Ebrei Cristiani Musulmani
PICCOLI GRANDI LIBRI
coesistenza possibile
Daniel Sibony - Pierre Lambert - Dalil Boubakeur

EMI 2008

Presentazione
edizione italiana: Ismael, Dio ascolta di Luigi Sapio -
edizione francese: Yhwh Dio Allah di François Celier

Breve lessico del Giudaismo

Breve lessico del Cristianesimo

Breve lessico dell'Islam

I. Bibbia e Corano
(Daniel Sibony)
II. L'Islam al crocevia dei cammini
(Dalil Boubakeur)
III. I rischi del monoteismo
(Pierre Lambert, o.p.)
E se non fosse lo stesso Dio?
Le difficoltà del dialogo
Sottomissione o ricerca?
Un po' di verità
Esigenze attuali
Conclusione
Appendice:
La parabola del furto dell'essere
Le tre sfide dell'Islam contemporaneo
Nascita dell'Islam, storia e contesto
Fondamenti dell'Islam
Il giusto cammino degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani, oggi
L'Europa contro l'antisemitismo: per un'unione nella diversità
Per concludere

Le vie della conoscenza
Un pensiero capace dell'infinito
Colui che entra in relazione con l'uomo
La presenza e l'intervento dell'Unico
«Ci sarà il Signore soltanto...»
L'unità dell'amore
Appendice 1: Monoteismo e tolleranza
2: Dichiarazione sulla libertà religiosa

Daniel Sibony

BIBBIA E CORANO

Com'è risaputo, la questione non è di sapere quale religione detenga la verità. Chiaramente ognuna definisce un certo rapporto con il divino e, attraverso questo, un certo rapporto nei confronti degli altri esseri umani. E naturalmente, in ogni tipo di rapporto, ciascuna si impegna a fondo per la sua posta in gioco.
In breve, il Giudaismo instaura un «rapporto tumultuoso» con il suo Dio, poi con la sua trasmissione, che è il suo principale punto di riferimento. Il Cristianesimo ha effettuato una bella azione di forza, fondata sulla «grazia»: Dio ha mandato suo Figlio, che ha graziato gli uomini; talvolta si dubita della riuscita di questa grazia, alcuni si chiedono addirittura se l'uomo è davvero graziato, vedendo il peso così forte del senso di colpa in questa tradizione, ma poco importa... Anche l'Islam, infine, ha compiuto una magnifica «pienezza» ponendosi come la vera religione, quella che comprende ciò che è migliore nelle due che la precedono, dalle quali ha ricavato la parte essenziale del suo messaggio.
Di conseguenza, ci si chiede in che cosa consista il problema. 'Tuttavia, alcuni effetti di verità lavorano in modo nascosto ma ostinato, rimettendo in questione i rapporti stabiliti tra questi tre sistemi. In questa sede ci limiteremo a valutare i rapporti tra Bibbia e Corano, tra Islam e Giudaismo. La questione dei rapporti tra Bibbia e Corano è allo stesso tempo radicale, appassionante e spesso ignorata. (1)
Qui parleremo solo dei testi e dei loro rapporti: certamente, un ebreo non è la Torah, come un musulmano non è il Corano, ma entrambi portano in sé un impatto con questi testi, impatto che opera e si manifesta nei momenti decisivi. Tanto vale conoscerli, quindi, per fornire agli uomini «un po' più di gioco» rispetto ai loro testi. Questi ultimi non sono fatti per intendersi, ma se coloro che li sostengono sono più liberi nei confronti del testo stesso, possono almeno rispettarsi.

E se non fosse lo stesso Dio?

