PICCOLI GRANDI LIBRI   Frère John di Taizé
VERSO UNA TERRA DI LIBERTÀ
Una rilettura dei dieci comandamenti

EDIZIONI MESSAGGERO PADOVA 2005

Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore.
(Sal 119,32)

Io sono il Signore, tuo Dio
Non avrai altri dèi di fronte a me Ricordati del giorno di sabato per santificarlo Onora tuo padre e tua madre
Non uccidere Non commettere adulterio Non rubare
Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo Non desiderare la casa del tuo prossimo
Gesù e le Dieci Parole

Non uccidere.
(Es 20,13; Dt 5,17)

Questa frase introduce l'ultima parte delle Dieci Parole. In essa, come nelle Parole successive, si parlerà delle relazioni con i nostri simili. Abbiamo già notato la tendenza, nel corso degli anni, ad affermare che le Dieci Parole propongono un'etica universale, non circoscritta solo a ebrei e cristiani. Proprio queste Parole potrebbero giustificare una tale affermazione; in esse, infatti, il Nome divino non viene menzionato neanche una volta.
Tuttavia, sarebbe un serio errore utilizzare questo fatto come un'indicazione del fatto che si può entrare pienamente nella logica del testo senza necessariamente credere in Dio. La domanda da porsi è piuttosto la seguente: perché queste parole, nelle quali Dio sembrerebbe assente, sono situate proprio qui, in un testo che illustra i punti fondamentali dell' Alleanza che unisce il Signore con il suo popolo?
Espressa in questo modo, la riflessione permette di intravedere una verità profonda circa l'identità del Dio della Bibbia. Gesù indica questa verità quando, in risposta al quesito che chiedeva «Qual è il primo di tutti i comandamenti?» (cfr. Mc 12,28-34 e par.), egli ne unisce due insieme, uno che riguarda 1'amore per Dio e 1'altro relativo all'amore verso il prossimo. Nella sua prima lettera, san Giovanni lo dice in modo ancora più conciso:

Se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri (1 Gv 4,11).

Siamo così abituati a queste parole che, generalmente, non notiamo nella loro logica una contraddizione che, di fatto, apre uno spazio di maggiore comprensione. Ragionevolmente dovremmo leggere: «Se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amare Dio». Invece, come conclusione, non troviamo la parola «Dio» bensì troviamo «gli uni gli altri». Un po' più avanti san Giovanni ne spiega il perché:

Se uno dice: «Io amo Dio», e odia il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede (1 Gv 4,20).

In altri termini, 1'autentica pietra di paragone della nostra relazione con Dio è la relazione che abbiamo con coloro che sono intorno a noi, a partire da quelli con i quali siamo legati da una fede comune. Questo è un insegnamento-chiave della Bibbia che conosciamo da una lunga consuetudine, esso è ormai entrato nella trama della nostra civiltà occidentale. Eppure, in una prospettiva più globale, non è affatto scontato che i nostri doveri nei confronti della divinità siano un tutt'uno con il nostro comportamento verso i nostri simili. Tale principio, al contrario, è un particolare convincimento derivante da una rivelazione, un convincimento che scaturisce dunque dalla specifica identità del Dio della Bibbia. Questo principio è fondamento di base della «seconda tavola» delle Dieci Parole: Dio non è assente, egli è accessibile solo all'interno dei rapporti fra esseri umani. I comandamenti che riguardano il prossimo non provengono da una motivazione puramente razionale o umanista, essi sono un'espressione dell'Alleanza con Dio. Fare un torto agli altri componenti dell' Alleanza, è come fare un torto a Dio stesso. Dio si colloca così come garante dell'ordine che rende possibile una vita comune fra gli esseri umani. Tutto ciò implica inoltre che non possiamo comprendere pienamente il senso di queste parole se le interpretiamo secondo un'ottica individualista. Sebbene siano indirizzate distintamente a ciascuna persona (i verbi sono al singolare), esse non hanno come scopo principale quello di determinare il comportamento fra due individui isolati, ma piuttosto di definire il corretto funzionamento di una società che assicuri la libertà e il benessere per tutti. Queste parole ci impongono una scelta: vogliamo una società fondata sulla violenza, oppure una società radicata nella reciproca solidarietà? La violenza o la solidarietà: ecco l'alternativa che ricompare sotto una moltitudine di aspetti nel nostro quotidiano esercizio di vivere insieme sulla terra.
A questo punto, siamo in grado di cogliere il significato di una parola che Gesù considera essenziale, tanto da dire ai suoi discepoli che essa riassume da sola tutto l'insegnamento divino:

Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: ecco la Legge e i Profeti (Mt 7,12).

Ancora una volta, per capire questa parola, dobbiamo considerarla attraverso il rapporto con la società nel suo insieme. Essa definisce un mondo di perfetta reciprocità, dove nessun individuo sta al centro, dove tutti si percepiscono in funzione di una appartenenza più globale. È quanto la Parola precedente cercava di mostrare nel caso più specifico della relazione fra genitori e figli, affermando che nessuno fra di noi può considerarsi solo come genitore o solo come figlio. Visto in una prospettiva più vasta, siamo tutte persone che ricevono e che danno, con accenti differenti a seconda del proprio percorso di vita, e i nostri figli agiranno verso di noi nello stesso modo con cui noi avremo agito verso i nostri genitori. Tale reciprocità non è che un altro nome della solidarietà e, secondo le Dieci Parole, una vera e duratura solidarietà è possibile solo nel contesto globale di una relazione con Dio, il quale si fa garante della qualità di vita fra le persone.
Per rendere possibile una terra di libertà e di felicità per tutti, Dio deve proteggere certe realtà che non sono dunque a nostra completa disposizione, altrimenti la vita in società sarebbe minata alla radice.
Ma quali sono queste realtà fondamentali? È quanto le tre Parole seguenti cercano di definire.
La prima realtà protetta da Dio, la più essenziale, è la vita. La Parola precedente già ci aveva fatto capire che la vita è un dono, un dono che proviene da Dio attraverso la mediazione di altri esseri umani. Adesso, la distruzione della vita ci viene esplicitamente vietata. Va precisato che il verbo ebraico si riferisce in modo specifico all' omicidio illegale e volontario; dunque, si potrebbe anche tradurre «Non assassinare». I casi della guerra, della legittima difesa e della pena di morte non sono esplicitamente presi in considerazione; ciò, tuttavia, non invalida affatto un'ulteriore riflessione su questi aspetti, alla luce dell'insieme del messaggio biblico. Comunque sia, l'insegnamento fondamentale della Bibbia è che la vita appartiene a Dio in un modo del tutto particolare. Sebbene gli esseri umani siano chiamati ad accoglierla, a prendersene cura e a proteggerla, essa non è qualcosa di cui possano disporre, non è una realtà sulla quale possano esercitare un dominio. In effetti, anziché affermare che la vita ci è stata affidata, sarebbe più esatto dire che noi siamo stati affidati a lei: seguendo le sue indicazioni essa ci condurrà a Dio.
Sappiamo che la mentalità biblica è molto concreta. Invece di definire la vita in modo astratto o con semplici metafore, essa la esprime attraverso realtà tangibili. La prima di queste realtà è il soffio.
Presso i popoli antichi era evidente che una delle differenze fra i vivi e i morti era che, nella prima categoria considerata, l'aria entrava e usciva dal loro corpo. L'idea di «aria in movimento» può essere espressa nella nostra lingua con «soffio», con «vento»oppure con «spirito», ma nelle lingue antiche troviamo una sola e unica parola, la quale, inoltre, presenta una stretta affinità con Dio. Quando il secondo e più antico racconto della creazione, nel libro della Genesi, descrive l'origine dell'umanità come l'atto attraverso il quale Dio infonde un alito di vita nelle narici di una creatura fatta con la polvere del suolo (Gn 2,7), il dono della vita appare chiaramente legato alla nostra relazione con Dio. Pur appartenendo veramente alla terra, e ciò è chiaro nel gioco di parole fra adam «umanità» e adamah «il suolo», il nostro orizzonte è ben più ampio. Gli esseri umani hanno in loro qualcosa che viene direttamente dal loro Creatore, qualcosa che non può mai essere ridotto a una dimensione terrena. È una realtà che appartiene a Dio; questo spiega perché il Salmo 104 può descrivere la morte come una specie di contro-creazione, un movimento regressivo attraverso il quale il soffio di vita ritorna a Dio avendo, come ineluttabile conseguenza, il fatto che
adam ritorna di nuovo in adamah. La nascita, invece, è la messa in opera di un atto di creazione qui e ora:

