PICCOLI GRANDI LIBRI  Enzo Bianchi
LESSICO DELLA VITA INTERIORE
Le parole della spiritualità

Prima edizione BUR Saggi: marzo 2004

III III III III III III
Vita spirituale
Ascesi
Santità e bellezza
Sensi e Spirito
Vigilanza
Lotta spirituale
Idolatria
Acedia
Deserto
Attesa del Signore
Ricerca di Dio
Pazienza
Fedeltà nel tempo
Conversione
Attenzione
Ascolto
Meditazione
Memoria Dei
Memoria
La preghiera, un cammino
Lectio divina
Contemplazione
La parola della croce
La preghiera, una relazione
Prima 1'ascolto
Preghiera e immagine di Dio
Preghiera di intercessione
Pregare nella storia
Preghiera di domanda
Preghiera di lode
Preghiera di ringraziamento
Silenzio
Castità
Obbedienza
Povertà
Digiuno
Speranza
Perdono
Amore del nemico
Umiltà
Conoscenza di sé
Solitudine
Comunicazione
Comunione
Malattia
Vecchiaia
Morte e fede
Gioia

PRIMA L'ASCOLTO

«Parla, Signore, che il tuo servo ascolta» (I Samuele 3,10): queste parole esprimono bene il fatto che l'ascolto, secondo la, rivelazione ebraico-cristiana, è l'atteggiamento fondamentale della preghiera. E contestano un nostro frequente atteggiamento che si vuole di preghiera ma che riduce al silenzio Dio per lasciar sfogare le nostre parole. Dunque la preghiera cristiana è anzitutto ascolto: essa infatti non è tanto espressione dell'umano desiderio di autotrascendimento, quanto piuttosto accoglienza di una presenza, relazione con un Altro che ci precede e ci fonda.
Per la Bibbia, Dio non è definito in termini astratti di essenza, ma in termini relazionali e dialogici: egli è anzitutto colui che parla, e questo parlare originario di Dio fa del credente un chiamato ad ascoltare. È emblematico il racconto dell'incontro di Dio con Mosè al roveto ardente (cfr. Esodo 3,1 e sgg.): Mosè si avvicina per vedere lo strano spettacolo del roveto che brucia senza consumarsi, ma Dio vede che si era avvicinato per vedere e lo chiama dal roveto interrompendo il suo avvicinarsi. Il regime della visione è quello dell'iniziativa umana che porta l'uomo a ridurre la distanza da Dio, è il regime del protagonismo umano, è scalata dell'uomo verso Dio, invece il Dio che si rivela fa entrare Mosè nel regime dell'ascolto e conserva la distanza tra Dio e uomo che non può essere valicata affinché possa esservi relazione: «Non avvicinarti!» (Esodo 3,5). E ciò che era uno strano spettacolo diviene per Mosè presenza familiare: «lo sono il Dio di tuo padre» (Esodo 3,6). A Prometeo che sale l'Olimpo per rubare il fuoco si oppone Mosè che si ferma di fronte al fuoco divino e ascolta la Parola. A partire da quell'ascolto originario e generante, la vita e la preghiera di Mosè saranno due aspetti inscindibili dell'unica responsabilità di realizzare la parola ascoltata.
Nell'ascolto Dio si rivela a noi come presenza antecedente ogni nostro sforzo di comprenderla e di coglierla. Dunque il vero orante è colui che ascolta. Per questo «ascoltare è meglio dei sacrifici» (1 Samuele 15,22), è cioè meglio di ogni altro rapporto tra Dio e uomo che si fondi sul fragile fondamento dell'iniziativa umana. Se la preghiera è un dialogo che esprime la relazione tra Dio e l'uomo, l'ascolto è ciò che immette l'uomo nella relazione, nell' alleanza, nella reciproca appartenenza: «Ascoltate la mia voce! Allora io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo» (Geremia 7,23). Capiamo allora perché tutta la Scrittura sia attraversata dal comando dell' ascolto: è grazie all' ascolto che noi entriamo nella vita di Dio, anzi, consentiamo a Dio di entrare nella nostra vita. Il grande comando dello Shema' Israel (Deuteronomio 6,4 e sgg.), confermato da Gesù come centrale nelle Scritture (Marco 12,28-30), svela che dall'ascolto («Ascolta, Israele») nasce la conoscenza di Dio («Il Signore è uno») e dalla conoscenza l'amore («amerai il Signore»).
L'ascolto perciò è una matrice generante, è la radice della preghiera e della vita in relazione con il Signore, è il momento aurorale della fede (fides ex auditu: Romani 10,17), e dunque anche dell'amore e della speranza. L'ascolto è generante: noi nasciamo dall' ascolto. È P ascolto che immette nella relazione di filialità con il Padre, e non a caso il Nuovo Testamento indica che è Gesù, il Figlio, Parola fatta carne, che deve essere ascoltato: «Ascoltate lui!» dice la voce dalla nube sul monte della Trasfigurazione indicando Gesù (Marco 9,7). Ascoltando il Figlio noi entriamo nella relazione con Dio e possiamo nella fede rivolgerci a Lui dicendo: «Abba» (Romani 8,15; Galati 4,6), «Padre nostro» (Matteo 6,9). Ascoltando il Figlio veniamo generati a figli. Con l'ascolto la Parola efficace e lo Spirito ricreatore di Dio penetrano nel credente divenendo in lui principio di trasfigurazione, di conformazione al Cristo.
Ecco perché essenziale al credente è avere «Un cuore che ascolta» (1 Re 3,9). È il cuore che ascolta attraverso l'orecchio! Cioè l'orecchio non è semplicemente, secondo la Bibbia, l'organo dell'udito, ma la sede della conoscenza, dell'intelletto, dunque si trova in rapporto strettissimo con il cuore, il centro unificante che abbraccia la sfera affettiva, razionale e volitiva della persona. Ascoltare significa pertanto avere «sapienza e intelligenza» (1 Re 3,12), discernimento («Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese», Apocalisse 2,7). Se l'ascolto è così centrale nella vita di fede, esso allora necessita di vigilanza: occorre fare attenzione a ciò che si ascolta (Marco 4,24), a chi si ascolta (Geremia 23,16; Matteo 24,4-6.23; 2 Timoteo 4'}-4), a come si ascolta (Luca 8,18). Occorre cioè dare un primato alla Parola sulle parole, alla Parola di Dio sulle molteplici parole umane, e occorre ascoltare con «cuore buono e largo» (Luca 8,15). Come ascoltare la Parola? La spiegazione della parabola del seminatore (Marco 4,13-20; Luca 8,II-15) ce lo indica. Occorre saper interiorizzare, altrimenti la Parola resta inefficace e non produce il frutto della fede (Marco 4,15; Luca 8,12); occorre dare tempo all' ascolto, occorre perseverare in esso, altrimenti la Parola resta inefficace e non produce il frutto della saldezza, della fermezza e della profondità della fede personale (Marco 4,16-17; Luca 8,13); occorre lottare contro le tentazioni, contro le altre «parole» e i «messaggi» seducenti della mondanità, altrimenti la Parola viene soffocata, resta infeconda e non perviene a portare il frutto della maturità di fede del credente (Marco 4,18-19; Luca 8,14). E se non vi sarà questo ascolto non vi sarà neppure preghiera!

