PICCOLI GRANDI LIBRI   Frère John di Taizé
VERSO UNA TERRA DI LIBERTÀ
Una rilettura dei dieci comandamenti

EDIZIONI MESSAGGERO PADOVA 2005

Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore.
(Sal 119,32)

Io sono il Signore, tuo Dio
Non avrai altri dèi di fronte a me Ricordati del giorno di sabato per santificarlo Onora tuo padre e tua madre
Non uccidere Non commettere adulterio Non rubare
Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo Non desiderare la casa del tuo prossimo
Gesù e le Dieci Parole

Non avrai altri dèi di fronte a me.
Non ti farai idolo né immagine alcuna
di ciò che è lassù nel cielo
né di ciò che è quaggiù sulla terra,
né di ciò che è nelle acque sotto la terra.
Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai.
Perché io, il Signore, sono il tuo Dio,
un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri
nei figli fino alla terza e alla quarta generazione,
per coloro che mi odiano,
ma che dimostra il suo favore fino
a mille generazioni, per quelli che mi amano
e osservano i miei comandi.
Non pronuncerai invano il nome
del Signore, tuo Dio,
perché il Signore non lascerà impunito
chi pronuncia il suo nome invano.

(Es 20,3-7; Dt 5,7-11)

Prima di esaminare più in profondità il seguito delle Dieci Parole, occorre dire qualcosa sulla struttura del testo. La tradizione delle Dieci Parole lascia intendere che esse siano state scritte su due tavole di pietra da Dio (Dt 5,22; cfr. 4,13) o da Mosè (Es 34,28-29). Ciò ha condotto a differenti tentativi per trovare una struttura in due parti all'interno del testo. I pensatori cristiani, almeno a partire dal quarto secolo (sant'Agostino), hanno motivato questa divisione con un riferimento del Vangelo. Interrogato su quale fosse il più grande comandamento della Torah, Gesù ne indicò due: amare Dio al di sopra di tutto e amare il prossimo come se stessi (Mc 12,28-34). Le Dieci Parole possono allora essere divise fra quelle che parlano del nostro rapporto con Dio e quelle che parlano del rapporto coi nostri simili.

Sebbene questa divisione metta in luce un aspetto importante del testo, le analisi moderne hanno scoperto una struttura più complessa, un' articolazione in tre parti. Esse evidenziano che, all'inizio del percorso, Dio parla in prima persona («Io») dei suoi rapporti con gli esseri umani; il brano termina poi con parole che non fanno alcun riferimento a Dio e che riguardano soltanto i rapporti fra gli uomini. Fra questi due poli si trovano alcune parole in cui Dio è evocato alla terza persona («Egli») e che collegano insieme Dio e il prossimo. Anche questa parte centrale è ben costruita e contiene a sua volta tre parti: una parola iniziale che riguarda soprattutto

Dio, quella sull'abuso del nome divino, e una parola finale che concerne soprattutto gli uomini, quella che raccomanda di onorare i propri genitori. Fra queste due parti, proprio nel mezzo del testo, troviamo un ragionamento sul sabato, il punto centrale, come andremo a verificare, dove Dio e l'umanità si incontrano. Questa interpretazione tripartita non contraddice l'analisi precedente suddivisa in due parti, ma piuttosto la completa: essa sottolinea che Dio e l'umanità non sono semplicemente accostati a fianco a fianco. C'è una dinamica nel testo, un movimento che parte da Dio per andare verso gli esseri umani. Volendo utilizzare una categoria cristiana più tardiva, potremmo anche parlare di un movimento d'incarnazione.

Iniziamo con quella che alcuni definiscono la prima delle due tavole. Dopo aver rivelato ai suoi la propria identità e detto ciò che ha fatto per loro, Dio spiega quale deve essere la loro risposta fondamentale. Una traduzione letterale sarebbe: Non ci saranno per te altri dei davanti al mio volto. Sebbene la formulazione sia un po' ambigua, il senso risulta chiaro: «Non avrai altri dei al di fuori di me, oltre a me».

