HANS URS VON BALTHASAR
CHI È IL CRISTIANO?
MEDITAZIONI TEOLOGICHE
QUERINIANA BRESCIA 1966
Titolo originale Wer ist ein Christ? Benziger Verlag, Einsiedeln, 1965
Traduzione dal tedesco di GIOVANNI VIOLA
II - DIO DIETRO LE SPALLE O CRITICA DELLA TENDENZA GENERALE
L'AMBIGUITÀ DI CIÒ CHE È NECESSARIO
Una grande revisione radicale di tutto l'arsenale
ecclesiastico è in atto. Avviene in queste circostanze, come quando si nota una
macchia di ruggine su un'arma piuttosto antica; la macchia evidente guida lo
sguardo al rilievo di altre più difficilmente visibili, ed ora l'intera arma e
l'intera armeria appaiono antiquate, ed infine quasi l'intero edificio viene
sgombrato e si progetta il disegno del restauro. Ciò porta molto movimento, e
quando c'è molto movimento, c'è in apparenza vita, iniziativa, tendenza ad una
meta; il che è già molto in istituzioni note per la loro lentezza. Chi non vede
che miglioramento, aggiornamento, essere up-to-date, nel loro complesso
sono una lodevole attività; che oggi, nel segno di questo rinnovamento, avviene
una quantità di cose buone, anzi molto importanti, consolanti, addirittura
indispensabili? E come nelle grandi pulizie di primavera è raro che si incominci
senza una certa atmosfera dionisiaca delle donne di servizio e delle donne di
casa, si perdonerà ai cristiani di oggi una simile esaltazione dei sentimenti,
anche quando la festa - come in molta parte del giovane clero - minaccia di
degenerare in veri saturnali, in cui tutto ciò che infrange l'ordine tedioso
sembra permesso e comandato, purché sia molto moderno ed aperto.
In occasione di questa 'distruzione' creatrice e di questa 'svolta' ispirata,
non è necessario essere molto acuti per porre la domanda quale sia la copertura
aurea di tutta questa moneta cartacea. Una svolta in campo ecclesiastico fu
sempre almeno congiunta ad una conversione, e quanto più la conversione raschia
a fondo, tanto più deve far male, diversamente è probabile che siano solo
parole. Perciò, quanto abbiamo intenzione di pagare per la nostra riforma? Non
soltanto con cose di cui poco ci importa
- ad esempio
prestigio storico -, ma con cose che toccano la carne viva? Oppure pensiamo di
potercela cavare ancora una volta con un semplice accomodamento? Di fatto sembra
affiorare in tutte queste imprese una falsa prospettiva, per cui l'intera
tendenza muove sotto il seguente segno: fuori ad ogni costo da uno splendido
isolamento, che alla fine diventa poco piacevole; perciò avvicinamenti,
affratellamenti, discese da troni e piedestalli, collegializzazioni,
democratizzazioni, facilitazioni, livellamenti verso il basso (non ce ne sono
verso l'alto), massima presenza possibile in tutto ciò che appare di oggi, di
domani e di posdomani.
Chi vorrebbe negare che con queste discese, con questi abbandoni di altezze
passate, in molti casi, forse nella maggioranza dei casi, si fa e si ricupera
semplicemente qualcosa da lungo tempo atteso, da lungo tempo maturo, e che
proprio questa direzione è quella evangelica originaria, poiché 'il maggiore tra
voi' dev'essere come il servo di tutti, perché Cristo ha da sempre proibito
chiaramente e rigorosamente tutti i titoli (come 'maestro' o 'padre', abbé,
abbas, papa, ecc.), ed egli stesso, quantunque nostro padrone, si è umiliato a
servo di tutti? In quanto, quindi, con queste discese si ricupera alfine
qualcosa che è realmente maturo da tempo - con un ritardo
quasi incomprensibile -, ci si deve senza dubbio felicitare, quantunque non si
possa soffocare la domanda circa i moventi per cui questo frettoloso ricupero
avviene.
La Chiesa, si dice, per apparire degna di fede deve anche essere all'altezza dei
tempi. Seriamente inteso, ciò significherebbe che Cristo, quando comp1 la sua
missione, che era uno scandalo ed una stoltezza per i giudei ed i pagani, e morl
sulla croce, fu all'altezza dei tempi. Veramente queste cose spiacevoli
avvennero al momento giusto, nel tempo voluto dal Padre, addirittura nella
pienezza dei tempi, esattamente quando Israele fu maturo a schiudersi come un
frutto, ed i popoli maturi ad accogliere questo frutto nei loro campi aperti. Ma
Cristo non fu mai moderno, e neppure, se Dio vuole, lo sarà mai. Né lui, né i
suoi discepoli Paolo e Giovanni, hanno mai pronunziato una parola a favore della
modernità politica o gnostica. Di qui la semplicissima conclusione che tutti i
nostri movimenti possono avere soltanto come motivo il togliere dal mondo
scandali falsi, non cristiani, per far apparire più chiaramente il vero
scandalo, insito nel mandato della Chiesa. Tutto questo, quanto sarebbe
salutare!
Con ciò avremmo già qualcosa come un criterio base per una possibile discrezione
degli spiriti; degli spiriti, cioè, che animano segretamente la moderna tendenza
ecclesiastica. E se il cristiano acquistasse almeno la consapevolezza che tutte
queste imprese umane, appunto perché a prima vista sono cos1 univoche, hanno
urgente bisogno del giudizio cristiano, e sono un'arma a doppio taglio,
ambigue e diventano forse pericolose proprio nella misura in cui danno
l'illusione di contenere già l"unica cosa necessaria' e, rassicurando le
coscienze, le esonerano dalla ricordata conversione, si sarebbe già ottenuto il
più. Il giudizio né precede né segue le imprese dei cristiani, ma sta nel loro
bel mezzo. Le pone continuamente in discussione con la domanda: avvicinano esse
a Dio o allontanano da Lui? Hanno Dio dinanzi al proprio sguardo teso nella
ricerca, oppure l'hanno alle loro spalle?