Come si sa, la Bibbia ebraica comprende ventiquattro libri, il primo dei quali, quello fondamentale, si chiama Torah. È composta da una Genesi che, dopo un breve approccio cosmogonico, si focalizza sulla storia di una famiglia, quella dei Padri Abramo, Isacco e Giacobbe, quest'ultimo chiamato anche Israele. La storia di questa famiglia si allarga a una storia delle dodici tribù, i figli di Israele, poi del popolo ebraico, e si presenta come una specie di metafora dei rapporti tra individui soggetti, una collettività, un popolo, e l'essere divino chiamato Yahweh (YHWH). È difatti la storia di una trasmissione simbolica, con un carattere particolare che pretende di essere universale. Quest'ultimo non ha un senso numerico, che comprende tutti gli uomini, o il maggior numero possibile di essi, ma un senso singolare che si ripercuote, in un modo essenziale, su qualunque essere umano. .
L'universale della Bibbia ebraica, quindi, è intensivo, a differenza di quello che hanno saputo costruire il Cristianesimo e l'Islam, che invece è estensivo. Questo punto è importante perché, se è vero che il popolo ebraico testimonia, nella Bibbia, la sua storia e i suoi rapporti con Dio, questa testimonianza, curiosamente, parla a tutti gli uomini e in tale senso si rivolge a questi attraverso coloro che l'hanno prodotta, gli ebrei; inoltre, i principi e le storie di questo Libro come tali hanno direttamente una portata universale. Ne è prova il fatto che l'Islam e il Cristianesimo hanno tratto origine da questa Bibbia, dandole un valore estensivo, valido per tutti gli uomini.
Il Corano è comparso nel VII secolo dopo Cristo e il suo Contenuto principale comprende storie della Bibbia e una serie di esortazioni. Sono presenti i grandi personaggi biblici, che raccontano la loro storia: quest'ultima, tranne alcuni dettagli che si riveleranno importanti, è la stessa riportata nel Libro ebraico. Ci si domanda quindi che cosa ci sia di specifico nel Corano. Certo, è scritto in arabo, in modo poetico e avvincente: ogni versetto crea una piccola ebbrezza, soprattutto se viene declamato, ma poi bisogna sforzarsi per ritrovare il senso, in quanto l'ebbrezza musicale è più propizia alla suggestione che al ragionamento.
Ora, questi personaggi concludono la loro breve storia con dichiarazioni del tipo: «Noi siamo sottomessi, dediti o abbandonati a Dio». Questo concetto, nelle lingue diverse dall'arabo, risulta piuttosto banale. In arabo, invece, il senso è questo: «Noi siamo musulmani». Di conseguenza Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Salomone, Giona, Gesù, Maria... tutto questo mondo è sottomesso a Dio, musulmano. Insomma, si verifica uno sforzo per costruire una nuova identità, quella dei sottomessi, che include coloro che la precedono, e anche coloro che vengono dopo, in quanto nessuna creatura sensata può negare di essere sottomessa all' essere almeno se Allah è lo stesso di quello della Bibbia, YHWH, che è l'anagramma dell'essere. Vedremo in seguito di cosa si tratta.
In ogni caso, il risultato è che il Corano «accoglie» tutti i grandi ebrei della Bibbia, a cominciare da Mosè, perché nello stesso tempo li ha islamizzati. Questo comporta alcuni scontri con la realtà, soprattutto con quella di oggi. Infatti, se Mosè è musulmano, come risulta dal Corano, questo significa che gli ebrei che si richiamano a lui sono anch' essi musulmani. Tranne nel caso in cui lo tradiscono, cosa che accade spesso, visto che la Bibbia è piena di rimproveri per la loro disobbedienza. Quest'ultima sarà impugnata dal Corano, in tutto il testo, e non solo in alcuni versetti, come prova della loro «perversione», o almeno di quella della maggior parte di essi.
Osserviamo un semplice particolare: in alcuni paesi arabi, in pieno XX secolo, prima che gli ebrei fossero obbligati ad
andarsene, sulla loro carta d'identità era riportato il termine mussawi che significa «seguace di Moussa [Mosè]». Era come un segno distintivo. Di fatto, non si è veramente musulmani se si è seguaci di Mosè «senza esserlo di Maometto», anche e soprattutto se Maometto ripete Mosè. Si intravede quindi una dimensione di appartenenza, come quella che si è potuta osservare nell'epoca della diffusione dei partiti comunisti: un individuo può essere un seguace di Marx o di Lenin, ma se non è membro del Partito, o se non adotta la formulazione del Partito, allora non è sulla dritta via, ed è addirittura un «nemico di classe». Questa dimensione di appartenenza, che attenua di molto il fatto che i grandi ebrei siano musulmani, si ritrova nel seno stesso degli avvenimenti: infatti, durante la recente intifada, la tomba di Giuseppe è stata saccheggiata dagli arabi palestinesi. Eppure nel Corano Giuseppe è musulmano. Non completamente, però, secondo l'istinto popolare, più sottile dei principi, in quanto la folla si è tranquillizzata solo dopo che al posto di questa tomba è stata costruita una moschea.
Ora, alcuni obiettano che il termine «musulmano» comprende due significati: il senso più comune, che si riferisce ai seguaci di Maometto, e il senso più profondo, secondo il quale tutto ciò che esiste è musulmano, «anche gli uccelli», come mi ha detto un giorno un erudito; «tutto ciò che è» è musulmano, e questo rende l'Islam la religione «naturale», primor
diale. Questa obiezione vorrebbe insomma sopprimere l'equivoco, con una distinzione chiara e netta, ma che non compare né nel Corano né nei testi dell'Islam, in cui non viene precisato che se Mosè, Abramo e Israele sono musulmani, non è nel senso in cui sono musulmani Maometto, i dignitari dell'Islam e il musulmano della strada...
Dovremo quindi rispettare questo equivoco del termine «sottomesso» e ammettere che coloro che rifiutano il messaggio di Maometto perché non ne vedono la novità, coloro che rifiutano di «sottomettersi» sono dei «non sottomessi». E il Corano invita a combatterli. È vero che ai giorni nostri alcuni musulmani illuminati si sforzano di analizzare il testo corani
co per dimostrare che non è così, e che si può essere un kafir (un miscredente) ed essere tollerato dall'Islam. Questo del resto è vero, se non si pretende alla sovranità: le comunità
ebraiche furono tollerate in terra d'Islam in quanto accettavano una tenuta distintiva, piuttosto umiliante, un'imposta speciale che poteva essere abbastanza pesante, e rinunciavano ad ogni idea di sovranità, anche se i migliori, in maniera isolata, ricoprirono alcune cariche politiche. Ma quando si è cominciato a parlare di sovranità, con il riemergere dello Stato ebraico, quasi tutti gli ebrei delle terre dell'Islam sono dovuti partire.
La seconda specificità del Corano rispetto alla Bibbia, oltre al geniale gioco di parole su «sottomessi», è il nome di Dio. Nella Bibbia, Dio ha ogni genere di nomi, compreso
Elohim, che si ricollega alla parola araba Allah. Il suo nome specifico, però, è YHWH. In realtà, qualunque sia il nome, la sua funzione nei confronti del «suo popolo», il popolo ebraico che l'ha scoperto (o inventato, o portato alla conoscenza del mondo), è ambivalente, così come il suo discorso: ora si scatena in imprecazioni a causa della sua disobbedienza, ora gli rivolge parole d'amore e di speranza. Questa ambivalenza contraddistingue il legame tra YHWH e questo popolo, ma non lo abolisce mai, e non fa di YHWH un Dio nazionale o una proprietà di questo popolo. L'essere, di cui YHWH è il simbolo attivo, riguarda in teoria tutto ciò che è, e questa forza di invocazioni, di richiami e di memoria, che viene chiamata YHWH, riguarda tutti coloro per i quali questa memoria è significativa: i cristiani, l'Islam, e chiunque si interessi agli effetti della memoria nel loro rapporto con l'esistenza e la trasmissione.
Nella tradizione islamica, però, è normale affermare che il Dio biblico è un Dio «nazionale», diversamente dal Dio del Corano che, invece, è universale. Questo significa che il Dio biblico, YaHWéH, diventato Allah con un cambiamento che preciseremo in seguito, è chiamato dall'Islam a «sottomette
re» il mondo, o piuttosto a fargli riconoscere la sua «sottomissione» «naturale», ma sotto il segno di Maometto. Perché no? È questo un progetto politico-religioso, che ha conosciuto la sua gloria e i suoi limiti e che in teoria non ha modificato i suoi scopi, anche se oggi è alle prese con alcuni elementi che ha represso all'inizio e che ora riemergono con inaudita violenza. Ma lo Yahweh biblico opera allo stesso tempo come funzione dell' essere, cioè come forza universale che sostiene e attraversa tutto ciò che è, e come istanza «segnata» da coloro che l'hanno portata. Egli agisce inoltre attraverso la via che il popolo della Bibbia ha intrapreso, di cui ha anche fatto memoria, e che ha sviluppato attraverso tutto ciò che l'Essere parlante ha trasmesso ai profeti, agli scribi e agli uomini ispirati.
Un'osservazione sull'universale dell'Islam e il singolare del Giudaismo. Alcuni proseliti islamici sostengono che l'aspetto universale della Bibbia risieda nelle leggi noachiche, cioè quelle che riguardano Noè, prima delle Tavole della Legge, mentre il resto, e in particolare queste ultime, riguardano soprattutto il popolo ebraico.
Nell'analisi dei Dieci Comandamenti vedremo che non è così, ma la loro idea esprime bene la pulsione inglobante di questi proseliti: l'universale, è ciò che è «sottomesso» ad Allah e a Maometto. Questi proseliti pensano anche che l'apporto della Bibbia riguardante il legame con Dio faccia riferimento al termine berith, «alleanza», limitata al popolo ebraico, diversamente dall'equivalente coranico mithaq, che è l'alleanza di tutte le creature, chiamate a «sottomettersi». Anche in questo caso, la pulsione inglobante situa il legame islamico all'origine, affinché la Bibbia appaia come un Testo nazionale, limitato a una terra, quella di Israele, della quale del resto viene contestata la validità politica. All'inizio, però, si attengono al concetto di «terra d'Israele» per ridurre il senso della
Bibbia, affinché risulti più chiaro che, per il resto del mondo, è il Corano che fa testo.
Ora, il termine berith («alleanza») compare nella Genesi con Noè, Abramo, Mosè, le tribù, ecc., e riguarda l'idea stessa di trasmissione simbolica. Aggiungiamo che, nella Bibbia, ogni creatura o creazione «è tesa» verso l'Essere Creatore - in termini religiosi: «adora» il suo Creatore - senza peraltro avere l'obbligo di essere inclusa nel Giudaismo. Anche in questo caso, è diverso «sottomettersi» al proprio Creatore, cioè islamizzarsi.
Ma torniamo alla nostra domanda: qual è l'innovazione che porta Allah, visto che le sue parole sono in generale quelle dello Yahweh biblico? Cercando bene, soprattutto quando si conoscono a fondo sia la Bibbia che il Corano, si trova «ciò che caratterizza Allah»: è il fatto che sopprime ogni parola d'amore verso la gente del Libro, e in particolare verso il popolo ebraico. O, piuttosto, queste parole d'amore sono sempre al passato, per evidenziare meglio il tradimento intrinseco delle «genti del Libro» (ebrei e cristiani), tradimento che hanno ripetuto rifiutando di seguire Maometto. Naturalmente questo tradimento è reale, in quanto consiste nel non seguire sempre la parola divina e, detto in altri termini, nell' essere solo creature umane e per questo insufficienti e imperfette. Ma si può essere un popolo perfetto, che segue il suo Dio senza commettere errori? Non è questo il problema, anche se il Corano compie un lodevole sforzo in favore della nuova nazione eletta, quella dei musulmani, dei veri credenti: alleggerisce di molto i loro doveri, in quanto devono chiamarsi «sottomessi a Dio», credere in Maometto, recitare alcune preghiere, praticare un po' di carità, compiere un pellegrinaggio. Non come gli ebrei, che per camminare sulla retta via devono osservare seicentotredici comandamenti. E inoltre, il solo fatto di credersi sulla retta via può attirare l'ira di Yahweh, come testimonia la storia di Giobbe nella Bibbia.
In realtà, l'idea di definirsi innanzitutto come «sottomessi» a Dio è più sottile di quanto si pensi. In quanto sottomessi,
senza riserve, totalmente, arriviamo a «possedere» Dio, nel senso che Egli non può sorprenderci, in qualunque modo agisca, cioè qualunque cosa accada, perché tutto ciò che avviene è opera sua, siamo d'accordo, siamo sottomessi. (Questa non è la posizione degli ebrei, in quanto il solo nome di Israele significa «lotta con Dio». C'è una lite continua tra gli ebrei e il loro Dio, tra Israele e il suo destino. Invece la sottomissione esclude ogni tipo di rivolta contro Dio). Ma allora, come mitigare questo fatalismo ben noto? È forse per questo che si impone il jihad per aiutare Dio a combattere i malvagi. Questo implica che quando ciò che accade non ci piace, possiamo parlare a nome di Dio e chiamare alla lotta per il bene, per aiutare Allah a fare in modo che ciò che avviene sia ammissibile.
Quanto agli ebrei, la loro disobbedienza a Dio, che essi stessi si compiacciono di riconoscere nel loro Libro al fine di migliorarsi, assume nel Corano il valore di un'insubordinazione, confermata dal fatto che rifiutano l'Islam. Di conseguenza, ed è qui il tratto specifico, il Corano afferma che il Dio della Bibbia, diventato Allah, ha maledetto il popolo ebraico fino al giorno del Giudizio. Non ne vuole più sentire parlare, rompe l'Antica Alleanza. Spezza anche quella nuova, realizzata con i cristiani, in quanto questi ultimi hanno la «stupidità» di credere che Dio possa giacere con una donna e avere un figlio da lei. Tutta l'elaborazione cristiana sul Dio che diventa uomo è ridotta nel Corano a pura idolatria, che consiste nel prendere Gesù per Dio. È vero che, anche in questo caso, alcuni musulmani illuminati si sforzano, con fini di propaganda, di dimostrare che la formula che apre le sure del Corano («Bismillahi ar-Rahmani ar-Rahimi») e che significa: «Nel nome di Dio, clemente misericordioso», composta di tre parole, è un modo di onorare la Trinità, e quindi anche di integrarla.
Il Corano realizza quindi un "fermo immagine": prende in considerazione solo le parole cattive che Dio rivolge al popolo di Israele, e le punteggia di maledizioni, prese del resto nella Bibbia ebraica, rendendole però definitive.
Questo atteggiamento è molto logico, in quanto il Corano vuole fondare una nuova identità con i contenuti ebraici, senza compiere innovazioni fondamentali rispetto a questi, se non nel progetto di includere, sottomettendolo, ogni individuo. Sembra quindi che la riprovazione verso gli ebrei che attraversa tutto il Coran (2) non abbia come scopo di correggere queste piccole tribù ebraiche recalcitranti d'Arabia, ma piuttosto di prendere l'entità ebraica; radicata nella Bibbia, come un modello del negativo, un simbolo del male. E comunque il Corano prende in prestito il suo messaggio. Ma, proprio perché gli ebrei non ne sono degni, occorre strapparglielo; non è un prestito, ma un salvataggio di quel messaggio.
A questo livello, si comprende la violenza della contraddi
zione che ha dovuto risolvere Maometto, che ha la seguente soluzione: non si tratta di plagiare gli ebrei, ma di salvare il Testo che Dio ha donato loro e che è stato continuamente tradito in quanto questo popolo è profondamente malvagio. Soluzione molto elegante, ma che suppone che il popolo che èstato plagiato debba restare in disparte, o in condizione miserevole, fino al giorno del Giudizio. Se il caso non è questo, se la realtà è diversa, allora si pongono alcuni problemi.
È quello che avviene oggi, con il ritorno degli ebrei in Israele, sotto forma di uno stato sovrano. Rappresentativo o meno, questo implica, nel conflitto del Vicino Oriente, la questione dei rapporti tra Bibbia e Corano, in quanto fa tornare in superficie l'entità ebraica che il Corano ha sepolto come modello di tradimento. Ciò significa che questo conflitto non è un avvenimento importuno o esterno che giunge a perturbare dei rapporti armoniosi, ma consiste nel rimettere in questione ciò che questa «armonia» nascondeva sotto le solite frasi fatte: abbiamo lo stesso Dio, gli stessi interessi, siamo fratelli, ecc.
Insomma, a partire dal messaggio biblico si crea una nuova identità, quella islamica, che formalmente è appagata, piena, senza pecca, poiché l'imperfezione - cioè tutto quello che può far fallire o determinare un insuccesso - è stata identificata con gli ebrei e rigettata insieme a loro. Tranne nel caso in cui questi ultimi ritornino e si sottomettano, e in questo modo non tornerebbero come altri, ma come gli stessi, ovvero musulmani. In questo modo la nuova identità conserva la sua pienezza originale, pienezza di cui ha goduto per dei secoli, ma che oggi la intralcia, perché si scontra con la realtà. È questo lo «scontro» della religione - o piuttosto del fantasma della sua identità - con la realtà. Inoltre, vedremo come questa pienezza imponga alla nuova identità l'obbligo di essere priva di imperfezioni, tanto che avrà spesso bisogno, per continuare ad esistere, di proiettare questa imperfezione sugli altri. Detto con parole semplici, di imputare loro i suoi problemi.
Si può azzardare un'ipotesi: Maometto è stato sedotto dall'eredità ebraica (compresa quella di Gesù, ebreo appena dissidente del tempo della Mishnah), rimanendo in un primo tempo stupito, e poi ribellandosi di fronte al fatto che un' eredità di questo tipo sia stata riservata a un popolo così piccolo. Ha voluto quindi farla conoscere, ma non è riuscito a produrre lo sforzo psichico necessario per liberarsi delle sue fonti, per liberarsi cioè del debito nei loro confronti e annunciare una nuova via, che avrebbe avuto la sua forza e la sua originalità (ora, non ci si può liberare di un debito senza prima riconoscerlo). Ne risulta che la sua costruzione spirituale è totalmente segnata dal Giudaismo, e soprattutto da uno sforzo ossessivo per non esserne segnato. Questo segno ebraico è ovunque, come una macchia.
Siccome il progetto consisteva nel costruire un'identità senza macchia, senza traccia della gente «malvagia», il risultato è che il testo coranico risulta letteralmente «perseguitato». dagli ebrei. Anche se questi ultimi sono stati vinti e ridotti a ben poca cosa nello spazio islamico per molti secoli, il Testo,
comunque, riafferma i loro argomenti ripetendo continuamente che tali propositi sono stati traditi dagli ebrei stessi. Questo produce una «dinamica spezzata»: occorre che gli ebrei simboleggino il tradimento affinché la nuova identità simboleggi la buona fede. Il nuovo valore che si sta costruendo può formarsi solo sul non-valore degli altri, in particolare dei primi.
Ho chiamato questo complesso psichico il «complesso del secondo-primo», in quanto la sua portata è più ampia (3): questo complesso si verifica quando il secondo, invece di riconoscere il proprio debito nei confronti del primo, passa troppo tempo a fustigare il precedente e non riesce quindi a prendere il suo posto, come se lo scopo fosse di «distruggere la cronologia», per diventare il primo, quando invece si è secondi. Questa distorsione cronologica si traduce in questo caso con un tempo omogeneo, con una temporalità unita, piena, che ha preso valore quando l'identità islamica era sullo slancio, conquistatrice e trionfante, ma che oggi si traduce in una resistenza alla storia. Resistenza alla storia malvagia che necessariamente viene imputata all'altro: al colonialismo, all'arroganza dell'Occidente, al sionismo, ecc. Imputazione logica, in quanto «l'altro» (ebreo-cristiano, ma soprattutto ebreo) è identificato con l'errore.
In questo senso, il vero genio di Maometto era politico: costruttore di un impero, di città, di tutta una cultura. Poiché questo progetto politico era fondato sulla religione, nell'Islam politica e religione sono difficili da dissociare
- anche se ci si può affidare agli esperti per trovare delle vie di uscita.
Da un certo punto di vista, l'Islam sembra essere la mi
gliore realizzazione politica del Giudaismo. Molto più del Cristianesimo, che ha rappresentato un'innovazione sul piano religioso e ha quindi costituito una nuova via rispetto alla
Bibbia ebraica. Questo non avviene per l'Islam, che ha ripreso questa Bibbia semplificandone il contenuto, tanto che non si trovano nel Corano sentenze significative che non siano già presenti nella Bibbia e nel Talmud. L'Islam ha recuperato questo contenuto, adattandolo alla sua lingua e al suo stile. Non rappresenta un problema il fatto che l'abbia ripreso, mentre lo costituisce il fatto che sia restato molto dipendente da questa ripresa, mascherandola però come salvataggio del Testo.
Questo salvataggio effettuato dal Corano suppone che i primi detentori della Bibbia, gli ebrei, restino i simboli del male se pretendono anche la minima sovranità. Se sono vinti o miserabili, non pongono nessun problema. Ora, se si mette tutto un popolo, per quanto piccolo sia, nella condizione di sacrificato permanente, anche se continua a soffrirne nel corso del tempo, la situazione può capovolgersi: la novità, oggi, èche è proprio l'Islam a soffrire per aver posto gli ebrei come un popolo da sacrificare. Avere un popolo che si può maledire in ogni occasione sènza che ciò provochi conseguenze è un vero handicap, tanto più pesante in quanto si è preso in prestito da questo popolo l'essenziale del proprio pensiero. Prestito lecito, naturalmente: la Bibbia infatti appartiene a chi la vuole leggere e renderla feconda. Inoltre occorre imparare a
sopportare di aver chiesto un prestito così importante - senza rovinarsi simbolicamente.
Può sembrare strano spiegare o affrontare le impasse attuali dell'Islam con il fatto di aver reso il popolo ebraico, di cui ha ripreso il messaggio, il simbolo dell' errore da evitare.
L'idea resta da chiarire, cosa che ho fatto in altra sede. (4) Non è però così strano che, quando si ha escluso l'errore sin dall'origine, incarnandolo in un «altro» (gli ebrei), si possa manifestare la tendenza a escluderlo nella prova della realtà.
Altra conseguenza delle due specificità, quella che riguarda l'essere «sottomesso» e quella relativa alla decisione presa da Allah e trasmessa a Maometto, di «maledire» gli ebrei firio al giorno del Giudizio: il colpo di forza politico di Maometto implica una rottura di continuità nella trasmissione del messaggio divino, cioè biblico. Si può addirittura affermare che, in un certo senso e per un certo periodo, Allah e Yahweh siano due dei diversi. Questo può avere la sua importanza, in una riunione conviviale, quando ci si dà delle pacche sulle spalle dicendo: «Su, dai, queste discussioni non hanno senso, l'importante è che abbiamo lo stesso Dio!». L'intenzione è buona, anche se un po' ingenua: avere lo stesso «Dio», superare le controversie e gli ostacoli... Ma, nello slancio conviviale, se questo Dio è Allah, aderirvi senza essere musulmano significa accettare di essere maledetto; un po' stupidamente, o un po' generosamente...
Lo dimostra il fatto che la storia vuole imporre, agli uni e agli altri, una distanza più sottile rispetto ai loro testi. E forse dispensarli da alcuni dialoghi composti dalle solite frasi fatte, atteggiamento molto oneroso dal punto di vista simbolico.

