PICCOLI GRANDI LIBRI  Piero Gheddo
IL SANTO COL MARTELLO
Felice Tantardini
70 anni di Birmania

  STORIA E VITA MISSIONARIA

EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

I - Prigioniero nella prima guerra mondiale
II - In missione tra i cariani della Birmania orientale ....
III - I primi passi nella vita missionaria Leikthò e Kalaw (1922-1933)
IV - Nella tragedia della seconda guerra mondiale
V - Ricostruire dopo la guerra
VI - A 85 anni Felice va in pensione
VII - Quando nasce la "fama di santità" di Felice

VIII - La vita eroica di fratel Felice
"Ancora intatto 48 ore dopo la morte - "Il suo funerale, un'apoteosi" - "Abbiamo un santo col martello in mano" - "Se una zanzara mi morsica, muore" - "Felice di nome e di fatto" - "Poteva dimenticare la pipa ma non il Rosario" - "Missionario al 100% a servizio di tutti" - "I preti nativi parlano tutti bene di Felice" - Testimonianza di un turista italiano.

IX - Testimonianze su fratel Felice
X - Come ricordano il fabbro di Dio

VIII

LA VITA EROICA DI FRATEL FELICE

Dopo aver letto i capitoli precedenti, il lettore può chiedersi: perché Felice Tantardini è considerato un "santo"? Come mai esercita, anche dopo la morte, un fascino straordinario su chi l'ha conosciuto? Solo Dio può capire il mistero della santità. Noi uomini dobbiamo accontentarci di quanto dicono altri uomini, limitati, fallibili come noi, suggestionabili e influenzabili.
Le testimonianze della santità di fratel Felice Tantardini, numerose e autorevoli, convergono su un punto preciso: questo umile fratello operaio ("servo dei padri e delle suore di Birmania", come egli stesso si definiva) aveva quello che è stato definito "il carisma della santità". Non solo chi lo conosceva a fondo lo considerava un uomo di Dio, ma la sua "santità" di vita (1) appariva in modo spontaneo, trasparente, commovente a chi lo avvicinava anche occasionalmente.
Qui sta il mistero e il carisma della santità. Fra le decine di migliaia di suore missionarie che hanno operato negli ultimi 50 anni, le "madri Terese" sono molte, alcune forse anche con maggior grado di santità della Madre Teresa che tutti conosciamo (ma questo lo giudica solo Dio). Perché la Madre di Calcutta è avviata sulla via della beatificazione e della canonizzazione e le molte altre suore missionarie no? Non esiste risposta logica a questo interrogativo. Madre Teresa aveva un fascino misterioso ("carisma di santità") che l'ha posta sul candelabro, sul piedestallo fin dai primi tempi della sua vita missionaria, che ha suscitato in chi la vedeva il pensiero di Dio e di Cristo, ben rappresentati nella sua vita. Non è un merito, un'abilità particolare, ma un carisma, un dono di Dio per la Chiesa.
Lo stesso e ancor più si può dire, in situazioni del tutto diverse, di fratel Felice Tantardini, che non era sacerdote, non ha fondato nulla, la sua cultura era a livello di terza elementare, la sua vita (69 anni di missione!) non ha nemmeno un qualcosa di eccezionale: è sempre uguale dall'inizio alla fine, ha vissuto obbedendo e servendo gli altri.
Studiando i documenti sulla presenza del Pime in Birmania, nell'Archivio generale del Pime a Roma (2), ho scoperto testimonianze di missionari ritenuti autentici santi dai confratelli e dal popolo cristiano (3). Per nessuno di essi si è però verificato quello che notiamo per fratel Felice (e per p. Vismara, se vogliamo restare in Birmania): il forte, fortissimo impatto della sua "santità" sull'opinione pubblica cattolica della diocesi (come su parenti e amici in Italia), dopo la sua morte: preghiere, grazie ricevute, richieste del processo di canonizzazione, visite continue alla sua tomba, nascita spontanea di una devozione che continua, ecc.
Tutto questo spiega perché l'archidiocesi di Taunggyi e il Pime stanno iniziando la causa di canonizzazione di fratel Felice Tantardini: il coro unanime e vigoroso di testimonianze sulla sua vita eroica è il fatto che ha convinto l'arcivescovo, mons. Mattia U Shwe, ad avviare il processo diocesano; e il superiore generale del Pime, p. Franco Cagnasso, con il parroco di Introbio, don Cesare Luraghi, ad appoggiare cordialmente questa decisione a nome dell'Istituto e della parrocchia natale di Felice. Finora è stato solo chiesto e ottenuto (22 maggio 2000) il benestare della Congregazione dei santi per il primo passo verso il processo diocesano. La macchina sta mettendosi in cammino.
In questo capitolo vorrei riportare alcune di queste testimonianze, che ho raccolto dopo la sua morte: molte altre, ben più importanti perché date sotto giuramento, verranno raccolte dal tribunale diocesano che sarà nominato dall'arcivescovo quando tutto sarà pronto per il passo iniziale ed ufficiale della causa (4).

"Ancora intatto 48 ore dopo la morte"

Taunggyi, 22 marzo 1991

Cara Maddalena e tutti di casa (5),

sono p. Angelo Tin che vi scrive per conto del vostro amato fratello Felice. Potrebbero essere notizie tristi per voi e così sarà una lettera triste per me.
Il nostro amato "fratello birmano" Felice è piuttosto ammalato.
La sua non è una strana malattia, ma è legata alla sua vecchiaia. Abbiamo cercato e interpellato i nostri medici specialisti per una visita e anche loro lo hanno confermato.
E' rimasto a letto per due settimane intere. Durante questi ultimi giorni non riusciva più a camminare sebbene lui lo volesse.
Il nostro vescovo, G.B. Gobbato, e altri sacerdoti italiani sono venuti a trovarlo; ora riesce a nutrirsi a stento, ma la sua mente non possiede più la limpidezza di prima. Siccome il medico dice che potrebbe andarsene molto lentamente, per favore pregate per lui, perché pure noi, qui, preghiamo molto.
Stiamo per perdere un grande missionario. Era molto contento di aver ricevuto vostre notizie. Mi disse di scrivere ancora.
Tutti noi crediamo che ci aiuterà sempre anche se non sarà più vivo tra noi. Lo ringraziamo e ringraziamo tutti voi per aver aiutato la nostra missione tramite fratel Felice.
Saluti a tutti.