Nel caso specifico dei cristiani che operano la riforma, aver Dio dietro le
spalle significherebbe aver costantemente conoscenza di Dio, della sua
rivelazione, del suo contenuto e portata, della Chiesa, dei cristiani e, forniti
di questa conoscenza bell'e fatta, affrontare gli incontri col mondo cristiano,
non cristiano, anticristiano. La conoscenza che queste persone portano con sé è
sicura e sufficiente, anche se naturalmente solo sommaria, ridotta ad un paio di
concetti fondamentali. Ma la riduzione avviene legittimamente in vista del
progettato incontro con il mondo moderno, o, come i nostri teologi amano dire
con enfasi e con un arguto sorriso (non credo infatti che con ciò essi esprimano
una tautologia), con il moderno mondo mondano. Essi hanno quindi conoscenza di
Dio e della rivelazione; per loro la domanda è soltanto questa: come dirlo a mio
figlio? Essi provengono da Dio ed aspirano al mondo moderno. Hanno Dio dietro le
spalle ed il mondo dinanzi a sé. Non contesterebbero che, per essere mandati da
Cristo nel mondo, occorre prima essere stati abbastanza a lungo presso Lui.
Pensano di averlo fatto. Si trovano nell' azione e suppongono con buona
coscienza, dinanzi a sé e dinanzi agli altri, di aver portato a termine la loro
contemplazione. E nel caso la coscienza talora ricordasse loro che nella
contemplazione non hanno ottenuto un attestato di maturità, o che hanno fatto
fiasco alla maturità, la loro coscienza si consola presto con il motto:
contemplativus in actione, il che praticamente significa: chi agisce è
contemplativo a sufficienza, non c'è maturità maggiore dell'azione.
È questo il motto di moltissimi cristiani moderni - chierici e laici - dei quali
si deve temere che abbiano fatto ricorso al termine missione, per mascherare col
vangelo la loro fuga da Dio. Con ciò è mostrata l'acutezza della crisi in cui si
trova l'odierna tendenza ecclesiastica nel complesso e nei particolari. Questa
crisi non significa che essa - in quanto progetto, movimento e risultato - sia
da condannare, ma piuttosto che resta continuamente da giudicare mediante un
giudizio cristiano, perché nella apparente univocità si nasconde in ogni caso
una segreta ambiguità: andare da Dio al mondo può essere autentica missione
cristiana, un compito cristiano per il mondo, ma può anche essere fuga
dinanzi a Dio, paura dinanzi allo scandalo della croce, tradimento di Cristo.
Tutte le cose hanno il loro rovescio, soltanto Cristo non l'ha.
TENDENZA BIBLICA
Nel mondo cattolico di oggi il ritorno alla parola di Dio è
esaltato come il segno più bello e più chiaro di speranza, e non si può dubitare
che tale sia realmente. È un fatto elementare che la rimozione di tutti i veli
che nascondono la vista dell'origine cristiana - veli sarebbero tutte le
formulazioni posteriori ecclesiastiche, catechetiche, dogmatiche della
rivelazione - avvicina alla verità di Dio e di Cristo. In questo
movimento il cristiano vuole 'sentire, vedere, toccare' la 'parola di vita', ora
che finalmente gli è permessa. Rimaniamo sconcertati dinanzi all'oscuro passato
in cui tanti fili spinati erano tirati attorno al testo sacro e, toccandoli, ci
si poteva tirare addosso la scarica elettrica di una scomunica, allo stesso modo
del popolo ebraico che non poteva toccare le pendici del Sinai senza morire.
Oggi è caduto lo stesso muro millenario della Volgata che, anche dopo i lavori
degli umanisti sul testo originario, ne sbarrò a lungo l'accesso. Si
moltiplicano traduzioni e commenti per soddisfare al bisogno che la folla, la
quale per la prima volta entra nella terra promessa del testo originale, ha di
comprendere. E certamente la Chiesa avrà da riempire tutte le mani per saziare
questa sete della parola e mantenerla pura: essa che ora soltanto, in unione con
l'indagine extra-cattolica ed extra-cristiana, ha incominciato a studiare il
testo della Scrittura in base ai principi di una moderna critica
storico-letteraria.
Non è il caso di smorzare la gioia di questo inizio. Essa tuttavia è resa umile
dal sapere che il moderno movimento biblico cattolico non deve, come quello di
Lutero, la sua origine primariamente ad una elementare brama della parola
originaria di Dio che sta dietro la scolastica e la dottrina della Chiesa, ma
essenzialmente alla convinzione di esegeti intelligenti che la scienza biblica
cattolica non poteva più continuare come nel passato senza rendersi ridicola a
tutto il mondo scientifico. Con infinita fatica la navicella di una esegesi
rispondente ai tempi dovette essere pilotata attraverso Scilla e Cariddi di
incombenti condanne ecclesiastiche - fino in epoca recentissima - per giungere
infine alla relativa sicurezza di un libero studio oggettivo. Certamente, a mano
a mano che la scienza giungeva all'aria libera, anche in vaste cerchie il fuoco
nascosto s'innalzava in libera fiamma, e questa reagiva sullo studio
incoraggiando e favorendo. Ciò nonostante il carattere umiliante degli inizi non
dovrebbe sparire completamente dalla memoria: il fatto, cioè, che noi cattolici
abbiamo avuto bisogno di tanto tempo per sviluppare il postulato che ci è più
proprio, dopo altri che da tempo, fuori della nostra Chiesa, l'avevano elevato a
loro distintivo.
