei e volle farle un regalo, non diversamente da quello che donava ai figli.
Eugenio, a ottantadue anni, si era innamorato e non c'erano
certo forze impulsive sessuali: ormai quell'organo funzionava male anche per
un'operazione fisiologica semplice, come eliminare le scorie attraverso
l'uretra.
È tutta un'altra cosa avere vicino una che ti vuole bene. E lui lo sapeva poiché spesso le ricordava la moglie, che
però se n'era andata da tempo, portata via da un tumore che spezzò un legame
d'amore che nei vecchi talora acquista una funzione ancora più rilevante: non
colora solo la vita ma la permette.
Ora prendevano il caffè insieme, si coricavano nello stesso
letto, si chiamavano per nome e lui la compensava come si fa con una donna amata
e non con un'impiegata al servizio della vita zoppa di un vecchio.
Ne diede la notizia alla figlia maggiore in una delle rare
volte in cui venne a trovarlo; non aveva avuto il coraggio di farlo al telefono
che si usa per contatti molto più formali.
E lei perse il ben dell'intelletto, perché non solo licenziò
la badante, ma la portò davanti al giudice per farsi restituire quanto aveva
avuto in più dello stipendio. E così Eugenio, che chiedeva di poter vivere
liberamente, si ritrovò in una clinica sottoposto a una valutazione peritale che
lo definì incapace di intendere e di volere e dunque bisognoso di una tutela che
venne data alla figlia.
Così finì un amore «osceno» che, sentenziarono, era stato in
parte promosso per sfruttare un vecchio incapace e in parte da lui voluto per
una impossibilità di rendersi conto che tutto quell'amore non era nient'altro
che un raggiro per privarlo dei beni che ancora possedeva.
Eugenio morì in una casa di riposo e Gilda fu rimpatriata
dopo essere stata condannata per sfruttamento di incapace.
Si trattava di un amore che poteva dare alla vita una
colorazione di gioia invece che finire in un deposito, in una discarica di
rottami.
Divenuto vecchio, mi sono convinto che molte malattie sono
benedizioni dell'età, sono meccanismi difensivi rispetto alla cattiveria della
vita, dall'accanimento contro chi non risponde più con la rapidità del vento e
non ha l'eleganza e l'agitazione degli uomini di successo.
La prima malattia benedetta riguarda i sensi.
La presbiopia permette di vedere le cose lontane e non le vicine. Tiene nascosta persino l'effigie del proprio
volto, la cute cadente del proprio petto, l'atonicità della muscolatura che
significa debolezza. Non permette nemmeno di delineare il volto dei propri
parenti, con quel ghigno di sopportazione, soprattutto con quel naso levato e
drammaticamente stizzito di quando il vecchio non emana profumo, magari di basso
prezzo, ma quegli odori che sono propri di un'età in cui non si pensa più
nemmeno al corpo, poiché farlo significherebbe rendersi conto di quanto cadavere
uno si porta appresso. Così con la presbiopia non vedi nemmeno la faccia di chi
ti incontra, non ti accorgi dei gesti di intolleranza e di sopportazione che
promuovi.
Invece puoi guardare lontano e trovi gente e cose che non ti
toccano, non ti appartengono, non ti inglobano, come assistere a un film che
parla di vite differenti dalla tua.
A questo difetto se ne aggiunge un altro che si chiama
presbioacusia: non si percepiscono i suoni, se non quelli acuti, e le parole se
non quelle gridate.
Un vero dono del cielo, così non senti quasi nulla e ti pare
di vivere in un mondo migliore. E soprattutto non si sente nulla dei vicini, che
sono quelli che ti sopportano, che frenano le espressioni vocali e si limitano
per lo più ai pensieri, ma talora sbottano e, anche se tra i denti, ti
augurano di crepare subito e sperano di accompagnarti per l'ultimo viaggio al
cimitero dove verrebbero a trovarti volentieri.
Hanno inventato le lenti correttive per la presbiopia e
apparecchi che fanno ancora sentire i sussurri d'amore che uno compone sempre
per un altro e mai per un vecchio.
Non si devono usare mai.
Questi difetti sono meccanismi difensivi che aiutano la vecchiaia a vivere. Che bello poter dire «non ho sentito,
non ho notato, non me ne sono accorto». Una strategia che va ampliata rispetto
al limite di presbioacusia o presbiopia finora raggiunti. In questo modo si
finge di non essere allerta e di ignorare la cattiveria dei vicini, dei propri
cari.
Ma c'è un altro dono della vecchiaia, della sua biologia, è
la perdita della memoria: diminuisce quella recente a vantaggio dei ricordi
lontani.
È dello stesso ordine dei disturbi sensoriali: si ha la
possibilità di non ricordare gli sgarbi subìti or ora, gli impegni e le cose che
vorrebbero importi e così continui a fare ciò che gradisci.
Ma soprattutto puoi riempire la tua mente tirando fuori da
quell'enorme deposito del passato i fatti gradevoli che si possono persino
migliorare ed elaborare nel riviverli.
La memoria infatti si risistema sempre e un dato viene
associato a un altro e così un evento felice si aggiunge a uno gradevole e si
può persino sorridere guardando il passato, mentre nel presente ci sarebbe solo
da piangere.
Non si ricordano i numeri di telefono, non si ricorda cosa si
è consumato a tavola al refettorio della casa di riposo, mentre si conosce nei dettagli la cenetta fatta con il
primo amore e si ha l'impressione di rivivere un'eccitazione che ha dimensioni
ora possibili solo nella memoria.