PREGHIERA E IMMAGINE DI DIO

L'uomo che prega si rivolge a Dio «che non si vede» (cfr. I Giovanni 4,20). E tuttavia nella preghiera è implicata necessariamente una certa immagine di Dio da parte dell'uomo. È evidente allora come sia facile il rischio della menzogna e dell'idolatria: il rischio è quello di forgiarsi un Dio a propria immagine e somiglianza e rendere la preghiera un atto autogiustificatorio, autistico, rassicurante. L'esempio della preghiera del fariseo e del pubblicano al Tempio .nella parabola lucana (Luca 18,9-14) è significativo. I due diversi atteggiamenti di preghiera esprimono due differenti immagini di Dio relative a due differenti immagini che i due uomini hanno di sé. In particolare, la preghiera del fariseo manifesta l'atteggiamento di chi «si sente a posto con Dio»; ai suoi occhi il suo Dio non può che confermare il suo agire, eppure la frase finale della narrazione sconfessa l'immagine di Dio che quest'uomo aveva: egli non tornò a casa sua giustificato! Mentre il pubblicano si espone radicalmente all'alterità di Dio entrando così nel rapporto giusto con Dio, il fariseo sovrappone il suo «ego» all'immagine di Dio: nella sua preghiera c'è (con)fusione tra il suo «io» e «Dio». Rischio, questo, molto frequente presso gli uomini religiosi!
Ora, il primato dell'ascolto nella preghiera cristiana indica che essa è lo spazio in cui le immagini di Dio che noi forgiamo vengono spezzate, purificate, convertite. La preghiera, infatti, è ricerca di un incontro fra due libertà, quella dell'uomo e quella di Dio. In questa ricerca la distanza fra immagine di Dio forgiata dall'uomo e alterità rivelata di Dio diviene lo scarto fra la domanda e l'esaudimento, fra l'attesa e la realizzazione. Ecco perché al cuore della preghiera cristiana c'è l'invocazione: «Sia fatta la tua volontà» (Matteo 6,10). Nello scarto fra volontà dell'uomo e volontà di Dio la preghiera agisce come spazio di conversione e accettazione della volontà di Dio. È lo scarto, ed è la preghiera, che ha vissuto Gesù stesso al Getsemani: «Abba, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che tu vuoi» (Marco 14,36). È lo scarto, ed è la preghiera, che Paolo ha vissuto con particolare drammaticità: «Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza"» (2 Corinti 12,7-9). Paolo accetta la contraddizione portata alla sua richiesta che non viene esaudita e così la sua preghiera lo porta a riflettere esistenzialmente l'immagine del Dio che non l'esaudisce, ma che gli resta accanto nella sua debolezza. Paolo deve accettare la modificazione della sua, pur corretta e rispettosa, immagine di Dio. Così la sua vita si conforma sempre più all'immagine rivelata di Dio: quella del Cristo crocifisso.
La preghiera cristiana conforma l'orante all'immagine del Cristo crocifisso. E il Crocifisso nel suo grido sulla croce ha accettato l'assenza assoluta di immagini di Dio. Il grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Marco 15,34) denuncia la distanza fra l'immagine conosciuta del volto di Dio e la realtà presente. E dopo il grido dell' abbandono, secondo Marco, c'è solo un urlo inarticolato: «Gesù, dando un forte grido, spirò» (Marco 15,37). Non c'è più parola, non c'è più immagine; non c'è più teo-logia, non c'è più parola su Dio; non c'è più rappresentazione di Dio. Dunque, non c'è più riduzione di Dio a idolo! Il silenzio e il buio delle tre ore dall'ora sesta all' ora nona sono il sigillo di questo indicibile e invisibile di Dio che salvaguarda il suo mistero e la sua alterità.
Ma proprio quel radicale annichilimento di immagini di Dio (chi mai ha raffigurato Dio in un condannato a morte?) e di parole su Dio (il Dio crocifisso non spezza forse ogni 16 gos?) è l'abolizione radicale dell' idolatria, della riduzione di Dio a immagine dell'uomo. La presenza di Dio, l'immagine di Dio ormai va vista lì, nel Cristo crocifisso: «Egli è l'immagine del Dio invisibile» (Colossesi 1,15). Sì, il Cristo crocifisso annichilisce Dio
come immagine dell'uomo e ci presenta un uomo come immagine (eikon) di Dio. Il Cristo crocifisso è l'immagine di Dio che spezza le nostre immagini di Dio. Il Crocifisso è anche l'immagine di fronte alla quale noi preghiamo, ma che deve spezzare le immagini che, volenti o nolenti, proiettiamo su Dio. L'immagine di Dio manifestata dal Cristo crocifisso smentisce l'immagine di Dio «professata» dal fariseo al Tempio, immagine connessa a una certa considerazione di sé supportata da un'immagine - spregiativa - degli altri. La preghiera è dunque composizione attorno al Cristo crocifisso delle immagini di sé, degli altri e di Dio. L'immagine di Dio che è il Cristo crocifisso custodisce Paolo dalla tentazione dell'orgoglio, del «super-io» (il «montare in superbia», hyper-airomai, 2 Corinti 12,7, convertito nel porre il proprio vanto nelle sofferenze patite «per Cristo», hypèr Christou, 2 Corinti 12,10) e lo conduce, grazie alla preghiera, a parteciparla nella sua vita: «lo porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Galati 6,17; cfr. Colossesi 1,24). Così la preghiera, conformando al Cristo crocifisso, diviene anche promessa di resurrezione, spazio di trasfigurazione nell'immagine gloriosa del Signore (cfr. 2 Corinti 3,18).

