PICCOLI GRANDI LIBRI    JOAN CHITTISTER
I DIECI COMANDAMENTI
Leggi del cuore

Queriniana 2008
Titolo originale: The Ten Commandments. Laws of the Heart, Joan Chittister, - 2006 Orbis Books, Maryknoll, NY
Traduzione dall'inglese-americano di LUCA DE SANTIS

1. La legge della riflessione

4. La legge della premura

7. La legge della condivisione

10. La legge della sicurezza

2. La legge del rispetto

5. La legge della vita

8. La legge del parlare

11. La prima legge dell'amore

3. La legge del ricordo

6. La legge dell'impegno

9. La legge dell'autocontrollo 12. La seconda legge dell'amore

 

10. La legge della sicurezza

Decimo:
«Non desiderare i beni del tuo prossimo»
(Es
20,17).

In principio...

Tra tutte le storie dell' antico folklore monastico, una spicca come un commento particolare al decimo comandamento. Una volta, insegna la storia, un discepolo viaggiò per molte miglia per poter sedere ai piedi di un' anziana monaca che aveva raggiunto una non comune fama di santità. La gente veniva da ogni parte semplicemente per osservare il suo lavoro, per sentire il suo canto, per ascoltare il suo commento alle Scritture. Là, senza dubbio, c'era una persona ricca, una personalità influente, una figura solenne.

Quanto il cercato re trovò, quando finalmente raggiunse il sito del suo eremitaggio, tuttavia, era solo una minuta piccola donna che sedeva sul pavimento di una stanza nuda, a intrecciare da sola cesti di paglia.

Scioccato, il cercatore disse: «Vecchia, dove sono i tuoi libri? Dove sono la tua sedia e il tuo poggiapiedi? Dove sono il tuo letto e il tuo materasso?».

E l'anziana donna gli rispose: «E dove sono i tuoi?».
«Ma io sono solo di passaggio», disse il cercatore.
«Anch'io», disse l'anziana donna consapevolmente.

A prima vista, la direttiva finale dei dieci comandamenti, «Tu non desidererai cose» - una traduzione alternativa della nona e della decima parola del Decalogo - sembra essere un'inserzione strana in un documento destinato a creare un nuovo tipo di comunità umana, e sembra anche inutile.

Quest'interesse per il desiderare cose è realmente il vertice, il momento culmine, l'idea più profonda, la corona di gloria, l'idea culminante a cui la legge intende condurci? La conclusione del Decalogo, regole d'ordine per il cambiamento di vita, tutta modestamente affidata a un anemico piccolo articolo come questo, richiama il commento di T.S. Eliot sulla vita, quando dice: «Questo è il modo in cui finisce il mondo, questo è il modo in cui finisce il mondo... non con un'esplosione, ma con un mugolio».

Non desidererai cose, non bramerai, difficilmente sembra l'accordo finale in un documento che doveva formare un popolo e creare un'etica che avrebbe caratterizzato l'intero mondo occidentale.

Ma l'incapacità di pensare al di là dell'ovvio, riguardo a questa parola culminante del Decalogo, può semplicemente essere il segno che noi stessi non siamo ancora arrivati a guardare al di là delle cose o a vivere per qualcosa di più di quello che vogliamo. Può significare che i comandamenti ci sono ancora necessari nel cammino per raggiungere in noi la pienezza.

Gli studiosi discutono, di generazione in generazione, sul fatto che i comandamenti siano o meno centrati più sull' azione che sull'idea, più interessati al comportamento etico o allo sviluppo di atteggiamenti corretti. Il nono e il decimo comandamento sono particolarmente problematici. Come possono semplicemente riguardare il volere cose, sostengono i commentatori, quando tutti gli altri comandamenti - salvo il primo - indicano comportamenti particolari: assumere la responsabilità delle proprie azioni, osservare il sabato, prendersi cura dei più anziani, non uccidere persone, non violarle, non rubare, non mentire? Il problema è chiaro: a meno che questi due comandamenti riguardino anch'essi delle azioni, a meno che significhino qualcosa come «non tramare il male» piuttosto che semplicemente «non volere ciò che non puoi avere», perché ci sono? Qual è il loro uso?

La risposta emerge chiaramente in ogni antica tradizione spirituale, in ogni esperienza della ricerca umana del divino nella vita. In ognI generazione maestri spirituali di tutti i popoli, in ogni grande tradizione, riconoscono la consapevolezza che solo Dio conta. Solo Dio è realmente abbastanza. Solo quando vediamo al di là di tutte le cose nelle quali siamo immersi, solo quando impariamo a considerarle tutte con una serena padronanza, possiamo talvolta scoprire Colui in cui tutte le cose ricevono la loro esistenza.

Per gli indù il processo è chiarito nel sanyasi, il cercato re che lascia tutte le cose - vita, carriera, famiglia - per cercare Dio interiormente.

Nel buddhismo lo scopo della vita è di conseguire il nirvana, lo stato di mancanza di desiderio, in cui ogni sofferenza scompare e il cercatore s'inabissa nella corrente dell'universo senza aspettative, senza richieste.

Nell'islam è la testimonianza dei sufi a ricordarci che c'è una vita al di sopra di quella che noi chiamiamo vita, in cui creatura e creatore giungono a un cuore solo e a una mente sola, anche ora, anche qui.