E poiché tutte le cose all'infuori di Cristo hanno il loro rovescio, anche
l'apparente univocità del movimento biblico non rimane senza ombre. Anzitutto il
processo cattolico di ritorno all'indietro non è univoco: tra le due guerre
mondiali la parola d'ordine diffusa era: rinnovamento - dietro una (neo)
scolastica addomesticata, irrigidita - dei Padri della Chiesa. In molti questa
'primavera patristica' non era che estetica; non era abbastanza critica per
durare a lungo. Oggi, da tempo, c'è di nuovo un autunno patristico a favore di
una 'primavera biblica'; e si è non poco inclini a porre l'intera tradizione
esegetica, sia patristica (da prima platonizzante, poi
costantiniana-politicizzante), sia scolastica, sotto un forte sospetto di
ideologia, praticamente in modo non molto diverso da Lutero che aveva screditato
la prostituta ragione. E non si riflette che colui che pensa fa anche già
filosofia, e che colui che non esamina i suoi presupposti di pensiero, cade
tanto più sicuramente in una grossolana ideologia, ad esempio in quella dell'
'uomo moderno', Dall'altra parte, e come conseguenza, il nuovo procedere
cattolico, che aspira a ritornare alle origini, incontra un nuovo procedere
protestante che muove in senso contrario e cammina veloce: dalla Bibbia aspira
al presente e si è scelto come orizzonte e criterio l"uomo moderno' e come
strumento ermeneutico la 'filosofia moderna' (Heidegger). Ciò che l"uomo
moderno' può comprendere, ciò per cui ha antenne, ciò che religiosamente lo
aiuta e gli giova: questo dev'essere annunziato, il resto dev'essere liquidato
come mitico. Si riconosce da lontano l'ambiguità di una simile posizione; essa
tuttavia può significare il peggio e poi nascondere nuovamente in sé uno spunto
per il meglio: il peggio, in quanto l"uomo moderno' (veramente un'entità
mitica!) viene elevato a misura di ciò che la parola di Dio deve dire e non
dire, può aspettarsi e non aspettarsi dall'uomo; il meglio, in quanto l'esigenza
sta nell'esprimere, nel meditare, nell'assimilare, in modo originale e nuovo per
ogni tempo, l'intera rivelazione. Il processo cattolico di ritorno all'indietro,
al pari del popolo d'Israele quando entrò in Canaan, non approda ad una terra
vergine: 'Nel paese abitava il Cananeo', il che significa che non soltanto ci
furono subito guerre, ma che dopo la conclusione della pace, la coesistenza con
la popolazione indigena divenne ancor più problematica, anzi infausta.
Considerata nel suo complesso, questa inattesa difficoltà, nel bel mezzo di una
fiduciosa spedizione di conquista, è salutare, perché obbliga ognuno a prendere
la parola di Dio per quel che è: appello ad una decisione assoluta. Chi non è
per me, è contro di me, e viceversa: chi non raccoglie con me, disperde.
Scientificamente neutrali ci si può mostrare al massimo in uno stadio
preliminare; chi indugia troppo nella fase preliminare, sembra evitare la
decisione od averla presa in senso negativo e maschera ciò col pretesto di
scienza.
TENDENZA LITURGICA
Altra verità: il movimento liturgico nella Chiesa è un
fenomeno dei più consolanti; ha vinto resistenze secolari, ha risanato abusi
risalenti fino alla giovinezza della cristianità, ha incominciato a rendere
nuovamente evidenti cose che avrebbero dovuto essere sempre tali. E il risultato
della riforma della celebrazione liturgica, d'un fatto ecclesiastico apparentemente
isolato, fa sentire il suo influsso in tutta la struttura deUa Chiesa e quindi
nella concezione viva che la Chiesa ha di sé come popolo di Dio e come corpo e
sposa di Cristo: è toccato un nervo centrale, e l'intero organismo reagisce in
tutte le sue membra. Non il clero, ma la comunità, la ecclesia qui
adunata e divenuta concreta, celebra la cena commemorativa, in cui il suo
Signore si rende corporalmente presente ed inserisce corporalmente in sé, nel
senso più originario, i radunati che si cibano del suo corpo, li fa suo proprio
corpo. Che ciò avvenga nell'ordine che Paolo desidera, (I Coro lI-q,
quantunque qui non compaiono ancora dei ministri ufficiali) e che appare
realizzato nel modo più bello in Ignazio d'Antiochia
-
comunità schierata attorno ai vescovi -, con ampia suddivisione di uffici e di
mansioni, la cui differenziazione corrisponde in parte alla carismatica
ecclesiastica; che la Scrittura sia letta al popolo in una lingua comprensibile
e spiegata in una omelia, e quindi l'omelia sia spiegazione fedele e non un
qualsiasi 'discorso' o 'predica' su un tema qualunque; che l'ambiente della
Chiesa, non appena esso deve superare la ristrettezza di una sala privata,
corrisponda alle necessità di una simile assemblea della comunità attorno alla
mensa del Signore per quel che riguarda l'ambiente, la disposizione dei posti,
dell'altare, del pulpito, del fonte battesimale, l'ornato decoroso ed attraente,
ecc.: chi non vede come oggi tutto ciò ha acquistato in verità oggettiva, che
parla da sé, col ritorno all'essenziale?
Tuttavia anche tutto questo non è univoco; lo si riconosce esternamente dal
fatto che persone anziane, le quali non riescono e non vogliono ritrovarsi nel
nuovo ordine del servizio divino, vi si oppongono non solo per spirito di
tradizione, ma perché vedono trascurati e addirittura votati a sparire dei
valori che per essi erano più cari. Di che cosa sentono la mancanza?
Dell'ambiente spirituale, del silenzio con cui va circondato il mistero. Non
avviene forse la cosa più incomprensibile di tutte? Non diviene forse presente,
al di là dello spazio e dei tempi storici, il centro del tempo, in cui il Figlio
di Dio, carico del peccato del mondo, del mio peccato, colpito dal fulmine del
giudizio di Dio, scende nella notte eterna? In questo avvenimento non c'è ancora
una 'comunità', non ci sono che tutti questi atomi peccatori, di cui anch'io
sono uno; e come può la successiva comunità, la cui luce si accende a quella
improvvisa eclisse apocalittica, ricordarsi dell'ora della sua nascita, anzi
celebrarla nella fede e nel sacramento come qui presente, senza immergersi nella
più profonda adorazione?
Ma dove rimane questa adorazione nelle nostre funzioni liturgiche recentissime?
Ritenendo che essa sia superflua, oppure che il popolo della Chiesa non sia
abbastanza maturo per meditarla, la fantasia del clero si adopra di riempire il
tempo in modo utile e vario fin nei minimi angoli.
