HANS URS VON BALTHASAR
CHI È IL CRISTIANO?
MEDITAZIONI TEOLOGICHE
QUERINIANA BRESCIA 1966
Titolo originale Wer ist ein Christ? Benziger Verlag, Einsiedeln, 1965
Traduzione dal tedesco di GIOVANNI VIOLA
| I. Piccola schermaglia d'apertura |
Direttamente al centro |
| II. Dio dietro le spalle, o critica della tendenza generale | |
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III. Dio dinanzi a noi, o: chi è il cristiano? |
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| IV. Espropriazione e compito per il mondo |
III - DIO DINANZI A NOI, O: CHI È IL CRISTIANO?
DIRETTAMENTE AL CENTRO
Molte cose si decidono in anticipo col ricordare una semplice
legge del pensiero: l'essenza di una cosa si afferra nel modo più chiaro là
dov'essa appare allo stato più puro. (1) Chi vuole indagare l'essenza del
cavallo o dell'asino nel mulo, incontrerà difficoltà; chi vuole studiare
l'essenza del cristiano in un uomo che non si sa ben decidere ad essere o non
essere tale, che in qualche modo conosce le esigenze che essa pone, ma non ha il
coraggio di realizzarle, che sa o sente con esattezza di non attuarla secondo un
sufficiente grado di purezza, per cui essa possa apparire convincente a lui
stesso e ad altri, indaga in un oggetto non adatto.
Ciò vale di quest'oggetto, il cristiano, ancor più chiaramente che di altri,
perché nella parola di Cristo egli viene continuamente determinato in base ad
una decisione fondamentale. Cristo sollecita l'uomo a questa decisione, che non
è intesa come semplice porta d'ingresso all'essere cristiano (ciò sia supposto),
ma coincide già sostanzialmente, sia pure in modo solo iniziale, con questo
essere. Se si considera la gradazione degli atteggiamenti cristiani, dal
compromesso più basso cui può ancora essere riconosciuta una partecipazione
all'essere cristiano su su, fino al grado più alto di esenzione da compromessi,
ognuno vede che l'idea irradia la sua forza luminosa ed evidenzia tanto più
chiaramente, quanto più profondamente la forma cristiana domina una vita. Un
'santo' diritto (ce ne sono anche di storti) non può essere posto in dubbio.
Sentirà talora la frase: 'Se tutti fossero come lei...'. Qui si noti
subito che proprio il 'santo' è colui che cerca di rendere cristiana ogni cosa,
che sa meglio e più profondamente quanto egli stesso è peccatore. Altri
facilmente desistono o si rassegnano dinanzi a ciò che li separa dalla
piena rispondenza. Altri formano a se stessi una coscienza; ma questa cerca di
vedersi nella pura luce della grazia e della esigenza di amore di Dio: per quel
che la riguarda, essa viene definitivamente umiliata e privata di tutte le
illusioni. Chi è il cristiano? Per andare verso una risposta non bisogna
vagabondare al margine più basso ed esterno ('uno che è battezzato', 'uno che
compie il suo dovere pasquale' ecc.), ma andare direttamente al centro.
Il minimalista è una figura estremamente complicata perché indistinguibile ed
opaca, da cui non c'è da aspettarsi una chiara nozione. Invece il massimalista -
se il termine fosse a proposito, ma non lo è - presenta la figura
semplice, trasparente, così semplice da essere lui il vero minimalista,
perché in lui tutte le complicazioni si sono integrate. Per i minimalisti,
secondo Paolo, sono poste le innumerevoli proibizioni della morale, di modo che
dinanzi agli alberi non si vede quasi la foresta; per il massimalista, cioè
COME SI UNISCONO LE COSE INCONCILIABILI?
Il nome di cristiano viene da Cristo. La sua essenza sta e
cade con l'essenza di Cristo. Ciò è chiaro. Ma ora sorge
minacciosa la domanda: quale affinità essenziale, quale tipo di comunione può
esistere tra Cristo ed il cristiano?
Un primo ed insuperabile enunciato per chiunque crede veramente all'essenza ed
all'opera di Cristo dice: Cristo è Piglio unico del Padre, l'unico mediatore tra
Dio e l'uomo, l'unico Redentore che in croce ha soddisfatto per tutti, la
'primizia' anche dei risorgenti dai morti, che, secondo Paolo, detiene il
primato in tutto (Col. I,I 9). Ciò che egli è, ciò che si effettua per
mezzo suo, è circoscritto nella più completa solitudine della sua dignità
divino-umana. Egli cl ha redenti attivamente, noi siamo i redenti passivamente;
tutto ciò che in seguito noi, rispondendo, facciamo attivamente, si fonda sempre
su questa passività prima, si riconosce nella fede, si proclama nella
testimonianza. Il rendere testimonianza è ciò che conferisce la forma unitaria a
tutto il nostro essere ed agire cristiano. Questo è un enunciato cos1 chiaro,
che ad esso si ferma il protestantesimo ortodosso. Infatti tutto ciò che vi può
essere ancora aggiunto, sembra nuovamente oscurarlo.
Ma, per contro, sarà bene tenere dinanzi agli occhi i racconti evangelici.
