Piero Gheddo
IL SANTO COL MARTELLO
Felice Tantardini
70 anni di Birmania
EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA
![]() |
I - Prigioniero nella prima guerra mondiale
II
- In missione tra i cariani della Birmania orientale .... |
PREFAZIONE
Si avvicinano lentamente, con timidezza, mi guardano e si guardano attorno
alla ricerca di qualcuno che possa farmi capire. Sono due donne e un uomo che
sembrano venire dalla montagna. Sto aspettando Mons. Gobbato e P. Noè che mi
condurranno a Pyah Phew a visitare il centro di accoglienza per handicappati
gravi, non lontano da Taunggyi. Quando arrivano, i tre si rasserenano, e
spiegano in lingua Akhà perché sono venuti: hanno sentito dire che andiamo
alla tomba di Fr. Felice Tantardini, ci affidano due corone del rosario e un
fazzoletto, perché li deponiamo sul tumulo e poi li riportiamo a loro. Li
terranno come reliquie preziose.
Non ho mai incontrato Fratel Felice, ma da molti anni ne sentivo parlare,
avevo letto la sua breve e simpatica autobiografia "Il fabbro di Dio",
ricordavo le poche fotografie di quell'ometto arruffato e sorridente. Era quasi
una mascotte per le nostre travagliate missioni in Myanmar, leggendario per la
sua pipa, la sua obbedienza, la capacità di lavorare instancabilmente, lo
humour.
Mai però avrei pensato che si potesse aprire una causa di beatificazione per
lui!
Furono i confratelli del Myanmar a suggerire l'idea, e lo fecero in un modo
strano'', tipico dello stile schivo e pratico dei nostri missionari. Si stava
iniziando la causa di beatificazione di P. Clemente Vismara, e naturalmente si
chiese il loro parere e la loro testimonianza. La risposta fu chiara: d'accordo
per P. Clemente, ma allora vogliamo che si faccia anche per Fratel Felice, anzi,
vogliamo prima lui!
In realtà P. Clemente è partito prima, e la tappa diocesana del processo è
già conclusa. Non credo che i due confratelli in Paradiso si siano tolti il
saluto per questioni di precedenza, però penso che la risposta immediata e
spontanea di chi li ha conosciuti bene sia illuminante: Fratel Felice è una
persona che fa subito pensare alla santità, un santo "simpatico" su
cui nessuno ha dubbi perché ha vissuto le virtù più difficili e nascoste in
modo così profondo e spontaneo da renderle evidenti, solari.
Insieme con il giudizio sicuro dei confratelli, mi ha persuaso la devozione
della gente, vista in tanti episodi semplici come quello narrato all'inizio.
Viaggiando in Myanmar mi sono accorto che davvero quest'uomo ha lasciato una
traccia. Lo ricordano, lo pregano, ne raccontano gli aneddoti, si sentono
accompagnati da lui soprattutto nelle loro pene e nelle loro fatiche - che sono
tante!
La povera gente lo sente vicino, ma anche le persone istruite, i preti, i
vescovi, perché hanno memoria di come fosse vicino a tutti. Ricordano bene che
negli ultimi anni della sua vita, quando le lunghe ore di lavoro furono
sostituite dalla preghiera, promise a tanti che _ una volta in Paradiso _ li
avrebbe aiutati ancora di più. E poiché Fratel Felice manteneva le promesse,
ora ne approfittano, sicuri che non li tradirà!
Noi che apparteniamo ad una Chiesa antichissima, e che abbiamo un calendario
ricco di santi e beati di ogni tipo, forse non ci rendiamo conto di quanto sia
importante e significativo, per una Chiesa giovane e piccola come quella del
Myanmar, avere i suoi santi. La fede si trasmette da persona a persona, è dono
di Dio da accogliere nella propria libertà, ma è anche "tradizione"
, passa di bocca in bocca e di cuore in cuore. I fondatori di una Chiesa sono
considerati i pilastri portanti con l'esempio della loro fede, anche se non sono
santi in senso stretto, canonico. Sono i "padri" e le
"madri" di quella Chiesa particolare; le loro tombe sono ben custodite
e venerate. Se poi qualcuno fra loro viene ufficialmente proclamato Beato, e
Santo, allora i cristiani si sentono più saldamente poggiati sui doni di Dio,
più uniti attorno a figure note e amate, protetti dalla loro intercessione.
Per questo ho caldeggiato e appoggio con molta convinzione la ricerca sulla
vita di Fratel Felice, e la sua Causa di beatificazione. Sono convinto che sia
santo, e che si possa giungere ad averne le prove che
Ho chiesto all'Arcivescovo di Taunggyi, mons. Matthia U Shwe, che sia la sua
arcidiocesi a farsi avanti in prima persona per questa causa. Anche se ancora
non hanno persone preparate nella ricerca storica, esperte nel diritto, la
fatica di procedere su un terreno per loro sconosciuto non sarà sprecata. La
diocesi di Milano e il PIME aiuteranno volentieri, ma è importante che questo
piccolo grande lavoratore sia presentato dalla Chiesa a cui ha donato tutta la
vita e tutte le energie, e che questa Chiesa lo senta sempre come suo: venuto da
lontano, ma diventato fino in fondo uno di loro, e per loro ora intercessore e
protettore.
P. Franco Cagnasso
Superiore generale del PIME
Tiziano Terzani vive da una trentina d'anni in vari paesi dell'Asia (Cina, India, Giappone) come corrispondente di giornali europei ed ha visitato tutto il continente asiatico. Egli racconta in uno dei suoi libri (1) come ha conosciuto suore e missionari italiani in Birmania. L'incontro più commovente è con le cinque suore di Maria Bambina che sopravvivono a Kengtung: la più anziana (Giuseppina Manzoni, 90 anni) era andata in Birmania nel 1929, la più giovane nel 1935 (Vittorina Ongaro, 86 anni). Terzani si commuove sentendo i racconti di queste donne anziane, ma ancora piene di vita, che non hanno visto l'Italia da più di cinquant'anni, e scrive:
"La loro, e quella della missione cattolica di Kengtung, è una di
quelle belle storie che si è persa l'abitudine di raccontare. Specie sui
giornali. Forse è perché i protagonisti sono gente fuori dell'ordinario e il
mondo d'oggi sembra più interessato a glorificare il banale e ad esaltare
personaggi comuni con cui tutti si possono identificare".
Terzani poi continua raccontando la visita a Taunggyi, dove ha conosciuto due
missionari del Pime.
"Incontrai a Kalaw padre Angelo Di Meo, che aveva giusto celebrato i
suoi sessant'anni di missione. Era sanissimo e sveglio, ma non voleva tornare in
Italia neppure per una breve visita. Sapeva che, se avesse lasciato
Così Terzani conclude il suo racconto:
"Bei personaggi, gente con una tenacia che oggi pochi sembrano avere,
distratti come si è da mille impegni e, in fondo, non impegnati più in nulla.
Questi erano personaggi con una sola idea, ma quella era ferma, sicura. Era
anche gente con poche scelte e forse proprio per questo la scelta che facevano
era più dura e, in fondo, più felice.
A nascere all'inizio del secolo in una famiglia di contadini poveri, a
Cernusco (2) o altrove in Italia, uno non poteva sognarsi la luna, le sue scelte
erano estremamente limitate e con ciò aveva un "destino". Oggi le
alternative di ciascuno sono molte di più, la mobilità sociale ha aperto a
tutti la possibilità di aspirare a qualsiasi cosa, ma con ciò nessuno è più
"predestinato" a nulla. E' forse per questo che la gente è sempre più
disorientata e incerta sul senso della vita.