In Israele, credo, la stessa convinzione è espressa nella conoscenza che proviene dalla fedele adesione al nono e al decimo comandamento, il comprendere che la consapevolezza mistica dell'unico Dio, alla quale ci conduce il primo comandamento, ci basta, è tutto quello che c'è, è ciò di cui la vita realmente si occupa. Nel cristianesimo, la tradizione mistica ha sviluppato ciò che il Decalogo implica: se metti da parte i tuoi desideri per qualunque altra cosa all'infuori di Dio, insegnano i mistici, troverai Dio. Al di là dell'accumulare e del possedere, l'Unico, colui al quale l'intero Decalogo rivolge la sua attenzione, s'impossesserà di te e ti catturerà completamente.

Per l'ebraismo, Mosè entrò nella «nube oscura in cui c'era Dio» (Es 20,21). È a questa esperienza che siamo tutti invitati vivendo il Decalogo. Ciò" che la nona e la decima parola del Decalogo ci chiedono è ciò che ogni importante tradizione religiosa identifica come un elemento essenziale della vita spirituale. È la separazione dell'io dagli aspetti puramente materiali della vita, in modo che possiamo arrivare a conoscere la dimensione spirituale.

Il distacco, il rifiuto di essere posseduti da cose particolari per fare spazio in noi all'essere posseduti da Dio, non è privazione delle cose. È il vuoto che possiede il Tutto presente in una vita il cui valore dura per sempre.

In quel momento, nel momento di un genuino distacco, ci dicono le grandi tradizioni mistiche, arriviamo al cuore della vita spirituale - un cuore che è al di là del comportamento, al di là delle leggi, al di là della semplice etica della vita spirituale, al punto in cui troviamo Dio in ogni cosa e ogni cosa in Dio.

Il primo comandamento, «lo, il Signore, sono il tuo Dio, non avrai altri dèi oltre me», che il principiante nella vita spirituale lo comprenda oppure no, implica tutti gli altri comandamenti. In essi, per mezzo di essi, ci muoviamo al di là dei falsi dèi della vita che cercano di intrappolarci.

Andiamo al di là della ricerca di un Dio magico, che maledirà quelli che noi vogliamo siano maledetti. Troviamo la nostra strada attraverso i santuari che costruiamo al nostro io per esaltare la vita al di sopra di ogni altra vita. Impariamo a preoccuparci di quelli che sono prima di noi e della sapienza che portano nelle nostre vite. Arriviamo ad apprezzare e a proteggere le vite degli altri. Cominciamo a trattare con rispetto l'intimità piuttosto che denigrare il sesso. Rifiutiamo di arricchirci impoverendo altri. Impariamo a usare la verità per portare vita, non morte, a quelli che stanno attorno a noi.

Poi, alla fine, siamo pronti a rinunciare al nostro attaccamento a ciascuna di queste cose - alle persone o alla proprietà che usiamo con tanta insensibilità, ad accumulare con tanta arroganza, a cercare di possedere tanto lussuriosamente - che rafforzano il nostro narcisismo e alimentano il falso dio che è il nostro io.

Allora avremo la nuova comunità. Allora avremo un nuovo popolo. Allora avremo un segno dell'Unicità, della Grandezza, del Tutto di Dio. Allora «lo, il Signore, sono il tuo Dio, non avrai altri dèi oltre me» - la vera essenza del Decalogo, il fondamento di una vita nuova e ricca - sarà completo.

Ora siamo liberi dalle pulsioni che ci guidano. Siamo nuovamente ricchi nella mente. Smettiamo di essere guidati da bisogni irrealizzabili e fasulli. Non abbiamo bisogno di essere in competizione. Smettiamo di confrontarci con gli altri. Non abbiamo più bisogno di comprare l'anello più grande, la macchina più veloce, la casa più spaziosa, i vestiti più raffinati, il vino più costoso. Possiamo semplicemente essere noi stessi - pieni di vita, pieni di pace, pieni di Dio.

Allora giunge finalmente lo shalom. Siamo in pace - con noi stessi, con il nostro prossimo, con il nostro Dio.

L'essenza del nono e del decimo comandamento è, alla fine, realmente la sostanza, l'incarnazione del primo comandamento: è l'allontanamento dagli idoli, la fusione in Dio, la consapevolezza che c'è solo una cosa che conta nella vita. Finalmente.

E poi...

Ho sentito una storia, molto tempo fa, che mi ha aiutato a capire tre cose: il giornale quotidiano, il decimo comandamento e la differenza tra la maggior parte delle vite e alcune vite.

La storia racconta di uno stremato imprenditore americano che aveva fatto un viaggio in un'isola remota per una vacanza. Ogni giorno andava in spiaggia per nuotare, e ogni giorno trovava là un nativo che puliva tranquillamente del pesce nella sua barca.

«Prendi pesce ogni giorno?», domandò il visitatore. «Oh, sì», disse il nativo, «c'è pesce in abbondanza qui». «Bene», domandò il visitatore, «quanto spesso esci a pescare?». «Vado a pescare ogni mattina», disse il nativo.

«Ma che fai dopo?», domandò l'imprenditore. «Bene», disse il nativo, «prima pulisco il pesce per il pranzo, poi faccio una piccola siesta, poi costruisco un po' la mia casa, poi mangio con la mia famiglia e poi, per il resto della serata, suono la mia chitarra, faccio visita ai miei amici e bevo il mio vino fatto in casa».

«Ma non capisci?», domandò il visitatore. «Se tu peschi tutti i giorni, potresti vendere il tuo pesce, comprare una barca più grande, assumere aiutanti, inscatolare, imballare e vendere il tuo pesce in tutto il mondo e guadagnare molto danaro».

«Ma che me ne farei?», replicò il nativo.

«Ma come! Potresti comprare una casa, smettere di lavorare, goderti la tua famiglia, fare grandi vacanze e dare ricevimenti per i tuoi amici per tutto il resto della tua vita!».

