PICCOLI GRANDI LIBRI  Raoul Follereau
IL DOMANI SIETE VOI
Giovani, siate seminatori d’Amore,
il mondo Vi attende e Vi reclama.
Il domani siete Voi.

Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau - Bologna ottobre 1987
Traduzione: Prof. Gianni Gualanduzzi - Titolo originale: «Demain, c'est vous» Association Suisse Raoul Follereau Lausanne

Raoul Follereau, Pellegrino dell'impossibile 1973 - 1977 

1961 - Il mondo ha fame di grano e di tenerezza
1962 - Amarsi o scomparire
1964 - Un giorno di guerra per la Pace
1965 - Nessuno ha il diritto di essere felice da solo
1966 - Ogni amore seminato presto o tardi fiorirà
1967 - Disarmate per poter amare

Viva la vita! 
L'ultimo messaggio ai giovani amici italiani 
Preludio
1977
Nomino mio erede universale 
La mia ricompensa siete voi 

1968 - 1972 Alcune tappe fondamentali della vita di Follereau

1968 - Rifiutate di mettere la vostra vita in garage 
1969 - Fame degli uomini, fame del mondo 
1970 - Gettate dei ponti fra gli uomini
1971 - Riconquistare il tempo di amare
1972 - Costruite! 

Un giorno di guerra per la Pace 
Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau 

Voi, chi?
Voi giovani.
Voi, che Raoul Follereau amava tanto.
Voi, nei quali egli ha riposto tutta la sua fiducia.
Ad un giornalista pessimista che gli chiedeva: «Dove va il mondo? C'è ancora una speranza?».
Egli rispondeva:
«Certamente. La speranza, per me, è la gioventù del mondo».
Per questo, pensando ai giovani d'oggi ed a quelli di domani, noi abbiamo raccolto i messaggi che egli ha indirizzato loro a partire dal 1961.
Raoul Follereau non è più di questo mondo, ma ci ha lasciato nei suoi scritti ciò che l'ha fatto vivere, ciò che egli ha sperimentato sulle strade del dolore.
Ci ha lasciato in eredità la sua certezza, la sua gioia.
Egli diceva:
«Ho tentato in una vita d'uomo, con delle forze d'uomo, con dei mezzi d'uomo, di mettere in pratica ciò che sto dicendo».
È con piena amicizia, cari amici, giovani di età e giovani di cuore, che vi offriamo questa raccolta.

Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau

 