PREGHIERA DI INTERCESSIONE

Nella preghiera noi portiamo l'interezza della nostra vita. E noi siamo esseri-in-relazione con altri uomini: gli altri fanno parte di noi, le relazioni con loro contribuiscono a determinare ciò che noi siamo e diventiamo. Nella preghiera dunque, rivolgendo ci da figli al Dio Padre, noi siamo anche confermati nella fraternità che ei lega agli altri uomini. Ed è l'intercessione la preghiera in cui con più evidenza si manifesta la pienezza del nostro essere come relazione con Dio e con gli uomini. E l'intercessione mostra anche l'unità profonda fra responsabilità, impegno storico, carità, giustizia, solidarietà da un lato, e preghiera dall' altro. Che cosa vuoI dire infatti intercedere? Etimologicamente inter-cedere significa «fare un passo tra», «interporsi» fra due parti, indicando così una compromissione attiva, un prender sul serio tanto la relazione con Dio, quanto quella con gli altri uomini. In particolare, è fare un passo presso qualcuno a favore di qualcun altro. Parafrasando il Salmo 85,11 potremmo dire che nell'intercessione «si incontrano fede e amore», «si abbracciano fede in Dio e amore per l'uomo». L'intercessione non ci porta a ricordare a Dio i bisogni degli uomini, egli infatti «sa di che cosa abbiamo bisogno» (cfr. Matteo 6,32), ma porta noi ad aprirci al bisogno dell'altro facendone memoria davanti a Dio e ricevendo nuovamente l'altro da Dio, illuminato dalla luce della volontà divina.
Questo duplice movimento, questo camminare tra Dio e l'uomo, stretti fra l'obbedienza alla volontà di Dio su di sé, sugli altri e sulla storia, e la misericordia per l'uomo, la compassione per gli uomini nelle situazioni del loro peccato, del loro bisogno, della loro miseria, spiega perché l'intercessione, nella Bibbia, sia più che mai il compito del pastore del popolo, del re, del sacerdote, del profeta, e trovi la sua raffigurazione piena e totale nel Cristo «unico mediatore fra Dio e gli uomini» (I Timoteo 2,5). Sì, è con il Cristo e questi crocifisso che trova realizzazione l'anelito di Giobbe: «Ci fosse tra me e te, Signore, uno che mette la sua mano su di me e su di te, sulla mia spalla e sulla tua spalla» (cfr. Giobbe 9,33). Qui Giobbe chiede un intercessore! Se nell'Antico Testamento l'icona dell'intercessore la troviamo in Mosè che, ritto sul monte fra Aronne e Cur che lo sostengono, alza le braccia al cielo assicurando la vittoria al popolo che combatte nella pianura (Esodo 17,8-16), nel Nuovo Testamento l'icona è quella del Cristo crocifisso che stende le sue braccia sulla croce per portare a Dio tutti gli uomini. Il Cristo crocifisso pone una mano sulla spalla di Dio e una sulla spalla dell'uomo. Il limite dell'intercessione è dunque il dono della vita, la sostituzione vicaria, la croce! Lo esprime bene Mosè nella sua intercessione per i figli d'Israele: «Signore, se tu perdonassi il loro peccato. Se no, cancellami dal libro che hai scritto» (Esodo 32,32). Nell'intercessione si impara a offrirsi a Dio per gli altri e a vivere concretamente nel quotidiano questa offerta.
L'intercessione ci conduce al cuore della vita responsabile cristiana: nella piena solidarietà con gli uomini peccatori e bisognosi, essendo anche noi peccatori e bisognosi, facciamo un passo, entriamo in una situazione umana in comunione con Dio che in Cristo ha fatto il passo decisivo per la salvezza degli uomini. Il Servo del Signore intercede per i peccatori assumendo il loro peccato, il castigo loro destinato, portando le loro infermità e debolezze (Isaia 53,12). Il Cristo, dunque, con l'incarnazione e la morte di croce ha compiuto l'intercessione radicale, il passo decisivo tra Dio e l'uomo, e ora, Vivente per sempre presso Dio, continua a intercedere per noi quale grande sacerdote misericordioso (Ebrei 7,25). La sua mano sulla nostra spalla fonda la nostra fiducia e audacia, la nostra parresia: «Chi condannerà? Cristo Gesù che è morto, anzi, che è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi?» (Romani 8,34). Il dono dello Spirito ci rende partecipi dell'intercessione di Cristo: lo Spirito ci guida a pregare «secondo i disegni di Dio» (cfr. Romani 8,26-27), conformando cioè la nostra preghiera e la nostra vita a quella del Cristo. Solo nello Spirito che ci strappa alla nostra individualità chiusa noi possiamo pregare per gli altri, far inabitare in noi gli altri e portarli davanti a Dio, arrivando addirittura a pregare per i nemici, passo essenziale da fare per poter arrivare ad amare i nemici (Matteo 5,44).
C'è stretta reciprocità fra preghiera per l'altro e amore per l'altro. Anzi, potremmo dire che il culmine dell'intercessione non consiste tanto in parole pronunciate davanti a Dio, ma in un vivere davanti a Dio nella posizione del crocifisso, a braccia stese, nella fedeltà a Dio e nella solidarietà con gli uomini. E a volte non possiamo fare assolutamente altro, per conservare una relazione con l'altro uomo, se non custodirla nella preghiera, nell'intercessione. A quel punto è chiaro che l'intercessione non è una funzione, un dovere, qualcosa che si fa, ma l'essenza stessa di una vita divorata dall' amore di Dio e degli uomini. La chiesa dovrebbe ricordare tutto questo: che altro essa è infatti se non intercessione presso Dio per gli uomini tutti? Questo il servizio veramente potente che essa è chiamata a svolgere nel mondo. Un servizio che la colloca nel mondo non da crociata, ma da segnata dalla croce!

