PICCOLI GRANDI LIBRI    JOAN CHITTISTER
I DIECI COMANDAMENTI
Leggi del cuore

Queriniana 2008
Titolo originale: The Ten Commandments. Laws of the Heart, Joan Chittister, - 2006 Orbis Books, Maryknoll, NY
Traduzione dall'inglese-americano di LUCA DE SANTIS

1. La legge della riflessione

4. La legge della premura

7. La legge della condivisione

10. La legge della sicurezza

2. La legge del rispetto

5. La legge della vita

8. La legge del parlare

11. La prima legge dell'amore

3. La legge del ricordo

6. La legge dell'impegno

9. La legge dell'autocontrollo 12. La seconda legge dell'amore

 

7. La legge della condivisione

Settimo:
 
«Non rubare» 
(Es
20,15).

In principio...

Prima di decidere che il comandamento «Non rubare» è chiaro nel suo significato, o che non necessita di una spiegazione, o è ovvio nella sua applicazione, dobbiamo considerare due dati forniti dall'informazione contemporanea. Il primo dato compara gli stipendi che le aziende statunitensi pagano ai loro dirigenti con l'importo pagato ad altri dirigenti nel mondo. In Germania,. un dirigente d'azienda guadagna 21 volte la paga media di un operaio; in Giappone, 16 volte.

Nel 1980, i dirigenti delle aziende statunitensi ricevevano uno stipendio che era 42 volte la paga media di un operaio. Dal 1990, il rapporto è cresciuto fino a 85 volte la paga media di un operaio. Nel 2000 era 531 volte più alto della paga degli operai, che con il loro lavoro rendono possibile il profitto.

Oppure, per porre la questione in un altro modo, il programma di sviluppo delle Nazioni Unite riportava, nel 1998, che le 225 persone più ricche del mondo avevano un reddito annuo complessivo pari a quello dei due miliardi e mezzo di persone più povere del mondo. Questo significa, approssimativamente, una metà della popolazione mondiale. Sessanta di queste persone vivono negli Stati Uniti.

Questa è la gente che insiste nel dire che i programmi di previdenza devono essere tagliati e che le agevolazioni fiscali sono necessarie per assicurare i margini di profitto delle più ricche società di capitale nel mondo.

In un mondo come questo, il settimo comandamento «Non rubare» è nuovo quanto il giornale del mattino. Il concetto ebraico di rubare, così com' era sentito da un clan nomade, rurale, pastorale, era molto differente da come lo intendiamo oggi. Noi presumiamo che la funzione di una legge penale sia quella di proteggere la proprietà del ricco dall'ingordigia del povero. Israele, invece, presumeva che la funzione di questo comandamento fosse di proteggere la comune proprietà del clan - il pozzo dell' acqua, la terra da pascolo, il gregge - dall' espropriazione individuale per amore del profitto personale.

Per gli israeliti, tutta la proprietà era posseduta in comune e il benessere della comunità sostituiva tutte le appropriazioni individuali. Dio era il proprietario della terra; essi erano al massimo i suoi custodi, i suoi guardiani, i suoi amministratori. La terra era stata data loro in 'prestito', per il benessere di tutti. Privare un qualunque membro della comunità della sua parte, privarlo delle cose che gli erano necessarie, significava peccare contro Dio.

Il concetto è antico e sacro, ancora vivo e fiorente nelle tribù dei nativi americani, le cui terre abbiamo delimitato per i nostri progetti nelle guerre indiane del XIX secolo, e di esso si trovano ancora residui nel piano regolato re di quelle città europee dove i diritti ai pascoli pubblici rimangono parte e porzione dei 'terreni demaniali' della città.

Solo quando gli israeliti cominciarono a installarsi in aree urbane, nelle città cananee, emerse il concetto della proprietà privata e della sua sicurezza, come altra dimensione della vita comune. Ai nostri giorni, l'intera nozione di proprietà 'privata' e della sua relazione con il bene comune è controversa. Le nazioni ricche derubano le nazioni in via di sviluppo delle loro risorse nazionali, del loro lavoro e della loro terra a prezzi irragionevoli.

Invece, Israele scriveva leggi non per proteggere il ricco dal povero, ma per proteggere il povero dallo sfruttamento da parte del ricco. La Scrittura è piena di avvertimenti contro l'usare pesi falsi per pesare il grano al mercato, o il caricare interessi su di un debito, o il trattenere in garanzia il mantello di un debitore per la notte, anche se senza di esso egli poteva morire di freddo.

Le leggi riguardanti la carità, l'elemosina, la distribuzione. dei beni sono chiare nell' ebraismo. Un minimo di un decimo del reddito appartiene a Dio e deve essere usato per prendersi cura del popolo di Dio (Gen 28,22). Nessun israelita poteva sfuggire all' obbligo di prendersi cura di quelli che non potevano provvedere a se stessi: i sacerdoti, perché si dedicavano interamente al culto di Dio, e i poveri, perché non erano in grado di procurarsi il sostentamento.

La possibilità di spigolare - il diritto del povero sulla parte non raccolta delle messi nel campo e l'obbligo per l'agricoltore di lasciare indietro parte del prodotto della stagione, compreso ciò che cade dai carri dell' agricoltore alla fine della giornata di mietitura - assicurava al povero d'Israele la sua porzione di ogni messe. Anche della messe che egli non aveva piantato, che non aveva coltivato, che non aveva raccolto.

Anche le primizie di ogni prodotto appartengono a Dio. Il meglio - non il peggio di ciò che un agricoltore coltivava - apparteneva a quelli che erano nel bisogno. Ogni ebreo, pure il povero, così prescriveva la legge ebraica, era tenuto a dare almeno un terzo di sheqel all' anno per aiutare coloro che erano ancora più poveri. Qui non si parla di ridurre i fondi previdenziali, così che il ricco possa diventare più ricco.

La Bibbia proibisce lo spreco con altrettanta certezza con cui comanda la carità. «Non devi distruggere gli alberi», ordina il Deuteronomio (20,19). Niente va distrutto di quanto qualcuno utilizza, ma deve essere messo a disposizione di chi ne ha bisogno. Sprecare cibo, darsi a un ostentato consumo, gettando via cose che hanno ancora valore semplicemente per avere cose nuove, significa rubare a quelli che hanno bisogno di quelle cose, ma non possono permettersele.