Le scene rumorose si susseguono senza interruzione; quando non si recitano
preghiere o non si leggono e spiegano le S. Scritture, si deve cantare e
rispondere; abbastanza spesso persino il canone viene recitato e parafrasato dal
pulpito con il microfono. Si tenga presente che quasi nessuno dei presenti
durante la settimana ha tempo ed occasione per un più profondo raccoglimento;
che le loro anime nella funzione domenicale devono anche personalmente riposarsi
e prendere fiato; che Dio parla loro soprattutto nel silenzio; che il servizio
divino della parola incornicia, è vero, la parola di Dio -
come la predicazione e la preghiera -, ma che è indispensabile l'atto della
ricezione, della personale assimilazione nel silenzio, salvo seminar tutto sulle
pietre e tra le spine.
Certamente una bella funzione comunitaria produce anche una specie di
soddisfazione. Il parroco è soddisfatto della comunità quand'essa ha collaborato
a dovere; la comunità è soddisfatta di se stessa per essere riuscita a compiere
una celebrazione spirituale cos1 bella. La Chiesa soddisfatta di se stessa e il
godimento spirituale della comunità sono proprio ciò che di solito rimproveriamo
alla celebrazione comunitaria pietistica e protestante liberale. Sarebbero
allora giuste le maligne analisi di Karl Barth, che avvicinano Schleiermacher ed
il cattolicesimo - come corpo mistico che glorifica se stesso -, oppure le
sinistre parole di Arnold Gehlen, che mirano allo stesso scopo:
«Io ritengo che in molti cuori Dio sia divenuto troppo umano e che esista un
nuovo tipo di secolarizzazione della religione, che questa volta non passa
attraverso la mondanizzazione materiale, bens1 attraverso la morale. Allora
l'umanità diviene soggetto ed oggetto della sua propria glorificazione, ma
nell'incognito della religione cristiana dell'amore... La morale degli
intellettuali ordinata al rapporto della coscienza col mondo si presenta... in
entrambe le forme: la prima, di derivazione illuministica, come etica della
solidarietà nel mondo presente intesa in senso progressista, ed in secondo luogo
nella or ora citata celebrazione neocristiana dell'umanità ad opera di se stessa
in nome di Dio» (3).
TENDENZA ECUMENICA
La separazione delle Chiese è il più grave scandalo pubblico
della cristianità. Nulla lo può scusare, neppure nelle sue cause o nelle sue
conseguenze, che sono la perdita di credibilità nella missione cristiana interna
ed esterna. Tutto ciò che aiuta a ripararla è a priori nella direzione della
volontà salvifica di Dio. Se in genere ha potuto acquistare forza il pensiero
che in tale questione si debba fare qualcosa; che, nonostante tutto,
antichissimi congelamenti senza speranza si debbono fondere: ciò non si può
comprendere se non per via di un miracolo della grazia dello Spirito divino, che
pur nella sua libertà ha ascoltato anche le preghiere ed i dolori dei cristiani
dell'una e dell'altra parte.
Noi facciamo tutto ciò che è in nostro potere, non ascrivendo nulla a noi
stessi, ma tutto all'onnipotente Spirito creatore. Ed avendo incominciato cos1 a
sperare, diamo anche per il futuro il primato alla speranza, contro tutti i
contraccolpi, contro tutte le impossibilità ancora cos1 manifeste. Soltanto lo
Spirito di Cristo può abbattere questi muri divisori, e non noi con la nostra
miglior volontà, con tutta la nostra prudente diplomazia teologica. Sarà buona
cosa se, proprio qui, noi badiamo con accresciuta diffidenza alle occulte
ambiguità delle nostre imprese e le sottoponiamo continuamente al giudizio della
parola di Dio. Tuttavia l'esigenza non è facilmente realizzabile: tentare
personalmente tutto ciò che è in nostro potere e favorisce lo spirito di unità
di Cristo, senza far nul. la che prevenga in modo puramente umano questo
spirito con costrizione 'tecnica', 'magica'.
Sarebbe così ovvio dire: accentuiamo ciò che unisce e lasciamo in disparte ciò
che separa. Ciò potrebbe essere più facile per i protestanti, dove ciò che
separa non consiste tanto in un meno, quanto piuttosto in un più, che viene
imputato a noi cattolici come illegittima eccedenza sul semplice messaggio del
vangelo. Per i protestanti la difficoltà sta nel comprendere che questo più,
cattolico, può essere reso perspicuo dal vangelo. Il dovere quindi dei cattolici
sarebbe di produrre questa possibile perspicuità e poi l'effettiva visione. Ma
in che modo? Si può dire a buon diritto che tutte le cose ecclesiastiche, anche
le proposizioni dogmatiche, sono relative, si riferiscono cioè al punto assoluto
della rivelazione di Dio in Cristo. Il corpo è relativo al capo; l'eucaristia è
relativa alla cena ed alla croce; la madre è relativa al figlio; il purgatorio è
relativo al giudizio di Cristo; l'ufficio ecclesiastico è soprattutto relativo
al sacerdozio di Cristo, e per i capi ufficio, non meno che per gli altri, è
vero che: «Uno solo è il vostro maestro, ma voi siete tutti fratelli». Ed ogni
dogma è relativo alla verità rivelata, che esso, circoscrivendo, sintetizzando,
vuole presentare in modo valido, ma non esauriente. La miglior dimostrazione di
questa giusta relatività, dinanzi ai fratelli di fede separati, sarà quella
esistenziale, a quel modo che Giovanni XXIII ha dato a tutto il mondo l'esempio
impressionante della relatività anche del supremo ufficio ecclesiastico. Oppure
come ogni concilio mette in evidenza la giusta relatività di un dogma in quanto,
senza comprometterlo, lo pone in nuovi contesti, scopre aspetti completivi,
ne smorza quindi l'apparente assolutezza e la
rimette nella corrente dialettica del modo umano di pensare e di parlare della
parola di Dio. Così ora, con non minore efficacia, la mariologia viene inserita
nell'ampia cornice di tutta l'ecclesiologia.
