Enzo Bianchi
LESSICO DELLA VITA INTERIORE
Le parole della spiritualità
Prima edizione BUR Saggi: marzo
2004
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III |
III |
III |
III |
III |
III |
Vita spirituale
Ascesi
Santità e bellezza
Sensi e Spirito
Vigilanza
Lotta spirituale
Idolatria
Acedia |
Deserto
Attesa del Signore
Ricerca di Dio
Pazienza
Fedeltà nel tempo
Conversione
Attenzione
Ascolto |
Meditazione
Memoria Dei
Memoria
La preghiera, un cammino
Lectio divina
Contemplazione
La parola della croce
La preghiera, una relazione |
Prima 1'ascolto
Preghiera e immagine di Dio
Preghiera di intercessione
Pregare nella storia
Preghiera di domanda
Preghiera di lode
Preghiera di ringraziamento
Silenzio |
Castità
Obbedienza
Povertà
Digiuno
Speranza
Perdono
Amore del nemico
Umiltà |
Conoscenza di sé
Solitudine
Comunicazione
Comunione
Malattia
Vecchiaia
Morte e fede
Gioia |
DESERTO
«L'esperienza del deserto è stata per me
dominante. Tra cielo e sabbia, fra il Tutto e il Nulla, la domanda diventa
bruciante. Come il roveto ardente, essa brucia e non si consuma. Brucia per se
stessa, nel vuoto. L'esperienza del deserto è anche l'ascolto, l'estremo
ascolto» (Edmond Jabès). Forse è questo legame con l'ascolto che fa sì che nella
Bibbia il deserto, presenza sempre pregna di significato spirituale, sia così
importante. Certo, esso è anzitutto un luogo, e un luogo che nell' ebraico
biblico ha diversi nomi: caravah, luogo arido e incolto, che designa la
zona che si estende dal Mar Morto fino al Golfo di Aqaba; chorbah,
designazione più psicologica che geografica che indica il luogo desolato,
devastato, abitato da rovine dimenticate; jeshimon, luogo selvaggio e di
solitudine, senza piste, senz'acqua; ma soprattutto midbar, luogo
disabitato, landa inospitale abitata da animali selvaggi, dove non crescono se
non arbusti, rovi e cardi. Il deserto biblico non è quasi mai il deserto di
sabbia, ma è frutto dell'erosione del vento, dell' azione dell' acqua dovuta
alle piogge rare ma violente, ed è caratterizzato da brusche escursioni termiche
fra il giorno e la notte (cfr. Salmo 121,6).
Refrattario alla presenza umana e ostile alla
vita (Numeri 20,5), il deserto, questo luogo di morte, rappresen
ta nella Bibbia la necessaria pedagogia del credente,
l'iniziazione attraverso cui la massa di schiavi usciti dall'Egitto diviene il
popolo di Dio. È in sostanza luogo di rinascita. E, del resto, la nascita del
mondo come cosmo ordinato non avviene forse a partire dal caos informe del
deserto degli inizi? La terra segnata da mancanza e negatività («Quando il
Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla
terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva
fatto piovere sulla terra»: Genesi 2,4b-5) diviene il giardino apprestato per
l'uomo nell' opera creazionale (Genesi 2,8-15). E la nuova creazione, l'era
messianica, non sarà forse un far fiorire il deserto? «Si rallegreranno il
deserto e la terra arida, esulterà e fiorirà la steppa, fiorirà come fiore di
narciso» (Isaia 35,1-2). Ma tra prima creazione e nuova creazione si stende
l'opera di creatio continua, l'intervento salvifico di Dio nella storia.
Ed è in quella storia che il deserto appare come luogo delle grandi rivelazioni
di Dio: nel midbar (deserto), dice il Talmud, Dio si fa sentire come
medabber (colui che parla). È nel deserto che Mosè vede il roveto ardente e
riceve la rivelazione del Nome (Esodo 3,1-14); è nel deserto che Dio dona la
Legge al suo popolo, lo incontra e si lega a lui in alleanza (Esodo 19-24); è
nel deserto che colma di doni il suo popolo (la manna, le quaglie, l'acqua dalla
roccia); è nel deserto che si fa presente a Elia nella «voce di un silenzio
sottile» (I Re 19,12); è nel deserto che attirerà nuovamente a sé la sua
sposa-Israele dopo il tradimento di quest'ultima (Osea 2,16) per rinnovare
l'alleanza nuziale...
Ecco dunque abbozzata, tra negatività e positività, la
fondamentale bipolarità semantica del deserto nella Bibbia che abbraccia i tre
grandi ambiti simbolici a cui il deserto stesso rinvia: lo spazio, il tempo, il
cammino. Spazio ostile da attraversare per giungere alla terra promessa; tempo
lungo ma a termine, con una fine, tempo intermedio di un'attesa, di una
speranza; cammino faticoso, duro, tra un'uscita da un grembo di schiavitù e
l'ingresso in una terra accogliente, «che stilla latte e miele»: ecco il deserto
dell' esodo! La spazialità arida, monotona, fatta silenzio, del deserto si
riverbera nel paesaggio interiore del credente come prova, come
tentazione. Valeva la pena l'esodo? Non era meglio rimanere in Egitto? Che
salvezza è mai quella in cui si patiscono la fame e la sete, in cui ogni giorno
porta in dote agli umani la visione del medesimo orizzonte? Non è facile
accettare che il deserto sia parte integrante della salvezza! Nel deserto allora
Israele tenta Dio, e il luogo desertico si mostra essere un terribile vaglio, un
rivelatore di ciò che abita il cuore umano. «Ricordati di tutto il cammino che
il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto,
per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore»
(Deuteronomio 8,2). Il deserto è un'educazione alla conoscenza di sé, e forse il
viaggio intrapreso dal padre dei credenti, Abramo, in risposta all'invito di Dio
«Va' verso te stesso!» (Genesi 1 2,1), coglie il senso spirituale del viaggio
nel deserto. Il deserto è il luogo delle ribellioni a Dio, delle mormorazioni,
delle contestazioni (Esodo 14,11-12; 15,24; 16,2-3.20.27; 17,2-3.7; Numeri
12,1-2; 14,2-4; 16,3-4; 20,2-5; 21,4-5). Anche Gesù vivrà il deserto
come noviziato essenziale al suo ministero: il faccia a faccia con il potere
dell'illusione satanica e con il fascino della tentazione svelerà in Gesù un
cuore attaccato alla nuda Parola di Dio (Matteo 4,1-11). Fortificato dalla lotta
nel deserto, Gesù può intraprendere il suo ministero pubblico!