PREGARE NELLA STORIA

Può infastidire o indisporre alcuni, ma ogni volta che infuria una guerra il successore di Pietro, il papa, chiede di pregare con insistenza affinché si aprano vie di pace, di dialogo e quindi di riconciliazione; vescovi e pastori di altre confessioni cristiane invitano anch' essi alla preghiera; cristiani di tutte le età, uomini e donne di ogni angolo della terra si rivolgono alloro Dio, Padre di tutti, con una sofferta intercessione. Rito inutile? Rifugio tranquillizzante per la coscienza? No, proprio la preghiera è eloquenza della loro fede: se non ci fosse la preghiera - questo rivolgersi a Dio dandogli del tu - non ci sarebbe neanche la, fede, che è fiducia riposta in Dio, adesione al Signore vivente. Per il cristiano è proprio la preghiera l'azione per eccellenza, l'«opera da compiere», la prassi, l'azione efficace nella storia. Quando si vivono ore di guerra, ciascuno misura innanzitutto la propria impotenza, l'incapacità a capire con chiarezza le ragioni stesse di un conflitto: anche in questo nostro tempo, alla fine di un secolo che la retorica ogni giorno condanna come secolo segnato dal sangue, ci ritroviamo di fronte a situazioni che evocano l'inizio del secolo... Ma è proprio misurando la propria impotenza che il cristiano si rivolge al Signore: non per invocare soluzioni magiche, non per sentirsi sottratto all'impegno e alla responsabilità, non per essere esentato dalla storia, ma perché la sua fede nel Signore della storia lo porta a intercedere. Ora, «intercedere» significa «fare un passo tra», muoversi tra due realtà, immettere in una situazione negativa elementi in grado di mutarla: significa diventare solidale con chi è nel bisogno, recando dall'interno 1'aiuto possibile, significa soprattutto compiere la volontà del Signore che è sempre volontà di perdono, di pace, di vita piena. Gesù ha detto: «Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito santo a coloro che glielo chiedono!» (Luca 11,13). Ecco la «cosa buona» che i cristiani chiedono nella preghiera: lo Spirito santo che agisce nel cuore e nelle menti degli uomini e vi immette pensieri e progetti di pace. Ecco cosa i cristiani sono sicuri di ottenere, perché Gesù lo ha promesso... Allora questa preghiera diviene efficace nella storia, una preghiera capace di raccogliere le grida delle vittime, le urla che invocano giustizia. Questa preghiera si fa voce di tutto il sangue innocente versato, da quello di Abele il giusto fino a quello dei poveri, degli inermi kosovari, albanesi o serbi, vittime di una violenza e di una guerra decisa da altri sulle loro teste, una guerra dalla quale non possono uscire vincitori ma solo sconfitti: uomini e donne sfigurati per generazioni dalla brutalità della violenza dell' essere umano sul proprio simile. La preghiera è una componente essenziale della storia perché il grido dei poveri e delle vittime che sale a Dio chiedendo giustizia e pace non va perduto, come ha detto Gesù: «Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti che gridano a lui giorno e notte?» (Luca 18,7). Chi pensa che la preghiera sia un' evasione dalla storia, un' esenzione a basso prezzo, mostra di non conoscere 1'attesa, la speranza e vive il succedersi degli eventi come un eterno continuum in cui regna il fatalismo e la lettura cinica della realtà. Quando il successore di Pietro chiede alla chiesa di pregare, le chiede di essere conseguente più che mai con la propria fede, di stare nella storia con le armi che le sono proprie, le armi salvifiche dell'intercessione, le chiede di stare nel mondo senza essere mondana, di assumere un comportamento ispirato dall' ascolto della Parola di Dio. Come dice il Salmista: «Ascolto la parola del Signore. Dio parla di pace al suo popolo, ai suoi fedeli, affinché non ritornino alla loro follia!» (Salmo 85,9).
Senza preghiera c'è solo una vaga appartenenza al cristianesimo, non c'è fede autentica ma solo ideologia, non c'è speranza ma solo autosufficienza, non c'è carità cristiana ma solo frenesia di protagonismo filantropico. Sì, anche quando le apparenze paiono affermare il contrario, la preghiera - dialogo con il Dio che salva - salverà il mondo.