Le implicazioni sociali di quest' eredità continuano a essere valide per cambiare il modo in cui una società opera.

Avere scuole nei centri urbani senza laboratori informatici, mentre i bambini dei ricchi dispongono di due o tre computer all'anno, viola quello che per gli ebrei era un comandamento, «Non rubare». Per le aziende, il ricorso regolare a piani di leasing per l'acquisto di strumenti tecnologici che vengono annualmente eliminati, senza distribuire quegli stessi strumenti a gruppi che ne hanno bisogno, nella prospettiva della Bibbia significa defraudare il povero.

Rubare, quindi, in senso biblico non è tanto un peccato privato o personale quanto un peccato sociale. Accaparrarci ciò di cui non abbiamo bisogno, distruggere ciò che è utile a un altro, privare i membri della comunità delle loro necessità basilari è rubare.

Una rigorosa onestà nel trattare gli affari è il fondamento dell'intera Toràh, così apprendono gli ebrei. Il bambino ebreo sa che questa è la prima cosa per cui una persona viene giudicata dal tribunale celeste. Gli affari e la carriera, per quanto di successo sia l'affare e per quanto irresistibile sia la carriera, sono sempre da considerare secondari rispetto ai nostri doveri verso Dio.

In ultima analisi, quindi, questo comandamento ci chiede oggi a gran voce di ripensare l'idea occidentale per cui l'accumulo di ricchezza è un ideale degno della vita umana. Esso ci rammenta che condividere è l'imperativo umano, poiché tutti, in qualche modo, dipendiamo da qualcuno per procurare ciò di cui ciascuno ha bisogno. Nessuno è completamente autosufficiente. Questo comandamento ci rammenta che la retribuzione deve essere giusta. Ci rammenta che rubare riguarda il metodo molto più di quanto riguardi il danaro.

In un mondo in cui le società che gestiscono carte di credito caricano dal 12 al21 % d'interessi e tre miliardi di persone vivono con meno di due dollari al giorno, mentre la media dei dirigenti di una delle 500 aziende più fortunate guadagna annualmente oltre 8.500.000 dollari, «Non rubare» può essere il comandamento che prova ciò che Gesù intendeva quando diceva: «È più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt 19,24).

L"affare', la 'truffa', le scappatoie legali che costituiscono i modelli dell' attività commerciale del XXI secolo fanno del furto il profilo e il fondamento del commercio mondiale. Quelli che hanno prendono di più. Quelli che non hanno prendono meno. Non sono ammesse domande. Ma quelli che non hanno niente ricevono solo disprezzo.

Con l'ascesa della classe media e l'industrializzazione del mondo occidentale, la teologia riformista si è allontanata dall' obbligazione scritturistica di provvedere ai poveri con sistemi che consentissero di spigolare i loro mezzi di sussistenza dal superfluo degli altri. Invece, è andata emergendo tutta la filosofia di un 'aspro individualismo'. Quelli che potevano prendere potevano avere. Quelli che non potevano prendere morivano sui marciapiedi delle nuove città emergenti, o vivevano nello squallore. Alienavano i loro corpi in pesanti lavori a giornata nel XIX secolo, e sentivano le loro anime schiacciate dalla vergogna di dipendere dall' elemosina e da file per il pane nel XX secolo.

Ora piccoli assegni, troppo scarsi per assicurare la loro dignità e dati con riluttanza, privano i loro figli di assistenza medica e di tre pasti al giorno.

Rubare è diventato l'ordine del giorno in un mondo strapieno di ricchezza e, allo stesso tempo, brulicante di poveri.

L'interpretazione del comandamento, ristretta al livello personale, dà un conforto molto illusorio a quelli per i quali il tema della giustizia sociale è stato da lungo tempo trascurato nella loro comprensione del Decalogo che ordina la condivisione comune. «Non rubare» è stato ridotto a non taccheggiare, non commettere piccoli furti, non borseggiare, non praticare furto con scasso, non fare sottrazioni insignificanti. È diventato la sfera d'azione delle persone povere, delle persone malate, delle persone immature.

Ma il rubare che il Decalogo ha veramente in mente, di cui veramente s'interessa, è in realtà diventato il peccato delle persone ricche, delle persone potenti, delle persone che sono in condizione di dire «prendere o lasciare» a tutti quelli che cercano un salario per vivere, o una sovvenzione per la casa, o sussidi medici e pensioni.

«Io ho udito il grido del mio popolo in Egitto» (Es 3,7), dice YHWH a Mosè nel roveto ardente, «e ho intenzione di liberarlo». Il solenne pronunciamento di YHWH, che fece cadere piaghe su di un popolo che riduceva gli ebrei in povertà, li sovraccaricava di lavoro e li sottopagava, diffonde un tremore attraverso tutte le Scritture ebraiche. Se ascoltiamo attentamente, è quasi possibile avvertire ancora quel fremito adesso, nel nostro tempo, allorquando 225 persone ricche hanno un reddito annuo pari a quello di due miliardi e mezzo di persone poverissime sul pianeta e, di conseguenza, i più poveri muoiono quotidianamente d'inedia.

E poi...

Rubare non riguarda le cose. Rubare riguarda le relazioni. E, se il quotidiano è una sorta di testimone della qualità di questa società, la nostra sta andando in polvere.

La CNN ha diffuso recentemente uÌ1astoria che ha messo in moto la mia immaginazione. Le scuole medie superiori, diceva la storia, stavano cominciando a bandire dalle aule i telefoni con fotocamera. Perché? Non perché gli studenti usano i cellulari negli atri delle scuole. Non perché si scrivono l'un 1'altro messaggi stravaganti durante le lezioni. Non perché giocano con i cellulari mentre si suppone che stiano studiando. Non perché i cellulari squillano durante le lezioni. No, la scuola bandiva i cellulari con foto camera perché uno studente di una classe era stato sorpreso a fotografare e a inviare il testo che aveva di fronte a uno studente da un'altra parte nell'edificio. Lo schema era semplice. Uno studente spediva il testo, l'altro avrebbe rispedito le risposte o lo avrebbe usato per prepararsi a svolgere lo stesso compito più tardi.

Rubare, sembra, è diventata un' arte raffinata negli Stati Uniti.