Le difficoltà del dialogo

La cosa è semplice in teoria, ma complessa nei fatti: quando un proselita musulmano presenta l'Islam, generalmente dimentica - e anche i suoi interlocutori lo ignorano - che la maggior parte dei suoi enunciati, tratti dal Corano, provengono dalla Bibbia o dal Talmud e quindi non sono specifici dell'Islam. Per esempio che tutti gli uomini sono creature di Dio, che quest'ultimo è unico, che non bisogna fare al prossimo quello che non vogliamo che lui ci faccia, che bisogna invece aiutarlo, essere caritatevole, non uccidere - il Corano precisa: tranne coloro che hanno commesso violenze -, ecc.
L'Islam, però, si pone come diverso, specifico. È quindi legittimo voler precisare ogni volta quello che ha di particolare rispetto alle sue fonti ebraiche. Infatti non ha preso molti elementi in prestito dal Cristianesimo, insistendo piuttosto sul fatto che Gesù è un uomo, un profeta, ma non il Figlio di Dio, il che rappresenta comunque una differenza fondamentale. Riprendiamo quindi di seguito alcuni elementi importanti, e prima di tutto quelli che abbiamo citato.

L'unicità di Dio. È chiaramente enunciata nella Torah: «Ascolta, Israele, YHWH è il tuo Dio, YHWH è Uno». Come abbiamo già detto, poiché YHWH è l'anagramma dell' essere, questo Uno è l'uno dell'essere, che altri, come Parmenide, hanno pensato, ma che la Bibbia sviluppa in modo intenso e vivo, non concettuale.
Quando però si cerca la differenza tra questo YHWH e l'Allah del Corano, la maggior parte dei musulmani afferma che Allah è solo «la traduzione araba di Dio», così come God traduce «Dio» in inglese. In realtà il discorso di Allah contraddice quello di YHWH su un punto essenziale, forse l'unico: maledice per sempre gli ebrei. Abbiamo visto la forza logica di questa maledizione, che non consiste nel fatto che i loro peccati sono unici, visto che rappresentano i fallimenti comuni a tutti gli uomini: mancanza di fiducia nell' essere, tendenza all'idolatria, ecc. Si tratta di giustificare la ripresa del contenuto biblico da parte del Corano, e di giustificarla ai propri occhi, perché nessuno ha chiesto il conto e nessuno è in grado di farlo: la Bibbia e il Talmud appartengono a coloro che vogliono leggerli. Certo, si può rivoltare contro gli ebrei il loro stesso Testo, ma a proprio rischio e pericolo, anche se questi rischi e questi pericoli impiegano del tempo per dichiararsi.
Partendo da questo, e tranne nel caso in cui Allah ritorni sulla sua decisione, siamo arrivati alla conclusione che, ancora per qualche tempo, Allah e YHWH sono dei diversi. In entrambe le religioni, però, sono unici. O piuttosto, Allah si identifica con il Dio della Bibbia, con questa precisa correzione: rifiuto degli ebrei in quanto perversi e dei cristiani in quanto idolatri (associazionisti).
Altri problemi, però, almeno in apparenza, sembrano problemi di traduzione. L'abbiamo già visto, tutti i grandi ebrei della Bibbia appaiono nel Corano come «sottomessi», cioè «musulmani». Ma si è verificata una fusione, o una confusione, tra questa semplice traduzione e l'appartenenza all'Islam. Dopotutto, se dite: «Sono sottomesso all' essere» e se la lingua araba traduce con: «Sono musulmano», ciò esprime soprattutto l'impossibilità di comprendervi senza includervi, senza lasciarvi per esempio la libertà di rifiutare Allah in quanto Dio che maledice o supporto per un progetto politico che non condividete. Allo stesso modo, sappiamo che jihad è la traduzione di «sforzo» e che shar'ia è la traduzione di «regola» o «legge». Anche in questo caso, il problema nasce nel momento della traduzione, ma non ha nulla a che fare con essa: il fatto è che non esiste una vera «legge» islamica, e che lo sforzo per colpire i miscredenti, cioè i non musulmani, è solamente lo «sforzo» naturale per aiutare Allah contro di loro.
La storia fa emergere tutte le questioni di cui abbiamo parlato, evitate per tredici secoli. Resta da capire se è possibile risolverle reprimendo di nuovo il loro contenuto, o se è possibile affrontarle con un po' di dignità.

La questione dei profeti è un altro problema tipico. Il Corano riconosce i profeti ebrei che l'hanno preceduto, compreso Gesù, in quanto sono «musulmani». Oppure li rende musulmani per riconoscerli? Prendiamo per esempio questo versetto citato molto spesso: «O gente del Libro! Perché discutete su Abramo, mentre la Torah e il Vangelo sono stati ambedue rivelati dopo di lui? [...] Abramo non era né ebreo, né cristiano: era un hanif, dedito interamente a Dio e non era idolatra» (III, 65-67). Ecco una parola pacificatrice; insomma, cessate di discutere, la Torah e il Vangelo sono venuti dopo Abramo! È solo questione di buon senso. Ma quando in arabo si legge che «era interamente dedito a Dio», significa che era completamente «musulmano». E non si può obiettare che l'Islam è stato fondato solo nel VII secolo da Maometto, in quanto anche Mosè era musulmano.
Abramo, quindi, è musulmano, non è ebreo, e, non essendo «associatore», non è un cristiano (che «associa» Gesù a Dio). Ora, la prima citazione di Abramo nella storia si verifica nella Bibbia ebraica, e questa stessa Bibbia (Genesi 14,13) ci parla di «Abramo l'ebreo». Occorre quindi affermare che il vero enunciato riguardante Abramo si trova nel Corano, che Abramo era musulmano, e che il capitolo della Genesi in cui è scritto che era ebreo è stato falsificato, modificato. È proprio quello che è stato sostenuto nel mondo arabo-musulmano per tredici secoli, e che oggi comincia a vacillare.
Come si risolverà tutto ciò? Solo la storia potrà dirlo. Nell'attesa, i proseliti musulmani presentano questo versetto sotto il segno dell' apertura e dicono: perché appropriarsi di un profeta (Abramo), se è riconosciuto da tutte le tradizioni? Il che sottintende: lasciamolo nella condizione neutra e aperta che gli fu propria. Perché no, infatti? Ma leggendo si apprende che fu interamente sottomesso. Questi proseliti sono coscienti dell' equivoco che originano, o lo zelo impedisce loro di esserne coscienti? Propendo per la seconda ipotesi: la fede che provano appare loro talmente naturale, fondata con tale evidenza, che ogni sforzo per riconoscere gli altri approcci monoteisti che li precedono è segnato dallo «sforzo» di includerli nella vera fede. Ciò è conforme allo spirito coranico che, a partire dall'equivoco «sottomesso = musulmano», fonda l'identità inglobante.
Oggi ciò che è stato represso ritorna con troppa violenza per non essere sentito. La questione è importante: se l'Islam produce in massa integralisti che producono a loro volta fanatici talvolta violenti, non è forse dovuto al fatto che l'origine inglobante, fondata dal Corano e che ha tenuto per così tanto tempo, oggi sopporta male i colpi della realtà? Nei fatti, non è semplice vivere con gente che il vostro Dio ha maledetto e se i passaggi del loro Testo che ci mettono a disagio dimostrano che sono dei falsari.
In filigrana compare il problema della «vera» religione. Ha già tormentato la Chiesa per molti secoli, poiché ha affermato di essere il Verus Israel prima di gettare la spugna e di rinunciare addirittura alla sua carta migliore: il popolo deicida, che brandiva contro i suoi predecessori.
Del resto abbiamo mostrato altrove che «popolo eletto» significa semplicemente popolo che ha eletto questo Dio, cioè l'essere, come unica divinità possibile. È un'inversione comprensibile nel linguaggio umano. Ora, se gli ebrei sono stati i primi ad avere eletto questo Dio e ad averne testimoniato, la volontà da parte dei musulmani di affermarsi come i veri primi desta perplessità. Anche supponendo che il Corano sia stato scritto prima della Bibbia, che è la tesi ordinaria islamica: non è stato scritto da «mano d'uomo», come la Torah, ma è stato scritto da Dio, da sempre. E non crea problemi nemmeno il fatto che contenga dettagli molto precisi sulla vita del popolo ebraico, particolari tratti chiaramente dalla Bibbia e dal Midrash, in quanto Allah sa in anticipo tutto ciò che avverrà sino alla fine dei tempi.
Resta il fatto che la Bibbia è stata data agli uomini alcuni secoli prima del Corano. Quindi il senso di questa nuova elezione non è altro che il senso dato al nuovo Dio,
«Allah», che decide di farla finita con le genti del Libro in quanto non diventano dei «veri credenti», e di rivolgere il suo amore ai nuovi venuti, i veri credenti. Questo Allah è nuovo nel suo proposito formale, anche se, certamente, la parola «Allah» esisteva in arabo da molto tempo: è la stessa parola dell'ebraico «Elohim», uno dei nomi del Dio biblico. Aggiungiamo che il padre di Maometto si chiamava Abd-allah. La novità consiste nella sua «decisione», recente perché risale al VII secolo.
Il problema non è che coloro che leggono il Corano si ritengano i veri credenti e rivolgano un piccolo flusso di maledizione sugli altri, che di per sé non è molto grave; il problema è che se la realtà appare loro negativa, vogliono aiutare Allah a renderla migliore, e mettono in atto la sua violenza contro coloro che Egli ha maledetto. È la realtà che rende difficile superare la fissazione aggressiva che è stata loro trasmessa contro coloro che li hanno preceduti.

Alcuni eruditi arabi trovano altre specificità del Corano, e certamente ve ne sono. Per esempio il «sacrificio di Abramo». Nel Corano Abramo chiede l'opinione del figlio: «Figliuol mio, una visione in sogno mi dice che debbo immolarti al Signore: che cosa credi tu abbia io a fare?». E il figlio risponde: «Padre mio, fa' quel che t'è ordinato» (XXXVII, 102). Questo figlio, nell'Islam, è Ismaele, anche se il Testo coranico non lo dice chiaramente - dice che è il figlio musulmano, ma anche Isacco lo è -, comunque poco importa. Se ne deduce che, nel Corano, questo sacrificio non ha la dimensione tragica che ha nella Bibbia, che c'è un «vero dialogo tra padre e figlio», che la fede non si vive in solitudine, ma che viene condivisa, si trasmette... Chi lo afferma non ha letto la Bibbia, dove i dialoghi tra gli uomini e con Dio procedono normalmente, e dove il sacrificio evitato di Abramo non sembra davvero tragico. Anche il libro di Kierkegaard (5) su quello stesso argomento fa del Patriarca un eroe giustamente non tragico.
Quanto all'idea della trasmissione, non è propriamente specifica dell'Islam. li popolo ebraico si definisce solo attraverso essa, fino ai giorni nostri, anche se alcuni fingono di credere che si trasmetta con il sangue. Ciò che «passa» è un significante misterioso e complesso, il significante ebraico, che come una chiave apre un'ampia trasmissione. Può essere una chiave inutilizzata da coloro che non vogliono aprire nulla, ma che viene comunque trasmessa. Del resto, coloro che hanno perseguitato gli ebrei o che li hanno umiliati, in Europa o nel mondo islamico, non si ingannavano; non l'hanno fatto per il sangue, ma per quello che gli ebrei simboleggiavano come resistenza alla piena identità.

Come abbiamo già messo in evidenza, numerose citazioni del Corano, considerate separatamente da quelle che le precedono e le seguono, appaiono molto favorevoli agli ebrei. Prendiamo il famoso versetto: «Ma quelli che credono, siano essi ebrei, cristiani o sabei, quelli che credono cioè in Dio e nell'Ultimo Giorno e operano il bene, avranno la loro mercede presso il Signore, e nulla avran da temere né li coglierà tristezza» (II, 62). Un bel richiamo alla tolleranza. Solo che il Dio nel quale questa gente deve credere è Allah, che del resto pretende che si creda in Maometto e nell'Islam, con tutta l'ambiguità che comporta questo termine, con un duplice senso: religione naturale (tutti i bambini nascono musulmani) e fede in Allah e nel suo Profeta. Compresa la maledizione verso i non sottomessi a Dio.
Detto ciò, non rimane che accogliere i proseliti che tentano di torturare il Testo per renderlo più tollerante nei confronti degli altri, e in particolare delle «genti del Libro». Per
favorire l'Islam, mettono in evidenza tutto ciò che ha preso dagli altri, dalla gente del Libro, e che essi stessi ignorano, ma la loro speranza è di far passare il colpo di forza della parola «Islam», che riconosce gli altri solo dopo averli inclusi. In questo modo, sotto il segno della tolleranza, vendono con l'etichetta «Islam» cose prese dagli altri, per poi maledirli. Così, negando il debito, perpetuano l'intolleranza. Agendo in questo modo si rendono pateticamente incoscienti.