PREGHIERA DI DOMANDA

La forma di preghiera più attestata nella Scrittura e richiesta da Gesù stesso (cfr. Matteo 7,7-II; 21,22) è la preghiera di domanda. Ma essa è anche quella che più ha fatto problema alla tradizione cristiana, che ha spesso affermato la superiorità, la maggiore purezza e perfezione della preghiera di lode e di ringraziamento: «Il genere principale di preghiera è il ringraziamento» (Clemente di Alessandria, Stromati VII, 79,2). In tempi molto più vicini a noi, soprattutto negli anni SessantaSettanta, questa forma di preghiera ha conosciuto una grave crisi: la secolarizzazione, l'impadronirsi da parte dell'uomo, grazie alla tecnica e alla scienza, di ambiti che prima sfuggivano alla sua presa e venivano delegati all'intervento di Dio, hanno spiazzato e reso «fuori luogo» la preghiera di domanda. Oggi invece si assiste a un suo riemergere, spesso sotto forme non autenticamente evangeliche che la riducono ad atteggiamento magico, a ingiunzione rivolta a un Dio sentito come im-mediatamente «disponibile», un Dio-madre che ha il dovere di soddisfare ogni bisogno.
Ora, occorre anzitutto affermare che, antropologicamente, la domanda non è solo qualcosa che l'uomo fa, ma una dimensione costitutiva del suo essere: l'uomo è domanda, è appello. E questa dimensione non può non manifestarsi nella preghiera: in essa, infatti, «qualunque ne sia l'occasione specifica, tutto l'essere viene portato dinanzi a Dio» (Heinrich Ott). Rivolgendosi a Dio, nelle diverse situazioni esistenziali, con la domanda, il credente - senza rinunciare per nulla alla propria responsabilità e al proprio impegno - attesta di voler sempre e nuovamente ricevere da Dio e dalla relazione con lui il senso della propria vita e la propria identità, e confessa di non «disporre» della propria vita. In questo senso la preghiera di domanda è certamente scandalosa, in quanto urta la pretesa di autosufficienza dell'uomo. In profondità, poi, dietro a ogni particolare preghiera di domanda veramente cristiana, vi è una domanda radicale di senso. Domanda che il progresso tecnologico non potrà mai rendere superata e che investe direttamente non solo il credente («Chi sono?»), ma anche il Dio «in cui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (Atti 17,28). Con la preghiera di domanda il credente si innalza dal suo bisogno e lo trasfigura in desiderio, pone una distanza fra sé e la sua situazione, stabilisce un'attesa fra il bisogno e il suo soddisfacimento, cerca di immettere un Altro nella situazione enigmatica che sta vivendo.
In questo senso la preghiera di domanda è eminentemente «contemplativa»: è il modo proprio del credente di affermare la signoria di Dio sul mondo, sulle realtà create. Essa poi è interessata alla presenza del Dio a cui ci si rivolge, prima ancora che all' ottenimento di un particolare beneficio. Essa infatti è comprensibile e fattibile solamente all'interno di una relazione filiale con
Dio (Matteo 7,7-11), relazione che, a sua volta, è vivibile solo nella fede (Romani 8,14-17). Ed è all'interno e nei limiti di tale relazione e di tale fede che va collocata la preghiera di domanda cristiana: essa non può assolutamente essere confusa con la preghiera di domanda comune a qualsiasi forma religiosa, ma trova una sua norma normans nella gerarchia di domande presente nel Padre nostro (dove tutto è ordinato alla richiesta: «Venga il tuo Regno») e un suo criterio imprescindibile nella preghiera di domanda del Figlio Gesù Cristo nei confronti del Padre. La fede e la relazione filiale vissute da Gesù, in cui egli si è rivolto al Padre con la domanda, divengono così esemplari per il credente. È significativa l'esperienza del Getsemani: Gesù confessa Dio quale «Abba, Padre» (Marco 14,36) e nella confidenza di tale rapporto chiede che passi da lui «quell'ora» (Marco 14,35), «quel calice» (Matteo 26,39), ma sottomette la sua richiesta a «non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Marco 14,36), «non come voglio io, ma come vuoi tu» (Matteo 26,39). Ci sono dunque un contenuto (ciò che) e una forma (come) che si sintetizzano nella croce e che rappresentano il limite che incombe sulla preghiera di domanda cristiana. Preghiera che si configura così come lotta tra il credente e il suo Dio, come confronto e interazione fra due libertà. In cui è importante salvaguardare la libertà dell' orante, e dunque del suo domandare, e la libertà di Dio, e dunque del suo rispondere; l'autonomia delle leggi naturali e delle realtà terrestri e la realtà della presenza spirituale di Dio nel mondo.
Cristianamente intesa, questa preghiera non è espe
diente magico per risolvere gli enigmi dell' esistenza, per evitare il negativo della vita: essa infatti sa che nel rapporto con Dio esiste una dimensione di enigma che non può essere rimossa («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», Marco 15,34), e che tutt'al più può mutarsi in mistero all'interno della preghiera. La Scrittura poi propone un orientamento della preghiera cristiana di domanda che parte dalla constatazione che noi non sappiamo «che cosa domandare» (Romani 8,26): nell'esperienza personale di preghiera di ciascuno ci sarà perciò, con il passare degli anni, un apprendistato, un imparare a domandare, a relazionarsi in modo sempre più adeguato al Signore, a domandare «nel nome del Signore» (Giovanni 14,13-14), non nel nostro nome. La preghiera di domanda esige cioè un discernimento dei bisogni, una crescita nella conoscenza del Signore, una conversione costante alla volontà di Dio espressa nella sua Parola. Fine della preghiera di domanda non è infatti che Dio faccia la nostra volontà, ma che noi facciamo la sua (Matteo 6,10)! Ed esige la fede: «Tutto quello che chiedete nella preghiera, abbiate fede di averlo già ottenuto e vi sarà accordato» (Marco II,24). Il dono previene la nostra preghiera; l'esaudimento di Dio previene la nostra domanda! Ciò che Dio ci ha già ottenuto è, infatti, il dono del Figlio Gesù Cristo! Scrive Dietrich Bonhoeffer: «Tutto ciò che noi dobbiamo chiedere a Dio e dobbiamo attendere da lui si trova in Gesù Cristo. Occorre cercare di introdurci nella vita, nelle parole, negli atti, nelle sofferenze, nella morte di Gesù, per riconoscere ciò che Dio ha promesso e realizza sempre per noi. Dio infatti non realizza tutti i nostri desideri, ma realizza le sue promesse. Egli resta il Signore della terra, protegge la sua chiesa, ci dà una forza sempre rinnovata, non ci impone carichi al di là delle nostre forze, ma ci riempie della sua presenza e della sua forza». In questa ottica, mi pare, emerge con chiarezza l'imprescindibilità della preghiera di domanda e, al tempo stesso, la necessità di una sua costante purificazione ed evangelizzazione.