È importante sottolineare che questa parola non implica affatto che altri dei non possano esistere. Al contrario, una supposizione del genere farebbe perdere alla frase molta della sua forza. In quell'epoca, la presenza di numerose divinità nella vita dei popoli era normale. Ciascuna nazione aveva il proprio panteon, una propria gerarchia di divinità, e si trovavano esseri soprannaturali in ogni ambito dell' esistenza. C'era, per esempio, la dea della caccia, gli dei che tutelavano la casa, il dio della guerra, il dio o la dea di questa montagna o di quel fiume, e così via. In campo religioso, nell' antichità, la diversità era la norma; ciò che invece poneva problemi era l'unità fra tutte le differenti manifestazioni del sacro.

Io sono il Signore che ti ha fatto uscire [dalla condizione di servitù]...

Non [avrai[ altri dei
né [loro] immagini
(Non li servire)
Il Signore
(prima persona)

Prima Tavola
Dio

 

 

Seconda Tavola
il prossimo

 

Non pronunciare il Nome invano
Osserva il sabato
Osserva tuo padre e tua madre
Il Signore
(terza persona)
e gli altri

Non uccidere
      Non commettere adulterio
Non rubare
        Non pronunciare falsa testimonianza

Non desiderare

gli altri
senza
il Signore

È dunque molto significativo che, fin dall'inizio, le Dieci Parole si differenzino nettamente dalla coscienza religiosa ordinaria dell' epoca. Lo spazio di libertà che esse delimitano esige una rottura da una religiosità polimorfa. Il Dio della Bibbia non accetta di avere dei rivali nell' affetto del suo popolo. Come afferma il testo qualche riga dopo, questo Dio è un Dio geloso.

Poiché la parola geloso ha per noi delle connotazioni negative molto forti, una tale affermazione rischia di essere sconcertante. È bene allora osservare che anche i contemporanei d'Israele probabilmente erano stati impressionati da questa nuova rivelazione. In generale il mondo antico dava prova di grande tolleranza nelle proprie sensibilità religiose; le regole dell' ospitalità esigevano di accettare gli dei del proprio ospite o del proprio amico. Appariva del tutto normale per un viaggiatore offrire sacrifici alle divinità dei paesi che stava attraversando. Come anche, una giovane donna data in sposa a un re straniero non avrebbe avuto nessun problema di coscienza nell' adorare gli dei del suo sposo. L'apparente intolleranza del Dio d'Israele rende dunque perplessi ed esige una spiegazione.
Una soluzione a questa difficoltà si trova analizzando l'identità di colui che si rivela al popolo come la Sorgente della sua vita. Questi, infatti, non è come gli altri dei, non è paragonabile a tutte le altre realtà che portano questo nome. Se Dio fosse soltanto il più grande in un insieme di esseri spirituali, come una sorta di primus inter pares, logicamente la sua pretesa all'esclusiva sarebbe una presunzione intollerabile, quasi un atto di violenza. Affinché una tale rivendicazione possa essere fatta in modo autentico, colui che la propone non dovrebbe essere il migliore o il più forte, bensì una realtà sui generis, senza punti in comune con tutto il resto. Questo Dio non può essere solo il guardiano di un ambito limitato, il pastore di una parte dell' esistenza, deve essere la Sorgente di ogni esistenza. Mentre altre divinità sostenevano un ordine sociale (società) o mondiale (cosmo) già definiti, questo Dio chiama i suoi fedeli a lasciare dietro di loro il vecchio ordine e intraprendere insieme a lui un pellegrinaggio verso la terra della libertà. E per rompere con questo vecchio ordine ci vuole un impegno totale, un sì che coinvolge tutto il proprio essere.

Il Dio della Bibbia può dunque domandare agli uomini, senza prevaricare la loro integrità, un sì che non è sullo stesso piano di ogni altro sì, che riassume il dono di tutta la loro persona. Ma se davvero è così, ne consegue che ogni essere umano deve avere in sé qualche cosa che possa riunire tutti i frutti del suo essere per offrirli a Dio. La Bibbia chiama spesso questo luogo di possibile unità il cuore, indicando con ciò non solo una facoltà umana in mezzo ad altre, ma quella realtà globale sottostante che è in grado di ascoltare e di rispondere alla chiamata divina. Sebbene comprenda aspetti differenti dell'intelligenza e della volontà umana, il cuore è in ultima analisi l'unità della persona, che si rivela quando qualcuno, in obbedienza a una chiamata proveniente da altrove, lascia il mondo conosciuto per andare con fiducia verso una terra promessa e ancora sconosciuta.