Guardando superficialmente, potrebbe sembrare a tutta prima che qui si presenti
al popolo un uomo fornito di doti profetiche, che con la predicazione annunzia
il regno di Dio, mediante i miracoli esige rispetto per il suo mandato divino,
ed infine, fede nella sua persona; che inoltre si sceglie un piccolo seguito di
uomini affinché colgano e registrino i suoi discorsi e le sue azioni e da
ultimo, quando egli sarà morto e risorto, gli «rendano testimonianza a
Gerusalemme, in Samaria e fino ai confini della terra» (Atti I,8). Questo
primo 'strato' dell'essere cristiano indubbiamente esiste e permane anche fino
all'ultimo; il mandato della testimonianza conclude i vangeli di Matteo e di
Luca ed inizia gli Atti degli Apostoli che, assieme alle lettere, contengono la
relazione del modo in cui è stata resa questa testimonianza.
Ma questo non è tutto. Cristo non solo parla ed agisce dinanzi agli
uomini, ma va con essi e li invita ad andare con lui. Ciò avviene
in forma particolarmente visibile nella elezione degli Apostoli: «Chiamò a sé
quelli che egli volle, ed essi andarono con lui. E ne costitu1 dodici perché
stessero con lui» (Mc. 3,I3-14). In altre scene di vocazione troviamo la
frase: sequere me, che si può tradurre con «vieni dietro a me», se si
prende 'dietro' non in senso locale, ma nel senso di un rapporto tra maestro e
discepolo, per cui il discepolo segue in quanto viene ammesso nel mondo
interiore del maestro e introdotto spiritualmente in esso. Quanto più ci si
guarda attorno, tanto più l'essere-con (Mitsein) appare come la forma
dominante della vita terrena di Cristo. Egli inizia la sua esistenza nel seno
della madre, che ha manifestato il suo accordo con la parola di Dio; trascorre
la sua giovinezza in seno ad una famiglia, che abbandona per un paio di giorni,
per intrattenersi «nella cerchia dei dottori», ascoltando ed interrogando. La
sua vita pubblica inizia con la formazione di un gruppo di discepoli, è
trasfigurato dinanzi a tre discepoli in compagnia di Mosé e di Elia, è turbato
dinanzi a quegli stessi tre sul monte degli Ulivi, va in croce con due
malfattori, che pendono alla sua sinistra ed alla sua destra; persino risorgendo
non è solo, ma, poiché il venerd1 santo si aprono i sepolcri, nel giorno di
Pasqua i corpi di molti santi che erano morti «risuscitarono e, uscendo dai
sepolcri dopo la risurrezione di lui, entrarono nella città santa ed apparvero a
molti» (Mt. 27,5I-53). E quando, risorto, va in campagna discorrendo con
i discepoli di Emmaus, rivela fino all'ultimo la sua abitudine di essere-con
(Mitsein).
Ma lo stadio dell'essere-con, senz'essere eliminato, tende verso un terzo
stadio di estrema intimità: verso l'essere-in (Insein), che egli realizza
nel mistero del pane e del vino, che egli «desidera ardentemente» e a cui ha
accennato in anticipo in molti segni e parole di promessa, e che egli vede in
unione con la sua morte redentrice. Ma anche questa egli anticipa con
disposizione sovrana e, morendo, si distribuisce ai suoi, nei SUOI, come una
vita che perdura ed è presente ad ogni epoca del mondo. La sua preghiera finale
al Padre suggella con sublime chiarezza l'acquisizione di questo essere-in: essi
tutti sono una sola cosa in lui ed egli in essi, così come egli è una sola cosa
con il Padre. E su questo essere-una-sola-cosa mediante l'essere-in egli ripone
tutta la sua speranza: da ciò il mondo deve riconoscere la sua missione divina.
I discepoli che permangono nella loro missione di rendere testimonianza
attingono la forza nella fede che li fa consapevoli del loro essere 'nel
Signore' e del suo essere-in loro («Cristo vive in me»).
Siamo così abituati a questi concetti, che non ne percepiamo quasi più il
paradosso. In quanto discepoli rendono testimonianza della sua antecedente
singolare presenza dinanzi ad essi; ma egli pur essendo-con essi ed
essendo
IL PUNTO D'INCONTRO
Imprimiamoci ancora una volta
nella mente il decorso formale della vita di Gesù. La giovinezza potrebbe essere
considerata come la lunga preparazione, una graduale iniziazione
dell'adolescente alla sua missione per il mondo; il battesimo come conferimento
dello spirito e della missione; la dimora nel deserto con la tentazione
diabolica come l'ultima prova e tempera esistenziale. Ora,
preparato da lontano, egli inizia la sua vita attiva, chiamando per prima cosa
al suo seguito singoli uomini. Non come spettatori, ma come compagni che devono
partecipare alla terrificante unicità della sua esistenza. Anch'essi si sono
esposti con lui, ed egli lo conferma quando, nell'ultima cena, dice loro: «Voi
mi siete rimasti fedeli nelle mie prove» (Lc. 22,28). Essi hanno fatto
liberamente; hanno sempre avuto la possibilità ( «anche voi volete andarvene?»)
di abbandonarlo.
In questa unione di una piena fedeltà di discepoli sembra dimostrarsi a tutta
prima soltanto una virtù umana: quella tra la persona dei seguaci e il Signore.