Il deserto appare anche come tempo intermedio: non ci
si installa nel deserto, lo si traversa. Quaranta anni, quaranta giorni: è il
tempo del deserto per tutto Israele, ma anche per Mosè, per Elia, per Gesù.
Tempo che può essere vissuto solo imparando la pazienza, l'attesa, la
perseveranza, accettando il caro prezzo della speranza. E, forse, l'immensità
del tempo del deserto è già esperienza e pregustazione di eternità! Ma il
deserto è anche cammino: nel deserto occorre avanzare, non è consentito
«disertare», ma la tentazione è la regressione, la paura che spinge a tornare
indietro, a preferire la sicurezza della schiavitù egiziana al rischio dell'avventura della libertà. Una libertà che non è situata al termine del cammino, ma
che si vive nel cammino. Però per compiere questo cammino occorre essere
leggeri, con pochi bagagli: il deserto insegna l'essenzialità, è apprendistato
di sottrazione e di spoliazione. Il deserto è magistero di fede: esso
aguzza lo sguardo interiore e fa dell'uomo un vigilante, un uomo dall' occhio
penetrante. L'uomo del deserto può così riconoscere la presenza di Dio e
denunciare l'idolatria. Giovanni Battista, uomo del deserto per eccellenza,
mostra che in lui tutto è essenziale: egli è voce che grida chiedendo
conversione, è mano
che indica il Messia, è occhio che scruta e discerne il
peccato, è corpo scolpito dal deserto, è esistenza che si fa cammino per il
Signore («nel deserto preparate la via del Signore!», Isaia 40,3). TI suo cibo
è parco, il suo abito lo dichiara profeta, egli stesso diminuisce di fronte a
colui che viene dopo di lui: ha imparato fino in fondo l'economia di diminuzione
del deserto. Ma ha vissuto anche il deserto come luogo di incontro, di amicizia,
di amore: egli è l'amico dello sposo che sta accanto allo sposo e gioisce quando
ne sente la voce.
Sì, è a questa ambivalenza che ci pone di fronte il deserto
biblico, e così esso diviene cifra dell' ambivalenza della vita umana,
dell'esperienza quotidiana del credente, della stessa contraddittoria esperienza
di Dio. Forse ha ragione Henri le Saux quando scrive che «Dio non è nel deserto.
È il deserto che è il mistero stesso di Dio».
ATTESA
DEL SIGNORE
«Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua
resurrezione, nell'attesa della tua venuta.» Al cuore della celebrazione
eucaristica, queste parole ricordano al cristiano un elemento costitutivo della
sua identità di fede: l'attesa della venuta del Signore. «Il cristiano», ha
scritto il cardinale Newman, «è colui che attende il Cristo.» Certo, nei tempi
del «tutto e subito», dell' efficacia e della produttività, in cui anche i
cristiani appaiono spesso segnati da attivismo, parlare di «attesa» può rischiare
l'impopolarità e l'incomprensione totale: a molti infatti «attesa» appare
sinonimo di passività e inerzia, di evasione e de- responsabilizzazione. In
realtà il cristiano, che non si lascia definire semplicemente da ciò che fa, ma
dalla relazione con il Cristo, sa che il Cristo che egli ama e in cui pone la
fiducia è il Cristo che è venuto, che viene nell' oggi e che verrà nella gloria.
Davanti a sé il cristiano non ha dunque il nulla o il vuoto, ma una speranza
certa, un futuro orientato dalla promessa del Signore: «Sì, verrò presto»
(Apocalisse 22,20). In realtà «attendere», a partire dalla sua etimologia latina
(ad-tendere), indica una «tensione verso», «un' attenzione rivolta a», un
movimento centrifugo dello spirito in direzione di un altro, di un futuro. Potremmo dire che l'attesa è un'azione, però un' azione non
chiusa nell' oggi, ma che opera sul futuro. La Seconda lettera di Pietro esprime
questa dimensione affermando che i cristiani affrettano, con la loro
attesa, la venuta del giorno del Signore (2 Pietro 3,12).
La particolare visione cristiana del tempo, che fa del
credente «un uomo che ha speranza» (cfr. I Tessalonicesi 4,13), «che attende il
Cristo» (Filippesi 3,20; Ebrei 9,28), che è definito non solo dal suo passato ma
anche dal futuro e da ciò che il Cristo in tale futuro opererà, dovrebbe
diventare una preziosa testimonianza (o, forse, controtestimonianza) per il
mondo attuale dominato da una concezione del tempo come tempo vuoto che evolve
in un continuum che esclude ogni attesa essenziale e ingenera quel
fatalismo e quella incapacità di attesa tipici dell'uomo moderno. Venir meno a
questa dimensione significa pertanto non solo sminuire la portata integrale
della fede, ma anche privare il mondo di una testimonianza di speranza che esso
ha diritto di ricevere dai cristiani (cfr. I Pietro 3,15). L'uomo è anche
attesa: se questa dimensione antropologica essenziale, che afferma che l'uomo è
anche incompiutezza, viene misconosciuta, allora il pericolo dell'idolatria è
alle porte, e l'idolatria è sempre auto sufficienza del presente. La venuta del
Signore impone invece al cristiano attesa di ciò che sta per venire e
pazienza verso ciò che non sa quando verrà. E la pazienza è l'arte di vivere
l'incompiuto, di vivere la parzialità e la frammentazione del presente senza
disperare. Essa non è soltanto la capacità di sostenere il tempo, di rimanere
nel tempo, di
perseverare, ma anche di sostenere gli altri, di sopportarli,
cioè di assumerli con i loro limiti e portarli. Ma èl'attesa del Signore,
l'ardente desiderio della sua venuta, che può creare uomini e donne capaci di
pazienza nei confronti del tempo e degli altri.