A Cernusco, oggi, i bambini non muoiono più come le mosche e nessuno alla
domanda: "E tu, cosa vuoi fare da grande?" risponderebbe: "Il
missionario in Birmania". Ma la loro vita ha oggi più senso di quella dei
bambini che un tempo potevano rispondere così? Le suore di Kengtung e i
missionari di Taunggyi non avevano alcun dubbio sul senso della loro".
* * * * *
La biografia di Felice Tantardini (1898-1991) si inquadra in questa visione
dei missionari, "gente fuori dell'ordinario" rispetto al nostro mondo
che "glorifica il banale", esalta i divi del calcio e della Tv, ma
dimentica gli eroi della missione che hanno dato e danno la vita per il prossimo
più povero e abbandonato: "Personaggi con una sola idea, ma ferma,
sicura".
Le missioni cattoliche, lo posso testimoniare perché le ho visitate sotto
tutte le latitudini, hanno una moltitudine di "eroi positivi" come
Felice Tantardini da presentare al nostro mondo dell'opulenza e della
supertecnologia, ma spesso freddo, arido, umanamente disorientato sul senso
della vita e privo della gioia di vivere.
Ci lamentiamo spesso che i giovani mancano di ideali, ma poi diamo loro pochi
modelli a cui ispirarsi. Non parlo solo della televisione e dei giornali pieni
di frivolezze e banalità, ma di tutti noi, famiglie, scuola, Chiesa, partiti
politici, associazioni, gruppi anche "impegnati". Per suscitare
entusiasmo nei giovani, infatti, non bastano gli impegni e gli orizzonti
limitati come l'ecologia o il commercio equo-solidale; ci vuole un ideale che
coinvolga e appassioni tutta la vita; ci vogliono i personaggi del mondo
missionario che possono colpire l'immaginazione e toccare il cuore, suscitando
il desiderio di imitarli, di seguirli.
Giorgio Torelli ha definito i missionari "straordinari provocatori che
non ci lasciano mai tranquilli". Felice Tantardini è uno di questi: ha
trascorso quasi 70 anni di missione in Birmania, dando esempi tali di vita
cristiana e di dedizione a Dio e al prossimo, che oggi, dice un confratello,
"nessuno in Birmania dubita della santità di fratel Felice"; un altro
ha detto che non ha fatto nulla di straordinario, ma "è stato
straordinario nell'ordinario"; e un terzo scriveva: "Felice tutti lo
cercano, tutti lo vogliono!": e non perché fosse un bell'uomo o un
intellettuale raffinato (aveva fatto solo fino alla terza elementare!), ma perché
era un santo.
* * * * *
Le biografie dei missionari come Felice vanno non solo lette, ma diffuse,
fatte conoscere, regalate, pubblicizzate, portate nelle scuole e nei gruppi
giovanili: sono uno dei più efficaci strumenti di evangelizzazione di cui
La crisi di vocazioni è crisi di fede, crisi di ideali e crisi di modelli:
la presentazione di un missionario, che ha vissuto una vita donata a Dio e al
prossimo, vale molto più, per suscitare vocazioni missionarie, di ragionamenti
e spiegazioni sulla vocazione. Non si tratta anzitutto di insegnare una
dottrina, né di fare dotte citazioni teologiche, né di dare sapienti
spiegazioni esegetiche della Parola di Dio, ma di proporre dei modelli, da Gesù
Cristo in giù. Un giovane consacra la sua vita alla missione non anzitutto
perché ha sentito un bel ragionamento o una intelligente intuizione teologica,
ma perché si è commosso incontrando un missionario, una missionaria, perché
è pieno di ammirazione per una vita donata a Dio e al prossimo. Dio chiama
anche oggi numerosi ragazzi e ragazze alla vita missionaria consacrata, ma
mancano modelli forti da imitare.
* * * * *
Fratel Felice Tantardini rappresenta bene una categoria di missionari (un
tempo si chiamavano "fratelli coadiutori" e oggi "missionari
laici a vita") che nel nostro tempo meritano maggiori attenzioni. Chi è in
contatto col mondo giovanile sa che oggi sono in crescita i giovani che aspirano
a donare la vita alla missione della Chiesa, ma non hanno nessuna intenzione di
diventare sacerdoti.
Il laicato cattolico internazionale registrò una forte crescita negli anni
settanta e ottanta; oggi, per vari motivi (soprattutto per la quasi scomparsa
degli aiuti governativi), è in diminuzione (3). I laici missionari consacrati a
vita negli istituti missionari stanno invece conoscendo una nuova vitalità e
crescita, come sperimenta il Pime anche nelle associazioni di laici per le
missioni a lui collegate (si veda il capitolo VII di questo libro).
Felice è un modello di laico consacrato alle missioni, nei molti aspetti
illustrati in questo libro, ma soprattutto per la sua santità autentica, come
testimoniano tutti coloro che l'hanno conosciuto. Il card. Giacomo Biffi,
arcivescovo di Bologna, ha scritto che (4):
"Ogni santo, oltre ad essere un capolavoro della grazia, ci muove a
lodare il Dio capace di suscitare nella nostra terra polverosa questi esempi di
splendida umanità... L'esistenza di ogni santo è dunque in qualche modo una
piccola rivelazione che - senza aggiungere niente di nuovo alla grande
Rivelazione che ha trovato il suo definitivo compimento nella venuta tra noi del
Figlio di Dio crocifisso e risorto - ci facilita per qualche aspetto la
comprensione di ciò che il Padre celeste vuol dire ai suoi figli. Ogni santo,
nella sua avventura terrestre, è dunque portatore di alcune verità
fondamentali: ricordarlo e venerarlo significa prima di tutto cercare di capirlo
in questo suo speciale valore".
* * * * *
Quando ho iniziato a raccogliere materiale ed a scrivere questo libro su
Felice Tantardini, morto a 93 anni nel 1991, dopo 69 anni di missione in
Birmania (un solo ritorno in Italia nel 1956 per pochi mesi), un confratello mi
ha detto: "Non fermarti a illustrare i missionari del passato, guarda ai
modelli nuovi, del nostro tempo, che ci sono guida anche per il futuro".
Io credo che Felice, attraverso la sua vita narrata in queste pagine, voglia
dirci soprattutto questo: la missione cambia, ma in fondo rimane sempre la
stessa. Non solo perché, come dice l'"Ad Gentes" (n. 6), il compito
missionario rimane "uno e immutabile in ogni luogo e in ogni situazione,
anche se in base al variare delle circostanze non si esplica allo stesso
modo"; ma anche perché Felice Tantardini è esemplare per i missionari di
qualsiasi luogo e tempo, in quanto riproduce in qualche modo la vita del primo
missionario, Gesù Cristo: preghiera, adorazione, amore, servizio, spirito di
sacrificio, misericordia, donazione agli ultimi...
In un'epoca di rapida transizione come la nostra, in cui vi sono situazioni
continuamente nuove che richiedono prontezza di adattamento e cambi radicali di
metodi, di linguaggio, di forme organizzative e culturali, vi è il pericolo,
anche nella stampa e nell'animazione missionaria, di mettere talmente l'accento
sulle novità della missione, da far dimenticare che è molto più quello che ci
unisce alla tradizione ecclesiale e missionaria, di quello che ci divide. Lo
"spirito missionario" dei pionieri della missione, com'è Felice
Tantardini, è assolutamente valido ancor oggi, perché è lo Spirito di Cristo,
senza del quale, dice la "Evangelii Nuntiandi" (n. 75), "i più
elaborati schemi a base sociologica o psicologica si rivelano vuoti e privi di
valore (per l'evangelizzazione)".
