Enzo Bianchi
LESSICO DELLA VITA INTERIORE
Le parole della spiritualità
Prima edizione BUR Saggi: marzo 2004
| III | III | III | III | III | III |
| Vita spirituale Ascesi Santità e bellezza Sensi e Spirito Vigilanza Lotta spirituale Idolatria Acedia |
Deserto Attesa del Signore Ricerca di Dio Pazienza Fedeltà nel tempo Conversione Attenzione Ascolto |
Meditazione Memoria Dei Memoria La preghiera, un cammino Lectio divina Contemplazione La parola della croce La preghiera, una relazione |
Prima 1'ascolto Preghiera e immagine di Dio Preghiera di intercessione Pregare nella storia Preghiera di domanda Preghiera di lode Preghiera di ringraziamento Silenzio |
Castità Obbedienza Povertà Digiuno Speranza Perdono Amore del nemico Umiltà |
Conoscenza di sé
Solitudine Comunicazione Comunione Malattia Vecchiaia Morte e fede Gioia |
CASTITÀ
Non è facile parlare della castità. Si tratta di una parola, e di una realtà, spesso compresa riduttivamente o addirittura misconosciuta e derisa, oppure confusa con la verginità o identificata con l'astinenza sessuale... Per questo è opportuno riscoprire la valenza antropologica della castità e quindi anche la sua valenza spirituale cristiana. L'etimologia ci suggerisce che il casto (castus) è colui che rifiuta l'incesto (in-castus). Il non-casto, in radice, è l'incestuoso. Il casto vive le sue relazioni accettando la distanza e rispettando l'alterità (che non si riduce alla differenza). Il non-casto cerca non la relazione, ma la fusione e la con-fusione che definiscono normalmente l'incesto. Questo senso fondamentale situa la castità nel solco del cammino di apprendimento dell'arte di amare e di vivere la sessualità in modo maturo e adulto. Non si tratta dunque di una virtù negativa, contrassegnata da proibizioni e divieti, ma eminentemente positiva, «che conferisce alle relazioni umane la loro trasparenza e il loro calore, e permette alle persone di riconoscersi nel rispetto del loro essere più intimo» (C. Flipo). Scrive J. Gründel: «La castità è la disponibilità interiore dell'uomo ad affermare pienamente la propria sessualità, a riconoscere gli impulsi sessuali nel loro
carattere integralmente personale e sociale, e a inserirli in maniera ricca di senso nella globalità della vita umana».OBBEDIENZA
«Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (Atti
5,29). Questo grande principio biblico sull'obbedienza ha un carattere
profondamente liberante. Nella visione biblica, infatti, l'obbedienza è
inscindibile dalla libertà: solo nella libertà si può obbedire, e solo obbedendo
all'Evangelo si entra nella pienezza della libertà. In modo lapidario si è
espresso Bonhoeffer: «L'obbedienza senza libertà è schiavitù, la libertà senza
obbedienza è arbitrio». Ma prima di cogliere il proprium cristiano dell'
obbedienza occorre ricordare l'aspetto antropologico della stessa. Vi è
un' obbedienza fondamentale che ogni uomo è chiamato a fare alla propria storia,
alle proprie origini, al proprio corpo, alla propria famiglia, insomma a una
serie di situazioni e persone, tempi e luoghi, eventi e condizioni che l'hanno
preceduto, fondato, e su cui egli non ha avuto alcuna presa o possibilità di
scelta e di decisione. Si tratta dei bagagli che la nascita fa trovare già
pronti a chiunque viene al mondo e che lo accompagneranno nel cammino dell'
esistenza. Un credente legge questa obbedienza come «creaturale» e vi riconosce
quell'accettazione dei limiti che è costitutiva della creatura di fronte
al Creatore e che consente all'uomo di diventare uomo fuggendo la tentazione della totalità, cioè di ergersi a Dio. TI senso del
racconto genesiaco della proibizione di mangiare i frutti dell'albero della
conoscenza del bene e del male è esattamente questo: l'uomo è uomo nella misura
in cui non ambisce il tutto. Il limite, il finito è l'ambito della
sua relazione con Dio.
