Frère John di Taizé
VERSO UNA TERRA DI LIBERTÀ
Una rilettura dei dieci comandamenti
EDIZIONI MESSAGGERO PADOVA 2005
Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il
mio cuore.
Dopo la tutela della vita, la seconda realtà che Dio vuole
proteggere è la coppia, più precisamente ancora, la famiglia. Nelle prime pagine
della Bibbia la coppia uomo-donna rappresenta la relazione umana fondamentale,
quella che le riassume tutte, («Non è bene che l'uomo sia solo», Gn 2,18);
possiamo dunque affermare che, in un senso più ampio, questa Parola protegge
tutte le relazioni fra gli esseri umani perché, dopo la vita stessa, ciò che conta
maggiormente, è la vita con gli altri. Gli esseri umani non sono creati per la solitudine; senza le differenti
forme di relazione che caratterizzano la nostra esistenza sulla terra, nessuna
vita umana degna di questo nome sarebbe possibile.
Per capire questa Parola, riguardante il matrimonio e la
famiglia, riprendiamo ancora una volta le parole che provengono dai testi delle
origini e che abbiamo già esaminato nel contesto della relazione con il padre e
la madre:
Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne (Gn 2,24).
Ciò che adesso ci interessa è la seconda parte della frase.
In essa si afferma che, quando qualcuno abbandona il padre e la madre, lo fa per
unirsi a un altro essere umano e diventare insieme una sola carne.
Malgrado ciò che saremmo tentati di immaginare, l'espressione ebraica non si
riferisce in particolare all'atto sessuale. Una traduzione più fedele sarebbe: «[...] ed essi diventano una sola [nuova] realtà
umana». Al di là dell' espressione corporea di questa nuova unione, le parole
una sola carne indicano l'unione in se stessa, la costituzione di una
nuova unità familiare. Il testo ci introduce così a una stupefacente verità, a
condizione che sappiamo raggiungere il distacco necessario per contemplarla
correttamente: le radici di una nuova famiglia non sono biologiche, sono umane.
Detto in altri termini, una famiglia non comincia semplicemente perché gli
esseri umani sono in grado di avere dei discendenti: i conigli, le pecore e
anche i rospi possono fare questo altrettanto bene, se non forse meglio. Ciò che
costituisce una famiglia è piuttosto un atto umano, definito in questo passaggio
della Genesi «lasciare» e «unirsi», un'azione che si potrebbe descrivere con
parole quali «scelta», «promessa» o «impegno». Dio utilizza l'atto con il quale
due esseri umani fanno una scelta libera promettendo di impegnarsi l'uno verso
l'altro per sempre come fondamento per l'origine e lo svilupparsi della vita
umana.
Fermiamoci un istante per render ci conto di quanto, tutto
questo, sia significativo. Lo studio delle parole onora il padre e la
madre ci fa capire che tutti noi riceviamo la vita da parte di Dio per mezzo
di altri. La nostra esistenza non è un inizio assoluto e tutti siamo nati in un
mondo già esistente. C'è qualcosa di «donato» che ci permette di essere noi
stessi, un punto di partenza per il nostro sviluppo in quanto persone. Noi
possiamo, anzi dobbiamo, modificare ciò che abbiamo ricevuto, utilizzandolo in
differenti maniere, ma non possiamo assolutamente negarlo o farne un'astrazione. Ora, questo mondo «donato», che sembra al bambino qualcosa di immutabile
come le stelle del cielo e le colline all'orizzonte, di fatto, è il risultato di
scelte umane! Anche la nostra famiglia biologica è «biologica» solo in un senso
secondario: essa è innanzitutto umana.
Ciò si vede chiaramente osservando un matrimonio autentico.
Dio utilizza l'impegno a vita di due persone per creare una nuova realtà umana e
questa diventa a sua volta un «ambiente donato» per altri esseri umani che
ancora devono nascere. Di conseguenza, gli esseri umani non sono co-creatori con
Dio solo in quanto capaci fisicamente di donare la vita, benché ciò sia già un
grande miracolo, essi sono co-creatori perché Dio conferisce ad alcune delle
loro scelte il potere di determinare la vita dei loro figli, di creare la
matrice che ne permette lo sviluppo in quanto persone. Da questo deriva che,
oltre alla vita stessa, Dio protegge i legami che uniscono delle persone in una
relazione stabile che conduce alla nascita e alla crescita di altri esseri
umani.
