PICCOLI GRANDI LIBRI   Frère John di Taizé
VERSO UNA TERRA DI LIBERTÀ
Una rilettura dei dieci comandamenti

EDIZIONI MESSAGGERO PADOVA 2005

Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore.
(Sal 119,32)

Io sono il Signore, tuo Dio
Non avrai altri dèi di fronte a me Ricordati del giorno di sabato per santificarlo Onora tuo padre e tua madre
Non uccidere Non commettere adulterio Non rubare
Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo Non desiderare la casa del tuo prossimo
Gesù e le Dieci Parole

Non commettere adulterio.
(Es 20,14; Dt 5,18)

Dopo la tutela della vita, la seconda realtà che Dio vuole proteggere è la coppia, più precisamente ancora, la famiglia. Nelle prime pagine della Bibbia la coppia uomo-donna rappresenta la relazione umana fondamentale, quella che le riassume tutte, («Non è bene che l'uomo sia solo», Gn 2,18); possiamo dunque affermare che, in un senso più ampio, questa Parola protegge tutte le relazioni fra gli esseri umani perché, dopo la vita stessa, ciò che conta maggiormente, è la vita con gli altri. Gli esseri umani non sono creati per la solitudine; senza le differenti forme di relazione che caratterizzano la nostra esistenza sulla terra, nessuna vita umana degna di questo nome sarebbe possibile.
Per capire questa Parola, riguardante il matrimonio e la famiglia, riprendiamo ancora una volta le parole che provengono dai testi delle origini e che abbiamo già esaminato nel contesto della relazione con il padre e la madre:

Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne (Gn 2,24).

Ciò che adesso ci interessa è la seconda parte della frase. In essa si afferma che, quando qualcuno abbandona il padre e la madre, lo fa per unirsi a un altro essere umano e diventare insieme una sola carne. Malgrado ciò che saremmo tentati di immaginare, l'espressione ebraica non si riferisce in particolare all'atto sessuale. Una traduzione più fedele sarebbe: «[...] ed essi diventano una sola [nuova] realtà umana». Al di là dell' espressione corporea di questa nuova unione, le parole una sola carne indicano l'unione in se stessa, la costituzione di una nuova unità familiare. Il testo ci introduce così a una stupefacente verità, a condizione che sappiamo raggiungere il distacco necessario per contemplarla correttamente: le radici di una nuova famiglia non sono biologiche, sono umane. Detto in altri termini, una famiglia non comincia semplicemente perché gli esseri umani sono in grado di avere dei discendenti: i conigli, le pecore e anche i rospi possono fare questo altrettanto bene, se non forse meglio. Ciò che costituisce una famiglia è piuttosto un atto umano, definito in questo passaggio della Genesi «lasciare» e «unirsi», un'azione che si potrebbe descrivere con parole quali «scelta», «promessa» o «impegno». Dio utilizza l'atto con il quale due esseri umani fanno una scelta libera promettendo di impegnarsi l'uno verso l'altro per sempre come fondamento per l'origine e lo svilupparsi della vita umana.
Fermiamoci un istante per render ci conto di quanto, tutto questo, sia significativo. Lo studio delle parole onora il padre e la madre ci fa capire che tutti noi riceviamo la vita da parte di Dio per mezzo di altri. La nostra esistenza non è un inizio assoluto e tutti siamo nati in un mondo già esistente. C'è qualcosa di «donato» che ci permette di essere noi stessi, un punto di partenza per il nostro sviluppo in quanto persone. Noi possiamo, anzi dobbiamo, modificare ciò che abbiamo ricevuto, utilizzandolo in differenti maniere, ma non possiamo assolutamente negarlo o farne un'astrazione. Ora, questo mondo «donato», che sembra al bambino qualcosa di immutabile come le stelle del cielo e le colline all'orizzonte, di fatto, è il risultato di scelte umane! Anche la nostra famiglia biologica è «biologica» solo in un senso secondario: essa è innanzitutto umana.
Ciò si vede chiaramente osservando un matrimonio autentico. Dio utilizza l'impegno a vita di due persone per creare una nuova realtà umana e questa diventa a sua volta un «ambiente donato» per altri esseri umani che ancora devono nascere. Di conseguenza, gli esseri umani non sono co-creatori con Dio solo in quanto capaci fisicamente di donare la vita, benché ciò sia già un grande miracolo, essi sono co-creatori perché Dio conferisce ad alcune delle loro scelte il potere di determinare la vita dei loro figli, di creare la matrice che ne permette lo sviluppo in quanto persone. Da questo deriva che, oltre alla vita stessa, Dio protegge i legami che uniscono delle persone in una relazione stabile che conduce alla nascita e alla crescita di altri esseri umani.
Quanto abbiamo detto offre una chiave per comprendere l'insegnamento di Gesù riguardo al divorzio. Come in altre occasioni, egli non fa che rendere pienamente esplicito quanto era già implicito nelle Dieci Parole e nella tradizione del suo popolo trasmessa dalle Scritture. Se Dio, per rendere possibile la creazione di una nuova realtà umana, si impegna a fianco degli esseri umani che si consacrano nel matrimonio, siamo allora di fronte a un gesto irrevocabile. L'atto creatore di Dio non può essere annullato dai capricci del comportamento umano. «Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi» (Mt 19,6). Per rendere più chiaro il vero significato di queste parole, dovremmo forse tradurre: l'uomo non può separare... In questo caso, come sempre, l'etica segue l' ontologia: immaginare che gli esseri umani possano disfare l'opera del Creatore, rappresenta un controsenso. Quando provano a farlo abbandonano il mondo reale per un mondo irreale che loro stessi si sono inventati. Se lo scioglimento del legame matrimoniale è stato tollerato come concessione di fronte ai limiti umani in certi momenti e in determinati luoghi, questo stato di cose non esprime tuttavia il vero significato di tale impegno nei confronti di Dio.
Non è un segreto per nessuno che, fra tutte le Dieci Parole, questa è la più difficile da recepire nel mondo attuale. Ciò per diverse ragioni. La rapidità del progresso tecnologico ha portato una grave minaccia ai valori e ai legami tradizionali. Nuove e immense possibilità sono offerte all'umanità, a tal punto che le relazioni fra gli esseri umani sono diventate molto più fragili, avendo perduto il loro radicamento socio culturale in un mondo che somiglia sempre di più alla piazza di un mercato su scala planetaria. La separazione progressiva e inesorabile fra la sessualità e la procreazione mette in gioco la nozione stessa del matrimonio in quanto elemento normativo. Una comprensione individualista ed egocentrica della libertà fa apparire l'idea stessa di un impegno definitivo come una intollerabile costrizione. Per queste ad altre ragioni, l'insegnamento tradizionale in questo campo, per molti dei nostri contemporanei, sembra impossibile da realizzare, sia per coloro che si rallegrano rispetto a questa nuova etica di libertà, sia per quelli che guardano con nostalgia al passato e rimpiangono un'epoca passata dove tutto era senza dubbio più semplice.