* * * * *
Questo volume documenta ampiamente (vedi i capitoli dal VII al X) che subito
dopo la morte Felice Tantardini già godeva di una solida "fama di santità"
sia in Birmania che in Italia, nata dall'eroismo dei suoi quasi 70 anni di
missione.
Da questo coro comune sulla santità di Felice, senza alcuna voce contraria,
è sorta la sua "causa di canonizzazione", che si è rapidamente
affermata sia in Birmania che a Introbio, come pure fra i missionari del Pime.
Posso testimoniare che quando nel 1993 si sono fatti i primi passi per la
beatificazione di padre Clemente Vismara (morto il 15 giugno
Intanto lo Spirito stimolava iniziative che facevano sempre più conoscere e
venerare "Il santo col martello" e preparavano l'apertura del processo
di canonizzazione per Felice:
- la ristampa de "Il fabbro di Dio" da parte del Pime di Napoli nel
1994 (dopo la prima edizione nel 1972) e la pubblicazione di molti articoli su
riviste e giornali in Italia;
- la circolare dell'arcivescovo di Taunggyi, mons. Mattias U Shwe, ai preti,
suore e laici di Taunggyi, con l'invito a raccogliere testimonianze sulla santità
e le grazie ricevute attraverso l'intercessione di fratel Felice (1994);
- la pubblicazione dell'opuscolo "Brother Oo Maung Than Chaung", da
parte dell'arcivescovo di Taunggyi nel 1995 (vedi il capitolo IX);
- la stampa e ristampa di immaginette, con una reliquia di fratel Felice e
un'apposita preghiera, da parte del parroco di Introbio don Cesare Luraghi
(1995);
- e finalmente nel 1998, dopo scambi di visite e di lettere, l'arcivescovo di
Taunggyi e il superiore generale del Pime, p. Franco Cagnasso, si accordano per
iniziare la causa di canonizzazione, di cui questo volume è la prima
conseguenza (5).
* * * * *
Nell'anno
L'incaricato delle cause dei santi dell'archidiocesi di Milano, don Ennio
Apeciti, che s'è già recato in Birmania per la causa di Clemente Vismara a
interrogare sul posto i testimoni (e in Brasile per la causa di Marcello Candia),
ha dichiarato la sua disponibilità a ritornare in Birmania per il processo
diocesano che dimostri la fama di santità e l'eroicità delle virtù di fratel
Felice Tantardini.
Il cammino di questo piccolo e grande missionario laico verso la santità
riconosciuta dalla Chiesa incomincia dunque nel migliore dei modi. In Birmania
la devozione verso fratel Felice è già diffusa in varie diocesi. In Italia,
soprattutto a Introbio, nei paesi della Valsassina ed a Lecco. Ora si apre il
tempo della preghiera e dell'"animazione missionaria" per far
conoscere, pregare e imitare il servo di Dio Felice Tantardini ad un numero più
vasto di fedeli: le cause di canonizzazione si fanno per proporre dei modelli al
popolo cristiano.
Ecco la preghiera che recitiamo, composta dal parroco di Introbio don Cesare
Luraghi:
Signore Gesù, che hai voluto essere chiamato "figlio del fabbro" e
tu stesso "fabbro", glorifica il tuo servo fratel Felice, che ha
scelto per sé il nome di "fabbro di Dio". La semplicità della sua
vita, la sua dedizione al servizio dei piccoli e dei poveri, il suo impegno
nella fatica quotidiana vissuta in unione con la tua vita nascosta a Nazareth,
siano per noi esempio e sprone perché sappiamo offrire il nostro lavoro
quotidiano come sacrificio spirituale a te gradito, sospinti da una tenera
devozione alla "cara Madonna", tua e nostra Madre, che ha sostenuto
lui in tutte le fatiche della sua vita missionaria.
Glorifica il tuo servo Felice con quella gloria con la quale tu sei stato
glorificato dal Padre, poiché egli, a tuo esempio, ha consacrato la sua vita a
servizio dei fratelli. E donaci questa grazia che ti chiediamo per sua
intercessione. Amen.
La causa di canonizzazione richiede la ricerca di una vasta documentazione
sul "servo di Dio" Felice Tantardini. Già si sono raccolte, per
comporre questa biografia, molte lettere di Felice. Chi ne avesse altre, mandi
per favore fotocopia a p. Piero Gheddo (vedi indirizzo alla pagina seguente).
Sento il dovere di ringraziare la sig.na Lucia Sozzi, che per lunghissimi
anni è stata a fianco di don Aldo Cattaneo nella fondazione e conduzione del
"Laboratorio missionario Beato Giovanni Mazzucconi" di Lecco, per aver
donato all'Archivio generale del Pime a Roma le migliaia di lettere di
missionari che il Laboratorio aveva raccolto nei suoi primi 50 anni di attività:
67 sono di fratel Felice Tantardini!
Finora sono in possesso di circa 400 lettere di Felice (in originale o in
fotocopia), che ho utilizzato poco per questa biografia, anche per non rendere
il volume troppo... voluminoso. Fra un anno o due si potrà pubblicare un altro
volume con le lettere più significative di Felice.
Per chiedere immagini di fratel Felice scrivere a: Don Cesare Luraghi,
parroco di 23815 Introbio (Lecco) - Tel. 0341.98.06.50.
Per chiedere libri su fratel Felice e comunicare le grazie ricevute scrivere
al sottoscritto.
Padre Piero Gheddo
(e-mail: gheddo.piero@pime.org )
(2) Cernusco sul Naviglio, paese natale di suor Giuseppina Manzoni, in
provincia di Milano.
(3) In Italia vi sono 52 organismi di volontariato internazionale cattolico
federati nella Focsiv (Federazione organismi cattolici di servizio
internazionale volontario). A metà degli anni ottanta questi organismi avevano
più di 2.000 laici in azione, nel 1999 erano 516 (303 uomini e 213 donne), di
cui solo 218 con contratto registrato presso il Ministero degli Esteri.
Negli anni ottanta, quando la "cooperazione italiana" del Ministero
degli esteri finanziava i progetti di sviluppo nei paesi poveri, partivano
700-800 volontari italiani l'anno (850 nel 1986, 703 nel 1987); nel 1996 sono
partiti 362 volontari degli organismi della Focsiv, 430 nel 1997, 437 nel 1998.
Nel quadro dell'Europa comunitaria, l'Italia, in rapporto al numero dei suoi
abitanti, è il paese che ha meno volontari (di organismi cattolici o non
cattolici) nei paesi poveri del "terzo mondo".
(4) Giacomo Biffi, "La meraviglia dell'evento cristiano", Piemme
1995, pag. 366.
(5) Ringrazio suor Franca Nava, missionaria dell'Immacolata e mia segretaria
a Milano, per aver trascritto al computer tutte le lettere e gli altri documenti
su fratel Felice, di cui siamo venuti in possesso. E ringrazio Bruno Maggi,
grafico di "Italia Missionaria", per l'inserto fotografico, le due
cartine geografiche e la bellissima copertina del libro.