P. Angelo Tin

23 marzo 1991

Cara signora Maddalena,

vi avevo appena scritto l'altro giorno dicendovi che il nostro amato Fratel Felice era ammalato. Dopo un giorno è stato chiamato a Dio. Siccome era sempre stato un suo fedele missionario, Dio gli ha voluto regalare una morte serena.
Abbiamo perso un grande eroe missionario.
Prego, informate tutti i suoi parenti e amici, lontani e vicini.
E' morto il 23 marzo 1991, sabato, il giorno di Nostra Signora, sua amata Madre. Siccome ci ha sempre aiutato in passato, così crediamo continuerà ad aiutarci dal Paradiso.
Gli siamo tutti molto grati, come siamo grati anche a tutti coloro che ci hanno aiutato attraverso il nostro amato Fratello Felice.
Abbiamo tutti pregato per la sua anima e così lasciateci continuare a pregare. Grazie.

P. Angelo Tin

Taunggyi, 24 marzo 1991

Rev.do sig. Parroco (di Introbio),

sono mons. G.B. Gobbato, vescovo emerito di Taunggyi. Le scrivo per informarla che il suo parrocchiano Fratel Felice Tantardini di Introbio, lasciò questa terra di esilio per il Paradiso, ieri mattina alle 9,40. Niente faceva sospettare una dipartita così veloce.
Stette a letto solo pochi giorni: il dottore che lo visitò trovò il suo cuore molto forte e polso regolare, però aveva un po' di bronchite cronica e forse rimase soffocato nello sforzo di espettorare.
Ringrazio il Signore che mi ha dato l'occasione di conoscere e lavorare insieme a fr. Felice. Già lo conoscete per la sua autobiografia "Il Fabbro di Dio". Quello che mi colpisce di più, insieme alla sua semplicità, era la sua disponibilità a servire. Era servizievole con tutti e sempre. A chiedergli un favore sembrava di fargli un favore. E ciò con tutti, pagani o no, conoscenti o meno. Piantava tutto e faceva il favore richiesto; se poi c'entrava col suo lavoro di fabbro, ce la metteva tutta.
I lavori che fece in Birmania sono sparsi un po' dappertutto; grondaie di tetti, cancelli di ferro battuto, impalcature per campanili in ferro, croce in traliccio su montagna Kothomò. Era piccolo di statura ma aveva la forza d'Ercole; era famoso per la sua pipa e il santo Rosario.
La sua conversazione era molto piacevole e ne aveva da raccontare in 69 anni di missione! Non mi meraviglierei se qualcuno gli chiedesse un favore e lui, pronto, glie lo facesse.
Aveva una vera devozione alla Santa Madonna che chiamava la sua Cara Mamma. E Lei se lo portò via di sabato.
Preghiamo per lui, perché così è l'uso, ma forse sarebbe meglio pregare lui.
Augurando ogni bene nel Signore a Lei, a tutti i parenti e parrocchiani di Introbio.
Vostro nel Signore

†J.B. Gobbato, PIME

Taunggyi, 25 marzo 1991

Comunicazione all'Istituto PIME di Milano
E così, caro p. Mauro, anche il nostro carissimo Fratel Felice Tantardini ci lasciò il 23 marzo 1991, alle 9,40 antimeridiane. Spirò placidamente come una candela che si consuma.
Una settimana prima cominciava a perdere la lucidità di mente. Era quasi sempre a letto. Dormiva, mangiava, aveva un polso forte e regolare: niente faceva sospettare così prossima la sua partenza. Forse rimase soffocato nello sforzo di espettorare. Aveva un po' di bronchite cronica e difficoltà ad espettorare.
Io ero a Loilem. Ad assisterlo c'era la suora, due ragazze di giorno e due ragazzi di notte, una signora (infermiera patentata).
Era preparato. Ricevette tutti i conforti religiosi e aspettava la morte come una liberazione. Mi piacerebbe avere una copia o fotocopia del libro "Il fabbro di Dio" per poterlo tradurre in inglese.
Chiedo a chi ha conosciuto il fratel Felice di scriverci: "Le mie impressioni o il mio ricordo di Fratel Felice" e poi si vedrà...
E' 48 ore che è spirato; ed è ancora intatto come fosse morto ora. Nessun segno di decomposizione. E sì che siamo sopra i 27 gradi centigradi.
Da vivo era sempre servizievole e pronto a fare qualsiasi favore possibile a chiunque (cristiani o pagani); speriamo che continui questa sua buona qualità anche nel mondo di là.
Sarà seppellito domani a Paya Phyu come da suo desiderio, e speriamo che smuova quei Paò a venire a noi, meglio a N. S. Gesù.
I suoi ultimi anni passarono tra Rosari e qualche pipata.
Sempre pronto ad un'amena conversazione (era sordastro) e spesso faceva un monologo, ma sempre gradito per il suo modo speciale di raccontare fatti passati e interessanti.