Ora, queste religioni hanno tutti gli elementi per tollerarsi, anche e soprattutto avendo dei diversi: è sufficiente praticare o pensare il fondo comune delle loro credenze senza ritenerlo esclusivo,senza appropriarsene, senza calpestare coloro che lo valorizzano ma non rientrano nel quadro «buono»; senza imporre un «vero quadro», soprattutto senza inglobare.
Alcuni si stupiscono: se la tensione è così viva, come spiegare una così intensa giovialità tra ebrei e arabi in alcuni paesi come l'Andalusia e in alcune epoche? La riposta è semplice: ciò accadeva sotto una sola sovranità, la sovranità islamica. In Andalusia, inoltre, il sovrano arabo era felice e vittorioso, e quindi si trattava di un' «età d'oro». Non c'è però mai stata una coesistenza tra due sovranità, una ebraica e l'altra
islamica. Oggi si parla di due sovranità - ebraica e araba, che a torto vengono confuse con Israele e Palestina.
Detto questo, si idealizza un po' la famosa convivenza pacifica che è durata per tredici secoli circa, in cui questa età d'oro è un aspetto solo marginale. Viene idealizzata anche rispetto all'Inquisizione e all'Olocausto che si verificarono in Europa. Constatiamo solo che non ci sono più ebrei, o quasi,
nel mondo arabo - tranne i cinquemila ebrei del Marocco, mentre in passato erano trecentomila.
Aggiungiamo anche che oggi, se non si parla di sovranità, e quindi di Vicino Oriente, può esserci una convivenza pacifica; e «a ognuno la sua religione». La sovranità, però, pone alcuni problemi, tanto che l'ira nei confronti di un'identità avente come bersaglio «gli ebrei» è molto presente nel mondo arabo-musulmano. Può anche succedere che, se insistono nella loro idea di sovranità di Israele - e ciò è inevitabile -, questa collera, alimentata dalle immagini spiacevoli del conflitto nel Vicino Oriente, si cristallizzi in progetto di annientamento. Un capo di stato iraniano ha definito Israele un «cancro» e prepara l'arma atomica.
Detto ciò, ai giorni nostri questo contrasto era impensabile. Gli ebrei erano vinti, in condizione di inferiorità, e non avevano la possibilità di puntare il dito contro i contenuti del Corano, affermando la loro provenienza biblica. L'accordo era chiaro: il Corano, scritto fin dall'origine dei tempi, aspettava presso Dio di venire dettato a Maometto. Questo è indiscutibile. Sono gli ebrei che hanno ritoccato la loro Bibbia.
Questa accusa di falsificazione portata contro gli ebrei è interessante: c'è stata chiaramente una tradizione di Allah tra i discendenti di Ismaele, cioè tra gli arabi. Ma questi non hanno avuto il loro Libro, le loro Tavole della Legge, segno che a torto viene interpretato come la dimostrazione della preferenza divina per il ramo discendente da Abramo, chiamato Israele. Questo si ricollega all'idea che Israele ha ricevuto la benedizione, mentre invece ha semplicemente occupato un posto privilegiato, quello di avere per primo il suo Libro e una storia propria, articolata sui suoi rapporti con il divino. Di colpo, il ramo arabo si è sentito soppiantato, rifiutato, per il fatto di non vedere la propria storia raccontata in quel Libro, nella Bibbia. È questo, secondo me, il senso profondo dell' accusa pronunciata da Maometto contro gli ebrei, responsabili di aver «cancellato» il suo nome che, secondo lui, era scritto nella Bibbia e annunciava la sua venuta. È un modo di dire: «Perché nel vostro Libro non avete lasciato un posto per il ramo arabo? Ebbene, come risposta, faremo un nuovo Libro a partire dal vostro, e questa volta sarà il vero Libro, nel quale verrete denunciati e rifiutati come simbolo del male».
Nonostante questa interpretazione, l'accusa di falsificazione è compulsiva perché esprime un'affettività profonda. Inoltre è infondata, in quanto la Bibbia non fa nessun regalo agli ebrei, per suo stesso principio: viene raccontata anche la loro più piccola turpitudine e viene scartata o accuratamente evitata l'idea di favorirli.
Sarà forse un passo cruciale quello di ammettere che non c'è bisogno di avere lo stesso Dio per stimarsi e vivere insieme. È sufficiente vedere i dissensi sanguinosi all'interno dell'Islam e quelli, non sanguinosi ma molto violenti, negli ambienti ebraici e cristiani, per arrivare alla conclusione che avere lo stesso Dio non è veramente indispensabile. Con la conseguenza che più tardi, se i predatori di Dio lasciano la presa, ci si accorgerà che il rapporto con il divino non riguarda l'avere, ma l'essere. Allora, forse, si svilupperà una specie di «etica dell'essere», di cui le dieci frasi, quelle delle Tavole della Legge, costituiscono il nucleo centrale.

Sottomissione o ricerca?

Facciamo quindi una pausa a proposito di questa etica. Si può leggere la Bibbia come un intreccio tormentato di quello che chiamo «avvenimenti dell' essere», dove un popolo racconta la storia del suo rapporto con l'essere, le impasse in cui si è trovato e che corrispondono alle comuni impasse umane. Racconta anche i successi, le speranze. Non per niente Dio è l'essere, non come entità, ma come funzione dell' essere, come azione che fa essere tutto ciò che è, e che può anche, di conseguenza, disertare ciò che è, cioè togliergli l'essere e spingerlo verso quella forma limite dell' essere chiamata nulla. A titolo esemplificativo diamo una rapida lettura di un testo tipico della Bibbia, i famosi Dieci Comandamenti, quelli delle Tavole della Legge, lettura dal punto di vista dell' essere, in quanto è quello che ci sembra prevalere nel Testo (6).
Il primo comandamento afferma: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù». Qui non c'è nessuna richiesta particolare rivolta agli uomini, ma è la semplice affermazione che l'essere è ciò che fa uscire dalla schiavitù, da ciò che è. L' essere, come possibilità e come forza di attrazione, è l'unico mezzo per liberarsi dalla prigionia di ciò che si è. Infatti, comunque sia, si intravedono rapidamente i limiti di questa condizione e occorre confrontarsi con la prova per uscirne, anche se si è «felici». Qualcosa deve pur tirarci fuori da questo stato, se non vogliamo morire inconsapevoli in un posto in cui possiamo vedere solo quella felicità, ma niente altro. Questa parola di
Dio è quindi un punto di riferimento simbolico fondamentale contro la chiusura narcisistica, personale o collettiva, contro l'identità di sé, contro l'identità in generale, in quanto essa si richiude naturalmente su se stessa.
Il secondo comandamento consiste nel divieto di fare degli idoli, cioè di costruire qualunque cosa che pretenderebbe di includere il principio creativo, il tutto dell' essere. Infatti l'uomo, che è solo un possessore dell'essere ed è solamente ciò che è, in questo modo pretenderebbe di creare qualcosa che contiene l'essere, il potenziale creativo, credendosi il Creatore di se stesso. Certo, non è che in questo modo lo diventi davvero, non è autore dell' essere o del divino, ma !'idea di esserlo può renderlo stupido e cattivo e ispirargli una follia narcisistica. Di conseguenza, meglio astenersi da questa credenza e da questo gesto di idolatria, in cui ci si pone come creatura che possiede tutto il potenziale di memoria e di trasmissione dell' essere.
Il terzo comandamento afferma: «Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio». Insomma, non pretendere di includere, nemmeno con la parola, il nome dell' essere, che in questo modo crederesti di dominare e di manipolare in funzione dei tuoi bisogni. li testo aggiunge: «Perché il Signore non lascerà impunito chi pronunzia il suo nome invano». Detto in altre parole: coloro che richiudono l'essere, anche solo in una parola, sono chiusi essi stessi, e non potranno più uscirne, perché per farlo dovrebbero uscire da loro stessi. Questo perché è la stessa identità narcisistica che ha fatto loro cogliere, con una parola vana, il nome dell' essere.
Il quarto comandamento è l'invito a istituire il giorno «vuoto», il riposo del settimo giorno, per ricordare la creazione che, secondo la Bibbia, è terminata in questo giorno vuoto, nell'incompiutezza, perché nulla è in grado di fare terminare la creazione: non è finita nemmeno quando si ferma. È aperta su un vuoto dove c'è un appuntamento con l'altra dimensione. Questo comandamento ricorda che, qualunque cosa si faccia, qualunque sia il lavoro, il posto,
l'occupazione, siamo radicati nell'essere e conviene, periodicamente - un giorno alla settimana - ritornare alle proprie origini, riconoscere questa sorgente. Il tempo vuoto fa riprendere il contatto con l'essere, il luogo dell'essere, l'essere come luogo.
Il quinto comandamento riguarda il rapporto con i genitori. Non dice «amali», ma «rispettali», «onorali», cioè riconosci loro una storia, una responsabilità in quello che sono e in quello che fanno. Il testo aggiunge: «Perché si prolunghino i
tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio». Il senso di questa aggiunta è illuminante: la pratica clinica mostra che la maggior parte delle persone che non danno peso ai loro genitori, che non riconoscono il peso che essi comunque hanno, che non li considerano responsabili, finiscono con il portare loro stessi questo peso. Cominciano a vivere per conto dei genitori, e questo fa accorciare la loro stessa vita, la loro vita di esseri singoli, in quanto si preoccupano di rimediare a mancanze che sono state dei loro genitori. Queste parole aprono la questione sia della condivisione dell' essere con i genitori e gli antenati, sia dell'immenso problema del cambiamento dei rapporti: come separarsi dai genitori senza rendere questa separazione una rottura, ma facendone invece una «frattura-legame», che segna un certo rapporto con l'essere e permette di spostarsi verso un altro rapporto con l'essere?
Anche il comandamento successivo, «Non uccidere», implica l'essere. Vieta infatti di risolvere la questione della condivisione dell' essere con la soppressione dell' altro che dà fastidio, per il quale si provano talvolta desideri di morte. L'omicidio vuole semplificare il problema del rapporto con l'essere attraverso il rapporto con gli esseri umani. L'omicidio è l'ultima impasse della condivisione dell' essere: si sopprime la parte che infastidisce. È un atto di idolatria: quando si uccide qualcuno, ci si mette al posto dell' essere, spesso al posto di Dio, esplicitamente, ed è proprio nel suo nome che si sopprime questa parte di essere che ci infastidisce un po', quell'individuo che, «è chiaro», non merita di essere. Insomma, non uccidere significa semplicemente accettare l'esistenza di alterità che ci sfuggono e che fanno parte della vita. Notiamo che questo divieto non ammette condizioni. Non dice: «Non uccidete, tranne quando si tratta di un malvagio, di un infedele, di un nemico di Dio».
Il comandamento seguente: «Non rubare», vieta di uccidere l'altro nel suo avere, vieta di privarlo delle cose che ha prodotto con la sua forza vitale. Rubare significa prendere un frammento dell' altro, mentre uccidere significa prendere la fonte di ciò che egli può fare. Non rubare significa obbligarsi a vivere la propria parte di essere, ad ampliarla, se si vuole, ma passando attraverso un terzo, la legge, e non attraverso l'atto di giustizia narcisistico in cui ci si concede, in piena «giustizia», di prendere all'altro ciò che gli appartiene. Quindi anche rubare è un atto di idolatria, di prepotenza sull' altro, di prepotenza abusiva sull'essere.
Il comandamento successivo, spesso tradotto con: «Non commettere adulterio», è in realtà un divieto di adulterare l'amore mettendolo a portata di mano. Nell'amore, l'altro vi dona la vostra mancanza di essere originaria; il legame d'amore è un' apertura sull' essere, ed esclude quindi l'autogestione del rapporto amoroso, la sua semplificazione a mero principio del piacere. È un invito a non ridurre l'amore a un atto autoerotico, ma a farlo passare attraverso l'essere, attraverso la mancanza di essere dell'altro e la mancanza d'essere che vi dona.
Il nono comandamento afferma: «Non pronunziare falsa testimonianza contro il tuo prossimo». Detto in altre parole, non prendere possesso del destino dell' altro attraverso verità che sono tue, e che potrebbero perderlo nei confronti dello sguardo di un terzo, della legge. Rispondere di un altro con la menzogna, presso un terzo, significa falsificare la trama simbolica tramite la quale avviene l'essere. Significa privare l'altro della sua parte di essere, della sua parte di verità nell' avvenimento. Significa porsi come dominatore della verità. Anche in questo caso si tratta di idolatria, predominio abusivo sull'essere.
Decimo comandamento: «Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo». La radice del termine «desiderare» è... il desiderio: non essere affascinato - ammaliato, ipnotizzato - da ciò che appartiene agli altri, o da ciò che gli altri desiderano. Non definire l'essere del tuo desiderio attraverso il suo, affermando: ciò che desidero «è quello» che lui desidera. È un invito a desiderare per conto proprio; oggi si direbbe: a desiderare in quanto «soggetto». Si può invidiare, desiderare, ma non bisogna restare imprigionato in questa invidia. Essere vittima dell'invidia significa supporre che l'altro ha confiscato la vostra parte di essere. Siccome l'essere è infinito, nessun essere può carpirlo, coglierlo e privarvi della vostra parte di essere.

Si vede bene che queste parole fondamentali non presuppongono nessuna credenza particolare, in quanto invitano a vivere un certo rapporto con l'essere, partendo da questo concetto evidente: l'essere sostiene e attraversa tutto ciò che è. Un' altra idea evidente è che niente di ciò che è può pretendere di contenere il tutto dell' essere.
L'interesse consiste quindi nel rapporto movimentato nei confronti dell' essere. Partendo da questo concetto, si può prendere in considerazione l'idea di una semplice sottomissione all' essere, all' essere divino, come principio fondatore. Infatti, come abbiamo visto, se l'essere sostiene e attraversa tutto ciò che è, allora tutto ciò che è, per definizione, è «sottomesso» all' essere, in quanto tutto ciò che è deriva dall' essere e vi ritorna. Quindi la sottomissione non è altro che una constatazione e non l'oggetto di una richiesta. Certamente possiamo riconoscere questa sottomissione o rifiutarla, è una questione di intelligenza e di apertura, quella del cuore e del pensiero.
Al contrario, se un uomo chiede questa sottomissione, o esige che venga riconosciuta, in che posizione si mette? Al posto dell'essere, diventato, per l'occasione, l'Essere supremo. E il nostro uomo può infatti chiamarlo Dio, e parlare in suo nome. In ragione della sua posizione, può addirittura supporre che sia stato l'Essere supremo a ordinargli di agire in questo modo. In breve, si arriva alla sottomissione al Profeta.
Ora, quest'ultimo ha avuto bisogno, per enunciare il suo messaggio, di accusare coloro dai quali lo ha preso
- o dai quali il suo Dio lo ha preso. Il fatto che sia Allah a farsi carico di questa presa (e del rifiuto che ne deriva) non cambia nulla, ma imputarli al proprio Dio significa sigillarli, rinchiuderli. In ogni caso, ecco che una parola divina, se pronunciata dagli altri, in particolare dalla «gente del Libro», che l'hanno preceduto, è una parola sospetta, piuttosto malvagia, mentre se viene detta da lui, dal Profeta, sotto il suo simbolo che invita alla «sottomissione» (l'Islam), allora diventa vera. Si passa dall' essere a un Essere supremo, e da questo Essere supremo a un essere umano privilegiato (il Profeta). Quello che risulta problematico, però, è che si passi da una constatazione evidente - tutti noi siamo sottomessi all' essere - a una constatazione politica: bisogna fare parte della massa dei veri sottomessi al portavoce dell'Essere supremo.