I
PRIGIONIERO NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE
Come sono belle, e misteriose, le avventure
dello Spirito Santo! Pensate un po': fratel Felice Tantardini del Pime, classe
1898, titolo di studio terza elementare, morto nel
La gente birmana infatti, poi l'arcivescovo di
Taunggyi, mons. Matthias U Shwe, e il superiore generale del Pime, padre Franco
Cagnasso, hanno deciso di avviare la sua causa di canonizzazione. Anche il
parroco di Introbio (Lecco), don Cesare Luraghi, ha chiesto a nome del suo
popolo di iniziare il processo canonico per la canonizzazione di Felice
Tantardini. Molti pregano questo umile e grande missionario laico, a Toungoo,
Taunggyi, Loikaw, in varie parti della Birmania; come pure a Introbio, nella
Valsassina e fra gli amici delle missioni e del Pime. Lo pregano perché per sua
intercessione ottengono da Dio le grazie che chiedono.
Il Pime in Birmania ha avuto, dal 1868 ad oggi,
circa 150 missionari in grande maggioranza sacerdoti (otto vescovi), fra i quali
non pochi si sono distinti per santità, scienza, vari carismi: esploratori,
costruttori, portatori di pace fra tribù in guerra, fondatori di Chiese locali,
cinque sono stati uccisi e li consideriamo martiri; i vescovi del Pime in
Birmania erano figure carismatiche e alcuni di essi ancor oggi considerati santi
dalla loro gente: Eugenio Biffi, Tancredi Conti, Rocco Tornatore, Emanuele
Sagrada, Alfredo Lanfranconi, Erminio Bonetta, Ferdinando Guercilena, Giovanni
Battista Gobbato. Ma per dare alla Birmania un nuovo beato e santo, dopo la
causa di canonizzazione di padre Clemente Vismara (iniziata nel 1996), si è
scelto fratel Felice: secondo la logica umana l'ultimo o il penultimo dei 150!
Forte educazione cristiana in famiglia
"Nacqui a Introbio, villaggio della provincia di Como (oggi di Lecco, n.d.r.), sesto di otto figli. Mi disse mia madre che, nel mandarmi al battesimo, non sapeva che nome impormi e lo domandò alla levatrice, la quale senz'altro suggerì il nome di Felice. Questo nome mi fu dato e con questo anche oggi tutti mi chiamano... Io sono grato a quella buona donna per un tale nome, che esprime l'ideale della mia vita: sforzarmi di essere felice, sempre e ad ogni costo, ed essere intento a far felici gli altri".
Così incomincia l'autobiografia di Felice
Tantardini, "Il fabbro di Dio", scritta dallo stesso negli anni
cinquanta, per ordine di mons. Alfredo Lanfranconi, suo vescovo a Toungoo (1).
Introbio, principale paese della Valsassina con
circa 1500 abitanti, una torre medioevale e tipica produzione di formaggio; a
"Finita la terza elementare, la mamma volle che la ripetessi, tanto per farmi acquistare un po' più di istruzione".
A 10 anni Felice, terminata la scuola, incomincia a lavorare da fabbro col fratello maggiore per sette anni. Quando ha 13 anni rimane orfano del padre, morto tragicamente in un'alluvione che travolge l'officina elettrica in cui stava lavorando.
"La mamma, "donna forte" - racconta Felice - non si lasciò abbattere dall'inattesa sciagura. A costo di sacrifici che solo il Signore ha potuto registrare nel libro d'oro della sua vita, dimentica di se stessa e sollecita solo di noi suoi figli, ci sorresse e ci temprò con fortezza e amore. Oh quanto ringrazio il Signore di avermi dato una tale madre!".
Felice racconta lui stesso un caso di come mamma Maria educava i suoi figli. Quando aveva circa 11 anni, tornando dal lavoro e passando di fianco ad un campo di granoturco vede delle belle pannocchie quasi mature e non resiste alla tentazione di prenderne una.
"Arrivato a casa con la mia pannocchia in
mano, la mamma mi chiede:
- Dove hai preso quella pannocchia?
- L'ho presa nel campo di...
- Immediatamente vieni con me!
disse la mamma con cipiglio risoluto. E mi
condusse dalla famiglia del padrone di
quel campo. C'era in casa solo la moglie.
- Comare, disse la mamma, questa pannocchia
appartiene a voi, è stata presa dal vostro campo. Riprendetevela.
Dicendo così, me la tolse di mano e gliela
porse. Quella buona donna si schermiva:
- Ma no, Maria, non fa niente. E' cosa da poco.
E poi, si sa, i ragazzi sono sempre ragazzi!
Ma la mamma fu irremovibile:
- Niente affatto. E' cosa che non si doveva
fare. Deve imparare a non rubare!
Oh quanto ringrazio il buon Dio di avermi dato
una tal madre!".
Racconti di questo genere ci riportano alla vita com'era un secolo fa, quando non esistevano tanti divertimenti e distrazioni. Felice racconta:
"Era una vita molto semplice. Lavoro,
cena, poi via a giocare sul sagrato della chiesa con i miei coetanei.
Sull'imbrunire a casa. La mamma e le quattro sorelle facevano circolo, sedute,
attorno alla lampadina elettrica in mezzo alla cucina, chi cuciva a mano e chi
sferruzzava. Io dovevo leggere ad alta voce qualche libro: Fabiola, I promessi sposi, Tutto per Gesù, romanzi d'avventure e altri libri, che il parroco di un
paese vicino aveva regalato a mio padre, erano la delizia di quelle nostre
quiete serate. Quest'abitudine formò in me una bella qualità, l'amore ai
libri. Alle 21, recita del rosario in comune. Finito il rosario, a letto.
Non dimenticherò mai la raccomandazione di mia
madre: Ricordatevi, figliuoli, di non tralasciare mai le vostre preghiere per
quanto brevi e non mettetevi a dormire come i cani''. Quest'esortazione materna
mi è sempre risuonata nell'animo, spronandomi ad essere fedele alle preghiere
della sera in qualsiasi luogo io fossi, solo o in compagnia, anche durante la
vita militare e la prigionia".
Fame e gelo nel tempo della prigionia
Nel 1915 incomincia la prima guerra mondiale. Felice Tantardini ha 17 anni e trova lavoro a Genova-Sampierdarena, alle tornerie dell'Ansaldo. Richiamato alle armi, viene esonerato dal servizio militare perché dipendente di un'industria a servizio delle forze armate; ma dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917), tutti gli operai della classe 1898 sono arruolati e inviati ai reggimenti nuovi, che si stavano rapidamente costituendo per fermare l'avanzata nemica: "carne da cannone", come si dice delle truppe mandate allo sbaraglio con la sicurezza di essere sterminate. Infatti, dopo due mesi d'istruzione sommaria, nel gennaio 1918 il fante Tantardini è inviato in prima linea e, dopo soli due giorni,
"con sessanta miei compagni, esposti come esca ai tedeschi per attirarli sotto il fuoco delle nostre artiglierie, fummo fatti facilmente prigionieri".
Incomincia per Felice la lunga avventura di
prigioniero di guerra, una scuola di vita che lo tempra a tutte le privazioni e
fatiche. Se ne ricorderà molte volte in Birmania!
Nelle lunghe pagine del suo libro "Il
fabbro di Dio", in cui ricorda l'anno e mezzo di prigionia e di fuga dalla
prigionia, il tema quasi unico è il cibo e la fame, i pochi vestiti e il
freddo. Felice Tantardini non sa niente della guerra o della politica mondiale,
non ha più contatti con i suoi cari, a volte perde la nozione del tempo e del
luogo in cui si trova. Cerca solo di sopravvivere, lavorando, pregando, con una
grande fiducia nella Provvidenza. Viene spostato da un campo di lavoro all'altro
e ovunque le condizioni di vita sono quasi sempre le stesse:
"Vitto giornaliero un piccolo tozzo di pane, tanto per non morire d'inedia... Vi faceva un freddo cane e noi eravamo malvestiti, senza coperte né altro. Avevamo per cibo un mestolo d'acqua calda, sporca di farina, uno al mattino e uno alla sera. A quanto sembrava, eravamo condannati a morire di freddo e di fame".