PREGHIERA DI LODE

La preghiera cristiana avviene all'interno dei due poli del lamento e della lode. Di quest'ultima credo sia particolarmente difficile parlare. Essa giunge a noi carica di un giudizio di eccellenza rispetto alle altre forme di preghiera, giudizio ripetutamente formulato dalla tradizione cristiana adducendo la sua purezza, il suo disinteresse, la sua gratuità. lo credo che la logica del confronto e del paragone, del giudizio di superiorità, e dunque di quello relativo di inferiorità, non si addica alla gratuità della lode, la quale va piuttosto compresa all'interno del movimento relazionale e dialogico della preghiera. Lode e domanda sono inclusive l'una all'altra, ed è la loro polarità, la loro complementarità che rende equilibrata e autentica la preghiera come relazione. Questa non è pretesa (esclusività della domanda), né adulazione (esclusività della lode), ma incontro reale (e non ideale) che avviene nella storia, nella concretezza della vita, di un uomo con il Signore che in tale storia si fa presente con i prodigi del suo amore suscitando la risposta laudativa oppure si nasconde dietro agli enigmi della sofferenza, della morte, dell' angoscia provocando la domanda, il lamento, la supplica. Nelle relazioni umane interpersonali la lode è linguaggio che esprime l'accettazione e la positiva valutazione dell' altro; anzi, normalmente, è il linguaggio degli amanti. Nella preghiera, potremmo dire che la lode è amore che risponde all' amore: all' amore di Dio riconosciuto in eventi dell' esistenza si risponde lodando, riconoscendo cioè l'Altro nella grandezza delle sue opere e dei suoi doni. E la lode ha sempre come destinataria la persona di Dio, non i suoi doni: la preghiera di lode è teocentrica. La lode è l'Amen, il «sì» dell'uomo a Dio e al suo agire: «sì» totale e incondizionato. È questa la lode di Gesù stesso: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, poiché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intellettuali, e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, poiché così è stato il tuo beneplacito dinanzi a te» (Matteo 11,25-26). E la lode del cristiano ripete questo movimento trovando in Cristo il suo catalizzatore: «Tutte le promesse di Dio in Gesù Cristo sono diventate "sì". Per questo sempre attraverso Cristo sale a Dio il nostro Amen per la sua gloria»(2 Corinti 1,20). La liturgia, magistero della preghiera del cristiano, caratterizza il tempo pasquale con l'insistita ripetizione dell' esclamazione «Alleluja» («Lodate il Signore»), e così mostra che il grande dono di Dio è il Figlio stesso, morto e risorto per la salvezza degli uomini. È l'azione salvifica del Dio trinitario manifestata pienamente nell' evento pasquale che suscita la dossologia, la lode della chiesa.
Questo aspetto della lode come «Amen» rivolto a Dio, come confessione della sua alterità e della sua presenza, ci porta a comprendere la fondamentale sinonimia di lodare con credere: la lode esprime l'aspetto celebrativo della fede. Non a caso nella Bibbia essa spesso sorge dopo il discernimento di fede di un intervento di Dio nella storia: così, per esempio, il cantico di Mosè che segue la confessione dell' azione di Dio che aveva fatto uscire i figli d'Israele dall'Egitto (cfr. Esodo 15). Più che di superiorità della lode rispetto alla supplica occorre allora parlare della lode come orizzonte inglobante della stessa supplica! La supplica suppone la lode e tende alla lode: essa si fonda sulla lode in quanto confessa e invoca il Nome di Dio e riconosce di non poter contare su altri che sullo stesso Dio che ha abbandonato il credente («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», Salmo 22,2); essa tende alla lode perché spera di rivedere il volto noto e amico del Signore. Ecco perché spesso i Salmi di supplica sfociano nella lode (Salmo 22; 31; 69 ecc.); ed ecco perché il Salmista, nel lamento per il suo esilio, per la sua lontananza da Dio, può esclamare: «Ancora lo loderò» (Salmo 42,6.12; 43,5). Questo aspetto di speranza, di lode futura, è particolarmente accentuato nelle dossologie neotestamentarie dell' Apocalisse che parlano della vita eterna caratterizzandola con la lode dei credenti: si tratta evidentemente dell' affermazione della relazione di presenza senza più ombre del credente nei confronti di Dio.
Ma se la lode sintetizza in forma orante le dimensioni della fede, della carità e della speranza, è chiaro come essa sia la vita stessa che il credente è chiamato a vivere: noi siamo destinati a essere «lode della gloria di Dio» (Efesini 1,14). La lode vuole diventare la vita stessa del credente: poiché si ama Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi, si vuole lodare con tutto il cuore, cioè vivere e morire alla presenza di Dio. Significativamente la tradizione cristiana ci presenta il martire come esempio di lode vissuta fino alla fine, quasi un «Amen» personificato. Questa dimensione così pregnante e basilare della lode all'interno della preghiera, ci mostra come si nutra di un'estesa gamma di linguaggi, personali e comunitari. Dal canto al sussurro, dal giubilo all'esultanza interiore, dalle parole al silenzio: «Per te anche il silenzio è lode, o Dio» (Salmo 65,2). Allora, nel silenzio, la lode diventa presenza cor ad cor dell' amato al suo Amante.

