PICCOLI GRANDI LIBRI   Frère John di Taizé
VERSO UNA TERRA DI LIBERTÀ
Una rilettura dei dieci comandamenti

EDIZIONI MESSAGGERO PADOVA 2005

Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore.
(Sal 119,32)

Io sono il Signore, tuo Dio
Non avrai altri dèi di fronte a me Ricordati del giorno di sabato per santificarlo Onora tuo padre e tua madre
Non uccidere Non commettere adulterio Non rubare
Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo Non desiderare la casa del tuo prossimo
Gesù e le Dieci Parole

 

Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo.

(Es 20,17)

Non desiderare la moglie del tuo prossimo. N on desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo.

(Dt 5,21)

L'ultima delle Dieci Parole (o le ultime in quanto, seguendo il Deuteronomio, la versione utilizzata dai cattolici e dai luterani distingue fra la moglie del «prossimo» e gli altri suoi beni, mentre le tradizioni ortodossa, riformata ed ebraica considerano il versetto come un'unica Parola) pone un particolare problema d'interpretazione. Di fatto, non si capisce bene che cosa venga aggiunto rispetto a quanto già detto. Per questo, alcuni biblisti la considerano come un doppione proveniente da una fonte indipendente, una ripresa di temi già esposti. Altri colgono la differenza nell' obiettivo considerato: si tratterebbe di forme di comportamento egoistico che non arrivano esplicitamente fino all' assassinio, all' adulterio o al furto.
La tendenza principale dell'interpretazione nelle tradizioni ebraica e cristiana, invece, ha sempre messo l'accento sul verbo, che sembrerebbe evocare un' attitudine interiore piuttosto che un atto esteriore. Occorre ricordarsi, tuttavia, che la Bibbia non stabilisce mai barriere rigide fra l'intenzione e l'azione negli esseri umani. «Desiderare», in questo contesto, non può semplicemente riferirsi a una disposizione che resta puramente interiore; la parola indica piuttosto qualcosa che comincia nel cuore umano e che poi conduce ad azioni nel mondo circostante. «Desiderare il bue del tuo prossimo», per esempio, non significa soltanto avere il desiderio che esso mi appartenga, ma piuttosto fare tutto ciò che è in mio potere affinché l'animale divenga mio.
Nondimeno, anche prendendo sul serio questo avvertimento, non ci inganniamo cogliendo che questa Parola tradisce uno spostamento di accento rispetto alle precedenti. In esse veniva descritto un comportamento chiaramente visibile e giudicabile da un osservatore esterno; ora, invece, la parte finale delle Dieci Parole ci rimanda a un percorso interiore, visibile solo a posteriori a causa delle sue conseguenze sul mondo esterno.
Questo ci permette di domandarci: quale realtà interiore della persona umana rende impossibile la vita comune in quanto portatrice di atti che distruggono il tessuto di una società fondata sulla solidarietà e sulla condivisione? Questa domanda è infinitamente più complessa di quanto potrebbe sembrare in un primo momento. La traduzione generica di questo verbo è «desiderare», ma poiché nella Bibbia il vocabolo ebraico viene spesso usato in un contesto piuttosto negativo, il verbo italiano «concupire» sembrerebbe cogliere meglio la sfumatura. Il desiderio è dunque qualcosa di riprovevole? La spiritualità biblica, così rispettosa dell'universo creato, sembra non seguire questo pensiero. Se tutto ciò che Dio ha creato è buono (Gn 1,31) e se ciò che è buono è «gradito» o «desiderabile» (Gn 2,9; 3,6), sembrerebbe difficile affermare che il desiderio umano è fondamentalmente ingannevole o malvagio, senza con ciò mettere in discussione la bontà e la saggezza divine che stanno alla radice di tutto ciò che esiste.
Un altro tentativo per risolvere tale questione sarebbe quello di ipotizzare un dualismo di fondo che collochi nel cuore umano due desideri fra loro radicalmente differenti, uno attirato verso il bene, l'altro verso il male. Occorre però constatare che questo tentativo non rende giustizia a tutta la complessità della questione. Esistono testi biblici, per esempio il Salmo 1, che potrebbero essere citati per sostenere una simile versione delle cose. I rabbini ebrei, da parte loro, parlano della buona e cattiva inclinazione (yetzer ha-tov e yetzer ha-ra') nel cuore umano, ma tali costruzioni non sono forse soltanto una traduzione, proiettata nel passato e dentro l'uomo, del fatto che in una determinata situazione gli uomini scelgono sia il bene che il male? Il dualismo è giustificato in quanto esprime le due facce di un' alternativa reale legata a ogni giudizio di valore. Ma ridurre le «due vie» a «due inclinazioni», piuttosto che far luce sulla questione, riflette forse soltanto la nostra incapacità di comprendere il male e le sue origini. La genialità spontanea della lingua ci permette di andare più lontano: il verbo ebraico hamad, come anche il greco epithumeo, il latino concupiscere e l'italiano «concupire», oscillano tutti fra due significati, «desiderare ardentemente» e «desiderare male». È come se fosse impossibile distinguere adeguatamente fra il desiderio in quanto tale e il desiderio come sorgente di atti riprovevoli.