Secondo la Bibbia l'obbedienza va compresa all'interno di
questa relazione, cioè all'interno della categoria dell' alleanza. È tale
relazione con Dio che rende liberante e perfino gioiosa l'obbedienza alla Legge
rivelata a Mosè sul Sinai. Se la Legge è manifestazione della volontà di Dio,
del partner contraente l'alleanza, l'obbedienza a tutti i suoi comandi è il
desiderio stesso del credente che ama il suo Dio e trova la sua gioia nel fare
la sua volontà. La formulazione usata in Esodo 24,7 per indicare l'accettazione
della volontà di Dio espressa nella Legge da parte del popolo d'Israele è
significativa: «Quanto il Signore ha detto noi lo faremo e lo ascolteremo». La
prassi, la messa in pratica della parola, precede l'ascolto della parola stessa,
quasi a suggerire che è più importante l'assenso fondamentale dato a Dio che la
specificazione del contenuto dei singoli comandi. Inoltre il testo significa che
solo mettendo in pratica la Parola, cioè obbedendola realmente, la si comprende
veramente. Questo radicamento dell' obbedienza all'interno dell' alleanza,
dunque della relazione di ascolto del credente nei confronti del suo Dio, dà il
tono anche all'obbedienza cristiana.
Per il Nuovo Testamento l'ascoltare, inteso nel senso
di percezione della volontà di Dio, si realizza veramente
POVERTÀ
Il discorso cristiano sulla povertà è molto delicato. Si
tratta di un argomento facilmente manipolabile: estrapolando alcuni testi
evangelici si può fondare su di essi un rigorismo tanto radicale quanto
irrealizzabile e perciò irreale. D'altro canto, nell' attuale clima di
esaltazione del «mercato» si arriva perfino a cercare (e a pretendere di
trovare) il fondamento evangelico al sistema capitalistico. Denunciando in
partenza il carattere fuorviante di qualunque forma di demonizzazione del
«mercato», dell' «impresa» ecc., che a volte è dato di riscontrare in ambienti
cattolici - e riconosciuto che il giudizio dato in ambito cattolico a questioni
e realtà economiche è spesso grossolano, assolutamente inadeguato alla realtà,
mosso da stereotipi arcaici che non rendono minimamente ragione della realtà
economica odierna, e dunque risulta ideologico o semplicemente inutile - io vorrei rileggere la povertà a partire dal
messaggio evangelico e neotestamentario per trarne indicazioni per il nostro
oggi.
Dall'insieme del Vangelo emerge che il discorso sulla povertà
trova il suo senso solo se non viene isolato ma contestualizzato all'interno del
centro che ha mosso la vita e la predicazione di Gesù: l'annuncio dell'irruzione
DIGIUNO
Assistiamo oggi in Occidente a un' eliminazione de facto
della pratica ecclesiale del digiuno: così una prassi vissuta già da
Israele, riproposta da Cristo, accolta dalla grande tradizione ecclesiale, è
sempre meno presente, non più richiesta... Eppure, per ritrovare la propria
verità, quella verità umana che con la grazia diventa la verità cristiana,
occorre pensare, pregare, condividere i beni, conoscere il male che ci abita, ma
anche digiunare, inteso come disciplina dell' oralità. il mangiare appartiene al
registro del desiderio, deborda la semplice funzione nutritiva per rivestire
rilevanti connotazioni affettive e simboliche. L'uomo, in quanto uomo, non si
nutre di solo cibo, ma di parole e gesti scambiati, di relazioni, di amore, cioè
di tutto ciò che dà senso alla vita nutrita e sostentata dal cibo. il mangiare
del resto avviene insieme, in una dimensione di convivialità, di scambio.