E qui vediamo come l'attesa paziente sia segno di forza e di
solidità, di stabilità e di convinzione, non di debolezza. E soprattutto è
l'attitudine che rivela un profondo amore, per il Signore e per gli altri
uomini: «L'amore pazienta» (I Corinti 13,4). Mossa dall'amore, l'attesa diviene
desiderio, desiderio dell'incontro con il Signore (2 Corinti 5,2; Filippesi
1,23). Anzi, l'attesa del Signore porta il cristiano a disciplinare il proprio
desiderio, a imparare a desiderare, a frapporre una distanza tra sé e gli
oggetti desiderati, a passare da un atteggiamento di consumo a uno di
condivisione e di comunione, a un atteggiamento eucaristico. L'attesa del
Signore genera nel credente anzitutto la gratitudine, il rendimento di grazie e
la dilatazione del cuore che si unisce e dà voce all' attesa della creazione
tutta: «La creazione attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio [...]
e nutre la speranza di essere liberata dalla schiavitù della corruzione» (Romani
8,19-21). È la creazione tutta che attende cieli e terra nuovi, che attende
trasfigurazione, che attende il Regno. L'attesa della venuta del Signore da
parte dei cristiani diviene così invocazione di salvezza universale, espressione
di una fede cosmica che consoffre con ogni uomo e con ogni creatura. Ma se
queste sono le valenze dell' attesa del Signore, se questa è una precisa
responsabilità dei cristiani, dobbiamo lasciarci interpellare dall' accorato e provocante
appello lanciato a suo tempo da Teilhard de Chardin: «Cristiani, incaricati,
dopo Israele, di custodire sempre viva la fiamma bruciante del desiderio, che
cosa ne abbiamo fatto dell' attesa?».
RICERCA DI DIO
«Dio vuole essere cercato, e come potrebbe non voler essere trovato?
Il nipote di R. Baruch, il quale era a sua
volta nipote del Baal Shem, giocava una volta a rimpiattino con un altro
ragazzo. Egli si nascose e stette lungo tempo là ad attendere, credendo che il
compagno lo cercasse e non riuscisse a trovarlo. Ma dopo che ebbe aspettato a
lungo, uscì fuori, e non vedendo più quell'altro, capì che costui non 1'aveva
mai cercato. E corse nella camera del nonno, piangendo e gridando contro il
cattivo compagno. Con le lacrime agli occhi R. Baruch disse: "Lo stesso dice
anche Dio"». Dio vuole essere cercato, dice questa storiella chassidica. Oggi,
altre storie e altre lacrime, sempre ebraiche, pongono in modo differente la
questione della ricerca di Dio: sono le storie e le lacrime sgorgate da quell'
abisso di male rappresentato da Auschwitz. Scrive Elie Wiesel: «Dio e Auschwitz
non vanno insieme. Non accetto e reclamo, esigo una risposta... Dio nel male? In
quale male? E Dio nella sofferenza? In quale sofferenza? lo non so. Non ho
risposta. Cerco sempre». E accanto ad Auschwitz, prima e dopo, gli altri
genocidi, gli altri sterminii, le sofferenze degli innocenti, di milioni di
uomini ovunque nel mondo, pongono in modo tragicamente rinnovato la
domanda «dov'è Dio?». Nel conflitto con il male che si gioca
nella storia Dio sembra soccombere, e nettamente! E tutto questo non può non
dare un orientamento particolare al modo di interrogarsi oggi sulla ricerca di
Dio, su quel quaerere Deum che è sempre stato uno dei temi più
significativi e importanti della spiritualità cristiana. Anzi, tutto questo
arriva a porre in radicale questione i termini dell' argomento: quale ricerca? e
di quale Dio?
La Scrittura attesta l'indiscutibile priorità della ricerca
che Dio fa dell'uomo, afferma che l'uomo e il suo mondo sono la sfera di
interesse di Dio, che la rivelazione di Dio precede e fonda la conoscenza che
l'uomo può avere di Lui. Ovviamente non si tratta tanto di una priorità
cronologica, perché il problema di Dio è inscritto nell'uomo stesso, nelle domande che egli porta su di
sé e sul senso della propria vita e del mondo. Pertanto, domanda su Dio e
domanda sull'uomo sono naturalmente unite. Le grandi tradizioni religiose hanno
sempre affermato l'inscindibilità delle due questioni: non solo i tre
monoteismi, ma anche la religione grecoromana, la cui linfa è stata assorbita
dalle nostre radici di europei occidentali. L'uomo che si recava al tempio di
Apollo a Delfi per consultare l'oracolo si vedeva rimandato a se stesso
dall'iscrizione posta sul frontone del tempio: «Conosci te stesso». Riproporre
oggi questa tematica implica il rendersi conto della drammaticità assunta da
questa doppia domanda: alla figura del filosofo cinico Diogene che in pieno
giorno si aggira per le strade di Atene con una lanterna gridando: «Cerco un
uomo! », si sovrappone la figura del pazzo nietzschiano che,
anch'egli in pieno giorno e munito di lanterna, grida sulla pubblica piazza:
«Cerco Dio!», e rivela a chi lo deride che Dio è morto, è stato assassinato
dall'uomo, e celebra il funesto evento entrando in una chiesa e intonando un
Requiem aeternam Deo. E risponde a chi lo interroga: «Che altro sono ancora
le chiese se non le tombe e i monumenti funebri di Dio?». Ma, osservava
giustamente M. Foucault, «più che la morte di Dio, ciò che annuncia il pensiero
di Nietszche è la morte del suo assassino, cioè dell'uomo». Nell' attuale clima
culturale nichilista, di secolarizzazione della secolarizzazione, l'uomo
contemporaneo «è non solo senza Dio, ma anche senza l'uomo» (C. Geffré). Egli si
muove smarrito nell' assenza di certezze, respira un assurdo caratterizzato non
tanto dal non-senso, quanto dall'isolamento degli innumerevoli sensi, dall'
assenza di un senso che li orienti, dalla mancanza del senso del senso, come
ricordava Lévinas. Sintomatico di questo smarrimento di sé tipico dell'uomo
contemporaneo è il tanto conclamato «ritorno di Dio», visibile dietro ai
fenomeni di ritorno del sacro, dietro al fiorire di sètte, movimenti
sincretistici, aggregazioni varie, dietro al diffondersi di sensibilità e
atteggiamenti spirituali in cui Dio è immediatamente trovato, più che cercato,
in un divino impersonale, nella fusione con l'Oceano dell'Essere, nell'evasione
verso il taumaturgico, nella preghiera ridotta a ingiunzione a Dio affinché
soddisfi il bisogno umano. Tutto questo ci dice che oggi ricerca di Dio dev'essere anche ricerca e approfondimento dell'umano, ricerca di ciò che è veramente umano, capacità di ridestare l'umanità là dove è
assopita. li Dio rivelato dalle Scritture ebraico-cristiane non ha infatti altri
luoghi in cui essere cercato se non la storia e la carne umana, l'umanità. Storia e carne umana
che sono anche i due ambiti abitati da Dio nell'incarnazione per andare incontro
all'uomo, alla sua ricerca, e consentire così all'uomo di trovarlo.
