PICCOLI GRANDI LIBRI   Frère John di Taizé
VERSO UNA TERRA DI LIBERTÀ
Una rilettura dei dieci comandamenti

EDIZIONI MESSAGGERO PADOVA 2005

Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore.
(Sal 119,32)

Io sono il Signore, tuo Dio
Non avrai altri dèi di fronte a me Ricordati del giorno di sabato per santificarlo Onora tuo padre e tua madre
Non uccidere Non commettere adulterio Non rubare
Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo Non desiderare la casa del tuo prossimo
Gesù e le Dieci Parole

 

Onora tuo padre e tua madre,
perché si prolunghino
i tuoi giorni nel paese che ti dà
il Signore, tuo Dio.

(Es 20,12)

Onora tuo padre e tua madre,
come il Signore Dio tuo ti ha comandato,
perché si prolunghino i tuoi giorni
e tu sia felice nel paese
che ti dà il Signore, tuo Dio.

(Dt 5,16)

Quando studiavo il catechismo, all'età di sette, otto anni, questo comandamento occupava quasi tutto lo spazio disponibile. Ne veniva data una sola interpretazione, senza ambiguità: si leggeva «obbedisci a tuo padre e a tua madre». Il grande peccato dei bambini in quell'epoca, ormai superata, era la disobbedienza, prima di tutto verso i genitori e poi verso gli altri adulti che esercitavano l'autorità, a partire dai maestri di scuola. Una simile interpretazione di questa Parola non era d'altronde nuova; la troviamo già nelle pagine del Nuovo Testamento, in quelle parti delle lettere di san Paolo agli Efesini e ai Colossesi (Ef 6,1-3; Col 3,20) che vengono indicate con la parola tedesca Haustafel e che attribuiscono le regole per l'ordine domestico. Bisogna notare, tuttavia, che subito dopo aver consigliato ai bambini di ascoltare i loro genitori, l'autore si rivolge ai genitori e li incoraggia a trattare i loro figli con dolcezza e comprensione. Già a quell'epoca, la Parola celava una certa reciprocità, non si rivolgeva evidentemente soltanto a bambini piccoli.
In effetti, possiamo davvero domandarci se essa sia mai stata applicata soprattutto nei confronti dei minori. Sebbene siano rivolte alla nazione nel suo insieme (Es 19,25; Dt 5,3.22), le Dieci Parole sono pronunciate soprattutto ai membri pienamente responsabili del popolo, agli adulti e più ancora specificamente ai capi famiglia. Sono loro che si sono fatti carico del «giogo dell' Alleanza» nel senso pieno del termine. Da ciò deriverebbe che l'ingiunzione di onorare i propri genitori andrebbe applicata innanzitutto nel modo di agire verso gli anziani. I loro discendenti non dovrebbero dimenticarli o trascurarli quando essi non saranno più in grado di cavarsela da soli. Tratta le persone anziane con rispetto, sembra voler dire questa interpretazione del testo, perché esse ti hanno dato la vita ed è grazie a loro che oggi tu sei quello che sei; un giorno tu sarai nella loro stessa situazione.
Un brano evangelico, nel quale Gesù riprende i farisei, conferma questa interpretazione:

E aggiungeva: «Siete veramente abili nell' eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: "Onora tuo padre e tua madre" e "chi maledice il padre e la madre sia messo a morte". Voi invece dicendo: Se uno dichiara al padre o alla madre: è Korbàn, cioè offerta sacra, quello che ti sarebbe dovuto da me, non gli permettete più di fare nulla per il padre e la madre, annullando così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi» (Mc 7,9-13).