L'oralità è connessa alle dimensioni del «mangiare», del
«parlare», del «baciare», dunque alle dimensioni biologica, comunicativa e
affettiva dell' esistenza umana, e per questo ci rinvia alla totalità della
persona che «vive» di queste dimensioni. il digiuno svolge così la fondamentale
funzione di farci sapere qual è la nostra fame, di che cosa viviamo, di che cosa
ci nutriamo, e di ordinare i nostri appetiti intorno a ciò che è veramente
centrale. E tuttavia sarebbe profondamente ingannevole pensare che il digiuno -
nella varietà di forme e gradi che la tradizione cristiana ha sviluppato:
digiuno totale, astinenza dalle carni, assunzione di cibi vegetali o soltanto di
pane e acqua - sia sostituibile con qualsiasi altra mortificazione o privazione. Il mangiare infatti rinvia al primo modo di
relazione del bambino con il mondo esterno: il bambino non si nutre solo del
latte materno, ma inizialmente conosce l'in distinzione fra madre e cibo; quindi
si nutre delle presenze che lo attorniano: egli «mangia», introietta voci,
odori, forme, visi, e così, pian piano, si edifica la sua personalità
relazionale e affettiva. Questo significa che la valenza simbolica del digiuno è
attinente alla globalità di questi aspetti e pertanto la sua peculiarità non può
trovare degli «equivalenti»in altre forme di ascesi che, rivestendo altre
valenze simboliche, non possono svolgere la sua funzione. Gli esercizi ascetici
non sono interscambiabili!
Con il digiuno noi impariamo a conoscere e a moderare i
nostri tanti appetiti attraverso la moderazione dell'appetito fondamentale e
vitale: la fame, e impariamo a disciplinare le nostre relazioni con gli altri,
con la realtà esterna e con Dio, relazioni sempre tentate di voracità. Il
digiuno è ascesi del bisogno ed educazione del desiderio. Solo un cristianesimo
insipido e stolto che si comprende sempre più come morale sociale può liquidare
il digiuno come sostanzialmente irrilevante e pensare che qualsiasi privazione
di cose superflue (dunque non vitali come il mangiare) possa essergli
sostituita. Questa è una tendenza docetica che rende «apparente» la creaturalità umana
e che dimentica sia lo spessore del corpo sia il suo essere tempio dello Spirito
santo. In verità il digiuno è la forma con cui il credente confessa la fede nel
Signore con il suo stesso corpo, è antidoto alla riduzione intellettualistica
della vita spirituale o alla sua confusione con lo psicologico. Certamente,
poiché il rischio di fare del digiuno un' opera meritoria, una performance
ascetica è presente, la tradizione cristiana ricorda che esso deve avvenire nel
segreto, nell'umiltà, con uno scopo preciso: la giustizia, la condivisione,
l'amore per Dio e per il prossimo (Isaia 58,4-7; Matteo 6,I-I8). Ecco perché la
tradizione cristiana è molto equilibrata e sapiente su questo tema: «Il
digiuno è inutile e anche dannoso per chi non ne conosce i caratteri e le
condizioni» (Giovanni Crisostomo); «È meglio mangiare carne e bere vino
piuttosto che divorare con la maldicenza i propri fratelli» (abba Iperechio);
«Se praticate l'ascesi di un regolare digiuno, non inorgoglitevi. Se per questo
vi insuperbite, piuttosto mangiate carne, perché è meglio mangiare carne che
gonfiarsi e vantarsi» (Isidoro Presbitero).
Sì, noi siamo ciò che mangiamo, e il credente non vive di
solo pane, ma soprattutto della Parola e del Pane eucaristici, della vita
divina: una prassi personale ed ecclesiale di digiuno fa parte della sequela di
Gesù che ha digiunato (Matteo 4,2), è obbedienza al Signore che ha chiesto ai
suoi discepoli la preghiera e il digiuno (Matteo 6,16-18; 9,15; Marco 9,29; cfr.