Questa dissociazione fra sessualità e procreazione meriterebbe una disamina approfondita che evidenzi la vera posta in gioco, al di là delle vecchie dispute, sfortunatamente troppo limitate, circa «i fini del matrimonio» o «i metodi contraccettivi». In ultima analisi, con la nostra sessualità siamo messi in comunicazione, a livello corporeo, con le fonti della vita e della creazione. Ora, presso i popoli tradizionali, in particolare nella Bibbia (vedi il capitolo precedente), tutto ciò che tocca il mistero della vita è sacro e dunque possiede un significato inesauribile. Isolata artificialmente dal suo vero contesto, la sessualità non può che soccombere alla banalizzazione, e questo avrà come conseguenza, in tempi più o meno lunghi, la perdita di significato della vita stessa, ormai ridotta a un semplice mezzo soggetto alla manipolazione.

Quale scenario si apre sul nostro avvenire? Innanzitutto, è inutile negarlo, ci troviamo in un nuovo contesto culturale che ci obbliga a recepire diversamente la Parola sull' adulterio. Quando i cristiani si limitano ad affermare le vecchie proibizioni con una veemenza che, forse, tradisce un' angoscia nascosta, inconsciamente non fanno che allargare il fossato fra loro e la società circostante. La Chiesa è allora considerata come qualcosa che non incide sulla vita contemporanea oppure come avversaria alla piena realizzazione umana. Ancora una volta, in fin dei conti, il problema non è etico bensì antropologico e ontologico. In altre parole, la prima domanda non è «Cosa fare?» ma piuttosto «Chi siamo, in quanto esseri umani? Qual è il senso dell' esistenza umana?». Ampi strati della società contemporanea hanno la loro risposta implicita a queste domande, ciò li porta a scegliere comportamenti che possono soddisfare o non soddisfare coloro che li praticano. Se i credenti nel Dio della Bibbia vivono diversamente da coloro che hanno intorno, sarà loro responsabilità cogliere e spiegare perché tale modo di vivere corrisponde a una visione autentica dell' esistenza umana (cfr. 1Pt 3,15).