Apparentemente, dunque, alcuni pensano di compiere il proprio dovere versando al tempio le risorse che avrebbero potuto essere utilizzate per provvedere ai bisogni dei loro genitori anziani. Da parte sua, Gesù condanna questo tentativo di utilizzare la religione per supplire all' assenza di una solidarietà umana fondamentale. Ciò che è importante per il nostro tema, è che la Parola in questione si applica a persone adulte; viene loro richiesto di aiutare i propri genitori che sono vicini alla fine dei loro giorni. Fermiamoci allora un momento per domandarci se questa interpretazione della Parola, che chiede di onorare il padre e la madre, sia ancora particolarmente pertinente nella società contemporanea. Noi viviamo in una civiltà dove «giovane è bello», dove la velocità delle trasformazioni rende rapidamente superato tutto ciò che non è nuovo. Allo stesso tempo, grazie ai miglioramenti dell'igiene, del regime alimentare e delle cure mediche, la gente vive mediamente più a lungo che non nel passato, anche se talvolta, la situazione materiale delle persone anziane è precaria. Tuttavia, nella nostra società dell' abbondanza molte di loro non patiscono per bisogni materiali e vengono inserite presso istituzioni create appositamente per offrire loro le cure necessarie. Eppure, da quando non sono più in grado di seguire il ritmo frenetico della vita quotidiana, si ha la tendenza a dimenticarle. Da quel momento sono condannate a un isolamento popolato solo dai loro ricordi e la morte diventa il loro unico orizzonte. Una domanda merita di essere posta: escludendo gli anziani in questo modo, non stiamo forse minacciando la loro dignità, oltre che impoverire il resto della popolazione eliminando dalla nostra vita una diversità che ci renderebbe tutti quanti più pienamente umani? '

Lasciando per un attimo da parte la ricerca dei primi destinatari di questa Parola, cerchiamo invece di coglierne il suo significato profondo. Il verbo tradotto con «onorare» proviene da una radice che contiene la nozione di «peso» o anche di «consistenza». Possiamo dunque esprimerlo con «dare un peso a..., considerare come importante». Che senso assume il fatto di considerare mio padre e mia madre importanti nella mia esistenza? Facendolo, testimonio implicitamente che non sono io la mia stessa sorgente, che non sono l'autore della mia vita. La prima tavola delle Dieci Parole è centrata sulla fede in un Dio, origine assoluta e unica dell'esistenza, che ci chiama dalla schiavitù alla libertà. Riconoscere questo Dio è acconsentire a un cambiamento di prospettiva attraverso il quale cogliere che tutto è dono, dono che ci viene da una relazione con questo Altro misterioso. Questa consapevolezza ci permette di fare un passo in avanti. La nostra vita è di fatto un dono di Dio, ma questo dono non ci arriva direttamente da lui, ci arriva attraverso altri esseri umani, a partire dai nostri genitori. La relazione con la Sorgente assoluta passa attraverso altre relazioni con i nostri simili, si potrebbe dire che la prima getta le basi per le altre, poiché Dio ha visto fin dall'inizio che «non è bene che l'uomo sia solo» (Gn 2,18). Considerati in questo modo, il padre e la madre rappresentano tutte le relazioni umane attraverso le quali ricevo da Dio ciò di cui ho bisogno per vivere pienamente. Onorarli significa riconoscere il mio debito verso i miei simili, senza i quali non sarei la persona che invece sono.