Le aziende lo fanno con i fondi delle pensioni degli operai che hanno risparmiato per tutta la loro vita, facendo un lavoro massacrante, solo per scoprire, anni più tardi, che i loro fondi sono stati saccheggiati proprio dalle persone che non hanno affatto bisogno di soldi per la pensione.

I presidenti lo fanno dirottando il danaro da un progetto all' altro, senza sottomettere la transazione alla richiesta di approvazione da parte dell' assemblea.

Gli addetti all'imballaggio lo fanno gonfiando la: misura della scatola del prodotto e addebitando per essa più dello stesso articolo, imballato più modestamente sulla mensola della drogheria vicina.

I venditori lo fanno addebitando il costo del trasporto, piuttosto che il valore dell' articolo.

E ora si profila l'idea che possano essere rubate le elezioni, perfino le elezioni, e precisamente interdicendo i votanti, perdendo le urne elettorali e programmando le macchine per la registrazione automatica del voto.

I telefoni con fotocamera e i computer non figuravano negli elenchi dei peccati riportati nei libretti che si usava dare a noi bambini quando si veniva preparati alla prima comunione. Allora tutto riguardava il danaro: trovare danaro e non restituirlo; prendere danaro dal borsellino della mamma senza il suo permesso; prendere dallo scaffale dei dolciumi, nella drogheria all' angolo, senza pagare.

Era un piacevole, semplice, 'onesto rubare'.

Non adesso. Ora l'onesto rubare è diventato un subdolo rubare. Peggio, è diventato un grande affare. Adesso lo diamo per scontato. Così vanno le cose, diciamo. Tutti lo fanno, diciamo. È la conseguenza logica della situazione, diciamo.

Perché? Bene, Friedrich Schiller lo esprime in questo modo: «È criminale rubare un borsellino. È audace rubare una fortuna. È un segno di grandezza rubare una corona. La vergogna diminuisce man mano che aumenta la colpa».

"«Crimine da colletto bianco», lo chiamiamo. E noi ammicchiamo con una sorta di rispettosa meraviglia per la genialità di tutto questo. Nessuna meraviglia che i ragazzi delle scuole medie superiori inventino nuovi modi per farlo. È 'di moda'. È il modo intelligente di aver successo. È ciò che devi fare per sopravvivere in una cultura in cui rubare è diventato il segno del vero successo. Il peccato adesso non riguarda il rubare, riguarda l'essere scoperti.

Può essere tempo di dare al settimo comandamento più attenzione di quanto facciamo - se, cioè, vogliamo essere sempre capaci di fidarci ancora l'uno dell'altro.

E per te...

Quanto siamo onesti nelle piccole cose determina, alla fine, quanto saremo retti nelle grandi cose - non semplicemente nella nostra vita, ma nella società che ci circonda.

C'è un altro modo di rubare del quale non parliamo. Questo modo include l'avere più di quanto ci è necessario e il non dare niente a quelli che non hanno niente. Questo è il modo di rubare consumando, controllando, accumulando i beni della terra per se stessi. Lo chiamiamo 'individualismo duro'. Non lasciarti ingannare: è ingordigia spirituale.

Esaurire i beni della terra, detenere il controllo delle necessità fondamentali di una società - terra, casa, vestiti e cibo - sottrae ciò che abbiamo a quelli che non possono permettersi di comprare, ma neppure possono permettersi di fame a meno. Perché, altrimenti, alcuni bambini cominciano a vendere droga, se non per avere ciò che non possono avere in nessun altro modo?

I ladri di piccolo rango, noi li mettiamo in galera. Perché? A quale scopo? Per quale fine? «Le prigioni», ha detto una volta il governatore Jerry Brown, «non riabilitano, non puniscono, non proteggono, allora che diamine fanno?». Questa è una domanda che richiede una risposta, in una società in cui le carceri sono la sola industria in crescita e in una nazione le cui scuole si stanno deteriorando.

Gli antichi conoscevano ciò che noi rifiutiamo di ammettere, così sembra. Il senatore romano del II secolo, Marco Aurelio, scriveva: «La povertà è la madre del crimine». Finché tutte le persone non avranno accesso alle necessità fondamentali - cibo, casa, lavoro, educazione, assistenza medica e igiene - le persone che danno queste cose per scontate saranno prigioniere dell' opulenza. Opulenza di lusso, forse, ma tuttavia prigionieri.

Quando rubacchiamo a un altro ciò che non abbiamo procurato da noi stessi, guadagniamo un po' di proprietà, forse, ma nel far ciò perdiamo un po' di anima.

«Non rubare» significa, in realtà, «Custodisci la tua integrità». Quando inganniamo e rubiamo, perdiamo molto più di noi stessi rispetto a quanto possiamo guadagnare. Diciamo che la povertà porta a rubare; gli iracheni dicono che rubare porta alla povertà. Pensaci.

Rubare è rubare, sia che prendiamo al povero sia che prendiamo al ricco. Fissare un prezzo eccessivo per una cosa, solo perché la popolazione può pagare per essa, è ancora rubare. Questo è pure il motivo per cui viene mantenuto il sistema delle classi sociali, anche se diciamo di non averne.

Studia il 'bilancio finanziario' personale e conoscerai la tua teologia di vita. Che cosa compri? A chi dai? Che cosa non compri? A chi non dai?

Le cose che scegliamo di possedere, i desideri che abbiamo - soddisfatti o meno - ci dicono chi siamo realmente. Nel profondo. Proprio nel nostro cuore. Non importa come appare agli altri. «lo non sto comprando un' automobile», diceva il vignettista canadese Lynn Johnson. «Io sto comprando uno stile di vita».

Quando la vita diventa, come è diventata negli Stati Uniti, il possesso senza limiti di cose, rubare diventerà naturalmente un modo di vivere. Solo quando coltiviamo le dimensioni di vita che hanno qualcosa a che fare con la vita stessa, piuttosto che con la ricchezza, possiamo forse diventare persone veramente oneste.

Non possiamo affermare che non siamo una nazione di ladri se non insistiamo per una società in cui nessuno deve rubare per vivere. Anatole France lo esprime in questo modo: «La legge, nella sua maestosa uguaglianza, proibisce al ricco e al povero ugualmente di dormire sotto i ponti, di chiedere l'elemosina nelle strade o di rubare pane». Ahi!

 

8. La legge del parlare

Ottavo:
«Non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo»
(Es
20,16).