«Signore», disse il nativo all'imprenditore, «questo è quello che già faccio ora e devo solo prendere un pesce al giorno per farlo».

«Non desiderare i beni del tuo prossimo», insegna il decimo comandamento e, come l'anziano nativo, il decimo comandamento sa che cosa dice. Ci mette in guardia contro gli effetti corrosivi, lamentosi, soffocanti della cupidigia sull' anima umana. Parla della nostra condanna alla malattia spirituale dell"insoddisfazione perpetua'.

Ogni giorno i nostri giornali dimostrano i suoi effetti: miliardari imbrogliano per prendere più danaro. Imprenditori imbrogliano consumatori e operai, e si imbrogliano l'un l'altro per realizzare profitti maggiori. Governi sono collusi con altri governi per imbrogliare il loro popolo sui salari e i sussidi degli operai, per amore del tornaconto personale, realizzato da chi sceglie la concussione invece del giusto guadagno.

E per che cosa? Precisamente per le stesse cose che la media delle persone che lavorano duramente ottiene comunque: una casa, una macchina, una famiglia, qualche buon amico, cibo decente, un' educazione, una vita sociale. Niente di più. Le stesse cose, tutte a un prezzo stabilito per offrire ciò che il commercio può fornire. Lenzuola di cotone o lenzuola di seta, una località di villeggiatura o una baracca nel bosco, pesce persico o aragosta, interni in pelle o in vinile. Dipende.

Quando ti adatti, alla fine del giorno non c'è poi tanta differenza nelle cose acquistabili con danaro ai due estremi della gamma finanziaria, se non prenderne di più. Un televisore che nessuno guarda in ogni stanza, una collezione di auto, gli stessi tipi di appartamento condominiale nello stesso tipo di posto, per la maggioranza dei casi vuoti. E la gente dappertutto a pagare per procurarsi queste cose.

«Quelli che hanno bestiame hanno preoccupazioni», dicono i kenyoti. Ma ricordati, Dio l'ha detto prima.

La maggior parte di noi ha tutto ciò di cui ha bisogno. La cupidigia è la pulsione a prendere di più perché rifiutiamo di godere di ciò che abbiamo.

Il mio consiglio? Ricordati del pescatore nativo.

E per te...

Uno forse tra i più grandi filantropi dei tempi moderni, John D. Rockefeller, aveva capito la differenza tra cupidigia e migliore guadagno. Egli diceva: «Non conosco niente di più spregevole e patetico di una persona che dedica tutte le ore di veglia a fare danaro per amore del danaro». Non è la ricchezza, in altre parole, in questione. A fare la differenza è il perché la produciamo e che cosa ne facciamo quando l'abbiamo.

Il bisogno compulsivo di accumulare cose può essere niente di più che un segnale del vuoto delle nostre anime.

Lavorare duramente, giocare bene, godersi la vita, dare agli altri, ed essere soddisfatti di ciò che abbiamo possono essere i soli criteri che è bene conoscere, sia che abbiamo conseguito il successo nella vita, sia che non l'abbiamo conseguito.

In questa nostra cultura l"accontentarsi' è un segno di aberrazione mentale. Il bisogno di 'avere di più' è considerato normale. Che modo patetico di trascorrere la vita, sempre afferrando, sempre con avidità - sempre scontenti di sé!

L'avidità può portare alla gelosia, il che significa che non solo non avrò mai abbastanza delle cose che voglio, ma più cose vedo più amici perdo. «Ogni volta che un amico ha successo», scriveva Gore Vidal, «una piccola cosa muore in me». Penoso. Veramente penoso.

Per curare l'avidità dobbiamo imparare ad amare qualcosa tanto da voler fare a meno di qualunque cosa ma non di quella.

Se vuoi spezzare la tendenza alla cupidigia, quando prendi una cosa nuova prova a dare via la vecchia, a meno che continui a usare la prima come la seconda. Se ti ritrovi semplicemente a conservarla, fa' attenzione.

Se l'emisfero settentrionale è eccessivamente ricco, può essere solo perché l'emisfero meridionale è eccessivamente povero. «Il commercio internazionale può condurre le sue operazioni tramite pezzi di carta», scriveva Eric Ambler, «ma l'inchiostro che usa è sangue umano». Quello che come popolo facciamo ad altri popoli del mondo ricadrà sicuramente sulle nostre teste. Se non altro, per la ragione che il diritto internazionale è interesse di tutti.

Fai attenzione a ciò che apprezzi nella vita. Tu puoi prendere esattamente ciò che stai cercando, senza averne alcuna cura. O, come disse una volta Imelda Marcos, con grande indignazione: «Io non avevo 3.000 paia di scarpe; ne avevo 1.060».
So che Imelda Marcos aveva almeno un migliaio di paia di scarpe, perché le avevo viste con i miei occhi. Ma tutto quello che potevo pensare quando le guardavo era che se ne avesse calzato un paio al giorno, ogni giorno dell' anno, ogni paio sarebbe stato calzato, in media, non più di una volta ogni tre anni, o tra venticinque e trenta volte nell'intera vita. Fuori del palazzo, tuttavia, i bambini camminavano per le strade senza scarpe. Questo non è un hobby, questa è cupidigia. La domanda ora è: che cosa, nella mia vita, è l'equivalente delle scarpe di Imelda Marcos?

La cupidigia divora l'anima, ci distrae dall' amicizia, ci consuma con il bisogno. «Non c'è - dice Buddha - un fuoco come la passione, non c'è uno squalo come l'odio, non c'è un laccio come la follia, non c'è un torrente come la cupidigia» .

