PICCOLI GRANDI LIBRI   Donald Carroll
La casa di Maria

Una storia meravigliosa:
come fu scoperta a Efeso l’abitazione della Vergine Maria

Edizioni San Paolo


Titolo originale dell'opera: MARYS HOUSE. The extraordinary story behind the discovery of the house where the Virgin Mary lived and died - Donald Carroll, 2000 - First published in Great Britain in 2000 by Veritas Books - Traduzione dall'inglese di Paolo Pellizzari

 

I. LA CITTÀ DI EFESO 
AL TEMPO DI MARIA E GIOVANNI

1. Sguardo panoramico sulla città
2. La popolazione
3. Paolo e i primi cristiani a Efeso
II. LA SEDIMENTAZIONE DELLA STORIA
1. Declino di Efeso e l'affermazione del cristianesimo
2. La casa di Maria diviene la casa di Giovanni
3. L'arte cerca la «Madre di Gesù»
III. LE VISIONI DELLA BEATA ANNA KATHARINA EMMERICK
1. La Rivoluzione francese
2. Le visioni di Anna Katharina Emmerick
VITA DI MARIA AD EFESO SECONDO ANNA KATHARINA EMMERICK
IV. «L'ABBIAMO TROVATA!»
1. I primi esploratori
2. Una falsa pista
3. La scoperta seguendo le indicazioni della Emmerick
4. Altre scoperte: una «Via Crucis»
5. Acquisto del terreno su cui sorge la casa di Maria
V. SCAVANDO PIÙ A FONDO NEL PASSATO
1. Lavori in corso sulla Collina degli Usignoli
2. La casa di Maria luogo di culto per secoli
VI. LA CASA OGGI
1. La «casa» tra due guerre e una rivoluzione
2. I Papi e la casa di Maria
3. Tutta l'area appare ora come un «santuario»

IV

«L'abbiamo trovata!»

1. I primi esploratori

Non sarebbe affatto un'esagerazione dire che quando i fedeli resoconti di Clemens von Brentano circa le "rivelazioni" di suor Anna Katharina Emmerick furono pubblicati, non sollevarono alcun interesse concreto, e così si continuò per molti anni. Fu solo nel 1880 che una copia della vita della santa Vergine Maria di Emmerick-Brentano venne tra le mani di un sacerdote francese, Julien Gouyet. Impressionato dall'affermazione della monaca di aver contemplato nelle sue visioni la casa di Maria vicino a Efeso, don Gouyet decise di partire e andare a rendersi conto di persona.
L'anno successivo partì per Smirne - città a circa settanta chilometri a nord di Efeso - dove fu accolto calorosamente dall' arcivescovo monsignor André Timoni, che lo incoraggiò nella sua ricerca e gli mise a disposizione un giovane aiutante perché lo accompagnasse. Sapendo della pericolosa reputazione che avevano le montagne attorno a Efeso, gli consegnò anche una nota scritta in greco che diceva: «Per favore, risparmiate questo povero viaggiatore, innocuo e senza risorse». Per fortuna la nota fu inutile. E ancor più fortunatamente, don Gouyet trovò le rovine di un' antica casa che corrispondevano esattamente alle descrizioni della Emmerick. Al suo ritorno a Parigi non frappose tempo e subito informò tanto i suoi superiori diocesani quanto il Vaticano di questa importante scoperta. Tutti, però, s'ingegnarono a scoraggiare quanto più possibile don Gouyet dal raccontare al mondo la sua "scoperta", priva di fondamento e potenzialmente imbarazzante, su una lontana zona montagnosa. Così il tutto rimase nell' ombra per un altro decennio, per riapparire poi nelle circostanze più impensabili.
Un giorno di metà novembre 1890, suor Marie de Mandat Grancey, superiora delle Suore della Carità, che gestivano l'Ospedale Francese di Smirne, domandò a un sacerdote in visita presso di loro se desiderava, dopo cena, leggere qualche libro di suo gradimento. Il sacerdote, padre Poulin, accettò di buon grado e passò in biblioteca a prendere qualcosa. Ritornato in camera, con disappunto si rese conto che, inspiegabilmente, tra i libri che aveva preso c'era La vita e la dolorosa passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo le visioni di Anna Katharina Emmerick. Per comprendere la sua reazione, va detto che Eugène Poulin, padre lazzarista, oltre che direttore del Collegio Francese del Sacro Cuore a Smirne, era anche un appassionato studioso dei classici, profondamente contrario a ogni forma di misticismo. Nondimeno diede una scorsa al libro della Emmerick, finché si accorse, con sua stessa sorpresa, di leggerlo con un interesse sempre crescente. Decise quindi di procedere e, in seguito, anche di parlarne con i suoi confratelli presso l'ospedale per vedere la loro reazione. Ne sorse un vivace dibattito, dove ognuno espresse il suo scetticismo più o meno grande sul valore di quelle visioni. Le letture e le discussioni continuarono oltre un mese. Poi una sera, alla fine di dicembre, padre Poulin fu avvicinato da uno dei preti più anziani dell' ospedale, padre Dubulle, che gli chiese se aveva mai letto
la Vita della santa Vérgine Maria della Emmerick. Rispose di no, e anzi di non essere neppure al corrente della sua esistenza. Padre Dubulle gliene porse una copia.
La lettura di questo libro, con le descrizioni della casa di Maria, della sua vita, morte e sepoltura a Efeso, suscitò una controversia ancor più grande del libro precedente. Anche questa volta gli scettici erano in maggioranza. Di questi, il più deciso nella denuncia delle visioni di Katharina Emmerick fu il cappellano dell' ospedale, padre Jung, illustre studioso di ebraico e anche professore di scienze al Collegio del Sacro Cuore. Avversario accanito di mistici e visionari, egli mise in ridicolo le visioni definendole «sogni a occhi aperti, tipici delle ragazze». Alla fine, per risolvere la questione, si suggerì che un gruppo di loro andasse a Efeso durante le vacanze estive per cercare di stabilire la verità. Tutti furono d'accordo e in un momento di ispirata allegria fu anche deciso che padre Jung avrebbe diretto la spedizione.
Il gruppo partì da Smirne un lunedì mattina, il 27 luglio 1891, e prese il treno per Ayasoluk (ora Selçuk), la fermata più vicina a Efeso. Del gruppo facevano parte l'ancora poco entusiasta capo della spedizione, ossia padre Jung; padre Benjamin Vervault, un lazzarista dell'isola di Santorini di passaggio a Smirne, che sulle "visioni" mistiche era quasi altrettanto freddo quanto padre Jung; un greco di nome Pelecas, amico di padre Jung, che un tempo era stato capostazione di Ayasoluk e quindi conosceva bene la zona di Efeso; e Thomaso, un persiano che aveva lavorato al Collegio del Sacro Cuore e il cui compito era di occuparsi del bagaglio. Ad Ayasoluk si unì ad essi un quinto membro della squadra, un turco musulmano nero di nome Mustafà, che fu assunto come guida di montagna e insieme come guardia del corpo.