Perché il culto reso a questo Dio è differente da quello reso ad altri dei? Nel testo delle Dieci Parole, c'è un gioco di parole che aiuta a rispondere a questa domanda. Leggiamo che il Dio che ci ha «fatto uscire [...] dalla condizione di schiavitù [letteralmente: dalla casa di servitù] ci ordina: Non ti prostrerai di fronte a loro [altri dei] e non li servirai». L'adorazione di altri dei è dunque implicitamente descritta come il ritorno a una condizione di schiavitù. Seguire il Signore verso una terra di libertà implica la rottura dei legami che ci stringono ad altri dei, così come all'ordine sociale, politico e culturale di cui essi sono il fondamento, mentre l'obbedienza a loro significherebbe tornare ad essere schiavi. Per comprendere il significato di questa teologia nel mondo attuale, in primo luogo non bisogna intendere l'espressione altri dei in riferimento alle divinità delle grandi religioni mondiali, ma piuttosto come un rimando alle realtà più vicine a noi, per esempio la ricchezza, la riuscita, 1'efficacia, il potere. A causa della loro pretesa di offrire la pienezza di vita e di felicità, queste realtà mobilitano l'energia di molti dei nostri contemporanei. Nel momento in cui sono intese in senso assoluto, esse finiscono, di fatto, per assoggettarci. Quando una parte dell'universo prende il posto della Sorgente, il cuore umano si sente stretto e, a poco a poco muore soffocato. Gli schiavi prendono il potere e impongono la loro volontà ai padroni. Ciò che prima aveva 1'aspetto di un bel palazzo si rivela essere, alla fine, una prigione, o persino una tomba.

Le parole dell' alleanza cominciano allora rivelandoci un Dio che ci invita a metterci in cammino, a intraprendere un pellegrinaggio che va oltre i vincoli e le trappole di un' esistenza su questa terra, non perché il mondo sia malvagio in sé, ma perché il cuore umano è fatto per qualcosa di più grande. Noi troviamo una logica identica all'inizio del Vangelo di Gesù Cristo, quando il Maestro chiama degli uomini semplici a seguirlo. Ecco allora che degli uomini come noi lasciano famiglia, lavoro e casa per imbarcarsi in un' avventura di fiducia:

Passando lungo il mare della Galilea, [Gesù] vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito, lasciate le reti, lo seguirono (Mc 1,16-18).

Solo un Dio che conosce quello che c'è nel cuore umano (cfr. Gv 2,25), in quanto ne è il creatore, può motivare un sì talmente radicale senza che questo sia vissuto come un atto di violenza, ma piuttosto come una rivelazione della nostra vera identità e, allo stesso tempo, un cammino verso la libertà.
La prima tavola delle Dieci Parole presenta uno sviluppo in tre tappe. Innanzitutto, ai versetti 3 e 5, Dio si definisce come colui che è senza pari e dunque il solo capace di esigere una risposta unica da parte del proprio interlocutore. Quest'affermazione globale si chiarisce meglio al versetto 4, l'intimazione contro le immagini scolpite. Anche qui troviamo qualcosa che va contro corrente rispetto alle sensibilità religiose dell'epoca. Nel mondo antico, numerosi popoli rappresentavano la divinità con sta-, tue, in generale con figure del mondo animale come un serpente, un toro o anche talvolta con una forma umana. Al contrario, Il Dio d'Israele rifiuta di essere racchiuso in un'immagine di quel tipo. Il significato di questo divieto implica almeno due aspetti differenti. Innanzitutto, se Dio è il Creatore, la Sorgente che non può essere confusa con nessuna delle realtà accessibili alla percezione umana; il tentativo di simbolizzarlo usando una parte della creazione è dunque un errore fondamentale. Qui noi perveniamo alla distinzione basilare fra il Dio della Bibbia e gli dei delle nazioni, implicitamente considerati subordinati all'insieme del cosmo. L'impossibilità di identificare il Signore con una realtà all'interno dell'universo è una conseguenza diretta dell'identità specifica di questo Dio.
In secondo luogo, la pretesa degli uomini di fare un'immagine di Dio è anch'essa senza fondamento. Essa implica, da parte dell'umanità, una conoscenza o una competenza che impedirebbe a Dio di esercitare la sua sovranità. I ruoli sono sottilmente invertiti. Al posto di essere colui le cui vie sono impenetrabili e che ci conduce su percorsi sconosciuti verso una terra di libertà e di felicità, Dio viene implicitamente ridotto a oggetto della comprensione e della padronanza umana. La satira contro i fabbricanti di idoli in Isaia 44, nonostante provenga senza dubbio da un periodo più tardivo, rende esplicita questa dinamica: queste immagini non sono nient' altro che una combinazione di realtà create (un
pezzo di legno, Is 44,19) e dì lavoro umano. Colui che attribuisce !'importanza a tali cose, si pasce di cenere (Is 44,20) e un giorno vedrà le sue speranze duramente deluse.