Un po' di verità

Se in questa occasione parliamo del Corano è perché tratta continuamente degli altri, della «gente del Libro», ebrei e cristiani, o per prendere in prestito le loro affermazioni (che considera quindi come proprie, e che afferma provenire direttamente da Dio), o per fustigarli per il fatto che rifiutano di «sottomettersi». Ora, agendo in questo modo, ha alimentato un certo discorso sugli altri che oggi pone un problema: molti, infatti (in buona o cattiva fede), tentano di smentirlo e di sfumarlo con citazioni commoventi, spesso contraddette dal testo quando questo viene verificato. Probabilmente si tratta di uno dei punti critici maggiori. Sarebbe bello - pura illusione - che ogni religione parlasse solo di se stessa e del suo specifico apporto, ma invece ecco quello che succede: il secondo monoteismo è stato segnato dall' orrore che provava per il primo, e il terzo dall' orrore per gli altri due che emerge da tutte le pagine dei testi.
Forniamo in altre sedi alcune possibili piste per liberarsi di questo orrore (e rendere così possibile la «condivisione dell'essere»). Per ora, notiamo che la storia mette tale questione in primo piano, ed è una bella novità, impensabile sessant' anni fa.
Oggi tutte le religioni - e ogni corrente di pensiero - conoscono una crisi, ma quella dell'Islam è più preziosa, in quanto portatrice di verità. Infatti, riportando in superficie elementi repressi per tredici secoli, riguardanti i rapporti tra Corano e Bibbia, la storia pone questioni non solo sui rapporti tra le religioni del Libro, ma anche su quello con l'essere e sul rapporto con l'altro in quanto indipendente dalla religione. Anche il rapporto con la verità viene preso ampiamente in considerazione. Per esempio, la questione ebraica che era stata eliminata dal Corano e che ritorna in superficie non può essere risolta con alcune citazioni che sembrano favorevoli alla «gente del Libro». È la costruzione dell'insieme che fa di loro dei simboli dell' errore o della perversità.
Per esempio, alcuni sostengono che l'Islam riconosce il legame privilegiato tra Dio e gli ebrei, e anche la Terra Santa, che ne è il simbolo. E citano quindi il Corano: «Abbiamo stretto un patto con i figli di Israele e abbiamo loro inviato dei Messaggeri» (V, 70), e anche: «O popolo mio! Entrate nella Terra Santa che Iddio vi ha destinata e non volgetevi indietro, andandovene in perdizione!» (V, 21). Ora, come ben sanno coloro che conoscono il testo, ogni volta che il Corano fa riferimento a un dono che Dio ha fatto agli ebrei, subito dopo precisa che quel dono è stato tradito, come anche la parola divina, e che quindi il popolo in questione si trova in perdizione, poiché rifiuta di «sottomettersi». Del resto, come spiegare che questo diritto alla Terra Santa sia riconosciuto, ingiustamente, agli ebrei, e che lo stato d'Israele, che realizza tale diritto, sia trattato da stato coloniale, da invasore straniero che ruba la terra araba?
Esaminiamo il testo. È sufficiente leggere ogni volta i versetti successivi (o precedenti) per comprendere questo movimento - che consiste nel lodare Israele per confonderlo subito dopo. Nel caso specifico, abbiamo degli stralci del racconto biblico in cui gli ebrei, nel deserto del Sinai, si lamentano perché la conquista di Canaan rischia di essere troppo dura: «O Mosè! In quella terra c'è un popolo di giganti crudeli e noi non vi entreremo» (V, 22-26). E: «Essi dissero: "o Mosè, [...] va' tu e il tuo Signore a combatterli, ché noi qui resteremo» (V, 24). Poi: «E disse Mosè: "O Signore! lo non rispondo che di me e di mio fratello. Separaci, dunque, da questa gente perversa!"» (V, 25). Nella Bibbia, questo stesso episodio, raccontato nel libro dei Numeri 14, termina con la decisione di Yahweh: non entreranno, perché non hanno avuto fiducia nella mia promessa, entreranno i loro figli. È un modo di privilegiare la trasmissione, che è il movimento attraverso cui gli errori vengono superati, a meno che non si producano altri errori, che a loro volta saranno superati...
Nella Bibbia il popolo, che comunque viene fustigato frequentemente, non viene mai considerato malvagio in modo definitivo, come invece accade nel Corano. Eppure, molti proseliti affermano, basandosi su citazioni separate dal loro contesto, che la gente del Libro e anche gli ebrei sono accolti nel Corano, mentre invece quest'ultimo accoglie solamente gli ebrei islamizzati. Prendiamo quindi il versetto citato prima: «Abbiamo stretto un patto con i figli di Israele e abbiamo loro inviato dei Messaggeri» (V, 70). li seguito dello stesso versetto precisa: «Ma ogni volta che venne un Messaggero recando ordini contrari alle loro passioni, alcuni ne hanno sbugiardati, altri uccisi». Poco dopo, versetto 72: «Certo sono empi quelli che dicono: "il Cristo, figlio di Maria, è Dio"». (I cristiani non dicono affatto questo, ma affermano che Gesù è una parte della Trinità). La sura, però, si scaglia a lungo contro coloro che non si sottomettono; nel versetto 92 leggiamo: (è Allah che parla) «Obbedite a Dio, obbedite al suo Messaggero e badate; ché, se gli volgerete le spalle, sappiate che il Nostro Messaggero non può far altro che comunicare un chiaro messaggio!».
Questi proseliti che arrivano a mentire per la giusta causa, il che ai loro occhi non appare grave, tendono a far nascere nel pubblico, in particolar modo in quello occidentale e laico, una specie di stanchezza del tipo: «Ma nel Corano si trova proprio tutto quello che si vuole! Una cosa e il suo contrario! Allora lasciamo perdere i testi e vediamo come fare per comprenderci». Ora, i testi sono trasmessi, rivolti a masse immense e servono come un fondo simbolico, cosciente o meno, ma molto attivo. Questo provoca una curiosa spaccatura, per esempio riguardo alla Terra Santa: molti musulmani dubitano che sia la terra di Israele, ma sostengono che sia diventata terra dell'Islam dopo la sua conquista grazie al primo jihad. Come fare? Si accetta la realtà delle immagini fornite dai media,
e le sventure dei palestinesi servono come prova del fatto che gli ebrei sono malvagi, come ha sempre affermato il Corano.
In questo caso, la strategia del terrorismo islamico svolge bene il suo ruolo: far reagire l'avversario, Israele o l'America, e questa reazione, necessariamente ingiusta, proverà che è barbaro e miscredente come è scritto nel Corano. Si potrà anche citare un versetto della stessa sura: «La ricompensa di coloro che combattono Iddio e il Suo Messaggero e si danno a corrompere la terra è che essi saranno massacrati» (V, 33). Questo darà il coraggio necessario per combatterli, poiché si oppongono allo «sforzo sulla via di Dio», cioè al jihad. Abbiamo mostrato in un altro contesto (7) come i palestinesi vengano appositamente sacrificati per portare il simbolo islamico contro Israele, come ritorno di ciò che il Corano aveva represso. Mol
ti ritengono che ci sia un'intesa di fondo - che sarebbe quindi possibile - tra «ebrei» e Islam, che la causa di questo malessere non sia il Medio Oriente che arriva a perturbare ogni cosa e a seminare la vendetta. Al contrario, è probabile che questo conflitto sia proprio il luogo in cui si svolge nuovamente il dissenso tra popolo ebraico e mondo arabo, tra Bibbia e Corano, nonostante questo dissenso fosse molto più antico del Corano, senza limitarsi alla storia di Abramo, Sara, Agar, ecc. (nella mia opera Proche-Orient. Psychanalyse d'un canflit commento il salmo 83, che rende conto di questa guerra quasi permanente, ma esistono anche altre testimonianze). Se oggi, in base a un accordo tra la vecchia Europa e il mondo arabo, si sostiene il contrario, è perché è decisamente più pratico: nel Vicino Oriente, gli ebrei appaiono come assassini di donne e di bambini, la causa palestinese è diffusa, ma non per questo viene portata avanti. Tutto ciò evita di scoprire le vere radici e la diffusione del conflitto, che secondo noi ha come modello la controversia tra Bibbia e Corano.
Altri ancora citano: «Come del resto possono venire a chiederti arbitraggi, quando hanno la Torah, che contiene il giudizio di Dio?» (V, 43-44). Questo sembra un riconoscimento degli ebrei, ed è proprio quello che suggeriscono i proseliti che citano questa frase. Ma lo stesso versetto aggiunge: «Ed essi, dopo averti chiesto arbitraggio, se ne vanno e non credono. In verità noi abbiamo rivelato la Torah L..] con la quale giudicavano i Profeti tutti dati a Dio fra i giudei [cioè i musulmani]». Poi arriva il suggerimento fatidico (è sempre Allah che parla al suo Profeta): «E a te abbiamo rivelato il Libro secondo Verità, a conferma delle scritture rivelate prima, e a loro protezione» (V, 48). Questo a differenza del Libro che precede, la Bibbia, che sarebbe stata ampiamente «alterata».
È proprio nel contesto di questa accusa che compare la solita citazione: «Se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato» (V, 48), che normalmente viene usata per dimostrare che il Corano ammette la pluralità, perché Dio l'ha voluto. Il seguito, però, con una serie di slittamenti molto precisi, ci porta al versetto 49: «E se ti volgeranno le spalle (al profeta) sappi che Dio vuole colpirli» e ai versetti 50-51: «Ma per chi è pieno di certezza quale migliore giudizio che il giudizio di Dio? O voi che credete! Non prendete i giudei e i cristiani come alleati L..], chi di voi si alleerà con loro diverrà dei loro. In verità Dio non guida il popolo degli ingiusti».
Ci stiamo limitando alle citazioni che fanno i proseliti per dimostrare la tolleranza del Corano. Leggiamo questa:
«Anzi, è chi si dà intero al Dio e fa il bene che avrà la sua ricompensa presso il Signore, né lo coglierà tristezza o paura» (II, 112). Accoglienza totale, quindi, ma solo per colui che «si dà intero a Dio», cioè «si sottomette» a Dio, coscienti del fatto che Dio, in questo caso, è Allah, di cui abbiamo visto l'elemento caratteristico. La stessa sura che parla di Abramo dice: «Il suo Signore gli disse: "Datti a me! [sottomettiti, islamizzati]". Egli rispose: "Ecco tutto a Te mi sono dato, al Signore del
Creato! "» (II, 131), confermando apertamente che Abramo è «sottomesso», cioè «musulmano». In seguito, è Giacobbe-Israele che fa promettere ai suoi figli: «Adoreremo il tuo Dio [...] al quale noi ci diamo!». È un Dio unico (versetto 133) ed equivale a dire "noi diventiamo musulmani". Il versetto 135 insiste: «Vi [le genti del Libro] diranno ancora: "Diventate ebrei o cristiani e sarete ben guidati". Ma tu rispondi: "No, noi siamo della Nazione di Abramo, che era un hani/, e non già un pagano». Detto con altre parole, non si tratta di essere ebreo o cristiano, ma di essere come Abramo - «sottomesso», musulmano; si tratta di essere un «vero credente», cioè un seguace dell'Islam.
Si cita anche: «Ma se il tuo Signore avesse voluto, avrebbe fatto di tutti gli uomini una sola nazione» (XI, 118), e il seguito precisa: «Ma essi continueranno nelle loro discordie, - eccetto quelli di cui Egli avrà pietà», tranne quelli, cioè, che si sottomettono. Segnaliamo il versetto precedente: «Il tuo Signore non è Uno che distrugga le città ingiustamente, quando i loro abitanti operino il bene». Parola di tolleranza divina ripresa dal libro di Giona, in cui questo profeta ebreo si adira in quanto Dio perdona Ninive perché si è pentita. Allah ha molti aspetti comuni con Yahweh, tranne la decisione tardiva di gradire solo i seguaci del Profeta, quelli che si sottomettono senza discussione. Infatti, poco prima, il versetto 110 precisa: «E già demmo a Mosè il Libro; ma nacquero dissensi su quel Libro».
Di per se stessa, la sottomissione è indiscutibile. Coloro che discutono e litigano sono nell' errore, ma Dio li ha creati perché possano infine sottomettersi: «Gli ebrei dicono: "I cristiani non san nulla!" e i cristiani rispondono: "Non san nulla gli ebrei", eppure recitano e gli uni e gli altri lo stesso Libro» (II, 113). (Il testo francese riporta II,13, mentre in realtà viene citato il versetto 113, n.d.t.). E ancora in II, 140: «O pretendete voi che Abramo e Ismaele e Isacco e Giacobbe e le dodici tribù fossero ebrei o cristiani?». Certamente no, poiché erano tutti «musulmani».
Si può discutere, ma non a proposito di Dio, visto che, in teoria, è lo stesso per tutti, come suggerisce il versetto II, 139: «Dì loro: "Volete discutere di Dio con noi? Ma Dio è il nostro e il vostro Signore"». Sembra però che il vero Dio sia Allah e che solo i sottomessi siano sinceri con lui (II, 139). Talvolta constatano la diversità: «Ognuno ha una direzione verso la quale Dio li volge» (II, 148), ma viene subito ricordata che la vera direzione (qibla) è quella della umma, quella del Profeta.
In breve, l'eredità comune è strutturata nel Corano in modo da includere tutti, in base al fatto che i predecessori (ebrei e cristiani) hanno sbagliato o commesso degli errori. È proprio questo il punto cruciale della tensione che oggi attraversa il mondo islamico: è dovuta alla sua perfezione, alla sua pienezza, in quanto il difetto è rappresentato dagli altri e gli errori e le turpitudini sono propri dei non sottomessi. Ora, una qualunque comunità che sia nella condizione di imputare sempre la colpa agli altri rischia di esplodere o di sperimentare l'ingiustizia, la violenza, l'umiliazione, e ogni altra prova che derivi dalla realtà e che è opera di coloro che non fanno parte del suo mondo. E risulta difficile aiutarla, in quanto è possibile portare un aiuto ragionevole solo a chi riconosce il problema. In base alla umma, però, è escluso che una critica dell'Islam venga dall' esterno, mentre chi la fa nascere dall'interno correrebbe grandi rischi.
Ma il problema è proprio questo, e si rivela nel rapporto con gli altri, ambivalente nei due sensi. TI problema dell'Islam deriva dal suo discorso sugli altri, dal suo discorso fondatore: gli altri sono allo stesso tempo fonte di idee e di elementi da respingere, se continuano a restare altri. Si attinge dai loro testi tutto ciò che occorre e li si respinge se
rifiutano di islamizzarsi - di «sottomettersi».
Oggi, un discorso di tolleranza, anche se ampio e degno di lode, tenta di nascondere questo problema, senza riuscire veramente a risolverlo o a superarlo. Talvolta lo lascia sospeso, come vedremo. I misfatti dell'America e di Israele (due stati a forte componente «biblica») servono anche come fissazione e permettono di differire la questione.