E non dimentichiamo che Dio non lo si possiede nemmeno quando
lo si conosce: «Si comprehendis, non est Deus» scrive Agostino; cioè, «se pensi
di averlo compreso, non è più Dio». La categoria della ricerca salvaguarda la
distanza fra cercatore e Cercato: distanza essenziale perché il Cercato non è
oggetto, ma è anch' egli soggetto, anzi è il vero soggetto, in quanto è colui
che per primo ha cercato, chiamato, amato, suscitando così, come risposta alla
sua iniziative, la ricerca e il desiderio dell'uomo. L'atteggiamento di ricerca
implica l'atteggiamento fondamentale dell'umiltà, grazie alla quale soltanto può
fondarsi il rapporto con l'altro. Cercare Dio significa deporre le presunzioni
di autosufficienza, smettere di pensare di essere i detentori della verità,
cessare di considerarsi superiori agli altri. Ricerca di Dio, allora, significa
anche cercarlo nell' altro ce abbiamo di fronte, confessarlo come non estraneo
all' altro.
PAZIENZA
La Scrittura attesta che la «pazienza» è anzitutto una
prerogativa divina: secondo Esodo 34,6 Dio è makrothymos, «long anime»,
«magnanimo», «paziente» (in ebraico l'espressione equivalente suona
letteralmente: «lento all'ira»). li Dio legato in alleanza al popolo dalla «dura
cervice» non può che essere costitutivamente paziente. Questa pazienza è stata
manifestata compiutamente nell'invio del Figlio Gesù Cristo e nella sua morte
per i peccatori, ed è ancora ciò che regge il tempo presente: «li Signore non
ritarda nell'adempire la promessa [...], ma usa pazienza (makrothymei)
verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti giungano a
conversione» (2 Pietro 3,9). La pazienza del Dio biblico si esprime al meglio
nel fatto che Egli è il Dio che parla: parlando, dona il tempo all'uomo per una
risposta, e quindi attende che questa arrivi alla conversione. La pazienza di
Dio non va confusa con l'impassibilità di Dio, anzi, essa è il «lungo respiro
della sua passione» (E. Jiingel), è la lungimiranza del suo amore, un amore che
«non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva» (Ezechiele 33, I
I), ed è una forza operante anche quando il movimento di conversione non è
ancora compiuto. La pazienza di Dio trova così la sua espressione
più pregnante nella passione e croce di Cristo: lì la
dissimmetria fra il Dio che pazienta e l'umanità peccatrice si amplia a
dismisura nella passione di amore e di sofferenza di Dio nel Figlio Gesù Cristo
crocifisso. Da allora la pazienza, come virtù cristiana, è un dono dello Spirito
(Galati 5,22) elargito dal Crocifisso-Risorto, e si configura come
partecipazione alle energie che provengono dall' evento pasquale.
Per il cristiano la pazienza è dunque coestensiva alla fede:
ed è sia perseveranza, cioè fede che dura nel tempo, che makrothymia,
«capacità di guardare e sentire in grande», cioè arte di accogliere e vivere
l'incompiutezza. Questo secondo aspetto dice come la pazienza sia
necessariamente umile: essa porta l'uomo a riconoscere la propria personale
incompiutezza, e diventa pazienza verso se stessi; essa riconosce
l'incompiutezza e la fragilità delle relazioni con gli altri, strutturandosi
così come pazienza nei confronti degli altri; confessa l'incompiutezza del
disegno divino di salvezza, configurandosi come speranza, invocazione e attesa
di salvezza. La pazienza è la virtù di una chiesa che attende il Signore, che
vive responsabilmente il non ancora senza anticipare la fine e senza ergere se
stessa a fine del disegno di Dio. Essa rigetta l'impazienza della mistica come
dell'ideologia e percorre la via faticosa dell' ascolto, dell' obbedienza e
dell' attesa nei confronti degli altri e di Dio per costruire la comunione
possibile, storica e limitata, con gli altri e con Dio. La pazienza è attenzione
al tempo dell' altro, nella piena coscienza che il tempo lo si vive al plurale,
con gli altri, facendone un evento di relazione, di incontro, di amore. Per questo, forse, oggi, nell'
epoca stregata dal fascino del «tempo senza vincoli» - in cui la libertà viene
spesso immaginata come l'assenza di legami, di vincoli, come possibilità di
operare dei ricominciamenti assoluti dall' oggi al domani, che riportino a un
incontaminato punto di partenza, azzerando o rimuovendo tutto ciò in cui prima
si viveva, e anzitutto le relazioni e gli impegni assunti - può apparire così
fuori luogo, e al tempo stesso così urgente e necessario, il discorso sulla
pazienza: sì, per il cristiano, essa è centrale quanto 1'agape, quanto il Cristo
stesso. TI pazientare, cioè 1'assumere come determinante nella propria esistenza
il tempo dell'altro (di Dio e dell'altro uomo), è infatti opera dell'amore.
«L'amore pazienta» (makrothymei), dice Paolo (1 Corinti 13,4). E la
misura e il criterio della pazienza del credente non possono risiedere, in
ultima istanza, che nella «pazienza di Cristo»(2 Tessalonicesi 3,5: hypomonè
tou Christou).
Ecco perché spesso la pazienza è stata definita dai Padri della chiesa come la summa virtus (cfr.
Tertulliano, De patientia 1,7): essa è essenziale alla fede, alla
speranza e alla carità. Ha scritto Cipriano di Cartagine: «Il fatto di essere
cristiani è opera della fede e della speranza, ma perché la fede e la speranza
possano giungere a produrre frutti, abbisognano della pazienza» (Cipriano, De
bono patientiae 13). Innestata nella fede in Cristo, la pazienza diviene
«forza nei confronti di se stessi» (Tommaso d'Aquino), capacità di non
disperare, di non lasciarsi abbattere nelle tribolazioni e nelle difficoltà,
diviene perseveranza, capacità di rimanere e durare
nel
tempo senza snaturare la propria verità, e diviene anche
capacità di sup-portare gli altri, di sostenere gli altri e la loro storia.