2. Una falsa pista

Dopo aver trascorso tutta la mattinata del lunedì a ispezionare le rovine di Efeso, essi ritornarono ad Ayasoluk per mangiare e programmare le mosse per il giorno successivo. Il programma veniva complicato dal fatto che in precedenza, a febbraio, nel corso di una visita alla vicina Aydin, padre Poulin aveva incontrato un certo padre Philippe Pasel, che aveva pure lui intrapreso una ricerca della casa di Maria, e sosteneva di averla trovata a Dermen-Dérési, vicino ad Azizé (ora Çamlik), più lontano a sud. E così decisero di prendere il treno per Azizé l'indomani mattina presto e continuare poi a piedi. Si può solo pensare che abbiano preso quella decisione senza tener conto né del racconto di suor Emmerick né degli orari ferroviari: se la suora parlava di un viottolo stretto presso Efeso, l'orario ferroviario avrebbe annunciato un' ora di viaggio da Efeso prima di poter vedere, eventualmente, anche uno solo di simili viottoli!
L'indomani mattina, alle 4.30, erano tutti in piedi e pronti a partire. Dopo una leggera colazione, pulirono le armi - avevano con sé un piccolo arsenale, comprendente quattro fucili e cinque pistole, per proteggersi contro i banditi che notoriamente si aggiravano sulle montagne intorno - e quindi si avviarono alla stazione. Alle sei salirono su un treno merci diretto a sud; alle sette erano ad Azizé. Dopo aver trovato un viottolo stretto che andava nella direzione che a loro parve quella giusta, essi lo presero e lo percorsero per due ore e mezzo, prima di entrare in un villaggio che sembrava stranamente abbandonato. Mentre Mustafà andava avanti a cercare qualcuno che sapesse come giungere a Dermen-Dérési, gli altri sostarono all'ombra di un albero.
Mentre stavano discutendo sulla possibilità di trovare Dermen-Dérési, le porte nel villaggio si spalancarono e comparvero delle donne, poi uscirono alcuni bambini a
giocare. Mustafà ritornò con un uomo grosso dalla rossa barba, che li guardava tutti con sospetto, finché non fu sollevata e risolta la questione del compenso, e a quel punto fu più felice che mai di accompagnarli a Dermen-Dérési, nonché di aiutare Thomaso a portare i bagagli. Dopo altre due ore di cammino e aver oltrepassato altri due villaggi, raggiunsero Dermen-Dérési. Lungi dall' essere quella cima di montagna descritta dalla Emmerick, era una gola profonda, dove l'unica casa in vista non erano rovine antiche di una modesta abitazione ma un grande monastero greco-ortodosso sulla riva di un fiume.
Essi furono accolti cordialmente dai monaci, che li invitarono a fermarsi per il pranzo, che si rivelò - come scrisse più tardi padre Vervault - «una festa luculliana», comprendente una zuppa di riso, un piatto di cipolle, una portata di pesce fresco, vari formaggi, il tutto innaffiato da generoso vino. Dopo il pranzo padre Jung constatò con soddisfazione che non c'era ragione di fare ulteriori ricerche nella zona e propose di andare direttamente verso Scala-Nova (ora Kusadasi), dove avrebbero potuto prendere una carrozza con cavalli per tornare ad Ayasoluk. Partirono alle tre, dopo aver mandato avanti Thomaso con un asino che trasportava i bagagli, e cominciarono la lunga camminata pomeridiana verso Scala-Nova nella cocente calura di mezza estate. A un certo punto del cammino Pelecas ebbe un collasso, e questo li rallentò nella discesa, ma alla fine, benché esausti, giunsero a Scala- Nova prima delle sei. Dopo essersi rimessi in sesto in un caffè in riva al mare, trovarono carrozza e cavalli per rientrare ad Ayasoluk, un viaggio di oltre due ore a causa dei cavalli e della carrozza - vecchi gli uni, vecchia anche l'altra - che di tanto in tanto dovevano fermarsi. Era molto tardi e al ritorno alla loro locanda di Ayasoluk erano assai provati.

