Frère John di Taizé
VERSO UNA TERRA DI LIBERTÀ
Una rilettura dei dieci comandamenti
EDIZIONI MESSAGGERO PADOVA 2005
Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il
mio cuore.
| Io sono il Signore, tuo Dio | ||
| Non avrai altri dèi di fronte a me | Ricordati del giorno di sabato per santificarlo | Onora tuo padre e tua madre |
| Non uccidere | Non commettere adulterio | Non rubare |
| Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo | Non desiderare la casa del tuo prossimo | |
| Gesù e le Dieci Parole | ||
Non pronunciare
falsa testimonianza
contro il tuo prossimo.
(Es 20,16; Dt 5,20)
Questa Parola introduce un cambiamento di livello rispetto
alle tre che la precedono. Fino ad ora si trattava di forme differenti
d'interazione diretta fra gli esseri umani. Dio protegge gli aspetti essenziali
dell' esistenza vietandoci di togliere, in maniera violenta, la vita, la sposa o
i beni altrui. Per rendere possibile una società libera e felice, i gesti umani
devono essere fondati sul rispetto e sulla dignità di tutti. lo sono tenuto ad
agire verso gli altri nello stesso modo in cui vorrei che gli altri agissero nei
miei confronti.
La Parola che adesso consideriamo mira allo stesso obiettivo,
ma, per così dire, a un diverso livello. Cominciamo dal senso letterale. Almeno
per una cosa, il mondo dell' epoca non era differente da quello dei nostri
giorni: delle controversie sorgevano inevitabilmente fra le persone e i gruppi
rispetto ai comportamenti da considerare come onesti e giusti. Prendiamo per
esempio due contadini che rivendicano la stessa mucca. Se non erano in grado di
regolare la questione pacificamente fra di loro, andavano «alle porte della
città», là dove c'erano gli uomini più rispettati del luogo (<<gli anziani») ed
esponevano il problema davanti a loro. Dopo aver esaminato i fatti e ascoltato i
testimoni, questi giudici prendevano una decisione che le parti erano tenute a
rispettare in conseguenza della pressione sociale.
Ora, questo sistema giuridico, rudimentale ma efficace,
rendeva però possibile una forma di danno di qualità diversa da quelle che
abbiamo esaminato fino ad ora. Anziché prendere direttamente la mucca del mio vicino, posso mentire ai giudici o, meglio ancora, assoldare qualcuno che testimoni che quella bestia mi
appartiene veramente, che mi ha visto mentre la compravo. Dare una falsa
testimonianza è dunque un modo indiretto di esercitare la violenza contro
l'altro, danneggiando le leggi che regolano i rapporti fra gli esseri umani.
Piuttosto che utilizzare la forza o la costrizione fisica allo scopo di manipolare gli altri, si tratta, in questo caso, di una
violenza verso la rappresentazione della realtà secondo la quale ci orientiamo
nel mondo.
Dovrebbe essere chiaro che un danno di questo tipo, benché
meno drammatico di un furto o un assassinio compiuti direttamente, è di fatto
più insidioso; esso demolisce le fondamenta stesse di una società giusta.
Tremila anni fa, i profeti d'Israele avevano già compreso che una simile
manipolazione del sistema giuridico portava a una società basata sulla legge del
più forte, dove i ricchi sarebbero diventati sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Una
situazione ancora più disastrosa capita quando gli stessi giudici sono corrotti,
perché da quel momento le fondamenta sono inquinate e resta poca speranza di
stabilire la giustizia. È per questa ragione che i profeti e coloro che
seguivano i loro insegnamenti avevano come bersaglio preferito le persone che
non utilizzavano l'autorità ricevuta per giudicare con integrità, chiudendo gli
occhi di fronte al male e ricevendo in cambio ricompense in natura o in denaro:
[...] perché so che numerosi sono i vostri misfattt;
enormi i vostri peccati.
Essi sono oppressori del giusto, incettatori di
ricompense
e respingono i poveri nel tribunale [...].
I tuoi capi[...] tutti sono bramosi di regali,
ricercano mance,
non rendono giustizia all'orfano
e la causa della vedova fino a loro non giunge [...].
[Essi] assolvono per regali un colpevole
e privano del suo diritto l'innocente
(Am 5,12; 1s 1,23; 5,23; cfr. Sal 82; 58).