Se nascondi il tuo volto, vengono meno,
togli loro il soffio,
muoiono e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo soffio, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra
(Sal 104,29-30).

Oltre al soffio, nella Bibbia la vita è anche rappresentata dal sangue. Ciò spiega un aspetto che altrimenti potrebbe sembrare incomprensibile, forse anche stravagante, rispetto alle prescrizioni alimentari degli ebrei. A loro è infatti permesso mangiare la carne degli animali ma il sangue non deve essere consumato insieme ad essa:

Ogni uomo, Israelita o straniero dimorante in mezzo a loro, che mangi di qualsiasi specie di sangue, contro di lui, che ha mangiato il sangue, io volgerò la faccia e lo eliminerò dal suo popolo. Poiché la vita della carne è nel sangue. Perciò vi ho concesso di parlo sull' altare in espiazione per le vostre vite; perché il sangue espia, in quanto è la vita [...]. Se uno qualunque degli Israeliti o degli stranieri che soggiornano fra di loro prende alla caccia un animale o un uccello che si può mangiare, ne deve spargere il sangue e coprirlo di terra; perché la vita di ogni essere vivente è il suo sangue (Lv 17,10-14).

Quando un animale veniva offerto in sacrificio a Dio, si doveva raccoglierne il sangue e spargerlo davanti all'altare (Dt 12,27). È un segno chiaro, se ne comprendiamo il simbolismo, che la vita appartiene a Dio e che bisogna renderla a lui al momento della morte. Secondo questo modo di pensare, mangiare del sangue sarebbe un tentativo umano di andare contro la logica della creazione, appropriandosi del dono della vita, trasformandola in qualcosa che si può possedere e innalzandosi implicitamente a un piano d'eguaglianza con Dio. Nel passaggio del libro del Levitico, l'azione di spargere il sangue è inoltre specificamente collegata con un rito di perdono: il sangue esprime la nuova relazione viva creata da Dio per abolire le conseguenze dell'infedeltà del suo popolo. Il brano aggiunge che anche il sangue degli animali uccisi durante la caccia non deve essere mangiato bensì affidato alla terra.
Si noterà in questi testi che non solo la vita umana, ma anche quella degli animali è considerata sacra. Una delle più importanti scuole di pensiero, la cosiddetta «teologia sacerdotale», un movimento che ha lasciato la propria impronta sulle Scritture ebraiche, ha profondamente riflettuto su questi argomenti. Secondo questa teologia, inizialmente Dio dona agli esseri umani e agli animali ogni frutto delle piante come cibo (Gn 1,29-30). Nel primo progetto divino, gli esseri umani sono dunque vegetariani. Ma l'iniziale intenzione di Dio viene ben presto alterata dai misfatti degli uomini. Di conseguenza, Dio è obbligato a ricominciare da capo, come viene descritto nella storia di Noè e del diluvio universale. Passato il diluvio, il nuovo inizio è raccontato in questo modo:

Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra. Il timore e il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono messi in vostro potere. Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe. Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue. Del sangue vostro anzi, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell'uomo all'uomo, a ognuno di suo fratello. Chi sparge il sangue dell'uomo, dall'uomo il suo sangue sarà sparso, perché a immagine di Dio Egli ha fatto l'uomo (Gn 9,1-6).