Il brano del vitello d'oro al capitolo 32 del libro dell'Esodo dipinge, con molta finezza psicologica, i motivi umani che stanno alla base della fabbricazione di un idolo. Mosè è andato a incontrare Dio sulla montagna e non è ancora tornato; Dio resta invisibile e apparentemente assente. Non è dunque sorprendente che gli israeliti, alle prese con la paura e l'insicurezza, rafforzata ancora di più dalla sparizione del loro capo, cerchino una prova della presenza divina, qualcosa alla loro portata che possano vedere e toccare. Aronne accetta la loro richiesta, comprensibile nel contesto dell' epoca, e forgia un giovane toro utilizzando metalli preziosi.

Tuttavia, il modo in cui il brano è costruito indica già la futilità di un tale tentativo. Il popolo chiede un dio che cammini alla nostra testa (Es 32,1), in altre parole una divinità che gli aprirà il cammino verso la terra di libertà e di felicità. Ma è evidente che una statua di metallo è incapace di compiere questa missione. Affinché una statua possa mettersi in movimento, bisogna che i suoi fabbricanti la portino sulle loro spalle. Quando gli uomini tentano di creare un dio a loro immagine, questo dio non «va» da nessuna parte. Non può condurre verso la pienezza della vita, perché in ultima analisi non è altro che una proiezione dei loro desideri e dei loro timori.

Le immagini giocano un ruolo significativo in certe correnti della tradizione cristiana e questo ha sollevato una controversia, non soltanto presso gli ebrei e i musulmani, ma anche all'interno del mondo cristiano. In Occidente, questa polemica fu particolarmente acuta a partire dalla Riforma, mentre nelle Chiese d'Oriente era stata trattata a fondo nel momento della controversia sulle icone. Confrontando si con le tendenze iconoclaste che consideravano la venerazione delle icone come l'infiltrazione di una mentalità pagana nella Chiesa, i sostenitori della fede ortodossa insistevano che le cose erano cambiate fondamentalmente quando il divino era entrato nella storia umana. In Gesù, immagine (eikon) del Dio invisibile (Col 1,15), l'invisibile ha preso una,forma visibile. Lungi dall'essere un tentativo di «fissare» la Fonte trascendente, le icone sono copie di questa forma visibile: non ci sono icone legittime del Padre, che abita una luce inaccessibile, che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere (1 Tm 6,16). «Scrivere», come si dice, un'icona è un gesto d'obbedienza al Dio che ha preso l'iniziativa rivelandosi. Ciò segue dunque tutt'altra logica rispetto alla fabbricazione di idoli e assomiglia molto più all' atto del profeta che scrive i suoi oracoli o uno scriba che copia la Parola di Dio su un rotolo di pergamena. Inviando il suo Figlio nel mondo, Dio ha riconciliato le aspirazioni dell'umanità a «vedere Dio» con la fede in una divinità al di là dell'universo creato.

