Prima edizione BUR Saggi: marzo 2004
| III | III | III | III | III | III |
| Vita spirituale Ascesi Santità e bellezza Sensi e Spirito Vigilanza Lotta spirituale Idolatria Acedia |
Deserto Attesa del Signore Ricerca di Dio Pazienza Fedeltà nel tempo Conversione Attenzione Ascolto |
Meditazione Memoria Dei Memoria La preghiera, un cammino Lectio divina Contemplazione La parola della croce La preghiera, una relazione |
Prima 1'ascolto Preghiera e immagine di Dio Preghiera di intercessione Pregare nella storia Preghiera di domanda Preghiera di lode Preghiera di ringraziamento Silenzio |
Castità Obbedienza Povertà Digiuno Speranza Perdono Amore del nemico Umiltà |
Conoscenza di sé
Solitudine Comunicazione Comunione Malattia Vecchiaia Morte e fede Gioia |
Ad André Louf
Abba Antonio disse: «Verrà un tempo in cui gli uomini
impazziranno
e al vedere uno che non sia pazzo gli si avventeranno contro dicendo:
"Tu sei pazzo!" a motivo della sua dissimiglianza da loro».
Prefazione alla nuova edizione
Sono trascorsi ormai cinque anni da quando decisi di
raccogliere alcune riflessioni su «parole» capaci di tracciare un percorso
attraverso gli elementi costitutivi della
«vita interiore», di sondare quella
dimensione che ogni persona custodisce nel suo intimo e che tuttavia a volte
trascura, soprattutto in quest'epoca in cui sembra prevalere l'apparenza,
l'esteriorità, l'immagine.
Ne nacquero pagine che, con mia gradita sorpresa, hanno
valicato oltre ogni attesa gli spazi entro i quali erano state pensate: tradotte
anche in francese e in inglese, hanno incontrato interesse e favore presso
lettori di mondi culturali assai diversi. Conferma, questa, del dato che
l'interiorità è elemento umano che travalica l'universo religioso e di pensiero
che la definisce e la plasma per ogni singola persona.
Sono, infatti, pagine che attingono la loro linfa dalla
tradizione ebraico-cristiana e dalla mia assiduità con i testi biblici e con il
vissuto della spiritualità delle chiese d'oriente e di occidente, eppure credo
che, proprio grazie a questo profondo radicamento, riescano a cogliere elementi
universali in cui ogni essere umano possa ritrovarsi.
In una stagione in cui troppi si affrettano a dipingere scenari da guerre di religione e scontri di civiltà, ho
cercato di riproporre «luoghi comuni» per un dialogo possibile, per un
riconoscimento reciproco di quanto sta a cuore a ciascuno. E in questa seconda
edizione alcune nuove «voci» testimoniano che l'itinerario non è concluso, che
la scoperta di ciò che ci abita non è un circolo vizioso, ma un avvincente
intreccio di conoscenza di sé e di conoscenza dell' altro, di custodia del
passato e di sguardo aperto sul futuro, di ricerca di un Dio che dà senso alla
vita e di lotta contro falsi dèi che asserviscono l'uomo.
Come ogni lessico, anche questo non sostituisce l'essenza
della realtà che cerca di delineare: come «conoscere» alcune parole non
significa saper articolare un linguaggio sensato e comprensibile, così definire
la «vita interiore» non significa viverla quotidianamente. Eppure aiuta a farlo.
ENZO BIANCHI
27 gennaio 2004, Giornata della Memoria
Prologo
«Abba, dimmi una parola!» All'inizio del IV secolo, quando ormai il cristianesimo si avviava a divenire religione ufficiale dell'impero e a permeare i costumi della società pagana, questa frase di sconcertante semplicità iniziò a risuonare con insolita frequenza nei deserti di Egitto e di Palestina, di Siria e di Persia. Visitatori occasionali o fratelli inesperti erano soliti indirizzarsi così a un «anziano» per chiedergli un insegnamento che, nato da un' esperienza di vita nello Spirito, potesse diventare prezioso aiuto nel cammino sulle tracce del Signore: una parola per la vita che, tratta dal vissuto quotidiano, potesse fornirlo di un senso; una parola proveniente dall'esterno ma capace di scendere nelle profondità dell'essere; un evento esteriore capace di orientare l'interiorità dell' ascoltatore. Trasmesse da bocca a orecchio, accolte nel cuore, meditate e messe in pratica, queste parole, echi della Parola, finirono ben presto per costituire un vero e proprio «lessico del deserto», fornendo un linguaggio alla spiritualità e dando un nome alle realtà dello Spirito: e «dare il nome» alle cose significa compiere il primo passo per la loro conoscenza, la presa di possesso, l'acquisizione di una consapevolezza che al nome non si ferma. Nacquero ben presto raccolte
di «detti e fatti dei Padri del deserto», redatte con l'intento di diffondere maggiormente queste perle di sapienza, di ovviare all'inevitabile rarefazione - nel tempo e nello spazio - di «padri» autentici e di ritardare il conseguente declino della qualità della vita cristiana. Chi le compilava era consapevole dei propri limiti - anzi, proprio da questa consapevolezza nasceva il desiderio di diffondere messaggi che quei limiti varcassero - e dei rischi che assumeva nell'intraprendere una simile opera: «I profeti scrissero dei libri, i padri compirono molte cose ispirandosi ad essi, i loro successori li impararono a memoria, la nostra generazione li ha copiati su papiri e pergamene e li ha messi in ozio sugli scaffali». Pur tuttavia la trasmissione avveniva: nuove generazioni ponevano domande e trovavano risposte, se non direttamente dalle labbra dell'abba, almeno dalle righe di qualche manoscritto letto o ricopiato, oppure dalle riflessioni condivise in una collatio comunitaria, in uno di quei momenti di scambio fraterno in cui ciascuno è al contempo abba e discepolo dell'altro, alla sola condizione di essere autentico nel parlare e nell'agire.VITA SPIRITUALE
Non si dà vita cristiana senza vita spirituale! Lo stesso
mandato fondamentale che la chiesa deve adempiere nei confronti dei suoi fedeli
è quello di introdurli a un'esperienza di Dio, a una vita in relazione con Dio. È
essenziale ribadire oggi queste verità elementari, perché viviamo in un tempo in
cui la vita ecclesiale, dominata dall' ansia pastorale, ha assunto l'idea che
l'esperienza di fede corrisponda all'impegno nel mondo piuttosto che all'
accesso a una relazione personale con Dio vissuta in un contesto comunitario,
radicata nell' ascolto della Parola di Dio contenuta nelle Scritture, plasmata
dall' eucaristia e articolata in una vita di fede, di speranza e di carità.