Questa constatazione molto semplice si scontra con qualcosa di molto radicato nella nostra coscienza collettiva. La società occidentale ha conosciuto la sua «crisi adolescenziale» con la nascita della modernità, quando si è sforzata di liberarsi dalla tutela dell'autorità religiosa e politica. Per la prima volta pienamente cosciente dei suoi poteri, esaltò l'immagine del self-made mano lo non sono ciò che una nascita per caso mi ha fatto essere, sono ciò che faccio di me stesso. Sebbene questa visione delle cose sia sicuramente comprensibile, in quanto tappa provvisoria nella maturazione dell'umanità, essa è incompleta e diventa pericolosa quando si propone in modo assoluto. Il mondo contemporaneo, soprattutto l'Occidente, che vive una faticosa transizione verso ciò che alcuni chiamano il periodo postmoderno, è più che mai cosciente della strada senza sbocco nella quale in nostro individualismo e attivismo esagerati ci hanno portato. Tuttavia, non è sempre facile per molti di noi rendersi conto fino a che punto la nostra esistenza dipende dalla relazione con l'ambiente, soprattutto con il nostro ambiente umano. Anziché dire «lo sono ciò che faccio di me stesso», gli eredi della modernità devono cogliere che occorre dire: «lo sono una persona unica chiamata ad accogliere, a sviluppare, a utilizzare i doni che ho ricevuto per il bene della comunità umana alla quale io appartengo».
Un altro ostacolo alla comprensione di questa Parola riguarda il fatto che noi viviamo in una società molto più complessa rispetto a quella dalla quale provengono le Scritture ebraiche. Nel mondo antico, quasi tutto passava attraverso la famiglia, mentre ai nostri giorni, numerose istituzioni e individui condividono il compito della formazione. Una volta, la prima cosa che si riceveva dal padre e dalla madre era la vita. Questo è ancora vero al giorno d'oggi, sebbene i progressi nelle scienze bio-mediche, in tempi più o meno brevi, possano cambiare questa situazione con conseguenze ancora del tutto imprevedibili per l'avvenire del genere umano.
I neonati devono anche imparare come vivere; gli esseri umani, infatti, si distinguono dalle altre specie per la quantità d'informazioni che non è stata programmata in loro prima della nascita e che dunque dovrà essere acquisita dall'organismo: un bambino nasce in una condizione molto più «incompleta» rispetto a un cammello o a un cane. Nelle antiche civiltà, la trasmissione di queste informazioni era in gran parte una responsabilità a carico della famiglia. Oggi invece, altre istituzioni come la scuola, la chiesa, i mass media, contribuiscono a questo processo di formazione. In questo contesto si pone il tema biblico della saggezza, che non si riferisce alle conoscenze teoriche ma cerca invece di rispondere alla domanda «Come possiamo condurre una vita realizzata, cioè felice, soddisfacente e utile?». È vero che in Israele, soprattutto durante la monarchia, c'erano dei maestri il cui mestiere era l'insegnamento della saggezza, ma le conoscenze pratiche necessarie per vivere si trasmettevano dagli anziani ai più giovani soprattutto all'interno della famiglia:

Ascoltate, o figli, l'istruzione di un padre
e fate attenzione per conoscere la verità,
poiché io vi do una buona dottrina;
non abbandonate il mio insegnamento.
Anche io sono stato figlio per mio padre,
tenero e caro agli occhi di mia madre.
Egli mi istruiva dicendomi:
«Il tuo cuore ritenga le mie parole;
custodisci i miei precetti e vivrai»
(Pr 4,1-4).

L'autore spiega che, a sua volta, trasmette ai suoi figli - o ai suoi studenti - ciò che lui stesso ha ricevuto in precedenza dai suoi genitori o dai suoi maestri. La saggezza è dunque essenzialmente una tradizione, cioè qualcosa che si trasmette da una persona all'altra (dal latino tradere, «rimettere, trasmettere»). li fatto che ai nostri giorni questa parola si sia deteriorata assumendo il significato di «una consuetudine superata» è eloquente circa la perdita delle nostre radici che è andata di pari passo con il passaggio alla modernità e con la velocità accelerata dello sviluppo. Tutto ciò che arriva dalle generazioni precedenti, lungi dall' essere visto come un tesoro prezioso da conservare e da trasmettere, è subito considerato come se non avesse alcun peso sulla nostra vita contemporanea.
Oltre al dono della vita e ai consigli per vivere in modo sereno, nel mondo dell' Antico Testamento anche l'identità religiosa proveniva dai genitori. Ancora ai nostri giorni, l'ebraismo è una religione basata sulla famiglia: si appartiene al popolo eletto perché si nasce in una famiglia ebrea. E molte pratiche relative a questa fede erano - e sono ancora - apprese all'interno della famiglia. A questo riguardo occorre notare che il cristianesimo, da parte sua, nonostante i tentativi di certi ambienti per identificare la fede cristiana con i «valori della famiglia», non è invece una religione basata sulla famiglia. Se molte persone ricevono la loro fede in Gesù Cristo dai loro genitori, questo non è però un fatto obbligatorio. Al contrario, i primi cristiani, in genere, arrivavano a Cristo superando l'opposizione di persone vicine e, ancora oggi, questa situazione si può verificare. Forse è per questo motivo che i cristiani hanno sempre venerato in Abramo, non tanto il padre di un popolo per discendenza fisica, ma colui che è partito da casa per andare verso l'ignoto in compagnia di un Dio pellegrino (cfr. Gai 3,6-9; Rm 4).
Tuttavia, sebbene non provenga necessariamente dai nostri genitori biologici, la fede cristiana è ugualmente una tradizione. Anche da questo punto di vista, il dono di Dio ci arriva attraverso gli altri. Pure nel caso estremo e ipotetico di un «Robinson Crusoe» che avesse scoperto il Cristo su un'isola deserta dopo aver letto una Bibbia trovata per caso sulla spiaggia, resta vero che il libro che è nelle sue mani è stato tradotto e stampato da qualcuno. E inoltre, prima che la stampa fosse inventata, generazioni di scrivani hanno dovuto copiare i testi a mano. In breve, non possiamo negare che una catena di persone concrete lega gli odierni discepoli di Cristo agli apostoli e anche a Gesù stesso. Un' esperienza personale del Cristo è senza alcun dubbio essenziale: colui che inizia a credere alla parola di un altro, passa poi a una relazione più diretta (cfr. Gv 4,42). Allo stesso tempo, la fede non può ridursi a una realtà puramente individuale. A causa della sua natura, essa crea una comunione fra le creature e conduce alla formazione di una comunità. In qualità di amici di Gesù (Gv 15,14-15), diventiamo amici fra di noi. La Chiesa non è essa stessa, in questo senso, una società di amici?
Possiamo adesso affrontare la domanda: «Come onorare davvero nostro padre e nostra madre?». La risposta si trova in un altro passaggio-chiave della Bibbia, un brano che non fa parte delle Dieci Parole ma che è quasi altrettanto importante. Questo testo si trova subito all'inizio della Bibbia, nel racconto della creazione della donna come compagna data all'uomo:

Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne (Gn 2,24).

Apparentemente ci troviamo di fronte a una contraddizione. Da un lato ci viene detto di onorare nostro padre e nostra madre, dall'altro di abbandonarli. In realtà, per quanto possa apparire sorprendente, i due testi formano un'unità. La verità sottostante potrebbe essere espressa in modo più diretto: l'unico modo vero di onorare coloro che ci hanno dato la vita è «abbandonarli»! Per comprendere correttamente questa affermazione un po' provocatoria, dobbiamo cogliere cosa significa in questo contesto l'azione di abbandonare. Evidentemente non si tratta di lasciare i propri genitori rompendo ogni legame con loro, comportamenti questi che sarebbero in piena contraddizione sia con il senso letterale sia con lo spirito della Parola del Sinai. Questo non significa neppure dover per forza andare ad abitare in un altro posto. Il contesto del versetto della Genesi è quello del matrimonio. «Abbandonare padre e madre», è dunque lasciarsi dietro una certa forma di vita per iniziarne un'altra. La vita passata era quella di qualcuno ancora senza responsabilità; la vita nuova è quella di un adulto, chiamato a costruire la sua famiglia. E se ci ricordiamo che in quell'epoca non c'era davvero alcuna alternativa alla vita coniugale, diventa chiaro che «abbandonare suo padre e sua madre» si riferisce essenzialmente al passaggio dall'infanzia all' età adulta.
In altri termini, il miglior modo di mostrare l'importanza dei nostri genitori nella nostra vita è seguire le loro tracce diventando, a nostra volta, adulti responsabili che mettono in pratica il meglio di ciò che loro ci hanno donato. La cosa ideale non è dunque restare in uno stato di dipendenza da nostro padre e nostra madre per il resto dei nostri giorni, bensì sviluppare i doni ricevuti e trasmetterli alla generazione successiva. Onorare qualcuno non si traduce attraverso parole, ma seguendo uno stile di vita nel quale la semente lasciata cadere in noi possa portare frutti.

Nel Vangelo, Gesù ci dà una conferma indiretta di questo legame fra 1'onore dovuto ai nostri genitori e la necessità di lasciarli. Parlando a un uomo ricco che lo avvicina per saper come fare per guadagnare la vita eterna, Gesù inizia dicendogli di osservare le Dieci Parole e termina proprio citando quella Parola che stiamo esaminando ora. Tolta dal suo posto abituale, la Parola che riguarda i genitori riveste un'importanza inattesa. Quando l'uomo insiste per fare ancora di più, Gesù lo invita a vendere tutti i suoi beni e lasciare tutto per seguirlo. E, poco dopo, loda coloro che avrebbero «lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo» (Mc 10,29). Agli occhi di Gesù, non c'è dunque nessuna contraddizione fra le due cose: lasciando il padre e la madre a causa di Gesù, l'uomo non avrà certo smesso di mostrare la sua stima verso di loro.