A questo punto della riflessione occorre dire qualcosa sui versetti che definiscono l'agire del Dio geloso. Il Signore dice:

Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi (Es 20,5b-6; Dt 5,9b-10).

Per una sensibilità moderna, queste parole sono praticamente incomprensibili, soprattutto perché il concetto di responsabilità personale è in sostanza assente. In effetti, ai giorni nostri non verrebbe in mente a nessuno di imputare una responsabilità morale a individui a causa di azioni compiute dai loro antenati.

Nell'antico Israele, invece, è solo in epoca più tarda, al tempo dei profeti Geremia ed Ezechiele, 600 anni prima dell' era cristiana, che la nozione di responsabilità personale viene messa in primo piano, (vedi Ger 31,29-30; Ez 14,12-20; 18,1-32; cfr. Dt 24,16; 2Re 14,6). Nel momento in cui queste parole sono pronunciate, l'accento non è messo sull'uomo o sulla donna come individui ma sulla vita in società condivisa da tutti, e in quest'ottica dobbiamo leggerli.
Se mettiamo da parte il concetto di responsabilità morale, scopriamo che questo testo ha ancora qualcosa di importante da dirci. Esso ci offre una valida rettifica nei confronti della società occidentale contemporanea e del suo individualismo a oltranza, proponendo ciò che potremmo chiamare la legge della solidarietà. In questa visione delle cose, Dio ha creato un universo nel quale ciò che noi facciamo ha delle conseguenze non solo per noi stessi ma anche per gli altri, in particolare per coloro che verranno dopo di noi. Espressa in questo modo, questa «legge» non dovrebbe urtare la nostra sensibilità. Sappiamo bene, senza troppa fatica, che nelle famiglie dove i genitori hanno problemi che non riescono a risolvere, ciò rischia, in un modo o nell'altro, di trasmettersi ai figli. Invece, i genitori che costruiscono una famiglia dove regnano il rispetto reciproco, l'ascolto e la comprensione, avranno molto probabilmente dei figli che si comporteranno nello stesso modo nel corso della loro vita. E questa legge non è valida solo sul piano individuale. Una nazione che ha attraversato anni di dittatura o di corruzione non può ricostruire in un giorno un tessuto sociale sano, semplicemente allontanando i responsabili disonesti. E come sempre ci ricorda il pensiero ecologista, sono i nostri bambini che dovranno pagare il prezzo delle nostre abitudini a un consumo sfrenato che inquina il pianeta. In breve, per il bene come per il male, le nostre azioni e le nostre scelte hanno delle conseguenze sulla vita di tanti individui sconosciuti che verranno dopo di noi.
Sullo sfondo di questa legge fondamentale di solidarietà che determina il corso del mondo, il testo trasmette un messaggio ancora più importante. Il male getta la sua ombra su tre o quattro generazioni, mentre il bene ha degli effetti che durano nel corso di migliaia di generazioni, in un tempo illimitato. Questo semplice contrasto di cifre esprime una verità profonda: nell'universo creato da Dio, il bene e il male non stanno sullo stesso piano. Se il male ha delle conseguenze dolorose, che Dio stesso non può eliminare con un semplice colpo di bacchetta magica, in ultima analisi esse non rappresentano che una goccia d'acqua nell'oceano in confronto all'immensità dell' amore divino. A causa dell'identità del Creatore, l'universo ha una tendenza ineluttabile verso il bene. Un salmo descrive questa «buona notizia» in modo analogo:

Perché la sua collera dura un istante,
la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera sopraggiunge il pianto,
e al mattino, ecco la gioia.
(Sal 30,6)

La terza e ultima tappa dell'ingiunzione divina per «lasciare che Dio sia Dio» ruota intorno al Nome divino. Questo Dio è unico, non può essere catturato in un'immagine e, infine, anche il suo Nome richiede un infinito rispetto. Sappiamo bene che, nella Bibbia come nella maggior parte delle civiltà tradizionali, i nomi sono estremamente significativi. Mai etichette arbitrarie, essi partecipano alla realtà dei loro referenti, esprimono e anche incarnano la loro identità. Rivelare il mio nome ad altri è dunque un gesto che ha conseguenze importanti. Facendo ciò, io metto ùna parte di me stesso a loro disposizione, mi rendo vulnerabile. Ecco perché, nelle società umane dove i nomi hanno conservato la loro importanza, gli individui hanno spesso una serie di appellativi da utilizzare secondo il grado di intimità fra le persone. E il vero nome è riservato per la cerchia di persone intime.