Ma poiché Gesù è di più, fa di più ed esige di più che non un uomo, la fedeltà
dei suoi discepoli è anche di più di un attaccamento umano: è fede. Tuttavia le
due cose non si unirebbero mai, se Gesù non avesse compiuto il suo atto sovrano
in una forma umana e quindi aperta ed accessibile per principio agli uomini:
nella forma di un'assoluta obbedienza a Dio. Egli non fa la sua volontà, bensì
quella del Padre. Lo protesta tra lacrime e sudore di sangue sul monte degli
Ulivi, nascondendo la sua volontà umana - al di là dei limiti del suo volere e
potere nella volontà del Padre. Questa obbedienza, che fa sconfinare la
finitezza di ogni facoltà umana nella infinità di Dio, è la forma di servo,
liberamente assunta, dell'amore eterno, trinitario tra Padre e Figlio nello
Spirito santo. È la sovrana decisione di amore di non conservare gelosamente la
propria forma divina (come dice Paolo), ma di trasferirla
IL PATTO ED IL SÌ
Di qui si vede quanto sia precaria l'applicazione della categoria 'patto' a questo rapporto. Infatti non può trattarsi di un accordo che Dio e l'uomo stipulano tra di loro ed in cui ognuno pone le sue condizioni incontrandosi poi su una linea di mezzo. Nella conclusione di questo patto non ci sono, come in altri casi, due partner aventi uguali diritti su un qualche piano, tanto che chiamare l'uomo 'partner di Dio' teologicamente è una insulsaggine (ci si immagini: Maria partner dello Spirito santo!). No: ciò che qui appare come un patto, si fonda unicamente su una elezione unilaterale da parte di Dio; questa elezione (che diviene visibile in Abramo)
ha come conseguenza una promessa ed un accaparramento, che per l'uomo significa essere ritenuto degno di esperimentare, affermare, credere la grazia di Dio nei suoi confronti, di regolare la propria esistenza su questa verità della grazia. L'elezione personale diviene collettiva al Sinai, e ad essa il popolo deve dire sì: esclusivamente sull'atto gratuito della libera elezione si fonda il permesso di esperimentare liberamente questa elezione e questa dimora di Dio nel popolo: appare nuovamente l'unione di libertà e di obbedienza.PORTA PIÙ IN LÀ DI QUEL CHE TU PENSI
Il cristianesimo ha quindi una proposta molto insolita da presentare di fronte all'universale desiderio di tutte le religioni di unione con Dio. Le religioni, qualora non si fermino al ritualismo, devono tuttavia adattarsi in definitiva o ad eliminare la distinzione tra Dio e mondo, od a far dissolvere l uomo in Dio (nella morte, nell'estasi o nella concentrazione, ecc.). Com'è possibile, domanda il cristianesimo, una identità tra Dio e l'uomo, nel presupposto che i due siano e rimangano sostanzialmente diversi? E risponde: una identità è possibile 1D quanto Dio conferisce al suo amore la forma dell'obbedienza, e l'uomo alla sua obbedienza il senso dell'amore. Ciò avviene quando questi consente ad essere portato da Dio (che egli ama, perché Dio lo ha amato) al di là di tutto ciò che egli stesso può progettare, calcolare, desiderare e sostenere con la propria forza. Questo trascendere tutto ciò che gli è proprio lo porta nel divino-libero. La trascendenza sostanzialmente non è 'eros' - questo
non è che il piacere di trascendere ., bensì obbedienza di fede in virtù del Dio che comanda. Così come Pietro cammina sulle acque in forza dell'obbedienza; così come Lazzaro in forza dell'obbedienza si alza e cammina come cadavere avvolto in bende.SOLTANTO PER I POVERI È UN LIETO MESSAGGIO (2)
Sia l'Antico che il Nuovo Testamento sono pieni di
beatitudini per i poveri, di ammonizioni e di minacce contro i ricchi. I poveri
sono coloro che, in mancanza di qualcosa di proprio, dispongono di spazio per
accogliere con gioia Dio ed il suo messaggio. Maria ha scelto 'la parte
migliore' perché svuota tutta l'anima sua al fine di tenerla libera per l''unica
cosa necessaria', la parola di Dio, per la sua venuta. Marta, invece, si dà
molto da fare, perché da sé è ricca di progetti circa il modo in cui
intende accogliere e trattare il Signore.
Per il ricco la parola di Dio giunge sempre importuna, perché
esige tutto lo spazio, e questo è sbarrato dal possesso proprio. Per lui quindi
il messaggio non è lieto, ma penoso, forse è addirittura un giudizio. La prima
Maria sintetizza uno degli enunciati principali dell'Antico Testamento, quando
canta: «Ha rovesciato i potenti dai loro troni e innalzato gli umili, ha colmato
di beni gli affamati e rimandato a mani vuote i ricchi». Già Anna, madre di
Samuele, aveva cantato così: «Egli solleva
dalla polvere il misero, dalle immondizie innalza
l'indigente» (I Sam. 2,8; ripreso in Sal. 113,7), e similmente
Giuditta: «Tu sei Dio degli umili, aiuto dei miseri, difensore dei deboli,
rifugio degli sfiduciati, salvatore dei disperati» (Gdt. 9,11). I
poveri o umiliati (la parola è la stessa: anawim) sono sia i disprezzati
che gli oppressi a motivo della loro povertà ed impotenza; in favor loro Jahvé,
per bocca dei profeti, esige giustizia, sia corporale che spirituale (Am.2,6;
Is.3,15; 10,2; ecc.), ma essi la trovano soltanto in Cristo, che inizia il
suo messaggio subito con una beatitudine per i poveri, che sono anche quei
ripuliti (katharoi, 'puri') che non potendo farsi giustizia da soli, perciò
'sono afllitti', 'hanno fame e sete di giustizia' e per amore di Cristo o del
regno di Dio sono «oltraggiati, perseguitati e calunniati» (Mt.5,3-12).
Per essi, che non hanno altro da aspettarsi, valgono tutte le promesse di Dio.