Il fatto che la cupidigia sia un peccato contro gli altri non è il solo male. È il fatto che la cupidigia sia auto distruttiva che la rende così patetica. La cupidigia divora il centro delle nostre vite. Ci esauriamo di invidia, invece di imparare a godere di ciò che già abbiamo.

Dai via una cosa ogni giorno per un mese. È la cosiddetta lubrificazione dell' anima, così funziona meglio.

 

 

11. La prima legge dell' amore

Primo grande comandamento:
«Ama il tuo Dio con tutto il tuo cuore
e con tutta la tua anima e con tutta la tua mente»
(Mt 22,36s.).

In principio...

Secondo le Scritture cristiane, Gesù stesso diede questo comandamento di «amare il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore». La domanda è: Dove lo prese? Appartiene soltanto a noi?

L'amore, ai cristiani piace dire questo, è ciò che distingue le Scritture cristiane dalle Scritture ebraiche. Ma la verità oltrepassa di molto la facilità con cui si fa questa affermazione. Non c'è dubbio che l"amore' sia il valore determinante in tutta la tradizione cristiana. L'amore per l'altro diventa lo standard che il cristianesimo si prefigge. Sulla sua presenza o assenza nella storia cristiana, tutta la storia cristiana sta o cade. I cristiani sono misurati in base all' amore, secolo dopo secolo, talvolta trovati straordinariamente fedeli- a questo loro criterio, ma troppo spesso trovati anche straordinariamente mancanti.

«Vedi come si amano l'un l'altro» - la reazione dei non cristiani ai primi seguaci del Cristo, a quei cristiani che nel corso delle epoche hanno servito schiavi e lebbrosi, malati e poveri - è diventato troppo spesso l'orrore delle crociate, il massacro dei musulmani, l'inquisizione, la conversione forzata dei nativi americani, l'oppressione delle donne.

Sì, l'amore è la bandiera sotto la quale il cristiano cammina. «Ama il tuo prossimo... ama i tuoi nemici», ha detto Gesù. «Figlioli, amatevi l'un l'altro», ha detto ripetutamente Giovanni. «E la più grande di queste è l'amore», scriveva Paolo ai corinzi. Ma l'imperativo religioso o spirituale ad amare non l'hanno inventato i cristiani.

«Amerai il tuo prossimo come te stesso», chiede Dio al popolo eletto (Lv 19,18). «Amerai lo straniero» (Lv 19,34). «Amerai il forestiero», continua la Scrittura (Dt 10,19). «Ama lo schiavo saggio» (Sir 7,21). «Ama i tuoi amici» (Sir 27,17). E tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, dice il Deuteronomio. Il messaggio sembra chiaro. La legge non riguarda affatto la legge. Riguarda l'amore.

Che cosa ha a che fare, però, una disquisizione sull' amore con i dieci comandamenti?

Perché parlare anche dei due grandi comandamenti? Perché aggiungere comandamenti ai comandamenti? I dieci comandamenti non sono forse abbastanza? La risposta: solo se comprendiamo che i comandamenti sono un po' più che comandamenti. Solo se capiamo che i comandamenti non sono semplici restrizioni, ma riguardano le cose che ci fanno essere persone complete. Riguardano la volontà di un Dio che ama, per cui l'amore che sostiene l'universo non dovrebbe mai morire.

Ogni elemento della legge ci domanda di amare. Ogni dimensione di ogni singolo comandamento ha a che fare con la giustizia, che è il fondamento dell' amore. Ma i cristiani spesso non riescono a comprendere che legge e amore sono due aspetti della stessa realtà. La legge insegna a chi è in ricerca come amare e così l'amore del Creatore richiede il dono della legge. Il solo modo sicuro che gli ebrei conoscono per 'amare il Signore' è vivere la legge data da un Dio che ama.

Il problema è che nella Scrittura non c'è una sola versione dei dieci comandamenti. Di conseguenza, i cristiani sono inclini a leggere le Scritture ebraiche come un esercitarsi nella legge piuttosto che nell' amore, ma forse non c'è da meravigliarsi.

La stessa ripetizione sembra definire il carattere legalistico delle Scritture ebraiche. Ci sono parecchie e differenti versioni, per esempio, tutte essenzialmente uguali per l'argomento, ma nessuna identica all' altra. Oltre a questo, ci sono le leggi destinate a spiegare i dieci comandamenti. Conseguentemente, la legge che il salmista loda perché «ci mostra il percorso della vita» si trova in Esodo e nel libro dei Numeri e nel Deuteronomio e nel Levitico. Non è un corpo legislativo piccolo e tutto è, ovunque, leggermente differente.

Talvolta le differenze consistono nella scelta delle parole ebraiche per esprimere o spiegare lo stesso argomento. Quando un ebreo pone la domanda: Che significa amare il Signore, tuo Dio?, la risposta sembra presentarsi in parecchie forme. Nel quinto comandamento, lo sappiamo, gli studiosi polemizzano ancora oggi per determinare se il comando sia: «Non commettere omicidio», o «Non uccidere». I due significati sono parecchio distanti. Fanno tutta la differenza tra il poter essere o meno considerati una comunità rispettosa della legge, o un' amorevole comunità pacifista. E tuttavia, allo stesso tempo, il comandamento riguarda chiaramente il valore dell' amore per la vita, comunque lo si traduca.

Talvolta la differenza tra le versioni ha a che fare con il modo in cui il contenuto stesso è trattato. Nella prima versione della legge, gli schiavi dovevano essere liberati dopo sei anni di servizio. Nella seconda, lo schiavo con tutta la sua famiglia doveva essere liberato nel settimo anno. Chiaramente, gli schiavi sono persone, appartengono alla famiglia, e il modo in cui amiamo quelli che hanno meno potere di noi ha qualcosa a che fare con la nostra beatitudine.