Nulla di eroico in questa operazione spirituale, ma solo la fede di essere a
propria volta sostenuti dalle braccia del Cristo stese sulla croce.
In questa difficile opera il credente è sorretto da una promessa: «Chi persevera fino alla fine sarà salvato» (Matteo
10,22; 24, 13). Promessa che non va intesa semplicemente come un rimanere saldi
in una professione di fede, ma come un mettere in pratica la pazienza e l'attiva
sopportazione tanto nei rapporti intra-ecclesiali, intra-comunitari
(«sopportatevi a vicenda», Colossesi 3,13), quanto nei rapporti della comunità
cristiana ad extra, con tutti gli altri uomini («siate pazienti con
tutti», I Tessalonicesi 5,14). La pazienza diviene così una categoria che
interpella la struttura interna della comunità cristiana e il suo assetto nel
mondo, in mezzo agli altri uomini, ai non credenti. E mentre interpella,
inquieta!
FEDELTÀ NEL TEMPO
«Ascoltate oggi la sua voce» (Salmo 95,7): nella
Bibbia è l'alleanza con il Signore che definisce il tempo di Israele, del popolo
di Dio: un tempo esistenziale misurato sul davar, la parola-evento del
Signore, e sull' obbedienza del popolo di Dio a questa parola. TI tempo nella
Scrittura è sempre legato alla storicità radicale dell'uomo, alla sua struttura
di creatura che nell' oggi decide il proprio destino tra vita e morte, tra
benedizione e male
dizione.
Per questo la storia è orientata a un télos
- fine e meta - svelato dagli interventi di
Dio che si manifesta nei progressi e nelle regressioni dell'umanità, ed è storia
di salvezza perché Dio chiama continuamente l'uomo a camminare verso la luce,
verso una meta che è il Regno, e gli fornisce i mezzi per farlo nell'attesa
dello shalom, dono di Dio e coronamento della fedeltà degli uomini.
È questa concezione del tempo che verrà prolungata nel Nuovo
Testamento: venuta la «pienezza del tempo» (Galati 4,4), Dio manda suo Figlio,
nato da donna, e la sua vita, la sua passione-morte-resurrezione appaiono eventi
storici, unici, collocati in un tempo preciso, e inaugurano gli ultimi tempi,
quelli in cui noi viviamo nell' attesa della sua gloriosa venuta, attesa del
Regno e del rinnovamento del cosmo intero. Con la prima venuta di Gesù nella carne ha inizio un kairos, un tempo
propizio che qualifica tutto il resto del tempo. Gesù, inaugurando il suo
ministero, annuncia che il tempo è compiuto (Marco I, I 5), che l'ora
della piena realizzazione è iniziata, che occorre convertirsi e credere
all'Evangelo (Marco 1,15; Matteo 4,17); di conseguenza occorre utilizzare il
tempo: il tempo di grazia è realtà in Gesù Cristo! Passione, morte e
resurrezione di Gesù non sono un semplice evento del passato: sono la realtà del
presente sicché l'oggi concreto è immerso nella luce della salvezza. Questo è il
tempo favorevole, questo il giorno della salvezza (cfr. 2 Corinti 6,2)!
Il primo atteggiamento del cristiano di fronte al tempo è allora quello di cogliere l'oggi di Dio nel proprio
oggi, facendo obbedienza alla Parola che oggi risuona. Il nostro rapporto
con il tempo, con Chronos tiranno che divora i suoi figli, viene così
trasformato per assumere dei connotati precisi: si tratta di saper giudicare il
tempo (cfr. Luca 12,56), di «discernere i segni dei tempi» (Matteo 16,3) per
giungere a cogliere «il tempo della visita di Dio» (Luca 19,44). Il credente sa
che i suoi tempi sono nelle mani di Dio: «Ho detto: Tu il mio Dio; i miei tempi nella tua mano» (Salmo 3I,I5B-I6A). È l'atteggiamento fondamentale: i nostri giorni infatti non ci
appartengono, non sono di nostra proprietà. I tempi sono di Dio e per questo nei
Salmi l' orante chiede a Dio: «Fammi conoscere, Signore, la mia fine, qual è la
misura dei miei giorni» (Salmo 39,5) e invoca: «Insegnaci a contare i nostri
giorni, e i nostri cuori discerneranno la sapienza» (Salmo 90,12). La sapienza
del credente consiste in questo saper contare i propri giorni,
saperli leggere come tempo favorevole, come oggi di Dio che irrompe nel proprio
oggi.
Il cristiano deve «vegliare e pregare in ogni
tempo» (Luca 21,36), impegnato in una lotta antidolatrica in cui il tempo
alienato è l'idolo, il tiranno che cerca di dominare e rendere schiavo l'uomo.
Per Paolo il cristiano deve cercare di usare il tempo a disposizione per operare
il bene (cfr. Galati 6,10), deve approfittare del tempo e, soprattutto, quale
uomo sapiente, deve salvare, redimere, liberare, riscattare il tempo (cfr.
Efesini 5,16; Colossesi 4,5).
Tutto questo perché il tempo del cristiano è tempo di lotta,
di prova, di sofferenza. Anche dopo la vittoria di Cristo, dopo la sua
resurrezione e la trasmissione delle energie del Risorto al cristiano, resta
ancora operante l'influsso del «dio di questo mondo» (2 Corinti 4,4), sicché il
tempo del cristiano permane tempo di esilio, di pellegrinaggio
(cfr. I Pietro 1,17), in attesa della realtà escatologica in cui Dio sarà tutto
in tutti (cfr. I Corinti 15,28). Il cristiano infatti sa - e non ci si stancherà
mai di ripeterlo in un' epoca che non ha più il coraggio di parlare né di
perseveranza né tanto meno di eternità, in un' epoca appiattita sull'immediato e
l'attualità - il cristiano sa che il tempo è aperto all' eternità, alla vita
eterna, a un tempo riempito solo da Dio: questa è la meta di tutti i tempi, in
cui «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre» (Ebrei 13,8; cfr. Apocalisse
1,17). TI télos delle nostre vite è la vita eterna e quindi i nostri
giorni sono attesa di questo incontro con il Dio che viene.