Questa riduzione dell' esperienza cristiana a morale è la via più diretta per la
vanificazione della fede.
La fede, invece, ci porta a fare un' esperienza reale di
Dio, ci immette cioè nella vita spirituale, che è la vita guidata dallo
Spirito santo. Chi crede in Dio deve anche fare un' esperienza di Dio: non gli
può bastare avere idee giuste su Dio. E l'esperienza, che sempre avviene nella
fede e non nella visione (cfr. 2 Corinti 5,7: «noi camminiamo per mezzo della
fede e non ancora per mezzo della visione»), è qualcosa che ci sorprende e si
impone portandoci a ripetere con Giacobbe: «Il Signore è qui e io
non lo sapevo!» (Genesi 28,16), oppure con il Salmista:
«Alle spalle e di
fronte mi circondi [...]. Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, tu
sei là, se scendo agli inferi, eccoti» (Salmo 139,5 e sgg.). Altre volte la
nostra esperienza spirituale è segnata dal vuoto, dal silenzio di Dio, da un'
aridità che ci porta a ridire le parole di Giobbe: «Se vado in avanti, egli non
c'è, se vado indietro, non lo sento; a sinistra lo cerco e non lo scorgo, mi
volgo a destra e non lo vedo» (Giobbe 23,8-9). Eppure anche attraverso il
silenzio del quotidiano Dio ci può parlare. Dio infatti agisce su di noi
attraverso la vita, attraverso l'esperienza che la vita ci fa fare, dunque anche
attraverso le «crisi», i momenti di buio e di oscurità in cui la vita può
portarci.
L'esperienza spirituale è anzitutto esperienza di essere
preceduti: è Dio che ci precede, ci cerca, ci chiama, ci previene. Noi non
inventiamo il Dio con cui vogliamo entrare in relazione: Egli è già là! E
l'esperienza di Dio è necessariamente mediata dal Cristo: «nessuno viene al
Padre se non per mezzo di me» dice Gesù (Giovanni 14,6). Cioè l'esperienza spirituale è
anche esperienza
ASCESI
«Non si nasce cristiani, lo si diventa» (Tertulliano). Questo
«divenire» è lo spazio in cui si inserisce l'ascesi cristiana. Ascesi è oggi
parola sospetta, se non del tutto assurda e incomprensibile per molti uomini e,
ciò che più è significativo, anche per un gran numero di cristiani. In realtà «ascesi»,
termine che deriva dal greco askein, «esercitare», «praticare», indica
anzitutto l'applicazione metodica, l'esercizio ripetuto, lo sforzo per acquisire
un' abilità e una competenza specifica: l'atleta, l'artista, il soldato devono «allenarsi»,
provare e riprovare movimenti e gesti per poter pervenire a prestazioni elevate.
L'ascesi è dunque anzitutto una necessità umana: la stessa crescita dell'uomo,
la sua umanizzazione, esige un corrispondere interiore alla crescita anagrafica.
Esige un dire dei «no» per poter dire dei «sì»: «Quando ero bambino, parlavo e
pensavo da bambino ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho
abbandonato»scrive san Paolo (I Corinti 13, I I). La vita cristiana poi, che è
rinascita a una vita nuova, a una vita «in Cristo», che è adattamento della
propria vita alla vita di Dio, richiede l'assunzione di capacità «non naturali»
come la preghiera e l'amore del nemico: e questo non è possibile senza un'
applicazione costante, un esercizio, uno sforzo incessante. Purtroppo il mito della spontaneità, che domina
ancora in questa fase di adolescenze interminabili e che porta a contrapporre
esercizio e autenticità, si rivela un ostacolo determinante alla maturazione
umana delle persone e alla comprensione dell'essenzialità dell'ascesi per una
crescita spirituale.
Certo, deve essere chiaro che l'ascesi cristiana resta sempre
un mezzo ordinato all'unico fine da conseguire: la carità, l'amore per il
Signore e per il prossimo. Non è possibile senza la continua esperienza di
cadute, di fallimenti, di «peccati», che fan sì che l'ascesi cristiana
rettamente intesa sia sempre assolutamente indissociabile dalla grazia: «Che uno
possa vincere la sua natura non è tra le cose possibili» (Giovanni Climaco). La
storia cristiana ha conosciuto molte deviazioni ed eccessi dell'ascesi, ma ha
anche sempre saputo condannare tali eccessi che riducevano la vita cristiana a
un insieme di imprese eroiche. E ha saputo farlo anche con senso dello humour:
«Se praticate l'ascesi di un regolare digiuno, non inorgoglitevi. Se per questo
vi insuperbite, piuttosto mangiate carne, perché è meglio mangiare carne che
gonfiarsi e vantarsi» (Isidoro Presbitero). Essa non mira al perfezionamento del
proprio «io», ma all' educazione dell' «io» alla libertà e alla relazione con
l'altro: il suo fine è l'amore, la carità. L'ascesi prende sul serio il fatto
che non si possono servire due padroni e che l'alternativa all'obbedienza a Dio
è l'asservimento agli idoli. Anche l'interiorità va educata, anche l'amore va
sempre affinato e purificato, anche le relazioni vanno rese sempre più
intelligenti e rispettose: questo dice l'ascesi! In particolare, «il sudore e la fatica» (Cabasilas) dello sforzo
ascetico sono l'apertura al dono di Dio, il disporre tutta la propria persona a
ricevere il dono di grazia; possiamo riassumere la dimensione cristiana dell'ascesi in questa affermazione: la salvezza viene da Dio in Gesù Cristo. L'ascesi
non è altro che l'accettazione a essere se stessi soltanto per grazia di quell'Altro che ha nome Dio, è il dire di sì a ricevere la propria identità nella
relazione con questo Altro. In particolare, l'ascesi corporale, che ha rivestito
spesso connotati meramente negativi e di disprezzo del corpo, soprattutto a
seguito dell'assunzione di un modello antropologico di tipo dualista, afferma
come essenziale per la conoscenza teologica il coinvolgimento dell'intero corpo!