Quanto abbiamo detto offre una chiave per comprendere
l'insegnamento di Gesù riguardo al divorzio. Come in altre occasioni, egli non
fa che rendere pienamente esplicito quanto era già implicito nelle Dieci Parole
e nella tradizione del suo popolo trasmessa dalle Scritture. Se Dio, per rendere
possibile la creazione di una nuova realtà umana, si impegna a fianco degli
esseri umani che si consacrano nel matrimonio, siamo allora di fronte a un gesto
irrevocabile. L'atto creatore di Dio non può essere annullato dai capricci del
comportamento umano. «Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello
dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi» (Mt 19,6). Per rendere più chiaro il vero
significato di queste parole, dovremmo forse tradurre: l'uomo non può
separare... In questo caso, come sempre, l'etica segue l' ontologia: immaginare
che gli esseri umani possano disfare l'opera del Creatore, rappresenta un
controsenso. Quando provano a farlo abbandonano il mondo reale per un mondo
irreale che loro stessi si sono inventati. Se lo scioglimento del legame
matrimoniale è stato tollerato come concessione di fronte ai limiti umani in
certi momenti e in determinati luoghi, questo stato di cose non esprime tuttavia
il vero significato di tale impegno nei confronti di Dio.
Non è un segreto per nessuno che, fra tutte le Dieci Parole,
questa è la più difficile da recepire nel mondo attuale. Ciò per diverse
ragioni. La rapidità del progresso tecnologico ha portato una grave minaccia ai
valori e ai legami tradizionali. Nuove e immense possibilità sono offerte
all'umanità, a tal punto che le relazioni fra gli esseri umani sono diventate
molto più fragili, avendo perduto il loro radicamento socio culturale in un
mondo che somiglia sempre di più alla piazza di un mercato su scala planetaria.
La separazione progressiva e inesorabile fra la sessualità e la procreazione
mette in gioco la nozione stessa del matrimonio in quanto elemento normativo.
Una comprensione individualista ed egocentrica della libertà fa apparire l'idea
stessa di un impegno definitivo come una intollerabile costrizione. Per queste
ad altre ragioni, l'insegnamento tradizionale in questo campo, per molti dei
nostri contemporanei, sembra impossibile da realizzare, sia per coloro che si
rallegrano rispetto a questa nuova etica di libertà, sia per quelli che guardano con nostalgia al passato e rimpiangono un'epoca passata
dove tutto era senza dubbio più semplice.
Questa dissociazione fra sessualità e procreazione meriterebbe una disamina approfondita che evidenzi la vera posta in gioco, al di là delle vecchie dispute, sfortunatamente troppo limitate, circa «i fini del matrimonio» o «i metodi contraccettivi». In ultima analisi, con la nostra sessualità siamo messi in comunicazione, a livello corporeo, con le fonti della vita e della creazione. Ora, presso i popoli tradizionali, in particolare nella Bibbia (vedi il capitolo precedente), tutto ciò che tocca il mistero della vita è sacro e dunque possiede un significato inesauribile. Isolata artificialmente dal suo vero contesto, la sessualità non può che soccombere alla banalizzazione, e questo avrà come conseguenza, in tempi più o meno lunghi, la perdita di significato della vita stessa, ormai ridotta a un semplice mezzo soggetto alla manipolazione.
Quale scenario si apre sul nostro avvenire? Innanzitutto, è inutile negarlo, ci troviamo in un nuovo contesto culturale che ci obbliga a recepire diversamente la Parola sull' adulterio. Quando i cristiani si limitano ad affermare le vecchie proibizioni con una veemenza che, forse, tradisce un' angoscia nascosta, inconsciamente non fanno che allargare il fossato fra loro e la società circostante. La Chiesa è allora considerata come qualcosa che non incide sulla vita contemporanea oppure come avversaria alla piena realizzazione umana. Ancora una volta, in fin dei conti, il problema non è etico bensì antropologico e ontologico. In altre parole, la prima domanda non è «Cosa fare?» ma piuttosto «Chi siamo, in quanto esseri umani? Qual è il senso dell' esistenza umana?». Ampi strati della società contemporanea hanno la loro risposta implicita a queste domande, ciò li porta a scegliere comportamenti che possono soddisfare o non soddisfare coloro che li praticano. Se i credenti nel Dio della Bibbia vivono diversamente da coloro che hanno intorno, sarà loro responsabilità cogliere e spiegare perché tale modo di vivere corrisponde a una visione autentica dell' esistenza umana (cfr. 1Pt 3,15).