Nelle parabole hanno tempo di accettare l'invito, mentre i ricchi sono
totalmente presi dalle loro preoccupazioni. E poiché non hanno nulla, si sentono
un nulla e, nei confronti di Dio, eterni debitori e con il pubblicano possono
stare in fondo al tempio, professarsi colpevoli e tornare giustificati a casa.
Dinanzi a Dio questi poveri sono gli eterni minorenni, mentre i 'maggiorenni' ed
edotti sono i ricchi, i fari sei e gli scribi. Ma la promessa di Dio è che «in
quel giorno... allontanerò da te i tuoi superbi millantatori... lascerò
sopravvivere in mezzo a te un popolo oppresso e povero che cercherà rifugio nel
nome di Jahvé: il resto di Israele» (Sof. 3,Il-13). Nella predicazione di
Cristo i poveri, normalmente disprezzati, vilipesi e trascurati come zen che non
contano, sono identici ai 'piccoli' o 'bambini' o 'umili' o 'ultimi'. Sono nel
mondo gli irrilevanti, gli insignificanti, dei quali non c'è nulla da raccontare
e dei quali non si tien conto, come quei cristiani di Corinto, ai quali Paolo
dice apertamente: «Non molti sono tra voi i sapienti secondo l'estimazione
terrena; non molti i potenti; non molti i nobili», ma: «Ciò che è stolto per il
mondo... ciò che per il mondo è debole... ciò che per il mondo non ha nobiltà e
valore... ciò che non esiste... Dio ha scelto per ridurre al nulla ciò che
esiste» (I Cor. 1,26-28).
Non è necessario dimostrare espressamente che con questa povertà Cristo intende anche la povertà reale,
letterale, in cui in partenza e come prima condizione pone i suoi discepoli e di
cui egli stesso dà l'esempio per tutta la vita. E soltanto quando in primo luogo
e soprattutto essa esiste, c'è da sperare che i ricchi - di beni materiali e
spirituali - imparino un po' a comprendere che cos'è la povertà 'in spirito'.
Anzi, è possibile che il pubblicano abbia posseduto più beni del fariseo. Ma se
non si incomincia con la povertà materiale, tutto rimane un nobile mormorio e
non si fa nulla. Allora ogni fariseo, che «paga le decime di tutto ciò che
possiede» (Lc. 18,12), ogni pubblicano, che «dà ai poveri la metà dei
suoi averi» (Lc. 19,8), potrebbe immaginarsi di essere già con ciò un
povero in spirito. Quanto è diversa la povera vedova, che dà del suo necessario
per chi è ancora più povero, e così fa tabula rasa al pari dei discepoli eletti!
Nell'Antico ed all'inizio del Nuovo Testamento la sterilità
corporale ha la stessa evidenza della povertà totale: la incapacità di
concepire, di portare, di mettere al mondo un figlio. Una simile donna è
profondamente umiliata, viene nello stesso tempo disprezzata e commiserata. Essa
non riesce neppure a fare ciò che potrebbe fare un animale, non è umanamente
completa, delude il marito, la sua famiglia. Vicinissima a questa sterilità
biblica, che regolarmente costituisce il presupposto per l'azione promessa da
Dio - in Isacco, in Giacobbe, in Sansone, in Samuele, in Giovanni Battista " sta
la miseria e spregevolezza di una verginità per amore di Dio, perché Dio, fedele
alla sua azione promessa, intende portare non altrimenti anche la realizzazione:
perciò Maria designa se stessa come la humilis ancilla, la 'serva umile,
spregevole', a cui il Signore ha guardato dall'alto (Lc. 1,48). La grazia
della fecondità per Dio è il paradosso per eccellenza, come esclama nel «libro
della consolazione» la figlia di Sion in vista dei suoi figli: «Chi mi generò
costoro, mentre io ero priva di figli e sterile, bandita e ripudiata? Chi ha
allevato costoro? Ecco io ero rimasta sola; donde vengono costoro?» (Is.49,21).
Ma, invece di meravigliarsi, essa deve dar lode: «Esulta, o sterile, che non
hai partorito; giubila, esulta, tripudia, tu che non hai provato le doglie,
perché i figli della derelitta sono più numerosi dei figli della maritata, dice
Jahvé» (Is.54,1: ripreso da Paolo: Gal. 4,27).
Con tutto questo siamo al punto centrale della rivelazione, che appunto solo per
i poveri diviene lieto messaggio e fruttifica soltanto
nella sterilità, così come soltanto nell'obbedienza di fede, che si lascia
portare dalla parola al di là di ogni programma personale, può diventare un
'tesoro' in Dio, una 'perla preziosa', un meraviglioso 'possesso' (Is.
57,13; Mt.5>4; 19,29; ecc.). Soltanto in tal modo il terreno accogliente
dell'uomo 'risponde' al seminatore divino, non già portando un frutto che, per
il fugace ed oblio so ascolto della parola, cresce in breve tempo e subito
secca, ma perseverando in un atto di fede abituale, che nella tradizione
ecclesiastica si chiama atto di contemplazione. È l'atteggiamento di
un'anima generalmente aperta, che permane nell'ascolto della parola. Così la
madre Maria che «conservava con cura tutte queste cose in cuor suo e le
meditava» (Le. 2,19-51). Così Maria di Betania che, perseverando
nell'accoglienza pura, contemplativa della parola, fa l'«unica cosa
necessaria».