Raoul Follereau Pellegrino dell'impossibile

Poeta, oratore, giornalista, gran viaggiatore, un uomo di buona volontà - e di una volontà indomabile - al quale la sofferenza degli altri faceva male.
Nel 1918 egli ha 15 anni. Sconvolto dalle miserie che la guerra aveva lasciato dietro di sé e profondamente colpito dall'indifferenza della gente verso le disgrazie degli altri, egli tenne la sua prima conferenza, in un cinema della sua città natale, a favore delle Piccole Sorelle dei Poveri.
Il titolo lo prese dall' Apostolo Giovanni: «Dio è amore». «Amare significa vivere. Tradire l'amore, equivale ad essere morti», diceva. E si scagliava contro quelli che dicono: «lo, io, sempre io», quelli sono i veri criminali della vita. Non dite io, parlando di voi, e loro, parlando degli altri: dite noi. Ed affermava che «il solo modo di assicurare la propria felicità è quello di pensare solo alla felicità degli altri. Vivere significa aiutare a vivere».
Una tale affermazione non era frutto soltanto dell'ardente entusiasmo della giovinezza, ma era già una scelta di campo, una convinzione profonda che egli non abbandonerà mai e di cui darà prova durante un'intera vita.
I quindici anni segnano anche il primo incontro con Madeleine. L’11 novembre 1918, giorno dell'armistizio, vendevano entrambi in rue de Nevers delle coccarde tricolori in favore delle vittime della guerra.
Non gli ci volle molto per capire che avrebbero camminato insieme.
Evocando quei tempi, Madeleine dice: «Raoul sognava già delle crociate... Lo avrei seguito anche in capo al mondo».
Di Madeleine, Raoul diceva: «la più grande fortuna della mia vita è stata mia moglie».
In capo al mondo, essi ci sono andati davvero, insieme, non come turisti, ma per incontrare degli uomini e scoprirne l'infelicità e le condizioni di ingiustizia. Le condizioni di viaggio furono spesso difficili e piene di pericoli. Ma, «solo in due si è invincibili», amava ripetere Raoul Follereau.
Alla fine degli studi di filosofia e diritto, lavorò per qualche tempo presso un avvocato, fece del giornalismo e fondò La Jeune Académie, gruppo di amici delle arti e delle lettere che volevano lottare contro il mercantilismo del pensiero. Redasse un giornale mensile, La Jeune Académie, aperto ai giovani talenti. Pieno di immaginazione e di curiosità, organizzò delle manifestazioni letterarie e dei viaggi di studio.
La sua preoccupazione rimase sempre la miseria del mondo, e la sua grande idea fu di riunire tutte le forze della carità per creare un mondo più umano, più giusto, più fraterno. Egli amava già il senso dell'universale.
Fondò allora l'Union latine per la «difesa della civiltà cristiana contro tutti i paganesimi, contro tutte le barbarie». Il nazismo spuntava già all'orizzonte.
Nell'ambito dell'Union latine, egli intraprese dei giri di conferenze in Europa ed in Sudamerica.
Durante un reportage in Africa sulla vita e la morte del Padre Charles de Foucauld, un guasto alla macchina doveva offrire l'orientamento definitivo a tutta la sua vita.
Mentre riparavano l'auto, vide sorgere dalla boscaglia degli esseri come non aveva mai pensato che potessero esistere: dei visi corrosi o gonfi, senza mani, senza piedi, degli sguardi spaventati, desolati. Quando capì che si trattava di lebbrosi, e che essi erano cacciati dal loro villaggio, banditi dalla società, trattati come non si tratterebbero delle bestie, semplicemente perché erano lebbrosi, egli fu preso da una grande pietà, ma anche da una grande collera.
Quel giorno decise di non battersi più per nessun'altra causa fino a che non fosse riuscito a fare dei lebbrosi - quei fuorilegge che sarebbero diventati suoi amici - degli uomini come gli altri con gli stessi diritti e le stesse libertà.
Mentre i dottori si chinavano sui malati, lui si sarebbe chinato sull'uomo-lebbroso. Avrebbe dato una dimensione sociale, per un viso umano a questa lotta contro la lebbra.
E saranno i 32 giri del mondo di Raoul e di Madeleine per informarsi, per visitare i lebbrosi, portare soccorso, amicizia, speranza ai più diseredati degli uomini che essi troveranno spesso in luoghi «di un orrore, di una miseria, di una sporcizia inimmaginabili».
Ha tenuto migliaia di conferenze su tutti i continenti per scuotere gli incoscienti, gli egoisti, i vili, per informare le organizzazioni internazionali, i capi di stato, il grande pubblico, della scandalosa situazione di questi ammalati maledetti, che la società rifiuta da secoli.
La sua forza evocatrice ed il suo desiderio di comunicare la propria rivolta, ma anche l'amore e la speranza per i suoi dolenti amici, hanno suscitato delle buone volontà che, un po' dappertutto, si sono riunite in commandos della fraternità.
Bisognava rassicurare i malati, annunciare loro la possibilità di guarigione dopo la scoperta di nuove medicine; bisognava anche guarire i sani dal loro terrore verso questa malattia.
Con il suo amore convincente, comunicativo e con la sua ostinata tenacia, ha abbattuto secolari barriere di pregiudizi, di egoismo, di paura, ed ha restituito la dignità umana a 15-20 milioni di uomini e donne.
Una speranza che molti guardavano come un'utopia è diventata realtà.
Dei lebbrosi gli hanno detto:
«Noi eravamo crocifissi, sei stato tu che hai strappati i nostri chiodi».
I suoi amici gli hanno detto:
«L’amore ha vinto, le mura sono cadute».
Dei dottori gli hanno detto:
«Voi avete permesso ai medici di fare ciò che non avrebbero mai potuto fare da soli».
Ed infatti, come avrebbero potuto curare delle persone terrorizzate che si nascondevano per il timore di essere rinchiuse a vita in quelle autentiche prigioni che erano i lebbrosari del passato?
Queste parole erano una vittoria ed una ricompensa per Raoul e Madeleine, ma non erano un'autorizzazione a riposarsi, perché avevano visto troppi dolori e troppe ingiustizie nel corso dei loro viaggi.
Per tutta la sua vita, Raoul Follereau ha creato delle opere originali, ha condotto delle campagne audaci per lottare contro queste «autentiche lebbre che sono la miseria, la fame, l'egoismo, il fanatismo, la viltà, l'odio...»: l'Ora dei poveri, il Natale del Padre de Foucauld, lo Sciopero dell'egoismo, la Giornata mondiale dei lebbrosi, Un giorno di guerra per la pace.
«Noi abbiamo imparato, al servizio dei lebbrosi, come attaccare, combattere e vincere queste lebbre. Perché non potremmo un giorno ispirare altre lotte che abbiano le dimensioni della sofferenza universale?»
Pensava appunto a questa «battaglia contro la lebbra e contro tutte le lebbre» quando scriveva nel suo testamento alla gioventù:
«Il tesoro che vi lascio è il bene che non ho fatto, che avrei voluto fare e che voi farete dopo di me».
Coloro che hanno avuto il privilegio di conoscere Raoul Follereau non dimenticheranno mai l'allegria, la gioia che emanava dalla sua persona.
Sapeva non prendersi troppo sul serio e sapeva ridere, il che ha costituito una grande forza in tutta la sua vita e gli ha permesso di restare perfettamente equilibrato ed efficiente in mezzo a tanti orrori, disperazioni, rivolte. Era conscio del valore della sua azione, ma si considerava soltanto uno strumento.
Dall'età di trentacinque anni, fu tormentato da dolorosissimi reumatismi che gli impedivano a volte di camminare, ma non gli impedivano mai di visitare un lebbrosario o un ospedale. Per nulla al mondo avrebbe voluto mancare all'appuntamento con i suoi amici. A volte i lebbrosi hanno dovuto persino portarlo di peso per farlo sbarcare da una piroga. Egli rideva di queste situazioni e faceva ridere i suoi amici. Uno di essi gli disse un giorno:
«Quando dici che ci ami, dobbiamo proprio crederti, perché se io mi fossi sentito come ti senti tu oggi, sarei rimasto a letto a casa mia» .
Fino all'ultimo respiro, a 74 anni, ha mantenuto la fede, la gioia, l'entusiasmo dei suoi vent'anni.
A questa giovinezza del cuore hanno risposto ovunque milioni di giovani che hanno scoperto in lui un uomo che sosteneva fino in fondo le proprie convinzioni, un uomo che viveva ciò che diceva: «La sola verità è amarsi.
Amare non è dare, ma condividere.
Perché la vita? Per servire».
«Vi ringrazio di essere fra noi il segno di una grande speranza», gli scrisse un giovane.
Apostolo dei lebbrosi, vagabondo della carità, apostolo della pace, e soprattutto «Papà Raoul» per i suoi amici lebbrosi: questi soprannomi sono tutto un programma che riassume bene la vita del «pellegrino dell'impossibile» (1).

Françoise Brunnschweiler

(1) Fu chiamato così nel 1961 a Radio-Losanna, in occasione di una trasmissione sulla lebbra organizzata dalla Chafne internationale du Bonheur (Catena internazionale della Felicità).

