PICCOLI GRANDI LIBRI  Piero Gheddo
IL SANTO COL MARTELLO
Felice Tantardini
70 anni di Birmania

  STORIA E VITA MISSIONARIA

EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

I - Prigioniero nella prima guerra mondiale
Forte educazione cristiana in famiglia - Fame e gelo nel tempo della prigionia - "Me la sono cavata essendo piccolo e asciutto" - Evasione da un campo di concentramento - In fuga da Jugoslavia e Bulgaria verso la Grecia - Come nasce in Felice la vocazione missionaria - Promesso sposo suo malgrado - A 23 anni Tantardini entra nel Pime (settembre 1921).

II - In missione tra i cariani della Birmania orientale ....
III - I primi passi nella vita missionaria Leikthò e Kalaw (1922-1933)
IV - Nella tragedia della seconda guerra mondiale
V - Ricostruire dopo la guerra
VI - A 85 anni Felice va in pensione
VII - Quando nasce la "fama di santità" di Felice
VIII - La vita eroica di fratel Felice
IX - Testimonianze su fratel Felice
X - Come ricordano il fabbro di Dio  

PREFAZIONE

Si avvicinano lentamente, con timidezza, mi guardano e si guardano attorno alla ricerca di qualcuno che possa farmi capire. Sono due donne e un uomo che sembrano venire dalla montagna. Sto aspettando Mons. Gobbato e P. Noè che mi condurranno a Pyah Phew a visitare il centro di accoglienza per handicappati gravi, non lontano da Taunggyi. Quando arrivano, i tre si rasserenano, e spiegano in lingua Akhà perché sono venuti: hanno sentito dire che andiamo alla tomba di Fr. Felice Tantardini, ci affidano due corone del rosario e un fazzoletto, perché li deponiamo sul tumulo e poi li riportiamo a loro. Li terranno come reliquie preziose.
Non ho mai incontrato Fratel Felice, ma da molti anni ne sentivo parlare, avevo letto la sua breve e simpatica autobiografia "Il fabbro di Dio", ricordavo le poche fotografie di quell'ometto arruffato e sorridente. Era quasi una mascotte per le nostre travagliate missioni in Myanmar, leggendario per la sua pipa, la sua obbedienza, la capacità di lavorare instancabilmente, lo humour.
Mai però avrei pensato che si potesse aprire una causa di beatificazione per lui!
Furono i confratelli del Myanmar a suggerire l'idea, e lo fecero in un modo strano'', tipico dello stile schivo e pratico dei nostri missionari. Si stava iniziando la causa di beatificazione di P. Clemente Vismara, e naturalmente si chiese il loro parere e la loro testimonianza. La risposta fu chiara: d'accordo per P. Clemente, ma allora vogliamo che si faccia anche per Fratel Felice, anzi, vogliamo prima lui!
In realtà P. Clemente è partito prima, e la tappa diocesana del processo è già conclusa. Non credo che i due confratelli in Paradiso si siano tolti il saluto per questioni di precedenza, però penso che la risposta immediata e spontanea di chi li ha conosciuti bene sia illuminante: Fratel Felice è una persona che fa subito pensare alla santità, un santo "simpatico" su cui nessuno ha dubbi perché ha vissuto le virtù più difficili e nascoste in modo così profondo e spontaneo da renderle evidenti, solari.
Insieme con il giudizio sicuro dei confratelli, mi ha persuaso la devozione della gente, vista in tanti episodi semplici come quello narrato all'inizio.
Viaggiando in Myanmar mi sono accorto che davvero quest'uomo ha lasciato una traccia. Lo ricordano, lo pregano, ne raccontano gli aneddoti, si sentono accompagnati da lui soprattutto nelle loro pene e nelle loro fatiche - che sono tante!
La povera gente lo sente vicino, ma anche le persone istruite, i preti, i vescovi, perché hanno memoria di come fosse vicino a tutti. Ricordano bene che negli ultimi anni della sua vita, quando le lunghe ore di lavoro furono sostituite dalla preghiera, promise a tanti che _ una volta in Paradiso _ li avrebbe aiutati ancora di più. E poiché Fratel Felice manteneva le promesse, ora ne approfittano, sicuri che non li tradirà!
Noi che apparteniamo ad una Chiesa antichissima, e che abbiamo un calendario ricco di santi e beati di ogni tipo, forse non ci rendiamo conto di quanto sia importante e significativo, per una Chiesa giovane e piccola come quella del Myanmar, avere i suoi santi. La fede si trasmette da persona a persona, è dono di Dio da accogliere nella propria libertà, ma è anche "tradizione" , passa di bocca in bocca e di cuore in cuore. I fondatori di una Chiesa sono considerati i pilastri portanti con l'esempio della loro fede, anche se non sono santi in senso stretto, canonico. Sono i "padri" e le "madri" di quella Chiesa particolare; le loro tombe sono ben custodite e venerate. Se poi qualcuno fra loro viene ufficialmente proclamato Beato, e Santo, allora i cristiani si sentono più saldamente poggiati sui doni di Dio, più uniti attorno a figure note e amate, protetti dalla loro intercessione.
Per questo ho caldeggiato e appoggio con molta convinzione la ricerca sulla vita di Fratel Felice, e la sua Causa di beatificazione. Sono convinto che sia santo, e che si possa giungere ad averne le prove che la Chiesa giustamente chiede per proclamarlo tale; e sono convinto che se arriverà ad essere posto sugli altari ciò sarà di grande aiuto all'evangelizzazione in Myanmar.
Ho chiesto all'Arcivescovo di Taunggyi, mons. Matthia U Shwe, che sia la sua arcidiocesi a farsi avanti in prima persona per questa causa. Anche se ancora non hanno persone preparate nella ricerca storica, esperte nel diritto, la fatica di procedere su un terreno per loro sconosciuto non sarà sprecata. La diocesi di Milano e il PIME aiuteranno volentieri, ma è importante che questo piccolo grande lavoratore sia presentato dalla Chiesa a cui ha donato tutta la vita e tutte le energie, e che questa Chiesa lo senta sempre come suo: venuto da lontano, ma diventato fino in fondo uno di loro, e per loro ora intercessore e protettore.  

P. Franco Cagnasso
Superiore generale del PIME

 PRESENTAZIONE  

Tiziano Terzani vive da una trentina d'anni in vari paesi dell'Asia (Cina, India, Giappone) come corrispondente di giornali europei ed ha visitato tutto il continente asiatico. Egli racconta in uno dei suoi libri (1) come ha conosciuto suore e missionari italiani in Birmania. L'incontro più commovente è con le cinque suore di Maria Bambina che sopravvivono a Kengtung: la più anziana (Giuseppina Manzoni, 90 anni) era andata in Birmania nel 1929, la più giovane nel 1935 (Vittorina Ongaro, 86 anni). Terzani si commuove sentendo i racconti di queste donne anziane, ma ancora piene di vita, che non hanno visto l'Italia da più di cinquant'anni, e scrive:

"La loro, e quella della missione cattolica di Kengtung, è una di quelle belle storie che si è persa l'abitudine di raccontare. Specie sui giornali. Forse è perché i protagonisti sono gente fuori dell'ordinario e il mondo d'oggi sembra più interessato a glorificare il banale e ad esaltare personaggi comuni con cui tutti si possono identificare".

Terzani poi continua raccontando la visita a Taunggyi, dove ha conosciuto due missionari del Pime.

"Incontrai a Kalaw padre Angelo Di Meo, che aveva giusto celebrato i suoi sessant'anni di missione. Era sanissimo e sveglio, ma non voleva tornare in Italia neppure per una breve visita. Sapeva che, se avesse lasciato la Birmania , le autorità di Rangoon non gli avrebbero mai più dato un visto per tornare. E' ancora lì. A Taunggyi incontrai fratel Felice Tantardini, conosciuto da tutti come Il fabbro di Dio''. Era arrivato in Birmania nel 1922 da un villaggio vicino a Como e aveva fabbricato tutte le finestre, le lanterne, le vetrate, i candelabri e le croci di tutte le chiese degli Stati Shan".