In principio...

Uno degli aspetti più inquietanti tra i dati morali diffusi di recente ha a che fare con il posto dell'onestà nella cultura americana. L'Istituto di etica Josephson ha tenuto sotto osservazione l'etica dei giovani americani ogni anno fin dal 1992. Nel 2002 il sondaggio comprendeva dodicimila studenti di scuola media superiore e ha trovato che quasi il sette per cento di loro aveva imbrogliato in un test. Più del 33 per cento diceva di aver rubato qualcosa da un negozio e il 93 per cento diceva di aver mentito a un genitore, a un parente o all'insegnante. Più sorprendente di tutto, forse, era il fatto che gli studenti iscritti a scuole gestite da religiosi erano più inclini a imbrogliare e a mentire. Nel 2002, il fattore cinismo - l'idea che «una persona talvolta debba mentire o imbrogliare per avere successo» - balzò dal 9 al 43 per cento.

Inoltre, come indica lo studio, in ogni categoria i numeri sono sostanzialmente in aumento da un anno all' altro. I numeri devono essere considerati attentamente. Negli anni a venire, potrebbero avere un effetto su tutti noi. «La cosa allarmante», diceva Michael Josephson, presidente dell'Istituto di etica Josephson, «è che tanti ragazzi entrano nel mondo del lavoro per diventare dirigenti aziendali, politici, meccanici di aerei e ispettori nucleari con l'inclinazione e le abilità di imbroglioni e ladri». Il pensiero di una cultura aziendale viziata nel suo cuore da un totale disprezzo per la verità da parte delle persone che la controllano stravolge i cardini dell'intera nostra società. Se non possiamo fidarci l'uno dell'altro per avere contratti onesti, per dare un'informazione onesta, per agire onestamente nelle relazioni interpersonali, che cosa possiamo sperare dalla nostra società nel suo complesso - dai suoi professionisti, dai suoi banchieri, dai suoi politici?

Le notizie sono di cattivo auspicio. Gli interrogativi- che sollevano sono ancora più preoccupanti. Come mai la tradizionale considerazione per la verità sembra essere in pericolo? Forse la domanda soggiacente più importante è: che cosa stiamo insegnando sulla natura del 'successo' in questa cultura?

La risposta si può trovare nel fatto che l'ottavo comandamento - «Non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo» - ha due dimensioni storiche. Una di esse abbiamo imparato a osservarla. L'altra, forse, non siamo riusciti a comprenderla e a insegnarla - ambedue nel loro significato per gli altri e nel loro effetto su noi stessi.

Il primo livello di testimonianza, che il comandamento implica, si riferisce semplicemente e direttamente al sistema legale - a quelli che rendono 'testimonianza' in un tribunale. Di fatto, tali leggi erano comuni a tutte le più importanti culture del Vicino Oriente.

Il comandamento, ovviamente, non intende essere solo esortatorio. Esso concerne una materia importante e questioni di significato sostanziale per la comunità. La gente dovunque, a quanto sembra, riconosceva la necessità di proteggere il sistema legale stesso dalla disonestà e dalla perversione.

Portare una falsa testimonianza contro una persona in un tribunale è sia un serio abuso del sistema giudiziario, sia un attacco all' accusato, la cui reputazione, se non la sua vita, è a repentaglio. Mentire -la gente sembrava saperlo istintivamente - non era una cosa da poco.

Severi tentativi di assicurare l'integrità del sistema legale erano, di conseguenza, fondamentalmente universali e certamente non esclusivi della Torah. Il codice di Hammurabi, per esempio, centinaia di anni prima della legge mosaica, aveva già decretato che nel caso in cui un falso accusatore venisse smascherato nella sua malizia, egli (dal momento che solo i maschi potevano testimoniare) doveva ricevere la stessa punizione alla quale aveva esposto l'accusato. Proporre consapevolmente una falsa accusa di omicidio - un crimine capitale - contro una persona innocente comportava la condanna a morte dell' accusatore.

Questo primo livello di 'testimonianza', un livello pubblico, esige un impegno nei confronti della verità fattuale. Ma c'è un secondo livello di 'falsa testimonianza', che pure deve essere considerato.

Il secondo aspetto dell' ottavo comandamento è molto più sottile, molto più arduo del primo. Il secondo aspetto si riferisce al parlare come atto sacro. L'idea stupisce. In un mondo in cui la pubblicità ingannevole è un dato di fatto, in cui l"imbonimento' è una sorta di intelligente esagerazione, raramente sottoposta a confronto, comunemente creduta, la parola è tuttavia diventata qualcosa di 'sacro'. In questa cultura siamo più propensi a sorridere mestamente a quelli che sono abbastanza ingenui da credere a ciò che viene loro detto, piuttosto che criticare e tanto meno dichiarare colpevoli quelli che fanno affermazioni false. Dire solo una parte della verità o non dire la parte cruciale della verità è proprio la stessa cosa. Le aziende farmaceutiche, le aziende del tabacco, le aziende automobilistiche, i mediatori di borsa sono, di fatto, diventati maestri in questo. Siamo al punto che cavarsela con la falsità ingegnosa è parte di ciò che si avvicina al successo.

Ma non doveva essere questo il modo.

«Se un uomo fa un voto a Dio, o fa un giuramento per obbligarsi, non deve profanare la sua parola», insegna il libro dei Numeri. Non deve violare ciò che è specifico di un essere umano e che mi costituisce nella mia unicità. «La tua parola ti tradisce», dicono i poeti - e i poeti hanno chiaramente ragione. Ciò che dico mi definisce come persona, molto più di quanto definisca ciò di cui sto parlando: mi presenta come onesto o disonesto, giusto o ingiusto, pienamente integro o moralmente privo di anima.

Il parlare è sacro perché è caratteristico di Dio. Il parlare crea il nostro mondo. Dà nuova vita o la toglie. Promette e garantisce, o rende il mondo un luogo difficile da abitare. Costruisce fiducia e comunità o le distrugge. Di fatto, il parlare fa di noi il tipo di persona che siamo - vera o falsa, a immagine di Dio o meno, con-creatrice o distruttrice della parola che costituisce un popolo nel suo essere un popolo.