Tre testimonianze fra tante

Saluto a Raoul Follereau

La vostra vita non si è ingolfata in un abisso di dolcezza, la vostra vita non si è impoverita per mancanza di azione, la vostra vita non è rimasta accecata dai propri dubbi, la vostra vita non si è coperta della polvere delle distrazioni.
I vostri occhi hanno visto ed i vostri orecchi hanno udito.
Voi avete avuto la forza di rendere il vostro amore abbondante nel servizio.
Voi avete avuto la forza di non rinnegare mai i poveri, né di piegare il ginocchio davanti al potere insolente.
Voi avete avuto la forza di innalzare il vostro spirito ben al di sopra delle futilità quotidiane.
In poche parole, avete scelto la vita vera.
Giorno dopo giorno al servizio dei più poveri, ecco la vostra vita.
Essa non è seduta su un trono.
Essa segue i sentieri tracciati dai passi degli uomini attraverso il mondo.
Essa si dibatte! brucia! grida!
Essa non accetta che la sofferenza paghi il prezzo dell' opulenza. Essa non accetta l'offesa recata all'uomo dall'uomo.
Sì! Voi eravate pronto, con le mani tese, presente nel cuore della sofferenza.
Ed avete denunciato instancabilmente le miserie, gli egoismi e le viltà. Ma i sani non vi hanno ascoltato, le orecchie di lusso non vi hanno sentito.
Allora vi siete rivolto a noi giovani che possediamo la più grande ricchezza: l'avvenire.
È a noi che voi affidate ciò che avete di più grande: la speranza.

Marcel, 22 anni

Un uomo

Raoul Follereau
Amore
Raoul Follereau, uomo prima di tutto.
Uomo della vera carità.
Non posso separare Gesù Cristo da Follereau
Follereau da Vincenzo.
Uomo che vive ciò che proclama.
Operaio, costruttore di pace, d'amore.
Sì,
ma di un amore totale, che si dona
un amore che costruisce sull'impiego
il lavoro
la vera carità.
Uomo che lotta contro l'egoismo
l'ignoranza
la viltà.

 

 

Questo poeta che ci invita, 
mi invita ogni giorno a creare aiutare, essere divorato d'amore,
a riformare il mondo?
Sì,
ma rendendolo più ricco.
Questa donna, quest'uomo che hanno fatto 32 volte il giro del mondo
per portare ai lebbrosi soccorso, speranza, amore... 
un contatto da cuore a cuore
da uomo a uomo
da fratello a fratello
ci dice
mi dice
«la vostra forza, è l'amore».

Michèle, 15 anni


Noi abbiamo tutti e due vent'anni

Raoul Follereau,
Ti parlo come un amico, perché abbiamo tutti e due vent'anni (tu, soltanto da più tempo).
Raoul... io ti ammiro! Per la tua perseveranza soprattutto. Amare per un giorno, è facile, ma fare della propria vita un atto d'amore tutti i giorni, bisogna provare!
Come è meraviglioso un uomo felice che non è egoista.
Avresti potuto facilmente costruirti una felicità comoda, comoda, senza problemi. Non l'hai fatto... complimenti!
Mi piacerebbe essere, come te, sincero fino in fondo.
Una fede come la tua solleva le montagne.

Dominique, 20 anni

 

1961 - Il mondo ha fame di grano e di tenerezza

Se avete voglia di mangiare, non dite: «Ho fame». Ma pensate ai 400 milioni di giovani che oggi non potranno mangiare. Perché nel mondo metà della gioventù ha fame.
Se siete raffreddati, non dite:«Dio mio, come sono malato». Ma pensate a tutti quelli che soffrono, agli 800 milioni di esseri umani che non hanno mai visto un medico. E specialmente, oggi, ai 15 milioni di lebbrosi che il mondo ha maledetto e 12 milioni dei quali si trovano senza cure, senza soccorsi, senza amore.
Il loro delitto? Sono malati.
D'una malattia che oggi è conosciuta come estremamente poco contagiosa e perfettamente guaribile. Ma questa malattia si chiama la lebbra. Essa causa vergogna e paura.
Grazie alla scienza, la malattia scompare. Ma la vergogna persiste. E la paura -la vera lebbra - continua la sua opera di termite...
Per scoprire, curare, salvare i dodici milioni di malati ancora prigionieri della nostra assurda paura, per guarire i benestanti da questo insensato terrore, talvolta criminale, ho dato inizio nel 1954 alla Giornata Mondiale dei Lebbrosi che si celebra ogni anno l'ultima domenica di gennaio.
Volete aiutarmi?
Un giorno, in Asia, fui chiamato presso una lebbrosa che stava per morire... Era giovane - 22 anni - di statura sotto la media.
La vidi, impotente, svincolarsi a piccoli sussulti dalla sua atroce vita. Appena morta, fui preso dallo strano capriccio di pesarla. Caricai sulle braccia quell'esile pugno d'ossa, ancora tiepido, e lo portai sulla bilancia. La lebbrosa di 22 anni pesava 20 Kg... Ora sapete di che cosa è morta...
Poiché mi sono mostrato inorridito, sconvolto, mi si disse: «È
così da che mondo è mondo. Non lo potete cambiare: è impossibile».
Impossibile? La sola cosa impossibile è che voi, che io, possiamo ancora dormire e ridere sapendo che ci sono sulla terra donne di 22 anni che muoiono perché pesano 20 kg...
«Ma è un'orribile eccezione - penserete nel tentativo di togliervene il pensiero - Suvvia!».
Lebbrosi? Nel secolo 20° del Cristianesimo ne ho trovati in prigione, in manicomio, rinchiusi in un cimitero dissacrato, interrati nel deserto, con filo spinato, riflettori e mitraglie. Lebbrosi? Ho visto le loro piaghe brulicare di mosche, i loro tuguri infetti, le farmacie vuote e i guardiani col fucile. Ho visto un mondo inimmaginabile d'orrori, di dolore e di disperazione...
Come può durare tutto ciò? Lasceremo morire, imputridire 15 milioni d'esseri umani, mentre li si può curare, salvare, guarire?
Ecco la domanda. È a questa domanda che voi risponderete: tu risponderai, non un altro, tu non un'altra!
Portando a questo grande appuntamento di solidarietà umana il vostro concorso e il vostro amore.
E naturalmente senza ritenere alla sera di questa giornata di aver compiuto il vostro dovere. Ce n'è per un anno!
No, non è un giorno all'anno che si deve amare.