Così Terzani conclude il suo racconto:

"Bei personaggi, gente con una tenacia che oggi pochi sembrano avere, distratti come si è da mille impegni e, in fondo, non impegnati più in nulla. Questi erano personaggi con una sola idea, ma quella era ferma, sicura. Era anche gente con poche scelte e forse proprio per questo la scelta che facevano era più dura e, in fondo, più felice.
A nascere all'inizio del secolo in una famiglia di contadini poveri, a Cernusco (2) o altrove in Italia, uno non poteva sognarsi la luna, le sue scelte erano estremamente limitate e con ciò aveva un "destino". Oggi le alternative di ciascuno sono molte di più, la mobilità sociale ha aperto a tutti la possibilità di aspirare a qualsiasi cosa, ma con ciò nessuno è più "predestinato" a nulla. E' forse per questo che la gente è sempre più disorientata e incerta sul senso della vita.
A Cernusco, oggi, i bambini non muoiono più come le mosche e nessuno alla domanda: "E tu, cosa vuoi fare da grande?" risponderebbe: "Il missionario in Birmania". Ma la loro vita ha oggi più senso di quella dei bambini che un tempo potevano rispondere così? Le suore di Kengtung e i missionari di Taunggyi non avevano alcun dubbio sul senso della loro".

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La biografia di Felice Tantardini (1898-1991) si inquadra in questa visione dei missionari, "gente fuori dell'ordinario" rispetto al nostro mondo che "glorifica il banale", esalta i divi del calcio e della Tv, ma dimentica gli eroi della missione che hanno dato e danno la vita per il prossimo più povero e abbandonato: "Personaggi con una sola idea, ma ferma, sicura".
Le missioni cattoliche, lo posso testimoniare perché le ho visitate sotto tutte le latitudini, hanno una moltitudine di "eroi positivi" come Felice Tantardini da presentare al nostro mondo dell'opulenza e della supertecnologia, ma spesso freddo, arido, umanamente disorientato sul senso della vita e privo della gioia di vivere.
Ci lamentiamo spesso che i giovani mancano di ideali, ma poi diamo loro pochi modelli a cui ispirarsi. Non parlo solo della televisione e dei giornali pieni di frivolezze e banalità, ma di tutti noi, famiglie, scuola, Chiesa, partiti politici, associazioni, gruppi anche "impegnati". Per suscitare entusiasmo nei giovani, infatti, non bastano gli impegni e gli orizzonti limitati come l'ecologia o il commercio equo-solidale; ci vuole un ideale che coinvolga e appassioni tutta la vita; ci vogliono i personaggi del mondo missionario che possono colpire l'immaginazione e toccare il cuore, suscitando il desiderio di imitarli, di seguirli.
Giorgio Torelli ha definito i missionari "straordinari provocatori che non ci lasciano mai tranquilli". Felice Tantardini è uno di questi: ha trascorso quasi 70 anni di missione in Birmania, dando esempi tali di vita cristiana e di dedizione a Dio e al prossimo, che oggi, dice un confratello, "nessuno in Birmania dubita della santità di fratel Felice"; un altro ha detto che non ha fatto nulla di straordinario, ma "è stato straordinario nell'ordinario"; e un terzo scriveva: "Felice tutti lo cercano, tutti lo vogliono!": e non perché fosse un bell'uomo o un intellettuale raffinato (aveva fatto solo fino alla terza elementare!), ma perché era un santo.

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Le biografie dei missionari come Felice vanno non solo lette, ma diffuse, fatte conoscere, regalate, pubblicizzate, portate nelle scuole e nei gruppi giovanili: sono uno dei più efficaci strumenti di evangelizzazione di cui la Chiesa in Italia dispone. Sento tristezza quando il direttore della EMI (Editrice missionaria italiana), padre Ottavio Raimondo, mi dice che la vendita delle biografie dei missionari è crollata.
La crisi di vocazioni è crisi di fede, crisi di ideali e crisi di modelli: la presentazione di un missionario, che ha vissuto una vita donata a Dio e al prossimo, vale molto più, per suscitare vocazioni missionarie, di ragionamenti e spiegazioni sulla vocazione. Non si tratta anzitutto di insegnare una dottrina, né di fare dotte citazioni teologiche, né di dare sapienti spiegazioni esegetiche della Parola di Dio, ma di proporre dei modelli, da Gesù Cristo in giù. Un giovane consacra la sua vita alla missione non anzitutto perché ha sentito un bel ragionamento o una intelligente intuizione teologica, ma perché si è commosso incontrando un missionario, una missionaria, perché è pieno di ammirazione per una vita donata a Dio e al prossimo. Dio chiama anche oggi numerosi ragazzi e ragazze alla vita missionaria consacrata, ma mancano modelli forti da imitare.

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Fratel Felice Tantardini rappresenta bene una categoria di missionari (un tempo si chiamavano "fratelli coadiutori" e oggi "missionari laici a vita") che nel nostro tempo meritano maggiori attenzioni. Chi è in contatto col mondo giovanile sa che oggi sono in crescita i giovani che aspirano a donare la vita alla missione della Chiesa, ma non hanno nessuna intenzione di diventare sacerdoti.
Il laicato cattolico internazionale registrò una forte crescita negli anni settanta e ottanta; oggi, per vari motivi (soprattutto per la quasi scomparsa degli aiuti governativi), è in diminuzione (3). I laici missionari consacrati a vita negli istituti missionari stanno invece conoscendo una nuova vitalità e crescita, come sperimenta il Pime anche nelle associazioni di laici per le missioni a lui collegate (si veda il capitolo VII di questo libro).
Felice è un modello di laico consacrato alle missioni, nei molti aspetti illustrati in questo libro, ma soprattutto per la sua santità autentica, come testimoniano tutti coloro che l'hanno conosciuto. Il card. Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, ha scritto che (4):

"Ogni santo, oltre ad essere un capolavoro della grazia, ci muove a lodare il Dio capace di suscitare nella nostra terra polverosa questi esempi di splendida umanità... L'esistenza di ogni santo è dunque in qualche modo una piccola rivelazione che - senza aggiungere niente di nuovo alla grande Rivelazione che ha trovato il suo definitivo compimento nella venuta tra noi del Figlio di Dio crocifisso e risorto - ci facilita per qualche aspetto la comprensione di ciò che il Padre celeste vuol dire ai suoi figli. Ogni santo, nella sua avventura terrestre, è dunque portatore di alcune verità fondamentali: ricordarlo e venerarlo significa prima di tutto cercare di capirlo in questo suo speciale valore".

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Quando ho iniziato a raccogliere materiale ed a scrivere questo libro su Felice Tantardini, morto a 93 anni nel 1991, dopo 69 anni di missione in Birmania (un solo ritorno in Italia nel 1956 per pochi mesi), un confratello mi ha detto: "Non fermarti a illustrare i missionari del passato, guarda ai modelli nuovi, del nostro tempo, che ci sono guida anche per il futuro".
Io credo che Felice, attraverso la sua vita narrata in queste pagine, voglia dirci soprattutto questo: la missione cambia, ma in fondo rimane sempre la stessa. Non solo perché, come dice l'"Ad Gentes" (n. 6), il compito missionario rimane "uno e immutabile in ogni luogo e in ogni situazione, anche se in base al variare delle circostanze non si esplica allo stesso modo"; ma anche perché Felice Tantardini è esemplare per i missionari di qualsiasi luogo e tempo, in quanto riproduce in qualche modo la vita del primo missionario, Gesù Cristo: preghiera, adorazione, amore, servizio, spirito di sacrificio, misericordia, donazione agli ultimi...
In un'epoca di rapida transizione come la nostra, in cui vi sono situazioni continuamente nuove che richiedono prontezza di adattamento e cambi radicali di metodi, di linguaggio, di forme organizzative e culturali, vi è il pericolo, anche nella stampa e nell'animazione missionaria, di mettere talmente l'accento sulle novità della missione, da far dimenticare che è molto più quello che ci unisce alla tradizione ecclesiale e missionaria, di quello che ci divide. Lo "spirito missionario" dei pionieri della missione, com'è Felice Tantardini, è assolutamente valido ancor oggi, perché è lo Spirito di Cristo, senza del quale, dice la "Evangelii Nuntiandi" (n. 75), "i più elaborati schemi a base sociologica o psicologica si rivelano vuoti e privi di valore (per l'evangelizzazione)".