†Mons. G.B. Gobbato

 

"Il suo funerale, un'apoteosi"

Han-O, 5 maggio 1991

... Con la morte di Fratel Felice Tantardini siamo rimasti in sei Padri del PIME (in Birmania, n.d.r.). Alla notizia della morte feci di tutto per partecipare al suo funerale.
Appena arrivato a Taunggyi entrai subito nella camera ardente. Come era bello, sembrava che dormisse.
Stava proprio bene con la nuova veste preparata dalle suore, lui che portava sempre vesti sdruscite. Le nuove cose che gli regalavano le dava tutte ai poveri: aveva il Rosario fra le mani e ispirava tanta pace. Molti cattolici continuavano a baciarlo.
L'avevo visto una ventina di giorni prima quando soffriva tanto. Gli portavano da mangiare in stanza, dato che le gambe non lo reggevano più. Era solito fare qualche caduta, si feriva un po', ma poi guariva senza medicine o con un po' di tintura di iodio.
Quando arrivai una ventina di giorni prima che morisse, mentre stavo prendendo il caffè con i padri cariani, con grande sorpresa di tutti, capitò in mezzo a noi, forse per l'ultima volta. Lo riaccompagnammo in stanza e poi mi sedetti per lungo tempo vicino a lui.
Parlava stentatamente della "Taunggyi nuova" che era molto più bella della presente. Non riuscivo a comprendere il nesso e connesso. Poi venne la spiegazione. Sospirava la "Taunggyi nuova", cioè il cielo, come gli ebrei in esilio sospiravano la loro Gerusalemme.
Quel giorno che morì, il p. Angelo Tin che lo assisteva mi disse che sembravano scomparsi tutti i dolori. Passò dalla terra al cielo tranquillamente.
Era il 23 marzo, di sabato, giorno della Madonna da lui tanto amata. Aveva quasi 93 anni.
Anche quando non capiva più niente, bastava nominare la sua Madonnina per destarlo dal suo torpore: "Ah, Maria, la mia Madonnina" diceva, poi non seguiva più.
Volle essere seppellito a Paya Phyu a 5 Km. dal centro (di Taunggyi), dove sono le suore di Maria Bambina che curano gli handicappati. Ci diceva: "Se mi seppelliscono in cimitero, nessuno pregherà per me". Fu seppellito vicino alla grotta.
Mons. Gobbato continua a dire di lui: "Se quando fratel Felice era in vita non rifiutava mai di fare qualche favore anche se gli costava tanto (per esempio viaggi lunghi a piedi nella foresta, ecc.), tanto più ora che è in cielo non si rifiuterà se gli chiederanno qualche grazia".
Il suo funerale fu un'apoteosi. A concelebrare c'erano 15 padri e 2 vescovi, poi c'erano tante suore, fratelli e gente.
Quanto era amato dai padri e quanto egli li stimava e riamava!
"Beati mortui qui in Dominio moriuntur". E' stato qualche volta nel mio distretto e conobbe la mia povera gente.
Era un distretto nuovo bisognoso di tutto. Mi mandava arnesi per lavorare, coperte, vestiti, ecc. e mi scriveva: "Dalli alla tua povera gente". Non teneva niente per sé.
Dal cielo ci aiuti a distaccarci dalle cose terrene.
Dato che siamo tutti vecchi e malandati, chiediamo preghiere perché possiamo testimoniare, fin quando si può, lo spirito missionario del PIME ai nostri preti nativi.

P. Luigi Clarini

Si tratta di un caro amico missionario col quale si sono condivise le gioie, le pene, la pace sempre, perché fratel Felice è conosciuto da tutta la Birmania, è amato, stimato non solo dai suoi confratelli, ma da tutta la popolazione birmana.
Un grande lavoratore, sempre pronto per tutto e per tutti, con quel sorriso che vuol dire: non chiedetemi un piacere, ma siete voi che lo fate a me e poi, una bella risata, con tanto di pipa in bocca.
Gli si addice bene il nome di "Felice" perché lo è davvero e, come S.Francesco, ha lasciato tutto e tutti, a volte anche la camicia che indossa, perché quando se la lava alla fontana, se un povero gliela chiede, pronto la offre.
Voi avete un santo in quell'uomo che si chiama "Felice" e noi gli vogliamo tanto bene.
Passai 40 anni in Birmania, poi con altre suore e padri missionari fummo espulsi, ma il nostro cuore è sempre laggiù.
Sono vecchia, ho la medesima età di fratel Felice, ma posso ancora occuparmi della missione, anche se l'udito si è reso molto debole.
Fratel Felice è completamente sordo e quasi cieco, ma non fu mai missionario come lo è ora in queste condizioni, perché è l'intercessione ininterrotta di preghiere, molto devoto alla Madonna, e la Madonna gli darà un posto d'onore in Paradiso...
Quanto scrisse nel "Fabbro di Dio" è tutto vero, forse troppo poco per modestia, di quello che meritava di essere scritto...
Fortunati voi che avete un santo tra voi che prega e vi protegge.
Da una lettera di suor Enrica,
che ha lavorato in Birmania con fratel Felice

"Abbiamo un santo col martello in mano"

Taunggyi, 23 marzo 1991

Carissimo Padre Superiore,

questa mattina, alle 9,40, moriva placidamente nel Signore fratel Felice Tantardini. 92 anni, 8 mesi, 23 giorni, di cui 69 spesi in missione. Fu un lavoratore instancabile. Il suo mestiere era di fabbro ferraio, ma fece un po' di tutto, muratore, carpentiere. Lavorò in quasi tutte le missioni della Birmania. Non solo per il Pime, ma anche in altre diocesi. La sua fu una vita eroica.
Felice di nome e di fatto. Obbediente sempre, pronto ad eseguire gli ordini del padre dopo averlo avvisato: "Se fa così non va; però se dice di farlo, io lo faccio".
Riusciva nelle lingue che imparava un po' alla sera rubando il sonno ed un po' durante il lavoro; se la cavava in inglese, indostani (hindi), birmano, gheba o cariano bianco. Si ricordava qualche parola di greco perché fu a Corfù per un po' di tempo alla fine della prima guerra mondiale; e di giapponese, che aveva imparato durante l'occupazione giapponese della Birmania nella seconda guerra mondiale. Le sue memorie sono raccolte nel libro "Il fabbro di Dio" che dovrebbe essere ristampato.
Fu sempre lucido di mente fino ad una settimana prima della fine. Gli ultimi anni li passò "rosariando". Tutto il giorno in cappella, eccetto un po' di tempo per una pipata e i pasti.
La sua conversazione era ambita da tutti ed aveva tanti fatterelli da raccontare. Visse e morì da povero. Nella sua stanza non c'era niente. Quello che aveva lo dava ai poveri. Se arrivava qualche offerta diceva: "Questo denaro non è mio, è dei poveri". In stanza rimasero un po' di pipe rotte mezze bruciate.
Ha fatto il suo purgatorio, ed ora c'è ferma speranza che sarà ammesso al Paradiso.
I funerali saranno martedì mattina, 26/3/91, per dar tempo ai padri di venire quassù.
Prendo l'occasione per augurarle buona Pasqua.
Nel ricordo del Signore. Dev.mo

