PICCOLI GRANDI LIBRI   Frère John di Taizé
VERSO UNA TERRA DI LIBERTÀ
Una rilettura dei dieci comandamenti

EDIZIONI MESSAGGERO PADOVA 2005

Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore.
(Sal 119,32)

Io sono il Signore, tuo Dio
Non avrai altri dèi di fronte a me Ricordati del giorno di sabato per santificarlo Onora tuo padre e tua madre
Non uccidere Non commettere adulterio Non rubare
Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo Non desiderare la casa del tuo prossimo
Gesù e le Dieci Parole

Non rubare.
(Es 20,15; Dt 5,19)

La terza Parola che troviamo in questo gruppo si riferisce alla protezione divina contro una forma di violenza che però non è così forte da minacciare la vita. Alcuni biblisti, basandosi su una tradizione antica, preferiscono tradurre: «Tu non commetterai rapimenti». Secondo loro, questa Parola si riferiva in origine alla pratica di sequestrare qualcuno per poi venderlo come schiavo, dunque un crimine più grave rispetto alla semplice sottrazione di beni (cfr. Es 21,16). Questa interpretazione significherebbe che, oltre la vita e le relazioni umane, anche la libertà di disporre della propria esistenza è un bene supremo protetto da Dio.
La tradizione fondamentale, tuttavia, ha attribuito questa Parola al furto dei beni materiali e anche in questo caso troviamo un' ampia giustificazione nella logica del testo. Dopo aver parlato della vita, e poi delle relazioni umane che culminano nel matrimonio e nella famiglia, le Dieci Parole esaminano ora il legame fra gli esseri umani e il mondo materiale. Dio salvaguarda anche la relazione che unisce gli uomini al sostrato infra-umano della loro esistenza.
Questa Parola ha un significato antropologico profondo, essa ci ricorda che non siamo angeli e neppure fantasmi. Siamo degli spiriti incarnati, il punto d'incontro fra il mondo spirituale e il mondo fisico. I filosofi greci parlavano dell'uomo come uno zoon logikon, che possiamo tradurre più o meno fedelmente con il termine «animale razionale». Sebbene in modo differente, anche la visione biblica, a sua volta, riconosce la natura composita o intermediaria dell'essere umano. Ciò si vede chiaramente nel secondo racconto della creazione, nel libro della Genesi:

Allora il Signore Dio plasmò l'uomo (adam) con polvere del suolo (adamah) e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente (Gn 2,7).