***

Allora, oltre ai nostri poveri amici, il vostro amore sincero e coraggioso vorrà lottare per altre angosce, per altri obblighi, per altri dolori...
Se avete voglia di mangiare, non dite mai più: «Ho fame».

* * *

... Sentite dapprima una grande debolezza... Una specie di languore misterioso che sale sornione, implacabile, dalle gambe al ventre. Allora, spesso, si sviluppano mostruose idropisie, la pelle si tende da scoppiare, e a volte scoppia...; spesso, al contrario, è il corpo che si dissecca. I muscoli si afflosciano... come se qualche bestia invisibile e non mai sazia vi divori...
E poi, a lungo andare, dopo terribili sofferenze, la morte.
Che cos'è questo orrore?
È il béri-béri, la malattia della fame.
Io l'ho vista per voi.
Solo che, quando si è visto ciò, ci si mette tanto tempo prima di ritrovare il sonno.

***

Ora, voi mi avete capito.
Non si tratta di asciugare con gesto vago una lacrima: è troppo presto fatto.
Neppure di avere un istante di pietà: è troppo facile.
Si tratta di prender coscienza, e di non più accettare.
Non accontentarsi più di girare attorno a se stessi - e a quelli che sono dei suoi - nell'attesa della sua piccola porzione di Paradiso.
Rifiutarsi di concedersi una piccola siesta ben pensante, quando tutto urla e si dispera attorno a noi.
Non più accettare questo modo di vivere che è una rinuncia perpetua dell'uomo.
Non più accettare un Cristianesimo negativo che i piccoli borghesi dell'Eternità asfissiano in un labirinto di formule e di interdetti.
Non più accettare di essere felici da soli.
Davanti alla miseria, all'ingiustizia, alla viltà, non rinunciate mai, non venite a compromessi, non battete mai in ritirata. Lottate, combattete. Partite all'assalto!
Impedite ai responsabili di dormire!
Voi che siete il domani, pretendete la felicità per gli altri, costruite la felicità degli altri.
Il mondo ha fame di grano e di tenerezza.
Lavoriamo.

 

1962 - Amarsi o scomparire

È a voi, giovani di tutti i paesi, che mi rivolgo. Perché voi possedete il potere più grande del mondo: l'avvenire.
Avevo appena passato la vostra età, quando mi sono dato alla Battaglia della Lebbra. La gente, come dicono, arrivata - arrivati a che cosa, Signore - mi guardava spesso con una curiosità sprezzante. Di lebbrosi ve ne erano sempre stati, dunque ve ne sarebbero stati sempre: era logico e definitivo.
Per trent'anni, io mi sono sforzato di impedire ai responsabili di dormire. Oggi due milioni di lebbrosi sono guariti: è un risultato. Ma milioni d'altri rimangono ancora senza cure, senza aiuto, senza amore: la battaglia della Lebbra non è finita.
Vi assomigliavo, trent'anni fa. Frattanto eccomi diventato quasi un vecchio, ma io credo di assomigliarvi ancora. Con meno energie, ma con un cuore giovane come il vostro e che, nessuno ne dubiti, non è cambiato.
E io vi dico di nuovo: volete aiutarmi? Prendere il cambio, continuare la lotta, muovere gli ultimi assalti, vincere? E una volta perseguito lo scopo, essere vittoriosi di una grande Battaglia - la sola Battaglia che vale - contro l'ignoranza, l'egoismo, la viltà?

Ai due Grandi - questi giganti che hanno cessato di essere degli uomini - scrivevo, qualche anno fa: «Se voi continuate ad armarvi, voi siete morti. E noi morremo con voi. Senza sapere il perché. Senza che voi l'abbiate voluto, né l'uno né l'altro. Ma perché voi non avete trovato modo di fare diversamente».
La mia parola è rimasta senza eco. Perché era la parola di un uomo solo, che parlava in nome della povera gente, senza mani per applaudire, senza voce per protestare.
Oggi, è a tutti i Capi di Stato del mondo che faccio appello. Domando loro una cosa grandissima e molto piccola al tempo
stesso, alla portata dei meno ricchi e dei meno potenti.
Ascoltate ciò che dico loro:
«Colpito, sbalordito, come tutti gli uomini degni di questo nome, dai tesori favolosi scialati in armi di morte, ho fatto questo calcolo: se ogni volta che esse hanno, nel 1962, sacrificato un milione in vista della guerra, tutte le potenze, piccole o grandi, avessero donato cento franchi per curare i lebbrosi, tutti i lebbrosi del mondo sarebbero stati curati. Un milione per uccidere: cento franchi per guarire: forse che un solo paese oserà rifiutare? Mentre i Grandi si sfidano o giocano a bocce nella stratosfera, il mondo corre, alla velocità di una valanga, verso il più grande cataclisma della sua storia.
Gli uomini che hanno fame rappresentavano, nel 1938, il 35% dell'umanità. Oggi, sono i due terzi. Tra dieci anni, saranno i tre quarti. Se in questo stesso secolo un irresistibile slancio di amore non scuote la coscienza dell'uomo, la fame dell'uomo farà precipitare la fine del mondo.
UN MILIONE per uccidere: CENTO franchi per guarire. Ascolterete voi il mio appello?».

Ecco ciò che ho scritto a quelli che hanno il dovere e il potere di rispondere.
Ed ora tocca a voi battervi, gioventù del mondo! Se questo appello diventa vostro, voi avete il modo per farlo ascoltare.
Gli uomini non hanno più che questa alternativa: amarsi o sparire. Bisogna scegliere. Subito. E per sempre.
Sarete Voi a scegliere.
Nell'imporre questa conversione delle armi di guerra in opere di vita, voi non solo vincerete la Battaglia della Lebbra, ma anche direte NO alla paura, all' odio, alla fatalità.