Dunque, certamente, quali che siano le stesse effettive asserzioni, la Scrittura dimostra che le leggi - concernenti, per esempio, punizione, furto, schiavitù e anche il culto - cambiavano di anno in anno, di situazione in situazione.

La conseguenza da trarre da questa storia è importante: la legge cresce. La legge cambia. O, per dirla in altro modo, noi cresciamo nell' amore. Cambiamo il modo in cui abbiamo bisogno di amare. Allarghiamo le nostre comprensioni della vita, delle relazioni, della comunità umana e della giustizia.

In tal modo, i dieci comandamenti e tutte le loro elaborazioni presenti nella Scrittura sono forse obsoleti, senza senso, incoerenti, e perciò viziati proprio alla base? Certamente no.

Ciò che impariamo qui riguardo alla legge, riguardo all' amore, è più importante di quanto possa mai essere ogni singola legge. Impariamo che la legge è semplicemente una guida verso un bene più grande, un bene fondamentale, l'amore come fondamento della vita, una dimostrazione dell' amore di Dio.

Arriviamo a comprendere che i principi sono più importanti dei particolari.

Questo, di per sé, ha qualcosa a che fare con il modo in cui continuiamo a essere un popolo che ama, piuttosto che semplicemente un popolo legalista.

Quando insegniamo che la legge è inflessibile, rigida e assoluta, allora la legge viene distrutta, l'amore che la sostiene appassisce. La funzione della legge, il mantenimento dell' ordine e della giustizia, riguarda il prendersi a cuore. Riguarda una questione di amore per la vita. Le leggi che non possono cambiare con le circostanze non ci assicurano né la legge né l'ordine. Anzi, fanno esattamente l'opposto. E, cosa più importante di tutte, distruggono l'amore.

Non sono i comportamenti che esigiamo o proibiamo sotto ogni comandamento che contano, è l'intenzione del comandamento che conta.

Quando Mosè scese dalla montagna, dice la Scrittura, arrivò con le due tavole della legge. Sulla prima tavola, insegnano i saggi, c'erano i primi quattro comandamenti. Sulla seconda c'erano gli altri sei.

La prima tavola, insegnavano i rabbini, riguardava la nostra relazione con Dio come supremo, santissimo, degno di adorazione e creatore, insieme con noi, della razza umana. Alla maniera in cui Dio ci ama come un genitore - «Li ho portati vicino al mio cuore come una balia porta un bambino...» (N m 11,12) - così dobbiamo amare e far crescere la vita che noi stessi creiamo.

È questa totale, genuina consapevolezza dell' amore di Dio per noi e del nostro dovere, poiché siamo fatti «a sua stessa immagine», di riamare nello stesso modo -liberamente, pienamente, fedelmente - che il primo grande comandamento custodisce per noi.

Amerai il tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima e con tutta la tua mente, insegna il primo grande comandamento. Dobbiamo metterlo in pratica, naturalmente, riconoscendo l'unico Dio, non prendendoci mai gioco di lui, adorandolo e partecipando con lui alla gloria della creazione. Ma dobbiamo farlo più che meccanicamente o legalisticamente, più che presenziando semplicemente ai servizi cultuali, attenti a non bestemmiare, assicurandoci di non mettere nella vita nient' altro al posto di Dio. Al contrario, dobbiamo farlo totalmente.

'Osservare' i comandamenti dimenticando l'amore di Dio per noi e il nostro amore per Dio non significa affatto osservare i comandamenti. È semplicemente osservare la legge. E, in realtà, questa è una ben misera cosa.

E poi...

Un giorno un uomo in ricerca avvicinò Rabbi Hillel, uno dei più grandi maestri del giudaismo. «Se puoi insegnarmi tutta la tua religione stando su di una sola gamba», disse l'uomo in ricerca, «diventerò tuo discepolo». E Rabbi Hillel: «Amerai il tuo Dio con tutta la tua mente e con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima. Ogni altra cosa è solo commento».

Anche Gesù rispose a chi gli chiedeva quale fosse il comandamento più grande: «Il più grande comandamento è questo: Amerai il tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua mente e con tutta la tua anima».

Studiare i comandamenti e trascurare questa lezione significa trascurare interamente i comandamenti. I comandamenti non misurano il nostro amore di Dio, gli danno solo sostanza. Gli danno soltanto fondamento. Dimostrano soltanto un desiderio di renderlo reale.

Legalisti come siamo, tuttavia, siamo abituati a definire un manuale di peccati per noi stessi, una lista di controllo dei comportamenti con i quali misuriamo la nostra santità in opposizione alla santità di quelli che ci circondano. La lista è per noi confortante. Ci consente di sentirci santi, senza mai essere stati realmente santi. Ci mette in condizione di considerarci giusti, senza vivere giustamente. Ci spinge a fare tutte le cose giuste per le ragioni sbagliate.

È più che possibile essere deferenti nei confronti dell'autorità, andare in chiesa, professare fede in Dio, vivere una vita rigorosamente pura e senza amore, non rubare mai un centesimo, non dire mai una bugia, non arrendersi mai alla cupidigia, non soccombere mai alla lussuria - e, in realtà, non amare affatto Dio. «Il peggior tradimento», dice il poeta T.S.Eliot, «è fare la cosa giusta per la ragione sbagliata».