†J.B.Gobbato

Huari, 6 marzo 1993

Carissimo padre superiore generale,

ho appena ricevuto la sua del 30 gennaio... Qui da noi abbiamo figure di veri santi, ad esempio mons. Lanfranconi, che è la persona più santa incontrata nella mia vita di missionario. In più abbiamo un santo col martello in mano! Fratel Felice Tantardini, un vero santo da mettere sugli altari. Nessuno ha mai avuto da dire di lui, sotto tutti gli aspetti.
Mons. Mattia sarebbe del parere di tentare la sua causa di canonizzazione, dato che ci sono ancora tanti testimoni, oltre noi del Pime.
Era ammirabile e direi impeccabile sotto tutti gli aspetti. Praticò la virtù dell'obbedienza in modo eroico e tuttavia con una semplicità degna dello spirito del Pime, che arriva all'eroismo senza nessuna posa (nostro carisma!). La carità non la praticava, la viveva! La povertà semplicemente "la beveva". La castità fino allo scrupolo, e sì che aveva da trattare con tutte le qualità di persone, comprese le signorine che ci morivano dietro! E tutto con una semplicità e naturalezza da sbalordire.
Qui abbiamo un padre cariano, Angelo Tin, vissuto a lungo con lui a Taunggyi, che si sente spinto a tentare la causa, forse non è ancora preparato, ma ha buona volontà. Secondo me il caso del fratel Felice merita davvero considerazione, anche per offrire alla Chiesa l'esempio di un santo non prete che si è santificato vivendo sotto la guida dello Spirito Santo! Un laico vero e proprio, anche se aveva la veste del Pime, che usava quando andava in Chiesa ed al bazar. Amato, stimato e conosciuto più del vescovo!
I birmani (pagani) e i musulmani erano i suoi amici, per lui erano disposti a dare qualsiasi cosa. Mons. Lanfranconi, che era "perfetto vescovo", aveva una stima per fratel Felice che manifestava moltissime volte a tutti, tanto che i padri dicevano che il vescovo "ha solo il fratel Felice". Si vede che i santi si sentono facilmente!... (6).
Con tanti saluti ed auguri di ogni bene. A nome di tutti buona Pasqua dal suo

aff.mo p. Paolo Noè

 

"Se una zanzara mi morsica, muore"