Felice se la cava perché "più un ragazzo
che un uomo", scrive, quindi con minori esigenze di altri alti e robusti, e
soprattutto perché fortunato, o meglio, protetto dalla Provvidenza di Dio, che
egli pregava continuamente. Se avesse trascorso un anno e mezzo di prigionia in
quelle condizioni, sarebbe morto di fame. Invece riesce a procurarsi cibo in
vari modi, anche rubandolo a rischio di punizioni feroci. Ma la fame fa
accettare tutto, pur di procurarsi qualcosa da mangiare.
Bisogna notare che in genere, nella prima
guerra mondiale, i prigionieri dei tedeschi e degli austro-ungarici non erano
tenuti rinchiusi in campi di concentramento, ma messi al lavoro a servizio
dell'esercito, con una certa libertà di movimento: la fame era il destino
comune anche per i popoli e i militari del nemico. E' noto infatti che gli
"Imperi centrali" (Germania e Impero austro-ungarico) persero la prima
guerra mondiale anche, e forse soprattutto, per l'insufficiente produzione
agricola e l'impossibilità di acquistare cibo all'estero. Un esercito e un
popolo che mangiano poco e male non possono vincere la guerra!
Tantardini, fatto prigioniero dai tedeschi, è
condotto con altri commilitoni a Vittorio Veneto, rinchiusi alcuni giorni in
custodia e senza cibo, quindi divisi in vari gruppi; poi viene assegnato alle
ferrovie con altri italiani. Vi erano anche soldati russi e non conoscendo la
lingua si ingegnavano ad intendersi con la mimica. Quello che colpisce Felice è
che questi russi sono molto fedeli alle loro preghiere prima e dopo i pasti, e
quando si recano al lavoro. Fa amicizia con uno di loro, che gli procura delle
patate: le cuoce in un secchio di ferro sulla forgia, mentre scalda i ferri che
deve piegare o battere, e le condivide con i compagni meno fortunati. Dopo
alcuni mesi viene trasferito e "finisce la cuccagna". Va a lavorare
con le squadre di prigionieri che dovevano togliere i binari della seconda linea
ferroviaria da Conegliano a Udine.
"Bisognava caricare un certo numero di vagoni al giorno di questi ferri, che venivano portati in Germania. Lavoro pesantissimo, aggravato dalla scarsezza di cibo, bastante appena a tenere lontana la morte".
"Me la sono cavata essendo piccolo e asciutto"
Tantardini e i compagni sono sempre affamati e
la necessità aguzza l'ingegno. A Conegliano formano una "compagnia di
mutuo soccorso" per procurarsi un po' di cibo: sono in sedici, Felice, due
abruzzesi e gli altri tutti siciliani. Alla sera ritornando dal lavoro, due di
loro se la svignavano e durante la notte raccoglievano quello che potevano, poca
cosa, qualche pannocchia di granoturco, qualche pugno di farina, e molto
raramente un pezzo di pane, e lo scarso bottino veniva consumato in comune,
ringraziando il buon Dio della Provvidenza concessa, anche se per così poca
cosa rischiavano la pelle.
Incredibile ma vero, un italiano che lavorava
in cucina e si nutriva con quanto destinato agli altri poveracci, fa la spia e
anche questo misero supplemento finisce; non solo ma i sedici del mutuo soccorso
sono trasferiti alla "compagnia di disciplina", che si trovava nei
pressi di Gorizia. Trasportati con il treno, scortati da militari armati di
fucili e baionette, a Udine si fanno quattro ore di sosta nella sala d'aspetto
della stazione.
Felice non perde tempo, fruga nel mucchietto di
stracci che trova in un angolo della sala e ricupera un berretto da
capostazione, un po' logoro e sgualcito, ma ancora in buono stato: una
spolverata e se lo mette in testa, va a pennello e da quel momento sostituisce
l'elmetto, troppo pesante da portare. A notte inoltrata arrivano a destinazione.
Che desolazione! Vengono spinti in uno stanzone a pianterreno, senz'aria né
luce, rigurgitante di prigionieri sdraiati per terra, senza materassi o coperte.
I nostri restano in piedi per il resto della notte, non osano muoversi per paura
di schiacciare qualcuno di quei poveracci. Le guardie chiudono le porte e
piantonano l'entrata non permettendo a nessuno di uscire per qualsiasi bisogno.
Nella "compagnia di disciplina" regna
una regola ferrea. I due pasti consistevano di un mestolo di barbabietole poco
cotte in acqua abbondante. Per ogni minima trasgressione, erano frustate senza
misericordia. Per le colpe di un certo rilievo si veniva rinchiusi in piccole
celle ricavate nella parete, di
"Io essendo piccolo ed asciutto, potevo trovare un qualche sollievo nell'accosciarmi, ma per uno alto e corpulento come i russi, essere relegato là dentro senza potersi muovere né piegare era come essere sepolto vivo".
Quando uscivano sembravano cadaveri ambulanti,
tanto avevano un colorito terreo. Passano 15 giorni in quell'inferno e ormai
avevano perso ogni speranza di uscirne vivi, quando gli italiani vengono tirati
fuori e scortati dalle guardie si avviano senza sapere dove vanno. Pensavano che
li avrebbero fucilati: in quelle condizioni, la morte era sentita quasi come una
liberazione. Invece li conducono in un'altra baracca di soli italiani appena
catturati, zeppa come sardine in scatola. Al mattino sono intruppati, viene data
a loro una pagnottella che avrebbe dovuto durare quattro giorni e caricati su
vagoni bestiame diretti a Belgrado.
A Lubiana il treno dei prigionieri si ferma ed
è parcheggiato su un binario morto per lasciar libera la linea a un treno
militare. Da quest'ultimo scendono i tedeschi che in fila si dirigono alla
cucina dove si sta distribuendo il rancio: patate, polenta, carne. Il nostro
Felice (come gli altri) ha fame:
"Mi sentivo attanagliato dai crampi della fame. Scorsi il cuciniere che, con un lungo mestolo, stava scodellando ai soldati la fumante polenta e sentii verso di questa una repentina attrazione. Impugnai la gavetta, scesi in fretta, passai sotto il treno militare e in un baleno fui alla cucina. Intrepidamente immersi la gavetta nel pentolone e la ritirai colma della cara polenta. Il cuciniere rimase di stucco davanti a tanta baldanza, per di più in un omino così minuto, e si arrestò con il mestolo per aria, guardandomi in faccia. Senza aspettare che si riavesse dal suo stupore e magari mi infliggesse qualche castigo, me la svignai. Con quanto fiato avevo in corpo, ripassai sotto il treno militare e raggiunsi il mio treno. Mi sedetti trafelato a divorarmi la cara polenta, che tanto mi era costata. La trangugiai ancora scottante e ogni boccone mi scendeva giù come fuoco. Poi cominciai a leccarmi la mano, che aveva riportato una bella scottatura. Riuscii a guarirla in pochi giorni, senza medicine, a furia di leccate".