Gli esseri umani sono tratti dalla terra, più esattamente dal suolo, ma allo stesso tempo possiedono in essi un' altra cosa, una scintilla di vita che proviene direttamente dal Creatore. Sono a casa loro sulla terra - e tuttavia non del tutto. Questa seconda dimensione si esprime, fra l'altro, attraverso un desiderio mai pienamente soddisfatto dai beni di questo mondo, una nostalgia espressa mirabilmente da san1'Agostino all'inizio della sua autobiografia spirituale: «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te» (Confessioni I, 1).
La Parola che consideriamo, tuttavia, ci ricorda con forza l'altro aspetto della natura umana, quello riassunto nell'equazione adam-adamah. Noi non siamo puri spiriti bensì esseri incarnati, da ciò consegue che una relazione con il mondo fisico è necessaria per essere pienamente noi stessi. In questo senso occorre sottolineare che la Bibbia, a differenza di molte altre filosofie e forme di spiritualità, ivi comprese quelle dei greci che abbiamo appena citato, non disprezza per nulla il lato materiale dell'esistenza. Secondo alcuni modi di pensare, ciò che è spirituale è buono, ciò che è materiale è cattivo; il bene supremo che gli esseri umani possono raggiungere sta nel rompere ogni contatto con il mondo materiale per godere di un'esistenza puramente spirituale. Tutto questo arriva alla sua pienezza solo con la morte, ma può essere almeno in parte anticipato, già nella vita terrena, attraverso pratiche ascetiche per mezzo delle quali ci si sforza di distaccarsi il più possibile dalla materia e dai suoi effetti di corruzione. L'autentica visione giudaico-cristiana ha molto poco in comune con questa maniera di guardare resistenza. TI primo capitolo della Genesi ci presenta un Dio creatore di tutte le cose, delle realtà invisibili come di quelle visibili, e ci dice che «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gn 1,31) . Tutte le cose create da Dio, che è buono, sono a loro volta cose buone. TI male non proviene dalla materia, bensì da una confusione di priorità, da un abuso delle realtà create quando il relativo viene assunto ad assoluto. Non si insisterà mai troppo sul fatto che, secondo la Bibbia, la dimensione fisica o materiale dell' esistenza è incapace, di per se stessa, di corrompere, perché «tutto è puro per i puri» (Tt 1,15).
Una visione delle cose che neghi l'importanza del mondo materiale, sembrerebbe avere solo un interesse storico, rappresentare solo il residuo di un'epoca passata. Di fatto, la situazione è più complessa. A parte alcune minoranze che seguono esplicitamente spiritualità o filosofie che rifiutano il mondo, la nostra società dell' abbondanza, dove regna un consumismo sfrenato, testimonia a suo modo una sorta di disprezzo dei beni di questa terra. Questa mentalità considera le cose materiali unicamente come l'oggetto di un piacere e non come dei compagni di viaggio per l'uomo durante il suo pellegrinaggio sulla terra. Questo disprezzo è aggravato dal grande progresso dei mezzi di comunicazione che viviamo ai nostri giorni, esso impone ai nostri contemporanei di vivere sempre più in un mondo «virtuale», un mondo che, alla fine dei conti, esiste solo nelle loro teste. La distruzione dell' ambiente naturale, contro la quale il movimento ecologista non cessa di metterci in guardia, è di fatto una conseguenza di questa incapacità di discernere il giusto valore delle cose. In un certo senso, si tratta di una forma di furto. Siamo davvero lontani dalla visione unificata del cosmo, così ben articolata da san Francesco d'Assisi nel suo «C antico delle creature», siamo sul punto di cadere in un nuovo manicheismo.
La Parola che si riferisce al furto, da parte sua, invita a valorizzare il mondo materiale senza farne un oggetto della nostra bramosia. Essa difende il diritto degli esseri umani a una vita completa e ciò implica necessariamente un rapporto con le cose materiali. Ciò è vero innanzitutto per quanto riguarda la semplice sopravvivenza fisica. Gli esseri umani, per restare in vita, hanno bisogno di nutrimento, di un alloggio e di vestiario; privarli di tutto questo è dunque una forma indiretta ma efficace di ucciderli. Tuttavia non si deve ridurre il significato di questo insegnamento alla sola necessità di assicurare la sopravvivenza. Poiché siamo degli esseri incarnati, le cose materiali entrano nella formazione della nostra identità nel senso pieno del termine; è questa verità che sta alla base del diritto di possedere i beni di questo mondo. Chi fra di noi non possiede oggetti a lui particolarmente cari, oggetti che spesso non hanno alcun valore per un altro, ma che sono insostituibili ai suoi occhi? Potrebbe trattarsi di un abito usato o di un vecchio libro, una fotografia oppure un disco, la cui perdita ci farebbe sentire amputati di una parte del nostro essere. Di fatto un tale oggetto è un' estensione del nostro corpo. E il corpo non è soltanto qualcosa che noi abbiamo, ma anche qualcosa che siamo. Questa Parola definisce allora l'essere umano come parte integrante dell'universo, unito al mondo materiale da legami indissolubili. Non per nulla i profeti d'Israele non hanno mai considerato la salvezza come una condizione disincarnata, mai l'hanno situata in qualche universo astratto. Essi, piuttosto, aspettavano la trasfigurazione del mondo conosciuto in un mondo di shalom, di armonia e di prosperità, un paradiso dove la creazione non è annichilita ma riconciliata:

Il lupo dimorerà insieme con l'agnello,
la pantera si sdraierà accanto al capretto.
Il vitello e il leoncello pascoleranno insieme
e un fanciullo li guiderà.
La vacca e l' orsa pascoleranno insieme;
si sdraieranno insieme i loro piccoli.
Il leone si ciberà di paglia come il bue.
Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide;
il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.
Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno
in tutto il mio santo monte,
perché la saggezza del Signore riempirà il paese
come le acque ricoprono il mare

(Is 11,6-9).