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Questo volume documenta ampiamente (vedi i capitoli dal VII al X) che subito dopo la morte Felice Tantardini già godeva di una solida "fama di santità" sia in Birmania che in Italia, nata dall'eroismo dei suoi quasi 70 anni di missione.
Da questo coro comune sulla santità di Felice, senza alcuna voce contraria, è sorta la sua "causa di canonizzazione", che si è rapidamente affermata sia in Birmania che a Introbio, come pure fra i missionari del Pime. Posso testimoniare che quando nel 1993 si sono fatti i primi passi per la beatificazione di padre Clemente Vismara (morto il 15 giugno 1988 a Kengtung a 91 anni, dopo 65 anni di Birmania), come postulatore di questa causa ho ricevuto diverse lettere di missionari della Birmania (ancora sul posto o già al lavoro in altre missioni), che dicevano: va bene Vismara, ma ricordati che Felice Tantardini, secondo noi, non è certamente secondo a Clemente sulla via della santità.
Intanto lo Spirito stimolava iniziative che facevano sempre più conoscere e venerare "Il santo col martello" e preparavano l'apertura del processo di canonizzazione per Felice:
- la ristampa de "Il fabbro di Dio" da parte del Pime di Napoli nel 1994 (dopo la prima edizione nel 1972) e la pubblicazione di molti articoli su riviste e giornali in Italia;
- la circolare dell'arcivescovo di Taunggyi, mons. Mattias U Shwe, ai preti, suore e laici di Taunggyi, con l'invito a raccogliere testimonianze sulla santità e le grazie ricevute attraverso l'intercessione di fratel Felice (1994);
- la pubblicazione dell'opuscolo "Brother Oo Maung Than Chaung", da parte dell'arcivescovo di Taunggyi nel 1995 (vedi il capitolo IX);
- la stampa e ristampa di immaginette, con una reliquia di fratel Felice e un'apposita preghiera, da parte del parroco di Introbio don Cesare Luraghi (1995);
- e finalmente nel 1998, dopo scambi di visite e di lettere, l'arcivescovo di Taunggyi e il superiore generale del Pime, p. Franco Cagnasso, si accordano per iniziare la causa di canonizzazione, di cui questo volume è la prima conseguenza (5).

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Nell'anno 1999 l 'arcivescovo di Taunggyi ha nominato postulatore della causa di Felice il padre Angelo Tin ed ha avviato i passi per aprire il "processo diocesano". Nel gennaio 2000 il Pime ha incaricato il padre Ciro Biondi, missionario in Papua Nuova Guinea in vacanza in Italia, di recarsi in Birmania per prendere contatto con l'arcivescovo di Taunggyi e padre Tin e aiutarli nei contatti con la congregazione dei santi e nella preparazione dei documenti necessari. Padre Biondi ha inoltrato presso la congregazione la domanda ufficiale del permesso per iniziare la causa. Ritornato nella sua missione in Papua, il Pime ha incaricato padre Piero Gheddo di continuare questa assistenza al postulatore padre Angelo Tin.
L'incaricato delle cause dei santi dell'archidiocesi di Milano, don Ennio Apeciti, che s'è già recato in Birmania per la causa di Clemente Vismara a interrogare sul posto i testimoni (e in Brasile per la causa di Marcello Candia), ha dichiarato la sua disponibilità a ritornare in Birmania per il processo diocesano che dimostri la fama di santità e l'eroicità delle virtù di fratel Felice Tantardini.
Il cammino di questo piccolo e grande missionario laico verso la santità riconosciuta dalla Chiesa incomincia dunque nel migliore dei modi. In Birmania la devozione verso fratel Felice è già diffusa in varie diocesi. In Italia, soprattutto a Introbio, nei paesi della Valsassina ed a Lecco. Ora si apre il tempo della preghiera e dell'"animazione missionaria" per far conoscere, pregare e imitare il servo di Dio Felice Tantardini ad un numero più vasto di fedeli: le cause di canonizzazione si fanno per proporre dei modelli al popolo cristiano.
Ecco la preghiera che recitiamo, composta dal parroco di Introbio don Cesare Luraghi:

Signore Gesù, che hai voluto essere chiamato "figlio del fabbro" e tu stesso "fabbro", glorifica il tuo servo fratel Felice, che ha scelto per sé il nome di "fabbro di Dio". La semplicità della sua vita, la sua dedizione al servizio dei piccoli e dei poveri, il suo impegno nella fatica quotidiana vissuta in unione con la tua vita nascosta a Nazareth, siano per noi esempio e sprone perché sappiamo offrire il nostro lavoro quotidiano come sacrificio spirituale a te gradito, sospinti da una tenera devozione alla "cara Madonna", tua e nostra Madre, che ha sostenuto lui in tutte le fatiche della sua vita missionaria.
Glorifica il tuo servo Felice con quella gloria con la quale tu sei stato glorificato dal Padre, poiché egli, a tuo esempio, ha consacrato la sua vita a servizio dei fratelli. E donaci questa grazia che ti chiediamo per sua intercessione. Amen.


La causa di canonizzazione richiede la ricerca di una vasta documentazione sul "servo di Dio" Felice Tantardini. Già si sono raccolte, per comporre questa biografia, molte lettere di Felice. Chi ne avesse altre, mandi per favore fotocopia a p. Piero Gheddo (vedi indirizzo alla pagina seguente).
Sento il dovere di ringraziare la sig.na Lucia Sozzi, che per lunghissimi anni è stata a fianco di don Aldo Cattaneo nella fondazione e conduzione del "Laboratorio missionario Beato Giovanni Mazzucconi" di Lecco, per aver donato all'Archivio generale del Pime a Roma le migliaia di lettere di missionari che il Laboratorio aveva raccolto nei suoi primi 50 anni di attività: 67 sono di fratel Felice Tantardini!
Finora sono in possesso di circa 400 lettere di Felice (in originale o in fotocopia), che ho utilizzato poco per questa biografia, anche per non rendere il volume troppo... voluminoso. Fra un anno o due si potrà pubblicare un altro volume con le lettere più significative di Felice.
Per chiedere immagini di fratel Felice scrivere a: Don Cesare Luraghi, parroco di 23815 Introbio (Lecco) - Tel. 0341.98.06.50.
Per chiedere libri su fratel Felice e comunicare le grazie ricevute scrivere al sottoscritto.

Padre Piero Gheddo
(e-mail: gheddo.piero@pime.org )

 NOTE

(1) Tiziano Terzani, "Un indovino mi disse", TEA (Tascabili degli Editori Associati), Milano 1998, pagg. 75-80.
(2) Cernusco sul Naviglio, paese natale di suor Giuseppina Manzoni, in provincia di Milano.
(3) In Italia vi sono 52 organismi di volontariato internazionale cattolico federati nella Focsiv (Federazione organismi cattolici di servizio internazionale volontario). A metà degli anni ottanta questi organismi avevano più di 2.000 laici in azione, nel 1999 erano 516 (303 uomini e 213 donne), di cui solo 218 con contratto registrato presso il Ministero degli Esteri.
Negli anni ottanta, quando la "cooperazione italiana" del Ministero degli esteri finanziava i progetti di sviluppo nei paesi poveri, partivano 700-800 volontari italiani l'anno (850 nel 1986, 703 nel 1987); nel 1996 sono partiti 362 volontari degli organismi della Focsiv, 430 nel 1997, 437 nel 1998. Nel quadro dell'Europa comunitaria, l'Italia, in rapporto al numero dei suoi abitanti, è il paese che ha meno volontari (di organismi cattolici o non cattolici) nei paesi poveri del "terzo mondo".
(4) Giacomo Biffi, "La meraviglia dell'evento cristiano", Piemme 1995, pag. 366.
(5) Ringrazio suor Franca Nava, missionaria dell'Immacolata e mia segretaria a Milano, per aver trascritto al computer tutte le lettere e gli altri documenti su fratel Felice, di cui siamo venuti in possesso. E ringrazio Bruno Maggi, grafico di "Italia Missionaria", per l'inserto fotografico, le due cartine geografiche e la bellissima copertina del libro.