Parlare significa creare una realtà. Crearne una falsa riguardo a qualcuno o a qualcosa equivale senza dubbio a profanare l'io. Ma viola anche la creazione per come Dio l'ha fatta, chiamandola in qualche altro modo rispetto a ciò che è. Mina il tipo di fiducia di cui la comunità umana ha bisogno per funzionare insieme come una sola famiglia di Dio. Erode le relazioni personali. È una mina contro la credibilità dell'io.

Mentire, però, fa anche più di questo. Mentire oscura l'io reale - anche per se stessi. Più comincio a mentire con facilità, con superficialità, anche senza necessità, più la verità si capovolge nella mia mente. Diventa sempre più difficile sapere qual è la verità, che cosa è realmente 'vero' tra tutte le falsità. Quando mento abbastanza a lungo, perdo il contatto con ciò che realmente penso, realmente sento, realmente sono. Semplicemente, non conosco più me stesso, non so se ciò che dico è ciò che è accaduto, o ciò che voglio accada, o ciò che temo sia accaduto, o ciò che io voglio che altre persone credano sia accaduto. Divento una sciarada ambulante di fantasie contrastanti.

Mentire mi riduce al mio falso io; fa ripiegare la parte più sacra di me verso l'iniquità; viola l'immagine di Dio che è in me.

La Toràh, però, è chiara, non tutte le bugie sono uguali. Confondere una con l'altra e non riuscire a evidenziare la differenza crea solo altri problemi, altri peccati. Ci sono talvolta due verità con cui fare i conti in un discorso: la verità della situazione, da una parte, e, dall' altra, una differente verità sulla stessa situazione. Per esempio, il Talmùd (Ketubboth 16b-17 a) registra una disputa tra le importanti scuole teologiche di Hillel e di Shammai sull'argomento. Il Talmùd ' dice: «Come si può lodare una sposa danzando davanti a lei alla sua festa di nozze?

La scuola di Shammai dice: Descrivi la sposa così com'è. La scuola di Hillel dice: Descrivi la sposa come bella e piena di grazia.

La scuola di Shammai ribatteva alla scuola di Hillel: Ma supponi che sia zoppa o cieca. Si deve dire: "O sposa, piena di grazia", considerando che la Scrittura dichiara: "Tieniti lontano da qualunque falsità" (Es 23,7 in Mishpatim).

La scuola di Hillel replicava alla scuola di Shammai: A vostro parere, se uno ha fatto un cattivo acquisto al mercato, un amico dovrebbe lodarlo per il suo aspetto o disprezzarlo? Sicuramente dovremmo lodarlo per il suo aspetto. Pertanto, i saggi deducevano che dovremmo sempre sforzarci di essere gradevoli alle altre persone».

Il principio è chiaro: se nessuno guadagna ingiustamente dal mentire, la 'menzogna' non ci 'profana'. Abbiamo la responsabilità di mantenere private le cose private. Abbiamo un diritto a non esporci al mondo. Il desiderio di riservatezza non rende iniquo il nostro parlare. Né l'intenzione di essere gentili rende il nostro parlare falso. Al contrario. Come un mio amico era solito dire: «Ciò che non è ovviamente la verità non è ovviamente una menzogna».

Ma se qualcuno guadagna ingiustamente dal mentire, allora abbiamo denigrato la creazione, abbiamo profanato l'io.

Se il contenuto morale della cultura deve essere garantito, dobbiamo salvare la prossima generazione dalle false definizioni di successo, che spingono a imbrogliare e a mentire per sopravvivere. Dobbiamo pure insegnare la differenza tra il parlare che è sacro e lo spettegolare, il diffamare, il calunniare e il mentire che distruggono la costruzione stessa della comunità umana.

L'ottava parola del Decalogo è onesta: è il collante della razza umana.

E poi...

lo ho avuto una madre cattolica e un padre presbiteriano. Lei mi insegnava le dimensioni sacramentali della vita. Lui mi insegnava a venerare la verità. «Di' sempre la verità», mi diceva, «Mai una bugia. Ciò che ti procura quando vieni scoperta, non vale la pena». Questo accadeva molto tempo prima che io realmente comprendessi quest'affermazione.

Ora la custodisco gelosamente, come una delle chiavi per avere una vita reale.

Sono arrivata a comprendere, per esempio, che rubare è una cosa, ma mentire è un' altra. Rubare toglie a qualcuno qualcosa che ha. Mentire toglie alle persone quello che sono: la loro reputazione, la loro comprensione, la qualità delle loro vite. E la cosa realmente interessante è che le toglie sia a chi mente come pure a chi è oggetto della menzogna.

La storia è una registrazione di bugie che rubano la vita e dei loro effetti, anche negli Stati Uniti, e tutte corrispondono agli stessi criteri: non riguardano solo le vite di altri, riguardano il pubblico apprezzamento delle persone stesse.

Ricordo dov'ero quando Dwight D. Eisenhower, il paterno, eroico presidente degli Stati Uniti, confessava di aver mentito al pubblico americano circa il nostro uso di aerei spia sul territorio sovrano della Russia. La presidenza degli Stati Uniti, l'unica. cosa in cui un americano poteva credere fino alla tomba, dentro di me si mutò in una pallida ombra grigia, per la prima volta nella mia vita. Eisenhower, un uomo buono, qualche giorno dopo ha riconosciuto di aver fatto tale affermazione, ma era troppo tardi per salvare quella che era stata una vita pubblica senza macchia.

Io so dov'ero quando fu scoperto che i nastri relativi al caso Watergate di Richard Nixon erano stati cancellati. John Dean si dimostrò veritiero e un altro presidente, un altro pezzo dell'integrità e dell' affidabilità americane, si disintegrava proprio sotto i nostri occhi.

Lyndon Johnson mentì circa il Golfo del Tonchino. I vietnamiti non avevano fatto fuoco su di noi per primi, come egli aveva detto per giustificare la nostra invasione del Vietnam; noi avevamo fatto fuoco su di loro. La bugia ci coinvolse su vasta scala in una guerra che ci è costata 58.000 vite americane, altri 304.000 feriti, nove anni di afflizione e chi sa mai quante donne vietnamite, quanti bambini, quanti villaggi, quante risaie, quanti nonni. E anche a Johnson è costata la presidenza.

Clinton mentì sulla sua vita personale, e questo costa a lui e a noi l'orgoglio che altrimenti avremmo potuto avere di goderci un grande presidente.