Andando al di là del divieto di questo o quell'atto di violenza, la Parola sulla falsa testimonianza mira alla rappresentazione che gli esseri umani fanno della realtà attraverso il linguaggio e altri mezzi simbolici. Rilanciando un tema che abbiamo già rimarcato più volte nel nostro approfondimento sulle Dieci Parole, questa Parola sottolinea a sua volta la grande importanza del linguaggio umano. Le parole sono un mezzo per essere co-creatori con Dio ma anche per distruggere, una maniera di esercitare una sottile e corrosiva violenza contro il mondo reale. Un responsabile cristiano dei primi tempi, al seguito dei saggi d'Israele, ha capito l'importanza del linguaggio umano, sia nel bene che nel male:
Se riusciamo a mettere il freno in bocca ai cavalli e ci obbediscono, noi li guidiamo interamente. Ecco che anche le navi, pur essendo così grandi e spinte da venti impetuosi, sono guidate da un timone minuscolo, a pieno arbitrio del nocchiero. Così anche la lingua è un membro minuscolo, ma può vantare imprese straordinarie [...]. Con essa noi lodiamo Dio, Signore e Padre, e, sempre con essa, malediciamo gli uomini, che sono stati fatti a somiglianza di Dio. Dalla medesima bocca viene fuori benedizione e maledizione (Gc 3,3-5.9-10; cfr. Pro 15,4; 18,21; Sir 5,13; 28,13-26).
Il posto dove è collocata la Parola sulla falsa
testimonianza, proprio dopo una serie di Parole sulle differenti specie di azioni malvagie, rivela una verità
psicologica profonda. Ci fa capire che è molto difficile per gli esseri umani
agire contro il bene e ammetterlo, sia a se stessi sia agli altri. Compiere il
male è quasi inevitabilmente accompagnato dal diniego del male che è
stato fatto. Siamo abitati dal bisogno di spiegare il nostro comportamento, lo
giustifichiamo, rimandando a circostanze particolari, a pressioni eccezionali,
collochiamo la nostra azione o la nostra omissione in un contesto che la
giustifica o quanto meno la fa apparire inevitabile. In breve, creiamo un
universo parallelo, un mondo irreale accanto a quello reale e, in molti casi,
questa violenza fatta nei confronti della realtà è un misfatto ancora più grande
del crimine in se stesso.
In questo modo, il più grande potere degli esseri umani,
quello cioè di appartenere a un mondo in cui il linguaggio è mediatore, diventa
allo stesso tempo il più grande tranello. L'immaginazione può ampliare i nostri
orizzonti e permetterci di vedere nuove possibilità al di là della routine che
ci rinchiude; ma può anche essere una maniera per fuggire dal reale o, peggio
ancora, per imprigionarci insieme con altri in un falso universo che è, di
fatto, una proiezione della nostra immagine. L'aspetto più temibile di questo
mondo fittizio che noi creiamo attraverso le nostre menzogne è che Dio non è
presente in esso. Poiché Dio è per definizione Realtà assoluta, quando ci
lasciamo dietro la realtà per seguire le nostre elucubrazioni chimeriche,
attraverso questo solo atto escludiamo Dio dalla nostra vita. Dio non può
seguirci in un mondo autoreferenziato, e ciò spiega in modo esaustivo perché
tali mondi oscillano fra una smisurata speranza e la disperazione senza ritorno.
La società odierna è basata a un livello senza precedenti
sulla trasmissione della realtà attraverso le parole, le immagini e altri mezzi
simbolici ritrasmessi e amplificati attraverso la tecnologia. Oggi più che mai,
nella storia del nostro pianeta, siamo privi di un contatto diretto con le cose.
L'informatica ci ha dato una parola, già utilizzata in questo testo, per
esprimere questa pseudo-creazione di un universo parallelo: lo chiamiamo
virtuale. A
questo riguardo, ciò su cui occorre insistere è che la fonte
della difficoltà non è affatto nella capacità umana di simbolizzare la realtà,
talvolta dando prova di molta immaginazione; ciò che è grave è la perdita di
legame fra il «virtuale» e il reale. Quando questo legame viene distrutto
coscientemente e deliberatamente, possiamo parlare di menzogna, ma anche quando
questo atto non è del tutto consapevole, gli effetti non sono però meno gravi.