A volte si fornisce come segno di tolleranza il fatto che, nei primi tempi dell'Islam, i musulmani si rifacevano alle fonti ebraiche (in particolare gli Israelyyats) per interpretare meglio il Corano. Ora, visto che il Corano prende le sue origini nella Bibbia e nel Talmud, l'utilizzo delle altri fonti ebraiche non fa che completare il procedimento di inclusione. Ancora una volta, la tolleranza e l'accoglienza sono intense nei confronti dell' altro che viene islamizzato e attirato a sé. E quando i proseliti musulmani si stupiscono di vedere, nell'inclusione della Bibbia da parte del Corano, la validità della Torah confermata dal Corano, visto che quest'ultimo l'attribuisce a sé, dimostrano di non aver coscienza del problema, in particolare di quello del debito.
Ancora una volta chiedere grossi prestiti all'altro, perché no? Ma volergliene all' altro per questo motivo è una trappola pericolosa. E gli altri, invece, la «gente del Libro», come possono rispettare Allah e il suo Profeta, visto che questi ultimi li maledicono in quanto tali?
A questo proposito si cita il famoso versetto: «E non disputate [non affrontate] con la Gente del Libro altro che nel modo migliore» o con le «buone maniere», secondo alcuni (XXIX, 46). Qualunque sia la traduzione, questo versetto non riesce comunque a fare da contrappeso agli altri seimilaquattrocento versetti del Corano, collegati in modo da formare una struttura aggressiva contro le altre religioni e contro ogni tipo di ateismo. Oltre che un invito alla prudenza, rappresenta un saggio consiglio per i propri seguaci: perché affrontarli imprudentemente o in condizione di debolezza?
Pochissimi, però, esaminano questa citazione da vicino;
se lo facessero, vedrebbero che il contesto - il versetto stesso - annulla la tolleranza (che suppone una discussione cortese) attraverso questa piccola riserva: «eccetto quelli di loro che sono iniqui». Ora, quasi tutti sono «iniqui», e smettono di esserlo solo quando entrano nel sistema coranico, cioè se rinnegano se stessi. La gente del Libro è «iniqua» quando dice che Maometto non ha portato niente di nuovo, e che quindi non ci sono ragioni per seguirlo nel suo progetto, che è essenzialmente politico. Inoltre, anche se la gente del Libro non dice nulla e osserva un silenzio educato, come è avvenuto durante alcuni secoli, poiché era dominata nello spazio islamico, il suo rifiuto di «sottomissione» è già una prova di miscredenza, di malvagità. In ogni caso, è l'istanza islamica che giudica se essi sono «iniqui» o meno. Lo stesso versetto aggiunge, rivolto a questi: «Noi crediamo in quel che è stato rivelato a noi e in quel che è stato rivelato- a voi», cioè noi vi «includiamo», siamo più aperti, mentre voi, gente del Libro, non volete credere a ciò che è stato rivelato a noi. Questo lascia intendere un apporto nuovo, supplementare, proprio dell'Islam, che la gente del Libro avrebbe rifiutato. Ora, come abbiamo visto, questo supplemento non esiste: tutto l'Islam deriva dal corpus formato da Bibbia e Talmud. O, piuttosto, questo supplemento consiste nel trasformare il Dio biblico (quello di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Gesù...) per farne un Allah che maledice ebrei e cristiani se non vogliono riconoscere Maometto. Lo stesso versetto rinforza il nucleo di questa ambiguità: «il nostro Dio [Allah] e il vostro non sono che un solo Dio, e a Lui noi tutti ci diamo». Siamo noi i suoi veri fedeli, e se voi non lo siete, allora non siete musulmani, ed è il vostro Dio che tradite, lo stesso che abbiamo noi. Di conseguenza questo versetto, che viene citato come la massima espressione di tolleranza, non sembra essere molto concludente.
Esaminiamo quest'altro (II, 56): «Non vi sia costrizione nella Fede». il proposito risulta strano, visto che il mondo islamico si è formato con la conquista e la forza. Anche in questo caso, però, la lettura di ciò che viene dopo ci illumina: «La retta via ben si distingue dall' errore». Quindi, è l'evidenza della retta via che spinge le persone ad accogliere la <<vera fede». il seguito precisa: «Chi rifiuta Tagut [i demoni] e crede in Dio [in Allah] s'è afferrato all'impugnatura saldissima che mai si può spezzare». Insomma, se sceglie Allah invece dei demoni, obbedisce solo alla costrizione della «retta via». Ma ecco che (Il, 257): «Coloro che rifiutano Dio avranno per padroni i Tagut [i demoni]». Gli «infedeli», in generale, sono quelli che non credono in Maometto. La stessa sura termina quindi con questo appello ad Allah (Il, 286): «Tu sei il Protettore nostro, dacci vittoria sulla gente infedele!», cioè sulla gente recalcitrante del Libro. Ma se non c'è costrizione, perché parlare di combattimento e di vittoria? E la sura seguente (III) comincia con alcune imprecazioni contro coloro che hanno avuto «la Torah e il Vangelo - prima, come guida per gli uomini», prima che arrivasse il vero Libro, il Corano, «la Madre del Libro» (III, 7). Questo termine sta a significare che, contrariamente alla Torah e ai Vangeli, scritti da mani di uomini, il Corano era scritto da sempre, era alla radice stessa della parola divina, prima ancora che quest'ultima passasse nella Torah e nel Vangelo. Questo risolve radicalmente la questione del plagio: in questo senso, infatti, è la Bibbia che riprende il Corano, il vero Libro, ma «falsificandolo».
Altro esempio di apertura al dialogo, spesso citato (III, 64): «Dì: "O gente del Libro! Venite a un accordo equo fra noi e voi, decidiamo cioè di non adorare che Dio e di non associare a Lui alcuna cosa"» (diversamente dai cristiani, che invece «associano»). I versetti seguenti, però, riprendono la diatriba (III, 69): «A una parte della gente del Libro piacerebbe traviarvi; ma, nella loro incoscienza, non traviano che se stessi». Se si tratta solo di «una parte», non è poi così grave; il versetto seguente (III, 70-71), però, li comprende tutti: «O gente del Libro! Perché rifiutate fede nei Segni di Dio, che pur vi vedete davanti? O gente del Libro! Perché rivestite la verità di veli d'errore?». Più avanti (III, 78) viene ripreso il tema della falsificazione: «Ci sono poi alcuni di loro [la gente del Libro] che contorcono il testo del Libro, per farvi credere che quel che dicono sia nel Libro». Qui si esprime l'idea che le parti della Bibbia che non concordano con il Corano (in particolare la sopravvivenza dell' Alleanza tra Yahweh ed il suo popolo, nonostante i peccati di quest'ultimo) siano state «alterate», mentre le parti che concordano appartengono al vero Libro, al Corano. È la conseguenza immediata di quell'invito «a un accordo equo fra noi e voi» che afferma (III, 65): «O gente del Libro! Perché discutete su Abramo» che, come abbiamo già visto, è un richiamo dal tono molto «pacifico»: non discutiamo su questo argomento, visto che siamo tutti concordi. Ma ecco, «Abramo era hanif [musulmano]» (III, 67). L'invito «pacifico» si rivela essere un invito «islamizzante». Funziona bene, considerato che «Islam» significa anche «pace».
A proposito della pace, la tradizione islamica fa di questa uno dei nomi di Dio (LIX, 23): Egli è «il Re, il Santo, la Pace». I primi due attributi (re e santo) sono nel testo biblico e il terzo, la pace, nel Talmud (Trattato Shabbat) 10b).
Questo elemento non è quindi specifico del Corano o di un approccio «puramente islamico» della pace. Pace, però, non significa che tutti sono «sottomessi» allo stesso Dio, visto che all'interno della stessa religione si verificano conflitti; la pace è quando ognuno si sente abbastanza legato all' altro da non credersi danneggiato dall' esistenza dell'altro, dal legame dell' altro con l'essere. È l'accettazione del fatto che l'essere è condiviso e che lo stesso «Dio» (simbolo ultimo dell' essere) può avere un rapporto con coloro che si credono buoni e un rapporto con coloro che vengono definiti malvagi, e che può allo stesso tempo «creare»il bene e il male, cioè dar loro esistenza (e non tutti gli uomini sono allo stesso tempo soggetti all' attenzione scrutatrice di Dio. Sono loro che devono suscitare questa attenzione, e compiere dei tentativi, mettendo più tensione nel loro rapporto con l'essere; questo può procurare loro un ritorno, un supplemento di presenza). Pace significa che ognuno si sente abbastanza forte e fiducioso per superare le ingiustizie e le gelosie - che fanno parte della vita. Questa fiducia nell' essere come potere del possibile, e questa serenità possono aiutarci a non essere deviati verso i cliché delle frasi fatte.
Di primo acchito, alcuni cliché sono stranamente carichi di ignoranza: infatti vengo a sapere che alcuni musulmani in buona fede vorrebbero esercitare in Europa la stessa «protezione» sugli ebrei che hanno esercitato nel Maghreb. Molti ignorano l'obbrobrio umiliante che questa protezione, chiamata dhimma, spesso imponeva agli ebrei certamente unita, allo stesso tempo, alla convivialità. Di fatto, questa dhimma sta arrivando in Francia: infatti nei paesi arabi, quando Israele imponeva troppo la sua sovranità,
gli ebrei venivano - e vengono - tormentati a tal punto da doverli abbandonare, lasciandovi più beni dei palestinesi che sono fuggiti nel 1948.
A questo proposito, sorprende un dettaglio nella sura XXII, versetto 40 - un'allusione benevola ai monasteri e alle sinagoghe, messi sullo stesso piano delle moschee, in quanto anche qui viene invocato il nome di Dio: «E certo se Dio non respingesse alcuni uomini per mezzo di altri, sarebbero ora distrutti monasteri e sinagoghe, e oratori e templi nei quali si menziona il nome di Dio di frequente». Viene voglia di applaudire, se non fosse che la sura termina con un invito al jihad (XXII, 78): «E lottate nella via di Dio [Allah] come è degno che si lotti». Perché no? Bisogna però riconoscere che non è semplice per quelli che oggi sono colpiti dai jihadat. Come il Corano ricorda ai suoi fedeli i riferimenti principali, ricorda agli altri che non è semplice «sottomettersi» senza rinnegarsi.
Oggi il problema è meno grave per gli altri, la «gente del Libro», che per l'Islam, come abbiamo messo in evidenza: avere un Dio che maledice per sempre altri popoli rappresenta un handicap, in quanto non si può essere felici se essi lo sono. Non è possibile condividere con loro, in tutta serenità, l'essere e la vita, l'aria e la luce.
C'è anche, nel Corano, una piccola possibilità per gli altri, la gente del Libro, di essere accettati senza «sottomettersi», almeno in apparenza, se applicano rigidamente la loro religione (senza la Trinità. per i cristiani). Chi giudica l'applicazione, però, è il Corano: è lui che dirà se l'applicazione di queste religioni è conforme (a quello che il Corano ha preso da loro). Ci tiene molto, al suo progetto di inclusione.