È vero che alcune parole di Gesù sulla famiglia possono sembrare piuttosto dure. A qualcuno che voleva compiere un atto di pietà verso il proprio padre, si limita a dire: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti» (Lc 9,60). In un altro momento, apparentemente, rifiuta di riconoscere la propria famiglia (Mt 12,46-50). E arriva persino a dire:

Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo (Lc 14,26).
La parola «odiare» in questo contesto è un semitismo. Le lingue semitiche hanno molta difficoltà nell'esprimere dei confronti e tendono a farlo utilizzando delle coppie di parole fra loro opposte. Laddove noi diciamo, per esempio: «Voglio più bene a Michele che a Daniele» oppure «Maria è più bella di Elisabetta», in ebraico o in aramaico si direbbe: «Voglio bene a Michele e detesto Daniele» e «Maria è bella ed Elisabetta è brutta». Poiché il versetto sopra citato contiene una comparazione implicita, si dovrebbe piuttosto tradurre: «[...] senza preferirmi a suo padre [.. .]». È interessante che Matteo, da parte sua, abbia interpretato l'aramaico implicito in modo corretto. Egli traduce il passaggio corrispondente con: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me» (Mt 10,37).

Guardando più da vicino, tuttavia, possiamo comprendere che, le parole di Gesù non tendono a rifiutare i diritti della famiglia naturale, bensì cercano di situarla in un contesto più vasto che dia a essa, di fatto, la sua vera importanza - i diritti di Dio.
I legami di sangue, lungi dall' essere negati, sono subordinati a un'appartenenza più grande, alla famiglia di Dio, dove «centinaia» di fratelli e sorelle e di madri sono riuniti in una comunione intima intorno a colui che Gesù chiama Abba (cfr. Mc 10,30). Non per nulla, quando volevano descrivere la vita nuova in Cristo, i primi cristiani avevano una predilezione spontanea per delle immagini di famiglia. Quando fra di loro si chiamano «fratello» e «sorella», quando l'apostolo si descrive come il «padre», e perfino la «madre», di coloro che evangelizza (cfr. 1 Ts 2,7.11; 1Cor 4,15; Gal 4,19), si tratta molto più che di arbitrarie metafore. Esse esprimono un'appartenenza nuova che sorpassa tutte le vecchie categorie umane. Il Vangelo offre dunque un modo inedito di «abbandonare» il proprio padre e la propria madre, un modo sconosciuto nel periodo anteriore, ma diventato possibile perché Gesù ha rivelato e reso accessibili le dimensioni universali della famiglia di Dio. Alcuni membri della Chiesa esprimono questo nuovo ordine attraverso il segno radicale della rinuncia alloro sposo/sposa o ai propri figli, ma tutti i discepoli di Cristo sono chiamati in un modo o nell'altro a testimoniare l'unità della famiglia umana, a mostrare che in questa realtà fondamentale «non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti [noi siamo] uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
Inoltre, l'insegnamento di Gesù rivela il significato più profondo della paternità e della maternità. Fino ad ora abbiamo guardato questa Parola dal punto di vista dei bambini, ma cosa dice a dei genitori? Ancora una volta, se la Parola si rivolge soprattutto ad adulti, parla a persone che sono, allo stesso tempo, figli/figlie e anche padri/madri. Infatti, una delle ragioni essenziali di questa Parola è di ricordarci che, a causa della nostra appartenenza a una successione di generazioni, noi occupiamo entrambe le estremità della relazione genitori-figli, sebbene non sempre in maniera simultanea. Anche coloro che non hanno una prole biologica sono impegnati nel trasmettere quanto hanno ricevuto alle persone che sono state loro affidate. Ascoltando queste parole sull'importanza di onorare i propri genitori, i genitori stessi sono invitati a ricordarsi che anche loro sono figli di altre persone; essi hanno ricevuto da altri quanto si sforzano a loro volta di comunicare a chi viene dopo di loro.