Per questo, una sola consegna:
Siate intransigenti sul dovere di amare. Non cedete, non venite a compromessi, non retrocedete. Ridete di coloro che vi parleranno di prudenza, di convenienza, che vi consiglieranno di mantenere il giusto equilibrio, questi poveri campioni del giusto mezzo.
E poi, soprattutto, credete nella bontà del mondo. Vi sono, nel cuore di ciascun uomo, dei tesori prodigiosi di amore: a voi scovarli.
La più grande disgrazia che vi possa capitare è di non essere utili a nessuno, è che la vostra vita non serva a niente.
Siate fieri ed esigenti. Coscienti del dovere che avete di costruire la felicità per tutti gli uomini, vostri fratelli. Non lasciatevi sommergere dalle sabbie mobili delle velleità o dei non è possibile. Lottate a viso aperto. Denunciate ad alta voce. Non permettete l'inganno attorno a voi. Siate voi stessi e sarete vittoriosi.

Può darsi che il mio ultimo dovere sia di illuminare il vostro. Mentre vi parlo come a dei figli, vi guardo come dei fratelli.
Vi ho preceduto.
Vi aspetto.

 

1964 - Un giorno di guerra per la pace

1944 - Vent'armi fa. La terra fiammeggiava. Un mondo pazzo di strage, insanguinato, martirizzato, terrorizzato.
Da un piccolo villaggio di Francia dove avevo dovuto cercare rifugio, scrivevo al Presidente Roosevelt: «Un giorno, questa guerra finirà. Finirà per dove avrebbe dovuto cominciare: la Pace. Io Vi propongo allora, a Lei, ai suoi alleati, ai suoi avversari di prolungare teoricamente le ostilità per 24 ore. Voglio dire: che durante 24 ore la guerra costi ancora, ma non distrugga più. Il denaro che vi permette di uccidere, ogni giorno da cinque armi, voi l'avreste ben trovato, nevvero, per uccidere un giorno in più? Allora, quei miliardi, metteteli in comune per ricostruire assieme qualcuna di quelle opere che sono la proprietà e l'onore di tutti gli uomini. E che la guerra ha distrutte senza volerlo, senza prestarvi attenzione, stavo per scrivere: per soprappiù. Dopo tante sanguinanti disperazioni, sarà per i vostri popoli la prima ragione di sperare».
Non ho ricevuto alcuna risposta e fui senza dubbio il solo a meravigliarmi. Bisogna essere molto ingenui per credere che gli uomini abbiano il tempo, mentre fanno la guerra, di pensare alla Pace.
Stavo tuttavia durante questi venti armi, per riprendere e rinnovare il mio appello.
Nel 1954, mi rivolsi ai due Grandi di quell'epoca, dicendo loro:
«Rinunciate ciascuno a un aereo da bombardamento e noi potremo curare tutti i lebbrosi del mondo». Fu vano. Forse che si può disturbare personaggi così grandi per così poco?
Rinnovai la mia richiesta nel 1955. Poi nel 1959. Sempre niente... infine nel 1962...
Nel frattempo il mondo continuava a correre, alla velocità di una valanga, verso il più grande cataclisma della sua storia.
Gli uomini che hanno fame rappresentavano nel 1938 il 35% dell'umanità. Sono oggi i due terzi; fra dieci anni saranno i tre quarti. Ogni anno la fame ammucchia più cadaveri di quanti ne fece l'ultima guerra in cinque anni.
Se presto, molto presto, un immenso slancio d'amore non sconvolgerà la coscienza universale, la fame degli uomini precipiterà la fine del mondo.
Siete voi che direte no al suicidio dell'umanità. In questo mondo che cammina, titubante, tra gli sperperi insultanti e le carestie disperate, tra i ventri vuoti e i ventri troppo pasciuti, voi esigerete che gli uomini d'oggi prendano la loro responsabilità davanti a voi, gli uomini e le donne di domani.
Vi ho chiesto: volete aiutarmi?
Voi mi avete risposto: che dobbiamo fare?
Ve lo dico.
Riprendendo la mia proposta di vent'anni fa, ho appena scritto una nuova lettera all'O.N.U.
Ecco perché.
Calcolare quanto costa ogni anno la corsa agli armamenti è una chimera. I Grandi non ce lo diranno: lo sanno almeno?
Tuttavia, parlando di mille miliardi di dollari, siamo certi di essere al di sotto della realtà.
È una bella somma!
Soprattutto quando si pensa che, durante lo stesso tempo, i popoli pasciuti non consentono a offrire che quattro miliardi di dollari per nutrire coloro che hanno fame.
Infatti si può ben immaginare che con spese simili non abbiano i mezzi di pensare anche alla miseria del mondo.
Mille miliardi di dollari per uccidere, quattro miliardi per soccorrere: è questa la civiltà?

***

Allora ecco quello che io propongo:
Che tutte le Nazioni decidano che ogni anno, in occasione di una Giornata Mondiale della Pace (1) esse preleveranno dai loro rispettivi bilanci ciò che costa loro un giorno di armamento, e lo metteranno in comune per lottare contro le carestie, i tuguri e le grandi endemie che decimano l'umanità.
Un giorno di guerra per la Pace... Si penserà forse che io non sono molto esigente... Ma questa prima riconversione di armi di morte in opere di vita sarà un gesto risonante, capace di abbozzare la salvezza di una umanità che, con le mani legate e la bocca cucita, si precipita impotente, verso la fossa comune. Disarmate per poter amare.
Ecco quello che io ho detto all'O.N.U.

***

Da solo, il mio appello rischia, ancora una volta, di restare vano. Errando di piano in piano, perdendosi, sprofondando di ufficio in ufficio, è condannato a finire, come i precedenti, nel dimenticatoio di quella Torre di Babele che fu la tomba, già, di tante speranze...
Ma se, alla mia voce, rispondono migliaia di altre voci, di giovani voci ardenti, intransigenti, che non accettano di essere soffocate e rigettano il silenzio come un'ingiuria, allora i volontari della sordità, i muti per vocazione, invece di pensare: «Ancora lui!», si diranno: «Loro, già!».
Loro: quelli che vengono, che vanno all' assalto, e che vogliono impedire ai responsabili di dormire... attendendo di domandar loro dei conti.
Allora bisognerà bene che vi intendano e che ci ascoltino. Perché domani, siete voi che sarete i grandi.