3. La scoperta seguendo le indicazioni della Emmerick

L'indomani mattina, mercoledì 29 luglio, nessuno si alzò di buonora, e ugualmente nessuno mosse obiezioni quando fu proposto che, questa volta, avrebbero seguito da vicino le indicazioni della Emmerick. Dopo che padre Jung ebbe trasmesso a Mustafà indicazioni per l'acquisto di rifornimenti, e dopo averli inviati avanti fino a un piccolo caffè ai piedi della Collina degli Usignoli, si mossero tutti, con gli arti indolenziti, seguendo verso sud la vecchia strada per Gerusalemme finché girava attorno al confine orientale di Efeso, dove lasciarono la strada e cercarono un viottolo che si inerpicasse su per la montagna. Passò più di un' ora prima di riuscire a trovarne uno praticabile, e a quel punto il sole era già alto nel cielo. Graffiati dai rovi che soffocavano l'angusto sentiero e inzuppati di sudore che incollava i vestiti alla pelle, salirono su per la montagna lentamente, sostando abbastanza spesso per tirare il fiato e bere acqua dalle borracce. Quando l'acqua fu esaurita, Pelecas si lasciò cadere a terra e dichiarò che sarebbe morto piuttosto che andare avanti ancora. Solo con notevole difficoltà gli altri della comitiva riuscirono a convincerlo ad alzarsi e a continuare.
Giunsero presto in un pianoro dove alcune donne stavano lavorando in un campo di tabacco. Pelecas immediatamente cominciò a gridare: «Nerò» ("acqua", in greco). Le donne dissero di non avere acqua, ma che c'era una sorgente proprio sulla cima della montagna, «presso il monastero». In meno di quindici minuti padre Jung e la sua banda assetata trovarono la sorgente e «il monastero», che non era molto più di un ammasso di macerie circondato da rozze capanne di varie forme e misure. Stranamente, quelle traballanti strutture sembravano disabitate. Ma dopo che i nuovi arrivati si furono rinfrescati
alla sorgente, cominciarono a comparire alcune persone, che diedero un timido benvenuto.
In prima fila tra loro c'erano Andreas e Yorgy, che si dimostrarono molto cordiali, una volta appurato che i nuovi arrivati non erano funzionari governativi. Andreas si offrì immediatamente di andare a prendere qualcosa da mangiare, mentre Yorgy chiacchierava amabilmente con Pelecaso Mustafà si fèce prestare un cavallo per andare a prendere i rifornimenti che al mattino aveva lasciato in basso. Intanto padre Jung cominciò a curiosare tra le modeste rovine che si trovavano al centro del luogo. Dopo aver frugato tra le pietre, improvvisamente si rese conto che la configurazione delle rovine corrispondeva quasi esattamente alla descrizione di Anna Katharina Emmerick a proposito della casa di Maria. Forse, senza rendersene conto, si erano imbattuti nell' oggetto della loro ricerca? Padre Jung chiese a Yorgy se un po' più su fosse possibile vedere sia Efeso che il mare. Yorgy rispose di sì, che Bülbül Dagi era l'unico posto dal quale si potevano vedere entrambi, e si offrì di mostrarglieli. Padre Vervault e Thomaso, rendendosi conto del significato di tutto questo, ben volentieri si unirono a padre Jung e a Yorgy nella breve salita. Quando raggiunsero la cima, lì, al di sotto di loro, a nord si stendeva la piana di Efeso e ad ovest s'innalzava la montagnosa isola di Samo, esattamente come suor Emmerick aveva detto.
Sulla via del ritorno, padre Jung chiese a Yorgy se nelle vicinanze ci fossero delle tombe. «Certo, - rispose Yorgy - tombe molto antiche». Padre Jung gli chiese se per caso sapesse dove si trovava la tomba della Vergine Maria. Yorgy rispose di no, ma che avrebbe potuto fargli vedere la tomba di Maria Maddalena, visto che tutti sapevano dove si trovava. Si può immaginare che all'udire queste cose l'austero padre Jung si permettesse quantomeno un accenno di sorriso...
Poco dopo il loro ritorno alla base, dove Pelecas si stava ancora riposando dalle sue fatiche mattutine, comparve Andreas con una grossa coscia di cinghiale, che fu immediatamente posta sul fuoco. Poi Mustafà arrivò con i rifornimenti, e così il picnic si trasformò in banchetto. Mentre erano seduti a terra sotto un platano, Andreas spiegò che aveva costruito lui tutte le baracche di legno che vedevano attorno. Una era abitata da lui e dalla sua famiglia solo durante la stagione della coltivazione del tabacco: egli non lontano aveva un campo di tabacco che aveva preso in affitto. Un' altra capanna era per Yorgy, il suo aiutante. Le altre baracche più grandi servivano a immagazzinare i raccolti, a custodirvi gli attrezzi agricoli, le scorte e, in inverno, ad alloggiarvi gli animali. La sua casa vera e propria si trovava a Kirinca, a circa cinque ore di cammino sulle montagne, dove i suoi antenati cristiani si erano rifugiati al momento dell'invasione dei Turchi Selgiùchidi, molti secoli prima.
Dopo il pranzo, Andreas tirò fuori alcuni materassi di paglia e li collocò sotto gli alberi in modo che tutti potessero fare la siesta, al riparo dalla calura pomeridiana. Alle 5.30 padre Jung annunciò che per il suo gruppo era giunta l'ora di partire. Andreas offrì i servigi personali come guida e quelli del suo asino come bestia da soma per qualsiasi ulteriore esplorazione essi potessero prevedete: un' offerta che fu accolta con gratitudine. Egli poi mostrò loro un viottolo migliore per scendere dalla montagna, che seguiva le mura di Lisimaco fino ad Ayasoluk.
Non c'è modo di sapere quale genere di pensieri passassero per la testa esigente, da "scienzato vero", di padre Jung quel pomeriggio, mentre scendevano per la prima volta lungo la Collina degli Usignoli, ma un indizio illuminante lo si può trovare nel diario tenuto da Benjamin Vervault. Questi ricorda che, a un certo punto della loro discesa, videro un lupo su uno spuntone di roccia prestare grande attenzione a un gregge di capre più sotto. Improvvisamente e imprevedibilmente, padre Jung imbracciò il fucile e sparò al lupo. Poi entrambi, sia lui che il lupo, continuarono a fare quello che facevano prima, come se nulla fosse successo.

4. Altre scoperte: una «Via Crucis»

Quando, quella sera, il piccolo gruppo degli esploratori raggiunse la locanda ad Ayasoluk, padre Vervault sintetizzò gli eventi di quella giornata nel suo diario con l'eloquenza diretta che nasce dal trionfo e dalla fatica: «Abbiamo cercato... e l'abbiamo trovata!».
Purtroppo per i posteri, padre Vervault dovette partire verso Smirne l'indomani per poter essere di ritorno a Santorini la settimana successiva, mentre padre Jung partì in direzione opposta, per Azizé e Dermen-Dérési, per informare i monaci su quello che avevano trovato. E fu solo nel pomeriggio del giorno successivo, venerdì 31 luglio, che padre Jung e i suoi compagni tornarono sul luogo della loro scoperta. Questa volta cercarono di prendere un altro sentiero, ma si dimostrò una cattiva idea: era ancora più impegnativo di quello preso la volta precedente, tanto che lo stesso padre Jung si sentì male a poche centinaia di metri dalla casa. Thomaso andò a prendere un po' di acqua fresca e, dopo pochi minuti, cercò di rianimarlo. Erano le due pomeridiane quando raggiunsero la casa.
Padre Jung trascorse la maggior parte del pomeriggio a studiare le rovine, e poi l'insieme del sito borbottando di tanto in tanto fra sé. Contemplò gli otto stupendi platani che circondavano la casa, collegati l'uno all'altro, al di sopra dei ruderi scoperchiati, da viti imponenti e venerande per l'età. Davanti alla casa, un po' più in basso, su un' area
a terrazza, scoprì i resti di una cisterna rotonda, collegata mediante un canaletto artificiale all'angolo della casa dove affiorava la sorgente. Cosa più importante: sopra, dietro la casa, egli ritrovò alcune rocce con iscrizioni in ebraico. Katharina Emmerick aveva detto che alcuni coloni ebrei vivevano nella zona montagnosa prima dell' arrivo di Maria, e che Maria stessa aveva usato pietre con iscrizioni in ebraico per crearsi la sua «Via Crucis». Se c'era bisogno di testimonianze chiare, non ce n'era una più evidente di questa.
Una testimonianza meno tangibile, ma non meno importante, si manifestò quella sera. Padre Jung e i suoi uomini avevano previsto di trascorrere la notte sulla montagna, e la cena con Andreas e la famiglia fu un' ottima occasione per sondare la tradizione orale sulla casa. Venne a sapere, tra l'altro, che Andreas veniva lì da trent' anni e che prima di lui era venuto suo padre, e la gente del suo villaggio era sempre venuta lì a pregare in memoria della santa Vergine. Padre Jung volle sapere se il luogo fosse conosciuto localmente con qualche nome particolare. Sì, disse Andreas, era conosciuto dalla gente del suo villaggio come Panaghia-Capouli, la «Porta della Tutta Santa». Aggiunse ancora che essi erano le uniche persone che si arrischiavano a venire lì. Tutti gli altri si tenevano alla larga per paura dei pericolosi briganti che infestavano le montagne.
Alla fine di un' altra giornata pesante ma piena di soddisfazioni, tutti dormirono bene sotto il grande baldacchino dei platani, ad eccezione di Thomaso, che sedette tutta la notte con il fucile in grembo, facendo la guardia e prestando attenzione al più piccolo rumore.
Trascorsero il sabato mattina sulla montagna, così che padre Jung poté fare un ulteriore giro d'ispezione, poi scesero a valle e quindi salirono sul treno per Smirne nel tardo pomeriggio. Il giorno successivo padre Jung andò a trovare padre Poulin per riferirgli del loro viaggio. Il suo
rapporto si concluse con l'opinione di aver trovato davvero la casa dove era morta la Vergine Maria. Padre Poulin non fece nulla per mascherare il suo stupore nell'udire questo. Padre Jung - per tutti la «voce della ragione», l'intransigente sostenitore del metodo scientifico, l'avversario dei mistici - stava effettivamente dando ragione a quei «sogni ad occhi aperti, tipici delle ragazze», che un tempo aveva denunciato con tanto accanimento?
In tal caso, annunciò padre Poulin, non restava che andare a vedere di persona questa casa che stava provocando tanto scompiglio. Preferibilmente presto, piuttosto che tardi.
Padre Jung prese la palla al balzo: mercoledì sera 12 agosto 1891, i due preti-studiosi s'incontrarono all'Ospedale Francese e cenarono per tempo, poi si ritirarono a dormire qualche ora prima di prendere il treno merci che partiva da Smirne poco dopo la mezzanotte. Su insistenza di suor Grancey essi presero con loro il giardiniere dell' ospedale, Constantin Grollot, che aveva fama d'essere un buon tiratore e quindi poteva imbracciare il fucile in loro difesa. Fu un viaggio penoso. Non c'erano sedili né panche nel vagone; la notte, senza luna, era fresca ed essi erano costantemente sballottati di qua e di là ad ogni fermata del treno, che sostava anche nelle più piccole stazioni del tragitto. Quando finalmente arrivarono a destinazione, giunse quasi come una liberazione l'arrampicata mattutina su per la montagna.
Erano appena arrivati presso la casa che padre Poulin cominciò a esaminare il sito e a cercare tutto il possibile per confrontarlo con i particolari riferiti dalla Emmerick: la dimensione e la forma della casa, la sistemazione delle stanze, il piccolo ruscello, le formazioni della roccia sulla collina dietro la casa, la vista del mare e anche di Efeso dalla cima. Un po' alla volta, particolare dopo particolare, i suoi dubbi cominciarono a sciogliersi come neve al sole. Ma continuava a porsi degli interrogativi. Ad esempio:
dove si trovava il focolare che divideva la stanza principale? Padre Jung lo fece mettere dove suor Emmerick aveva indicato, poi lessero i passaggi di rilievo che trattavano di altri aspetti della casa in rapporto ad esso: tutto quadrava! Ma cosa era avvenuto della seconda stanzetta, dall'altra parte rispetto alla camera da letto di Maria? Certo, non c'era più, ma rimanevano i segni di un passaggio ad arco che doveva essere stato l'entrata a qualcosa. E infine, il piccolo vestibolo all'entrata della casa: perché suor Emmerick non ne aveva parlato? Impossibile dare una risposta, ma, nel contesto tanto della casa quanto delle visioni, si trattava di qualcosa sicuramente marginale.
Quella sera, di ritorno alla locanda di Ayasoluk, dove trascorsero la notte prima di ritornare a Smirne, padre Poulin non era ancora disposto ad ammettere di aver sciolto tutti i suoi dubbi sulla Collina degli Usignoli, ma ne aveva risolti quel tanto che bastava per sapere che ora avevano la sacrosanta responsabilità di occuparsi di quello che avevano scoperto, di qualunque cosa si trattasse.