Se questa è la dimensione autentica del tempo del cristiano, allora capiamo in profondità la portata di queste
affermazioni di Dietrich Bonhoeffer: «La perdita della memoria morale non è
forse il motivo dello sfaldarsi di tutti i vincoli, dell' amore, del matrimonio,
dell' amicizia, della fedeltà? Niente resta, niente si radica. Tutto è a breve
termine, tutto ha breve respiro. Ma beni come la giustizia, la verità, la
bellezza e in generale tutte le grandi realizzazioni richiedono tempo,
stabilità, "memoria", altrimenti degenerano. Chi non è disposto a portare la
responsabilità di un passato e a dare forma a un futuro, costui è uno
"smemorato", e io non so come si possa colpire, affrontare, far riflettere una
persona simile».
Scritte più di cinquant'anni fa, queste parole sono ancora
molto attuali e pongono il problema della fedeltà e della perseveranza: realtà
oggi rare, parole che non sappiamo più declinare, dimensioni a volte sentite
perfino come sospette o sorpassate e di cui - si pensa - solo qualche nostalgico
dei «valori di una volta» potrebbe auspicare un ritorno. Ma se la fedeltà è
virtù essenziale a ogni relazione interpersonale, la perseveranza è la virtù
specifica del tempo: esse pertanto ci interpellano sulla relazione con l'altro.
Non solo, i valori che tutti proclamiamo grandi e assoluti esistono e prendono
forma solo grazie ad esse: che cos'è la giustizia senza la fedeltà di uomini
giusti? Che cos'è la libertà senza la perseveranza di uomini liberi? Non esiste
valore né virtù senza perseveranza e fedeltà! Così come, senza fedeltà, non
esiste storia comune, fatta insieme. Oggi, nel tempo frantumato e senza vincoli,
queste realtà si configurano come una sfida per l'uomo e, in particolare, per il
cristiano. Quest'ultimo, infatti, sa bene che il suo Dio è il
Dio fedele, che ha manifestato la sua fedeltà nel Figlio Gesù Cristo, «l'Amen,
il Testimone fedele e verace» (Apocalisse 3,14) in cui «tutte le promesse di Dio
sono diventate sì» (cfr. 2 Corinti 1,20).
Queste dimensioni sono dunque attinenti al carattere storico,
temporale, relazionale, incarnato della fede cristiana, e la delineano come
responsabilità storica. La fede esce dall' astrattezza quando non si limita a
informare una stagione o un'ora della vita dell'uomo, ma plasma l'arco della sua
intera esistenza, fino alla morte. In questa impresa il cristiano sa che la sua
fedeltà è sostenuta dalla fedeltà di Dio all'alleanza, che nella storia di
salvezza si è configurata come fedeltà all'infedele, come perdono, come
assunzione della situazione di peccato, di miseria e di morte dell'uomo
nell'incarnazione e nell'evento pasquale. La fedeltà di Dio verso l'uomo è
cioè diventata responsabilità illimitata nei confronti dell'uomo stesso. E questo
indica che le dimensioni della fedeltà e della perseveranza pongono all'uomo la
questione ancor più radicale della responsabilità. L'irresponsabile, così come
il narcisista, non sarà mai fedele. Anche perché la fedeltà è sempre fedeltà a
un «tu», a una persona amata o a una causa amata come un «tu»: non ogni fedeltà
è pertanto autentica! Anche il rancore, a suo modo, è una forma di fedeltà, ma
nello spazio dell' odio. La fedeltà di cui parliamo avviene nell'amore,
si accompagna alla gratitudine, comporta la capacità di resistere
nelle contraddizioni.
Jankélévitch definisce la fedeltà come «la volontà di non cedere all'inclinazione apostatica». Essa è pertanto un'
attiva lotta la cui arena è il cuore umano. È nel cuore che si gioca la fedeltà!
Questo significa che essa è vivibile solo a misura della propria libertà
interiore, della propria maturità umana e del proprio amore! Le infedeltà, gli
abbandoni, le rotture di impegni assunti e di relazioni a cui ci si era
impegnati, situazioni tutte che spesso incontriamo nel nostro quotidiano,
rientrano frequentemente in questa griglia. E dicono come sia limitante,
all'interno della chiesa, ridurre il problema della fedeltà e della
perseveranza, e quindi del loro contrario, alla sola dimensione giuridica, di
una legge da osservare. In gioco vi è sempre il mistero di una persona, non
semplicemente un gesto di rottura da sanzionare. Il gesto di rottura va assunto
come rivelatore della situazione del cuore, cioè della persona. Anzi, in
profondità, la dimensione dell'infedeltà non è estranea alla nostra stessa
fedeltà, così come l'incredulità traversa il cuore del credente stesso. Che
altro è la Bibbia se non la testimonianza della tenacissima e ostinata fedeltà di
Israele a voler narrare la storia della propria infedeltà di fronte alla fedeltà
di Dio? Ma come riconoscere la propria fedeltà se non a partire dalla fede in
Colui che è fedele? In questo senso il cristiano «fedele» è colui che è capace
di memoria Dei, che ricorda l'agire del Signore: la memoria sempre
rinnovata della fedeltà divina è ciò che può suscitare e sostenere la fedeltà
del credente nel momento stesso in cui gli rivela la propria infedeltà. E questo
è esattamente ciò che, al cuore della vita della chiesa, avviene nell' anamnesi
eucaristica.
CONVERSIONE
«Convertitevi e credete all'Evangelo!» (Marco 1,15);
«Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicinissimo!» (Matteo 4, I 7 ). La
richiesta di conversione è al cuore delle due differenti redazioni del grido con
cui Gesù ha dato inizio al suo ministero di predicazione. Collocandosi in
continuità con le richieste di ritorno al Signore di Osea, di Geremia e
di tutti i profeti fino a Giovanni Battista (cfr. Matteo 3,2), anche Gesù chiede
conversione, cioè ritorno (in ebraico teshuvah) al Dio unico e vero.
Questa predicazione è anche quella della chiesa primitiva e degli apostoli (cfr.
Atti 2,38; 3,19) e non puòche essere la richiesta e l'impegno della chiesa di
ogni tempo.