Ma proprio quest'ultimo esempio pone chiaramente dinanzi all'alternativa. Che
cosa significa qui relativizzazione? Con quale spirito, con quale intenzione,
con quale recondito disegno essa viene compiuta? Si tratta forse di attenuare o
addirittura di far sparire, senza darlo a vedere, i dogmi mariani, accendendo
altre luci più importanti, così come le stelle impallidiscono e scompaiono al
sorgere del sole? Si deve quindi dichiarare che ci si è propriamente ingannati,
che non soltanto si san verificate imprudenze ed esagerazioni pratiche di una
devozione unilaterale, non illuminata (che nessun uomo ragionevole contesta), ma
che anche in teoria ci si è avventurati troppo oltre i rami? Ciò costituirebbe
il suddetto metodo della sottrazione o livellamento. Ed è esso che, quando viene
presupposto, inquieta gli animi dall'una e dall'altra parte. Dall'una, perché lo
stesso cattolico non vede bene come la Chiesa possa lasciar cadere cose che ha
accanitamente difeso per secoli, per millenni. Dall'altra, perché ciò dà troppo
l'impressione di un gioco diplomatico poco serio, di cui si crede capace un
Vaticano politicante; la condiscendenza non sarebbe puramente esteriore e quindi
una trappola che poi subito si chiude, quando ci si è avventurati all'interno?
No, questa seconda via non è da seguire in campo ecumenico. Si deve seguire fino
in fondo la prima strada, molto più impegnativa e spiritualmente più faticosa.
Ma ciò esige da parte dei cattolici un duplice intenso lavoro teologico.
Anzitutto la genuina accettazione di tutti quegli aspetti della teologia,
predicazione e forme devozionali, che presso i fratelli separati possono aver
valore di espressione genuina (anche se diversa) della rivelazione cristiana
comunemente riconosciuta. Per la dottrina della giustificazione, che un tempo
separava così nettamente, la necessaria riflessione ha già fatto un buon
progresso; dovrebbe però essere portata a termine. Poi - e lo stesso dovrebbe
fare l'altra parte - esige sulle proprie posizioni una riflessione così
penetrante che, calandosi nelle proprie profondità, si possano incontrare le
posizioni altrui; ma a tal fine è necessario uno sforzo spirituale che
certamente non è compito di ognuno, e tanto meno può esserlo del laico, ma i cui
progressi e risultati dovrebbero essere a grandi linee attuabili dai
volenterosi, in modo che ognuno comprenda la convergenza senza potersi lagnare
di astuti compromessi o di stratagemmi diplomatici.
Ma una simile impresa quanto suppone che entrambi gli interlocutori abbiano Dio
davanti a sé e non dietro le spalle! Camminare piuttosto verso lui, come colui
che è sempre più grande e misterioso, che, secondo la frase di Agostino, «è
infinito, in modo da essere, anche se trovato, oggetto sempre di nuova ricerca
(ut inventus quaeratur immensus est)». Forse oggi i cattolici,
sufficientemente scossi nel loro sentimento di vita e nel loro pensiero
religioso, incominciano a poco a poco a comprendere in modo nuovo il senso di
questa frase. Forse dalla realtà del dialogo
ecumenico imparano che la rivelazione di Dio non si può mai
mettere in bottiglia e conservare in cantina; che le risposte, che essi traggono
da queste riserve, non convengono affatto alle domande odierne ben precise; che,
nonostante una tradizione ecclesiastica ed un magistero infallibile, la storia
del mondo va inesorabilmente avanti, le ore del destino possono essere
affrontate soltanto con una piena decisione personale; e che - compito
difficile! - l'intera tradizione dev'essere continuamente fusa nel momento
storico, in ordine al quale dev'essere concepita e formata in modo nuovo. Allora
veramente siamo anche sicuri dell'aiuto dello Spirito santo, allora esso ci
diviene sensibile, allora ci appare il senso di ciò che significa veramente
tradizione e che non acquista mai forma senza martirio, senza il rischio di vita
e di morte per una testimonianza totale. (2)
Che cosa sia il cristiano, in tali dialoghi dovrebbe stare con forza dinanzi
a noi, e non dietro di noi come qualcosa di già acquisito, su cui non ci sia
più da pensare. Ma proprio in questi dialoghi, come si dimostrerà in seguito, la
cosa è ancora controversa, perché per il cattolico è appunto qui l'importante:
non arrendersi, riducendo ed abbandonando il suo più, e non riposare finché non
l'abbia riportato, riflettendo, al nucleo del vangelo.
TENDENZA AL 'MONDO MONDANO'
Qui sta veramente il vertice ed il centro del mutamento. Qui
deve aver luogo il rivolgimento decisivo, liberatore; la Chiesa, eliminando una
sterile tendenza di autoconservazione, nel suo aprirsi ed irrompere nel mondo
deve destarsi alla sua vera essenza, e con ciò deve anche dimostrare che cosa
sia veramente il cristiano.
Per far risaltare nettamente questo pensiero lo si puntella da tutte le parti
con la storia e lo si rafforza per via di contrapposizioni. Anzitutto una volta
(cosi si dice) non c'era un mondo mondano, ma semplicemente un cosmo, sentito
nel suo complesso come religioso o, come taluni addirittura dicono, un cosmo 'divinizzato':
sotto l'egida di una illusione in qualche modo religiosa-primitiva l'uomo
avrebbe sentito vicina e presente la divinità dovunque nella natura; questa
illusione sarebbe stata brutalmente distrutta nel mondo moderno tecnico e
meccanizzato che domina la natura, il mondo sarebbe 'sdivinizzato' e totalmente
'umanizzato', ed in questo mondo freddo, disincantato, il cristiano sarebbe
invitato ad entrare senza paura e senza riserva. Poi la durezza della richiesta
viene sottolineata dal fatto che una certa innegabile fuga dalla realtà da parte
dei cattolici, dopo la rivoluzione francese e nel romanticismo, viene estesa a
paradigma di ogni atteggiamento cristiano del passato; indubbiamente a torto,
perché quella apertura al mondo c'era non soltanto nel movimento apostolico
della prima Chiesa, ma anche nel rischio tanto incerto, oggi giudicato in modo
cosi duro, della cristianizzazione dell'impero romano e del suo potere mondiale,
nella conversione dei barbari, nel dissodamento delle loro foreste e terre
incolte ad opera di monaci e di ordini cavallereschi, nel contenuto moderno
della grande arte, filosofia e letteratura occidentali, nella moralizzazione
delle civiltà e dei regni: qui riformatori e puristi hanno trovato dovunque
piuttosto eccesso che difetto di compenetrazione del mondo e di trasformazione!