Evasione da un campo di concentramento
Dopo alcuni giorni, il treno dei prigionieri sosta ancora su un binario morto, vicino ad un campo di patate, una provvidenza che non si poteva lasciar scappare. Con alcuni compagni Felice tenta il tutto per tutto e si fa una mangiata di patate acerbe e crude.
"Era una notte senza luna, ma la fame aguzza la vista. Mentre le guardie sonnecchiavano, scendemmo furtivamente nel campo e ci demmo a prendere patate. Frugavamo ansiosi sotto le tenere pianticelle, ma ahimè, trovammo solo patatine nascenti, grosse tutt'al più come noci. Pulitele alla meglio e con ancora un po' di terra attaccata, ce le cacciavamo in bocca, le masticavamo e giù per forza nello stomaco. Più che i dolori viscerali, che ben sapevamo ci avrebbero colti, poteva il lungo estenuante digiuno".
Si riprende il viaggio e dopo otto giorni i
nostri arrivano a Belgrado dove ricevono un trattamento un po' più umano. Sono
impiegati come facchini per il trasporto del grano, che dall'interno della
Serbia veniva mandato fin là con dei barconi: doveva essere insaccato e posto
nei magazzini. A riempire i sacchi pensavano le ragazze serbe, mentre i
prigionieri li trasportavano in magazzino. Ragazzotte ben piantate, che facevano
molto presto a riempire i sacchi, non lasciavano un momento di respiro e appena
il sacco era pieno bisognava portarlo via. I soldati tedeschi non smettevano di
pungolarli senza pietà: parole dure e rimproveri.
In seguito viene mandato, con altri 10
prigionieri, in una fabbrica di botti alla periferia della città, assieme ad
una decina di bottai serbi. Impara presto qualcosa della loro lingua, che gli
sarà molto utile in seguito. Ogni giorno si recano al posto di lavoro, a circa
un chilometro di distanza, sempre accompagnati da una guardia armata. A
mezzogiorno ritornano a casa per il rancio, indi di nuovo al lavoro fino a sera.
Ai margini della strada, spesso, alcune donne consumavano il loro pranzo,
venivano dal mercato e le vivande avevano un certo profumino... il pane bianco
poi, fatto in casa, faceva venire l'acquolina in bocca ai nostri prigionieri,
che se lo mangiavano con gli occhi. Da mesi non vedevano il pane!
Verso la metà dell'ottobre 1918, circa 150
prigionieri italiani e una cinquantina di soldati turchi vengono spediti a
Budapest, dove li mettono in una fabbrica di mattoni abbandonata, circondata da
un recinto a doppi reticolati, alti più di tre metri. Vestiti di quattro
stracci e senza coperte, faceva un freddo terribile. Per cibo il solito mestolo
d'acqua calda sporca di farina due volte al giorno. Tra i due reticolati,
vigilavano le guardie e di notte lampadine elettriche rischiaravano il
passaggio.
Trascorrono così due settimane: "Solo il
buon Dio sa come non ci lasciammo vincere dalla disperazione". Felice è
forse il più depresso di tutti, non ne può proprio più di quel modo di vivere
e un giorno decide di fuggire, ad ogni costo. In un angolo del cortile scopre un
vecchio condotto di scolo, momentaneamente asciutto e ricoperto di erba secca,
ma sufficiente per tentare di attraversarlo strisciandovi dentro come una
biscia. Guarda, studia tutte le mosse e si persuade che è possibile fuggire
tanto più che la luce delle lampadine non arriva fin là.
"Quando svelai il mio piano ad alcuni miei
compagni, le loro facce smunte e le labbra, nelle quali da tempo era fuggito il
sorriso, sembrarono rianimarsi. Certo il rischio era grave e tutto faceva
prevedere che la nostra fuga sarebbe stata punita con la morte. Ma questa allora
ci appariva piuttosto come una liberazione. Sostenuti dal coraggio della
disperazione, decidemmo di tentare la fuga...
Poco prima di mezzanotte, lasciai che la
guardia si allontanasse e mi infilai dentro lo scolo. Il cuore mi batteva così
forte, da farmi pensare che anche la guardia ne sentisse i battiti. Finalmente
sgusciai fuori quatto quatto e raggiunsi il platano convenuto. Era una notte
buia come una tana di lupi. Attesi a lungo, finché, uno per volta, arrivarono i
miei quattro compagni che avevano preso l'appuntamento. Nessun allarme fu dato.
Nessuno, grazie a Dio, se ne era accorto. Sulla strada, ogni tanto passavano
carrette con soldati, ma nessuno badava a noi".
In fuga da Jugoslavia e Bulgaria verso
Comincia così la seconda parte dell'avventura
di Felice Tantardini durante la prima guerra mondiale: fuggiasco attraverso i
Balcani, da Budapest a Belgrado, a Sofia e fino in Grecia, sempre col problema
prioritario di riempire lo stomaco e trovare un posto dove dormire riparandosi
dal gelo notturno. Con momenti difficili per il timore di essere scoperti come
prigionieri in fuga, ma tutto sommato senza grandi pericoli.
Camminano a marce forzate verso
"Ci rimettemmo sulla via, con la speranza di trovare in qualche villaggio qualcosa da mettere sotto i denti. Ci accontentavamo di poco, ma anche questo poco raramente potevamo averlo e spesso dovevamo passare la notte a ventre vuoto. Avevamo anche perso la nozione del tempo, non sapevamo più distinguere i giorni della settimana. Ogni giorno facevamo circa trenta chilometri di cammino".
Sulla via verso
"La popolazione ungherese era buona e
anche allora
Le avventure del procurarsi il cibo sono infinite. Ottengono una scatola di marmellata, ma è guasta e procura loro mal di pancia; ricevono in dono uno zaino pieno di zucchero, del pane, una botticella di grappa (e si ubriacano due volte). Felice non manca di notare le circostanze in cui tocca con mano la protezione della Provvidenza. Dopo aver passato la notte in un fienile, gli è rimasto un solo compagno: gli altri erano già partiti nella notte.
"Ci mettemmo in cammino e ci accorgemmo
che un magnifico cane pastore ci seguiva a pochi passi, accompagnandoci per
circa tre chilometri, quando ci venne incontro un ufficiale serbo, il quale,
visto il cane, ci chiese se era nostro. A dire di sì era una bugia lampante. Mi
limitai a dire che ci seguiva sempre. Allora ci chiese se volevamo venderlo.
Stavolta venne fuori un sì pronto, con una richiesta di cinque dinari (moneta
serba). Egli ci diede l'equivalente in corone austriache, per noi ugualmente
utili. Strano che il cane si lasciò legare con un fazzoletto al collo e seguì
l'ufficiale senza alcuna resistenza. Non potei trattenermi dal vedere in questo
incidente la mano della Provvidenza. Arrivati ad un villaggio a sera, potemmo
comprarci cinque bei pani d'orzo. Consumatili e cercato un cantuccio al coperto,
facemmo appena in tempo a dire qualche Ave Maria, che ci addormentammo.
Il mattino seguente riprendemmo il cammino noi
due soli. Non avevamo più cibarie né denaro, ma ciascuno aveva in corpo i due
pani e mezzo della sera precedente e con quelli si poteva sperare di fare
un'altra giornata di viaggio, senza morire di fame".