Qualcuno ha mentito sul ballottaggio e le procedure elettorali in Florida nelle elezioni presidenziali del 2000 e ha lasciato questo paese diviso, in subbuglio, e ad affrontare la diffidenza per quattro anni. Ma lascia lo stesso stato della Florida svilito e sospetto agli occhi del resto della nazione.

In ogni situazione la persona che ha mentito avrebbe fatto meglio a dire la verità e la gente alla quale era stata detta la bugia sarebbe stata più pronta a perdonare, più sicura per il futuro.

Mentire ha effetti diversi dal rubare. Con la restituzione le persone possono recuperare. Mentre le menzogne coprono sia l'oggetto della menzogna sia i menti tori di sospetto, diffidenza e disonore per sempre.

Ancora adesso, il paese si scontra per determinare dove stia la verità e che cosa significhi per tutti noi come cittadini di questo paese, come cittadini del mondo. Abbiamo realmente detto tutta la verità sul perché abbiamo invaso l'Iraq? E se no - sia che sosteniamo o meno l'invasione - questo che cosa dice di noi come popolo?

Tutto ciò riguarda semplicemente la politica. Che dire delle bugie che provengono dall'economia? O dalle pratiche commerciali? O dalla pubblicità? O dalla religione? Che cosa fanno queste bugie - sia all'istituzione stessa, sia alla gente da essa influenzata?

«Non mentire» è il mandato spirituale destinato a salvare molto più della nostra reputazione. È un comandamento inteso a preservare un intero popolo dal cancro della diffidenza, l'individuo dalla trappola dell'orgoglio e la società dal vivere con gli effetti corrosivi di una cultura dell'inganno.

E per te...

Essere onesto con un' altra persona significa rispettare la capacità di quella persona di avere a che fare con la verità. È uno dei migliori complimenti che possiamo fare a una persona.

Mentire è spesso il tentativo di salvare un' altra persona dall' avere a che fare con una realtà che vuole, a lungo andare, affrontare con indifferenza. «La verità, come un intervento chirurgico», scriveva Han Suyin, «può far male, ma cura».

Noi mentiamo, non semplicemente sugli altri, ma anche su noi stessi. Costruiamo false facciate e creiamo false realtà circa noi stessi, per impressionare gli altri, per rassicurare noi stessi quanto alla nostra importanza. «La bugia più comune», scriveva Nietzsche, «è quella in cui si mente a se stessi; mentire agli altri è relativamente un'eccezione».

Qual è il quoziente di onestà del mondo in cui viviamo? Una cosa sappiamo con certezza: può solo essere tanto alto quanto il nostro.

Quando ci fondiamo nella verità, possiamo essere ostracizzati per il rifiuto di andare al passo con la menzogna pubblica, ma non possiamo essere distrutti. «La verità», diceva Elizabeth Cady Stanton - che conosceva tutto quello che c'era da conoscere quanto all' essere "rifiutati per osare dire una nuova verità - «è il solo terreno sicuro sul quale stare». Ti sfido.

Quando la storia è nei travagli del cambiamento, come adesso, ogni istituzione importante farà tutto il possibile per sopprimere il presente, per restare aggrappata al passato, per mantenere le vecchie verità che adesso sono nuove bugie. «Miele sulla sua bocca», dice il proverbio cinese, «coltelli nel suo cuore». Quindi, la bontà si cambia in asprezza e questa è la falsità più grande.

La persona che dice la verità ha la migliore memoria. Le bugie hanno molteplici variazioni; la verità è solo una.

Dire la verità non è un'arte difficile. In realtà, è l'inganno più facile di tutti. Samuel Butler lo esprimeva in questo modo: «Ogni idiota», diceva, «può dire la verità, ma si richiede una persona di un certo acume per sapere quanto menta bene». Il problema è che, alla fine, nessuno è mai così scaltro.

Se io stesso non sono onesto, a chi posso credere? Mentire è ciò che ci rende sospettosi in qualunque cosa nella vita.

Non è che la verità sia ricompensata; è che la verità non ha bisogno di ricompensa. La verità è la sua stessa ricompensa: non richiede memoria, non spiegazioni elaborate, non complici di un complotto, e non paura di essere smascherati.

Quando mentiamo su di un altro, questo è il segno che c'è qualcosa che non ci piace di noi stessi. Qualcosa di mancante. Qualcosa non è giusta.

 

 

9. La legge dell' autocontrollo

Nono:
«Non desiderare la moglie del tuo prossimo»
(Es
20,17).

In principio...

Jimmy Carter una volta ammise con un reporter che, sì, c'erano state occasioni nella sua vita in cui aveva guardato con interesse donne diverse da sua moglie. Egli «le aveva desiderate nel suo cuore», diceva. Non aveva mai agito spinto da quegli interessi, spiegava, ma era un essere umano. I pensieri vengono, talvolta.

Alcuni reagirono con orrore al solo pensiero di ciò. Altri sostennero che l'affermazione aveva giocato nel suo fallito tentativo elettorale. Nella località da dove provengo io, la gente semplicemente rideva di tutta la questione. «Dopo tutto, qual è il problema?», rispondevano.

E questa è la questione davvero importante.

A prima vista, il nono e il decimo comandamento sembrano  totalmente privi di sostanza, totalmente senza valore. Di fatto, come possono essere dei 'comandamenti'? Dopo tutto, chi può vedere il 'desiderio bramoso' - e comunque quante persone sarebbero tanto oneste, al riguardo, quanto Jimmy Carter? Più precisamente, alla fine, chi si preoccupa di questo? Dopo tutto, da quando' volere qualcosa può avere importanza morale se non facciamo qualcosa d'immorale per prenderla?

Il problema è che quella stessa linea di ragionamento può, in realtà, semplicemente indicare quanto legalisti, quanto fondamentalmente sottosviluppati noi siamo spiritualmente,

Per cominciare a comprendere il legame tra legalismo e mancanza di maturità spirituale ci sono due cose da considerare, prima che sia possibile determinare quando la preoccupazione di non 'desiderare' cose sia o non sia importante. Una sembra fondamentalmente non importante. La seconda sembra irrilevante.

Innanzitutto, alcuni gruppi contano i comandamenti in modo differente rispetto ad altri.