Senza questa dimensione il cristianesimo si riduce a esercizio intellettuale, a
gnosi, oppure alla sola dimensione morale.
Di più, essendo a servizio della rivelazione cristiana che
attesta che la libertà autentica dell'uomo si manifesta nel suo divenire capace
di donazione di sé, per amore di Dio e del prossimo, aprendosi al dono
preveniente di Dio, l'ascesi tende a liberare l'uomo dalla philautia,
cioè dall' amore di sé, dall' egocentrismo, e a trasformare un individuo in
persona capace di comunione e gratuità, di dono e di amore. Ancora una volta, la
tradizione cristiana antica mostra capacità di auto critica nelle parole di un
padre del deserto che constata: «Molti hanno prostrato il loro corpo senza alcun
discernimento, e se ne sono andati senza trovare alcunché. La nostra bocca esala
cattivo odore a forza di digiunare, noi sappiamo le Scritture a memoria,
recitiamo tutti i Salmi, ma non abbiamo ciò che Dio cerca: l'amore e l'umiltà». Solo
un'ascesi intelligente e condotta con discernimento risulta gradita a Dio. E
risulta umanizzante e non disumanizzante. Risulta capace di aiutare l'uomo nel
compito di fare della propria vita un capolavoro, un'opera d'arte. Forse non è
casuale che askein sia utilizzato, nella letteratura greca antica, anche
per indicare il lavoro artistico. Questo dunque il fine dell'ascesi: porre la
vita del credente sotto il segno della bellezza, che nel cristianesimo è un
altro nome della santità.
SANTITÀ E BELLEZZA
La tradizione cristiana, soprattutto occidentale, ha operato
un'interpretazione essenzialmente morale della santità. Questa però non consiste
propriamente nel non peccare, bensì nel fare affidamento sulla misericordia di
Dio che è più forte dei nostri peccati e capace di rialzare il credente che è
caduto. TI santo è il canto innalzato alla misericordia di Dio, è colui che
testimonia la vittoria del Dio tre volte santo e tre volte misericordioso. La
santità cioè è grazia, dono, e chiede all'uomo l'apertura fondamentale per
lasciarsi invadere dal dono divino: la santità dunque testimonia anzitutto il
carattere responsoriale dell' esistenza cristiana, un carattere che afferma il
primato dell' essere sul fare, del dono sulla prestazione, della gratuità sulla
legge. Possiamo dire che la santità cristiana, anche nella sua dimensione etica,
non ha un carattere legale o giuridico, ma eucaristico: è risposta alla
charis di Dio manifestata in Cristo Gesù. Ed è segnata perciò dalla
gratitudine e dalla gioia; il santo è colui che dice a Dio: «Non io, ma Tu».
Questa ottica di grazia preveniente ci porta ad affermare
che altro nome della santità è bellezza. Sì, nell'ottica
cristiana la santità si declina anche come bellezza. Già il Nuovo Testamento
associa queste due esortazioni ai cristiani: avere «una condotta santa» non è altro che
avere «una condotta bella» (cfr. 1 Pietro l, l 5 - l 6 e 2,12). Articolata come bellezza, la
santità appare anzitutto essere impresa non individualistica, non frutto dello
sforzo, magari eroico, del singolo, ma evento di comunione. È la comunione
raffigurata iconicamente in Mosè ed Elia «apparsi nella gloria» (Luca 9,3r) e
nei discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni radunati attorno al Cristo splendente
nella luce della trasfigurazione. È la communio sanctorum, la comunione
dei santi, di coloro che partecipano alla vita divina communicantes in Unum,
comunicando con Colui che è l'unica sorgente della santità (cfr. Ebrei 2,11).
Come non ricordare la cattedrale di Chartres con le statue dei santi dell'
Antico e del Nuovo Testamento radunati attorno al Beau Dieu come tanti
raggi che promanano dall'unico sole? La gloria di Colui che è «l'autore della
bellezza» rifulge sul volto di Gesù, il Cristo (2 Corinti 4,6), il Messia cantato dal
Salmista come «il più bello tra i figli dell'uomo» (Salmo 45,3), e si effonde
nel cuore dei cristiani grazie all'azione dello Spirito santificato re, che
plasma il loro volto a immagine e somiglianza del volto di Cristo, trasformando
le loro individualità biologiche in eventi di relazione e comunione. E così la
vita e la persona del cristiano possono conoscere qualcosa della bellezza della
vita divina trinitaria, vita che è comunione, pericoresi di amore.
La santità è bellezza che contesta la bruttura della chiusura
in sé, dell' egocentrismo, della philautia. È gioia che contesta la
tristezza di chi non si apre al dono di amore, come il giovane ricco che «se ne andò triste» (Matteo
19,22). Ha scritto Léon Bloy: «Non c'è che una tristezza, quella di non essere
santi». Ecco la santità, e la bellezza, come dono e responsabilità del cristiano.