Rispetto al brano precedente, osserviamo un cambiamento significativo. Ora, gli esseri umani ricevono come cibo anche gli animali, ciò significa che una certa forma di violenza, che comporta anche la morte, è esplicitamente autorizzata. È come se, riconoscendo gli esseri umani incapaci di vivere all'altezza della loro vocazione originale, Dio cambiasse le regole per sopperire alla loro debolezza. Adesso, togliere la vita non è più proibito, è solo limitato; il divieto di consumare il sangue viene interpretato come un segno di rispetto per ogni vita, esso prende il posto dell'originale divieto di uccidere. La vita umana è protetta da Dio in modo esplicito con una spiegazione aggiuntiva che ne giustifica la condizione particolare: gli esseri umani sono a immagine di Dio (cfr. Gn 1,27)*.
Una teologia precedente aveva già riflettuto sulle radici della violenza fra gli uomini. Il primo assassinio menzionato nella Bibbia si trova nel quarto capitolo della Genesi, nel racconto di Caino e Abele, il brano che segue immediatamente quello di Adamo ed Eva. Il messaggio appare chiaro: quando gli esseri umani rompono la loro relazione con Dio, anche le relazioni fra di loro non hanno più nessuna definitiva garanzia. Già nel capitolo precedente, dopo il loro rifiuto di seguire la parola divina, Adamo ed Eva hanno visto la loro iniziale unità degenerare in vergogna, accusa reciproca e disaccordo (cfr. Gn 3,7.12.16). Il racconto di Caino e Abele porta questa logica al culmine: un fratello uccide l'altro per gelosia. D'altra parte, ogni assassinio non è sempre, di fatto, una specie di fratricidio?
Due dettagli in questo brano meritano di essere rilevati. Dopo aver compiuto il suo crimine, Caino sente Dio che gli dice:

Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! (Gn 4,10)

Tali forti parole evidenziano il simbolismo del sangue che abbiamo appena esaminato. La vita appartiene a Dio e, quando viene distrutta dagli uomini che si fanno una legge per conto proprio, la giustizia ne è danneggiata e si crea una situazione che necessita un riassestamento. Dato che produce vittime innocenti, la violenza, in qualche modo, presenta un aspetto autolimitativo: esercita una pressione su Dio affinché restauri un ordine giusto. Questa dimensione del pensiero biblico, così profonda e di così grande portata, ci è resa più difficile da cogliere in quanto non è sempre chiaramente distinta dal concetto di vendetta. In effetti, i traduttori utilizzano spesso la parola «vendetta» per descrivere l'esigenza di giustizia, il grido delle vittime dell'ingiustizia. Ma la vendetta, per come è generalmente intesa ai nostri giorni, è di fatto solo una caricatura dell' attitudine che stiamo cercando di descrivere.
Essa pone 1'accento sul risentimento delle vittime e sul loro desiderio di vedere 1'oppressore soffrire a sua volta, mentre il «grido del sangue» è essenzialmente un appello alla giustizia che mira soprattutto alla restaurazione delle giuste relazioni distrutte dall' atto violento.