La legge ebraica - e la maggior parte dei protestanti considerano un solo e medesimo comandamento quelli che i cattolici romani e i luterani chiamano nono e decimo comandamento: non desiderare né la moglie del prossimo, né la proprietà del prossimo.

Allo stesso modo, la tradizione giudaica, diversamente dai testi cattolici e luterani, considera «lo, il Signore, sono il tuo Dio» e «Non avrai altro Dio oltre me» come due comandamenti separati, Il primo, così insegna l'ebraismo, riconosce l'unicità, il carattere monoteistico di Dio. La seconda affermazione, insiste 1'ebraismo, proibisce di costruire immagini materiali di Dio, come se Dio potesse essere 'rappresentato', immobilizzato, identificato, per esempio, con un maschio bianco.

Cattolici e luterani - alcuni dicono perché entrambi questi gruppi erano inclini all'uso di immagini - hanno fuso quelli che l'ebraismo considera due comandamenti in uno solo: «lo, il Signore, sono il tuo Dio, non avrai altri dèi oltre me». Li vedevano come due aspetti dello stesso mandato, Si pose così il problema che, per avere dieci comandamenti, ora dovevano presentare la proibizione del desiderare nei due aspetti separati.

Il punto è che, benché il nono e il decimo comandamento prendano in considerazione due differenti aree di vita - quella della lussuria e quella dell'avidità - ambedue, alla base, parlano di 'bramosia', di volere ciò che non dovremmo, che non potremmo avere.

È la bramosia al centro della questione, Non il comportamento sessuale, né l'acquisizione di beni. Il, problema è il desiderio. E, conseguentemente, è il significato e il pericolo della bramosia che tendiamo a sottovalutare nel nostro porre l'accento sull' eccesso sessuale o sul desiderio di ricchezza. In altre parole, questo non è «desiderare nel tuo cuore». Questo desiderio non riesce a essere soddisfatto.

La bramosia è la malattia spirituale di un desiderio senza freni. È la necessità di saziarci - e poi di avere ancora di più. È la necessità di una costante soddisfazione dei sensi. È l'incapacità di essere in pace con il proprio io, con la vita, con le necessità. È un voler allargare se stessi portato all' eccesso, e vita che diventa totalmente narcisistica.

La bramosia è un peccato dell' anima, una malattia della mente che porta a una continua scontentezza. È un pungolo ardente al centro del cuore, che ci spinge a volere sempre più di quanto è necessario, a chieder ci sempre come trovare il modo per prendere più di quanto non sia possibile, a prendere sempre ciò che vogliamo in qualunque modo possiamo - sia che dovremmo averlo D meno.

Competizione e confronto sono i motori che guidano, per altri aspetti, le persone ricche al pozzo della bramosia, dove abitano solo malcontento e insoddisfazione. Niente è mai buono abbastanza in questa parte dell' anima. Nessuna quantità di qualunque cosa è mai abbastanza. Lo sforzo incessante di prendere sempre di più, di qualunque cosa vediamo, diventa lo standard di vita che ci distrugge fisicamente, divora emotivamente i nostri cuori e ci inaridisce spiritualmente fino al midollo.

La competizione per le cose ci oppone al resto del mondo e, alla fine, ci lascia sempre perdenti. Cediamo a quelli che sono più forti, più intelligenti, più ricchi e meglio imparentati - per quanto intelligenti, forti, ricchi o qualificati possiamo essere. C'è sempre qualcuno che lo è di più. Quindi la bramosia - quest' aspra, spietata necessità di avere ciò che voglio, di prendere tutto quello che posso, di superare chiunque incontro - mi consuma e mi lascia furioso e insoddisfatto una volta di più.

Quindi, chiunque incontro è un mio potenziale nemico, piuttosto che un possibile alleato. Tutti stanno lì, ben in vista, minacciando di umiliarmi, di ridicolizzarmi, di mettermi al mio posto, di impedirmi di prendere ciò che domando, di spogliarmi di tutte le cose che ho così avidamente raccolto per nascondere il mio io reale dietro l'io che do a vedere.

Rimango con nient' altro da fare che confrontarmi con chiunque intorno a me, correre febbrilmente attraverso la vita - tentando di afferrare, tentando di vincere, tentando di accumulare fuori di me quello che non ho dentro di me: pace, soddisfazione, un senso di pienezza.

Se non possiamo vedere la 'bramosia', come ci può essere comandato di non desiderare? E se è un atteggiamento della mente, non un'azione, come può essere un peccato? Che 'parola' è questa per il popolo di Dio, circa il tipo di vita che deve prendere a modello chi afferma di vivere una vita divina?

In realtà, può essere la parola più importante di tutte: la parola qui non è semplicemente lode o umiltà, culto o onore, cura o fedeltà, giustizia o onestà. La parola che risuona mediante il nono comandamento è il più alto complimento che si può fare a un essere umano. La parola è 'controllo'. Noi che siamo, dice il salmista, «poco meno che dèi, poco inferiori agli angeli», abbiamo già ciò che manca al resto dell'universo: la capacità di controllare noi stessi. È la mancanza di controllo che è peccaminosa. Il nostro più grande peccato è la sostituzione di un desiderio infondato alla ragione, per volontà di potere.

Il potere di scegliere più che le cose, più che la sazietà, è la gloria di Dio in noi. La capacità di dire no a noi stessi è la corona di gloria dell' essere umano.

Questa nostra cultura, nel suo complesso è naturalmente schierata contro una tale prospettiva. A tutti noi viene continuamente detto ciò che dobbiamo avere per essere notati, ciò che dobbiamo comprare per essere aggiornati, ciò che dobbiamo indossare per avere successo, ciò che dobbiamo fare se vogliamo essere considerati raffinati, ciò che dobbiamo essere se speriamo di diventare influenti. Ma il nono comandamento è chiaro. Non dobbiamo fare nessuna di queste cose. Non abbiamo bisogno di alimentare le bestie del 'desiderio e dell'accumulo', che vogliono le nostre anime e conducono le nostre menti a volere in modo eccessivo.

In questo sta il potere del nono comandamento. Viene a fermarci prima che diamo strada alla lussuria, che non solo insudicia il corpo, ma danneggia anche l'anima. E Jimmy Carter, che confessava di aver conosciuto la lussuria nel suo cuore, aveva anche imparato a dirle di no.

E poi...