PREGHIERA DI RINGRAZIAMENTO

Nell'episodio evangelico dei dieci lebbrosi guariti da Gesù (Luca 17,11-19) si afferma che a uno solo di loro si rivolgono le parole del Signore: «La tua fede ti ha salvato» (Luca 17,19): è colui che, vistosi guarito, è tornato indietro per ringraziare Gesù. La fede cristiana è costitutivamente eucaristica e solo chi rende grazie fa l'esperienza della salvezza, cioè dell'azione di Dio nella propria vita. E poiché la fede è relazione personale, di un'intera esistenza, con Dio, la dimensione dell'azione di grazie non riguarda solo la forma di certe preghiere da fare, ma deve arrivare a impregnare l'essere stesso della persona. È ciò che chiede Paolo: «Siate eucaristici!» (Colossesi 3,15).
Pur così fondamentale, il ringraziamento è tutt'altro che facile! Dal punto di vista antropologico esso è linguaggio non spontaneo nel bambino. Il ringraziamento suppone infatti il senso dell'alterità, la messa in crisi del proprio narcisismo, la capacità di entrare in rapporto con un «tu»: solo a una persona, infatti, si dice  «grazie»! È grato colui che ha messo a morte l'immagine di sé come di uno che «non deve niente a nessuno»; è grato colui che riconosce di non poter disporre a piacimento della realtà esterna e degli altri. Nel rapporto con il Signore la capacità eucaristica indica la maturità di fede del credente che riconosce che «tutto è grazia», che l'amore del Signore precede, accompagna e segue la propria vita. L'azione di grazie scaturisce in modo naturale dall'evento centrale della fede cristiana: il dono del Figlio Gesù Cristo che Dio Padre, nel suo immenso amore, ha fatto all'umanità (cfr. Giovanni 3,16). È il dono salvifico che suscita nell'uomo il ringraziamento e fa dell'eucaristia l'azione ecclesiale per eccellenza. «È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, renderti grazie sempre e dovunque, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Gesù Cristo, nostro Signore.» Questa formulazione dei prefazi del Rituale Romano indica bene il perenne movimento del ringraziamento cristiano. E poiché l'eucaristia, in particolare la preghiera eucaristica, è il modello della preghiera cristiana, il cristiano è chiamato a fare della sua esistenza un'occasione di rendimento di grazie. Infatti, dice Paolo, «che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?» (2Corinti 4,7). Alla gratuità di Dio verso l'uomo risponde dunque il riconoscimento del dono e la riconoscenza, la gratitudine dell'uomo. Potremmo dire che anche il ringraziamento umano è dono di Dio: «Noi dobbiamo a Dio la gratitudine di avere la gratitudine», recita una preghiera della liturgia ebraica.
Il ringraziamento è dunque la modalità spirituale peculiare con cui il cristiano si rapporta al mondo, alle cose, agli altri. Ecco perché un gesto assolutamente vitale come il pasto quotidiano è sempre segnato da una preghiera di ringraziamento. Il ringraziamento a Dio al momento del pasto (la «preghiera della tavola») è una confessione di fede: essa esprime che sono dono di Dio tanto la vita quanto il senso della vita. La vita che ci viene trasmessa dal cibo, il senso della vita rappresentato dalla relazione che lega le persone riunite convivialmente per il pasto comune. Vita e senso della vita che nell' eucaristia sono sintetizzati nella persona del Cristo vivente che si dona come cibo di vita eterna ricreando le relazioni di comunione tra i membri dell'assemblea. Al dono della vita piena nel Figlio il cristiano risponde dunque ringraziando per essere stato creato e per il dono della fede. Si pensi alla tradizionale preghiera del mattino: «Vi adoro, mio Dio, e vi amo con tutto il cuore. Vi ringrazio di avermi creato, fatto cristiano, e conservato in questa notte».
Ma soprattutto il cristiano risponde al dono di Dio facendo della propria vita un dono, un ringraziamento, un'eucaristia vivente. Davvero, la preghiera di ringraziamento non è solo risposta puntuale a eventi in cui si discerne la presenza e l'azione di Dio nella propria vita, ma è attitudine profonda di un'esistenza che apre la propria quotidiana trama alla trasfigurazione del Regno veniente. Fino a trasfigurare la morte in evento di nascita a vita nuova. Al momento del martirio l'ultima parola di Cipriano di Cartagine fu «Deo gratias»; Giovanni Crisostomo concluse la sua travagliata esistenza con le stesse parole di ringraziamento a Dio; Chiara di Assisi spirò dopo aver pregato: «Ti ringrazio, Signore, di avermi creata». La loro vita si è compiuta come un'eucaristia. Se dunque è vero che la preghiera di ringraziamento considera il passato, ciò che Dio ha fatto per noi, sicché essa è retrospettiva e nasce dalla memoria, è però altrettanto vero che essa apre al futuro, alla speranza, e si configura come la dimensione peculiare di vivere cristianamente il presente, lo spazio stesso della vita!