Prestando attenzione a questa Parola, i genitori possono allora evitare quella che, forse, è la loro più grande tentazione: pensare a se stessi come la Sorgente. Questa tentazione è particolarmente forte ai nostri giorni poiché viviamo in un mondo sempre più sottomesso alla dominazione dell'uomo. Un tempo, non era certo insolito per dei genitori cercare di imporre ai loro figli la loro visione delle cose. In certe situazioni d'altronde, la cosa era del tutto naturale. Ma le famiglie erano più numerose, le scelte più ridotte, il campo del dominio umano più limitato, e c'era forse, nel corso spontaneo della vita, una fede implicita più grande. Oggi, per la maggior parte dei nostri contemporanei, un bambino non è un dono di Dio, magari inatteso, ma piuttosto il risultato di un calcolo esplicito. Crescere dei figli è sempre più visto come un'impresa umana nella quale ci si impegna per raggiungere dei risultati programmati. In certi casi, predomina un modello economico e i figli sono considerati come un «investimento», sia materiale sia spirituale, da cui i genitori sperano di trarre un profitto corrispondente. Fra i nostri contemporanei c'è dunque una forte pressione che spinge inconsciamente a vedere un figlio come il prolungamento della volontà dei propri genitori. Il desiderio naturale di volere quanto di meglio esiste per coloro che si amano è snaturato in maniera sottile nel tentativo di creare un altro essere a propria immagine. E ciò non può mancare di avere gravi conseguenze per la vita dei figli. Sebbene non sia facile per un bambino riconoscere che, nei suoi confronti, i genitori sono indifferenti, talvolta addirittura ostili, è ancora più sconcertante essere l'oggetto di un amore che è tutto tranne che disinteressato. La spinta naturale a sviluppare i propri talenti e le proprie percezioni è schiacciata sul nascere; ogni tentativo di essere se stessi è vissuto come un tradimento e risveglia un forte senso di colpa.

Ricordandosi che hanno avuto anche loro dei genitori, i padri e le madri possono sradicare in loro lo spirito di possesso, rinunciando a confondersi con la Sorgente. Si ricorderanno che possono dare ai loro figli e figlie solo ciò che loro stessi hanno ricevuto. Questa Parola, a suo modo, fa risuonare il tema fondamentale che abbiamo colto nell'insieme delle Dieci Parole: Dio solo è la Sorgente, noi siamo chiamati ad essere dei riflessi di questa Sorgente nella misura in cui riceviamo prima quello che a nostra volta diamo. San Paolo esprime quest'idea nella sua Lettera agli Efesini: «io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome» (Ef3,1415). La paternità e la maternità umane sono dei riflessi, esse non trovano le loro origini in se stesse. Uno solo è Padre nel senso proprio del termine (cfr. Mt 23,9).

La Lettera agli Efesini nota che la Parola sui genitori è il primo comandamento legato a una promessa (Ef 6,2-3). Questa promessa non è, come si ha la tendenza a credere spontaneamente, onora tuo padre e tua madre perché si prolunghino i loro giorni sulla terra. . ., ma piuttosto perché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra... Detto in altri termini, il testo implica che coloro che ci seguono ci tratteranno nella stessa maniera in cui noi avremo trattato coloro che ci hanno preceduto. Quando saremo vecchi e incapaci di gestire la nostra vita, dovremo contare su coloro che noi avremo cresciuto. Essi agiranno verso di noi seguendo l'esempio che noi gli avremo dato con il nostro comportamento verso i nostri predecessori. Ancora una volta, le Dieci Parole tracciano per noi il ritratto di un mondo di solidarietà, di una società dove nessuno è al centro, ma dove tutti ricevono e danno a loro volta, in una sorta di danza articolata, che si esprime, fra l'altro, nel susseguirsi delle generazioni. È così che la verità rivelata di Dio ci libera, affinché possiamo agire con una libertà vera nel mondo che riceviamo come un dono da custodire con cura per trasmetterlo ai nostri eredi.