Il verbo shuv, che appunto significa «ritornare», è
connesso a una radice che significa anche «rispondere» e che fa della
conversione, del sempre rinnovato ritorno al Signore, la responsabilità
della chiesa nel suo insieme e di ciascun singolo cristiano. La conversione non
è infatti un'istanza etica, e se implica l'allontanamento dagli idoli e dalle
vie di peccato che si stanno percorrendo (cfr. I Tessalonicesi 1,9; I Giovanni
5,21), essa è motivata e fondata escatologicamente e cristologicamente: è in
relazione all'Evangelo di Gesù Cristo e al Regno
di Dio,
che in Cristo si è fatto vicinissimo, che la realtà della
conversione trova tutto il suo senso. Solo una chiesa sotto il primato della
fede può dunque vivere la dimensione della conversione. E solo vivendo in prima
persona la conversione la chiesa può anche porsi come testimone credibile
dell'Evangelo nella storia, tra gli uomini, e dunque evangelizzare. Solo
concrete vite di uomini e donne cambiate dall'Evangelo, che mostrano la
conversione agli uomini vivendola, potranno anche richiederla agli altri. Ma se
non c'è conversione, non si annuncia la salvezza e si è totalmente incapaci di
richiedere agli uomini un cambiamento. Di fatto, dei cristiani mondani possono
soltanto incoraggiare gli uomini a restare quel che sono, impedendo loro di
vedere l'efficacia della salvezza: così essi sono di ostacolo all'evangelizzazione e depotenziano la forza dell'Evangelo. Dice un bel testo omiletico di Giovanni Crisostomo: «Non puoi predicare? Non puoi dispensare la
parola della dottrina? Ebbene, insegna con le tue azioni e con il tuo
comportamento, o neobattezzato. Quando gli uomini che ti sapevano impudico o
cattivo, corrotto o indifferente, ti vedranno cambiato, convertito, non diranno
forse come i giudei dicevano dell'uomo cieco dalla nascita che era stato guarito:
"È lui?". "Sì è lui!" "No, ma gli assomiglia". "Non è forse lui?"». Possiamo insomma dire che la conversione
non coincide semplicemente con il momento iniziale della fede in cui si perviene
all' adesione a Dio a partire da una situazione «altra», ma è la forma della
fede vissuta.
Si pone qui un problema per la maggioranza dei cristiani: essi, normalmente, sono cristiani per tradizione
familiare, battezzati alla nascita, istruiti dal catechismo e approdati
naturalmente alla vita ecclesiale. Essi pertanto non conoscono quel cambiamento
tra un prima e un dopo, tra una situazione non cristiana e un
passaggio alla fede che caratterizza, in senso stretto, il «convertito». Al
tempo stesso oggi riappaiono all' orizzonte persone che riprendono un cammino
cristiano dopo molti anni di esilio dalla fede, o che si dicono convertite
perché hanno incontrato in modo imprevedibile il Cristo oppure perché hanno
maturato lentamente questa adesione al cristianesimo. Ricompare cioè, anche nei
nostri paesi di antica cristianità, il fenomeno della conversione, e questo
potrebbe aiutare tutti i cristiani a comprenderne l'essenzialità, a vedere come
la vita cristiana stessa si debba intendere in termini di conversione sempre da
rinnovarsi.
La conversione attesta la perenne giovinezza del
cristianesimo: il cristiano è colui che sempre dice: «lo oggi ricomincio». Essa
nasce dalla fede nella resurrezione di Cristo: nessuna caduta, nessun peccato ha
l'ultima parola nella vita del cristiano, ma la fede nella resurrezione lo rende
capace di credere più alla misericordia di Dio che all'evidenza della propria
debolezza, e di riprendere il cammino di sequela e di fede. Gregorio di Nissa ha
scritto che nella vita cristiana si va «di inizio in inizio attraverso inizi che
non hanno mai fine». Sì, sempre il cristiano e la chiesa abbisognano di
conversione, perché sempre devono discernere gli idoli che si presentano alloro
orizzonte, e sempre devono rinnovare la lotta contro di essi per manifestare la signoria di Dio sulla
realtà e sulla loro vita. In particolare, per la chiesa nel suo insieme, vivere
la conversione significa riconoscere che Dio non è un proprio possesso, ma il
Signore. Implica il vivere la dimensione escatologica, dell' attesa del Regno di
Dio che deve venire e che la chiesa non esaurisce, ma annuncia. E annuncia con
la propria testimonianza di conversione.
ATTENZIONE
La tradizione cristiana ha definito prosoché,
«attenzione», l'atteggiamento di «concentrazione», di «tensione interiore
verso», di «fissazione della mente su». L'espressione (anche nel latino
attentio e attendere) ha una connotazione dinamica per cui chi fa
attenzione è colui che è teso verso qualcosa. In profondità essa non è l'atto di
una particolare facoltà dell'uomo, ma un movimento dell'intero essere umano,
corpo e spirito. Scoperto il senso, il centro, lo scopo di un' esistenza,
l'attenzione è la condotta unificata dell'uomo alla luce di tale meta, è la
dedizione profonda a tale centro. Crescere nella capacità di attenzione
significa crescere nell'unificazione personale. Le discipline ascetiche e le
tecniche di meditazione orientali conoscono bene l'attenzione: secondo il
buddhismo è attraverso di essa che si può pervenire alla visione penetrativa
della realtà, a quella che i Padri del deserto e la tradizione cristiana
chiamano «dio rasi» (cioè visione profonda, al di là delle apparenze e delle
esteriorità). Tuttavia, per il cristianesimo le radici della prosoché
affondano nella dottrina ebraica della kawwanah, cioè dell'atteggiamento
interiore di attenzione e vigilanza del cuore e dei sensi nella relazione con
Dio, di adesione di tutto l'essere alle parole della preghiera e della Scrittura e soprattutto, attraverso di
esse, alla presenza di Dio. Ecco perché nella tradizione cristiana l'attenzione
sarà richiesta particolarmente nella celebrazione liturgica (opus Dei) e
nella lettura biblica (lectio divina).
Ma l'attenzione è realtà infinitamente più profonda. Essa è
una lucida presenza a se stessi che diviene discernimento della presenza del Dio
che è nell'uomo. Scrive Basilio commentando il versetto biblico «Sii attento a
te stesso» (Deuteronomio 15,9): «Sii attento a te stesso per essere attento a
Dio». Questa attenzione diviene lotta contro i pensieri che dis-traggono l'uomo,
che lo allontanano dal suo centro, diviene custodia del cuore: «L'attenzione è
il silenzio ininterrotto del cuore da ogni pensiero» (Esichio di Batos). Vi è
cioè un aspetto di lotta insito nell' attenzione: occorre vigilare sui pensieri
che sorgono nel cuore, riconoscerli nella loro natura e origine, estirpare
quelli che sono perniciosi e impedire che la suggestione diventi azione, cioè
consumazione di peccato, grazie al dialogo, all'intrattenimento interiore con
essa. L'attenzione opera così la purificazione del cuore e diviene preghiera.