All'interno di un mondo che «è cosa bella» - come scandisce
il racconto della Genesi - l'uomo viene creato da Dio nella relazione di alterità
maschio-femmina e stabilito come partner adeguato per Dio, capace di ricevere i
doni del suo amore, e quest' opera creazionale viene lodata come «molto bella» (Genesi
1,31). In un mondo chiamato alla bellezza, l'uomo, che è posto come responsabile
del creato, ha la responsabilità della bellezza del mondo e della propria vita,
di sé e degli altri. Se la bellezza è «una promessa di felicità» (Stendhal),
allora ogni gesto, ogni parola, ogni azione ispirata a bellezza è profezia del
mondo redento, dei cieli nuovi e della terra nuova, dell'umanità riunita nella
Gerusalemme celeste in una comunione senza fine. La bellezza diviene profezia
della salvezza: «è la bellezza» ha scritto Dostoevskij «che salverà il mondo».
Chiamati alla santità, i cristiani sono chiamati alla
bellezza, ma allora noi ci possiamo porre questo interrogativo: che ne abbiamo
fatto del mandato di custodire, creare e vivere la bellezza? Si tratta infatti
di una bellezza da instaurare nelle relazioni, per fare della chiesa una
comunità in cui si vivano realmente rapporti fraterni, ispirati a gratuità,
misericordia e perdono; in cui nessuno dica all' altro: «lo non ho bisogno di te»
(1 Corinti 12,21), perché ogni ferita alla comunione sfigura anche la bellezza
dell'unico Corpo di Cristo. È una bellezza che deve caratterizzare la chiesa come luogo di luminosità (cfr.
Matteo 5,14-16), spazio di libertà e non di paura, di dilatazione e non di conculcamento dell'umano, di simpatia e non di contrapposizione con gli uomini,
di condivisione e solidarietà soprattutto con i più poveri. È bellezza che deve
pervadere gli spazi, le liturgie, gli ambienti, e soprattutto quel tempio
vivente di Dio che sono le persone stesse. È la bellezza che emerge dalla
sobrietà, dalla povertà, dalla lotta contro l'idolatria e contro la mondanità. È
la bellezza che rifulge là dove si fa vincere la comunione invece del consumo,
la contemplazione e la gratuità invece del possesso e della voracità. Sì, il
cristianesimo è philocalia, via di amore del bello, e la vocazione
cristiana alla santità racchiude una vocazione alla bellezza, a fare della
propria vita un capolavoro di amore. TI comando «Siate santi perché io, il
Signore, sono santo» (Levitico 19,2; I Pietro 1,16) è ormai inscindibile dall'
altro: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Giovanni 13,34). La
bellezza cristiana non è un dato, ma un evento. Un evento di amore che narra
sempre di nuovo, in maniera creativa e poetica, nella storia, la follia e la
bellezza tragica dell' amore con cui Dio ci ha amati donandoci suo Figlio, Gesù
Cristo.
SENSI E SPIRITO
Appare problematica, oggi, l'integrazione della dimensione
sensoriale nell' esperienza spirituale. Ha ancora senso l'espressione «esperienza
di Dio»? O bisogna rassegnarsi alla sua diluizione in una dimensione puramente
intellettuale (esperienza di Dio intesa come parlare di o scrivere su Dio) o
alla sua riduzione all' attività sociale caritativa e filantropica (esperienza di
Dio intesa come relazione altruista) o a fame l'appannaggio del mondo
della mistica? L'incontro con Dio avviene sì nella fede e non nella visione, ma
si impone a tutto l'uomo, corpo e sensi compresi. Agostino lo proclama: «Mi
chiamasti e il tuo grido lacerò la mia sordità; balenasti e il tuo splendore
dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza e respirai e anelo verso di
te; gustai e ho fame e sete; mi toccasti e arsi dal desiderio della tua pace»
(Confessioni X, 27,38).
Il testo di Agostino echeggia quella dottrina dei «sensi
spirituali» che ha in Origene il suo iniziatore. Scrive 1'alessandrino: «Il
Cristo diventa l'oggetto di ciascun senso dell'anima. Egli chiama se stesso la
vera "luce" per illuminare gli occhi dell'anima, il "Verbo" per essere udito, il
"pane" di vita per essere gustato. Parimenti, egli è chiamato "olio" e "nardo"
perché l'anima si diletti dell'odore del Logos, egli è divenuto "il Verbo fatto
carne" palpabile e attingibile, perché l'uomo interiore possa cogliere il Verbo
di vita» (Commento al Cantico TI, 167,25). Il Dio fattosi uomo ha
affermato, una volta per sempre, l'eminente dignità spirituale del corpo. È vero
che la dottrina tradizionale dei sensi spirituali si fonda a volte sulla
contrapposizione e rottura fra sensi corporei e sensi spirituali, ma in certe
sue modulazioni (per esempio in Bonaventura) si percepisce la continuità fra i
due livelli di sensi e comunque, al di là delle antropologie - oggi forzatamente
impraticabili - che sottostavano alle antiche formulazioni dottrinali, è
essenziale recuperare e riformulare l'istanza profonda che esse esprimevano. Il sensus fidei non
è un. sapere dottrinale, ma è connesso a un vissuto, a una conoscenza «pratica»
di Dio che porta ad assumere «il senso delle cose divine», cioè il discernimento.