Anche se non si può arrivare a una distinzione definitiva, sarà però possibile comprendere meglio cosa succede quando il semplice desiderio si trasforma nella tendenza a compiere il male? Una prima indicazione concerne l'intensità del desiderio. In quel momento sperimentiamo una passione smisurata, non in senso assoluto bensì relativamente all' oggetto che desideriamo. La cosa o la persona bramata sembra assolutamente necessaria per la nostra felicità, al punto da rendere intollerabile la frustrazione di non possederla; siamo pronti a fare di tutto, a infrangere ogni divieto per raggiungere il nostro scopo. In questo caso, l'oggetto desiderato è come circondato da una luce divina e ciò spiega perché la Lettera ai Colossesi definisce la concupiscenza come una forma di idolatria (Col 3,5). È in rapporto a questo che la parte finale delle Dieci Parole riprende il testo iniziale: Dio solo deve essere adorato, in altri termini, Dio solo è l'oggetto appropriato a un desiderio umano smisurato. Tutti gli altri oggetti del nostro desiderio, se non servono per soddisfare dei bisogni o delle voglie limitate, dovrebbero rimandarci a un desiderio più grande che va oltre gli oggetti stessi. Se diventano realtà assolute conducono il dinamismo dello spirito umano su un falso percorso. Quando una parte è confusa con l'intero, la nostra aspirazione universale è frustrata e il nostro cuore si disperde e si spezza.
Questo ragionamento ci porta a considerare l'altro modo in cui il desiderio può diventare perverso. Quando un desiderio totalizzante male orientato s'impadronisce del nostro essere, le legittime richieste dei nostri simili, addirittura la loro stessa esistenza, diventano cose in secondo piano. Sebbene la Parola che stiamo approfondendo parli della sposa o dei beni del nostro prossimo, quando siamo accecati da un desiderio egocentrico, l'altro non è più visto come un vicino, ma come un rivale rispetto a quella cosa. Non sopportiamo che un altro possa gustare qualcosa che ci piace, diventiamo incapaci di rallegrarci della sua felicità e l'invidia e la gelosia prendono il posto della più elementare delle simpatie. La legge della solidarietà e della condivisione, così fondamentale per l'esistenza felice delineata dall' Alleanza con Dio, è minata alla radice.
Detto in maniera più sintetica, il desiderio è perverso quando è vissuto come un bisogno, alla stessa stregua della fame o delle pulsioni sessuali. Ciò spiega la caratteristica di perentorietà dell'impulso, come la necessità di possedere, cioè di diventare un tutt'uno con l'oggetto. A causa di questa confusione di livelli, la dimensione più nobile dell' essere umano - il suo desiderio di una vita più piena, il dinamismo fondamentale del suo spirito - può trasformarsi in una forza distruttrice che rende impossibile un' esistenza veramente umana, che provoca molti danni e lascia dietro di sé la disgregazione. Se è apparentemente più facile parlare di un'inclinazione in noi verso il bene o verso il male, la tragedia e la speranza della nostra situazione provengono dalla constatazione che non è possibile risolvere tale distinzione. Lo stesso desiderio che realizza quanto c'è di più prezioso nell' esistenza, cioè la comunione con Dio e con gli uomini, rende anche possibili le cose peggiori quando si accontenta di meno rispetto al suo vero obiettivo*.
Se questa problematica sembra eccessivamente astratta, due esempi biblici ce la renderanno più concreta. In entrambi i casi si tratta di un re d'Israele. li primo è il grande re Davide. Al capitolo 11 del secondo libro di Samuele, leggiamo che Davide si innamora di una bella ragazza, una certa Betsabea. Il re avrebbe potuto avere, come sposa o come concubina, qualsiasi delle giovani ragazze nubili del suo regno; ma il suo desiderio, reso cieco all'evidenza della realtà, s'infiamma ovviamente per una donna già promessa ad un altro. Nonostante ciò, egli prende per se questa donna e, per nascondere il suo crimine, fa uccidere il marito di lei. Il brano propone un quadro sorprendente della spirale del male partendo da un desiderio impetuoso che appare senza alcun limite.