Di tutti i comandamenti che sono ignorati, trascurati, o considerati meno utili, il nono può essere classificato come il più insignificante di tutti. Per ironia, ai nostri giorni e in quest' epoca, in questa nostra società può essere il più necessario.

Il problema è che la maggior parte delle persone non coglie interamente il significato del nono comandamento. Non riescono a comprendere che la stessa formulazione del nono comandamento è una lezione di cultura, di storia, di vita sociale e di relazioni umane, nonché di sviluppo morale in atto.

Questo comandamento, più di tanti altri, indica come anche la nostra comprensione della vita morale cambia con il tempo.

L'asserzione originale del nono comandamento, per esempio, dice: «Tu non desidererai la moglie del tuo prossimo». Punto. Moglie. Non: «Tu non desidererai il coniuge del tuo prossimo». Questo comandamento nella sua intenzione originaria si occupa dell'ingiustizia commessa da un uomo che prende la proprietà di un altro uomo. Questo comandamento riguarda i diritti di proprietà maschili. Non riguarda, in realtà, la santità, il potere, l'inviolabilità della relazione sponsale.

A quei tempi, le donne, come la terra e gli animali, appartenevano agli uomini. I padri davano le loro figlie come spose a un altro uomo; le madri non davano i loro figli a un' altra donna. Gli uomini non appartenevano alle donne. E le donne non potevano possedere niente, non avevano diritti di proprietà, né indipendenza finanziaria, né identità legale, né diritti davanti ai tribunali.

Per secoli, gli uomini potevano avere, e abitualmente avevano, diverse mogli. Alle donne, invece, era consentito avere solo un marito. La situazione era molto chiara relativamente a chi possedeva chi. In alcune parti del mondo, fino a oggi, la situazione non è cambiata.

Tuttavia, almeno per alcune parti del mondo, siamo arrivati a tradurre 1'affermazione in modo che significhi qualcosa di molto differente, che dica che cosa significa distruggere i legami che fanno di due persone una coppia, una relazione, una casa.

Il problema è che nell'ampliamento dell'interpretazione - certamente importante, buono e significativo - siamo al punto che adesso rischiamo di intendere male un' altra sfumatura di questo comandamento, che può essere più che mai importante nella nostra società.

Questo comandamento riguarda la lussuria, riguarda l'insaziabile bisogno non soltanto di avere più di quanto ci è necessario, ma di avere più di quanto è bene per noi.

Questo comandamento riguarda la degradazione a cui andiamo incontro quando cerchiamo di aspirare tutta l'aria dalla vita e non riusciamo, però, a essere soddisfatti di nessuna cosa.

La lussuria è il tentativo di consumare ogni cosa che vediamo. La lussuria significa anche che ciò che noi vediamo, a sua volta, ci consuma.

La pornografia è lussuria. Lo sfruttamento sessuale delle donne e degli uomini è lussuria. La divisione del}e persone secondo categorie - alcune sacrificabili, altre no - è lussuria. L'assunzione di donne con una paga più bassa di quella degli uomini, per fare lo stesso lavoro che fanno gli uomini, è lussuria. Il 'ridimensionamento' di un anziano poco prima che vada in pensione, è lussuria. L'assunzione di persone più giovani piuttosto che di persone con esperienza, in modo da poter prendere la loro energia senza pagare per la loro esperienza, è lussuria.

«Tu non desidererai il corpo del coniuge del tuo prossimo» è un comandamento che noi tutti dovremmo fermarci a rivisitare, in questa nostra epoca lussuriosa.

E per te...

Quando usiamo il corpo di un'altra persona per la nostra soddisfazione, in qualunque modo ciò avvenga, sessualmente o commercialmente, piuttosto che per il bene della persona e nostro, questa è lussuria - con o senza il sesso.

Quando gli uomini sono veramente uomini, le donne non hanno bisogno di essere protette.

Quando vogliamo ciò che non è nostro, noi vogliamo ciò che, alla fine, ci possederà più di quanto noi possediamo lui.

L'uso degli altri comincia lentamente e poi, con il passare del tempo, diventa l'abitudine che non solo disumanizza l'altro, disumanizza anche noi stessi.

La lussuria, in realtà, non riguarda il sesso, riguarda il desiderio. Non riguarda il piacere, riguarda il potere. Non riguarda l'amore, riguarda il controllo.

«Le donne devono imparare a non essere sottomesse alle volontà dei loro padri, mariti e compagni», scriveva Petra Kelly, «perché allora non realizzano le proprie ambizioni». Solo l'amore che è libero di scegliere, di diventare la pienezza dell'io, è realmente totalmente amore.

La lussuria è la sede dell'insoddisfazione, non della soddisfazione, perché ci mantiene perpetuamente infelici con ciò che abbiamo.

Non preoccuparti di ciò che non prendi nella vita, preoccupati di ciò che puoi prendere. Il modo in cui trattiamo ciò che abbiamo determina il modo in cui trattiamo ogni altra cosa intorno a noi. E misura anche la qualità delle nostre anime.

Quando inseguiamo una persona per la soddisfazione fisica che ci promette, piuttosto che per la crescita spirituale che ci richiede, abbiamo speso le nostre anime alla ricerca dell'effimero, dell'illusorio e del totalmente temporaneo.

«Ci sono due grandi tragedie nella vita», scriveva George Bernard Shaw. «Una è non seguire il desiderio del tuo cuore. L'altra è seguirlo». Il desiderio ci conserva in movimento. La lussuria ci fa fermare sul posto, fingendo di darci ciò di cui abbiamo bisogno, ma poi scopriamo che ci lascia solo nuovamente vuoti.

John Lahr, il critico americano, diceva: «La società guida le persone insensate con la lussuria e la chiama pubblicità». Noi siamo, in altre parole, una società che coltiva la lussuria - il desiderio per ciò che non possediamo, di cui non abbiamo necessità e che non possiamo trattenere - e poi si stupisce perché tante persone sono infelici nella vita.

Buddha insegnava che «proprio come un albero, benché tagliato, può sempre ricrescere se le sue radici sono non danneggiate e forti, allo stesso modo, se le radici del desiderio non sono completamente sradicate, la tristezza tornerà continuamente». Non è quanto abbiamo che ci rende infelici, è quanto vogliamo che ci lascia abbattuti al presente, inconsapevoli di ciò che abbiamo.