Huari, 26 ottobre 1993

Carissimo P.Piero Gheddo,

ho ricevuto copia della tua lettera riguardo al fratel Felice (7). Secondo tutti noi è un vero santo da mettere sull'altare, specialmente oggi che c'è tanto interesse per il laicato.
Praticò davvero tutte le virtù, senza che lui se ne accorgesse! Non aveva fatto i voti ma li ha praticati tutti e in sommo grado. Obbediva al vescovo ed ai padri come un bambino, senza discutere, supponeva che gli altri ne sapessero più di lui.
Lavorare era la sua vita. Verso la fine dei suoi giorni mi diceva: "Il Signore mi ha sempre trattato bene: una buona salute, molta soddisfazione nel mio lavoro. Ora me la fa pagare!". Come? "Non posso più lavorare, non posso fare più niente, che pena!".
Appena arrivato in un posto incominciava subito a lavorare, non si concedeva riposo, sfruttava tutto il tempo possibile. Sapeva trovare il lavoro, rendersi utile a tutti. Le suore erano le prime che si presentavano con coltelli e forbici da affilare. Non diceva niente, non parlava con le suore; finito il lavoro chiamava un ragazzo che portasse tutto al convento.
Era capace di fare di tutto: era fabbro "per natura e per famiglia", ma maneggiava il "dah", coltellaccio birmano, con grande abilità. Vedere il ferro era per lui come per un affamato vedere il pane! Si sentiva calamitato dal ferro. Si era procurato molti attrezzi e si ricordava da dove li aveva avuti, in quale circostanza, quanto li aveva pagati.
A Toungoo era amico di tutti i mercanti, tutti lo favorivano, lui rappresentava la Chiesa cattolica a livello popolare. Quando usciva per le spese indossava sempre la veste bianca e così si presentava per quello che era: "un fratello della Chiesa cattolica" laborioso, fedele, caritatevole, rispettoso di tutti e tutti lo rispettavano e l'amavano.
Era di una semplicità ed amabilità veramente attraenti. Non sentivano soggezione con lui, ciascuno era a suo agio; non come noi preti che anche volendo metterci al livello della gente, resta un distacco che non si riesce a colmare, c'è sempre qualcosa di sacro e di misterioso, almeno per questa gente, che tiene le distanze.
Felice non si faceva mai servire; nei viaggi portava lui la sua roba, che era ridotta al minimo. Per il mangiare non faceva nessuna difficoltà per qualsiasi cibo. Dovendo andare in una residenza lontana gli diedero un "grappolo di banane" da mangiare lungo la strada. Le portò un po' ma poi visto che gli impedivano i movimenti se le mangiò tutte, una dopo l'altra: "Così ho evitato la fatica di portarmele". Mangiava poco e in fretta, ma voleva la sua porzione completa di riso perché doveva farne parte col cane! Per bere, dato che qui fa molto caldo, si preparava una tazza di caffè piuttosto grossa, e poi ogni tanto ne prendeva un sorso. Non usava il "khaung", bevanda locale di riso, solo acqua e caffè, perché "di vino ne ho già bevuto troppo quando ero a Rodi". Quando in città gli regalavano dei biscotti, lui li regalava ai bambini. Non l'ho mai visto a mangiare fuori pasto.
Abitualmente aveva in bocca la pipa, quasi sempre spenta; per accenderla usava la carbonella o il ferro arroventato. Per tenerla bene in bocca, quando fece la dentiera, limò due denti così da fare il posto al cannello e tenerlo in bocca con comodo! Quando p. Ziello, nemico del fumo, gli disse che per essere un bravo fratello avrebbe dovuto smettere di fumare, lui non disse niente, non era suo costume rispondere. Ma poi andò da lui con il libro sui martiri inglesi (del tempo di Enrico VIII, nel secolo XVI, n.d.r.), dove si racconta che uno dei martiri, prima di essere giustiziato, chiese di poter ancora pregare e fare una pipata. Ziello gli rispose: "Credo che il Signore farà eccezione per lei, le permetterà di andare in Paradiso con la pipa".
Anche i vescovi che lo conoscevano andavano a gara a regalargli le pipe, purché raccontasse le sue storielle, tanto era divertente ed interessante.
Gli piaceva ridere e scherzare, ma quando si trattava di lavoro era "furioso" e non ammetteva scuse. Una volta a Loikaw aspettava uno strumento di ferro per i suoi lavori, che dovevano portargli da Toungoo; là c'era pure un fratello delle Scuole Cristiane che stava costruendo qualcosa per la loro scuola e per caso si chiamava Felice pure lui, Felix in inglese. Equivocando sui due nomi uguali, portarono il ferro dal "Brother Felix" il quale fu molto contento dell'inatteso regalo. Quando il nostro Felice si accorse dell'equivoco, reclamò il suo materiale, ma l'altro insisteva che apparteneva a lui e non l'avrebbe ceduto. "Guarda bene cosa fai! Dammi il mio ferro altrimenti ti impreco in tedesco" (fratel Felix era tedesco). Incominciò con un "sakranon" e l'altro atterrito: "Non continuare per carità, ti dò tutto e subito". "Quel poco di tedesco imparato da soldato - diceva Felice - mi ha fatto un buon servizio".
Parlava bene l'inglese, il birmano, il cariano bianco, l'indostano, bestemmiava qualcosa di giapponese, ricordava il serbo e qualche parola di greco. "Chi sa due lingue vale due uomini" e lui, che ne sapeva tante, valeva davvero molti uomini! Nell'usare i verbi e le parole italiane non sempre diceva giusto: quante volte ha detto "andano pure", convinto di dire bene (invece di "vadano pure"!). Anche se l'abbiamo corretto, ogni tanto ci ricascava...
Negli ultimi tempi, quando venivano turisti italiani a Taunggyi (città turistica sull'altopiano, una delle più belle della Birmania, n.d.r.), Felice era l'unico italiano presente in città e si prestava ad intrattenerli come meglio poteva; ci riusciva molto bene così che "sganciavano" sempre qualcosa e mandavano poi attrezzi dall'Italia.
Il fratello ingegnere del mio prevosto in Italia era stato in Birmania e si ricordava solo che fu a Taunggyi e trovò fratel Felice Tantardini! Una signora volle vedere la sua stanza, che era un cumulo di ferri di ogni qualità e un letto di ferro, senza nient'altro. "Come fa a dormire?". "Chiudo gli occhi e dormo". La signora era commossa fino alle lacrime!

 

"Felice di nome e di fatto"