In questo senso il crollo di forme di comportamento del passato può paradossalmente essere un'opportunità, perché ci obbliga a riflettere coscientemente sul senso della nostra esistenza. Una simile crisi di valori ci mette soprattutto di fronte alla necessità di capire ciò che sta alla radice di ogni relazione pienamente umana, non solo relativamente alla coppia. Se 1'essenza di una relazione, espressa nel modo più semplice possibile, sta nella continuità e nella stabilità di una vita comune, ne consegue che, senza l'intenzione di permettere questa continuità, non si può assolutamente parlare di relazione. lo devo poter contare sul fatto che domani l'altro ci sarà per me in maniera continuativa rispetto al modo con cui questa stessa persona c'era ieri e c'è oggi. Questo consenso alla continuità nel tempo è un impegno, una promessa. Promettendo o impegnandomi, offro qualcosa che non posso riprendermi perché non mi appartiene più; faccio un gesto che non posso più disfare. Questo non vuol dire che gli impegni non possono modificarsi, evolversi, diventare più forti o più fragili, e neppure che ogni forma di impegno ci lega necessariamente per tutta la vita. Si tratta semplicemente di rendersi conto che una relazione, per essere umana, ha bisogno di una dimensione di fedeltà: noi ci aspettiamo che le persone agiscano verso di noi con continuità, in maniera conforme con il loro comportamento passato. E questa continuità di comportamento si radica in una continuità sul piano dell' essere, della persona: noi possiamo contare sul fatto che ci saranno per noi, nel futuro, in maniera coerente rispetto alla loro presenza nel passato. Abbiamo bisogno di credere che, in seno alle vicissitudini della storia personale e collettiva, c'è la presenza di «qualcuno» che resta uguale a se stesso. Senza questa fedeltà, nessuna fiducia negli altri è possibile, di conseguenza nessuna società umana degna di questo nome può esistere.
E di nuovo incontriamo la realtà espressa dalla nozione biblica del nome. Essere una persona vuol dire avere un nome. Questo nome, dato da altri, stabilisce e manifesta un'identità nel tempo. Attraverso il mio nome sono inserito nel libro delle generazioni, da ora in poi sono messo in un contesto che mi permette di essere la persona unica che io sono. Compreso e usato correttamente, il mio nome non mi imprigiona, non mi blocca in uno stato di inerzia paralizzando la mia creatività e condannandomi all'immobilità. Al contrario, esprime il nucleo del mio essere, il perno attorno al quale posso far uso della mia libertà per crescere e andare verso gli altri. Il nome mi inserisce nel mondo interpersonale e mi impedisce di rinchiudermi in me stesso, di restare soggetto alla costante fluttuazione del mio stato interiore.
Un mondo senza impegno e senza fedeltà è un mondo non umano, o meglio disumano. A dire il vero, non è affatto un mondo perché parlare del mondo implica parlare di significati condivisi e comuni. Una simile esistenza senza radici in un terreno comune obbligherebbe a reinventare il proprio mondo giorno dopo giorno, a vivere senza potersi fidare degli altri, ad essere costretti a determinare in ogni momento fino a che punto si può arrivare. Sarebbe come un tentativo di giocare un gioco le cui regole possono cambiare in ogni momento e le alleanze fra i giocatori anonimi variano costantemente.

Questa immagine descrive forse la triste situazione odierna di alcuni individui? Ebbene, la Parola sull'adulterio offre una visione dell'esistenza umana radicalmente differente dalla libertà intesa come l'assenza di legami. Proteggendo il sì di un impegno per la vita nel matrimonio, Dio garantisce la stabilità di ogni relazione umana e accorda agli esseri umani il potere di dare la loro parola, una parola che, data e ricevuta, crea qualcosa di nuovo. Così nasce tra di noi la fiducia, e questa fiducia reciproca rende possibile una vita comune con i nostri simili. Seguendo la logica delle Dieci Parole, il dono della vita porta inesorabilmente a una vita condivisa, a partire dalla quale nuove vite possono nascere e svilupparsi. La vera libertà si sviluppa in una rete di relazioni accettate coscientemente, destinate a crescere e svilupparsi nel tempo.