Il secondo esempio si trova al capitolo 21 del primo libro dei Re. Il re Achab vuole un terreno che appartiene ad un uomo chiamato Nabot. Quando Nabot rifiuta di vendergli ciò che gli appartiene, la regina utilizza false testimonianze per farlo condannare a morte. Non è senza significato che questi due esempi di un desiderio che conduce al peccato riguardino dei re. Nel mondo antico, i re sono le persone più potenti al punto di rassomigliare di più agli dei che non agli uomini; nell'immaginazione popolare, essi possiedono all'incirca tutto ciò che potrebbero voler possedere. Tuttavia in questi brani, è esattamente la sola cosa vietata che il re desidera con passione - quella donna o quel pezzetto di terra. Questi racconti danno prova di un'intuizione psicologica acuta, ci dicono cioè che, in fin dei conti, la sorgente del male non è tanto desiderare questo o quell'oggetto ma desiderare di essere «al di sopra della legge», di possedere tutto. La grande tentazione, soprattutto per un re, è quella di diventare «come Dio», senza nulla o nessuno che lo limiti. Si tratta, di fatto, di una caricatura, perché il Dio vivente che incontriamo nelle pagine della Scrittura non è affatto colui che possiede tutto, bensì colui che condivide tutto per amore. Così il re non vuole essere come Dio, nel modo in cui Dio è realmente, ma come lui, ingannandosi, immagina Dio! Il desiderio totalitario contro il quale la parte finale delle Dieci Parole ci mette in guardia, è dunque una proiezione su Dio dell' egoismo umano, come se Dio fosse un lo più grande di tutti e pertanto il più egoista. Si tratterebbe in questo caso di un'idolatria portata al culmine e, di conseguenza, l'ostacolo più potente verso la conoscenza del Dio vivo e vero. Ponendo un freno al desiderio senza confini al servizio dell'io, le Dieci Parole compiono la loro missione essenziale: allestire uno spazio dove sia possibile scoprire la comunione. Ancora una volta, scopriamo un parallelo in riferimento al racconto di Adamo ed Eva nei primi capitoli della Genesi. Gli esseri umani sono liberi di mangiare i frutti di tutti gli alberi del giardino (Gn 2,16). Il divieto di Dio riguarda solo un albero ed è ovviamente quell'albero il luogo della tentazione. Il Tentatore spiega che proprio mangiando i frutti di quell'albero, e dunque non sottomettendosi ad alcuna legge (vedi p. 22), gli esseri umani sarebbero diventati come Dio. Secondo il serpente, per essere come Dio occorre prestare attenzione solo alle esortazioni dell'io, senza alcun bisogno di prendere in considerazione l'Altro. L'ideale implicito che viene offerto è quello di un mondo senza l'Altro, dove l'io deificato regna monarca supremo.
La seconda tavola delle Dieci Parole cominciava vietando quei comportamenti esteriori che distruggevano i legami di solidarietà e di condivisione fra coloro che sono impegnati nella stessa Alleanza, rendendo così impossibile la libertà e la felicità di tutti. Alla fine di questa sezione, l'accento viene posto verso le radici di questo comportamento, all'interno dell'essere umano. In questo modo l'unità fra le due tavole diviene visibile. Quelle che noi chiamiamo idolatria e concupiscenza sono come due facce dello stesso errore fondamentale: confondere una parte per l'intero, considerare una realtà creata come se fosse la Sorgente di tutto il reale e dunque capace di svelare il segreto di una perfetta felicità. Da un altro punto di vista è confondere il desiderio di Dio, che ci chiama ad uscire da un' esistenza «a posto» dove sono appagati supposti bisogni che vanno a consolidare l'io e assicurano la sua sopravvivenza. È come immaginare che l'obiettivo dell' esistenza, che dovrebbe essere quello del continuo viaggio verso una vita nuova, passando attraverso la morte di parte di se stessi, fosse invece quello di restare aggrappati ad ogni costo a ciò che possediamo, dentro una falsa e immobile eternità radicata nel rifiuto della morte.
Questa progressione all'interno del testo, porta le Dieci Parole a disegnare uno spazio sostanzialmente incompiuto e aperto. Tale caratteristica d'apertura è giàstata resa esplicita dal fatto che quasi tutte le Parole sono espresse in «negativo»: esse non spiegano come vivere, eliminano semplicemente i falsi percorsi, contrassegnando i confini all'interno dei quali è possibile una vita autentica. Ma la parte finale del testo va oltre: essa permette di comprendere che, di per se stesso, il comportamento esteriore non può mai risolvere il problema della felicità e della libertà. Le azioni esteriori sono piuttosto una conseguenza di qualcosa di più fondamentale, ciò che il testo indica solo indirettamente parlando del desiderio umano. Viene posta pertanto una domanda che non trova una risposta definitiva e apre dunque un ambito ulteriore di ricerca. Le Dieci Parole rimandano al di là di loro stesse verso uno sviluppo futuro. Da parte loro, i discepoli di Gesù hanno trovato questo sviluppo nell'insegnamento del loro maestro e perciò, lungi dal contraddire ciò che era stato rivelato nel passato, le sue parole appaiono loro come una spiegazione e un approfondimento del non-ancora-detto. Di conseguenza, termineremo le nostre riflessioni con un'indagine circa il rapporto fra le Dieci Parole e il Nuovo Testamento.

* Per questa distinzione fra desiderio e bisogno, e per un approfondimento magistrale del desiderio come parte costitutiva dell'essere umano, vedere le opere di D. VASSE, a partire da Le temps du désir (Seuil, 1969, 1997).