In questo senso il crollo di forme di comportamento del
passato può paradossalmente essere un'opportunità, perché ci obbliga a
riflettere coscientemente sul senso della nostra esistenza. Una simile crisi di
valori ci mette soprattutto di fronte alla necessità di capire ciò che sta alla
radice di ogni relazione pienamente umana, non solo relativamente alla coppia.
Se 1'essenza di una relazione, espressa nel modo più semplice possibile, sta
nella continuità e nella stabilità di una vita comune, ne consegue che, senza
l'intenzione di permettere questa continuità, non si può assolutamente parlare
di relazione. lo devo poter contare sul fatto che domani l'altro ci sarà per me
in maniera continuativa rispetto al modo con cui questa stessa persona c'era
ieri e c'è oggi. Questo consenso alla continuità nel tempo è un impegno, una
promessa. Promettendo o impegnandomi, offro qualcosa che non posso riprendermi
perché non mi appartiene più; faccio un gesto che non posso più disfare. Questo
non vuol dire che gli impegni non possono modificarsi, evolversi, diventare
più forti o più fragili, e neppure che ogni forma di impegno ci lega
necessariamente per tutta la vita. Si tratta semplicemente di rendersi conto che
una relazione, per essere umana, ha bisogno di una dimensione di fedeltà: noi ci aspettiamo che le persone
agiscano verso di noi con continuità, in maniera conforme con il loro
comportamento passato. E questa continuità di comportamento si radica in una
continuità sul piano dell' essere, della persona: noi possiamo contare sul fatto
che ci saranno per noi, nel futuro, in maniera coerente rispetto alla loro
presenza nel passato. Abbiamo bisogno di credere che, in seno alle vicissitudini
della storia personale e collettiva, c'è la presenza di «qualcuno» che resta
uguale a se stesso. Senza questa fedeltà, nessuna fiducia negli altri è
possibile, di conseguenza nessuna società umana degna di questo nome può
esistere.
E di nuovo incontriamo la realtà espressa dalla nozione
biblica del nome. Essere una persona vuol dire avere un nome. Questo nome, dato
da altri, stabilisce e manifesta un'identità nel tempo. Attraverso il mio nome
sono inserito nel libro delle generazioni, da ora in poi sono messo in un
contesto che mi permette di essere la persona unica che io sono. Compreso e
usato correttamente, il mio nome non mi imprigiona, non mi blocca in uno stato
di inerzia paralizzando la mia creatività e condannandomi all'immobilità. Al
contrario, esprime il nucleo del mio essere, il perno attorno al quale posso far
uso della mia libertà per crescere e andare verso gli altri. Il nome mi
inserisce nel mondo interpersonale e mi impedisce di rinchiudermi in me stesso,
di restare soggetto alla costante fluttuazione del mio stato interiore.
Un mondo senza impegno e senza fedeltà è un mondo non umano,
o meglio disumano. A dire il vero, non è affatto un mondo perché parlare del
mondo implica parlare di significati condivisi e comuni. Una simile
esistenza senza radici in un terreno comune obbligherebbe a reinventare il
proprio mondo giorno dopo giorno, a vivere senza potersi fidare degli altri, ad
essere costretti a determinare in ogni momento fino a che punto si può arrivare.
Sarebbe come un tentativo di giocare un gioco le cui regole possono cambiare in
ogni momento e le alleanze fra i giocatori anonimi variano costantemente.
Questa immagine descrive forse la triste situazione odierna di alcuni individui? Ebbene, la Parola sull'adulterio offre una visione dell'esistenza umana radicalmente differente dalla libertà intesa come l'assenza di legami. Proteggendo il sì di un impegno per la vita nel matrimonio, Dio garantisce la stabilità di ogni relazione umana e accorda agli esseri umani il potere di dare la loro parola, una parola che, data e ricevuta, crea qualcosa di nuovo. Così nasce tra di noi la fiducia, e questa fiducia reciproca rende possibile una vita comune con i nostri simili. Seguendo la logica delle Dieci Parole, il dono della vita porta inesorabilmente a una vita condivisa, a partire dalla quale nuove vite possono nascere e svilupparsi. La vera libertà si sviluppa in una rete di relazioni accettate coscientemente, destinate a crescere e svilupparsi nel tempo.