PRIMATO DELLA CONTEMPLAZIONE DELLA FEDE
Si vede ora come la vita contemplativa è indispensabile e
centrale nel complesso della Chiesa. Non c'è azione esterna senza contemplazione
interiore (che è la dimensione esistenziale della stessa fede), mentre è
perfettamente possibile riempire una vita con la contemplazione interiore senza
l'azione esterna. Infatti l'atto contemplativo è l'atto che fonda in permanenza
ogni azione esterna; è attivo ed efficace, fecondo e missionario più di tutte le
imprese esterne della Chiesa. È una testimonianza di povertà in senso deteriore
per la Chiesa, quand'essa non comprende più questa verità e quando i suoi teologi diffondono
sempre più sfacciatamente l'opinione che la contemplazione, che la Chiesa fin
dal sec. III ha preso sul serio anche come forma esteriore di vita, sia un corpo
estraneo, alla cui faticosa ed infine vittoriosa eliminazione i millenni
avrebbero dovuto lavorare. Così il cardo Suenens (3) parla di «stadi di
evoluzione» in cui la clausura delle monache, che egli evidentemente molto
deplora, fu finalmente mitigata e da ultimo in gran parte soppressa. Angela Merici, Pietro Fourier, Francesco di Sales e la Signora di Chantal, Vincenzo de'
Paoli sono tappe «di una battaglia che è stata combattuta per la libertà dello
Spirito santo. S. Vincenzo de' Paoli è riuscito a fare un'importante avanzata, ma
non ha ancora conquistato del tutto il campo». Per il cardinale questa terra
promessa, considerata nel suo complesso, è la libertà e l'ardire dell'impegno
esterno al servizio del prossimo. A suo giudizio questo impegno fu di volta in
volta il primo impulso di fondazione, e le successive ritirate paurose in
convento ed in clausura ne sono il parziale tradimento. Il destino della
fondazione della Signora di Chantal può valere qui come esempio. Certamente
Suenens ammette (ma soltanto come raro caso eccezionale) una vita di pura
contemplazione, come quella cui aspiravano i primi eremiti e cenobiti. Questa
vita «era concepita soprattutto in ordine a Dio che viene ricercato in sé e per
sé, e ciò è normale. Corrisponde al dovere della diretta adorazione di Dio; il suo
perno sono la vita liturgica - opus Dei - e l'unione con Dio. (Ma) la
vita apostolica è nello stesso tempo diretta verso Dio per se stesso, e verso
Dio, cui si serve nel prossimo... L'apostolo lascia Dio per Dio».
C'è qui una concezione della contemplazione che non è del
tutto esatta né teologicamente né storicamente, e che Suenens successivamente
IL SENSO DELL'IRREVOCABILE
A questo punto quel prudente riserbo nell'impegno, che si può
incontrare così frequentemente in giovani cristiani moderni, diventa pericoloso.
Essi vogliono certo impegnarsi, ma nello stesso tempo conservare le redini in
mano. Vogliono anche impegnarsi totalmente, ma solo per un tempo determinato.
Perché per un tempo più lungo non è possibile controllare se meriti ancora
impegnarsi, ed essi vogliono restare liberi di cambiare idea, di impiegare
diversamente le loro energie, di contrarre nuovi legami. In tal modo ritengono
di accrescere il loro rendimento generale - perché fanno sempre soltanto ciò che
loro pare chiaro e fin quando, a loro giudizio, merita e tengono il manico in
mano.
È un po' come un 'matrimonio a termine'. Anzi, oggi c'è persino il 'convento a
termine'. Quantunque propriamente non vi possa essere né l'una né l'altra cosa.
L'una è il rapporto sessuale a titolo sperimentale. L'altra è una parentesi
contemplativa, per persone molto occupate, in certi casi negli ambienti di una
abbazia ospitale. Come il matrimonio è formalmente costituito da una reciproca
promessa per sempre, come si può diventare sacerdoti soltanto in eterno e non a
termine, così anche nella forma di vita determinata dai consigli. Nei tre casi
il carattere definitivo è assolutamente ciò che dinanzi a Dio conferisce il peso
massimo ad una forma cristiana di vita ed in essa a tutti i suoi singoli atti.
Da quanto s'è detto si vede facilmente che questo carattere definitivo di una
dedizione di vita è profondamente connesso con l'obbedienza cristiana di fede.
In tutti e tre i casi - stato matrimoniale, stato sacerdotale, stato religioso -
la vita è irrimediabilmente consegnata a Dio. Nella speranza che la palla da noi
lanciata sia afferrata dalla mano dell'onnipotenza. Chi invece dà la sua vita
soltanto pezzo per pezzo, se ne riserva l'amministrazione; quindi in fondo non
la dà affatto. Si va forse per tre anni nelle missioni come aiutanti laici, e
poi si può riconsiderare la cosa. Oppure si diventa suora ospedaliera con il
pensiero recondito che ci si può ancor sempre sposare. Oggi, infatti, le cose
mutano talmente in fretta!
Ma ogni vera fecondità della vita procede dalla irrevocabilità. Kierkegaard ha
chiamato, quel modo di vivere, esistenza estetica (che per lui ha avuto
CHI È IL CRISTIANO MATURO?
Che cosa potrebbe significare quest'espressione nel campo
della rivelazione biblica? Ci sono, ad esempio, nell' Antico Testamento dei
giudei maturi? Cristo, obbediente al Padre fino alla morte, è stato maturo?
Nella Chiesa il sacerdote, il religioso, la monaca possono mai essere designati
come maturi? Oppure l'espressione dev'essere applicata soltanto ai laici, che
forse sono maturi quando sono usciti dalla 'tutela' del clero? Per ottenere un
po' di chiarezza dobbiamo aprire la Bibbia.