Qui si impone una precisazione. Ho detto all'inizio che il Corano riprende «pressappoco» le storie della Bibbia. In realtà questo «pressappoco» modifica ogni volta il testo biblico per provare meglio che i suoi sostenitori, gli ebrei, sono rifiutati da Allah, che esige una nuova identità, quella della pura «sottomissione». Ne rappresenta un esempio l'episodio di Mosè, che scende dal Sinai con le Tavole della Legge e vede il suo popolo dedito al culto del vitello d'oro - e questo significa, a grandi linee, che un popolo abbandonato a se stesso nel deserto, senza punti di riferimento e senza una guida, è vittima dell' angoscia e può arrivare a chiedere che gli venga costruito un simbolo. Non è sublime, ma è umano. Allora Mosè spezza le Tavole, compie un massacro e in seguito intercede presso Yahweh perché perdoni il popolo. Infatti Yahweh gli aveva detto: «Lascia che li stermini, e farò di te un grande popolo». Mosè, però, ribatte: «Se non li perdoni, cancellami dal Libro che hai scritto». Insomma, Mosè dice a Dio che non esiste un popolo ideale, che bisogna adattarsi a questo popolo così com' è, con la sua stupidità e la sua fede, con il suo spirito e la sua viltà... Infine Dio concede il suo perdono. Del resto, la festa ebraica del Grande Perdono ricorda proprio il perdono di Yahweh per il peccato del vitello d'oro. Nel Corano, l'episodio subisce una leggera modifica: Dio e Mosè si trovano d'accordo e affermano che questo popolo è decisamente perverso, e che è necessario separarsene. Mosè si ritrova quindi come unico profeta di fronte a un popolo perverso, e ci si chiede allora perché gli dà delle nuove Tavole, perché tutto il resto della Torah è dedicato a creare altre leggi, perché deve entrare a Canaan, ecc.
Altro esempio: nella Bibbia, il profeta Elia dice ai sacerdoti di Baal, cioè ai sacerdoti idolatri: «Fino a quando continuerete a essere idolatri?». li Corano rende l'episodio in questo modo: «Elia dice [ciò] al suo popolo», cioè al popolo ebraico, che quindi risulta completamente idolatra, indegno di avere per profeti uomini come Elia o Mosè. Del resto, e questa è una nuova prova di indegnità, il popolo rifiuta, o piuttosto, le tribù arabe di confessione ebraica che erano a Medina rifiutano di riconoscere Maometto.

Esigenze attuali

Nel Corano, gli ebrei sono cancellati come popolo, o, piuttosto, vengono visti come vittime dell' errore, simbolo del fallimento. Stranamente, però, oggi risalgono in superficie. TI Corano aveva mangiato la Bibbia, preso la sua materia, come un frutto, e sputato i noccioli, gli ebrei; ma ecco che, tredici secoli dopo, questi ritornano. Fanno ritorno nella realtà come effetto della trasmissione simbolica che ha fondato il Giudaismo e l'ha mantenuto in vita. Ritorno anche dal fondo del testo coranico che li aveva sepolti: ritornano allo stesso tempo nella Terra e nel Testo, e questo spiega la violenza dei movimenti integralisti islamici.
Certamente l'Islam non è l'integralismo, non è al-Qaeda a fortiori, ma l'Islam produce l'integralismo e produce al-Qaeda come grido di sofferenza venuto dal fondo dell'identità islamica in lotta contro la realtà. Si pensava che questa identità fosse completa e che gli altri, ebrei e cristiani, fossero maledetti, invece riescono a sopravvivere, e addirittura alcuni musulmani vogliono vivere come loro, con loro. Questo grido è chiaro e patetico: «Perché noi, che siamo la nuova nazione di Dio, siamo vinti e in disparte? Perché i maledetti prosperano? Non è forse umiliante?».
L'effetto dell' umiliazione proviene dallo scontro tra !'identità, che si supponeva piena, e la realtà. Gli integralisti, violenti o meno, si sacrificano per ristabilire la pienezza dell'identità costruita dal Corano e sconvolta dalla storia, soprattutto quella recente. I martiri si sacrificano per affermare questa pienezza. In questo senso, gli attentati di New York sono richieste di aiuto: i fondamentalisti, zoccolo duro dell'identità islamica, non avevano certamente in progetto di
sconfiggere l'America - e allo stesso modo, non sono certo gli uomini bomba di Hamas che possono vincere Israele. Non si trattava di vincere, ma di colpire il nemico per provocargli sofferenza e farlo reagire. La sua reazione dimostrerà che è «barbaro e ingiusto» anche se, inconsciamente, ci si aspetta che faccia un po' muovere le cose. Come se, con la sua stessa dinamica, l'identità islamica non potesse produrre le scosse che l'aiuterebbero a conquistare l'imperfezione, a integrare l'errore, ad acconsentirvi, come se fosse un' apertura per rinnovare il suo rapporto con l'essere.
Gli altri, i moderati, rifiutano di riconoscere questi uomini che si sacrificano come musulmani. il Testo, però, «lavora» in modo quasi autonomo: più i moderati si allontanano dal Testo fondatore, più quest'ultimo trova uomini infiammati, pronti a morire per lui, per testimoniare la sua perfezione e per confermare a qual punto gli altri, ebrei e cristiani, Israele e America, sono dei barbari, come dice il Corano. A questo livello, la strategia terrorista, che i moderati condannano nei suoi effetti, ma che «comprendono»come fenomeno, dimostra bene la sofferenza che la piena identità esprime nei confronti dell' «altro», dei «crociati» e degli ebrei.
Oggi, è proprio a partire dalla storia e dalle tensioni politiche che l'Islam è confrontato con i suoi fondamenti, ed è chiamato a conoscerli meglio nei loro rapporti con gli altri. Infatti, uno degli ostacoli al dialogo fra le tre religioni è che non solo si conoscono male tra loro, ma anche che i seguaci della più recente, l'Islam, che vuole inglobare le rimanenti, non sanno quali sono gli elementi specifici della loro religione rispetto alle altre, e non sanno nemmeno quali elementi riprendono dalle altre. In particolare quando, durante i dibattiti, affermano che l'Islam è una religione di pace, di amore, di tolleranza ed esprimono ogni sorta di invito morale e di bei principi, sono convinti che questi siano apporti tipici dell'Islam e che le altre religioni ignorino tali contenuti.
Oggi l'Islam sente il peso della sua pienezza originaria. Questa pone un problema più che altro a se stesso, e la divergenza tra moderati e radicali non è sufficiente per render conto del problema. Certamente ci sono due livelli di esistenza nell'umma: uno consiste nel voler vivere con gli altri, l'altro nel volerli combattere o nel concepirli alla luce del sentimento di riprovazione che riserva loro il testo. Ma la lotta tra questi due livelli ha fatto progressi?
Un altro ostacolo al dialogo fra le religioni è rappresentato dal loro diverso livello di sviluppo: ebrei e cristiani hanno beneficiato ampiamente del pensiero dell'Illuminismo e della diffusione, in Occidente, del concetto di libertà, malgrado i rischi che questa comporta. L'Islam, invece, ha sofferto della mancanza di critica: non c'è possibilità di criticarlo all'interno del suo spazio di sovranità, e ogni critica venuta dall'esterno è stata considerata ostile, se non addirittura astiosa. In Francia, oggi, disposizioni precise mirano a censurare ogni discorso critico sull'Islam, tranne se, al limite, proviene da musulmani. Mentre un secolo fa Nietzsche si permetteva di criticare il Cristianesimo, e di dire che era una religione di «malati», considerata la frustrazione che, secondo lui, impone alla sfera sessuale, oggi risulta impos
sibile formulare critiche - analoghe ma diverse - nei confronti dell' Islam.
Da parte dell'autorità europea che organizza questa censura si manifestano, nei confronti delle masse islamiche, atteggiamenti che ricordano il paternalismo coloniale: si ritiene che abbiano già abbastanza problemi di integrazione, e per questo non si vogliono aggiungere critiche alla loro religione. Ai giorni nostri si è arrivati al punto di ritenere che la critica nei confronti di una religione equivalga a una mancanza di rispetto, al disprezzo. Dietro questo «rispetto» si cela una profonda aggressività, un desiderio di vederla soffocare nella sua «perfezione». È degno di nota il fatto che sia stata la Francia, nazione in cui ogni tipo di discorso critico nei confronti dell'Islam viene censurato nel nome
dell'integrazione, ad aver fatto di tutto perché Saddam Hussein restasse al potere. Ci si può interrogare sui motivi che spiegano un tale desiderio di statu quo.
Sembra al contrario che la storia, oggi, offra all'Islam un'esperienza di apertura. Altri l'hanno conosciuta, sul piano individuale o collettivo: l'esperienza di riconoscere che la nostra origine è segnata da una frattura, che è imperfetta, che non è grazie alla sua perfezione che può realizzarsi al massimo, ma grazie al fatto di affrontare questa frattura come un segno di vita. Ogni individuo ha fatto un'esperienza di questo tipo: se idealizza i suoi genitori, la sua origine, dovrà sacrificare una parte del suo essere e del suo pensiero per colmare la loro mancanza e produrre la perfezione che attribuisce loro. Se invece dimostra loro rispetto, li riconosce come fallibili - responsabili della loro storia, umani in un modo singolare, con i loro difetti e i loro successi. Con questa eredità precaria può aprire una via originale. L'origine non è fatta per piacere o dare piacere, ma è fatta anche per essere un punto di partenza.
Quanto al dialogo tra le religioni, dovrebbe privilegiare ciò, che le separa, quello che le rende singolari, piuttosto dei luoghi comuni, o l'illusione di avere un Dio comune (abbiamo visto che non è proprio lo stesso, «per il momento»). Allora apparirà il genio proprio di ognuna e l'indecenza di quello che ciascuna dice delle altre.
Propongo, dunque, un semplice suggerimento: non occorrerebbe che ognuna potesse pregare il suo Dio in favore delle altre due? Se, per esempio, i musulmani potessero pregare Allah perché cessi la sua maledizione contro il popolo ebraico, si sentirebbero, loro stessi, i musulmani, molto meglio. E in questo modo aiuterebbero Allah, proprio come fece Mosè con Yahweh, a non perseverare in un atteggiamento mortifero.
Si potrebbero proporre altri suggerimenti, ma fermiamoci invece su un esempio. Oggi, man mano che si perpetrano atti terroristici nel nome di Allah, con un livello di barbarie
che «scuote», come si dice, l'opinione pubblica, i musulmani illuminati si sentono presi in causa e proclamano che questi atti non sono l'Islam, ma sono piuttosto «contro» l'Islam. E citano come fondamento per le loro affermazioni alcuni versetti del Corano, come per esempio: «[il vostro Signore vi ha proibito di] uccidere il vostro prossimo che Dio ha reso sacro, se non per una giusta causa» (VI, 151). Ma i terroristi considerano che è proprio per «una giusta causa» che uccidono, in quanto sopprimono uomini non sottomessi, che 01tretutto si trovano sul terreno sacro dell'Islam. Citano anche il famoso versetto (V, 32): «Chiunque ucciderà una persona senza che questa abbia ucciso un'altra L.,] è come se avesse ucciso l'umanità intera» - frase presente nel Talmud (Sanhedrin 4) e presa in prestito dal Corano, che questi spiriti illuminati considerano il «pilastro dell'umanesimo islamico». TI problema è che anche i terroristi si basano sulla riserva «se non per una giusta causa», per affermare che le persone delle Twin Towers e altri civili americani in Iraq sono, di fatto, colpevoli di violenza e meritano quindi la morte «per una giusta causa». Fanno anche credere che solo la legittima difesa giustifica il jihad, cioè l'invito a combattere «nella via di Dio» i suoi avversari, mentre al contrario questo combattimento sacro è un invito positivo. In breve, invocano gli stessi versetti citati dai terroristi. Forse non è a partire dai versetti del Corano che si possono rifiutare l'integralismo e il terrorismo, ma a partire da una decisione, presa oggi, di contraddire il Testo, pur restando musulmani. Una decisione di tale audacia non è ancora a portata di mano nel mondo islamico. Forse non è nemmeno presa in considerazione, e il ritornello «l'Islam è una religione d'amore e di pace» sembra per il momento abbastanza gradito.
Altri spiriti illuminati insistono sulla denuncia dell' «amalgama». Ora, in Europa, e specialmente in Francia, nessuno sostiene questa «amalgama» perché nessuno ha interesse a farlo: sarebbe troppo angosciante pensare che la massa dei musulmani sia d'accordo con i terroristi o si rallegri delle loro
imprese. Al contrario, tutti aspettano che questa massa e i suoi portavoce prendano realmente le distanze, senza invocare citazioni troncate o versetti usati dagli stessi terroristi.
Da parte mia, mi meraviglio sempre dell' edificio coranico per quanto ha di sottile e nello stesso tempo di abbastanza pesante: affinché gli altri, i non sottomessi, risultino graditi, servirebbe che il loro Dio non avesse nulla da rimproverare loro o, detto in altre parole, occorrerebbe che fossero perfetti. Se non lo sono, allora sono passibili di ricevere gli ultimi rimproveri del loro Dio, in versione Allah, che li scongiura di sottomettersi, cioè di diventare musulmani. Per mezzo della sottomissione, una volta entrati a far parte dell'umma) ridiventano, del tutto normalmente, passibili di rimproveri più o meno gravi, ma questa volta da parte di Allah, in quanto ora fanno parte della massa che Egli gradisce.
Ciononostante, malgrado questa finezza, è poco probabile che l'Islam si diffonda su tutto il pianeta, .come ambiva inizialmente. Si adopererà, piuttosto, per integrare il limite che gli fornisce la storia, come hanno fatto gli altri due monoteismi.
Nel frattempo, non si devono giudicare queste religioni in funzione dei loro apporti morali, tanto più che la terza comprende gli stessi elementi delle altre, avendoli presi in prestito, e pagando il caro prezzo del rifiuto. Per il momento, però, il loro progetto di intendersi sembra eccessivo: se riuscissero a rispettarsi, assumendo ognuna in sé la propria frattura, sarebbe già un risultato eccezionale. Questo implica il fatto di non imputarla alle altre. Occorre anche che le tre tentino di mettere un ulteriore elemento tra di loro, cessino cioè di disputarsi l'essere perché, come dice la parola stessa, non è un avere. Questo significa costruire, avere progetti in comune, affrontare la povertà del mondo e la propria. Vuol dire anche fermare il giochetto del «vi capisco» nel senso di «vi includo». Queste nuove attività eviteranno la tentazione di farsi lezione una con l'altra, visto che tutte e tre affrontano o falliscono le stesse prove.
Ricordiamo anche che le questioni di rispetto reciproco pongono meno problemi quando si tratta di individui o di rapporti intersoggettivi, rispetto a quando coinvolgono forze collettive messe in movimento intorno a simboli e bandiere. In realtà oggi queste folle e questi conflitti scuotono i bei principi del rispetto reciproco. Non bisogna però preoccuparsene troppo: questi scossoni non vengono dall' esterno, ma, al contrario, fanno risalire in superficie il conflitto più interno, che si credeva risolto (per mezzo di una bella religione inglobante, l'ultima), ma che invece è stato semplicemente differito, e che si chiama condivisione dell'essere.