Atti 13,2-3; 14,23), è confessione di fede fatta con il corpo, è pedagogia che porta la totalità della persona all' adorazione di Dio (e si
noti che 1'etimologia di «adorare» contiene il rimando alla bocca, os-oris,
alla dimensione dell'oralità). In un tempo in cui il consumismo ottunde la
capacità di discernere tra veri e falsi bisogni, in cui lo stesso digiuno e le
terapie dietetiche divengono oggetto di business, in cui pratiche orientali di
ascesi ripropongono il digiuno, e la quaresima è sbrigativamente letta come
1'equivalente del ramadan musulmano, il cristiano ricordi il fondamento
antropologico e la specificità cristiana del digiuno: esso è in relazione alla
fede perché fonda la domanda: «Cristiano, di che cosa vivi?».
SPERANZA
Ilario di Poitiers, nel suo Commento ai Salmi
(II8,I5,7), riporta la domanda di molti che gridano ai cristiani: «Dov'è,
cristiani, la vostra speranza?». Questa domanda deve essere assunta dai
cristiani e dalle chiese di oggi come indirizzata direttamente a loro. Poco
importa che in essa possano esservi toni di sufficienza o di scetticismo: il
cristiano sa che per lui la speranza è una responsabilità! Di essa egli è
chiamato a rispondere a chiunque gliene chieda conto (I Pietro 3,15: «siate sempre pronti a
rispondere a chiunque vi chieda della speranza che è in voi»). Questa
responsabilità oggi è drammatica ed è una delle sfide decisive della chiesa: è
in grado di aprire orizzonti di senso? Sa vivere della speranza del Regno
dischiusale dal Cristo? E sa donare speranza a vite concrete, aprire il futuro a
esistenze personali, mostrare che valla pena di vivere e di morire per Cristo? Sa
chiamare alla vita bella e felice, buona e piena perché abitata dalla speranza,
sull'esempio della vita di Gesù di Nazaret?
Queste domande non possono essere eluse, soprattutto oggi che
gli orizzonti culturali mostrano una profonda asfitticità ed è difficile
formulare speranze a lunga durata, capaci di reggere una vita. Nella «società
dell'incertezza» (ben descritta da Zygmunt Bauman), nell'epoca
posta sotto il segno della «fine» (di secolo, di millennio, della modernità,
delle ideologie, della cristianità), nel tempo della frantumazione del tempo, in
cui anche le poche speranze che si aprono faticosamente un varco nella storia
sono irrimediabilmente di breve durata, non hanno tempo a consolidarsi, ma sono
esposte a imminente smentita, suona ormai in modo drammatico la domanda: «Che
cosa possiamo sperare?». E colpisce che l'insistenza sull' avvento del nuovo
millennio si accompagni nella chiesa a questa paurosa incapacità di aprire
varchi verso il futuro, di mostrare concrete e vivibili strade di speranza e di
progettualità, di dare speranza e di essere presenza significativa soprattutto
per coloro che nel futuro hanno il loro orizzonte prossimo: i giovani.