***

Dunque voi scriverete a New York subito. A gruppi di dieci, voi firmerete le cartoline che metteranno in evidenza la vostra determinazione.
Se ogni giorno, a migliaia e migliaia, quelli che hanno il potere e il dovere di rispondere ricevono la testimonianza esigente delle vostre giovani volontà, si finirà bene, a tutti i piani dell'O.N.U. per accorgersene. Sommergiamo dunque coi nostri appelli i loro uffici e i loro burocrati. Bisogna che le loro pratiche cessino di giocare a rimpiattino con le vostre vite.

***

Tre potenze hanno oggi l'ascolto e il rispetto del mondo: il numero, la forza e il denaro.
Mettete il numero, non più al servizio della forza cieca o del denaro corrotto, ma al servizio d'un raggiante amore; ecco il vostro compito umano. La sola verità è amarsi.
Perciò non accontentarsi di fare il morto, di accettare, di approfittare o di subire. Ma costruire, difendere, illuminare, elevare:
Nessuno ha il diritto d'essere felice da solo.
Così non contenti d'essere vissuti, voi avrete meritato di vivere... Durante i migliori venti anni della mia vita, davanti alla terrificante assurdità degli armamenti, contro la diffidenza ottusa e l'odio delirante, io ho lottato per proteggervi:
A voi, ora, il difendervi.

 

(1) L'8 dicembre 1967, il Papa Paolo VI annunciò l'istituzione di una Giornata mondiale della Pace in un Messaggio che egli inviò ai capi di Stato. Egli riprese così questa iniziativa e, scegliendo il primo giorno dell'anno civile, rifiutò di imprimere a questa idea un carattere esclusivamente religioso. La prima giornata ebbe dunque luogo il 1º gennaio 1968; da allora questa festa è stata celebrata ogni anno alla stessa data.

 

1965 - Nessuno ha il diritto di essere felice da solo

Il 1º settembre 1964, giovani dai quattordici ai vent'anni, io vi ho chiesto: «Volete aiutarmi?». E vi confidavo lo scopo del passo che avevo appena fatto all'O.N.U.
Voi mi avete risposto in un milione. Un milione! Se non foste là, davanti a me, come oserei crederlo?
Arrivati da più di cento paesi, i tagliandi delle vostre cartoline hanno invaso il mio tavolo, il mio ufficio, la mia casa. Sono dappertutto. Non vedo che quelli. E guardandoli, io canto.
Se io ho i tagliandi, l'O.N.U. ha le cartoline. I suoi uffici sono più grandi del mio. Ma pure esse devono ben occuparvi un certo spazio, e il servizio della corrispondenza non ha potuto fare a meno di registrarle.
E ogni giorno migliaia di firme si aggiungono alle vostre... E ciò continuerà per tutto il tempo che voi vorrete fari o continuare. E voi lo vorrete per tutto il tempo che sarà necessario.
Grandi voci, influenti e venerate, hanno nobilitato il vostro messaggio (1).
Siate fieri e felici: sono stati i vostri giovani cuori a portarlo per primi.
Può darsi che i troppo grandi, i troppo ricchi, i troppo potenti, pensassero che un giorno voi vi sareste stancati. Si disilludano.
Quello che il vostro gesto ha acceso non è un falò, un fuoco di paglia, ma un incendio immenso, niente affatto devastatore, ma purificatore.
Sulla zizzania incenerita, matureranno le messi. Continuate. Non smettete. È impossibile che i volontari della sordità non finiscano per sentirvi. Che i muti per vocazione non finiscano per rispondervi.
Aggrappatevi e tirate forte: il mondo sarà obbligato a seguirvi. Voi siete il numero e l'avvenire. Dunque, siete invincibili.
Un milione. Voi siete il milione che m'ha risposto. Grazie. Io avevo bisogno della vostra presenza.
Adesso, io so di non aver lottato, di non aver gridato invano.
Adesso, io so che avevo ragione. Perché ci siete voi.
Nel mio vecchio petto, battono ormai un milione di cuori.

Voi avete chiesto con me un giorno di guerra per la Pace. Ma non è un giorno all' anno che bisogna combattere, che bisogna amare.
Perché vi sia fra gli uomini più giustizia e più fraternità, la vostra voce, ormai, non dovrà più smettere di farsi sentire. Perché oggi l'amore ha abbandonato il mondo.
E il mondo è sul punto di morirne. Ne sentiamo ogni giorno risuonare il rintocco funebre... Ascoltate.
Una ditta di prodotti farmaceutici ha distrutto quattordici milioni di dosi di vaccino antipolio. Motivo: erano troppo care. Non si vendevano.
Ma nessuno, nessuno che abbia pensato a distribuirle gratis. Nessuno, nessuno che abbia pensato che questo gesto elementare avrebbe salvato milioni di bambini che diventeranno, domani, piccole marionette contorte dai grandi occhi supplicanti.
Quando l'amore abbandona il mondo, i crimini collettivi vengono legalizzati.

***

Due pugili si scambiano, non so dove, un certo numero di colpi... Neanche troppo cattivi a quel che raccontano. Essi ricevono, per questa esibizione, 2.200.000 vecchi franchi al secondo.
È il guadagno di cento contadini algerini per... un anno intero. Quando l'amore abbandona il mondo, i mostri diventano re. H 25 dicembre Babbo Natale in persona, col suo vestito rosso e la sua lunga barba, è venuto a servire una zuppa di lusso ai pensionati a quattro zampe di una clinica d'animali di Hilford, sotto lo sguardo intenerito delle loro devote infermiere.
Quando l'amore abbandona il mondo, è Natale... per i cani.