È meraviglioso dimenticare le cose sgradevoli e invece
rivivere ricordi pieni di gioia e fare una sintesi, un montaggio che tagli
l'orrore della vita, tutti i lutti attraverso cui si è passati per restare solo.
Attorno c'è solo odio o sopportazione, nella memoria ci sono
i vecchi amori, quello della compagna che non c'è più, ma anche le scappatelle
sempre negate che non cambiavano la storia, ma davano una colorazione di
avventura a chi della figura di Ulisse non ha avuto proprio niente. Un dessert
per uno che ha sempre mangiato pastina in brodo e un pezzo di formaggio magro
con pane nero, credendo alle fibre vegetali.
E in una sera puoi ripetere tutti i peccati di una vita e
magari ne ricordi uno che avevi dimenticato solo perché la memoria era piena di
presente e non lasciava spazio al passato, alla nostalgia che nel vecchio è la
ricchezza maggiore: un bagaglio che io non venderei nemmeno a peso d'oro.
Ma c'è un dono ancora maggiore che gli dèi hanno dato alla
vecchiaia: la demenza.
Si tratta di quel processo che porta a perdere lentamente
le capacità mentali relative ai processi cognitivi e alla comprensione della
realtà che ci circonda. Riguarda l'attenzione per cui progressivamente non si
riesce a soffermarsi su aspetti della realtà, percepita ora come se il
periscopio si muovesse senza un ordine e senza mai focalizzare per valutare il
senso delle cose notate. Si giunge persino a non riconoscerle affatto, pur
avendo carattere di familiarità.
Si estende, poi, alla capacità associativa, che si fonda sul
criterio dell'analogia e della similitudine, per cui albero si lega a frutto e
poi a radice e ancora a campagna o a natura.
Tutto questo ordinamento si rompe e quindi un elemento
perde la propria specificazione, non rientra in alcuna categoria, poiché sono
proprio le categorie a non funzionare.
Se l'amnesia si riferiva a memorie vicine e lontane e le
differenziava con una preferenza netta per i ricordi passati, ora subisce una
sorta di anarchia finendo per non ripresentare i dati in un qualche ordine, e
quindi in una sequenza di accadimento temporale o di simmetria e analogia, ma
raggiungendo la confusione e quindi la mancanza di significato. Come vedere un
film con le immagini montate a caso. E per di più senza l'attenzione e le
associazioni per fame una qualche ricostruzione. Tutto passa senza senso e senza
che si sappia cosa il senso sia.
La demenza è la impossibilità di capire il mondo e di
pensarlo. Non si riconosce un proprio familiare, si ignora di avere un nome e
quale. Il tempo ha perduto il senso della durata e nessuno più ha un'età. Il
vecchio finalmente non è pieno di anni, poiché lo stesso termine non indica
nulla, è un rumore che si può ripetere e usare in un gioco di suoni per comporre
una filastrocca casuale.
Dopo aver tanto pensato, riflettuto, magari composto sistemi di
valutazione e di comprensione filosofica, tutto diventa senza significato, come
se ci si trovasse al di sopra del senso.
Io credo che la demenza alla fine della vita, come parafrasi
della impossibilità di capire e della perdita dei legami
fragili della consecutio temporum e del rapporto di causa-effetto nonché
della spazialità, sia piena di significato proprio perché esprime la inutilità
del faticare a pensare e quanto fragile sia la struttura del pensiero.
Nella demenza si giunge a fare del singolo vecchio uno
sconosciuto, un ineffabile che non sa di essere, e così può essere nulla o
tutto. La demenza nel vecchio sopportato e abbandonato ha il sapore di una
grazia capace di riportarlo, finalmente, dentro la natura: come un filo d'erba
che non sa di essere e tanto meno di apparire in una classificazione di specie e
di genere che un uomo folle ha compiuto senza essere nemmeno erba. Come una
farfalla che, passata da bruco a crisalide, diventa capace di volare con la
grazia di un angelo, eppure ignora di avere un senso e non si chiede il perché
del suo volare e non sa che serve per portarsi dietro un po' di polline affinché
il prossimo anno un fiore profumi ancora in quel prato. Come una formica, come
il virus che si è attaccato al mio costato e che mi morsica e compie drammi del
dolore senza sapere di essere e di essere attaccato a uno che grida dal male e
domanda in base a quale giustizia questo virus abbia prodotto le piaghe sul suo
corpo.
Grazie alla demenza un uomo può finalmente vivere gli ultimi
anni della vecchiaia e giungere a morire senza sapere che cosa sia la morte e
cosa la vita, e cosa significhi sapere o non sapere di essere demente invece che
intelligente.
Perché mai un vecchio sistemato entro una topaia umana deve
poter capire dove sia stato posto? Perché deve sperare di avere la mente
funzionante per protestare con l'ospizio che lo maltratta? Perché mai occorre
mantenere la capacità di riconoscere il valore del denaro, come segno decisivo di trovarsi in un rapporto di realtà normale,
quando serve solo a svelare che ti stanno prosciugando i risparmi e ti stanno
imbrogliando?
Meglio rimbecillire e così sorridere inconsapevole al tuo benefattore che si trasforma sempre in persecutore.
È invece bellissimo farsela addosso e obbligare gli altri a
cambiarti come un bambino quando ha ancora i ,