Frère John di Taizé
VERSO UNA TERRA DI LIBERTÀ
Una rilettura dei dieci comandamenti
EDIZIONI MESSAGGERO PADOVA 2005
Corro per la via dei tuoi comandamenti, perché hai dilatato il
mio cuore.
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Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo. (Es 20,17) |
Non desiderare la moglie del tuo prossimo. N on desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo. (Dt 5,21) |
L'ultima delle Dieci Parole (o le ultime in quanto, seguendo
il Deuteronomio, la versione utilizzata dai cattolici e dai luterani distingue
fra la moglie del «prossimo» e gli altri suoi beni, mentre le tradizioni
ortodossa, riformata ed ebraica considerano il versetto come un'unica Parola)
pone un particolare problema d'interpretazione. Di fatto, non si capisce bene
che cosa venga aggiunto rispetto a quanto già detto. Per questo, alcuni biblisti
la considerano come un doppione proveniente da una fonte indipendente, una
ripresa di temi già esposti. Altri colgono la differenza nell' obiettivo
considerato: si tratterebbe di forme di comportamento egoistico che non arrivano
esplicitamente fino all' assassinio, all' adulterio o al furto.
La tendenza principale dell'interpretazione nelle tradizioni
ebraica e cristiana, invece, ha sempre messo l'accento sul verbo, che
sembrerebbe evocare un' attitudine interiore piuttosto che un atto esteriore.
Occorre ricordarsi, tuttavia, che la Bibbia non stabilisce mai barriere rigide
fra l'intenzione e l'azione negli esseri umani. «Desiderare», in questo
contesto, non può semplicemente riferirsi a una disposizione che resta puramente
interiore; la parola indica piuttosto qualcosa che comincia nel cuore umano e
che poi conduce ad azioni nel mondo circostante. «Desiderare il bue del tuo
prossimo», per esempio, non significa soltanto avere il desiderio che esso mi
appartenga, ma piuttosto fare tutto ciò che è in mio potere affinché l'animale
divenga mio.
Nondimeno, anche prendendo sul serio questo avvertimento, non
ci inganniamo cogliendo che questa Parola tradisce uno spostamento di accento
rispetto alle precedenti. In esse veniva descritto un comportamento chiaramente
visibile e giudicabile da un osservatore esterno; ora, invece, la parte finale
delle Dieci Parole ci rimanda a un percorso interiore, visibile solo a
posteriori a causa delle sue conseguenze sul mondo esterno.
Questo ci permette di domandarci: quale realtà interiore
della persona umana rende impossibile la vita comune in quanto portatrice di
atti che distruggono il tessuto di una società fondata sulla solidarietà e sulla
condivisione? Questa domanda è infinitamente più complessa di quanto potrebbe
sembrare in un primo momento. La traduzione generica di questo verbo è
«desiderare», ma poiché nella Bibbia il vocabolo ebraico viene spesso usato in
un contesto piuttosto negativo, il verbo italiano «concupire» sembrerebbe
cogliere meglio la sfumatura. Il desiderio è dunque qualcosa di riprovevole? La
spiritualità biblica, così rispettosa dell'universo creato, sembra non seguire
questo pensiero. Se tutto ciò che Dio ha creato è buono (Gn 1,31) e se ciò che è
buono è «gradito» o «desiderabile» (Gn 2,9; 3,6), sembrerebbe difficile
affermare che il desiderio umano è fondamentalmente ingannevole o malvagio,
senza con ciò mettere in discussione la bontà e la saggezza divine che stanno
alla radice di tutto ciò che esiste.
Un altro tentativo per risolvere tale questione sarebbe
quello di ipotizzare un dualismo di fondo che collochi nel cuore umano due
desideri fra loro radicalmente differenti, uno attirato verso il bene, l'altro verso il
male. Occorre però constatare che questo tentativo non rende giustizia a tutta
la complessità della questione. Esistono testi biblici, per esempio il Salmo 1,
che potrebbero essere citati per sostenere una simile versione delle cose. I
rabbini ebrei, da parte loro, parlano della buona e cattiva inclinazione (yetzer
ha-tov e yetzer ha-ra') nel cuore umano, ma tali costruzioni non sono
forse soltanto una traduzione, proiettata nel passato e dentro l'uomo, del fatto
che in una determinata situazione gli uomini scelgono sia il bene che il male?
Il dualismo è giustificato in quanto esprime le due facce di un' alternativa
reale legata a ogni giudizio di valore. Ma ridurre le «due vie» a «due
inclinazioni», piuttosto che far luce sulla questione, riflette forse soltanto
la nostra incapacità di comprendere il male e le sue origini. La genialità
spontanea della lingua ci permette di andare più lontano: il verbo ebraico
hamad, come anche il greco epithumeo, il latino concupiscere e
l'italiano «concupire», oscillano tutti fra due significati, «desiderare
ardentemente» e «desiderare male». È come se fosse impossibile distinguere
adeguatamente fra il desiderio in quanto tale e il desiderio come sorgente di
atti riprovevoli.
* Per questa distinzione fra desiderio e bisogno, e per un approfondimento magistrale del desiderio come parte costitutiva dell'essere umano, vedere le opere di D. VASSE, a partire da Le temps du désir (Seuil, 1969, 1997).