***

Voi siete il milione che m'ha risposto. E lo sapete: gli uomini non sopravvivranno che amandosi.
E sapete il vostro dovere. H nostro dovere.
Perché nel mondo rinasca l'amore bisogna lottare, lottare ogni giorno.
Lottare senza posa. E non occuparsi del resto. Intendo dire dei paurosi, dei calcolatori, dei fiacchi. Fare quel che si può, è troppo poco. Bisogna fare di più.
Bisogna fare molto di più. Ogni giorno. Tutti i giorni.

***

Fino al giorno - perché bisognerà pure che infine quel giorno si levi - fino al giorno in cui non ci sarà più fame, né tuguri, né guerra, né bambini senza focolare, in cui tutti quelli che vivranno, avranno il diritto di vivere...
No, non è soltanto un giorno di guerra per la Pace che bisogna esigere.

***

No, non è solo un giorno all'anno che bisogna amare.
Voi siete il milione che m'ha risposto.
Lavoriamo.
Nessuno ha il diritto di essere felice da solo.

(1) Dichiarazione di Paolo VI a Bombay il 4 dicembre 1964.

 

1966 - Ogni amore seminato presto o tardi fiorirà

Gioventù di oggi,
Gioventù di tutti i paesi del mondo:
la guerra, la pace, sono per voi.
Esperti coscienziosi e bene informati affermano che, nel corso di quel poco che noi conosciamo della nostra storia, gli uomini hanno concluso 8.000 Trattati di Pace.
Il che testimonia che, per 8.000 volte, ahimé!, hanno fatto la
guerra.
È tempo di chiudere per sempre la storia inumana degli uomini.
Ripetete, dunque, senza posa, a coloro che guidano il mondo:
disarmate per poter amare.

***

Ma la Pace, quella vera, quella che vuol essere altra cosa che non un intervallo tra due massacri, la vera pace, è essa possibile quando il 15% degli uomini possiede l'80% delle ricchezze umane? Lo scorso anno, sulla nostra povera terra: 60 milioni di uomini in più; 60 milioni di tonnellate di grano in meno: pensate che questo possa durare?
Gli uomini che hanno fame rappresentano oggi i due terzi della
umanità. Tra dieci anni, essi saranno i tre quarti...
Che volete? Non si può nello stesso tempo preparare la distru
zione della specie umana e dare, in sovrappiù, a coloro che sopravvivranno i mezzi per vivere.
... Ma se, subito, subito, un grande slancio di amore non scuote
la coscienza universale.
La fame degli uomini affretterà la fine del mondo.
Ripetete dunque, senza posa, ai responsabili del vostro destino: Meno carri armati e più aratri. Per tutti.
Meno bombardieri e più ospedali. Per tutti.
Meno bombe e più pane. Per tutti.
Dividete con gli altri per poter essere amati.

***

Facendo eco al mio appello dello scorso anno, più di un milione di voi, nati in 105 paesi, hanno scritto all'O.N.D. per domandare un giorno di guerra per la Pace. Senza posa, firme sopra firme sono giunte a New York, a testimonianza delle vostre tenaci volontà.
Se qualche scettico ben provvisto e ben pasciuto si fosse cullato nell'illusione che esse erano destinate a riempire gli archivi di Manhattan, ecco qualcosa per lui: lo Scià di Persia ha infatti appena risposto alla vostra richiesta e ha donato, per combattere la miseria umana, un giorno del suo bilancio per gli armamenti.
Così, di questa rete mostruosa, in cui si dibatteva l'uomo e nella quale stava per soccombere, strangolato, una prima maglia è stata distrutta. Tiriamo dunque tutti forte: il resto seguirà.
Oggi - non domani: perché domani? - oggi informate di questa prima vittoria i Rappresentanti politici della vostra città, della vostra regione, i Dirigenti del vostro paese.
Dite loro: «Perché l'Iran e non noi? Dobbiamo forse attendere che tutte le altre nazioni l'abbiano fatto per offrire, anche noi, un giorno di guerra per la Pace?
È impossibile che non esista in ciascun paese, in ciascuna città, un uomo degno di questo nome che non consideri come un dovere - e un onore - di essere, davanti all' Assemblea ove siede, il portavoce della vostra gioventù e l'avvocato di una Causa così grande.
Scopritelo, persuadetelo: è impossibile che la vostra voce non venga ascoltata.

***

Disarmare per poter amare; dividere con gli altri per poter essere amati, queste sono, con la grazia di Dio, le condizioni per la nostra sopravvivenza.
Altrimenti, le nostre Babilonie, un giorno, crolleranno e quello
che resterà della specie umana ritornerà alle sue antiche caverne. Ma tutto sarà salvato, se voi sapete amare.
Non un giorno, di passaggio, ma intensamente, per lungo tempo... e per tutti i giorni, sempre.

***

Non scoraggiatevi, non rinunciate, non desistete.
Voi siete sicuri di aver ragione, perché il domani siete voi. Non ascoltate i vili che, per tradire più comodamente il loro dovere, vi diranno: «Non serve a nulla...».
Ridete in faccia agli scettici, ai prudenti, ai maligni, a coloro che mettono la loro vita in conserva e vanno in pensione fin da quando
sono ancora in fasce...
Applaudite o denunciate,
ammirate o indignatevi,
ma non siate mai neutrali, indifferenti, passivi, rassegnati. Fate della vostra vita qualche cosa che vale.
Tutto l'amore seminato, presto o tardi, fiorirà...
Qualche suggerimento pratico:
Se voi conoscete - o potete avvicinare - un Deputato o Senatore, o una personalità rappresentativa al governo nazionale o regionale o cittadino del vostro paese, scrivetegli ed inviategli questo appello. Pregatelo di farlo conoscere all' Assemblea ove siede e di impegnarsi ad ottenere che si voti una mozione per approvare questa iniziativa.
Il testo della mozione, poi, dovrà essere inoltrato all'O.N.U. domandando che sia rilasciata ricevuta. Sarò felice, da parte mia, di ricevere copia di tale mozione, onde completare la documentazione che mi propongo di presentare a New York.