Magistero di questo discernimento è la liturgia eucaristica, dove il mistero
celebrato è il mistero della fede: ma la liturgia eucaristica è esperienza che
coinvolge tutti i sensi del credente: ascoltare la Parola di Dio
proclamata, vedere le icone, le luci, i volti dei fratelli, gustare
il pane e il vino eucaristici, odorare i profumi, l'incenso,
toccare l'altro con l'abbraccio di pace... Nell'incarnazione la rivelazione
è entrata nell'uomo attraverso tutti i sensi; nell'economia sacramentale la
celebrazione del mistero coinvolge sì tutti i sensi dell'uomo, ma esigendo anche
un loro affinamento e una loro trasfigurazione: si tratta di cogliere la realtà
«in Cristo». I sensi non sono aboliti, ma ordinati dalla fede, allenati dalla
preghiera, innestati in Cristo, trasfigurati dallo Spirito santo: il
battezzato può così manifestarsi quale nuova creatura che «"vede" realmente il
Figlio di Dio; "ode" e "ascolta" la sua parola; lo "tocca" e si nutre di lui; lo
"gusta"; respira la vita nello Spirito santo». Così si esprime l'esegeta Donatien Mollat mostrando l'emergere dei sensi spirituali nel quarto Vangelo. E
non si pensi che si tratti di un' esperienza «mistica», inaccessibile ai più. L'
«ascolto» della Parola di Dio attraverso la lettura orante delle Scritture porta
il credente a «vedere» il volto del Cristo, a «toccare» la sua presenza che gli
si impone, a «gustare» la consolazione dello Spirito, a piangere preso da
compunzione... È la concretissima esperienza spirituale.
L'esperienza di fede è esperienza di bellezza, di un incontro
tanto reale quanto indicibile, di una presenza più intima a noi del nostro
stesso intimo. Ed è esperienza che investe anche il corpo e i sensi. In Oriente
il santo è l'uomo con il volto luminoso, il cui corpo esala profumo, la cui somaticità è ormai evento di bellezza e di comunione. Certo, guai a confondere
lo psicologico e l'emozionale con lo spirituale, ma lo spirituale traversa lo
psichico e investe i sensi del corpo. E allora i «sensi spirituali» non sono
solo metafore, ma connotano l'esperienza della comunione con il Signore nei vari
aspetti in cui si può manifestare all' animo umano: dolcezza, forza, intimità,
adesione amorosa, obbedienza, presenza intensa. È la sobria ebrietas; è
l'esperienza dell'amore. Quando Agostino afferma che l'occhio vede a partire dal
cuore e che solo l'amore è capace di vedere, ci suggerisce che i sensi spirituali sono i sensi permeati
dall' esperienza profonda dell' amore di Dio. Amore che purifica, ordina e rende
intelligente l'amare umano.
Ma chi oggi sa farsi «iniziatore alla vita spirituale del
corpo, in un mondo che confondendo o separando corpo e spirito li ha perduti
entrambi e va morendo di questa perdita?» (Cristina Campo).
VIGILANZA
«Non abbiamo bisogno di nient' altro che di uno spirito
vigilante.» Questo apoftegma di abba Poemen, un padre del deserto, esprime bene
l'essenzialità che la vigilanza riveste nella vita spirituale cristiana. In che
consiste? Il Nuovo Testamento, opponendola allo stato di ubriachezza e a,quello
della sonnolenza, la definisce come la sobrietà e il «tenere gli occhi ben
aperti» di colui che ha un fine preciso da conseguire e da cui potrebbe essere
distolto se non fosse, appunto, vigilante. E poiché lo scopo da conseguire per
un cristiano è la relazione con Dio attraverso Gesù Cristo, la vigilanza
cristiana è totalmente relativa alla persona di Cristo che è venuto e che verrà.
Basilio di Cesarea termina le sue Regole morali affermando che lo «specifico»
del cristiano consiste proprio nella vigilanza in ordine alla persona di Cristo:
«Che cosa è proprio del cristiano? Vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere
pronto nel compiere perfettamente ciò che è gradito a Dio, sapendo che nell'ora
che non pensiamo il Signore viene».
La sottolineatura della dimensione temporale presente in
questo testo non è casuale. Tipo del vigilante è il profeta, colui che cerca di
tradurre lo sguardo e la Parola di Dio nell' oggi del tempo e della storia. La
vigilanza è dunque lucidità interiore, intelligenza, capacità
critica, presenza alla storia, non distrazione e non dissipazione. Unificato
dall'ascolto della Parola di Dio, interiormente attento alle sue esigenze,
l'uomo vigilante diviene responsabile, cioè radicalmente non indifferente,
cosciente di doversi prendere cura di tutto. e, in particolare, capace di
vigilare su altri uomini e di custodirli. «Essere episcopus, vescovo,»
scrive Lutero «significa guardare, essere vigilante, vigilare diligentemente.» È
dunque, la vigilanza, una qualità che richiede grande forza interiore e produce
equilibrio: si tratta di attivare la vigilanza non solo sulla storia e sugli
altri, ma anche su di sé, sul proprio ministero, sul proprio lavoro, sulla
propria condotta, insomma su tutta la sfera delle relazioni che si vivono.
Affinché su tutto regni la signoria di Cristo.
La difficoltà della vigilanza consiste proprio nel fatto che
anzitutto è su di sé che occorre vigilare: il nemico del cristiano è in lui
stesso, non fuori di lui. «Vegliate su voi stessi e pregate in ogni tempo: che i
vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della
vita», dice Gesù nel Vangelo di Luca. La vigilanza è al prezzo di una lotta
contro se stessi: il vigilante è il resistente, colui che combatte per
difendere la propria vita interiore, per non lasciarsi trascinare dalle
seduzioni mondane, per non farsi travolgere dalle angosce dell'esistenza,
insomma, per unificare fede e vita e per mantenersi nell'equilibrio e nell'armonia; vigilante è colui che aderisce alla realtà e non si rifugia
nell'immaginazione, nell'idolatria, che lavora e non ozia, che si relaziona, che ama e non è indifferente, che assume con
responsabilità il suo impegno storico e lo vive nell' attesa del Regno che verrà.