5. Acquisto del terreno su cui sorge la casa di Maria

Di conseguenza, padre Jung organizzò immediatamente una terza spedizione sulla montagna. Diversamente dalle precedenti, ne avrebbero fatto parte solo dei laici, a eccezione di padre Jung stesso, e avrebbero trascorso una settimana intera accampati sulla montagna con l'obiettivo, questa volta, di non lasciare una sola pietra inesplorata e, quindi, non documentata, non disegnata, non misurata o non fotografata. Per quanto dipendeva da padre Jung, la spedizione sarebbe stata decisiva nel determinare se da allora in poi quelle pietre sarebbero diventate note come rovine di un «monastero», come indicato dalle donne che lavoravano nei campi di tabacco; o come parte della «Porta della Tutta Santa», come erano conosciute da Andreas e dai cristiani che abitavano il villaggio di Kirinca; oppure fossero quello che, in modo sconcertante, aveva detto Anna Katharina Emmerick: la casa dove aveva trascorso gli ultimi anni e infine era morta la Vergine Maria.
La loro settimana di ricerche produsse, oltre a una documentazione molto abbondante e precisa, due successi principali. Il primo fu la scoperta, a circa milleduecento metri dalla casa, delle rovine di un castello..., e suor Emmerick aveva detto che nelle vicinanze c'era un castello. Il secondo successo fu la conseguenza di un'ispezione ravvicinata delle presunte stazioni della «Via Crucis», ciascuna delle quali si dimostrò più accuratamente segnata e simmetricamente delimitata di quanto non fosse stato osservato in precedenza. In particolare, la stazione più elevata era disposta in una successione tale e collocata in un luogo così particolare, che padre Jung si sentì di battezzarla come stazione del Calvario. L'unico disappunto fu quello di non riuscire a trovare la tomba di Maria.
Domenica 23 agosto 1891 presso la casa venne celebrata la prima messa in latino. Fu una cosa molto semplice: Andreas aveva improvvisato un altare mettendo insieme pezzi di legno. Poi, assistito da Andreas con moglie e figlie, e anche dai compagni laici, padre Jung celebrò la messa. Questo toccò talmente i greci presenti che implorarono padre Jung di rimanere fino al 27 agosto onde celebrare la messa per la loro festa dell'Assunta. Sfortunatamente doveva essere di ritorno a Smirne il giorno 26 per l'inizio del ritiro annuale dei Lazzaristi.
Era trascorso appena un mese da quella prima scettica esplorazione, organizzata in modo piuttosto riluttante, alla ricerca del... santo tesoro, che già l'interesse si spostava dall'identificazione della casa - sulla questione si stava
rapidamente formando un consenso - a come trovare un modo per proteggere un bene che ormai era considerato unico al mondo.
Il modo più sicuro era quello di acquistarlo. Ma si frapponevano grossi ostacoli a questa soluzione: trovare il proprietario del terreno, poi trovare il denaro per comprarlo e infine convincere il proprietario a vendere. Il primo problema fu superato con facilità sorprendente e con un colpo di fortuna. Il 27 gennaio 1892 i padri Poulin e Jung, assieme a un amico pratico di affari, monsieur Binson della Compagnia Imperiale Ottomana del Tabacco, stavano viaggiando in treno verso Ayasoluk per fare indagini discrete sulla proprietà del terreno attorno a Efeso, quando nel loro compartimento entrò un giovane greco. Per una felice coincidenza Binson conosceva il datore di lavoro del giovane, e per una coincidenza ancora più felice il giovane sapeva che il terreno in questione era di proprietà congiunta del Bey di Arvaia, un nobile turco assai noto, e del suo dissoluto nipote Ibrahim. Ma non solo, egli era anche al corrente che proprio in quel periodo entrambi avevano bisogno di soldi.
Senza perdere tempo, appena giunti ad Ayasoluk, i due religiosi e Binson presero appuntamento con il Bey, che li ricevette quel pomeriggio. Dopo un elaborato scambio di cortesie e una chiacchierata rituale durata ore, Binson, l'unico dei tre ospiti in grado di parlare turco, sollevò la questione dell' acquisto della proprietà del Bey presso Efeso. Il Bey disse che ci avrebbe pensato.
Dopo aver felicemente risolto con un solo viaggio uno e mezzo dei tre problemi, i visitatori ritornarono a Smirne con le buone notizie. Lì furono accolti con notizie ancora migliori. Suor Marie de Mandat Grancey, che aveva creduto nella casa di Maria fin dall' inizio, era disposta a mettere mano al suo patrimonio privato per acquistare la
proprietà. Perciò il 27 febbraio essa depositò 45.000 franchi nella sede di Smirne del Crédit Lyonnais, su un conto speciale aperto proprio per l'acquisto. Ormai non rimaneva che aspettare le decisioni del Bey.
E fu necessario aspettare... Per mesi l'astuto e anziano signore turco non fece che tessere la sua ragnatela, ricorrendo a ogni tattica dilatoria immaginabile, provando da una parte a rilanciare sul prezzo e dall'altra cercando finanziamenti alternativi. Diverse volte l'accordo sembrò sul punto di essere siglato, con il Bey che si ritirava all'ultimo momento. Finalmente il 15 novembre 1892 l'attesa si concluse. Era la festa di padre Poulin e quella mattina, mentre usciva da messa alle 8.30, gli fu consegnato un telegramma, che diceva semplicemente: Bonne fête. Affaire terminée. Binson (Buona festa. Affare concluso. Binson).