Ai giorni nostri, le persone sono aggredite da infinità di rappresentazioni
provenienti da ciò che noi definiamo mass media, ciò permette il diffondersi di
un'implicita visione dell' esistenza umana. Ora, molte di queste
rappresentazioni hanno pochissimi legami con la nostra vera condizione. La vita
che esse dipingono, in pratica non è accessibile a nessuno e, anche se,
attraverso una specie di magia, si potesse accedere a una tale esistenza, essa
sarebbe comunque incapace di portare la felicità e la pienezza che invece pare
promettere. Tuttavia, agli occhi di molti contemporanei, questa «realtà
virtuale» sembra più reale della vita che essi conducono, e ciò, in ultima
analisi, non può che condurre alla delusione, alla frustrazione, al vuoto.
Attraverso 1'ostinata ricerca di una vita in un mondo irreale, ci distacchiamo dalla vera Sorgente della vita e dunque dalle
possibilità di una vera felicità.
Nel Vangelo secondo san Giovanni, Gesù esprime chiaramente il
legame fra la violenza contro le persone da un lato, e la violenza fatta alla
realtà mediante le parole di un altro. Partendo dal significativo fatto che i
suoi avversari vogliono ucciderlo in quanto persona venuta per testimoniare la
verità, cioè la realtà su Dio e sull' esistenza umana, egli spiega:
[...] voi che avete per padre il diavolo,
e volete
compiere i desideri del padre vostro.
Egli è stato omicida fin da principio
e
non ha perseverato nella verità,
perché non vi è verità in lui.
Quando dice il
falso, parla del suo,
perché è menzognero e padre della menzogna
(Gv 8,44).
Il male, personificato nella figura del Separatore (diabolos),
è allo stesso tempo nemico della vita e avversario della verità, un omicida
e un bugiardo. In mancanza di un collegamento con la realtà e senza vera
esistenza (perché ciò implicherebbe un legame di comunione con Dio), il male non
può essere che distruttore - in ultima analisi autodistruttore. Nell'Apocalisse
di san Giovanni, questa relazione fra la distruzione della vita e la menzogna è
manifestata in maniera ancora più drammatica. Il grande drago («il serpente
antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana», Ap 12,9) trasmette la sua
potenza a una bestia che sale dal mare (13,1-2) per portare la guerra contro il
popolo di Dio (13,7). Questa prima bestia è seguita da un' altra che arriva
dalla terra; essa, utilizzando i suoi poteri di persuasione, «costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia [...] [e] seduce gli abitanti della terra» (13,12.14).
Le due lavorano fianco a fianco.
Si può vedere in queste due bestie, da un lato il potere politico che regna direttamente attraverso la violenza, dall' altro l'autorità spirituale che legittima le pretese del primo. Da un certo punto di vista, è una specie di degenerazione delle figure del re e del profeta. Quando Gesù venne messo a morte, avevamo da un lato Ponzio Pilato, simbolo della potenza politica di Roma, dall' altro, Caifa e le autorità religiose del popolo ebreo che gli avevano consegnato Gesù. Per le prime comunità cristiane nell'impero romano, le due figure rappresentano il potere dell'impero e tutti i riti che lo giustificano. Oggi, in un mondo dove la religione organizzata ha spesso perduto la capacità di orientare le anime, occorre domandarci se il posto della seconda bestia non sia di fatto occupato da ciò che noi chiamiamo i mass media, quando questi si servono di ogni astuzia della tecnica per convincere l'opinione pubblica e per giustificare gli intrighi di una società costruita sulla sabbia.
Un altro testo del Vangelo di Giovanni spiega questo legame utilizzando la simbologia luce-tenebre:
Chiunque infatti fa il male,
odia la luce e non viene alla luce
perché non siano svelate le
sue opere.
Ma chi opera la verità viene alla luce,
perché appaia chiaramente
che le sue opere sono state fatte in Dio
(Gv 3,20-21).
Più ci avviciniamo alla fine della seconda tavola delle Dieci Parole, più il centro di gravità del testo si sposta dall'interazione diretta fra gli esseri umani verso il modo con il quale essi si rendono conto di questa interazione, a partire dalla loro capacità di simbolizzare, cioè di creare un mondo attraverso significati che possono testimoniare la verità, ma anche ben dissimularla a fini egoistici. È così che Dio ci fa capire che la libertà e la vera felicità sono possibili solo se restiamo aperti alla realtà, consapevoli che essa va sempre al di là di ciò che noi possiamo cogliere a partire dal nostro punto di vista, evidentemente limitato. La logica dell' Alleanza è dunque un invito permanente a scoprire, a poco a poco, ogni dimensione della Verità, che in ultima analisi è un tutt'uno con la comunione universale.