La vigilanza è dunque alla radice della qualità della vita e delle relazioni, è
al servizio della pienezza della vita e combatte le seduzioni che la morte
esercita sull'uomo. Così Paolo ammonisce i cristiani di Tessalonica: «Non
dormiamo come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri». Per la simbolica
biblica, ma anche per altre culture (si pensi alla mitologia greca che fa di
Hypnos, Sonno, il gemello di Thanatos, Morte), cadere nel sonno
significa entrare nello spazio della morte. Vigilare, invece, non è solo un
atteggiamento proprio dell'uomo attento e responsabile, ma acquisisce un
significato particolare per il cristiano che pone la sua fede nel Cristo morto e
risorto. La vigilanza è assunzione intima e profonda della fede nella vittoria
della vita sulla morte. Così il vigilante diviene non solo uomo sveglio, che si
oppone all'uomo addormentato, intontito, che ottunde i suoi sensi interiori, che
rimane alla superficie delle cose e delle relazioni, ma diviene anche uomo di
luce e capace di irradiare luce. «illuminati» tramite l'immersione battesimale,
i cristiani sono «figli della luce» chiamati a illuminare: «Risplenda la vostra
luce davanti agli uomini affinché, vedendo il vostro operare la bellezza,
rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Matteo 5, I 6). Non si tratta
di esibizionismo spirituale, anzi, dell' effetto traboccante della luce che,
abitando un cuore vigilante, non può rimanere nascosta, ma di per sé emerge e si
diffonde. In certo senso, la vigilanza è l'unica cosa assolutamente essenziale
al cristiano: essa è la matrice di ogni virtù, è il sale di tutto l'agire, la luce
del suo pensare e parlare. Senza di essa tutto l'agire del cristiano rischia di
essere in pura perdita. Disse abba Arsenio: «Bisogna che ognuno vigili sulle
proprie azioni per non faticare invano».
LOTTA SPIRITUALE
Movimento essenziale della vita spirituale cristiana è la
lotta spirituale. Già la Scrittura esige dal credente tale atteggiamento:
chiamato a «dominare» all'interno del creato, l'uomo deve esercitare tale
dominio anche su di sé, sul peccato che lo minaccia: «Il peccato è accovacciato
alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo» (Genesi
4,7). Si tratta dunque di una lotta interiore, non rivolta contro esseri
esterni a sé, ma contro le tentazioni, i pensieri, le suggestioni e le dinamiche
che portano alla consumazione del male. Paolo, servendosi di immagini belli che
e sportive (la corsa, il pugilato), parla della vita cristiana come di uno
sforzo, una tensione interiore a rimanere nella fedeltà a Cristo, che comporta
lo smascheramento delle dinamiche attraverso le quali il peccato si fa strada
nel cuore dell'uomo per poterlo combattere al suo sorgere. Il cuore, infatti, è il luogo di questa battaglia.
Il cuore inteso nel senso, derivato dall'
antropologia biblica, dell' organo che meglio può rappresentare la vita nella
sua totalità: centro della vita morale e interiore, sede dell'intelligenza è
della volontà, il cuore contiene gli elementi costitutivi di quella che noi
chiamiamo la «persona» e si avvicina a ciò che definiamo «coscienza». Ma tutto
questo, nel cristianesimo, non è affatto semplicemente un movimento di «discernimento e
di aggiustamento psicologico»: questa, dice Paolo, è «la lotta della fede» (1
Timoteo 6,12), l'unica lotta che può essere definita «buona». È cioè la lotta
che nasce dalla fede, dal legame con Cristo manifestato dal battesimo, che
avviene nella fede, cioè nella fiducia della vittoria già riportata dal Cristo
stesso, e che conduce alla fede, alla sua conservazione e al suo irrobustimento.
La lotta spirituale mira, secondo la tradizione cristiana, a
custodire la «sanità spirituale» del credente. Se il suo fine è l'apatheia,
questa va intesa non nel senso dell'impassibilità, ma dell'assenza
di patologie. Così la lotta spirituale mette in atto la valenza terapeutica
della fede. Essendo la vita spirituale una realissima e concretissima vita, essa
deve essere nutrita e corroborata per poter crescere e dev'essere curata quando
è minacciata nella sua integrità. Sia l'Occidente che l'Oriente cristiano hanno
codificato gli ambiti, gli spazi, in cui va esercitata tale lotta per mantenere
il credente in un atteggiamento sano, cioè di comunione e non di consumo. La
tradizione monastica ha sempre affermato con grande forza che la vita di fede
assume la forma di un'incessante lotta contro le tentazioni. Antonio, il «padre
dei monaci», ha detto: «Questa è la grande opera dell'uomo: gettare su di sé il
proprio peccato davanti a Dio, e attendersi tentazioni fino all'ultimo respiro».
Ma che significa «tentazione»?
Con questa espressione si indica un pensiero (i Padri greci
parlano di loghismoi), una suggestione, uno stimolo che muove dall'esterno dell'uomo (ciò che si vede, che si
ascolta, che ci sta intorno ecc.) oppure dal suo stesso interno, dalla sua
struttura personale, dalla sua storia, dalle sue peculiari fragilità, e che
insinua nell'uomo la possibilità di un' azione malvagia, contraria all'Evangelo.
Dal catechismo frequentato in fanciullezza molti ricorderanno la lista dei «sette
peccati capitali», diffusasi nel mondo cattolico soprattutto nell' epoca della
Contro riforma, ma risalente a Gregorio Magno, il quale parlava di vanagloria,
invidia, ira, tristezza, avarizia, gola, lussuria. A sua volta questa lista
di sette era un rifacimento dell' elenco degli otto pensieri malvagi formulato
da Evagrio Pontico nel IV secolo e volgarizzato in Occidente da Giovanni Cassiano. Rileggere oggi questi «peccati» uscendo dalla griglia moralistica e
dalla casistica con cui sono giunti fino a noi e interpretarli come «rapporti»
può mostrare la loro sconcertante modernità (molti vi hanno visto una forma di
psicoanalisi ante litteram) e aiutarci a raggiungere il nucleo profondo
ed estremamente semplice da cui sgorgavano al di là delle forme più o meno
maldestre con cui ci sono stati fatti conoscere.