Nella nostra epoca, la storia offre all'Islam una prova che le altre due religioni hanno già sperimentato: porre il Testo fondatore come un capitale di santità, ora degno di essere letto in modo critico, ora posto come sacro, senza possibilità di discussione, ma non come un programma d'azione o come una lente attraverso cui vedere gli altri. Nel corso dei secoli ebrei e cristiani sono stati costretti a elaborare questa messa a distanza. Oggi, se voi dite a un cristiano che per essere veramente tale dovrebbe vendere tutti i suoi beni e distribuirli ai poveri, o amare i suoi nemici, vi sorriderà gentilmente e proseguirà per la sua strada, continuando comunque a sentirsi cristiano. Se poi voi dite ad un ebreo che viola lo shabbat che non è un vero ebreo, anche lui farà un piccolo sorriso compassionevole e vi dirà che si sente ebreo. Allo stesso modo, e questo comincia da oggi per molti musulmani, questi ultimi prenderanno la maledizione di Allah nei confronti degli altri come un aspetto della loro simbologia e non come un dato realista.
Detto ciò, i seguaci delle tre religioni e molti altri ancora si intendono molto bene quando dimenticano di prendersi per i fantocci dei loro testi o dei loro fondamenti, quando dimenticano di sacrificarsi ai loro principi; quando ricordano che, qualunque sia la legge, è fatta prima di tutto per permettere di vivere con l'altro, e con se stesso come altro.
Allo stesso modo, è chiaro che il problema della condivisione dell' essere (che tutte e tre le religioni hanno affrontato) supera l'ambito dei religiosi, che oggi non sono i soli a servirsi della Bibbia o a risponderne: il suo carattere universale, per mezzo della sua particolarità, supera anche loro. E l'eventuale intesa tra le religioni non sarà una negoziazione tra muftì, rabbini e sacerdoti, anche se i loro dialoghi possono rivelare questioni nascoste. L'intesa deriverà dal desiderio di «fare con» l'altro, senza identificarsi con lui e senza volerlo includere. Questo suppone che tutti abbiano fiducia nella loro filiazione ramificata, e siano allo stesso tempo abbastanza distanti rispetto ad essa, per non soffrire delle imperfezioni o delle mancanze che questa impone loro, e per non far pagare questi difetti agli altri.
La nostra analisi non cerca di imporsi, ma descrive lo stato dei fatti; non vuole ostacolare nessuna iniziativa, ma spiega solo perché quelle che si vedono nascere sotto il segno del dialogo e della pace non possono portare molto lontano e, del resto, non stanno portando molto lontano. C'è bisogno di altro. Per esempio, un po' di coraggio per dare al dialogo le sue «quattro dimensioni»: dire quello che si ama di sé e dell' altro, e anche quello che non si apprezza di sé e dell' altro. Questo permette di alleggerire la dose di ipocrisia che impone il consenso, e che raggiunge il grado di allerta.

Conclusione

Recentemente ho intrapreso, per esempio in Nom de Dieu. Par-delà les trois monothéismes, un nuovo approccio, che chiamo «etica dell' essere», che descrive la via attraverso cui le lotte tra queste religioni sono superate, di fatto, dai soggetti concreti, dagli individui viventi. Questa via li porta a prendere possesso di questioni e temi che prima erano appannaggio delle religioni, in epoche in cui queste erano le sole a poter gestire il simbolismo. Oggi tali questioni dell' essere sono riprese una a una da alcune pratiche simboliche esplicite, da quelle dell'indagine tecno-scientifica, e dalle pratiche artistiche creative. Ciò che stupisce, a livello di queste «riprese», è che privilegiano il rapporto con l'essere; l'essere che i primi testi biblici avevano messo in posizione principale, e che hanno fatto «parlare», in particolare attraverso i Dieci Comandamenti che abbiamo analizzato, per mostrare la loro grande portata a livello dell' esistenza umana, senza una fede particolare. Questo conferma una delle nostre opinioni, e cioè che la fede sia una forma di amore su scala minore; l'amore dell' essere supera le fedi e permette di riportarle nel senso della vita. La seconda parte di Nom de Dieu tratta il rapporto con il divino dei non religiosi e di coloro che, pur avendo una fibra religiosa, non si lasciano definire da essa. In questo testo dimostro anche che, da tale punto di vista, l'unicità dell' essere si impone da sé, dal momento che l'essere non è né una persona, né un essere supremo; sta a chi vive il rapporto con l'essere rendere quest'ultimo più comunicativo e vivificante. Si verifica - più che un dovere - un' esigenza di «lavorare» il rapporto con l'essere. La parola «lavoro», nella Bibbia dà l'idea di «servire» l'essere o di «adorarlo», termine che può confondere il senso di questo «lavoro»: quest'ultimo comporta innanzi tutto il «riconoscimento», in tutti i sensi del termine. Aggiungiamo che, dallo stesso punto di vista dell' «etica dell' essere», la «punizione» in caso di errore o di mancanza, e in cui alcuni hanno proiettato le immagini di fornace o di geenna, appare essa stessa come la mancanza dell' essere, in cui si ritrova il soggetto in un modo più o meno invivibile.
Il problema è quindi di costruire un legame da una parte tra la forza dell' essere, nella sua dimensione «astratta» ma creatrice di vita, e il calore dell'esperienza intima e intersoggettiva, e dall'altra tra il rigore e la grazia (due elementi cruciali dell' essere biblico) che chiamiamo a noi e quelli che possiamo produrre da soli. Se, come diciamo, l'essere è ciò che fa essere tutto ciò che è, noi, in quanto frammenti di essere, dobbiamo riconoscerlo attivamente, prendendo parte a questa «costruzione dell'essere» che è un'esperienza di «trasmissione» e di «condivisione».
Quanto al riconoscimento reciproco, in quanto tutti siamo parte dell' essere, esso non può venire realizzato in rapporti di specchi, di seduzione, di identificazione, ma deve passare attraverso il rapporto con l'essere e la pratica (o l'etica) che induce. Ma è comprensibile che le tre religioni monoteiste testimonino di tre flussi essenziali di rapporto con l'essere, ognuno dei quali esprime particolari poste in gioco (che vanno dal progetto di essere i «guardiani» del divino e delle
sue Parole - gli ebrei - fino al progetto di essere i suoi militanti planetari - i musulmani). Ma nell' attesa si può abbozzare il minimo: la «conoscenza reciproca». Questa non risolve i problemi, ma ha il merito di rivelarli, visto che, comunque, esistono, e lancia anche una sfida alle immaginazioni: che cosa inventereste per superare tutto ciò?

Certamente si assisterà alla moltiplicazione dei dialoghi
che simboleggiano - o piuttosto ritualizzano - la voglia di dialogare, di parlarsi, ben sapendo che gli ostacoli sono evidenti. Non solo gli scopi non sono gli stessi, ma l'elemento politico si rivela essenziale, in particolare nel primo e nel terzo monoteismo: dal lato ebraico, nella Bibbia l'invito alla «terra d'Israele» e a Sion è costante e si è verificato che questo invito, che è stato trasmesso attraverso trenta secoli, si è realizzato recentemente con la creazione di uno Stato ebraico. Dal lato islamico, la religione non è stata «sviata» a fini politici, ma è strutturata come progetto politico; è in questo modo che ha inizialmente trionfato per poi subire una stagnazione, in quanto oggi è attraversata da movimenti caotici, legati alle impasse degli stati.
Esiste il rischio di vedersi gli uni gli altri come semplici creature, in una specie di nudità originaria e infantile. Ma .si tratta solo di immaginazione, in quanto, non appena si vuole precisarlo, sorgono i problemi. Se per esempio diciamo: «Siamo tutti sottomessi allo stesso Dio», e se lo diciamo in arabo, si intende «Siamo tutti musulmani». Se diciamo: «Non ci sono differenze tra tutti i profeti», non si vede perché uno solo di essi dovrebbe riassumere il loro messaggio, indicando come perversi quelli che si rifanno a un altro profeta. In breve, non è veramente «lo stesso messaggio», e, soprattutto, la sua manifestazione lo rende ogni volta diverso (è davvero sorprendente come la stessa sostanza possa, attraverso infimi cambiamenti, produrre realtà tanto diverse come questi tre flussi monoteisti).

Appendice

La parabola del furto dell'essere

Siete uno scrittore che, per scrivere il libro della sua vita, opera della sua divina ispirazione, ha preso in prestito, adattandole un po', molte pagine del libro di un altro. La conseguenza più evidente di questo plagio è che non avete nessuna voglia di incontrare questo autore a un cocktail. Avete il terrore di incontrarlo, di sentire parlare di lui, di sentirlo parlare. Il vostro testo è il «vero» testo, è evidente. E perché quel tipo viene a scompigliare la vostra idea, la vostra ispirazione? Forse l'avete presa in prestito, ma ne faceva un uso così meschino! E questo utilizzo dimostra che l'idea non era sua per davvero, e che non gli era destinata. Tutto prova che si è frapposto tra lei e voi, che l'ha usurpata, che ve l'ha rubata appena prima che ve ne appropriaste e che tornasse a voi...
Bisogna reprimere questo individuo. Vi fa ombra e questo dà fastidio, se volete apparire in piena luce, originale, come sostenitore di un'origine felice. Certamente potrebbe esserci condivisione: condivisione dell'origine e dell'idea. Ma siamo nel caso in cui voi dubitate della vostra parte e temete inoltre che la sua, per il fatto di essere anteriore o addirittura la prima, si riveli preminente. Inoltre, poi, vi toccherebbe spiegare, al pubblico ignaro, che questa idea viene da un altro, che bisognerà nominare e riconoscere. Voi, però, volete essèrne l'autore esclusivo, originale.
Quando vivete rifiutando di riconoscere i vostri debiti, allora dovete operare come un omicidio contro il nome di colui che vi ha preceduto, che soffoca il vostro spazio vitale, il vostro spazio narcisistico, quest' altro che vi toglie l'aria, questo straniero che si è insediato nella vostra intimità.
Talvolta, poi, questo omicidio simbolico cerca di stabilizzarsi meglio attraverso una reale repressione - un omicidio più o meno reale.

Ora, se nel vostro libro ci sono tante pagine prese dall'altro quante ce ne sono nel Vangelo o nel Corano che derivano dalla Bibbia ebraica, potete comprendere il problema e la sua ampiezza. Ecco la questione che Cristianesimo e Islam hanno sempre avuto da risolvere nei confronti degli ebrei.
Eppure, qualcosa avrebbe potuto
- e potrebbe - allentare questa tensione, decongestionarla: anche l'autore che vi precede ha un debito nei confronti dell' Altro; anche gli ebrei hanno dei problemi con l'Altro, con il loro Libro e con il loro Dio, con la loro origine che, a quanto sembra, li rifiuta. Anche loro proiettano ombra su se stessi, sono in completa discordia con la loro «identità», la stessa discordia che gli altri hanno con loro. D'un tratto, può emergere una grande indulgenza nei confronti di questi esseri che vi precedono, che intaccano la vostra identità. Del resto anche la loro viene intaccata, da loro stessi. Si profila di conseguenza una vera compassione per ogni essere umano, ebreo o no, che si dibatte come può tra i suoi inferni e i suoi dei, con se stesso...
Certamente esiste la tentazione molto forte di mettersi al posto del grande Altro per fustigare questi altri, questi «ebrei», usando lo stesso tono del loro Dio biblico, con la stessa riprovazione, parlando quindi al posto di questo Dio.
Un atteggiamento di questo tipo impedisce di vedere che tutta la questione è solo l'inizio di una sfida: sfida etica per coloro che l'hanno scatenata e per chiunque intervenga. La tentazione è forte, ma si paga molto cara, con una totale impasse psichica: voi siete perfetti e loro sono il male. D'un tratto, siete privati delle risorse che sa offrire il «male» per produrre cose buone, come spesso avviene.

 

[1] I risultati della mia ricerca su questo tema si trovano in Les trois monothéismes (Seuil, 1992, collo «Points Essais», 1997), in Nom de Dieu (Seuil, 2002), in Proche-Orient. Psychanalyse d'un conflit (Seuil, 2003) e in L'énigme antisémite (Seuil,2OO4).
[2] Mostreremo in seguito che si tratta di una riprovazione strutturale e che non si limita ad alcuni versetti isolati. Più avanti ne daremo molti esempi.
[3] Vedere nell'appendice a p. 83 le osservazioni sul «complesso del secondo-primo», che chiamo anche il «furto dell'essere», sviluppato in Les troìs monothéismes, cit.
[4] Cfr. Nom de Dieu e Proche-Orient. Psychanalyse d'un conflit, cit.
[5] Soren Kierkegaard,
Timore e tremore.
[6] Per una lettura dettagliata dei Dieci Comandamenti, vedere in Les trois monothéismes, cit., il capitolo Pour une éthique de l'être.
[7] Vedere Proche-Orient. Psychanalyse d'un conflit e L'Énigme antisémite, citt.