'Minorenne' (nepios) può essere chiamato semplicemente il
bambino normale («quando ero bambino, parlavo da bambino, e da bambino pensavo
e ragionavo» I Coro 13,11. «Dalla bocca dei bambini e dei lattanti ti sei
procurato una lode» Mt. 21,26; Sal. 8,3). Ma se lo stato
d'infanzia spirituale si protrae oltre il tempo, diventa riprovevole. Eb.
5,II-I2: «Sopra di che molte cose avremmo da dire, difficili a spiegare, poiché
siete divenuti lenti a capire. Infatti, mentre dovreste, a ragione del tempo, essere maestri, avete ancora bisogno che altri
v'insegni i primi rudimenti degli oracoli di Dio e siete divenuti bisognosi di
latte e non di solido nutrimento». Qui l'immaturità è un non comprendere, e
questo a sua volta si fonda su una durezza d'orecchio nei confronti della
parola; l'espressione significa alla lettera: siete lavoratori indolenti,
cattivi con le orecchie. In modo del tutto simile Paolo in I Coro 3,1 s.
In precedenza egli aveva detto che l'uomo terreno non comprende lo spirito di
Dio, che per capirlo occorre essere uomo spirituale ed egli, Paolo, ha lo
Spirito. Poi continua: «E io, o fratelli, non potei parlare a voi come a uomini
spirituali ma come a carnali, come a bimbi nel Cristo. Latte vi diedi a bere,
non cibo solido». Se dal contesto della lettera si cerca di comprendere che cosa
Paolo intende con le cose spirituali, che soltanto gli uomini spirituali possono
capire, risulta trattarsi (neI cap. I, 18-25) essenzialmente della «dottrina
della croce», che per il mondo è una stoltezza, ma una stoltezza che è sapienza
nascosta di Dio, la quale convince di stoltezza la sapienza del mondo.
L'immaturità dei Corinti consiste nel non essere ancora all'altezza di questo 'scandalo',
che solo permette di vedere neIl' 'intimo di Dio'. Ciò viene confermato nel
passo più importante: Calo 4,1-7, che è nello stesso tempo il più
paradossale.
Nell'Antico Testamento i fedeli sono sotto la legge come
sotto un pedagogo; ma ormai, mediante la fede in Gesù Cristo, essi sono tutti
quanti figli di Dio. Paolo si serve qui di una immagine giuridica: «Sino a quando l'erede è fanciullo, non differisce
VIVERE DELLA MISSIONE
Questa vita di libertà al servizio di Dio può essere designa come esistenza nella missione. Per venirne a capo, bisogna consacrarvi una volta per sempre. La irrevocabilità è sacramentalmente il battesimo ed il suo carattere indelebile, ma esso esige una ratifica esistenziale. In Dio non c'è impiego ed incarico 'a termine'. L' 'impiego fisso' è il fondamento perché il servo possa ricevere incarichi particolari sempre nuovi ed inaspettati. Egli è continuamente di guardia:
«Signore, che vuoi che io faccia?» (Atti 9,6). Nessun servo può andarsene definitivamente nella persuasione di aver compreso pienamente il suo incarico e dì non aver più bisogno, per eseguirlo, di ulteriori domande, di comunicazioni con la volontà del Signore. Le forze, di cui egli vive, non sono infatti quelle della vita presente, ma del 'mondo futuro'; egli stesso è una 'esistenza escatologica', il suo uomo nuovo si fonda totalmente sugli atti di fede (in Cristo), di speranza (in ciò di cui non può ancora disporre), di amore (per Dio e per il prossimo nella rinuncia a sé). L'eterno movimento di questo triplice atto tiene il servo continuamente sul piede di partenza, in un continuo ricorso a Dio.L'AMORE, FORMA DELLA VITA CRISTIANA
Il lettore diventa impaziente. Com'è possibile parlare così a
lungo del cristiano, senza menzionare il comandamento principale dell'amore di
Dio e del prossimo? Ne abbiamo parlato continuamente ed intensamente; ma in modo
da assicurare anzitutto il carattere particolare che distingue questo amore
dall'amore generale per gli uomini, conosciuto da sempre, dell'umanesimo. Si
noti la strana costruzione della frase di Giovanni: «In questo sta l'amore:
non noi amammo Dio, ma egli amò noi e inviò il
Figlio suo a espiare per i nostri peccati» (I Gv. 4,10).
L'interruzione e la ripresa sono cristianamente la cosa principale e da essa
derivano tutte le conseguenze per il nostro stesso amore.
La direzione di questo amore va da noi a Dio ed
al prossimo; l'uno e l'altro intimamente congiunti in Gesù Cristo, Dio e uomo,
Dio presso noi tutti e uomo per noi tutti. «Chi non ama il suo fratello che
vede, non può amare quel Dio che non vede» (I Gv. 4,20). «Chi dice: lo
conosco, ma non osserva i suoi comandamenti, è mentitore» (I Gv. 2,4).
«Chi non ama, dimora nella morte; chi odia il suo fratello è omicida» (I Gv.
3,14-15). «Chi non ama, non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (I Gv.
4,8). Il modo di questo nostro amore è determinato dal fatto che noi stessi
lo abbiamo ricevuto da Dio e corrispondentemente lo dobbiamo trasmettere ai
fratelli. «Ecco ora da che cosa abbiamo conosciuto l'amore: dal fatto che egli
offrì per noi la sua vita. Anche noi quindi dobbiamo per i fratelli offrire le nostre vite» (I
Gv. 3,16). «Carissimi se casi Iddio
amò noi, noi pure dobbiamo amarci scambievolmente» (I Gv. 4,11).