Si rimanda inoltre ai movimenti ascetici del passato che,
a quanto si dice, in un primo tempo sarebbero stati di fuga dal mondo, a partire
dalla impressionante emigrazione dell'aristocrazia spirituale nel deserto, in
eremitaggi ed in conventi cenobitici, passando per i trattati medioevali del
disprezzo del mondo (de contemptu mundi) la cui responsabilità ricade sul
monachismo, per giungere fino alle sempre nuove ondate moderne di vita di
rinunzia nei consigli evangelici. Ma si fa notare con insistenza che queste
ondate, seguendo un segreto istinto cristiano, si introducono sempre più nel
mondo; dalla fuga dal mondo puramente contemplativa dei primi monaci san venuti
i Benedettini coltivatori, ad essi hanno fatto seguito i predicatori ed
evangelizzatori, i quali con la Compagnia di Gesù hanno abbandonato ogni
elemento c1australe e sono entrati profondamente nel mondo, ed oggi le comunità
secolari (instituta saecularia) percorrono in pieno le vie e vivono i
consigli evangelici in mezzo alla vita professionale moderna, non separati in
nulla dal mondo. E se in questi tipi di vita si poté realmente trovare per lungo
tempo l'avanguardia dell'esistenza cristiana, questa impressionante via
secolare, dal convento più lontano dal mondo fino all'esistenza più intima nel
mondo, è una chiara e forte parola dello Spirito santo. E da questa
inarrestabile direzione di marcia, appunto considerando il dinamismo del mondo
moderno, non si esiterà a trarre le ultime conseguenze: ciò che nei 'consigli
evangelici' si credette così a lungo di dover prendere alla lettera, è da
intendere soprattutto in senso spirituale: deve incarnarsi completamente, senza
l'estremo distacco di una verginità esterna, nello spirito di una piena umanità
del matrimonio cristiano intrepidamente affermata, casi come le esteriorità
dell'antica povertà devono umanizzarsi nel superiore distacco da ogni possesso,
e soprattutto l'eterna immaturità dell'obbedienza esterna deve realizzarsi nella
maturità del laico cristiano pienamente responsabile che vive nel mondo e
arrischia la sua decisione cosciente. Per avere dinanzi agli occhi il quadro
generale della tendenza non c'è più che da puntellare questi enunciati con
insinuazioni storiche di un nascosto atteggiamento 'manicheo', ostile alla
carne, dei cristiani antichi e medioevali, le cui tracce purtroppo sembrano
essere più che chiare nei comandi e divieti matrimoniali della Chiesa; non c'è
che da ricordare la naturale servitù di una umanità barbara, ancora infantile e
difficile da educare al dominio paternalistico dell'autorità ecclesiastica, alla
quale tuttavia si sottrae grazie al naturale processo di maturazione; non c'è
più infine che da aggiungere che in un'epoca casi specializzata le competenze
passano sempre più agli specialisti, conseguentemente in pratica si sottraggono
sempre più alle autorità ecclesiastiche, che in tal modo vengono limitate al
campo puramente spirituale. In questa tendenza il baricentro della Chiesa si
sposta inarrestabilmente, dallo stato sacerdotale e dei consigli al laico: egli,
in quanto Chiesa rivolta al mondo, radicata nel mondo, è il vero centro del
regno di Dio in terra. Nei suoi confronti il clero non è che una forza
ausiliaria, e la vita dei consigli non esiste che per ricordare simbolicamente
ai laici che essi stessi non sono semplicemente mondo, che inoltre il regno di
Dio non è ancor giunto in modo definitivo, ma il 'futuro' del Signore si
trasformerà in presenza aperta soltanto alla fine dei tempi. La vita di rinunzia
non è quindi che un segno, mentre la vita di consumo è la cosa indicata, e
parimenti il pastore ufficiale non esiste che in funzione del gregge, per il
bene del quale deve impegnare tutta la sua forza.
Se a questa visione del mondo si aggiunge ancora b teoria dell'evoluzione
biologica e la sua ingenua trasposizione nel campo della storia naturale e
soprannaturale dell'umanità, la tendenza diventa inarrestabile: ma ora per
l'umanità si tratta di prendere essa stessa in mano l'evoluzione cosmica e
mediante un'attiva pianificazione spirituale non solo condurre la storia del
mondo verso il suo completamento, ma con ciò anche preparare ed 'accelerare',
per quanto dipende da essa, il futuro del Signore.
Con questo spostamento di peso vien fuori, in modo impreveduto e come di
passaggio, anche una risposta alla nostra domanda principale: 'Chi è il
cristiano'? In ultima istanza è colui che inserisce più profondamente l'elemento
cristiano nella materia del mondo mondano, lo 'incarna' in modo più radicale.
Che cosa attendono infatti tutti i mezzi della grazia messi a disposizione: la
Bibbia, i sacramenti, la predicazione ecc.? Non altro che di essere tradotti in
vita ed in atto, e ciò avviene nella vita cristiana quotidiana, cioè
comune-mondana. Si realizzano così la parabola del lievito e le parole relative
al sale della terra, alla luce del mondo.
Tutto ciò sembra semplice e chiaro, liberatore anche (dall' oppressione del
clericalismo e dalla tutela di una ascesi straniata dal mondo) e, in un senso
incoraggiante, impegna tutte le nostre forze a tal punto che l'ambiguità di
questa tendenza quasi sparisce sotto tanti elementi positivi ed entusiasmanti.