È importante provvedere, con ogni cura, ad impedire che questa iniziativa possa, in alcun caso, servire a fini politici o confessionali.
Tale mozione verrà redatta nel modo che ciascuna Assemblea crederà più opportuno. Ecco (unicamente a titolo di esempio) la forma che essa potrebbe avere: «Informato(a) dell'iniziativa presa da UN MILIONE di giovani appartenenti a 105 nazioni, i quali, rispondendo all' Appello di Raoul Follereau, hanno domandato all'O.N.U. un giorno di guerra per la Pace, l'Assemblea (o il Consiglio Direttivo, o Amministrativo) di si congratula per questa iniziativa che testimonia della volontà di amore fraterno della nostra gioventù, ed esprime il voto che la stessa venga presa, senza indugio, in considerazione».

 

1967 - Disarmate per poter amare

Il 19 aprile 1967, facendo eco all'appello rivolto all'O.NH da 600.000 giovani italiani, l'On. Marchiani, Deputato di Bologna, ha depositato presso l'Assemblea Legislativa Italiana una mozione per ottenere l'approvazione e il compimento della nostra campagna un giorno di guerra per la Pace.
Sottoscritta da 93 suoi colleghi, è stata subito accolta dall'On. Fanfani, Ministro degli Affari Esteri.
Alcune settimane dopo, il 19 giugno, facendo eco all'appello indirizzato all'O.NH da 100.000 giovani belgi, l'On. Saintraint, Deputato di Bruxelles, (Partito Sociale Cristiano) depositava presso l'Assemblea Legislativa del suo paese una mozione per ottenere un giorno di guerra per la Pace.

* *  *

Giovani, ecco la vostra vittoria.
La vostra PRIMA vittoria.
La sua speranza era viva in noi come la verità.
Coloro che credono ancora all'amore, che sperano ancora nell'uomo, come avrebbero potuto restare sordi all'appello di questa immensa armata di un milione e cinquecentomila giovani, appartenenti a 105 nazioni, che gridava loro:

«Disarmate per poter amare
Dividete con gli altri per poter essere amati»?
Ero sicuro di voi. Sicuro che voi mi avreste fatto ascoltare. Sicuro che voi sareste stati presto ascoltati.
Allora, è finito?
No. Siamo agli inizi.

*** 

Bravi giovani italiani, bravi giovani belgi! Per primi avete dato battaglia. Vincerete.
E ora a voi, gli altri! A voi, giovani tutti di tutte le altre nazioni
del mondo. 
La strada è aperta: come, ormai, sarà facile procedere!
Quale paese infatti si adatterebbe un giorno a essere segnato
a dito - se non a pugno - per aver rifiutato questo gesto già proposto da due nobili Nazioni, questo gesto così umile, ma di un significato così grande, così meraviglioso: dare, per la felicità degli altri, e per la salvezza di tutti, un giorno del suo bilancio per gli armamenti: un giorno di guerra per la Pace.

***

Ecco dunque la consegna, il cammino della vostra futura vittoria. Voi scriverete al Capo del vostro paese, al Parlamento di cui sarete ben presto l'elettore, al Consigliere per cui, in un presto domani, voterete.
Mostrate la vostra petizione e dite loro:
«Perché l'Italia? Perché il Belgio? Perché non noi?».
Non credete, anche voi, che occorra, per la salvezza dell'umanità, attuare una conversione delle armi di morte in opere di vita?
Non credete, anche voi, che la gioventù ha il diritto - e il dovere - di far sentire la propria voce dal momento che domani la guerra e la pace sarebbero suo retaggio?
Non credete, anche voi, che la pace è il bene supremo, la più
nobile di tutte le conquiste, la più sicura di tutte le vittorie?
Allora, con un milione e mezzo di giovani di 105 paesi del mondo, ripetiamo - e ripetete con noi:
Meno carri armati, e più aratri. Per tutti.
Meno bombardieri e più ospedali. Per tutti.
Meno bombe e più pane. Per tutti.
E domandiamo, domandate, con noi, al governo del vostro paese: Un giorno di guerra per la Pace.

***

Ecco ciò che vi suggerisco di scrivere subito, subito, ai responsabili del vostro destino.
Non fatelo per farmi piacere. Perché altri l'hanno fatto.
O mossi dalla curiosità di un' esperienza.
Fatelo solo se lo volete, con tutta l'energia del vostro cuore.
Comprendete bene: ciò che vi domando, in quest'ora, è qualche cosa di molto grave, di molto grande. E, forse, di decisivo per la sorte dell'umanità che ha tanto bisogno di questa scintilla d'amore. Se ci credete come me, con me, non rinunciate, non tardate, non
scoraggiatevi.
Con la vostra fede, arricchite oggi il mondo.
Domani, ne assicurerete la salvezza.

***

Ai miei giovani amici d'Italia.
Bravi! Voi siete stati i primi. A tutti i giovani del mondo voi avete dato l'esempio. Aperto il cammino. Questa sarà la vostra fierezza e quella della vostra Patria.
Ora dovete organizzare la vostra vittoria.
Per questo, scrivete, fate scrivere
- al Deputato della vostra regione o città perché egli appoggi con la sua parola e il
suo voto, la mozione dell'On. Marchiani quando ne avverrà il dibattito a Montecitorio;
- al vostro Sindaco perché il Consiglio Municipale voti ed aderisca alla vostra iniziativa, se ne dichiari ufficialmente partecipe.
Lo ha fatto la città di Lecco, lo hanno fatto le città di Crema, di Otranto, i Comuni di Pella, Aicurzio, Viadana, Merone, Carrara, Mezzenile, Spilamberto, Bellaria- Igea Marina (che fu il primo a prendere l'iniziativa), e tanti altri.
Perché non il vostro?
Gioite delle vostre vittorie, ma non dormite sui vostri ben meritati allori.
Gli altri hanno bisogno di voi.
Bravi! Grazie!