   

 

I

PRIGIONIERO NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

 La storia che qui raccontiamo ha il sapore dei "fioretti" di san Francesco: lo stesso profumo di Vangelo, le stesse "beatitudini" che secondo la logica umana sembrano pazzia, ma nella luce della fede danno serenità, pace e gioia del cuore.
Come sono belle, e misteriose, le avventure dello Spirito Santo! Pensate un po': fratel Felice Tantardini del Pime, classe 1898, titolo di studio terza elementare, morto nel 1991 a 93 anni, 70 dei quali passati nelle foreste e sui monti della Birmania facendo il fabbro, il falegname e mille altri umili mestieri, è sulla via per diventare beato e santo della Chiesa universale.
La gente birmana infatti, poi l'arcivescovo di Taunggyi, mons. Matthias U Shwe, e il superiore generale del Pime, padre Franco Cagnasso, hanno deciso di avviare la sua causa di canonizzazione. Anche il parroco di Introbio (Lecco), don Cesare Luraghi, ha chiesto a nome del suo popolo di iniziare il processo canonico per la canonizzazione di Felice Tantardini. Molti pregano questo umile e grande missionario laico, a Toungoo, Taunggyi, Loikaw, in varie parti della Birmania; come pure a Introbio, nella Valsassina e fra gli amici delle missioni e del Pime. Lo pregano perché per sua intercessione ottengono da Dio le grazie che chiedono.
Il Pime in Birmania ha avuto, dal 1868 ad oggi, circa 150 missionari in grande maggioranza sacerdoti (otto vescovi), fra i quali non pochi si sono distinti per santità, scienza, vari carismi: esploratori, costruttori, portatori di pace fra tribù in guerra, fondatori di Chiese locali, cinque sono stati uccisi e li consideriamo martiri; i vescovi del Pime in Birmania erano figure carismatiche e alcuni di essi ancor oggi considerati santi dalla loro gente: Eugenio Biffi, Tancredi Conti, Rocco Tornatore, Emanuele Sagrada, Alfredo Lanfranconi, Erminio Bonetta, Ferdinando Guercilena, Giovanni Battista Gobbato. Ma per dare alla Birmania un nuovo beato e santo, dopo la causa di canonizzazione di padre Clemente Vismara (iniziata nel 1996), si è scelto fratel Felice: secondo la logica umana l'ultimo o il penultimo dei 150!

Forte educazione cristiana in famiglia

"Nacqui a Introbio, villaggio della provincia di Como (oggi di Lecco, n.d.r.), sesto di otto figli. Mi disse mia madre che, nel mandarmi al battesimo, non sapeva che nome impormi e lo domandò alla levatrice, la quale senz'altro suggerì il nome di Felice. Questo nome mi fu dato e con questo anche oggi tutti mi chiamano... Io sono grato a quella buona donna per un tale nome, che esprime l'ideale della mia vita: sforzarmi di essere felice, sempre e ad ogni costo, ed essere intento a far felici gli altri".

Così incomincia l'autobiografia di Felice Tantardini, "Il fabbro di Dio", scritta dallo stesso negli anni cinquanta, per ordine di mons. Alfredo Lanfranconi, suo vescovo a Toungoo (1).
Introbio, principale paese della Valsassina con circa 1500 abitanti, una torre medioevale e tipica produzione di formaggio; a 586 metri sul livello del mare, per il clima è considerato luogo di villeggiatura estiva. Felice era figlio di Battista e Maria Magni. Frequenta la scuola del paese, che allora arrivava solo alla terza elementare, e fu sempre promosso con i massimi voti in tutte le materie. La sorella maggiore e la mamma si prendevano cura di lui anche in questo. Lo seguivano in tutto, persino nella calligrafia. La mamma guardava spesso i quaderni dei figli.

"Finita la terza elementare, la mamma volle che la ripetessi, tanto per farmi acquistare un po' più di istruzione".

A 10 anni Felice, terminata la scuola, incomincia a lavorare da fabbro col fratello maggiore per sette anni. Quando ha 13 anni rimane orfano del padre, morto tragicamente in un'alluvione che travolge l'officina elettrica in cui stava lavorando.

"La mamma, "donna forte" - racconta Felice - non si lasciò abbattere dall'inattesa sciagura. A costo di sacrifici che solo il Signore ha potuto registrare nel libro d'oro della sua vita, dimentica di se stessa e sollecita solo di noi suoi figli, ci sorresse e ci temprò con fortezza e amore. Oh quanto ringrazio il Signore di avermi dato una tale madre!".

Felice racconta lui stesso un caso di come mamma Maria educava i suoi figli. Quando aveva circa 11 anni, tornando dal lavoro e passando di fianco ad un campo di granoturco vede delle belle pannocchie quasi mature e non resiste alla tentazione di prenderne una.

"Arrivato a casa con la mia pannocchia in mano, la mamma mi chiede:
- Dove hai preso quella pannocchia?
- L'ho presa nel campo di...
- Immediatamente vieni con me!
disse la mamma con cipiglio risoluto. E mi condusse dalla famiglia del padrone di
quel campo. C'era in casa solo la moglie.
- Comare, disse la mamma, questa pannocchia appartiene a voi, è stata presa dal vostro campo. Riprendetevela.
Dicendo così, me la tolse di mano e gliela porse. Quella buona donna si schermiva:
- Ma no, Maria, non fa niente. E' cosa da poco. E poi, si sa, i ragazzi sono sempre ragazzi!
Ma la mamma fu irremovibile:
- Niente affatto. E' cosa che non si doveva fare. Deve imparare a non rubare!
Oh quanto ringrazio il buon Dio di avermi dato una tal madre!".

Racconti di questo genere ci riportano alla vita com'era un secolo fa, quando non esistevano tanti divertimenti e distrazioni. Felice racconta:

"Era una vita molto semplice. Lavoro, cena, poi via a giocare sul sagrato della chiesa con i miei coetanei. Sull'imbrunire a casa. La mamma e le quattro sorelle facevano circolo, sedute, attorno alla lampadina elettrica in mezzo alla cucina, chi cuciva a mano e chi sferruzzava. Io dovevo leggere ad alta voce qualche libro: Fabiola, I promessi sposi, Tutto per Gesù, romanzi d'avventure e altri libri, che il parroco di un paese vicino aveva regalato a mio padre, erano la delizia di quelle nostre quiete serate. Quest'abitudine formò in me una bella qualità, l'amore ai libri. Alle 21, recita del rosario in comune. Finito il rosario, a letto.
Non dimenticherò mai la raccomandazione di mia madre: Ricordatevi, figliuoli, di non tralasciare mai le vostre preghiere per quanto brevi e non mettetevi a dormire come i cani''. Quest'esortazione materna mi è sempre risuonata nell'animo, spronandomi ad essere fedele alle preghiere della sera in qualsiasi luogo io fossi, solo o in compagnia, anche durante la vita militare e la prigionia".
 

Fame e gelo nel tempo della prigionia  

Nel 1915 incomincia la prima guerra mondiale. Felice Tantardini ha 17 anni e trova lavoro a Genova-Sampierdarena, alle tornerie dell'Ansaldo. Richiamato alle armi, viene esonerato dal servizio militare perché dipendente di un'industria a servizio delle forze armate; ma dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917), tutti gli operai della classe 1898 sono arruolati e inviati ai reggimenti nuovi, che si stavano rapidamente costituendo per fermare l'avanzata nemica: "carne da cannone", come si dice delle truppe mandate allo sbaraglio con la sicurezza di essere sterminate. Infatti, dopo due mesi d'istruzione sommaria, nel gennaio 1918 il fante Tantardini è inviato in prima linea e, dopo soli due giorni,

"con sessanta miei compagni, esposti come esca ai tedeschi per attirarli sotto il fuoco delle nostre artiglierie, fummo fatti facilmente prigionieri".