Binson era riuscito a chiudere l'affare il pomeriggio precedente. Il prezzo finale ammontava a 31.000 franchi. La proprietà, che comprendeva un totale di centotrentanove ettari, era lunga due chilometri e aveva una larghezza media di un chilometro. Essa fu registrata sotto il nome di suor Marie de Mandat Grancey.
Due settimane più tardi, padre Poulin decise che fosse giunto il momento di fare qualcosa che aveva sempre rimandato da sedici mesi. Andò a Smirne, dall'arcivescovo Timoni e gli parlò della scoperta sulla Collina degli Usignoli. Anziché mostrarsi perplesso a queste notizie inattese, come padre Poulin si aspettava, l'arcivescovo si mostrò affascinato. Disse di aver sempre pensato che Maria fosse morta a Efeso. Di fatto, fu così entusiasta per le notizie che annunciò immediatamente la sua intenzione di guidare al sito una delegazione ufficiale. E già l'indomani creò una commissione d'inchiesta comprendente dodici
dignitari (sette uomini di Chiesa, tra cui i padri Poulin e Jung, e cinque laici) che lo accompagnasse a Efeso. A padre Poulin, sorpreso da questa decisione davvero inattesa, toccò il compito di fare tutti i preparativi necessari.
Il giovedì mattina, 1° dicembre 1892, la delegazione guidata dall'arcivescovo Timoni, più Pelecas e Constanti n Grollot, arrivò alla stazione di Ayasoluk, dove fu accolta da Binson, che aveva procurato dei cavalli per tutti. Anche Andreas e Mustafà erano nella compagnia. Il gruppo lasciò la stazione e si diresse verso la nuova proprietà di suor Grancey, che venne raggiunta verso le undici. Dopo diverse ore trascorse a esaminare i ruderi della casa di Maria e i dintorni e a confrontarli con la descrizione di Anna Katharina Emmerick, e dopo aver conferito a lungo tra di loro, l'anziano prelato e i suoi compagni fecero ritorno a Smirne. Lì l'arcivescovo Timoni redasse un lungo documento che descriveva in dettaglio le loro scoperte e mostrava che esse corrispondevano esattamente alle descrizioni della Vita della santa Vérgine Maria di Anna Katharina Emmerick. Il documento, che fu sottoscritto da tutti i membri della commissione, concludeva che «le rovine di Panaghia-Capouli sono veramente i resti della casa abitata dalla Vergine Maria».
Finalmente la Chiesa aveva parlato.

V

Scavando più a fondo nel passato

La casa era ormai in mani sicure e, a quel punto, la priorità assoluta era renderla più accessibile con la costruzione di una strada, ancorché primitiva. Fu deciso che la strada salisse più o meno direttamente da Ayasoluk, tagliando in mezzo la piana di Efeso. Dai villaggi vicini furono reclutati più di sessanta lavoratori, e l'opera cominciò quasi immediatamente sotto la direzione di Constantin Grollot.

l. Lavori in corso sulla Collina degli Usignoli

La priorità successiva fu di sistemare la casa stessa senza manometterla. A questo scopo rimpiazzarono la fatiscente porta d'accesso con una nuova e solida; installarono un piccolo cancello di metallo sull' accesso esterno della camera da letto, per tener fuori cani e altri animali; rimossero i detriti e lo strato di terra che ricoprivano il pavimento; applicarono convenienti mani di cemento ai muri per prevenire ogni ulteriore deterioramento; sovrapposero un tetto provvisorio all'intera struttura per proteggere dalle intemperie la struttura stessa e gli operai; e cominciarono a piantare gli ulivi che ancora costeggiano il percorso pedonale che conduce alla casa.
All'inizio dell' estate 1894 questi lavori preliminari erano ormai in buona parte completati. Poi, dopo una lunga e frustrante serie di rifiuti e di dilazioni, le autorità turche finalmente diedero il permesso di costruire altri edifici sul sito per assicurare una sistemazione stabile per Andreas (che, con la sua famiglia, avrebbe continuato a vivere lì per badare ai suoi lavori e fare il custode), e per notabili religiosi e pellegrini in visita. Subito il versante della montagna brulicò di attività, con gli uomini che conducevano asini su da Efeso carichi di mattoni e da altri punti della montagna trasportando piccoli blocchi di calcare per i forni; mentre i muratori e i manovali lavoravano alacremente a erigere le nuove case, intanto che altri si affaticavano a completare la strada e a posare le pietre pavimentali per la terrazza. Il tutto sotto l'occhio vigile di Constantin Grollot, che pattugliava il luogo con un piccone in una mano e un fucile nell' altra. A metà settembre il lavoro era finito.
Come risultato di questo febbrile lavoro, gli uomini di Grollot non solo diedero un aspetto completamente nuovo al sito, ma in corso d'opera scoprirono anche alcuni affascinanti scorci dell' aspetto che aveva secoli prima. Un momento di grande agitazione si ebbe quando i picconi degli operai, che stavano livellando una parte del terreno più lontano sulla collina, colpirono ripetutamente una pietra di grandi dimensioni un po' sotto la superficie. Dissero a Grollot che pensavano di aver trovato una tomba. Grollot immediatamente convocò padre Jung che esaminò la pietra e stabilì che, molto probabilmente, era stata posta in foco a mano. Chiese agli operai di andare a scavare per un po' altrove, quindi con l'aiuto di Grollot delicatamente spostò la pietra. Al di sotto c'era la parte superiore di un muro sotterraneo. Gli operai furono richiamati e fu detto loro di riprendere a scavare, con attenzione, lungo la sagoma del muro. Essi si trovarono sopra altri due muri, ad angolo retto e nel mezzo una grossa giara di terracotta che doveva esser servita in qualche modo da bacile. Qualunque cosa fosse quello che avevano scoperto, forse un atrio, sicuramente non era una tomba.