L'impressione è che oggi il nemico della speranza sia
l'indifferenza, il non-senso o quanto meno l'irrilevanza del senso. La
stessa insistenza della pastorale cattolica sulla carità e sul volontariato ha,
oltre ai tanti aspetti positivi, anche l'aspetto del ripiegamento sul presente,
sull' oggi, sull' azione da compiere nei confronti del bisognoso; il tutto
all'interno di una scelta che è a tempo e può sempre essere ritirata, che non
impegna il futuro. Di fronte a tutto questo si situa la domanda: «Dov' è,
cristiani, la vostra speranza?». Perché la virtù teologale della speranza deve
essere visibile, vissuta, trovare un dove, un luogo: altrimenti è illusione e
retorica! Un bel testo di Agostino dice che «è solo la speranza che ci fa
propriamente cristiani» (La città di Dio 6,9,5). Cioè, il cristiano non vive cose e realtà altre e nuove, ma sostanzia
di un senso nuovo e altro le cose e le realtà, e anche tutti i rapporti. Né il
problema è definire la speranza, ma viverla. Certo, possiamo dire che la
speranza è «un' attiva lotta contro la disperazione» (G. Marcel), è «la
capacità di un'attività intensa ma non ancora spesa» (E. Fromm), ma soprattutto
è ciò che consente all'uomo di camminare sulla strada della vita, di essere
uomo: non si può vivere senza sperare! Roma viator, spe erectus: è la
speranza che tiene l'uomo in cammino, in posizione eretta, lo rende capace di
futuro.
Il cristiano trova in Cristo la propria speranza («Cristo
Gesù, nostra speranza», I Timoteo l,I), cioè il senso ultimo che illumina tutte
le realtà e le relazioni. In questo senso, la speranza cristiana è un potente
serbatoio di energie spirituali, è elemento dinamizzante che si fonda sulla fede
nel Cristo morto e risorto. La vittoria di Cristo sulla morte diviene la
speranza del credente che il male e la morte, in tutte le forme in cui si
possono presentare all'uomo, non hanno l'ultima parola. TI cristiano narra
perciò la propria speranza con il perdono, attestando che il male
commesso non ha il potere di chiudere il futuro di una vita; narra la speranza
plasmando la sua presenza tra gli uomini sulla fede che l'evento pasquale
esprime la volontà divina di salvezza di tutti gli uomini (I Timoteo 2,4; 4,10; Tito 2,II); soprattutto
narra la speranza vivendo la logica
pasquale. Quella «logica» che consente al credente di vivere nella fraternità con persone che non lui ha scelto; che lo rende capace di amare anche
il nemico, l'antipatico, colui che gli è ostile; che lo porta a vivere nella gioia e nella serenità
anche le tribolazioni, le prove e le sofferenze; che lo guida al dono della
vita, al martirio. Se dobbiamo vedere oggi nella chiesa delle autorevoli
narrazioni della speranza cristiana è proprio alle situazioni di martirio e di
persecuzione che dobbiamo guardare. Lì la speranza della vita eterna, della vita
in Cristo oltre la morte, trova una sua misteriosa, inquietante, ma
concretissima e convincente narrazione. Lì appare credibile ciò che ancora
Agostino ha scritto: «La nostra vita, adesso, è speranza, poi sarà eternità»
(Commento ai Salmi 103,4,17).
PERDONO
Il cuore del cristianesimo, cioè l'evento della rivelazione
di Dio in Gesù Cristo crocifisso, è letto da Paolo come evento dell' amore di
Dio per gli uomini nel loro peccato, nel loro essere nemici di Dio (Romani 5,8-1
I). E questo evento è segnato dall'amore e dalla gratuità di Dio, non da una
volontà giuridica di risarcimento dell' offesa portata a Dio dal peccato umano.
Questo significa che il dono del Figlio all'umanità è anche, e
contemporaneamente, perdono, remissione dei peccati. La rivelazione
biblica esprime molto chiaramente il fatto che il perdono è incondizionato: esso
non è preceduto, quasi come da necessaria premessa, dal pentimento, ma anzi, è
esso stesso che fonda e rende possibile il pentimento. La parabola del figlio
prodigo (Luca IS,II-32) afferma che il pentimento del figlio potrà iniziare solo
dal momento in cui egli si rende conto dell' amore fedele del Padre, che non ha
cessato di amarlo mentre si era allontanato da lui. Ciò che il figlio legge come
perdono, in realtà agli occhi del Padre non è che un amore che non ha mai
smentito se stesso. Il perdono è coglibile solo nello spazio
della libertà dell'amore, solo nello spazio del dono. Anche etimologicamente
esso ci rinvia a quel dare-in-più che si traduce nella rinuncia a un rapporto di tipo giuridico in nome di un
rapporto di grazia.