Incomincia per Felice la lunga avventura di prigioniero di guerra, una scuola di vita che lo tempra a tutte le privazioni e fatiche. Se ne ricorderà molte volte in Birmania!
Nelle lunghe pagine del suo libro "Il fabbro di Dio", in cui ricorda l'anno e mezzo di prigionia e di fuga dalla prigionia, il tema quasi unico è il cibo e la fame, i pochi vestiti e il freddo. Felice Tantardini non sa niente della guerra o della politica mondiale, non ha più contatti con i suoi cari, a volte perde la nozione del tempo e del luogo in cui si trova. Cerca solo di sopravvivere, lavorando, pregando, con una grande fiducia nella Provvidenza. Viene spostato da un campo di lavoro all'altro e ovunque le condizioni di vita sono quasi sempre le stesse:

"Vitto giornaliero un piccolo tozzo di pane, tanto per non morire d'inedia... Vi faceva un freddo cane e noi eravamo malvestiti, senza coperte né altro. Avevamo per cibo un mestolo d'acqua calda, sporca di farina, uno al mattino e uno alla sera. A quanto sembrava, eravamo condannati a morire di freddo e di fame".

Felice se la cava perché "più un ragazzo che un uomo", scrive, quindi con minori esigenze di altri alti e robusti, e soprattutto perché fortunato, o meglio, protetto dalla Provvidenza di Dio, che egli pregava continuamente. Se avesse trascorso un anno e mezzo di prigionia in quelle condizioni, sarebbe morto di fame. Invece riesce a procurarsi cibo in vari modi, anche rubandolo a rischio di punizioni feroci. Ma la fame fa accettare tutto, pur di procurarsi qualcosa da mangiare.
Bisogna notare che in genere, nella prima guerra mondiale, i prigionieri dei tedeschi e degli austro-ungarici non erano tenuti rinchiusi in campi di concentramento, ma messi al lavoro a servizio dell'esercito, con una certa libertà di movimento: la fame era il destino comune anche per i popoli e i militari del nemico. E' noto infatti che gli "Imperi centrali" (Germania e Impero austro-ungarico) persero la prima guerra mondiale anche, e forse soprattutto, per l'insufficiente produzione agricola e l'impossibilità di acquistare cibo all'estero. Un esercito e un popolo che mangiano poco e male non possono vincere la guerra!
Tantardini, fatto prigioniero dai tedeschi, è condotto con altri commilitoni a Vittorio Veneto, rinchiusi alcuni giorni in custodia e senza cibo, quindi divisi in vari gruppi; poi viene assegnato alle ferrovie con altri italiani. Vi erano anche soldati russi e non conoscendo la lingua si ingegnavano ad intendersi con la mimica. Quello che colpisce Felice è che questi russi sono molto fedeli alle loro preghiere prima e dopo i pasti, e quando si recano al lavoro. Fa amicizia con uno di loro, che gli procura delle patate: le cuoce in un secchio di ferro sulla forgia, mentre scalda i ferri che deve piegare o battere, e le condivide con i compagni meno fortunati. Dopo alcuni mesi viene trasferito e "finisce la cuccagna". Va a lavorare con le squadre di prigionieri che dovevano togliere i binari della seconda linea ferroviaria da Conegliano a Udine.

"Bisognava caricare un certo numero di vagoni al giorno di questi ferri, che venivano portati in Germania. Lavoro pesantissimo, aggravato dalla scarsezza di cibo, bastante appena a tenere lontana la morte".

"Me la sono cavata essendo piccolo e asciutto"

Tantardini e i compagni sono sempre affamati e la necessità aguzza l'ingegno. A Conegliano formano una "compagnia di mutuo soccorso" per procurarsi un po' di cibo: sono in sedici, Felice, due abruzzesi e gli altri tutti siciliani. Alla sera ritornando dal lavoro, due di loro se la svignavano e durante la notte raccoglievano quello che potevano, poca cosa, qualche pannocchia di granoturco, qualche pugno di farina, e molto raramente un pezzo di pane, e lo scarso bottino veniva consumato in comune, ringraziando il buon Dio della Provvidenza concessa, anche se per così poca cosa rischiavano la pelle.
Incredibile ma vero, un italiano che lavorava in cucina e si nutriva con quanto destinato agli altri poveracci, fa la spia e anche questo misero supplemento finisce; non solo ma i sedici del mutuo soccorso sono trasferiti alla "compagnia di disciplina", che si trovava nei pressi di Gorizia. Trasportati con il treno, scortati da militari armati di fucili e baionette, a Udine si fanno quattro ore di sosta nella sala d'aspetto della stazione.
Felice non perde tempo, fruga nel mucchietto di stracci che trova in un angolo della sala e ricupera un berretto da capostazione, un po' logoro e sgualcito, ma ancora in buono stato: una spolverata e se lo mette in testa, va a pennello e da quel momento sostituisce l'elmetto, troppo pesante da portare. A notte inoltrata arrivano a destinazione. Che desolazione! Vengono spinti in uno stanzone a pianterreno, senz'aria né luce, rigurgitante di prigionieri sdraiati per terra, senza materassi o coperte. I nostri restano in piedi per il resto della notte, non osano muoversi per paura di schiacciare qualcuno di quei poveracci. Le guardie chiudono le porte e piantonano l'entrata non permettendo a nessuno di uscire per qualsiasi bisogno.
Nella "compagnia di disciplina" regna una regola ferrea. I due pasti consistevano di un mestolo di barbabietole poco cotte in acqua abbondante. Per ogni minima trasgressione, erano frustate senza misericordia. Per le colpe di un certo rilievo si veniva rinchiusi in piccole celle ricavate nella parete, di 60 cm . per lato, con un'unica apertura di 15 cm . quadrati sbarrati con ferri a croce, tanto per non morire asfissiati. La cella era chiusa da una robusta porta sprangata. Il disgraziato prigioniero doveva rimanervi per due ore di seguito:

"Io essendo piccolo ed asciutto, potevo trovare un qualche sollievo nell'accosciarmi, ma per uno alto e corpulento come i russi, essere relegato là dentro senza potersi muovere né piegare era come essere sepolto vivo".

Quando uscivano sembravano cadaveri ambulanti, tanto avevano un colorito terreo. Passano 15 giorni in quell'inferno e ormai avevano perso ogni speranza di uscirne vivi, quando gli italiani vengono tirati fuori e scortati dalle guardie si avviano senza sapere dove vanno. Pensavano che li avrebbero fucilati: in quelle condizioni, la morte era sentita quasi come una liberazione. Invece li conducono in un'altra baracca di soli italiani appena catturati, zeppa come sardine in scatola. Al mattino sono intruppati, viene data a loro una pagnottella che avrebbe dovuto durare quattro giorni e caricati su vagoni bestiame diretti a Belgrado.
A Lubiana il treno dei prigionieri si ferma ed è parcheggiato su un binario morto per lasciar libera la linea a un treno militare. Da quest'ultimo scendono i tedeschi che in fila si dirigono alla cucina dove si sta distribuendo il rancio: patate, polenta, carne. Il nostro Felice (come gli altri) ha fame:

"Mi sentivo attanagliato dai crampi della fame. Scorsi il cuciniere che, con un lungo mestolo, stava scodellando ai soldati la fumante polenta e sentii verso di questa una repentina attrazione. Impugnai la gavetta, scesi in fretta, passai sotto il treno militare e in un baleno fui alla cucina. Intrepidamente immersi la gavetta nel pentolone e la ritirai colma della cara polenta. Il cuciniere rimase di stucco davanti a tanta baldanza, per di più in un omino così minuto, e si arrestò con il mestolo per aria, guardandomi in faccia. Senza aspettare che si riavesse dal suo stupore e magari mi infliggesse qualche castigo, me la svignai. Con quanto fiato avevo in corpo, ripassai sotto il treno militare e raggiunsi il mio treno. Mi sedetti trafelato a divorarmi la cara polenta, che tanto mi era costata. La trangugiai ancora scottante e ogni boccone mi scendeva giù come fuoco. Poi cominciai a leccarmi la mano, che aveva riportato una bella scottatura. Riuscii a guarirla in pochi giorni, senza medicine, a furia di leccate".

Evasione da un campo di concentramento

Dopo alcuni giorni, il treno dei prigionieri sosta ancora su un binario morto, vicino ad un campo di patate, una provvidenza che non si poteva lasciar scappare. Con alcuni compagni Felice tenta il tutto per tutto e si fa una mangiata di patate acerbe e crude.