2. La casa di Maria luogo di culto per secoli

A compensare questa delusione, negli anni immediatamente successivi una serie di scoperte provarono in maniera definitiva che per molti secoli la casa di Maria era stata un luogo singolare di culto e di venerazione. Tanto per cominciare, ci si accorse che la casa era stata restaurata diverse volte, anche se non era mai stata ingrandita o "migliorata". Ogni restauro era avvenuto seguendo rigorosamente il disegno originale e sopra le fondamenta originali: una chiara indicazione che l'edificio stesso era considerato venerando. A conferma di ciò venne la scoperta, nelle vicinanze della casa, di due sarcofagi di terracotta, ognuno dei quali conteneva uno scheletro completo con il capo in direzione della casa in un gesto di rispetto postumo. Tra le ossa di uno scheletro c'era una moneta risalente al regno di Costante II (641-648 d.C); mentre insieme all' altro fu trovata una moneta del regno di Giustiniano II (685-695 d.C).
Ma è interessante il fatto che queste non sono certamente le monete più antiche trovate nel luogo. Sulla più antica di quelle rinvenute è raffigurata la testa di Anastasio I, che regnò dal 491 al 518 d.C: in altre parole, da sessant'anni dopo che il III Concilio Ecumenico aveva proclamato Maria Madre di Dio, fino a quarant'anni prima del completamento della grande basilica dedicata a san
Giovanni. E così la casa di Maria, mentre sembrava sfuggire all'attenzione dei prìncipi tanto della Chiesa quanto dell'Impero, continuava a essere importante nella vita di cristiani ordinari e meno ordinari intorno a Efeso.
Chi erano queste persone che per secoli si erano prese la briga di preservare la casa come luogo santo? Evidentemente, i discendenti dei primi cristiani vissuti sulle falde della montagna avevano sentito come loro dovere proteggere la casa come meglio potevano. Ma i ritrovamenti venuti alla luce tra il 1894 e l'inverno 1898-1899 suggerivano anche la presenza di una comunità religiosa più formale. Partendo dalle volte ad arco, colonne, mosaici, urne funerarie (una conteneva le ossa di un neonato), canaletti della sorgente, oggetti di vetro e di ceramica, vasi, monete di bronzo, lampade funerarie e altri manufatti, si arrivò alla conclusione che in quel sito doveva essere stato presente un monastero. Questa conclusione risultò notevolmente rafforzata quando si venne a sapere che negli antichi registri catastali ottomani la casa di Maria era segnata come il «Monastero a tre porte della Tutta Santa». Questo poteva spiegare perché le donne del campo di tabacco, incontrate dai primi "esploratori", ne avessero parlato come del «monastero», e perché gli abitanti del villaggio di Kirinca chiamassero la località Panaghfa-Capouli, la «Porta della Tutta Santa».

Questi sviluppi non passarono inosservati in Vaticano. Nel 1895 papa Leone XIII inviò a Efeso padre Eschbach, direttore del Pontificio Seminario Francese di Roma, per incontrarsi con padre Jung e ispezionare il sito. Padre Jung, dopo aver accompagnato l'ospite sul luogo, gli diede alcune foto che aveva scattato di persona proprio il giorno della scoperta della casa nel luglio 1891. Padre Eschbach le prese con sé per mostrarle al papa, il quale fu così commosso da trattenerle. L'aprile successivo Leone XIII dichiarò la casa di Maria luogo di pellegrinaggio. Nel giro di un mese al sito arrivarono più di mille pellegrini, mentre la stampa francese, anche se tardivamente, riferiva con emozione le scoperte avvenute sulla Collina degli Usignoli.
Ma la scoperta più sorprendente doveva ancora arrivare.
Giovedì 24 agosto 1898, alle 3.30 del pomeriggio, gli
operai che toglievano la terra dalla stanza principale della casa di Maria, improvvisamente si imbatterono in alcuni frammenti di marmo anneriti a mezzo metro sotto la superficie. Scavando ulteriormente vennero alla luce altre pietre annerite. Siccome era il posto esatto dove suor Katharina Emmerick aveva localizzato il focolare, i lavori furono sospesi fino a quando un esperto potesse esaminare le pietre. Il giorno successivo arrivò da Smirne un archeologo, il professor Weber, il quale fece un esame accurato del materiale che era stato scoperto. Egli annunciò che l'annerimento era stato causato sicuramente dalla fuliggine e, siccome era così concentrato, l'unica conclusione possibile era che lì un tempo ci fosse stato un focolare.
Per quelli che da anni lavoravano a salvare la casa di Maria dall'oblìo, era come se il fuoco nel cuore di quella casa non si fosse mai spento.

VI

La casa oggi

Visti gli eventi memorabili e bene auguranti che avevano caratterizzato il decennio conclusivo del XIX secolo sulla Collina degli Usignoli, si sarebbe pensato che la casa di Maria entrasse nel XX secolo con la prospettiva di passare rapidamente da ignota rovina a santuario famoso. Tanto più che essa aveva ricevuto un'inattesa spinta in questo senso quando, nel 1902, fu testimoniata la prima apparizione della Madonna presso la casa, seguita dai primi rapporti sulle guarigioni di malati che avevano bevuto l'acqua della sorgente. Nemmeno la morte nel 1903 di papa Leone XIII, che aveva creduto fortemente nel carattere singolarmente sacro della casa di Maria, sembrò danneggiare le sue possibilità di un riconoscimento mondiale, visto che il successore di Leone, papa Pio X, si affrettò a inviare le sue congratulazioni e la sua apostolica benedizione ai padri Lazzaristi, incoraggiandoli a continuare la loro esplorazione. Addirittura, nel 1914, egli accordò ai pellegrini al santuario l'indulgenza plenaria per la remissione di tutti i peccati.