Questo movimento dell'amore, che viene da Dio a noi e va da noi ai
fratelli, ha il suo centro nel nostro riconoscente amore a Cristo, che ci impone
l'amore come suo comandamento: in tal modo esso è originariamente il suo e conseguentemente
il nostro: «Se mi amate, osservate i miei comandamenti... Chi non mi ama, non
osserva le mie parole... Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato. Nessuno
ha maggior amore di questo: che dia la sua vita per i suoi amici. Voi
siete miei amici se fate ciò che vi comando» (Gv. 14,15-24; 15,12-14).
La caratteristica di questo amore sta evidentemente
nell'andare fino alla morte, secondo l'esempio di Cristo. La legge universale
della simpatia che c'è nel cosmo consiste in un prudente e giusto
equilibrio tra autoconservazione ed autodedizione; questa a sua volta è al
servizio della conservazione della specie; casi biologicamente, quando i
genitori si consumano per i figli; sociologicamente, quando i combattenti
muoiono per la patria. Ma sarebbe pazzia se ognuno volesse dare la propria vita
per ognuno. L'amore cristiano introduce questo elemento di infinità, perché l'autodedizione
di Dio entra nel!'amore. Dio si è donato totalmente nella morte
per ciascun uomo, che è stato redento sulla croce dai suoi peccati e da un
immenso distacco da Dio; quindi dietro ogni uomo sta questa realtà. Ognuno è, in
sé, un diletto dell'eterno Dio, nonostante tutto ciò che egli può
sembrare a me. Con la fede, dietro ognuno, io vedo l'amore del Figlio dell'uomo, e forse tanto più,
quanto più questi ha dovuto soffrire per esso. I più poveri sono i suoi
fratelli più prossimi; ed i più poveri non sono soltanto coloro che
soffrono miseria esterna, bensi anche gli spiritualmente poveri, che non hanno
finestre aperte per l'amore, siedono nella notte del loro egoismo, della
loro superbia e della loro avarizia.
Per il cristiano è eresia ritenere che il Fig1io di Dio
non sia morto per tutti i peccatori. Non c'è uno che
sulla croce gli sia stato più lontano dell'altro; ognuno gli era vicinissimo,
fino allo scambio, fino all'identità; ognuno era il suo prossimo. Questo
elemento infinito, immenso entrò nell'amore sulla croce.
«Dare la propria vita per i fratelli» non significa che si
possa morire fisicamente per ognuno. Ciò lo può fare soltanto il Signore. Ma
significa che dobbiamo essere pronti per principio, in caso di necessità, a non
rifiutare nulla a nessuno. «Se qualcuno ti requisisce per un miglio,
fanne due con lui» (Mt. 5,41), o tre o quanti sono necessari. E Paolo:
«Ora, è già per voi in ogni modo un segno di inferiorità che abbiate
delle liti gli uni contro gli altri. Perché non soffrite piuttosto le
ingiustizie? Perché non vi lasciate piuttosto defraudare?» (I Coro 6,7).
E infine, quando si tratta della salvezza eterna, quando potrebbe essere in
gioco la mia o la sua salvezza: «Mi augurerei d'essere io stesso maledetto, separato di
Cristo, per i miei fratelli» (Rom. 9,3).
È fonte di meraviglia e di vergogna il fatto che Cristo sviluppi
la dottrina del prossimo con l'esempio di un 'eretico': il samaritano, il quale,
noncurante delle barriere di ostilità esistenti tra giudei e samaritani,
fa quel che il sacerdote ed il levita non hanno fatto. Può darsi che l'abbia
fatto per un sentimento di compassione o per pura umanità, ma il Signore innalza
questi sentimenti nella luce del suo stesso amore. Gli ascrive il suo atto come
amore cristiano. E con ciò egli stesso, Piglio di Dio, si pone nelle file di
coloro che amano semplicemente, in modo anonimo. Chi può sapere con esattezza
dove, nell'ampio mondo, ha luogo una simile dedizione della propria vita? Dove
uno dà al prossimo la preferenza sulla propria importanza? Rimane nascosto nel
mistero di Dio.
Ma per il cristiano questo prossimo, che sempre incontra,
diventa lo specchio in cui vede risplendere Cristo. L'altro sembra senza volto,
un pezzo di massa, una cellula, come me, nello stesso insieme informe. Ma
all'improvviso, quando l'incontro diviene vero, esso diventa realmente l'altro,
dietro il quale sta la libertà, la dignità, l'unicità del completamente diverso;
da Cristo egli riceve un volto, acquista un peso massimo ed una ,importanza
infiniti e costringe anche me ad uscire dall'anonimità: devo stargli di fronte,
riconoscere i miei lineamenti, essere responsabile per me stesso e per lui. Il
mondo indeciso dei sogni diviene realtà, forse resistenza: in ogni caso ci si urta contro la realtà, si acquista forma.
Dietro il mio fratello sta l'impegno di Dio fino alla morte; egli infatti ha
realmente per Dio un valore eterno; lo sguardo si perde nell'infinito. E in
compenso, emergono anche, a guisa di abbozzo e tuttavia reali, tutte le
sfaccettature della rivelazione; esse non sono più 'proposizioni' fredde, ma
colori necessari
CHE SIGNIFICA 'PRATICARE'?