L'innocenza di fratel Felice era evidente e commovente. P. Ziello diceva che Felice era tra quelli che hanno conservato l'innocenza battesimale. Una volta doveva recarsi in una certa residenza, ma essendo troppo tardi pensò di alloggiare in un villaggio battista. Lo accolsero bene e a sera fatta si avvicinano alcuni grandi uomini del villaggio con tre o quattro ragazze: "Scegli tu quella che deve stare con te questa notte". "Io sono un fratello consacrato a Dio, non ho bisogno di nessuno, andate pure tutti a casa vostra!". Questo fatto me lo raccontava lui: "Bisogna stare attenti", era il suo commento. Con le suore e le donne in generale era riservatissimo, "assolutissimamente" era la sua parola d'ordine.
Il suo modo di parlare era limpido, pronto allo scherzo, senza offendere, ma da furbo! Sembrava che negli altri non trovasse difetti, ma solo buone qualità e parlava sempre bene di tutti: "Un buon musulmano, un bravo buddhista, un'ottima persona" erano le sue qualifiche. Quando verso la fine della vita vedeva qualcosa che secondo lui non andava, diceva solo: "Bisogna tacere - non si può dire una parola - bisogna lasciar fare e tacere - non c'è verso". Con questa espressione "non c'è verso", che ripeteva in quelle circostanze, sintetizzava il suo commento.
Era di una forza straordinaria. La sua pelle era una corazza! Non usava la zanzariera: "Non c'è bisogno, se una zanzara mi morsica, muore". Dopo ferite anche "sostanziose", per lui guarire era una cosa naturale, senza tante medicine. Quando dovette fare l'operazione di ernia, in seguito si fece un cinto con ferro e tela grezza e se lo portò fino alla tomba. Nella sala operatoria c'erano due "scianette" come le chiamava lui, cioè due giovani infermiere di razza shan che gli tenevano le braccia, una per parte; siccome l'anestesia non funzionava, per il dolore Felice spostò semplicemente le braccia e le due scianette si trovarono spostate da destra a sinistra come se fossero due fuscelli! Storceva con le mani le bacchette di ferro quadro per le inferriate, come se nulla fosse. Un signore che volle vedere come faceva commentò: "Non vorrei trovarti di notte".
Era anche impaziente. Quando si fece fare la dentiera, non riuscì bene perché non ebbe tempo di aspettare; quando fece la cataratta voleva muoversi ad ogni costo; non si sentiva ammalato, quindi perché stare chiuso? Si dovette oscurare le finestre. Alla fine era molto sordo, non ha mai voluto un apparecchio acustico! "Sono vecchio, è una spesa inutile per me. Sono sordo ma per parlare non ho bisogno delle orecchie, parlo con la lingua e quella è ancora buona!"; e la usava spesso e volentieri per tenere allegri gli altri.
La sua pietà era basata sul "Buon Dio e la Cara Madonna". Era fedelissimo agli orari, anche quelli meno comodi, come, dopo mangiato, quando gli altri si prendevano un po' di riposo lui faceva la visita al SS. Sacramento perché doveva essere pronto per il lavoro. Il Rosario era la sua compagnia e lo usava anche durante la Messa. Il libretto delle preghiere del Pime era completamente consumato dall'uso e un po' anche dalle sue mani callose come una raspa. Alla preghiera della sera era così stanco che alle volte si addormentava. Leggeva libri di pietà e vite dei santi e ricordava bene quel che leggeva. P. Domenico Barbieri gli aveva detto che bisogna leggere la Bibbia. Lui la aprì dove si parla di Davide e Salomone con le loro 50 e più mogli. Ne fu terrorizzato, non ci fu più verso di fargli leggere il resto! Secondo me il Felice fu istruito dallo Spirito Santo stesso, tanto era semplice, praticava la via dell'infanzia spirituale senza sapere di che cosa si trattasse; altrimenti come spiegare la sua forte pietà?
Quando io dovevo essere operato, lui mi disse: "Non dia ascolto ai medici, si raccomandi alla cara Madonna e vedrà che lo guarirà". Ma siccome non avevo la fede di Felice, lui mi diceva: "Pregherò io la cara Madonna per lei". Non ricevetti il miracolo ma con l'operazione tutto mi andò bene. Sentiva una grande compassione per gli ammalati, li assisteva giorno e notte se era necessario, come fece col padre Pedrotti; il quale si lamentava per i dolori e la morte che si avvicinava: "Padre, facciamo il cambio, vado io per lei. Lei prenda il mio posto". L'avrebbe fatto per davvero! Per lui avevamo già scelto il posto dove seppellirlo: "Seppellitemi a Paya Phyu", diceva, dove aveva molto lavorato per quella fondazione di handicappati.
Aveva un debole per i lebbrosi, senza nessuna paura a lavorare con loro: fraternizzava anche troppo. Insegnava loro a fare molti lavori come secchi, innaffiatoi ed altri attrezzi, che poi vendevano al mercato, guardandosi bene dal dire che erano stati fatti dai lebbrosi; così guadagnavano qualcosa, oltre a sentirsi utili e realizzati.
La carità e l'amore per i poveri fu il grande capitolo della sua vita. Morì che non aveva niente di suo, aveva dato tutto agli altri. Una cosa che gli dispiacque molto fu quando ricevette l'ordine di non lavorare più: i suoi strumenti a cui tanto teneva scomparvero tutti chissà dove. Fu un colpo al cuore! "Bisogna tacere, non c'è verso", diceva. Ebbe l'onore di essere stato proclamato "Maestro del lavoro" dal governo italiano, ma lui non aveva bisogno di simile decorazione, l'accettò per far contenti gli altri.
Fu un uomo veramente Felice di nome e di fatto, una gloria della missione di Myanmar. Se la missione del Pime è finita in Birmania, possiamo dire che è finita "in gloria".

Padre Paolo Noè

 

"Poteva dimenticare la pipa ma non il Rosario"

...Ultimamente l'obbedienza ricevuta dal vescovo era non di lavorare ma di pregare sempre e la prese sul serio. Il Rosario se l'era messo al collo, così poteva dimenticare la pipa ma non il Rosario.
La sua fu una vita davvero fenomenale. Non fu uno dei migliori, ma il migliore, dice il suo confratello fratel Ernesto Pasqualotto. Mons. Gobbato ci dice di raccomandarci al Felice che in vita non ha mai negato il suo aiuto a nessuno, tanto più ora che è in regola con S. Pietro e la sua "cara Madonna".
Fratel Felice rimane una vera gloria per il P.I.M.E. ed un esempio a chi ora si consacra a vita per le missioni.

P. Paolo Noè

("Il Vincolo", luglio-settembre 1991)

 

"Missionario al 100% a servizio di tutti"

Fratel Felice Tantardini è tornato alla Casa del Padre il 23 marzo 1991, a 93 anni. Era nato nel 1898. E' tornato a Casa da casa sua, cioè dalla terra birmana, dove era approdato come missionario del Pime nel lontano 1922, dopo 69 anni di vita missionaria, interrotti solo da una visita di pochi mesi alla sua Introbio nel 1956, perché il Vescovo glielo aveva imposto per rifare un po' il suo fisico disfatto dalle fatiche. Aveva espresso tante volte il desiderio di morire presto. Per lui la morte era una sorella amica che attendeva da tempo; specialmente da quando la sua cara mamma era volata in Paradiso: ricongiungersi ad essa e vedere la sua cara Madonna era un desiderio intenso del suo cuore.

Semplicità e letizia

"Felice" era il nome che fotografava il suo volto e la sua anima: sempre allegro, sorridente, di amabile compagnia e conversazione, condita da gustose battute e briose allusioni alla sua lunga vita. Era impossibile conoscerlo e non rimanere conquistati dalla sua simpatica persona, dalla sua semplicità, che era un connubio di ingenuità fanciullesca e candore angelico. Chi lo conosceva a fondo era convinto che fratel Felice avesse sempre conservato l'innocenza battesimale. Tutti, vescovi e padri, italiani e indigeni, della sua e altre missioni, laici compresi, avevano per lui un affetto e una venerazione come per un santo. Io, che fui con lui spesse volte, non ne dubito: Dio deve già averlo canonizzato.

Quanto lavoro!