1. La «casa» tra due guerre e una rivoluzione

Fin dagli inizi, nel giro di pochi mesi, la casa divenne una delle prime vittime della Grande Guerra (1914-1918). Il terreno che era stato acquistato da suor Grancey fu immediatamente confiscato dal governo turco, non solo per la collocazione strategica della proprietà che dominava l'Egeo, ma anche perché la Turchia era entrata in guerra dalla pane della Germania, e di conseguenza contro la Francia. La sconfitta delle Potenze Centrali nel 1918 non portò alcun cambiamento nella situazione della casa. Addirittura, ebbe a soffrire ancor più dalla "pace" che seguì, quando i Greci invasero la regione di Smirne e Mustafà Kemal (successivamente chiamato Atatürk) lanciò la sua rivoluzione contro il sultanato ottomano di Istanbul. Nei quattro anni successivi tutta la Turchia si trovò in uno stato di violenta agitazione. E questo durò sino alla fine del 1922, quando la rivoluzione trionfò, il sultanato fu abolito e le truppe di Mustafà Kemal sconfissero le forze di occupazione italiane e francesi e gettarono - letteralmente! - in mare i Greci. Poi, nel corso degli anni '20, i Turchi furono impegnati nella costruzione di una repubblica moderna, secolare, kemalista. Quindi non sorprende che la conservazione di un piccolo santuario cristiano sulla costa occidentale del paese non entrasse nell' agenda di nessuno, a parte quella dei padri Lazzaristi, i quali lavorarono pazientemente perché il governo riconoscesse il loro diritto legale di proprietà (siccome suor Grancey aveva ceduto la proprietà a padre Poulin nel 1910, e padre Poulin era morto nel 1928, alla fine i Lazzaristi fecero appello al tribunale a nome proprio). La questione era ancora irrisolta nell'estate del 1931 quando mons. Angelo Giuseppe Roncalli, più tardi papa Giovanni XXIII, guidò a Efeso una delegazione per ricordare il quindicesimo centenario del III Concilio Ecumenico nella chiesa della Vergine Maria. Purtroppo, la strada che saliva sulla montagna era diventata praticamente intransitabile nei quarant'anni successivi alla sua costruzione, e così la delegazione non poté recarsi in visita alla casa.
Finalmente, il 24 settembre 1931, festa della Madonna delle Grazie, il tribunale riconobbe che la proprietà apparteneva davvero ai Lazzaristi.
Ma se la Grande Guerra aveva di fatto vanificato il decreto del papa del 1914, a quel punto fu la "grande depressione" a condannare la casa di Maria a un' ulteriore incuria con conseguente deterioramento. E quando la grande depressione passò, il mondo si trovò di nuovo in guerra (1939-1945), anche se questa volta senza coinvolgimento turco. Questo significò che la piccola casa continuò a languire nell'isolamento tra i boschi sopra Efeso, dimenticata dal resto del mondo. Nemmeno la fine della guerra segnalò qualche cambiamento della sua melanconica situazione, perché nel Mediterraneo orientale tutto fu rapidamente sconvolto dal problema palestinese venutosi a creare nel frattempo.
Il momento della svolta per la casa arrivò finalmente il 1° novembre 1950, quando papa Pio XII pubblicò la sua enciclica Munificentissimus Deus che proclamava il dogma dell'assunzione di Maria in cielo in anima e corpo dopo il termine della sua vita terrena. Anche se questa proclamazione non faceva che definire una credenza presente da lunghissima data nella Chiesa, i suoi effetti furono immediati e impressionanti. Subito i cristiani cominciarono a interrogarsi, molti per la prima volta, da dove Maria era salita al cielo. Dopo alcuni mesi il papa dichiarò la casa di Maria, presso Efeso, santuario ufficiale per i pellegrinaggi e confermò l'indulgenza plenaria per tutti coloro che vi si recavano. Decretò inoltre che i sacerdoti in visita al santuario potevano celebrare la messa votiva dell'Assunzione. Finalmente la Collina degli Usignoli era entrata nella carta geografica religiosa!
Poco dopo l'arcivescovo di Smirne, monsignor Joseph Descuffi, costituì un'Associazione non-profit locale per
occuparsi della proprietà e cominciare il restauro radicale della casa. A quel punto la proprietà e anche la custodia del sito furono trasferite all'Associazione. Nel frattempo il governo turco cominciò a costruire una nuova strada lastricata e fece arrivare la corrente elettrica nel luogo. Furono costruiti nuovi edifici per alloggiare i custodi e gli ecclesiastici residenti, e a valle, lungo la strada principale, vennero installati segnali per indicare la direzione verso la casa di Meryem Ana (Madre Maria). Da quel momento cominciarono ad affluire folti gruppi di pellegrini.
Tale era il rinnovato interesse per la casa di Maria che una grossa scoperta del 1952 venne considerata quasi come un'ulteriore postilla delle importanti scoperte degli anni '90 dell'Ottocento. Vicino all'entrata di una grotta nei sobborghi di Efeso, conosciuta come Grotta dei Sette Dormienti - così chiamata a causa di un'antica leggenda cristiana collegata con essa -, fu scoperto un grande sarcofago. Il sarcofago fu identificato dal professor Louis Massignon del Collège de France come la tomba di Maria Maddalena. Le ossa furono raccolte e ora si trovano nella chiesa di Santa Maria Maddalena a Parigi.