Ma riappare subito se, a coloro 'che sono rivolti al mondo', si pone la domanda:
Che cos'è per voi cristiani l'elemento cristiano che pensate di incarnare nel
mondo? Quando si definisce un concetto, non lo si deve adoperare nella
definizione. Voi avete quindi sempre già - alle spalle -
un concetto dell'elemento cristiano (e quindi del cristiano), con cui operate,
quando progettate la vostra azione per il mondo. Non vorrete infatti dire che il
volgersi al mondo in quanto tale sia l'elemento cristiano? Anche voi
siete una parte del mondo e perciò non avete più bisogno di rivolgervi
espressamente ad esso. Questo atteggiamento lo si potrebbe attribuire al massimo
a Dio, che per sé non è 'mondo' e nel suo rivolgersi al mondo accorda ad esso
una 'grazia'. Per voi invece l'essere mondo è un fatto naturale ed un dovere
spirituale che su esso si fonda. O forse lo spirito cristiano che vorreste
apportare è il modo gioioso, fatto di dedizione responsabile, in cui pensate di
collaborare alla costruzione del mondo? Ma questo spirito, per quanto
eccellente, non trascende, in linea di principio, ciò che si deve esigere da
ogni membro della comunità umana. Oppure intendete dire che il grado particolare
del vostro impegno per il bene comune, della vostra dedizione ai vostri simili
costituisce l'elemento cristiano distintivo, perché esso per gli uomini non
potrebbe essere altro se non una forma particolarmente pura, luminosa ed
attraente di umanità? Per questo potreste addurre importanti ragioni: che
l'elemento cristiano non consiste in pratiche esterne e nella frequenza
principale di Cristo, che egli - ad esempio nella lavanda dei piedi - ci ha
insistentemente inculcato che fossimo tutti fratelli, ci servissimo ed
aiutassimo reciprocamente, così come l'ha fatto egli, quale nostro maestro. Ma
ciò significa che dovremmo distinguerci dagli altri uomini non mediante
stranezze, bensì soltanto perché rispondiamo alle esigenze della umanità e
solidarietà universali in modo più coscienzioso e conseguente di altri. Se il
compito umano, in questo mondo 'in definitiva' completamento 'mondano',
significa appunto la costruzione spirituale-tecnica di questo mondo da parte
dell'uomo, l'elemento cristiano sarebbe di dare il buon esempio, stando in vetta
a questo compito di solidarietà. Invece di giungere sempre troppo tardi, perché
si guarda sognando verso il cielo e frattanto si perdono una dopo l'altra le
possibilità di storia del mondo, occorre svegliarsi una buona volta per le
esigenze religiose del presente ed essere modello in esso.
Infatti, sarebbe stato necessario un comunismo, se i cristiani fossero stati
chiari e spassionati al momento giusto? La
cura umana per i poveri e gli sfruttati non è stata raccomandata da tempi
immemorabili dalla Bibbia dell'Antico e Nuovo Testamento? E se non ci fossero
stati i fatali legami tra sfruttatori e religione cristiana, sarebbe stato
necessario l'ateismo moderno? Ci imbattiamo qui nel fatto «che l'esistenza ed il
movimento proletari dovettero quasi necessariamente concepirsi in modo
ateistico, perché nei decenni decisivi del loro inizio, non divenne loro
visibile Dio, che, dopo Cristo, avrebbe potuto diventare loro visibile ed
evidente soltanto nei cristiani seguaci di Cristo. Ma il cristianesimo, che più
non sosteneva in quanto sicuro ordinamento popolare contadino e piccolo
borghese, non si presentò loro quasi per nulla in questa evidenza, bensì come
validissima giustificazione e arma degli sfruttatori. Che Dio non esistesse non
fu una conclusione logica, bensì un'esperienza evidente... L'ateismo ateistico,
rivoluzionario, del momento in cui nacque il movimento operaio è causato
direttamente dall'assenza di Dio, cioè dall'assenza dei cristiani». (3) Che cosa
sarebbe stato necessario? Un chiaro e vigile senso per la fraternità, invece di
una pratica farisaica, cieca al mondo. A che pro quindi gli ideali sopramondani,
l'anacronistico sbirciare verso l'al di là, quando i compiti cristiani stanno in
massa, direttamente sotto gli occhi? Anche oggi precisamente come al tempo del
Manifesto comunista! Quante esigenze elementari dell'umanità restano
insoddisfatte perché gli uomini presuntuosamente dicono di non aver tempo per
esse! Qui il cristiano può intervenire, qui può incarnare la sua religione.
Per quanto tutto ciò sia vero, si deve nondimeno ripetere la domanda
fondamentale: il cristianesimo è nulla più di un umanesimo conseguente? Ma
allora, in definitiva, ha ragione la seria ed onesta teologia dell'illuminismo e
del liberalismo: Cristo è il maestro più sublime di umanità, il suo esempio è il
modello più puro. Dopo questo esempio noi sappiamo che cosa sia vera
solidarietà e disinteresse. Ma se lo sappiamo, che bisogno c'è ancora di fede?
Non basta aspirare alla realizzazione delle istruzioni semplici, ma che
impegnano tutta la nostra esistenza, del discorso della montagna, le quali non
hanno in sé nulla di misterioso? A che servono ancora i misteri della fede?
L'amore del prossimo ci può diventare intrinseco; a che pro queste
'proposizioni' da accettare come vere, che ci rimangono eternamente estrinseche?
Se essere cristiano significa realizzazione, e se noi possiamo realizzare
soltanto ciò che comprendiamo e per cui possiamo impegnarci in modo
corrispondente, perché ancora le cose incomprensibili che, in quanto tali,
rimangono indigeste, inassimilabili?
Qui è posta, nel modo più chiaro, la domanda 'Chi è il cristiano?' Se il mio
essere cristiano deve servire il mondo moderno, io devo averne un ideale
comprensibile, percepibile. Ma esso dev'essere adatto alla ragione umana ed
all'azione umana; con ciò, agendo, io parto sempre da un ideale che - in quanto
compreso - sta alle mie spalle, anche se, in quanto è da realizzare, mi sta
sempre davanti in modo nuovo. Questo è l'apriorismo della quarta tendenza. Per
quanto la sua idea di realizzazione sia giusta, tuttavia anch'essa si fonda su
un'occulta sottrazione: l'elemento cristiano non è altro che il vero umano.