"Era una notte senza luna, ma la fame aguzza la vista. Mentre le guardie sonnecchiavano, scendemmo furtivamente nel campo e ci demmo a prendere patate. Frugavamo ansiosi sotto le tenere pianticelle, ma ahimè, trovammo solo patatine nascenti, grosse tutt'al più come noci. Pulitele alla meglio e con ancora un po' di terra attaccata, ce le cacciavamo in bocca, le masticavamo e giù per forza nello stomaco. Più che i dolori viscerali, che ben sapevamo ci avrebbero colti, poteva il lungo estenuante digiuno".

Si riprende il viaggio e dopo otto giorni i nostri arrivano a Belgrado dove ricevono un trattamento un po' più umano. Sono impiegati come facchini per il trasporto del grano, che dall'interno della Serbia veniva mandato fin là con dei barconi: doveva essere insaccato e posto nei magazzini. A riempire i sacchi pensavano le ragazze serbe, mentre i prigionieri li trasportavano in magazzino. Ragazzotte ben piantate, che facevano molto presto a riempire i sacchi, non lasciavano un momento di respiro e appena il sacco era pieno bisognava portarlo via. I soldati tedeschi non smettevano di pungolarli senza pietà: parole dure e rimproveri.
In seguito viene mandato, con altri 10 prigionieri, in una fabbrica di botti alla periferia della città, assieme ad una decina di bottai serbi. Impara presto qualcosa della loro lingua, che gli sarà molto utile in seguito. Ogni giorno si recano al posto di lavoro, a circa un chilometro di distanza, sempre accompagnati da una guardia armata. A mezzogiorno ritornano a casa per il rancio, indi di nuovo al lavoro fino a sera. Ai margini della strada, spesso, alcune donne consumavano il loro pranzo, venivano dal mercato e le vivande avevano un certo profumino... il pane bianco poi, fatto in casa, faceva venire l'acquolina in bocca ai nostri prigionieri, che se lo mangiavano con gli occhi. Da mesi non vedevano il pane!
Verso la metà dell'ottobre 1918, circa 150 prigionieri italiani e una cinquantina di soldati turchi vengono spediti a Budapest, dove li mettono in una fabbrica di mattoni abbandonata, circondata da un recinto a doppi reticolati, alti più di tre metri. Vestiti di quattro stracci e senza coperte, faceva un freddo terribile. Per cibo il solito mestolo d'acqua calda sporca di farina due volte al giorno. Tra i due reticolati, vigilavano le guardie e di notte lampadine elettriche rischiaravano il passaggio.
Trascorrono così due settimane: "Solo il buon Dio sa come non ci lasciammo vincere dalla disperazione". Felice è forse il più depresso di tutti, non ne può proprio più di quel modo di vivere e un giorno decide di fuggire, ad ogni costo. In un angolo del cortile scopre un vecchio condotto di scolo, momentaneamente asciutto e ricoperto di erba secca, ma sufficiente per tentare di attraversarlo strisciandovi dentro come una biscia. Guarda, studia tutte le mosse e si persuade che è possibile fuggire tanto più che la luce delle lampadine non arriva fin là.

"Quando svelai il mio piano ad alcuni miei compagni, le loro facce smunte e le labbra, nelle quali da tempo era fuggito il sorriso, sembrarono rianimarsi. Certo il rischio era grave e tutto faceva prevedere che la nostra fuga sarebbe stata punita con la morte. Ma questa allora ci appariva piuttosto come una liberazione. Sostenuti dal coraggio della disperazione, decidemmo di tentare la fuga...
Poco prima di mezzanotte, lasciai che la guardia si allontanasse e mi infilai dentro lo scolo. Il cuore mi batteva così forte, da farmi pensare che anche la guardia ne sentisse i battiti. Finalmente sgusciai fuori quatto quatto e raggiunsi il platano convenuto. Era una notte buia come una tana di lupi. Attesi a lungo, finché, uno per volta, arrivarono i miei quattro compagni che avevano preso l'appuntamento. Nessun allarme fu dato. Nessuno, grazie a Dio, se ne era accorto. Sulla strada, ogni tanto passavano carrette con soldati, ma nessuno badava a noi".  

In fuga da Jugoslavia e Bulgaria verso la Grecia  

Comincia così la seconda parte dell'avventura di Felice Tantardini durante la prima guerra mondiale: fuggiasco attraverso i Balcani, da Budapest a Belgrado, a Sofia e fino in Grecia, sempre col problema prioritario di riempire lo stomaco e trovare un posto dove dormire riparandosi dal gelo notturno. Con momenti difficili per il timore di essere scoperti come prigionieri in fuga, ma tutto sommato senza grandi pericoli.
Camminano a marce forzate verso la Grecia , alleata dell'Italia contro gli Imperi centrali di Germania e Austria. Riescono a fare alcuni tratti di strada su un treno e su un camion. Sopravvivono facendo qualche lavoretto, chiedendo cibo ai contadini che vedono ben disposti, rubando nelle case e nei magazzini, cercando patate o barbabietole sotto terra. Dormono per strada, sotto tettoie, nei fienili, in case abbandonate.

"Ci rimettemmo sulla via, con la speranza di trovare in qualche villaggio qualcosa da mettere sotto i denti. Ci accontentavamo di poco, ma anche questo poco raramente potevamo averlo e spesso dovevamo passare la notte a ventre vuoto. Avevamo anche perso la nozione del tempo, non sapevamo più distinguere i giorni della settimana. Ogni giorno facevamo circa trenta chilometri di cammino".

Sulla via verso la Grecia incontrano altri prigionieri italiani fuggiaschi: la guerra si avvicinava al termine e i controlli diminuivano. A volte anche i militari nemici che vedono il piccolo gruppo di fuggiaschi in cui era Felice, non si preoccupano di chiedere loro i documenti. Nella gente comune incontrano persone veramente caritatevoli.

"La popolazione ungherese era buona e anche allora la Provvidenza ci venne incontro. Un gruppo di contadini, reduci dai campi, ci raggiunsero vicino alle prime case del villaggio. Uno di loro ci disse, in tedesco, di seguirlo a casa sua. Lo seguimmo benché con una certa apprensione. Entrati in casa egli accese un bel fuoco, scaldò una pentola di latte e ce ne offrì una ciotola per ciascuno, assieme ad un bel pezzo di pane. Credo che nemmeno la Regina d'Inghilterra abbia mai consumato i suoi sontuosi pranzi regali con tanto appetito come noi quel frugale pranzetto. Quel buon uomo ci condusse poi nel suo fienile, ci augurò la buona notte e ci lasciò dormire tranquillamente. Al mattino ci diede ancora pane e latte. Lo ringraziammo e ripartimmo. Ci sentivamo rinfrancati, come se la vita fosse rifluita in noi".

Le avventure del procurarsi il cibo sono infinite. Ottengono una scatola di marmellata, ma è guasta e procura loro mal di pancia; ricevono in dono uno zaino pieno di zucchero, del pane, una botticella di grappa (e si ubriacano due volte). Felice non manca di notare le circostanze in cui tocca con mano la protezione della Provvidenza. Dopo aver passato la notte in un fienile, gli è rimasto un solo compagno: gli altri erano già partiti nella notte.

"Ci mettemmo in cammino e ci accorgemmo che un magnifico cane pastore ci seguiva a pochi passi, accompagnandoci per circa tre chilometri, quando ci venne incontro un ufficiale serbo, il quale, visto il cane, ci chiese se era nostro. A dire di sì era una bugia lampante. Mi limitai a dire che ci seguiva sempre. Allora ci chiese se volevamo venderlo. Stavolta venne fuori un sì pronto, con una richiesta di cinque dinari (moneta serba). Egli ci diede l'equivalente in corone austriache, per noi ugualmente utili. Strano che il cane si lasciò legare con un fazzoletto al collo e seguì l'ufficiale senza alcuna resistenza. Non potei trattenermi dal vedere in questo incidente la mano della Provvidenza. Arrivati ad un villaggio a sera, potemmo comprarci cinque bei pani d'orzo. Consumatili e cercato un cantuccio al coperto, facemmo appena in tempo a dire qualche Ave Maria, che ci addormentammo.
Il mattino seguente riprendemmo il cammino noi due soli. Non avevamo più cibarie né denaro, ma ciascuno aveva in corpo i due pani e mezzo della sera precedente e con quelli si poteva sperare di fare un'altra giornata di viaggio, senza morire di fame".