Giocando sull' assonanza fra prosoché (attenzione) e proseuché
(preghiera) i Padri greci hanno mostrato i legami strettissimi fra le due
realtà. «L'attenzione che cerca la preghiera troverà la preghiera: la preghiera
infatti segue l'attenzione ed è a questa che occorre applicarsi» (Evagrio
Pontico); «L'attenzione somma èpropria della preghiera continua» (Esichio di
Batos). In tempi più vicini a noi Simone Weil, riprendendo Malebranche, ha
parlato dell'attenzione in termini di preghiera: «L'attenzione, al suo grado più elevato, è la
medesima cosa della preghiera. Suppone la fede e l'amore. L'attenzione
assolutamente pura è preghiera». È uno stato di veglia, di lucidità, che si
oppone a tutte quelle inclinazioni dell' animo umano che tendono ad abbrutirlo,
quali la pigrizia, la sonnolenza, la negligenza, la superficialità, la
dispersione, il divertissement. Proprio per questo essa è estremamente
difficile, a caro prezzo.
Sempre Simone Weil scrive: «C'è nella nostra anima qualcosa
che rifugge dalla vera attenzione molto più violentemente di quanto alla carne
ripugni la fatica». Nell' attenzione si opera uno spogliamento dell' «io»: l'
«io» viene come calato nell' «oggetto» desiderato e assunto in lui. Anzi, nell'
attenzione si può vedere che ciò che ci fa vivere in verità è ciò su cui fissiamo
il desiderio, l'attesa, l'amore. L'attenzione rende presente l'atteso, il
desiderato. Una parola di san Paolo rende chiaro cosa significhi tutto questo in
termini cristiani: «Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Questa
vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha
dato se stesso per me» (Galati 2,20).
ASCOLTO
«Incapaci di ascoltare e di parlare»: così sono gli uomini
secondo un frammento di Eraclito. li cristiano ha piena coscienza che la sua
capacità di parlare al suo Dio, che egli non può vedere, dipende dall'
ascoltarlo. La fede nasce dall'ascolto:fides ex auditu (Romani 10,17), e
la preghiera è anzitutto ascolto, un ascolto di Dio attraverso quel sacramento
della sua Parola che sono le Scritture, e un ascolto di Dio nella storia, nel
quotidiano; un ascolto possibile quando la lunga frequentazione con l'Evangelo
ha educato il discernimento del credente. Il cristiano trova infatti la fonte
del suo vedere nell'ascoltare. Non stupisce pertanto che il cristianesimo sia
anzitutto un' ascesi dell' ascolto, un' arte delt ascolto. li Nuovo
Testamento chiede di prestare attenzione a chi si ascolta, a ciò che
si ascolta, a come si ascolta. li che implica un continuo
discernimento fra la Parola e le parole, una faticosa opera di riconoscimento
della Parola di Dio nelle parole umane, della sua volontà negli eventi storici,
e la disposizione globale di tutta la persona umana.
Nella vita spirituale si cresce a misura che si scende nelle
profondità dell' ascolto. Ascoltare infatti significa non solo confessare la
presenza dell' altro, ma accettare
di far spazio in se stessi a tale presenza fino a. essere
dimora dell' altro. L'esperienza dell'inabitazione della presenza divina in se
stessi (le visite del Verbo di cui san Bernardo più volte si confessa
beneficiario a seguito della sua lectio biblica) non è dissociabile dal
divenire capaci di «dare ospitalità» agli altri grazie all' ascolto. Si
comprende così che colui che ascolta, che definisce la sua identità in base al
paradigma dell' ascolto, sia anche colui che ama: in radice è vero che l'amore
nasce dall' ascolto, amor ex auditu. L'ascolto «di Dio», con tutte le
dimensioni - di silenzio, di attenzione, di interiorizzazione, di sforzo
spirituale per trattenere ciò che si è ascoltato, di decentramento da sé e
ricentramento sull'Altro - che esso esige, diviene accoglienza, o meglio,
svelamento in sé di una presenza intima a noi più ancora di quanto lo sia il
nostro stesso «io». L'ascolto porta il credente a rifare l'esperienza di
Giacobbe, quando il patriarca esclamò: «li Signore è qui e io non lo sapevo»
(Genesi 28,16). Ma il luogo di Dio non è altro che la persona umana. Per la
Bibbia, infatti, Dio non è «Colui che è», ma «Colui che parla», e parlando cerca
relazione con l'uomo e suscita la sua libertà: infatti, se la Parola è un dono,
essa può sempre essere accolta o rifiutata. Per questo la vita spirituale
cristiana fa anche della lettura un' ascesi, un movimento di incontro con
Colui che parla attraverso la pagina biblica.
La tradizione ebraica chiama Miqra' la Bibbia, con un
termine che indica una «chiamata» a uscire «da» per andare «verso»: ogni atto
di lettura della Bibbia, per un credente, è l'inizio di un esodo, di un cammino
di uscita
da sé per incontrare un Altro. Un esodo che avviene
essenzialmente nell'ascolto! Non a caso le narrazioni bibliche dicono che il
grande ostacolo al cammino di liberazione esodico del popolo d'Israele
dall'Egitto fu la «durezza di cuore», la «dura cervice», cioè l'ostinazione a
non ascoltare Dio per ascoltare solo se stessi. Ma è anche vero che l'esperienza
biblica, e poi l'esperienza del credente, scopre che Dio è anche «Colui che
ascolta la preghiera». L'ascolto dell'uomo porta a conoscere l'ascolto di Dio
come dimensione in cui egli stesso è immerso, che lo precede e fonda. Dice Paolo: «In Lui viviamo,
ci muoviamo ed esistiamo» (Atti 17,28). L'ascolto è l'atteggiamento
contemplativo, antidolatrico per eccellenza. Grazie ad esso il cristiano cerca
di vivere nella coscienza della presenza di Dio, dell' Altro che fonda il
mistero irriducibile di ogni alterità. Il cristiano vive di ascolto.