La storia di questo vocabolo testimonia queste oscillazioni. La parola «vendetta» viene dal verbo latino vindicare, termine del diritto il cui primo significato è «richiedere giustizia». Esso proviene, a sua volta, da vindex, «termine del diritto che stabiliva la cauzione fornita tramite il convenuto, che si sostituisce a lui davanti al tribunale [...]. Il primo elemento della parola [. . .] potrebbe essere l'accusativo di vis "forza, violenza"; il secondo è l'elemento che si ritrova in  judex, parola radice corrispondente a dicere; il vindex sarebbe allora colui che mostra al giudice la violenza fatta al proprio cliente». In origine, il vocabolo si applicava dunque agli sforzi della parte offesa affinché il proprio diritto venisse riconosciuto da un organismo superiore e per essere risarcito dall'offensore (cfr. l'inglese to vindicate). Il vindex, personaggio che presenta affinità con il go'el, il «redentore» biblico, sarebbe anche, per le radici della parola, molto vicino all'espressione «grido del sangue».

A conti fatti, l'obiettivo del «grido del sangue» è espresso meglio dal verbo «rendere giustizia», quantunque non bisogna dimenticare che il ristabilimento della giustizia cambia necessariamente qualcosa anche per il fomentatore del crimine. La parola «giustificazione» potrebbe anche fare al caso, se fosse compresa nel suo senso originale. Nella Lettera ai Romani, san Paolo la utilizza per descrivere le conseguenze della missione di Gesù. Con la sua morte e la sua risurrezione, Cristo ci «giustifica», cioè reintegra le giuste relazioni facendoci entrare in una comunione autentica con Dio (cfr. Rm 3,24; 4,24-25; 5,1, etc.).

La reintegrazione della giustizia è inoltre il senso principale del «giudizio» (mishpat) nelle Scritture ebraiche. La nozione di mishpat si applica all' azione di un' autorità (gli anziani, il re, Dio, ...) che ristabilisce la giustizia in una situazione squilibrata da azioni malvagie. Giudicare significa in primo luogo rendere giustizia. Dal punto di vista della vittima, essere giudicato equivale dunque ad essere salvato, ad essere giustificato. Secondo questo modo di vedere, la condanna del colpevole è un semplice corollario, importante solo nella misura in cui permette alla situazione di ritornare quella che doveva essere. Cfr. Sal 43,1: «Giudicami, o Dio, difendi la mia causa contro gente spietata; liberami dall'uomo iniquo e fallace».

Di fatto, una buona comprensione del simbolo del sangue è decisiva per comprendere i numerosi passaggi del Nuovo Testamento che utilizzano questa immagine per parlare della missione di Gesù Cristo. La Lettera agli Ebrei afferma che il sangue di Gesù è più eloquente di quello di Abele (Eb 12,24), in altri termini, la sua vita donata per noi porta Dio a reintegrare veramente e pienamente delle relazioni di giustizia, realizzando così l'aspirazione di tutte le vittime innocenti dell'ingiustizia attraverso la storia. L'Apocalisse di san Giovanni, nella visione del rotolo sigillato da sette sigilli e aperto dall' Agnello, esprime questa verità con una forza drammatica straordinaria:

Quando l'Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l'altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: «Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?». Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro (Ap 6,9-11).

Il testo è spesso applicato ai martiri cristiani o ancor più ai martiri dell' Antico Testamento. Tuttavia, sarebbe meglio interpretarlo come un' evocazione di «tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele» (Mt 23,35), «il sangue dei profeti e dei santi e di tutti coloro che furono uccisi sulla terra» (Ap 18,24). La visione contiene dunque un messaggio sconvolgente; essa ci dice che il sangue degli innocenti è un vero propulsore della storia umana. Ciò che fa «discendere Dio sulla terra» per riparare i difetti dell' egoismo umano non sono le prodezze gloriose, sia intellettuali che morali, compiute da una élite, bensì il grido delle vittime innocenti. La loro apparente sconfitta è, infatti, il preludio a una vittoria totale. Essa inaugura un movimento di liberazione che culmina nella croce di Cristo. Questo diventa chiaro quando viene aperto il sigillo successivo. Ciò che nelle Scritture ebraiche viene chiamato l' «ira di Dio» è la reazione della santità e della bontà divina di fronte al peccato, al fine di ristabilire una giustizia che era stata tradita. «Il gran giorno dell'ira dell'Agnello» (Ap 6,17) nell'Apocalisse, non è altro che l'atto attraverso il quale Gesù prende su di sé tutto il male umano, subendone le conseguenze fino all' estremo, sul proprio corpo.