Per mascherare alquanto questo apriorismo, esistono molte vie. Una sta già nel
concepire nuovamente il mondo, appena sdivinizzato, in modo teologico e nel
parlare di una 'teologia delle realtà terrestri'. Tutt'al più si potrebbe
attribuire loro un simile ultimo aspetto, se prima si fosse almeno sviluppata la
loro 'filosofia' (ad esempio nel senso di Tommaso d'Aquino). Ma oggi la
filosofia è svalutata a favore di una semplice 'scienza esatta' di nudi fatti.
Questa scienza - senza la mediazione della filosofia - viene messa a confronto
con la teologia, il che non può mai produrre se non l'apparenza di un
dialogo, in realtà una semplice dialettica deteriore. 'Creazione come salvezza',
'creazione come mistero salvifico' sono temi e titoli in voga di libri moderni:
suonano promettenti, ma dietro ad essi sta un corto circuito, una equiparazione
tra filosofia e teologia, in cui alla lunga è sempre la teologia a rimetterci.
In questa dialettica si possono anche conciliare le posizioni più
contraddittorie, ma soltanto in apparenza e senza un vero compromesso. Così oggi
si dice contemporaneamente e con lo stesso accento di convinzione che il mondo è
finalmente sdivinizzato e diventato puramente mondano, e che il mondo dev'essere
concepito come un totale mistero eucaristico, come il corpo mistico di Cristo
che cresce: una 'divinizzazione' del cosmo al di là di tutta la filosofia
cristiana del mondo fornita dal pensiero oggettivo del medioevo. In una
creazione che, anche nel suo aspetto evolutivo, viene concepita direttamente
come mistero teologico-sacramentale, tutti i processi secolari-mondani,
nonostante la loro precedente sdivinizzazione, cioè in pratica, nonostante il
loro assoggettamento all'esclusiva disposizione dell'uomo che pensa e progetta
in modo tecnico, passano anche direttamente nello spirituale. Il mondo
sdivinizzato fino all'ateismo, in quanto tale è anche sacralizzato fino alla
divinità. Ma questi in definitiva non sono poi che giochi di parole, con cui i
cristiani del mondo odierno, che va avanti benissimo senza di loro, ingannano se
stessi e si gettano sabbia negli occhi. Quando le differenze sono
giàsegretamente eliminate in precedenza, non ha senso agire come se ancora le si
mantenesse e si dicesse qualcosa di cristianamente profondo chiamando spiri.
tuale ciò che è mondano e mondano ciò che è spirituale.
Si rifletta per un momento sulla tradizione cristiana, che all'inizio di questo
capitolo è stata addotta come potente testimone, e ci si decida a rinfacciarle o
una esagerata mondanità (divinizzazione del mondo) od una esagerata fuga dal
mondo (sdivinizzazione del mondo). Se questa decisione è impossibile, dovrebbe
risultare che la cristianità da sempre, in concetti ed espressioni culturalmente
variabili, ha visto e sostenuto sia l'uno che l'altro aspetto della realtà.
Nessuno può negare che l'interpretazione cristiana dell'essere ha sempre avuto
dinanzi agli occhi ed al cuore il destino del cosmo nel suo complesso; proprio
alle immagini più forti ed efficaci del mondo non si può in alcun modo
rinfacciare l'acosmismo, il distacco dal mondo. Il 'santo cosmo', cioè il mondo
che, attraverso la creazione divina, l'incarnazione, la riconciliazione :;:
redenzione, ma anche attraverso l'osservanza delle leggi intramondane ed umane
dell'essere, matura per laggiungere l'ultima pienezza di Cristo, è il postulato
di un Origene e di un Dionigi Areopagita, di un Boezio e di un Giovanni Eriugena,
dei maestri della scuola di Chartres e dei grandi scolastici Alberto,
Bonaventura, Tommaso, il postulato di Nicolò Cusano e del pensiero
rinascimentale cristiano da Firenze fino a Oxford, il postulato anche della
mistica barocca di un Giacomo Böhme e della sua scuola fino a Schelling e Baader.
A tutti costoro, fatta forse eccezione per Agostino, si dovrebbe muovere
piuttosto il rimprovero di aver mescolato troppo mondo nel santo, troppa
filosofia nella teologia. Proprio questo ci rende diffidenti quando si accusano
i movimenti ascetici del monachismo o gli ordini mendicanti del medioevo di
distacco dal mondo o addirittura di manicheismo le cui ultime tracce soltanto il
nostro glorioso presente sarebbe riuscito a cancellare. Può darsi che questi
movimenti rappresentino qualcosa come un compromesso nei confronti di una
cristianità troppo moderna, immischiata nella politica e nella filosofia: come
contrappeso non hanno la loro sanità e la loro legittimità?
Soltanto noi avremmo scoperto chi è realmente il cristiano? Noi con la nostra
quadruplice tendenza che, in tutte le sue direzioni, si è rivelata come una via
per niente univoca e quindi piuttosto pericolosa? Infatti ogni volta, sia pure
in modo diverso, si è supposto di sapere già ciò che era soltanto oggetto della
domanda. Ma se già in campo filosofico nulla ha conseguenze peggiori dei
presupposti aprioristici, ciò è vero tanto più nel campo cristiano. Dobbiamo
perciò prendere la decisione di rigirarci e di porre dinanzi a noi ciò che in
apparenza sta dietro di noi. La giusta posizione è di avere dinanzi a sé la
domanda con il tentativo di risposta, perché la risposta ci viene
neces3ariamente di là, donde ci è donato lo stesso essere cristiano: dalla
Parola viva di Dio.
[3] Das Engagement der
Intellektuellen gegenüber dem Staat (L'impegno degli intellettuali verso lo
Stato), Merkur 1964, 407.
[2] Cf. A. U. VON BALTHASAR, Cordula ovverosia il caso serio,
Queriniana, Brescia 1968.
[3] WALTER DIRKS, Bittere Frucht (Frutto amaro), in Das
schmutzige Geschaft. Die Politik und die Verantwortung der Christen. (Lo
sporco affare. La politica e la responsabilità dei cristiani), Walter - Verlag
1964, 261.