Quando Felice passa il confine tra Serbia e Bulgaria ha un colpo di fortuna: con altri compagni riesce a prendere un treno con due vagoni pieni di pecore: arrivano a Sofia, capitale della Bulgaria, dopo aver dormito al caldo fra quegli animali. Scesi dal treno alla stazione di Sofia, ne trovano un altro che sta partendo per destinazione sconosciuta. Lo prendono e quando scendono, si imbattono in militari italiani che li portano al loro campo, dove hanno pane a sazietà! Il giorno seguente salgono su un camion italiano che va verso la Grecia e li porta a Salonicco.  

Come nasce in Felice la vocazione missionaria  

Nel dicembre 1918, quando la guerra mondiale è finita da un mese, Felice Tantardini giunge con alcuni compagni in Grecia e viene ospitato a Salonicco in un campo di raccolta per ex-prigionieri italiani. Qui può finalmente mangiare a sufficienza ed essere rivestito e curato. Nel giugno 1919 è imbarcato con altri commilitoni italiani su una nave che li porta a Taranto ("era la prima volta che viaggiavo su un bastimento") e dopo dieci giorni arriva in treno a Lecco, con una licenza di soli 18 giorni.

"La distanza da Lecco al mio paesello Introbio è di 16 chilometri , non è un gran che. Allora i mezzi di trasporto erano rari anche di giorno, figurarsi poi di notte. E così decisi di proseguire senz'altro a piedi. Divorai la strada, perché il pensiero di rivedere la mamma mi dava le ali ai piedi. Arrivai alle undici di notte".

Ma il servizio militare per Felice non è finito. Nel breve periodo passato a casa, la mamma si preoccupa perché il figlio faccia una buona confessione, dopo due anni che non vedeva un prete. Felice si prepara con un accurato esame di coscienza, fa la sua confessione e il confessore gli impone come penitenza la recita di tre Ave Maria. Troppo poco, pensa Felice, per uno che non si confessa da due anni: avrà capito bene, il sacerdote? Ritorna da lui e candidamente gli manifesta il suo dubbio. Ma lui risponde: "Ho capito tutto, dì tre Ave Maria e va' in pace".
Passati i pochi giorni di licenza, eccolo a Genova col suo reggimento e poi mandato ancora in Grecia, nell'isola di Rodi e poi a quella di Kalimno (le isole del Dodecanneso sotto amministrazione italiana dal 1912), dov'è nominato caporal maggiore, aiutante di un sergente, incaricato delle spese. La sorella minore di Felice ("la mia sorellina") gli manda un libro che sa essergli gradito, "Tutto per Gesù": così, nelle ore di libera uscita, rimane in casa a leggere il suo libro, a pregare ed a chiedersi cosa farà quando tornerà a casa. Le sofferenze e l'esperienza della guerra, della fame, dei massacri e crudeltà viste, l'hanno maturato, reso più riflessivo. Intanto si prende l'impegno di fare lo scrivano per i compagni analfabeti, leggere loro le lettere ricevute da casa e poi rispondere sotto loro dettatura.
Felice non ha mai dimenticato, anche nei giorni peggiori della prigionia, di dire le sue preghiere. La lettura di "Tutto per Gesù" lo riporta all'intensità della sua vita religiosa. Ne ha bisogno perché i suoi compagni, che andavano con le ragazze e le donne dell'isola, invitano Felice a seguirli: egli rifiuta con sdegno. Felice racconta:

"Alcuni di loro si misero in testa di volermi attirare nelle loro nefandezze. Non riuscendoci, una volta minacciarono che sarebbero venuti di notte fino al mio letto e mi avrebbero buttato addosso una delle sgualdrine che loro frequentavano. Nonostante che anch'io, come tutti i giovani, mi sentissi ribollire il sangue nelle vene, ebbi però sempre in orrore simili azioni, che, se vi fossi caduto, non avrei poi avuto il coraggio di guardare in faccia la mia cara mamma.
Perciò risposi senz'altro a quella sfrontata minaccia che chiunque avesse tentato di avvicinarmisi di notte, sarebbe stato accolto con la baionetta, che da allora in poi tenevo sotto il cuscino. Per precauzione avvertii di questa mia misura difensiva il tenente della compagnia, il quale, sebbene anche lui non troppo pulito in fatto di donne, l'approvò in pieno. Superfluo dire che non fui più molestato".

Dopo tre mesi di vita militare a Kalimno e a Rodi, Felice Tantardini è rimpatriato e congedato dal servizio militare. Ha 21 anni, l'età giusta per trovare un lavoro e sposarsi. Ritorna ad Introbio, viene assunto in una officina elettrica, riprende la sua vita in paese, frequenta la chiesa e si accorge di aver maturato un'inquietudine sul suo futuro, che gli impedisce di pensare a formarsi una famiglia. Tutto è oscuro davanti a lui.

"A quel tempo - racconta nel suo "Il fabbro di Dio" - non avevo ancora formato alcun disegno per il mio avvenire. Ma il buon Dio ordiva la sua trama d'amore per me. Leggere mi è sempre piaciuto tanto, ma fino allora avevo letto quasi solo libri di avventure. Esauriti questi, mi posi a leggere i vecchi numeri di "Le Missioni Cattoliche" che la mia sorellina aveva accumulato in un cassetto del comò nella mia stanza. Bastò la lettura di alcuni episodi di vita missionaria per innamorarmi di questo ideale e accendermi in cuore un vivo desiderio di farmi fratello missionario.
In poco tempo lessi tutti i numeri della rivista che trovai nel cassetto. Leggevo con entusiasmo sempre crescente e mi infervoravo sempre più nella brama di volare in terra di missione. Non facevo che sognare le missioni. Quando vedevo un tramonto, pensavo che il sole allora discendeva a illuminare quelle lontane regioni, che già consideravo mia patria d'azione. L'asprezza della vita in missione e le lingue strane di quelle genti, niente mi faceva paura. Avevo già subìto tante privazioni e visto tanti popoli di svariate nazioni e colori, quindi ero già allenato al duro".  

Promesso sposo suo malgrado  

Naturalmente, come ogni vocazione alla vita consacrata, anche quella di Felice non si realizza senza difficoltà e tentazioni. Il direttore e proprietario dell'officina in cui lavora intuisce che quel giovanotto serio e onesto è un buon partito per una delle sue tre figlie, la maggiore, una maestra che teneva la contabilità dell'azienda paterna, con la quale Felice aveva frequenti rapporti per motivi di lavoro; notava che quando per lavoro doveva recarsi in casa del direttore, la moglie e le figlie lo accoglievano con simpatia e cordialità e non capiva perché. Infine il direttore gli chiede chiaramente se vuole sposare sua figlia: "era un vero modello di grazia e di modestia", scrive Felice.
Intanto la mamma, non sapendo ancora della sua "trepidazione" di farsi missionario, "con la delicatezza propria delle mamme buone", gli dice che la casa paterna è ormai quasi vuota, fratelli e sorelle sono tutti sposati: rimangono solo lei, Felice e la "sorellina" (cinque anni più giovane di lui) che si sposerà qualche anno dopo. Mamma Maria resterà sempre col suo Felice, sia che si sposi, sia che resti scapolo.

"A me rincresceva per lei, ma per il resto nessuna cosa al mondo poteva abbattere la mia risoluzione di essere anch'io un giorno missionario, lontano, tra la povera gente ancora pagana e idolatra. Certo che questa ferma volontà la devo alla cara Madonna che vegliava sulla mia vocazione, altrimenti avrei capitolato".

Così confida a mamma Maria che sarà missionario; lei gli dice:

"Bada che non sia un fuoco di paglia. Prega e anch'io pregherò per te, che abbia ad assicurarti della chiamata del Signore. Quanto a me, non voglio e non posso negarti il mio consenso".

Come fare la domanda di ammissione al Pime? La "sorellina" gli consiglia di scrivere ad un sacerdote di sua conoscenza, che era stato missionario nell'Istituto. In pochi giorni riceve risposta positiva dal superiore generale, padre Giuseppe Armanasco.