Capiamo pertanto che il perdono è costitutivo dell'identità
del cristiano: l'indicativo di Dio (ciò che Dio ha fatto nel Figlio Gesù Cristo)
diventa l'imperativo dell'uomo (ciò che il credente, come singolo e come chiesa,
è chiamato a testimoniare), Non stupisce allora che le tre tappe decisive del
formarsi della chiesa attestate dai Vangeli siano contrassegnate dalla
remissione dei peccati. L'autorità conferita a Pietro, roccia basilare nell'
edificio ecclesiale, è essenzialmente potere di perdono (Matteo 16,19);
l'eucaristia, che dà forma all'intera comunità ecclesiale, è memoria efficace
dell' evento in cui Cristo ha versato il suo sangue «in remissione dei peccati»
(Matteo 26,28); il mandato missionario consegnato ai discepoli li abilita alla
remissione dei peccati (Giovanni 20,23). Appare così come «la chiesa sia una
comunità di peccatori convertiti, che vivono nella grazia del perdono,
trasmettendola a loro volta ad altri» (Joseph Ratzinger). Se è vero che
ritroviamo il perdono in altri ambiti religiosi e culturali, tuttavia nell'
economia cristiana esso è inscindibilmente connesso allo scandalo e al paradosso
della croce, all' evento pasquale. La forza e la debolezza della croce si
riflettono nell'onnipotenza (tutto può essere perdonato) e nell'estrema
debolezza del perdono (esso non garantisce che colui che ne ha beneficiato
arrivi al pentimento, e neppure che non faccia del perdono il pretesto per
continuare a compiere il male). Il perdono afferma che la relazione con
l'offensore è più importante dell'offesa da lui recata alla relazione: esso porta pertanto
l'offeso ad assumere come passato il male ingiustamente subìto, affinché
questo non precluda il futuro della relazione.
Vi è un'asimmetria nel perdono cristiano, che consiste nel
fatto che l'offeso, perdonando, lascia unilateralmente all' offensore l'unica
possibilità di ripresa della relazione. Per il cristiano questo è possibile solo
grazie alla fede in Cristo e al dono dello Spirito santo. Questa asimmetria,
infatti, è stata vissuta dal Cristo sulla croce: «TI Giusto del quale a Pasqua
si celebra la resurrezione è colui che, asimmetricamente, restaura la
reciprocità, risponde all' odio con l'amore, offre il perdono a chi non lo
domanda» (Francis Jacques), Ed è lo Spirito alitato dal Crocifisso risorto sui
discepoli (Giovanni 20,22-23) che li abilita alla remissione dei peccati.
Nell'economia cristiana il perdono non si colloca su un piano etico) ma
escatologico. Esso è profezia del Regno, segno dell' azione dello Spirito,
manifestazione delle energie del Risorto, svelamento dell'amore del Dio Padre.
Riflesso dell' amore trinitario di Dio, il perdono è partecipazione alla vittoria
di Cristo sulla morte: se la resurrezione «dice» che la morte non ha l'ultima
parola, il perdono «dice» che il peccato non ha l'ultima parola, non è la verità
dell'uomo. Il perdono ricorda che il peccatore è un uomo, non un peccato
personificato, e che è ben più grande delle azioni pur negative che può aver
compiuto. In questo senso, il perdono è anche segno di umanità e forza di
umanizzazione.
Certo, occorre ribadire che il perdono non è una legge, ma una possibilità senza limiti (si pensi al «perdonare
settanta volte sette», Matteo 18,22) offerta alla fede e alla libertà di
ciascuno. E men che meno è una legge da imporre agli altri. Lo spazio vitale del
perdono è la libertà. Come gesto non libero esso non sarebbe neppure gesto di
amore e non saprebbe raccontare la libertà e la gratuità dell' agire di Dio.