Cristo patì per voi, [...] oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti (1 Pt 2,21-24).

Dando la propria vita fino in fondo, Gesù condivide la sorte di tutte le vittime e i martiri della terra e, allo stesso tempo, assicura che il loro sacrificio non è stato inutile. Egli porta le loro sofferenze nella sua relazione personale con colui che egli chiama «Abba», poiché il Padre lo ascolta sempre, (Gv 11,42), abbiamo la garanzia che questa sofferenza non andrà perduta. Questo conduce alla sparizione del vecchio ordine mondiale segnato dall'ingiustizia e all' avvento di «nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia» (2Pt 3,13).
La citazione del sangue nel contesto della passione di Gesù, sottolinea inoltre che non è la sua morte come atto in sé ad essere importante, bensì il totale dono della sua vita. Dio «non gode della morte di chi muore» (Ez 18,32), soprattutto se si tratta del suo amatissimo Figlio. Il fatto che l'insegnamento cristiano non abbia mai fatto distinzione fra la sofferenza e la morte in quanto distruzione della vita, e queste stesse realtà come espressione della volontà di non attribuirsi il dono di Dio, bensì rimetterlo a lui donando la propria vita per gli altri, ha favorito in molti casi un sottile fascino per la sofferenza e il rifiuto della vita, con la reazione inevitabile di allontanare alcuni dalla fede. Nel concreto di questa o quella situazione, occorre riconoscere che è difficile stabilire un limite preciso fra le due cose perché non si può fare un'assoluta distinzione fra la sottomissione a un atto di violenza e il consenso ad abbandonarsi nella fiducia. Nonostante ciò, è essenziale ricordarsi che siamo salvati dal sangue di Gesù, cioè dal dono libero e volontario della sua vita, versato per noi affinché divenga in noi sorgente di vita nuova.

C'è infine un altro aspetto della storia di Caino e Abele che assume un significato profondo: nel racconto troviamo per la prima volta l'idea di spirale della violenza. Dopo il suo crimine, Caino dice a Dio: «Ecco, tu mi scacci oggi da questo suolo e io mi dovrò nascondere lontano da te; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontreràmi potrà uccidere» (Gn 4,14). Lasciare la terra della libertà, questo spazio che è sotto la protezione divina, vuoI dire essere fuori dalla legalità. Senza una legge data da Dio per definire e regolare il comportamento umano, prevale la «legge del più forte», la lotta di tutti contro tutti, con la vittoria dei più forti fino a che questi non saranno, a loro volta, rovesciati da nuovi venuti ancora più forti. Ma, anche in questa nuova situazione, Dio prova a mettere un minimo di ordine: egli pone su Caino un segno della sua protezione (Gn 4,15). Questo dettaglio del brano conferma ciò che abbiamo cercato di spiegare in queste pagine e cioè che la Parola o Legge divina, lungi dall' essere un ostacolo alla realizzazione dell'essere umano, rende di fatto possibile un'esistenza pienamente umana. La spirale della violenza è semplicemente un nome dato a una vita sregolata, incapace di seguire il suo autentico dinamismo, ripiegata su se stessa in un'orgia di auto distruzione. Solo un gesto di liberazione che scaturisce da un Altro, un gesto che acquista la sua dimensione umana attraverso parole che richiedono una risposta consapevole, può trasformare la falsa libertà dell' anarchia nella vera libertà di una vita condivisa nell' armonia.


 * Questa evoluzione è stata studiata in profondità da P. BEAUCHAMP, Création et fondation de la loi en Gn 1,1-2,4, in «La Création dans l'Orient ancien», Lectio divina 127 (Parigi: Cerf, 1987), pp. 139-182.