Si definiva il "fabbro di Dio", e lui, schivo a parlare di sé, obbligato dal suo vescovo, dovette scrivere le sue memorie, intitolate appunto: "Il fabbro di Dio". Era un ometto minuscolo, dagli occhi vivacissimi, dotato di una energia fisica incredibile. Chissà da dove gli veniva tanta forza! Passava il tempo nella sua officina, spesso all'aperto: gli bastava una piccola tettoia. E con le sue braccia nerborute forgiava, batteva, segava, limava putrelle o aste di ferro, per farne capriate, cancelli, letti, blocchiere, ecc. tanto che dava l'impressione di non conoscere stanchezza, e faceva stupire i pagani che tastavano i suoi muscoli.
Lavoro massacrante, ma per sé solo; per i suoi compagni rispettava gli orari: le sue erano giornate lavorative di 10-12 ore; la pipa sua compagna inseparabile, anche se spesso spenta.
Fu fabbro e carpentiere: quante impalcature per case e ponti in legno costruì; quanti assi e tronchi tagliò e segò e trasportò nei diversi lavori che doveva compiere. E alla sera tardi, specialmente nei primi anni di missione, studiava le lingue. Parlava correttamente l'inglese, e conosceva discretamente il birmano, l'indiano, il giapponese; conversava facilmente in cariano bianco. Alla domenica sbrigava la sua corrispondenza personale, e si lavava i suoi vestiti.
Lavorava senza interruzione, con diligenza, con soddisfazione di tutti; perciò era richiesto da ogni parte della missione e non di rado anche da altre missioni. Dovunque fosse mandato, "di qua, di là, di su, di giù", come diceva lui scherzando, lavorava con la stessa alacrità, buon umore, puntualità. Non faceva distinzioni, tra padri italiani o indigeni; un loro desiderio significava per lui un comando.

Amore ai poveri e alla Madonna

Si sentiva missionario al 100%, mandato dai superiori al servizio di tutti: sacerdoti, cristiani, pagani e soprattutto i poveri. Non mancava di predicare, in cariano bianco, nei villaggi, alla domenica; o alla preghiera serale nelle cappelle, anche dopo una giornata estenuante di lavoro. E quanta compassione sentiva per i bambini, gli affamati, i malati. Nei primi anni di missione molti bambini morivano per dissenteria in una residenza tra i monti. Faceva non meno di 35 piccole bare al mese; si sarebbe privato anche delle assi del suo letto, e non permetteva che i corpicini fossero sepolti solo avvolti nella stuoia.
Con le offerte che riceveva dall'Italia comperava coperte o vestiario per i poveri, e li mandava ai confratelli delle residenze. Spesso, il padre Perego, direttore del lebbrosario di Loilem, lo chiamava a lavorare per lui; e fratel Felice vi andava sempre volentieri e si faceva aiutare dai lebbrosi senza alcuna paura di essere contagiato dal male; li trattava con bontà, come normali compagni di lavoro.
Non aveva fatto voto di povertà, ma la praticava con francescana semplicità; fra l'altro, la sua stanza da letto era il ricettacolo di ogni ferramenta; non voleva né federa, né lenzuola; sempre contrario ad ogni comodità.
Era innamorato dalla "cara Madonna"; nel 1924, era stato guarito da Lei, miracolosamente o quasi, da un improvviso malore; da allora promise di recitare ogni giorno il Rosario intero: promessa che mantenne fedelmente tutti i restanti giorni ed anni della sua vita. Tardi alla sera, era in chiesa con la sua corona, che recitava con devozione.

Fratello esemplare

Le nostre missioni italiane della Birmania ebbero diversi fratelli esemplari per obbedienza, pietà, dedizione incondizionata. Penso, però, che fratel Felice li abbia superati tutti per santità, umiltà e semplicità di vita. Dal Paradiso, insieme ai padri che serviva con tanto amore, insieme a tanti fratelli del P.I.M.E., interceda presso il buon Dio e la Santa Vergine per ottenere pace alla Birmania, perseveranza a tutti i suoi cristiani e conversione dei pagani alla vera fede.
E chissà che il suo esempio di santo fratello missionario abbia a suscitare tra i giovani qualche vocazione di dedicarsi alla causa missionaria per tutta la vita.

Padre Igino Mattarucco, missionario in Birmania
Omelia tenuta a Introbio pochi giorni dopo la morte di Felic
("Il Vincolo", luglio-settembre 1991)

 

"I preti nativi parlano tutti bene di Felice"

Taunggyi, 23 agosto 1994

Carissimo p. Gheddo,

prima di tutto grazie per il tuo nuovo libro "Marcello Candia, Un manager a servizio dei più poveri". Lo ricevetti, lo lessi con gusto. Quando lessi i due capoversi di pagg. 147 e 148, conclusi: "Qui siamo nell'alta mistica". Non c'è bisogno di visioni quando uno riesce a dire nel dolore: "Adesso il Signore mi dà la cosa più alta". Per me è un mistico da altare. Quindi congratulazioni e avanti.
Il mese venturo mi incontrerò col p. Noè e parlerò a riguardo di fratel Felice Tantardini. Non dubito della sua santità, ma dubito sul farlo santo almeno che il fratello non si metta a far miracoli sul serio.
Chi lo conobbe ne ha una buona stima, ma tra la buona stima e il concetto di santità ci corre un po' di spazio. Era di buona compagnia, ed anche i preti nativi (che di solito dietro le quinte hanno sempre qualcosa da dire di noi europei) parlano tutti bene di Felice. Quindi ai posteri l'ardua risposta.
Ciao, di nuovo grazie, e chissà, arrivederci qua (mi dicono che ora danno un mese di visto ai turisti).