Il Nuovo Testamento segue questa linea quando parla di «nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia» (2Pt 3,13). L'espressione più profonda di questa visione delle cose si trova nella dottrina della risurrezione della carne: l'universo materiale, rappresentato dai nostri corpi, non è nocivo e neppure privo di senso. Non dovrà essere abbandonato bensì trasfigurato per poter entrare in una comunione eterna con Dio.
Cercando di comprendere il significato della Parola contro il furto, è importante non cadere nella trappola di considerare tutto questo come una giustificazione assoluta del diritto alla proprietà privata. Una simile comprensione ideologica del divieto è stata da sempre una tentazione, usata generalmente per mascherare motivazioni interessate, come se Dio fosse definitivamente dalla parte dell' economia capitalista contro ogni forma di socialismo. Di fatto, come è stato sottolineato all'inizio del nostro approfondimento, il contesto implicito delle Dieci Parole è quello dell'Alleanza con Dio, e ciò suppone un' etica di solidarietà. Quando questa è applicata ai beni materiali, la solidarietà si chiama condivisione. Ogni presunto «diritto» alla proprietà trova il suo senso e la sua giustificazione unicamente nel più ampio quadro di una società fondata implicitamente sulla condivisione. E in una società di condivisione e di assistenza reciproca, il valore della persona e il sentimento di sicurezza non provengono da ciò che si possiede, ma dai rapporti che si hanno verso gli altri. La cupidigia perde allora il suo veleno e il furto la sua ragione d'essere.
Da parte loro, i profeti d'Israele vedevano chiaramente il legame fra la dimenticanza di Dio e l'erosione della solidarietà nel suo popolo. Migliaia di anni prima di Karl Marx, si rendevano conto che la miseria e l'ineguaglianza non erano fatti naturali ma, in gran parte, conseguenze dell'egoismo umano. Nell'ottavo secolo prima dei nostri giorni, il profeta Amos già descriveva in che modo l'impoverimento degli uni scaturiva dall' arricchimento di altri:

[...] hanno venduto il giusto per denaro
e il povero per un paio di sandali;
essi che calpestano come la polvere della terra
la testa dei poveri
e fanno deviare il cammino dei miseri [...]
 Ascoltate queste parole,
o vacche di Basàn,
che siete sul monte di Samaria,
che opprimete i deboli, schiacciate i poveri [...]

(Am 2,6-7; 4,1).

Qualche secolo più tardi, un altro profeta descrive il culto gradito a Dio:

Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi
e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato,
nell' introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?

(Is 58,6-7)

E all' epoca del Nuovo Testamento, uno dei capi della prima comunità cristiana metteva in guardia il proprio gregge contro i favoritismi verso i benestanti di questo mondo:

Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d'oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: «Tu siediti qui comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti in piedi 11», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi? Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? (Gc 2,2-5)

Nel successivo cammino della chiesa cristiana, una simile nozione della solidarietà fra tutti ha sempre mitigato ogni considerazione circa la proprietà privata come diritto assoluto. Nella città di Milano, nel quarto secolo, il vescovo Ambrogio scriveva ai ricchi:

Tu non fai dono del tuo al povero, ma gli restituisci il suo, perché tu usufruisci da solo di ciò che è stato dato in uso a tutti, in comune. La terra è di tutti, non soltanto dei ricchi. Ma sono molto meno numerosi quelli che la sfruttano di quelli che non ne godono. Tu dunque restituisci qualcosa di dovuto, non fai dono gratuitamente di qualcosa di superfluo (Nabot il povero, 53).

I teologi cristiani hanno spesso sostenuto che, nel caso ipotetico di un povero che prendesse del pane dalla tavola di un ricco per evitare a se stesso e alla propria famiglia di morire di fame, non si tratterebbe di furto. O più esattamente un furto si era precedentemente consumato quando la cupidigia del ricco lo portava a trattenere per se stesso ciò che era superfluo per lui, ma necessario alla sopravvivenza di altri. Anche se egli ha acquisito la sua ricchezza attraverso modalità legali e oneste, il suo egocentrismo e il suo rifiuto a condividere rompono l'Alleanza divina e contraddicono il divieto contro il furto. Non è inutile domandarsi se il nostro mondo attuale, nel suo insieme, non sia per certi versi simile all' esempio sopra riportato, se anche noi non stiamo vivendo, su scala planetaria, la parabola del ricco malvagio e del povero Lazzaro (Lc 16,19-21). Se Dio protegge il legame fra gli esseri umani e i loro beni materiali, lo fa sicuramente per permettere a tutti di trarre profitto dalle cose di questa terra e poter assaporare la felicità di condividere con gli altri ciò che hanno ricevuto.