Quando Felice passa il confine tra Serbia e
Bulgaria ha un colpo di fortuna: con altri compagni riesce a prendere un treno
con due vagoni pieni di pecore: arrivano a Sofia, capitale della Bulgaria, dopo
aver dormito al caldo fra quegli animali. Scesi dal treno alla stazione di
Sofia, ne trovano un altro che sta partendo per destinazione sconosciuta. Lo
prendono e quando scendono, si imbattono in militari italiani che li portano al
loro campo, dove hanno pane a sazietà! Il giorno seguente salgono su un camion
italiano che va verso
Come nasce in Felice la vocazione missionaria
Nel dicembre 1918, quando la guerra mondiale è finita da un mese, Felice Tantardini giunge con alcuni compagni in Grecia e viene ospitato a Salonicco in un campo di raccolta per ex-prigionieri italiani. Qui può finalmente mangiare a sufficienza ed essere rivestito e curato. Nel giugno 1919 è imbarcato con altri commilitoni italiani su una nave che li porta a Taranto ("era la prima volta che viaggiavo su un bastimento") e dopo dieci giorni arriva in treno a Lecco, con una licenza di soli 18 giorni.
"La distanza da Lecco al mio paesello
Introbio è di
Ma il servizio militare per Felice non è
finito. Nel breve periodo passato a casa, la mamma si preoccupa perché il
figlio faccia una buona confessione, dopo due anni che non vedeva un prete.
Felice si prepara con un accurato esame di coscienza, fa la sua confessione e il
confessore gli impone come penitenza la recita di tre Ave Maria. Troppo poco,
pensa Felice, per uno che non si confessa da due anni: avrà capito bene, il
sacerdote? Ritorna da lui e candidamente gli manifesta il suo dubbio. Ma lui
risponde: "Ho capito tutto, dì tre Ave Maria e va' in pace".
Passati i pochi giorni di licenza, eccolo a
Genova col suo reggimento e poi mandato ancora in Grecia, nell'isola di Rodi e
poi a quella di Kalimno (le isole del Dodecanneso sotto amministrazione italiana
dal 1912), dov'è nominato caporal maggiore, aiutante di un sergente, incaricato
delle spese. La sorella minore di Felice ("la mia sorellina") gli
manda un libro che sa essergli gradito, "Tutto per Gesù": così,
nelle ore di libera uscita, rimane in casa a leggere il suo libro, a pregare ed
a chiedersi cosa farà quando tornerà a casa. Le sofferenze e l'esperienza
della guerra, della fame, dei massacri e crudeltà viste, l'hanno maturato, reso
più riflessivo. Intanto si prende l'impegno di fare lo scrivano per i compagni
analfabeti, leggere loro le lettere ricevute da casa e poi rispondere sotto loro
dettatura.
Felice non ha mai dimenticato, anche nei giorni
peggiori della prigionia, di dire le sue preghiere. La lettura di "Tutto
per Gesù" lo riporta all'intensità della sua vita religiosa. Ne ha
bisogno perché i suoi compagni, che andavano con le ragazze e le donne
dell'isola, invitano Felice a seguirli: egli rifiuta con sdegno. Felice
racconta:
"Alcuni di loro si misero in testa di
volermi attirare nelle loro nefandezze. Non riuscendoci, una volta minacciarono
che sarebbero venuti di notte fino al mio letto e mi avrebbero buttato addosso
una delle sgualdrine che loro frequentavano. Nonostante che anch'io, come tutti
i giovani, mi sentissi ribollire il sangue nelle vene, ebbi però sempre in
orrore simili azioni, che, se vi fossi caduto, non avrei poi avuto il coraggio
di guardare in faccia la mia cara mamma.
Perciò risposi senz'altro a quella sfrontata
minaccia che chiunque avesse tentato di avvicinarmisi di notte, sarebbe stato
accolto con la baionetta, che da allora in poi tenevo sotto il cuscino. Per
precauzione avvertii di questa mia misura difensiva il tenente della compagnia,
il quale, sebbene anche lui non troppo pulito in fatto di donne, l'approvò in
pieno. Superfluo dire che non fui più molestato".
Dopo tre mesi di vita militare a Kalimno e a Rodi, Felice Tantardini è rimpatriato e congedato dal servizio militare. Ha 21 anni, l'età giusta per trovare un lavoro e sposarsi. Ritorna ad Introbio, viene assunto in una officina elettrica, riprende la sua vita in paese, frequenta la chiesa e si accorge di aver maturato un'inquietudine sul suo futuro, che gli impedisce di pensare a formarsi una famiglia. Tutto è oscuro davanti a lui.
"A quel tempo - racconta nel suo "Il
fabbro di Dio" - non avevo ancora formato alcun disegno per il mio
avvenire. Ma il buon Dio ordiva la sua trama d'amore per me. Leggere mi è
sempre piaciuto tanto, ma fino allora avevo letto quasi solo libri di avventure.
Esauriti questi, mi posi a leggere i vecchi numeri di "Le Missioni
Cattoliche" che la mia sorellina aveva accumulato in un cassetto del comò
nella mia stanza. Bastò la lettura di alcuni episodi di vita missionaria per
innamorarmi di questo ideale e accendermi in cuore un vivo desiderio di farmi
fratello missionario.
In poco tempo lessi tutti i numeri della
rivista che trovai nel cassetto. Leggevo con entusiasmo sempre crescente e mi
infervoravo sempre più nella brama di volare in terra di missione. Non facevo
che sognare le missioni. Quando vedevo un tramonto, pensavo che il sole allora
discendeva a illuminare quelle lontane regioni, che già consideravo mia patria
d'azione. L'asprezza della vita in missione e le lingue strane di quelle genti,
niente mi faceva paura. Avevo già subìto tante privazioni e visto tanti popoli
di svariate nazioni e colori, quindi ero già allenato al duro".
Promesso sposo suo malgrado
Naturalmente, come ogni vocazione alla vita
consacrata, anche quella di Felice non si realizza senza difficoltà e
tentazioni. Il direttore e proprietario dell'officina in cui lavora intuisce che
quel giovanotto serio e onesto è un buon partito per una delle sue tre figlie,
la maggiore, una maestra che teneva la contabilità dell'azienda paterna, con la
quale Felice aveva frequenti rapporti per motivi di lavoro; notava che quando
per lavoro doveva recarsi in casa del direttore, la moglie e le figlie lo
accoglievano con simpatia e cordialità e non capiva perché. Infine il
direttore gli chiede chiaramente se vuole sposare sua figlia: "era un vero
modello di grazia e di modestia", scrive Felice.
Intanto la mamma, non sapendo ancora della sua
"trepidazione" di farsi missionario, "con la delicatezza propria
delle mamme buone", gli dice che la casa paterna è ormai quasi vuota,
fratelli e sorelle sono tutti sposati: rimangono solo lei, Felice e la
"sorellina" (cinque anni più giovane di lui) che si sposerà qualche
anno dopo. Mamma Maria resterà sempre col suo Felice, sia che si sposi, sia che
resti scapolo.
"A me rincresceva per lei, ma per il resto nessuna cosa al mondo poteva abbattere la mia risoluzione di essere anch'io un giorno missionario, lontano, tra la povera gente ancora pagana e idolatra. Certo che questa ferma volontà la devo alla cara Madonna che vegliava sulla mia vocazione, altrimenti avrei capitolato".
Così confida a mamma Maria che sarà missionario; lei gli dice:
"Bada che non sia un fuoco di paglia. Prega e anch'io pregherò per te, che abbia ad assicurarti della chiamata del Signore. Quanto a me, non voglio e non posso negarti il mio consenso".
Come fare la domanda di ammissione al Pime? La "sorellina" gli consiglia di scrivere ad un sacerdote di sua conoscenza, che era stato missionario nell'Istituto. In pochi giorni riceve risposta positiva dal superiore generale, padre Giuseppe Armanasco.