In unione di preghiere

†J.B. Gobbato


Taunggyi, 31 luglio 1996

Carissimo Gheddo,

vengo a dirti un bel grazie, per il lavoro fatto e per il volume che mi hai mandato: "Missione Brasile". Lo leggo volentieri. Fa sempre piacere essere al corrente di quanto si è fatto, si fà e si farà per il regno. Credo che anche in Paradiso si passerà un po' di tempo a contarsela sulle vicende del tempo della lotta. Dopo averlo letto lo passerò anche agli altri padri.
Ieri fui a trovare una ragazza-apostolina che per un accidente fu in coma dai primi del mese, dimessa dall'ospedale con la sentenza: "Più niente da fare". Un paramedico la cura con medicine naturali. Solo l'altro giorno dopo che p. Angelo Tin le fece toccare una reliquia di fratel Felice, cominciò a migliorare. Le fu tolta la cannuccia per mandare il cibo allo stomaco. Ora può a fatica sorbire qualcosa. Beh!, vedremo come andrà a finire.
Di nuovo tante grazie e saluti cari

Aff.mo in Domino

†J.B. Gobbato


Taunggyi, 16 febbraio 1998

Carissimo p. Piero,

grazie per i tuoi libri: "Il Vescovo del sorriso" e "Dai nostri inviati speciali" sui 125 anni di "Mondo e Missione"... Il libro su Dom Aristide... lo divorai, e mi sento un pigmeo al suo confronto. Gloria a Dio.
A giorni penso di andare a trovare p. Noè e parlerò con lui riguardo a fratel Felice. Speriamo che si faccia qualcosa per la sua causa di canonizzazione, il che richiede di raccogliere documentazione e i padri qui non sono molto portati per questo tipo di lavoro.
Sto aspettando il tuo libro sull'Amazzonia. In unione di preghiere.

†J.B. Gobbato

Testimonianza di un turista italiano

Torino, 10 marzo 1989

Ill.mo Direttore,

E' con sincera commozione che sul numero di febbraio di "Missionari del Pime" ho letto l'articolo su Fratel Felice Tantardini. Nel 1976 mia moglie ed io abbiamo avuto la grande fortuna di conoscere Fratel Felice. Avevamo raggiunto Taunggyi insieme ad un piccolo gruppo di turisti. La città era tutta "protetta" da postazioni militari. Cercammo l'eventuale chiesa cattolica. Ci fu indicata. Fummo commossi nel vedere davanti alla facciata le tombe di due missionari. Il parroco birmano ci disse che vi era un missionario italiano molto anziano e anche un fratello laico pure italiano.
Fratel Felice ci venne incontro con il suo bel sorriso e ci disse: "Non speravo che la cara Madonna mi avrebbe fatto questo regalo: parlare con due italiani!". Passammo con lui un paio d'ore, parlando di tante cose. Ci lasciammo piangendo. Ci disse: "Non speditemi niente dall'Italia; qui la gente è così povera che è spinta a rubare tutto dai pacchi. Abbiamo visto rubare persino le corone del rosario. Poveretti! Non lo fanno per cattiveria; lo fanno per la grande miseria".
Gli indirizzai altri turisti che negli anni successivi riuscirono ad andare in Birmania ed andò un giovane che si trovava in difficoltà di fede, tutti furono entusiasti dell'incontro.
Ho conservato sue lettere dalle quali traspare l'anima veramente di un santo. Ho pure letto il bellissimo e, sovente, spiritosissimo libro "Il fabbro di Dio". Ringrazio il cielo di avermi fatto il grande regalo di conoscere Fratel Felice.
Ogni sera nelle nostre preghiere in comune, in famiglia, lo ricordiamo. Ecco perché sono stato molto commosso nel leggere l'articolo apparso sulla Sua rivista. Gradisca i miei rispettosi ossequi

Augusto Bellero

Avv. Augusto Bellero
C.so Vittorio Emanuele, 24 bis
10123 Torino

 

(1) Metto tra virgolette la parola "santo" e "santità", per indicare che questi, su fratel Felice, riportati in questo capitolo, sono giudizi di uomini e non ancora della Chiesa. Hanno quindi solo il valore della testimonianza umana, limitata e fallibile.
(2) Per scrivere il capitolo dedicato al Pime in Birmania (1868-2000) nel volume: "Pime - 150 anni di missione", Emi, 2000, pagg. 1.200, L. 50.000.
(3) Per fare solo alcuni nomi fra i più lontani nel tempo: Rocco Tornatore, Alfredo Lanfranconi, Erminio Bonetta, Ernesto Ravasi, fratel Pompeo Nasuelli, Luigi Cambiaso, Pietro Manghisi (questo anche martire!), Giovanni Camnasio, Pietro Mora, Fermo Capoferri, ecc.
(4) Non è semplice iniziare una causa di canonizzazione. Bisogna ottenere il consenso dei vescovi e del nunzio del paese dove il futuro beato è morto; e della Congregazione dei santi, documentando in una indagine previa la santità e la fama di santità del "servo di Dio"; poi si nominano gli "ufficiali" del tribunale diocesano, si interrogano i testimoni e si esaminano i documenti presentati dal "postulatore" della causa; infine tutto il materiale raccolto è sottoposto al vescovo che, se lo giudica sufficiente e probante, ne dà un giudizio positivo e chiude la causa a livello diocesano, trasmettendo tutto alla Congregazione dei santi a Roma. Qui inizia il secondo "processo", non più diocesano ma vaticano, in genere più lungo e più difficile anche perché richiede, per giungere alla beatificazione, un "miracolo" autentico ottenuto da Dio per intercessione del "Servo di Dio".
(5) Lettera di padre Angelo Tin alla famiglia di fratel Felice Tantardini, scritta il giorno precedente la morte di Felice. Questa e le seguenti lettere, fino a quella di suor Enrica, sono contenute nell'opuscolo pubblicato dalla parrocchia di Introbio: "Fratel Felice Tantardini", inserto al numero di giugno-settembre 1991 del bollettino parrocchiale "L'Angelo della Famiglia" (pagg. 24).
(6) Nella sua lunga lettera p. Noè continua dicendo che due missionari "santi" della Birmania, da poco defunti, sono i padri Pietro Mora (1900-1978) e Fermo Capoferri (1903-1984).
(7) La morte di Felice (23 marzo 1991) ha coinciso con i primi passi per la causa di canonizzazione di Clemente Vismara, di cui sono postulatore. Dato che nei mesi seguenti la sua morte, diversi padri dalla Birmania mi scrivevano che anche Felice era un santo, ho scritto diverse volte a p. Paolo Noè (superiore regionale del Pime in Birmania), mons. G.B. Gobbato, p. Igino Mattarucco e agli altri nostri in Birmania, perché raccogliessero documentazione sulla vita e la fama di santità di Felice.