Il Nome divino, da parte sua, non sfugge a questa logica. In sintesi, il Nome di Dio è la sua autorivelazione. Il momento in cui Dio rivela il suo Nome a qualcuno è dunque molto significativo. E il nome di un dio partecipa alla sua potenza. Questo, Mosè lo ha capito molto bene quando, dopo l'incontro con Dio presso il roveto ardente e dopo che Dio gli ha domandato di andare dal faraone per negoziare la liberazione degli israeliti, egli richiede a Dio di rivelargli il suo Nome. Di fatto, lui voleva un' arma potente a sua disposizione per poter compiere la sua missione. Dio esaudisce la sua richiesta ma non esattamente come Mosè aveva sperato. Infatti, il Nome rivelato da Dio, 'ehyeh 'asher 'ehyeh («Io sono Colui che sono; lo sarò Colui che sarò; lo sono Colui che è» Es 3,14), lo situa al di là di ogni tentativo umano di delimitazione. Dio non può mai essere posseduto, dominato o utilizzato come un mezzo.

La Parola sull'abuso del Nome divino rende esplicita questa affermazione. In origine, essa concerneva senza dubbio formule magiche con le quali gli esseri umani cercavano un dominio sul mondo attraverso la manipolazione di una potenza soprannaturale per raggiungere i loro fini, forse veniva anche utilizzata in falsi giuramenti che facevano appello all' autorità divina per coprire le malefatte umane. Ma in un senso più ampio, questa Parola si riferisce a tutti i tentativi di utilizzazione di Dio ai nostri propri fini. E ciò si può fare in maniera molto sottile. Ci sono persone, per esempio, che non pensano quasi mai a Dio quando le cose vanno bene ma, appena arriva una crisi, lo ritengono indispensabile. Senza rendersene conto, non trasformano così il Creatore dell'universo nel proprio «tappabuchi» personale? Se il Dio della Bibbia resiste all'utilizzazione o alla manipolazione con tutta la sua forza, non lo fa per qualche perverso bisogno di dominio, ma perché si tratta della sua vera identità. Lungi dall' esistere per consolidare un mondo umano o naturale che è già stato donato, Dio è proprio colui che ci invita a lasciare questo mondo dietro di noi per andare insieme a lui verso una vita insperata.

La scoperta di una dimensione supplementare di questa Parola inizia attraverso la coscienza che il popolo di Dio è composto da coloro che sono chiamati con il suo Nome (cfr. Ger 14,9). E, come abbiamo già indicato, la missione di questo popolo è quella di essere segno della presenza divina nel cuore della storia umana, di vivere in maniera tale che l'identità del suo Dio divenga manifesta:

Il Signore ti renderà popolo a lui consacrato, come ti ha giurato, se osserverai i comandi del Signore tuo Dio e se camminerai per le sue vie; tutti i popoli della terra vedranno che porti il nome del Signore e ti temeranno (Dt 28,9-10).

Vivendo secondo la volontà del Signore, la nazione «glorifica» o «santifica» il suo Nome. Invece, quando il popolo non vive in accordo con la sua vera identità, diventa una specie di contraddizione vivente; nel linguaggio biblico, egli «profana il Nome del Signore» (cfr. Ez 36,22-23). In senso più ampio, allora, i chiamati da Dio abusano del suo Nome quando il loro modo di vita non è in armonia con la fede che loro professano. Per questo, all'inizio della preghiera che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli, ha detto loro di pregare affinché il Nome di Dio sia santificato (Mt 6,9). In altre parole, pregando il Padre Nostro chiediamo che tutti possano scoprire l'identità di Dio attraverso l'esistenza di coloro che sono stati toccati da lui e che cercano di rendergli testimonianza. Nella misura in cui permettono a Dio di diffondersi tramite la loro vita, essi comunicano agli altri il suo vero Nome.