SILENZIO

La tradizione spirituale e ascetica ha sempre riconosciuto l'essenzialità del silenzio per un'autentica vita spirituale e di preghiera. «La preghiera ha per padre il silenzio e per madre la solitudine» ha detto Girolamo Savonarola. Solo il silenzio, infatti, rende possibile l'ascolto, cioè l'accoglienza in sé non solo della Parola, ma anche della presenza di Colui che parla. Così il silenzio apre il cristiano all' esperienza dell'inabitazione di Dio: il Dio che noi cerchiamo seguendo nella fede il Cristo risorto, è il Dio che non è esterno a noi, ma abita in noi. Dice Gesù nel quarto Vangelo: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Giovanni 14,23). Il silenzio è linguaggio di amore, di profondità, di presenza all' altro. Del resto, nell' esperienza amorosa il silenzio è spesso linguaggio molto più eloquente, intenso e comunicativo di una parola. Purtroppo oggi il silenzio è raro, è la cosa che più manca all'uomo moderno assordato dai rumori, bombardato dai messaggi sonori e visivi, derubato della sua interiorità, quasi scalzato via da essa. E sempre «Quando diminuisce il prestigio del linguaggio aumenta quello del silenzio» (Susan Sontag). Anche la vita spirituale risente di tale carenza: le liturgie spesso sono verbose, appesantite da didascalie che volendo tutto spiegare, tutto dire, dimenticano che in Dio c'è un indicibile, un silenzio, un mistero che la liturgia deve riflettere. La crescente domanda di autentica vita spirituale resta poi troppo spesso disattesa da chiese locali impegnate piuttosto in molteplici attività assistenziali, sociali, caritative, ricreative o, al massimo, catechetiche. Non stupisce pertanto l'indirizzarsi di molti verso vie di spiritualità estranee al cristianesimo.
Dobbiamo confessarlo: abbiamo bisogno del silenzio! Ne abbiamo bisogno da un punto di vista prettamente antropologico, perché l'uomo, che è un essere di relazione, comunica in modo equilibrato e significativo soltanto grazie all'armonico rapporto fra parola e silenzio. Ma ne abbiamo bisogno anche dal punto di vista spirituale. Per il cristianesimo il silenzio è una dimensione non solamente antropologica, ma teologica: solo sul monte Oreb, il profeta Elia sentì prima un vento impetuoso, poi un terremoto, quindi un fuoco, e infine «la voce di un silenzio sottile» (I Re 19,12): come udì quest'ultima, Elia si coprì il volto con il mantello e si mise alla presenza di Dio. Dio si fa presente a Elia nel silenzio, un silenzio eloquente. La rivelazione del Dio biblico non passa solo attraverso la parola, ma avviene anche nel silenzio; Ignazio di Antiochia dirà che Cristo è «la Parola che procede dal silenzio». Il Dio che si rivela nel silenzio e nella parola esige dall'uomo l'ascolto, e all'ascolto è essenziale il silenzio. Certo, non si tratta semplicemente dell' astenersi dal parlare, ma del silenzio interiore, quella dimensione che ci restituisce a noi stessi, ci pone sul piano dell'essere, di fronte all'essenziale. «Nel silenzio è insito un meraviglioso potere di osservazione, di chiarificazione, di concentrazione sulle cose essenziali» (Dietrich Bonhoeffer). È dal silenzio che può nascere una parola acuta, penetrante, comunicativa, sensata, luminosa, perfino, oserei dire, terapeutica, capace di consolare.
Il silenzio è custode dell'interiorità. Certo, si tratta di un silenzio definito sì negativamente come sobrietà e disciplina nel parlare e perfino come astensione da parole, ma che da questo primo momento passa a una dimensione interiore: cioè al far tacere i pensieri, le immagini, le ribellioni, i giudizi, le mormorazioni che nascono nel cuore. Infatti è «dal di dentro, cioè dal cuore umano, che escono i pensieri malvagi» (Marco 7,2r). È il difficile silenzio interiore, quello che si gioca nel cuore, luogo della lotta spirituale. Ma proprio questo silenzio profondo genera la carità, l'attenzione all' altro, l'accoglienza dell' altro, l'empatia nei confronti dell' altro. Sì, il silenzio scava nel nostro profondo uno spazio per farvi abitare l'Altro, per farvi rimanere la sua Parola, per radicare in noi l'amore per il Signore; al tempo stesso, e in connessione con ciò, esso ci dispone all' ascolto intelligente, alla parola misurata, al discernimento del cuore dell' altro, di ciò che gli brucia nell'intimo e che è celato nel silenzio da cui nascono le sue parole. Il silenzio, allora, quel silenzio, suscita in noi la carità, l'amore del fratello. E così il doppio comando dell' amore di Dio e del prossimo è ottemperato da chi sa custodire il silenzio. Può dire Basilio: «Il silenzioso diventa fonte di grazia per chi ascolta». A quel punto si può ripetere, senza timore di cadere nella retorica, l'affermazione di E. Rostand: «Il silenzio è il canto più perfetto, la preghiera più alta». In quanto conduce all' ascolto di Dio e all' amore del fratello, alla carità autentica, cioè alla vita in Cristo (e non a un generico e sterile vuoto interiore), allora il silenzio è preghiera autenticamente cristiana e gradita a Dio. È questo il silenzio che proviene a noi da una lunga storia spirituale, è il silenzio cercato e praticato dagli esicasti per ottenere l'unificazione del cuore, è il silenzio della tradizione monastica finalizzato all' accoglienza in sé della Parola di Dio, è il silenzio della preghiera di adorazione della presenza di Dio, è il silenzio caro ai mistici di ogni tradizione religiosa, e ancor prima è il silenzio di cui è intriso il linguaggio poetico, è il silenzio che costituisce la materia stessa della musica, è il silenzio essenziale a ogni atto comunicativo. Il silenzio, evento di profondità e di unificazione, rende il corpo eloquente conducendoci ad abitare il nostro corpo, ad abitare la nostra vita interiore, guidandoci a quell'habitare secum così prezioso per la tradizione monastica. Il corpo abitato dal silenzio diviene rivelazione della persona.
Il cristianesimo contempla Gesù Cristo come Parola fatta carne, ma anche come Silenzio di Dio: i Vangeli mostrano un Gesù che, quanto più si inoltra nella passione, tace sempre più, entra nel silenzio, come agnello afono, come colui che, conoscendo la verità, sapendo l'indicibile fondo della realtà, non può né vuole tradire l'ineffabile con la parola, ma lo custodisce con il silen
zio. Gesù che «non apre la sua bocca» mostra il silenzio come ciò che veramente è forte, fa del suo silenzio un atto, un' azione. E proprio per questo potrà fare anche della sua morte un atto, il gesto di un vivente. Affinché sia chiaro che, dietro a parola e silenzio, ciò che veramente è salvifico è l'amore che vivifica l'una e l'altro. E che altro è il Cristo crocifisso se non l'icona del silenzio, e del silenzio stesso di Dio? Sulla croce, dicono i Vangeli, da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, ora della morte di Cristo, regnano buio e silenzio. Vi è totale silenzio di parole su Dio e di immagini di Dio, di concettualizzazioni di Dio e idee su Dio: con questo silenzio deve sempre misurarsi la teologia, ogni discorso su Dio, ogni rappresentazione di Dio, che sempre conoscono la tentazione di ridurre Dio a idolo, a manufatto, a oggetto manipolabile. Ma proprio quel silenzio al momento della croce riesce a dire l'indicibile: l'immagine del Dio invisibile va cercata nell'uomo appeso alla croce. Il silenzio della croce è il magistero a cui mai potrà smettere di attingere ogni parola teologica.