AMORE DEL NEMICO
«Amare gli amici lo fanno tutti, i nemici li amano soltanto i cristiani.» Queste parole di Tertulliano
(Ad Scapulam 1,3), che vogliono esprimere la differenza cristiana, vertono significativamente sull' amore per i nemici. Questo appare come vera e propria sintesi del Vangelo: se tutta la Legge si sintetizza nel comando dell' amore di Dio e del prossimo (Marco 12,28-33; Romani 13,8-10; Giacomo 2,8), la vita secondo il Vangelo trova il suo compimento nelle parole e nei gesti di Gesù che indicano nell' amore del nemico 1'orizzonte della prassi cristiana. Dice infatti Gesù: «Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano» (Luca 6,27; cfr. Luca 6,2829.35; Matteo 5,43-48) e tutta la sua vita - fino al momento della lavanda dei piedi anche a Giuda, colui che si era fatto suo nemico; fino alla croce, luogo del suo amore «fino alla fine» per i suoi (Giovanni 13,r); fino alla preghiera per i suoi carnefici mentre lo crocifiggevano (Luca 23,33-34) - attesta questo amore incondizionato rivolto anche al nemico. Il cristiano, chiamato ad assumere il sentire, il pensare, il volere di Cristo stesso (cfr. Filippesi 2,5), si trova dunque sempre confrontato con questa esigenza.UMILTÀ
L'umiltà è una virtù sospetta. Questa parola ci giunge carica
del peso di un'eredità che l'ha resa virtù individuale, meta della ricerca di
autoperfezionamento del singolo. Inoltre essa appare sinonimo di auto
annientamento della creatura di fronte al Dio che è tutto e di diminuzione di sé
di fronte agli altri, ciò che oggi è sentito come atteggiamento non più adeguato
al Dio che non schiaccia l'umano, ma lo assume e lo valorizza. A volte, poi,
sembra riferirsi a un atteggiamento posticcio, un mostrarsi da meno di quel che
si è e si vale, Gli psicologi vi preferiscono certamente il vocabolo
«autenticità»(tutto sommato non distante dal significato del termine antico
humilitas). Nietzsche colloca l'umiltà nell'alveo della ricerca religiosa di
consolazione della propria impotenza. Ma l'umiltà non è solo sospetta, forse è
anche pericolosa. È pericoloso predicare l'umiltà e fame una legge, perché
occorre valutare la ricezione che di essa possono
avere le diverse persone. Probabilmente essa rischierebbe di non scalfire mai
chi ha un «super io» e di trovare una non equilibrata accoglienza in chi si
nutre di un «io minimo».
Ma soprattutto ci dobbiamo chiedere: che cos'è l'umiltà? Le
molteplici definizioni che la tradizione cristiana ne ha dato ci orientano a coglierne il carattere relativo:
relativo cioè alla diversità delle persone e delle libertà personali. La stessa
definizione più attestata, e che meglio coglie il suo carattere proprio, la vede
non tanto come una virtù, ma come il fondamento e la possibilità di tutte le
altre virtù. «L'umiltà è la madre, la radice, la nutrice, il fondamento, il
legame di tutte le altre virtù», dice Giovanni Crisostomo, e in questo senso si
comprende che Agostino possa vedere «in essa sola, l'intera disciplina
cristiana» (Sermo 351,3,4). Occorre pertanto sottrarre l'umiltà alla
soggettività e al devozionalismo e ricordare che essa nasce dal Cristo che è il
magister humilitatis (maestro dell'umiltà), come lo chiama Agostino. Ma
Cristo è maestro di umiltà in quanto «ci insegna a vivere» (Tito 2,12)
guidandoci a una realistica conoscenza di noi stessi. Ecco, l'umiltà è la
coraggiosa cono