È solo quando tutte le dimensioni della nostra vita sono vissute in accordo con una consapevolezza di Dio - quando non mettiamo niente al posto di Dio; quando poniamo la nostra speranza non nel danaro o nelle cose o nelle persone o nel potere, ma in Dio solo; quando pieghiamo le nostre anime di fronte all' onnipresenza di Dio nelle nostre vite - che il resto dei comandamenti acquista tutto il suo reale significato nella vita. Altrimenti, perché non imbrogliare, rubare, mentire, abusare, saccheggiare e razziare? Perché non fare di me stesso Dio?

Tendiamo a dimenticare che i comandamenti, così come li conosciamo, sono delle semplici linee guida destinate a mostrarci come osservare il comandamento più grande di tutti - l'amore di Dio - quando la verità è che, se amiamo Dio realmente, non abbiamo affatto bisogno degli altri comandamenti. Un senso della presenza di Dio è più che sufficiente a guidarci.

E per te...

La consapevolezza che Dio c'è, e che io vengo da Dio, è la maggiore difesa dell' anima contro 1'arroganza e l'oppressione di altri. Non è possibile credere realmente nel Dio di tutti e fare il male agli altri.

Il vero amore di Dio prende possesso dei nostri cuori, fornisce orientamento alle nostre anime, ci rende canali della continua energia della creazione. «Un desiderio d'inginocchiarmi talvolta attraversa il mio corpo», scriveva Etty Hillesum in un campo di concentramento nazista. «È come se il mio corpo fosse stato destinato e fatto per l'atto dell'inginocchiarsi» .

Una costante consapevolezza di Dio ci collega alla totalità dell'universo. Ci solleva al di sopra e al di là dei nostri minuscoli io, per diventare parte del battito cardiaco dell'universo. Dà vita, significato e luce.

La consapevolezza di Dio è ciò che ci salva dal sentir ci soli nel cosmo. Altrimenti arriviamo e scompariamo, nasciamo e andiamo in polvere - e tutto per niente.

In ognuno di noi c'è una memoria di Dio. «Non siamo esseri umani che cercano di essere spirituali», scriveva Jacquelyn Small. «Siamo esseri spirituali che cercano di essere umani». La memoria di Dio, che batte dentro di noi, è la sola speranza a noi concessa che la nostra umanità non sia ciò che potrà distrarci dalla ragione della nostra esistenza.

Quando amiamo Dio con tutta la nostra anima, non c'è niente sulla terra che possa distruggere il nostro spirito, o confondere la nostra direzione. O, come dice Charles Swindoli: «Mi aiuta ricordare che Dio si fa carico del mio giorno - non io».

Tutto ciò di cui ho bisogno per ricordare che lo scopo della mia vita è fondermi in Dio - non allenare Dio a fare ciò che io voglio - si trova nel ritmo eterno di vita e morte. Sono venuta in questa vita indifesa e dipendente, e la lascerò nello stesso modo. Tra questi due poli di umanità, il mio solo compito è comprendere che lo scopo di ogni passo è semplicemente di stringermi di più a Dio.

Per vivere bene, dobbiamo consapevolmente riflettere sul significato di ogni aspetto della nostra vita. Dobbiamo chiederci perché stiamo facendo una cosa, perché non facciamo qualcos' altro, che cosa dello spirito intende darci questo momento, dov'è Dio in questo, per noi, adesso? «Non posso avanzare di un pollice», scrive Anne Sexton, «senza tentare di camminare con Dio».

Sant'Agostino scriveva: «Non camminiamo verso Dio con i piedi del nostro corpo, né potrebbero le ali, se le avessimo, portarci a lui. Invece, noi andiamo a Dio con gli affetti della nostra anima». È l'amore di Dio, la coscienza di Dio, la consapevolezza che Dio è presente anche nell' atto religioso più piccolo che ci avvicina a Dio. Quando tutta la vita è permeata da questo riconoscimento, la vita è completa.

Amare Dio con tutto il cuore e la mente e l'anima significa non mettere nulla al di sopra del conseguimento definitivo della pura verità sul mistero della vita. «Dio non muore», scriveva Dag Hammarskjöld, «nel giorno in cui smetto di credere in una divinità personale, ma noi moriamo nel giorno in cui le nostre vite smettono di essere illuminate dalla permanente radiosità, rinnovate quotidianamente da un prodigio la cui sorgente è al di là di ogni ragione».

Non confondere 'ragione' con amore. La 'ragione' non è nient'altro che un'ipotesi calcolata che Dio c'è. L'amore di fronte alla disperazione, l'amore - anche quando in una situazione non c'è apparentemente niente da amare - è la prova sicura che siamo tenuti nella morsa di un magnete più grande della vita stessa.

Finché consideriamo Dio solamente fuori di noi, piuttosto che anche dentro di noi, non saremo mai realmente sicuri che Dio è la stessa aria che respiriamo, lo stesso battito cardiaco sul quale continuiamo ad andare avanti. Allora possiamo dimenticare Dio, trascurare Dio, sottovalutare Dio, non riuscire a trovare Dio. Ma quando sappiamo che Dio è tutto ciò che mantiene vivi, allora conosciamo Dio. Come diceva Meher Baba: «Trovare Dio è arrivare al proprio io».

 

12. La seconda legge dell'amore

Secondo grande comandamento:
«Ama il prossimo tuo come te stesso»
(Mt
22,39).

In principio...

Quando Mosè scese dal Sinai portando due tavole, il messaggio era chiaro: l'intera legge non sta in uno soltanto dei due suoi aspetti. Adorare Dio senza prendersi cura della vita che Dio ha creato nell'altro significa cercare di separare il Dio della: creazione dalla creazione stessa. Non ha senso.

Tentare una cosa simile significa mettere Dio fuori dalla religione e, così, allo stesso tempo, non riuscire a essere realmente religiosi.