Evagrio parlava anzitutto di gastrimarghía, la quale
non investe solo il rapporto con il cibo (né va banalizzata nel «peccato di gola»),
ma ogni forma di patologia orale (si pensi alle articolate implicazioni della
bulimia e dell'anoressia). La porneía designa poi gli squilibri nel
rapporto con la sessualità, soprattutto la tendenza a cosificare il corpo
proprio e dell' altro, ad assolutizzare le pulsioni e a ridurre a oggetto di
desiderio chi è chiamato a essere soggetto di amore. La philarghyria designa
sì l'avarizia, ma più profondamente ci rinvia al rapporto con le cose e denuncia
la tendenza dell'uomo a lasciarsi definire da ciò che possiede. L'orghé
(ira) indica il rapporto con gli altri, che può essere stravolto fino alla
violenza con la collera, e in cui il credente è chiamato al paziente e faticoso
esercizio (cioè, etimologicamente, all'ascesi) dell' accettazione dell'alterità.
La lype indica la tristezza, ma anche la frustrazione di chi non vive in
modo equilibrato il rapporto con il tempo e resta incapace di arrivare
all'unificazione del tempo della propria vita. Lacerato tra nostalgia del
passato e fughe irreali in avanti, l'uomo preda dello spiritus tristitiae
è incapace di aderire all'oggi, al presente. L'akedia (acedia; scomparso
nella lista occidentale di Gregorio Magno probabilmente perché fatto confluire
nella tristezza) designa una pigrizia, un taedium vitae, una
demotivazione radicale che diviene pulsione di morte e financo tendenza
suicidaria. Si manifesta come instabilità radicale, disgusto di ciò che si vive,
volontà di azzeramento della propria esistenza, e rivela l'incapacità di vivere
armonicamente il rapporto con lo spazio. La kenodoxia, vanagloria, è la
tentazione di definirsi a partire da ciò che si fa, dal proprio lavoro, dalla
propria opera: essa investe dunque l'ambito del rapporto con il fare, con
l'operare. Infine, la yperephania (superbia) designa la hybris nel
rapporto con Dio. È l'orgoglio, l'affermazione dell'ego, la sostituzione
di «io» a «Dio».
Non è difficile vedere come il combattimento spirituale,
che individua questi ambiti - riassuntivi di tutti i
IDOLATRIA
Cosa evoca in noi il termine «idolatria»? Ormai abbandonata -
o, meglio, confinata alle estreme terre delle sempre più esigue popolazioni
rimaste «pagane» - l'accezione «feticistica», trasposta in ambito di popolarità sportiva o musicale la dimensione di «adorazione» incantata di un
personaggio, messa in crisi una certa idealizzazione politica con il relativo
culto della personalità, non si può però certo dire che gli idoli siano
scomparsi dalla nostra esistenza, con tutto il loro carico di asservimento e di
appiattimento dell'uomo e della sua libertà. Gli idoli, infatti, continuano a
essere opera dell'uomo, e la loro creazione, sopravvivenza, trasformazione e
funzionamento rispondono a precise istanze e bisogni antropologici.
Non dimentichiamo che l'idolo - inteso come «simulacro», «feticcio» - non
è la personificazione del dio, e in questo non inganna l'adoratore che è
perfettamente consapevole di trovarsi di fronte non al dio in persona bensì a
un' opera delle proprie mani, un «manufatto» che egli stesso offre al dio come
«immagine visibile» affinché questi acconsenta ad assumerne il volto. Così, chi
adora una statua sa benissimo che il dio non coincide con quell'idolo: in essa
trova il volto accettato dal divino che sta prima di ogni immagine. In questo senso si può
dire che l'esperienza umana del divino precede il volto che quel divino assume
in essa, l'elaborazione umana del divino anticipa il volto idolatrico e così
l'idolo restituisce all'uomo, sotto la forma del volto di un dio, la sua stessa
esperienza del divino.
Così quello che emerge a livello di «simulacro», di oggetto,
si rivela autentico anche al livello più profondo (o più alto) dell'immagine:
l'idolo, che sia esso statua o realtà immateriale o ideologia, non inganna ma
fornisce certezze riguardo al divino. Anche quando appare nel suo aspetto
terribile, l'idolo è rassicurante perché identifica,il divino nel volto di un
Dio. Forse da questo aspetto nasce la sua sorprendente efficacia «politica»:
anticamente esso rendeva vicino, a portata di mano il dio che, identificandosi
con la polis, le assicurava un'identità. Ecco perché, anche dopo il
tramonto del paganesimo, la politica non ha cessato di suscitare degli idoli:
che siano «il grande condottiero» o «l'uomo della Provvidenza» o «il più amato
dalla gente», questi uomini, divinizzati, scongiurano il divino o, se si
preferisce, il destino umano. È l'idolatria a conferire dignità al culto della
personalità, a trasformarla in una figura «vicina», familiare, addomesticata
del divino. Qui si coglie la dimensione politica dell'idolatria, il suo essere
un attentato alla libertà umana, e si comprende anche come la lotta anti-idolatrica
richieda adesione alla realtà e l'attivazione dell'interiorità, di uno spazio
interiore, della capacità critica, affinché la libertà non sia solo libertà di
reagire, ma di agire, di proporre, di progettare.
Non solo, ma questo annullamento della distanza, questa «familiarità»
che rende schiavi (non dimentichiamo che il termine familia indicava all'
origine l'insieme dei servitori di una casa), la si ritrova anche negli idoli «immateriali»
così potenti ai giorni nostri: non è un caso
che il mito oggi più affascinante - il successo in termini di potere, di denaro
e di sesso - venga incontro e dia sfogo a tre libidines insite in
ogni essere umano: la libido dominandi, la libido possidendi e la
libido amandi. Così, opera non delle mani ma delle pulsioni dell'uomo,
queste tre forze si ergono di fronte a lui, gli chiedono adorazione e servizio,
gli rubano la libertà promettendogli partecipazione al «divino», accesso al
sovraumano, protezione contro le forze mortifere.