Sia per la parola che per il senso significa 'esercitare',
tradurre in atto una capacità professionale o altra. Un medico, ad esempio,
pratica: applica la sua arte a favore degli ammalati. Cos1 pratica il cristiano:
fa circolare, a favore dei suoi simili, le grazie che gH sono state donate. Non
è quindi del tutto esatto quando, per definire la pratica di un cristiano,
osserviamo semplicemente se va alla chiesa ogni domenica e riceve i sacramenti a
Pasqua. Da una parte ciò costituisce un minimo, per quanto riguarda i precetti
della Chiesa; dall'altra non è neppure la cosa principale, perché questa è
l'amore cristiano vissuto. Forse è piuttosto un sintomo: che egli
fondamentalmente si attiene al suo essere eri. stiano. Ma ci si domanda ancora
se sia un sintomo di sanità o di malattia. Sarebbe sintomo di malattia nel caso
in cui uno considerasse il cristianesimo come un istituto di assicurazione per
il cielo e pagasse i suoi premi minimali; sarebbe invece sintomo di sanità
qualora egli fosse cosciente che il suo essere cristiano, per durare, ha bisogno
di questo atto regolare di autodisciplina, che alla lunga costituisce un
sacrificio non piccolo. Ad esempio sentire, una domenica dopo l'altra, delle prediche che
urtano. In questa partecipazione al sacrificio c'è un rilevante valore di
pratica religiosa; ciò può giustificare in certa misura l'accentuazione e
considerazione quasi esclusive di questo atto da parte del clero, che ormai è
abituato a contare le sue pecorelle da questo punto di vista.
Tuttavia il termine rimane molto equivoco, perché rivendica
per un singolo aspetto - certamente non privo di importanza - il nome del tutto;
o meglio: perché la totalità che, come in tutti gli altri particolari, è
presente anche in questa parte, per il 'praticante' non giunge in essa ad essere
sufficientemente un dato pratico.
La Chiesa è la luce del mondo, il sale della terra, il
lievito nella farina. Essa quindi è relativa al mondo; così come il sole è fuoco
concentrato, per poter far sentire i suoi effetti luminosi e calorifici fino ai
confini del sistema solare. Con il solo lievito o il solo sale non si può fare
nulla: entrambi rivelano la loro forza e completano la loro natura penetrando e
scomparendo, disciogliendosi e svanendo nella carne o nella farina. La Chiesa è
la concentrazione assolutamente indispensabile per la dilatazione. Infatti «se
il sale diventa scipito, con che cosa gli si renderà sapore?». La concentrazione
significa un ritorno, nell'ascolto e nell'azione, all'essenziale. 'Praticare'
significa andare ogni domenica alle funzioni. Nella liturgia della parola della
santa Messa ascoltiamo la parola (e se questa predicazione non fosse per noi
esistenzialmente sufficiente, siamo obbligati a completarla mediante una lettura
personale della Scrittura); naturalmente questo ascolto non è fine a se
stesso, ma mira alla nostra azione: anzitutto alla nostra conversione personale,
affinché possiamo indirizzare in modo convincente verso Dio gli altri che son
fuori. L'eucaristia è ripresentazione di Cristo in mezzo alla comunità e fin nel
centro di ogni cuore; essa salda i cuori in un corpo santo, perché nella
missione nessuno è solo, ma ha sempre alle spalle la comunità; l'eucaristia
conquista il posto centrale nei cuori, affinché «non io viva, ma Cristo viva in
me». Proprio nella devozione e nel ringraziamento più personali, essa è rinuncia
dell'io per colui che è più grande, per Cristo ed i suoi postulati: la Chiesa ed
il mondo. Perciò la duplice celebrazione
In tal modo il 'praticare' viene collocato al giusto poste nel contesto di tutta la vita cristiana. È,
sì, un atto di concentrazione rivolto all'indietro «fate questo in memoria di me» -, ma sempre con direzione verso la dilatazione nel mondo. Dobbiamo trovare Dio nel segno della parola e del sacramento, ma 'soltanto per cercarlo sempre più appassionatamente - ut inventus quaeratur immensus est - là dove ancora non è e dove dobbiamo portarlo; o meglio (poiché egli è già sempre dovunque), dove si trova già nascostamente e dove noi dobbiamo scoprilo.
[1] «Quando la verità è enunciata da
più cose - in modo originario o derivato -, il pieno concetto di vero
deve essere enunciato da ciò in cui si trova realizzato in modo originario». (S.
TOMMASO, De Veritate 1,2).
[2] Devo la formulazione di questo titolo al prof. P. D. BARTHÉLEMY (o. p.), il quale ha riflettuto in modo così penetrante sulla
connessione tra povertà e vangelo.
[3] Nel suo libro Krise und Erneuerung der Frauenorden
(Crisi e rinnovamento degli ordini femminili).
[4] Questa trasformazione è molto ben descritta da HENRI DE LUBAC, in Credo Ecclesiam; in Festschrift für Hugo
Rahner
('Sentire Ecclesiam') 1961, 13-16. Cf. pure HENRI DE LUBAC,
Paradosso e mistero della Chiesa, Queriniana, Brescia
1968.
[5] Le cose migliori in proposito si trovano in WILLIBRORD
HILLMANN, Perfectio evangelica. Der klösterliche Gehorsam in
biblisch-theologischer Sicht. (Perfectio evangelica. L'obbedienza monastica
sotto l'aspetto biblico-teologico), in Wissenschaft und Weisheit, 25
(1962), 163-168.