Gli studiosi sono in disaccordo sulle date e i tempi, sulle circostanze e il numero delle persone nell' esodo dall'Egitto. Sono in disaccordo anche sul tempo e sul luogo dell' evento del Sinai. C'era veramente Aronne? Giosuè apparteneva alla stessa storia o a un' altra storia, che successivamente confluì nella storia di Mosè? Ma niente di tutto questo costituisce il punto centrale - non più che riuscire a documentare la storia di Romolo e Remo a Roma, o della scrittura dei Veda in India. Tutte queste cose hanno qualcosa a che fare con grandi inizi culturali. Tutte queste cose dicono qualcosa sull'autoconsapevolezza di un popolo. Ciò che i dieci comandamenti rappresentano per noi è ben lontano dalle sottigliezze storiche delle loro origini.

Il punto è che la Scrittura ci dà - nella storia del Sin ai, nella natura dei dieci comandamenti, nel Decalogo che divenne il fondamento di un nuovo stile di vita - una metafora dell' evoluzione umana. E l'evoluzione umana è uno degli scopi più elevati di questa cultura. La gente segue, ovunque, corsi di alfabetizzazione emotiva, partecipa a seminari sullo sviluppo personale, si sottopone a psicoanalisi per anni.

Pratica tutte queste cose come lodevoli esercizi nella raffinata arte di crescere, di essere pienamente esseri umani, di essere sani nella mente e nel corpo. Allo stesso tempo, benché tutte queste cose esplorino cosa c'è in noi che blocca un sentimento di realizzazione, di bontà, di felicità, di successo, nessuna si occupa delle dimensioni spirituali in esse presenti.

I dieci comandamenti lo fanno.

Che cosa significa 'realizzare', se realizziamo meno di quanto dovremmo in quanto esseri umani? Che cos'è la bontà di vita, se ignora il resto della vita, se nell'identificarla ignoriamo ogni cosa eccetto noi stessi? Che cosa è la felicità, se dipende da ciò che abbiamo e ciò che otteniamo, quando non riusciamo a ottenere neppure ciò che pensiamo che dovremmo avere? Che cos'è esattamente il 'successo' nella vita, quando tutto ciò che definiamo tale - status sociale, potere, danaro, proprietà - alla fine diventa inutile per noi?

I dieci comandamenti, quindi, diventano una metafora dello sviluppo umano, un diagramma col quale possiamo misurare il nostro sviluppo spirituale e così, poi, la nostra crescita personale.

Sono le questioni trattate nei dieci comandamenti che ci dicono che cosa significa essere pienamente un essere umano.

Nella prima serie delle tavole del Sinai, nei comandamenti dal primo al quarto, il problema è la creaturalità. Questi comandamenti ci chiedono di affrontare l'orgoglio, il nostro posto nell'universo. Conoscere l'unico Dio, il creatore dell'universo, è conoscere in realtà che noi siamo polvere nella clessidra dell' eternità. Perveniamo così a quell'umiltà che ci rende possibile ascoltare e imparare dal mondo che ci circonda.

Il secondo comandamento ci mette a confronto con il desiderio, dentro di noi, 'di una sorta di Dio magico, che fa per noi ciò che dovremmo fare noi, con il nostro sforzo. Nominiamo 'invano' il nome di Dio quando aspettiamo che Dio ci salvi dalle guerre a cui noi diamo inizio, o dalle bombe che noi costruiamo, o dalla povertà che noi creiamo.

Il terzo comandamento ci porta a lodare il Dio che ci ha dato la legge che ci guida alla pienezza.

Il quarto comandamento ci chiede di cogliere il valore della vita, di impegnarci a coltivarla, a prenderci cura di essa, a renderla possibile, a promuoverla con fede, speranza e amore.

La seconda tavola del Sinai è la tavola che ci stimola a comportamenti etici che possono rendere il mondo intero sicuro, integro e pienamente umano. Qui impariamo che «amare il nostro prossimo come noi stessi» significa, in realtà, diventare un nuovo tipo di popolo, una comunità divina, una nazione santa. Qui impariamo' a proteggere la vita, ad amare altruisticamente, a praticare la giustizia, a costruire la società onorando la verità, a volgere i nostri cuori a Dio, piuttosto che a fare diventare divinità le cose che il nostro cuore desidera.

Vivere nello spirito del Decalogo significa diventare una persona sana, santa, retta.

Vivere tutti i comandamenti come i due grandi comandamenti significa avere la certezza di non essere più tentati di trasformare uno qualunque dei comandamenti in un idolo che ci conduce a giudicare, a punire, a ostacolare il mondo, il cui scopo è procedere in ogni epoca crescendo sempre di nuovo in Dio.

E poi...

Un tempo conoscevo una donna che si teneva lontana il più possibile da gruppi marginali. La gente la provocava su questo, ma la sua risposta non era mai esitante.

Lei «non aveva pregiudizi», diceva. Solo, non riusciva a capire perché sembravano non voler «migliorare la loro condizione nel mondo». Comprare una casa più grande, possedere un' automobile più grande. Sembrava che non la sfiorasse proprio il pensiero che non riuscivano ad avere un lavoro migliore, che non erano in grado di avere una casa in un quartiere migliore. Ma questa era solo la metà del problema.

Penso che lei, in realtà, poteva sapere che non c'era niente di sbagliato in quelle persone, individualmente. Non era la loro razza che temeva. Poteva semplicemente essere che, poveri e ridotti alle cose essenziali com' erano, le rammentassero ciò che lei stessa era interiormente.