2. I papi e la casa di Maria

L'interesse nei confronti della casa e i pellegrinaggi verso questo luogo continuarono a crescere nel corso degli anni '50 e furono ulteriormente stimolati quando nel 1960 papa Giovanni XXIII inviò alla casa di Maria una candela speciale per la festa della Purificazione della Beata Vergine, conosciuta anche con il nome di Candelora. Queste candele speciali vengono inviate solo ai più importanti santuari mariani del mondo. Per sottolineare il fatto, poi, il papa confermò l'indulgenza plenaria per i pellegrini che visitavano la casa.
La successiva data significativa nella storia moderna della casa è il 26 luglio 1967, giorno in cui il Paolo VI fece la prima visita "papale" alla casa. Il papa arrivò a metà pomeriggio, con aria fragile e spossata nella calura estiva, e camminò in mezzo alla folla sino alla casa, dove entrò insieme a diversi ecclesiastici. Lì si inginocchiò a pregare, e le sue preghiere, a cominciare dall'Angelus, furono trasmesse dagli altoparlanti alla gente che stava all'esterno. Poi il papa offrì una lampada di bronzo a padre Filibert de la Chaise, il cappuccino custode della casa. «Questo è un omaggio per la beata Vergine», disse.
La successiva visita papale - questa volta da parte di Giovanni Paolo II - avvenne il 30 novembre 1979 e fu un' occasione molto più pubblica. Come il suo predecessore, il papa andò direttamente alla casa e trascorse un po' di tempo in preghiera personale. Poi celebrò la messa all'aperto, su un altare sistemato sopra un terrapieno rialzato accanto alla casa, mentre oltre duemila persone accalcate, si alzavano sulle punte dei piedi per vedere meglio il Santo Padre. In quella messa distribuì personalmente la comunione ai fedeli e poi si rivolse ai pellegrini in francese, italiano, inglese e polacco. Alla fine al papa furono presentati dei doni, tra cui una magnifica copia del Corano offerta dal sindaco di Selçuk, il quale disse che intendeva in questo modo sottolineare il fatto che anche i musulmani mostrano riverenza nei confronti di Maria.
L'ultima visita papale in ordine di tempo è quella effettuata da Benedetto XVI il 29 novembre 2006, nel corso della sua visita ufficiale in Turchia. Il papa celebrò la messa su un piccolo altare di legno, accanto alla casa di Maria, in mezzo ai boschi che portavano ancora i segni
impressionanti dell'incendio, scoppiato ad agosto, che aveva distrutto tutta la vegetazione intorno, rischiando di bruciare anche la casa, e che si fermò prodigiosamente solo davanti alla porta. Di fronte ai pellegrini arrivati da Smirne, Mersin, Iskenderun e Antiochia, e altri venuti da diverse parti del mondo, il papa ha ricollegato la propria visita a quelle dei suoi predecessori e ha pregato per la pace. «In questa celebrazione eucaristica vogliamo rendere lode al Signore per la divina maternità di Maria, mistero che qui a Efeso, nel Concilio Ecumenico del 431, venne solennemente confessato e proclamato. In questo luogo, uno dei più cari alla Comunità cristiana, sono venuti in pellegrinaggio i miei venerati predecessori, i Servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo II, il quale sostò in questo Santuario il 30 novembre 1979, a poco più di un anno dall'inizio del suo pontificato. Ma c'è un altro mio Predecessore che in questo Paese non è stato da Papa, bensì come Rappresentante pontificio dal gennaio 1935 al dicembre del '44, e il cui ricordo suscita ancora tanta devozione e simpatia: il beato Giovanni XXIII, Angelo Roncalli».
Sono state queste visite che di fatto hanno portato all'attenzione del mondo il piccolo santuario, che è diventato meta di pellegrini provenienti da ogni angolo geografico e dottrinale della cristianità: cattolici, ortodossi, protestanti... Si calcola che oltre un milione di persone all'anno salgano fino alla casa di Maria. Alcune vengono per i presunti poteri curativi dell' acqua:- una reputazione che non dovrebbe essere senza fondamento, visto il numero di stampelle e altri supporti degli arti che lì sono raccolti, e pure altri oggetti lasciati come ringraziamento. Altri, tanto cristiani quanto musulmani, vengono semplicemente per pregare in un luogo santo. Altri ancora vengono solo per curiosità, per vedere un luogo dove si crede che la Vergine Maria abbia trascorso gli ultimi anni della vita sulla terra. Quale che sia la ragione per visitare la casa, tutti i visitatori sono concordi nell' ammettere che esso, nonostante le masse che affollano il sito in estate, rimane un luogo di serenità e di santità non comuni.
A prima vista, tuttavia, esso non sembra diverso da una qualunque altra attrazione turistica popolare. L'accesso al sito è affiancato dai soliti negozietti e bancarelle che vendono souvenir di dubbio gusto insieme a oggetti religiosi spesso di banale volgarità. Ma una volta all'interno del sito, l'atmosfera cambia completamente. La santità palpabile dei luoghi induce a un comportamento che non ho trovato in nessun altro luogo di pellegrinaggio che ho visitato.

3. Tutta l'area appare ora come un «santuario»

All' arrivo sul luogo, una statua di bronzo della Vergine accoglie i visitatori con le braccia allargate. Risalente al 1867, la statua apparteneva a una comunità religiosa di Smirne, che la offrì in dono a padre François Saulais, il cappellano di Meryem Ana, che a sua volta la collocò lì su un basamento. Dietro la statua, alla fine del vialetto costeggiato dagli ulivi piantati dagli uomini di padre Jung negli anni '90 dell'Ottocento, si trova la casa. Dietro di essa, in alto e a sinistra, è il terrazzamento sul quale si tengono i servizi religiosi dei gruppi in visita.
L'entrata alla casa, ombreggiata da un grande albero, conduce a un piccolo vestibolo. Sui muri laterali due targhe di marmo - una in turco e l'altra in francese - rendono omaggio a suor Grancey, ai padri Jung e Poulin e agli arcivescovi Timoni e Descuffi. Dopo essere entrati nella stanza principale attraverso un passaggio ad arco, si
giunge a uno spazio di spoglia semplicità, con due finestre aperte in alto, una per ogni lato, e solitamente una fila di candele tremolanti addossate ai muri. La stanza è divisa da un altro passaggio ad arco, al di sotto del quale, inserita nel pavimento, si trova una grande lastra di marmo nero che segna il luogo dove fu trovato il focolare. Dietro si trova l'altare con, nell' abside, una statua della Vergine. Questa statua venne trovata tra le rovine della casa, ma scomparve due volte nel corso degli anni allorché la casa divenne di fatto "prigioniera di guerra'; e da ultimo fu rinvenuta solo dopo che la casa fu restituita ai Lazzaristi nel 1931. A entrambi i lati dell'altare si trova una nicchia, e quella di destra contiene la lampada di bronzo offerta da Paolo VI nel corso della sua visita del 1967.
Al di là del passaggio ad arco sulla destra si trova la camera da letto di Maria, con tenui raggi di luce che scendono dalle finestre poste in alto. Sul muro di fondo si trova una raffigurazione del volto di Maria dipinto direttamente sulla superficie di pietra dal pittore francese Ratislas Loukine nel corso di una visita alla casa nel 1978. Sugli altri muri sono incorniciati versetti del Corano riferiti a Maria. A causa della condizione speciale che l'islam attribuisce a Maria, spesso si vedono anche musulmani fare namaz (la preghiera) in questa stanza.
Di nuovo all' esterno, gli scalini di fronte alla casa conducono in basso al livello dove la amasya (acqua santa) esce da spine o cannelle sotto gli archi costruiti sul fianco della montagna.
Più oltre, lungo il muro, si trovano alcune griglie di metallo a cui i pellegrini musulmani attaccano pezzettini di tessuto rappresentanti i desideri che sperano saranno esauditi, le preghiere che attendono risposta.
Ma queste preghiere sono sempre esaudite? Lo sa Dio!
Tuttavia è incontestabile il fatto che nel corso degli anni c'è stato un impressionante accumulo di stampelle e altri supporti fisici presso la casa di Maria, e anche una raccolta parallela di offerte votive in riconoscenza per le guarigioni operate, il che lascerebbe intendere che parecchie persone sono partite di qui convinte di avere ottenuto quello che cercavano.

Il 3 ottobre 2004, papa Giovanni Paolo II ha proclamato beata suor Anna Katharina Emmerick. Senza i racconti delle sue visioni, messe per iscritto e ordinate da Clemens von Brentano, quasi sicuramente la casa sulla Collina degli Usignoli non sarebbe mai stata ritrovata. In attesa della canonizzazione dell'umile suora, possiamo comunque stare certi che ella gode ormai in cielo la dolce compagnia della Vergine Maria Assunta e del suo Figlio divino.
Infine, bisogna dire che se qui c'è qualcosa di indubbiamente e stupendamente miracoloso, è che la «casa di Maria» abbia continuato a esistere fino ad oggi. Ripetutamente maltrattata nel corso del tempo e quasi seppellita da secoli di oblìo, essa resta ancora ai nostri giorni, per la nostra gioia ed edificazione: come santuario della Signora, ormai gloriosa, vissuta lì duemila anni or sono, e come memoriale di tutti coloro che in vario modo hanno contribuito a non lasciarla scomparire da questa terra.

La "casa" stessa è il miracolo.