"Recai la nuova al direttore dell'officina, per dargli tempo di trovarsi uno che prendesse il mio posto. Il buon uomo cascò dalle nuvole a sentire della mia vocazione e per più di due ore mi assalì con argomenti forti, alcuni dei quali mi toccavano sul vivo, cioè che ero crudele a lasciare la mamma sola e che ne avrei affrettato di dieci anni la morte. Non essendo riuscito nel suo intento, ritentò l'assalto con la mia cara mamma, per convincerla a distogliermi. Essa lo lasciò dire, ma non si lasciò vincere. La sua grande fede e il suo amore per il buon Dio ebbero il sopravvento sull'amore materno e su tutte le ragioni umane. Il direttore ritornò alla carica con me e mi disse che, facendomi missionario, mi troncavo una carriera e un avvenire felice, e che potevo avere in sposa la sua figlia. Tutti argomenti che mi cadevano nell'animo come frecce smussate".

Nel 1956 Felice Tantardini ritorna in Italia dalla Birmania, per curarsi i piedi e per l'unico breve periodo di vacanza in patria in 69 anni di missione. A Introbio gli dicono che la ragazza che avrebbe dovuto sposare è morta da poco e non aveva contratto alcun matrimonio.  

A 23 anni Tantardini entra nel Pime (settembre 1921)  

Il 20 settembre 1921 Felice Tantardini entra nella casa madre del "Seminario lombardo per le missioni estere" in via Monterosa a Milano (2), accolto dal superiore padre Armanasco con molta cordialità: "Dì un po', hai pianto stamane nel lasciare la tua mamma, nevvero?". Dopo due settimane lo trasferisce nel seminario di Monza, dove bisognava fare anche lavori di fabbro. Mancavano però gli arnesi. Felice chiede il permesso di andare a casa per procurarsi i suoi ferri lasciati in officina. Arriva al paese verso sera, proprio mentre la gente usciva di chiesa. "E' tornato Lice! E' tornato Lice!" (così lo chiamavano) e la voce corre per tutte le case del paese. Povero novizio! Tutti pensavano che la sua era una vocazione lattemiele, svanita al primo incontro con l'Istituto.

"Forse anche la mamma ha qualche sospetto e mi chiede la ragione di questa improvvisa venuta e se sono contento della scelta fatta".

Al sentire che il suo Felice non solo è contento ma veramente felice, incomincia a fargli domande, su quello che succede là dentro, che cosa fa, che cosa mangia, ecc. La sorellina pure pone le domande più curiose. Il giorno dopo è domenica, Felice si reca in chiesa per la messa e poi non può sottrarsi alle tante domande curiose con cui l'assalgono. In particolare ragazzi e ragazze insistono per sapere che cosa l'aveva spinto a farsi missionario. Felice semplicemente risponde: "Tale è la volontà del Signore e a Lui bisogna obbedire".
Il giorno dopo ritorna a Monza con la cassetta degli attrezzi da fabbro e tra un lavoro e l'altro vi resta in tutto 10 mesi. L'unica vera crisi di vocazione che Felice Tantardini ha sperimentato la racconta lui stesso. Il padre spirituale del seminario filosofico, p. Virginio Rivellini (già missionario in Cina), ogni mattina dettava la meditazione ai chierici, ai quali si associava anche Felice. Le prediche erano sempre intonate a rigore e battevano di preferenza sulla vocazione missionaria, che dev'essere sincera e non fittizia.

"Una mattina questo tema toccò il colmo. Senza tanti preamboli, il padre disse chiaro che chi non aveva la vocazione doveva far fagotto e non stare nell'Istituto a mangiare a ufo il pane della carità. Da allora io non ebbi più pace. Il pensiero di ingannare i superiori era per me un delitto imperdonabile. Conclusi che se avessi dovuto lasciar l'Istituto, lo avrei ricompensato con i risparmi del mio lavoro per il vitto che mi aveva dato nel tempo di cui ero stato membro. Comunque, decisi di andare a consultare il detto padre spirituale, che era anche mio confessore.
Appena gli fui davanti mi chiese che cosa volevo. Gli esposi la mia ansietà di sapere se l'avevo o no questa benedetta vocazione missionaria, essendo essa una cosa che non si vede e non si tocca. Lui mi domandò come e quando mi era venuto il pensiero di farmi fratello missionario, e se avessi mai avuto anni addietro qualche velleità di farmi prete o frate. Gli raccontai la semplice storia della mia recente vocazione, senza precedenti di altre velleità. Stette un po' a riflettere, e mi disse: "Tira avanti, poi vedremo". Parole che non erano la esplicita e piena assicurazione che mi aspettavo. Ma né allora né poi osai chiedere altro e, nonostante che il mio cuore anelasse con tutta la sua forza a essere missionario, tuttavia dovetti rassegnarmi a restare su questo punto con un'ombra di dubbio.
Dopo sei mesi da quel giorno partii per le missioni e nessuno più mi parlò di vocazione missionaria. Sento però di averla sempre avuta e che, dopo 50 anni di vita missionaria, il buon Dio non me l'ha ancora ritirata la mia bella vocazione, e spero che vorrà lasciarmela fino alla morte".

Il 24 giugno 1922 riceve dallo stesso superiore generale, padre Giuseppe Armanasco, la veste talare. Felice era contento della cerimonia e di quel segno della sua consacrazione; ma indossare la veste era per lui una vera penitenza, specie salendo e scendendo le scale. Per fortuna la doveva solo portare in chiesa e in comunità, nel lavoro ne poteva fare a meno.
Il padre superiore poi gli dice alla presenza di tutti: "Voglio mandarti presto in missione; quindi scrivi alla mamma che ti prepari un buon corredo". I chierici protestano in coro: Felice dopo dieci mesi è destinato alle missioni mentre loro devono attendere tanti anni? Padre Armanasco replica: "Fate anche voi il fabbro come fratel Felice e manderò anche voi presto in missione".
Fratel Tantardini è destinato alla missione di Toungoo in Birmania. Il 15 agosto 1922 si svolge la funzione di partenza e pochi giorni dopo distribuiscono ai partenti i passaporti vidimati con il visto per l'ingresso in Birmania. Ma quello di Felice non si trova: l'hanno perso! Un missionario anziano gli dice:

"Buon segno! E' il diavolo che ci mette la coda per impedirti di partire!".

Infatti l'incidente si risolve subito. A Felice sono concessi 15 giorni da passare a Introbio, in famiglia, prima della partenza.

"All'ultimo giorno mi levai alle tre del mattino, dovendo trovarmi a Lecco alle sei per prendere il treno. La mia cara mamma volle preparare una tazza di caffè, l'ultima che prendemmo assieme: allora partire per le missioni voleva dire andare e non tornare più. Poi in ginocchio le chiesi la benedizione e dissi con un nodo alla gola: Arrivederci in Paradiso!''. Che momento! Solo il buon Dio può misurare questi dolori. Mio fratello e la mia sorellina mi accompagnarono fino a Lecco e vollero portare loro il pacco dei miei indumenti (andavano a piedi, n.d.r.). Prima di salire sul treno che mi portava a Milano li abbracciai e la ferita al cuore, ancora fresca e sanguinante, ebbe un altro strappo".

 

 [1] Felice Tantardini, "Il fabbro di Dio", Supplemento a "Venga il Tuo Regno", Pime, Napoli 1994, pagg. 96 (II ediz.). Tutte le citazioni della presente biografia di fratel Felice, che non hanno altra indicazione, sono tratte da questa sua autobiografia.
[2] Il Pime è nato il 31 luglio 1850 a Saronno, come "Seminario lombardo per le missioni estere", fondato da padre Angelo Ramazzotti degli Oblati di Rho (poi vescovo di Pavia e patriarca di Venezia, 1800-1861), su invito di Pio IX, e approvato da tutti i vescovi lombardi il 1° dicembre 1850, che lo consideravano il loro seminario missionario: infatti i loro preti o chierici che vi entravano, andavano in missione come sacerdoti diocesani e quando ritornavano in Italia per qualsiasi motivo, erano di nuovo accolti nelle loro diocesi di origine. Nel 1926 Pio XI unisce il Seminario lombardo col "Pontificio seminario per le missioni estere" fondato nel 1871 da mons. Pietro Avanzini a Roma, per volere di Pio IX: nasce il Pime (Pontificio istituto missioni estere).