Forse le ricordavano troppo la sua povertà d'animo. Forse, più semplicemente, lei non aveva abbastanza stima di se stessa come persona, per riuscire a valorizzare la chiara e semplice personalità degli altri.

Forse nascondeva se stessa dietro le cose - i nuovi vestiti, la macchina di lusso, il grande cortile, la casa elegante, le cose che la facevano apparire 'rispettabile' e 'di successo' - poiché aveva paura che, se gli altri avessero visto il suo io reale, senza i costosi gingilli e gli ultimi ritrovati di moda, a loro non sarebbe piaciuto ciò che vedevano in lei.

Vediamo negli altri ciò che abbiamo paura di vedere in noi stessi.

Ecco perché il secondo grande comandamento è così importante. «Amare il prossimo come amiamo noi stessi», significa che dobbiamo anche accettare in noi stessi ciò che ci riguarda e che non ci piace, o temiamo, o denigriamo.

Il secondo grande comandamento è un avvertimento per noi tutti: noi rifiutiamo negli altri qualunque cosa temiamo in noi stessi.

Solo amando l'io reale, accettando tutta la nostra debolezza, credendo che il Dio che ci ama accetta l'altro, avremo sempre la possibilità di amare e accettare realmente l'altro. Potremmo, forse, arrivare a tollerare l'altro, ma non possiamo mai amare realmente ciò che rifiutiamo in noi stessi.

Solo l'accettazione di se stessi, insieme con l'ammissione della nostra debolezza, delle imperfezioni, delle grette piccolezze e dei fallimenti, può veramente aprire le nostre braccia all' altro.

Lo dobbiamo. La vera santità dipende da questo. Gesù ce lo dice chiaramente. Questo «è il secondo - e il più grande comandamento: che amiamo l'altro come noi stessi».

E per te...

Quando riesco ad ammettere i miei limiti, posso accettare i limiti degli altri. Allora posso amarli nelle loro lotte, amarli nella loro insufficienza. Allora posso trattenermi dal giudicarli, ,dal rimproverarli, dal disprezzarli. Allora posso realmente amare.

Tutto l'amore parte dal modo in cui percepisco me stessa. Se so di essere sincera, non dubito della sincerità di un altro. Quando avverto in me stessa di essere di buona volontà, suppongo la buona volontà degli altri. Quando so di essere onesta, mi fido dell' altro - non alla follia, ma per quanto mi è possibile comprendere.

«È affare vostro», scrive Orazio, «quando il muro della porta accanto prende fuoco». Se comprendo di essere responsabile per il resto del mondo come per me stessa, non posso dire che qualunque cosa lo riguardi - la legislazione, un disastro naturale, la perdita di risorse"- non ha niente a che fare con me.

«Non è allontanando i nostri fratelli [e sorelle] che possiamo stare soli con Dio», scriveva George MacDonald. Di fatto, mi sono spesso domandata che cosa, anzitutto, prendono per Dio quelle persone che non vedono relazione tra l'essere uniti con la razza umana e l'essere uniti con Dio. Narcisismo? Solo narcisismo? Così, che cosa diranno quando Dio chiederà loro soprattutto perché sono stati posti sulla terra?

Questo comandamento pone domande imbarazzanti, del tipo: Hai bisogno di assicurazione medica? Perché, allora, non fai qualcosa per garantirla anche per altri? Hai bisogno di mangiare? Perché, allora, non fai in modo che ogni persona sia saziata? Hai bisogno di un'educazione? Perché, allora, paghi controvoglia le tasse necessarie a provvedere una buona educazione per ognuno oggi? Comprendi che cosa intendo? Domande terribili.

Incrociare la vita di un' altra persona in qualunque modo - come commesso, portiere, autista, balia, addetto alla reception, operatore telefonico, professionista - significa cambiare la sua vita, quel giorno. Così, il grande comandamento ci dice sempre: Come hai influenzato la vita di qualcuno, oggi?

Il problema che questo comandamento ci pone non è la 'cordialità'. Essere cordiale significa essere non offensivo, o corretto, o 'signorile'. No, questo comandamento ci chiede di essere coraggiosi, premurosi e personalmente coinvolti nella preoccupazione dell'altro. «Non devi agire come se ti interessassi», scriveva Richard Dreyfus, «devi solo interessarti abbastanza da agire».

William Shakespeare lo esprime bene. Egli scrive: «Posso desiderare che siamo tra di noi più estranei». Non è che dobbiamo essere tutti amici, insieme. È che tutti dobbiamo essere, insieme, più umani.

Sembra che davvero poco della vita sia alimentato dal grande comandamento. «Salvare vite non è una priorità nelle stanze del potere», scriveva Myriam Miedzian. «Essere capace di compassione o attento alla vita umana può causare a un uomo la perdita del suo lavoro, può causare a una donna di non essere assunta al lavoro». Sono il profitto e il potere, non la gente, a contare. Nessuna meraviglia se pensiamo che la guerra sia naturale.

Un tempo questo ,comandamento ha fatto la differenza tra la vita e la morte, tra l'acqua nel deserto o il morire di sete, tra l'essere affamato e lo spigolare nei campi del vicino. Adesso noi viviamo in una cultura che funziona come se la gente meritasse di morire, se non può provvedere a se stessa.

Se prendiamo tempo per parlare abbastanza a lungo con degli estranei, è assai probabile che ci dicano qualcosa che conferma la rara idea che sono esseri umani come lo sono io, che hanno bisogno di me, che io so esattamel1te che cosa stanno patendo. In quel momento, finalmente, comincio ad amarli «come me stessa». Ma prima occorre parlare.

È questo «come me stessa», l'aspetto fondamentale del grande comandamento, che ci rende difficile l'essere realmente morali.