"Recai la nuova al direttore dell'officina, per dargli tempo di trovarsi uno che prendesse il mio posto. Il buon uomo cascò dalle nuvole a sentire della mia vocazione e per più di due ore mi assalì con argomenti forti, alcuni dei quali mi toccavano sul vivo, cioè che ero crudele a lasciare la mamma sola e che ne avrei affrettato di dieci anni la morte. Non essendo riuscito nel suo intento, ritentò l'assalto con la mia cara mamma, per convincerla a distogliermi. Essa lo lasciò dire, ma non si lasciò vincere. La sua grande fede e il suo amore per il buon Dio ebbero il sopravvento sull'amore materno e su tutte le ragioni umane. Il direttore ritornò alla carica con me e mi disse che, facendomi missionario, mi troncavo una carriera e un avvenire felice, e che potevo avere in sposa la sua figlia. Tutti argomenti che mi cadevano nell'animo come frecce smussate".
Nel 1956 Felice Tantardini ritorna in Italia
dalla Birmania, per curarsi i piedi e per l'unico breve periodo di vacanza in
patria in 69 anni di missione. A Introbio gli dicono che la ragazza che avrebbe
dovuto sposare è morta da poco e non aveva contratto alcun matrimonio.
A 23 anni Tantardini entra nel Pime (settembre
1921)
Il 20 settembre 1921 Felice Tantardini entra nella casa madre del "Seminario lombardo per le missioni estere" in via Monterosa a Milano (2), accolto dal superiore padre Armanasco con molta cordialità: "Dì un po', hai pianto stamane nel lasciare la tua mamma, nevvero?". Dopo due settimane lo trasferisce nel seminario di Monza, dove bisognava fare anche lavori di fabbro. Mancavano però gli arnesi. Felice chiede il permesso di andare a casa per procurarsi i suoi ferri lasciati in officina. Arriva al paese verso sera, proprio mentre la gente usciva di chiesa. "E' tornato Lice! E' tornato Lice!" (così lo chiamavano) e la voce corre per tutte le case del paese. Povero novizio! Tutti pensavano che la sua era una vocazione lattemiele, svanita al primo incontro con l'Istituto.
"Forse anche la mamma ha qualche sospetto e mi chiede la ragione di questa improvvisa venuta e se sono contento della scelta fatta".
Al sentire che il suo Felice non solo è
contento ma veramente felice, incomincia a fargli domande, su quello che succede
là dentro, che cosa fa, che cosa mangia, ecc. La sorellina pure pone le domande
più curiose. Il giorno dopo è domenica, Felice si reca in chiesa per la messa
e poi non può sottrarsi alle tante domande curiose con cui l'assalgono. In
particolare ragazzi e ragazze insistono per sapere che cosa l'aveva spinto a
farsi missionario. Felice semplicemente risponde: "Tale è la volontà del
Signore e a Lui bisogna obbedire".
Il giorno dopo ritorna a Monza con la cassetta
degli attrezzi da fabbro e tra un lavoro e l'altro vi resta in tutto 10 mesi.
L'unica vera crisi di vocazione che Felice Tantardini ha sperimentato la
racconta lui stesso. Il padre spirituale del seminario filosofico, p. Virginio
Rivellini (già missionario in Cina), ogni mattina dettava la meditazione ai
chierici, ai quali si associava anche Felice. Le prediche erano sempre intonate
a rigore e battevano di preferenza sulla vocazione missionaria, che dev'essere
sincera e non fittizia.
"Una mattina questo tema toccò il colmo.
Senza tanti preamboli, il padre disse chiaro che chi non aveva la vocazione
doveva far fagotto e non stare nell'Istituto a mangiare a ufo il pane della
carità. Da allora io non ebbi più pace. Il pensiero di ingannare i superiori
era per me un delitto imperdonabile. Conclusi che se avessi dovuto lasciar
l'Istituto, lo avrei ricompensato con i risparmi del mio lavoro per il vitto che
mi aveva dato nel tempo di cui ero stato membro. Comunque, decisi di andare a
consultare il detto padre spirituale, che era anche mio confessore.
Appena gli fui davanti mi chiese che cosa
volevo. Gli esposi la mia ansietà di sapere se l'avevo o no questa benedetta
vocazione missionaria, essendo essa una cosa che non si vede e non si tocca. Lui
mi domandò come e quando mi era venuto il pensiero di farmi fratello
missionario, e se avessi mai avuto anni addietro qualche velleità di farmi
prete o frate. Gli raccontai la semplice storia della mia recente vocazione,
senza precedenti di altre velleità. Stette un po' a riflettere, e mi disse:
"Tira avanti, poi vedremo". Parole che non erano la esplicita e piena
assicurazione che mi aspettavo. Ma né allora né poi osai chiedere altro e,
nonostante che il mio cuore anelasse con tutta la sua forza a essere
missionario, tuttavia dovetti rassegnarmi a restare su questo punto con un'ombra
di dubbio.
Dopo sei mesi da quel giorno partii per le
missioni e nessuno più mi parlò di vocazione missionaria. Sento però di
averla sempre avuta e che, dopo 50 anni di vita missionaria, il buon Dio non me
l'ha ancora ritirata la mia bella vocazione, e spero che vorrà lasciarmela fino
alla morte".
Il 24 giugno 1922 riceve dallo stesso superiore
generale, padre Giuseppe Armanasco, la veste talare. Felice era contento della
cerimonia e di quel segno della sua consacrazione; ma indossare la veste era per
lui una vera penitenza, specie salendo e scendendo le scale. Per fortuna la
doveva solo portare in chiesa e in comunità, nel lavoro ne poteva fare a meno.
Il padre superiore poi gli dice alla presenza
di tutti: "Voglio mandarti presto in missione; quindi scrivi alla mamma che
ti prepari un buon corredo". I chierici protestano in coro: Felice dopo
dieci mesi è destinato alle missioni mentre loro devono attendere tanti anni?
Padre Armanasco replica: "Fate anche voi il fabbro come fratel Felice e
manderò anche voi presto in missione".
Fratel Tantardini è destinato alla missione di
Toungoo in Birmania. Il 15 agosto 1922 si svolge la funzione di partenza e pochi
giorni dopo distribuiscono ai partenti i passaporti vidimati con il visto per
l'ingresso in Birmania. Ma quello di Felice non si trova: l'hanno perso! Un
missionario anziano gli dice:
"Buon segno! E' il diavolo che ci mette la coda per impedirti di partire!".
Infatti l'incidente si risolve subito. A Felice sono concessi 15 giorni da passare a Introbio, in famiglia, prima della partenza.
"All'ultimo giorno mi levai alle tre del mattino, dovendo trovarmi a Lecco alle sei per prendere il treno. La mia cara mamma volle preparare una tazza di caffè, l'ultima che prendemmo assieme: allora partire per le missioni voleva dire andare e non tornare più. Poi in ginocchio le chiesi la benedizione e dissi con un nodo alla gola: Arrivederci in Paradiso!''. Che momento! Solo il buon Dio può misurare questi dolori. Mio fratello e la mia sorellina mi accompagnarono fino a Lecco e vollero portare loro il pacco dei miei indumenti (andavano a piedi, n.d.r.). Prima di salire sul treno che mi portava a Milano li abbracciai e la ferita al cuore, ancora fresca e sanguinante, ebbe un altro strappo".
[2]
Il Pime è nato il 31 luglio