Ora, quando il cedimento ai richiami delle tre libidines
passa dalla sfera personale a quella sociale, assume connotati idolatrici
che nella nostra società occidentale si possono identificare sul piano economico
con l'adorazione di tutto ciò che si può calcolare, dalla quotazione di un'
azione in borsa al saldo di un conto corrente, al numero di esecutori della
propria volontà.
In particolare, potremmo affermare, echeggiando il Benjamin
di Capitalismo e religione, che, in una società in cui il paradigma dell'
homo oeconomicus ha preso il posto dell'homo religiosus, sempre
di più il denaro e le istituzioni del mercato tentano di appagare quelle
preoccupazioni e quelle ansie a cui un tempo davano risposta le religioni. Forse
la miglior raffigurazione dell'idolo si trova nella moneta, nella banconota: lo
«spirito»del denaro si incarna nella moneta e le immagini delle
ACEDIA
«Atonia dell'anima.» Così Evagrio Pontico, monaco vissuto nel
IV secolo, definisce l'akedia, quel male il cui nome è praticamente
intraducibile in una lingua moderna e che indica la situazione dello spirito
afflitto da un malessere le cui sfumature comprendono disgusto della vita, noia,
scoraggiamento, pigrizia, sonnolenza, malinconia, nausea, riluttanza, tristezza,
demotivazione... Giovanni Cassiano (IV-V secolo) l'ha trasmesso all'Occidente
nella traslitterazione latina acedia e più tardi Gregorio Magno l'ha
identificato, nella sua lista dei vizi capitali, con la tristitia.
Malessere che secondo Evagrio affligge particolarmente gli anacoreti (coloro che
fanno una vita monastica piuttosto solitaria e ritirata), in realtà l'acedia è
soltanto stata osservata e riconosciuta con acutezza e lucidità negli ambienti
monastici, ma è «un fenomeno comune a tutta l'umanità, anzi è il prezzo dell'
essere uomo», afferma padre Gabriel Bunge, eminente studioso di Evagrio.
L'acedia si manifesta come un'instabilità che rende incapaci di un rapporto
equilibrato con lo spazio e con il tempo: non si sopporta di rimanere in
solitudine nella propria cella, non si riesce ad abitare il proprio corpo, ad
habitare secum, e si percepisce con pesantezza immane il trascorrere del
tempo. Scrive Evagrio: «L'acedia fa sì che il sole appaia lento a muoversi o
addirittura immobile, e che il giorno sembri di cinquanta ore». È una sorta di
asfissia o soffocamento dell' anima che condanna l'uomo all'infelicità
portandolo a disdegnare ciò che ha, la situazione (di lavoro, affettiva,
sociale) in cui vive e a sognarne una irraggiungibile, lo rende preda di paure
svariate (per esempio, di malattie più immaginarie che reali), inefficiente sul
lavoro, intollerante e incapace di sopportazione verso «gli altri» (che
diventano spesso il bersaglio su cui scaricare frustrazione e aggressività),
impotente a governare i pensieri che si affollano nella propria anima e che lo
gettano nello scoramento, in una tale insoddisfazione di sé che egli si
interroga se non abbia sbagliato tutto nella propria vita. Essa può divenire un
vero e proprio stato depressivo (il Catechismo della Chiesa Cattolica la
definisce «una forma di depressione dovuta al rilassamento dell' ascesi, a un
venir meno della vigilanza, alla mancata custodia del cuore») in cui l'uomo è
tentato di azzerare la propria vita passata (rompere il vincolo matrimoniale o
abbandonare i voti religiosi o comunque «cambiare») o addirittura di darsi la
morte. L'acedia, scrive Isacco il Siro, «fa gustare l'inferno».
Nelle antiche descrizioni monastiche essa è il «demone meridiano» che colpisce
soprattutto a metà del giorno, durante le ore più calde e pesanti della giornata
(fra le dieci e le quattordici) prima dell'unico pasto che i monaci prendevano
intorno alle quindici. Troviamo poi descrizioni analoghe, almeno parzialmente,
in Pascal e Baudelaire, Kierkegaard e Guardini, Bergson e Jankélévitch; inoltre
sono stati rilevati i contatti con forme depressive descritte dalla psicologia.
È interessante notare che si è vista un'analogia fra questo male che di
preferenza colpisce l'uomo nel mezzo del giorno, con la crisi del superamento
della metà della vita, che si abbatte sull'uomo appunto fra i trentacinque e i
quarant'anni. «Sembra che vi sia una causa biologica alla base di quel senso di
apprensione, di quei tormentati interrogativi, della mancanza di entusiasmo in
uomini e donne poco dopo la trentina. È forse questo lo stato d'animo che i
dotti medievali chiamavano accidia, il peccato capitale di pigrizia dello
spirito? lo credo di sì» (Richard Church). Le svariate forme di reazione di
fronte a questa crisi sono del resto molto simili a quelle di chi è preda dell'
accidia: diniego, rimozione, svalutazione di sé, arroccamento al potere,
rigidismo legalista, depressione, eccessi nel bere e nel mangiare,
intontimento...
Ma come combattere l'acedia? Anzitutto accettando i limiti costitutivi dell'
esistenza umana: il passare del tempo e la mortalità (i Padri monastici
esortavano alla memoria mortis), l'assunzione della responsabilità della
propria vita passata e delle incapacità e imperfezioni che ci abitano, la
perseveranza, la pazienza (che è l'arte di vivere l'incompiuto), una vita di
relazioni, l'impegnare il corpo in attività lavorative, il farsi aiutare (per i
Padri monastici, da un «padre spirituale»), la preghiera. Evagrio in particolare
dà un consiglio: «Fissati una misura in ogni opera». Ovvero, esercitati, dandoti
una regola, a divenire padrone di te stesso.