PICCOLI GRANDI LIBRI  Piero Gheddo
IL SANTO COL MARTELLO
Felice Tantardini
70 anni di Birmania

  STORIA E VITA MISSIONARIA

EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

I - Prigioniero nella prima guerra mondiale 
II - In missione tra i cariani della Birmania orientale ....

III - I primi passi nella vita missionaria Leikthò e Kalaw (1922-1933)
IV - Nella tragedia della seconda guerra mondiale
V - Ricostruire dopo la guerra
VI - A 85 anni Felice va in pensione
VII - Quando nasce la "fama di santità" di Felice
VIII - La vita eroica di fratel Felice
IX- Testimonianze su fratel Felice
"Brother Oo Maung Than Chaung" - Didascalie alle foto fatte da p. Angelo Tin - L'orfanotrofio "Oo Maung Than Chaung" - Testimonianza di un laico collaboratore di Felice - Grazie ottenute per intercessione di Felice - "Il cristianesimo ha nobilitato il lavoro" - Il governo italiano proclama Felice "Maestro del lavoro" - Incaricato di formare i fratelli birmani - "A tre anni dalla morte si parla di beatificare Felice" - "Tutti hanno una grandissima stima di Felice: un santo autentico" - Il Martire inglese con la pipa - Detti e aneddoti di fratel Felice.
X- Come ricordano il fabbro di Dio  

IX

TESTIMONIANZE SU FRATEL FELICE

Terminato nelle pagine precedenti il racconto della biografia di fratel Felice Tantardini e della sua fama di santità che nasce subito dopo la morte, dedichiamo ora due capitoli ad altro materiale raccolto su Felice: articoli, testimonianze, grazie ricevute, lettere, aneddoti, ecc. La vita missionaria di fratel Felice, come quella di padre Clemente Vismara (1), non presenta né un prima né un dopo; è stata la ripetizione degli stessi gesti per 69 anni: costruzioni, viaggi a piedi, pericoli, riparazioni, amore e aiuti ai poveri, preghiera, vita dura, povertà, obbedienza, gioia e serenità.
Come ha incominciato, così ha finito. Il padre Angelo Campagnoli ha detto di Clemente Vismara: "Non ha fatto nulla di straordinario: ma è stato straordinario nell'ordinario". Così si può dire di Felice Tantardini.
I documenti che pubblichiamo in questo e nel capitolo seguente, arricchiscono la conoscenza di questo grande e umile missionario avviato alla gloria degli altari, rivelando particolari significativi della sua personalità e santità.

"Brother Oo Maung Than Chaung"

Nel giugno 1955 l'arcivescovo di Taunggyi, mons. Mattia U Shwe, pubblica un opuscolo su fratel Felice che ha per titolo il suo nome birmano: "Oo Maung Than Chaung" (2), curato da padre Angelo Tin, oggi postulatore della sua causa di canonizzazione. Un libretto di piccolo formato pieno di fotografie del fratello (purtroppo stampate malissimo e inutilizzabili!) e con alcuni testi, che riportiamo qui di seguito, fino al capitoletto sulle "grazie ricevute" per intercessione di Felice. Ecco la Prefazione dell'arcivescovo:

30 giugno 1995


Un uomo di piccola statura con un grande cuore per Dio.
Un uomo semplice con una spiritualità semplice.
Un uomo senza pretese pieno di spirito missionario.
Un amante del ferro, amante dei poveri, un uomo del Rosario.
Un dedicato fabbro che ha dato tutta la sua vita per Dio e per la Chiesa.
Questo è quanto si può dire del nostro fratel Felice Tantardini di santa memoria, che aveva adottato il nome birmano di Oo Maung Than Chaung. Questo libretto è dedicato a questo laico che ha consacrato tutta la sua vita alla missione.
Una breve biografia scritta dal nostro p. Ziello, Pime (3), con il racconto fotografico, preparato da p. Angelo Tin, degli ultimi giorni di fratel Felice.
Un capitolo è dedicato all'orfanotrofio "Oo Maung Than Chaung" dedicato alla sua memoria. Questo libretto è stato scritto per mantenere vivo lo spirito di fratel Felice nei lettori.
Mentre ammiriamo la semplice e santa vita del fratello non dimentichiamo di pregare per lui e domandiamo a Dio le grazie di cui sentiamo necessità attraverso la sua intercessione.

†Matthias U Shwe

Bishop's House - Bayint Naung Road

Taunggyi 06011 - Myanmar


Didascalie alle foto fatte da p. Angelo Tin (4)

Il letto di fratel Felice, tra il ferro, gli utensili, il secchio, che per lui erano più importanti di coperte, lenzuola, cuscino. Egli non aveva problema di sonno e diceva: "Io sono un campione nel dormire".
Il vescovo Matthias U Shwe voleva bene a fratel Felice. Spesso lo incoraggiava e sempre lo assecondava in tutto quello che desiderava. Quando andava a trovarlo, Felice era molto contento.
Il vescovo Matthia taglia i capelli a Felice, che gli ricordava sempre la storia del barbiere che aveva tagliato la gola al suo cliente. Felice non andava volentieri dal parrucchiere: gli tagliavano i capelli, oltre al vescovo, p. Angelo Tin, p. Peter La e il sig. Albert. "Io mi sento sicuro nelle vostre mani" diceva al vescovo barbiere.
Fratel Felice con mons. Gobbato si fanno fotografare con i Shan, Lahu e Akha a Taunggyi. Felice pregava per un'intenzione speciale: "La conversione dei non cristiani". Io mi getto ai piedi della Madonna perché interceda Lei per la conversione dei non cristiani" diceva spesso.
Mons. Gobbato ha sempre avuto uno speciale interesse per fratel Felice. Spesso l'accompagnava a fare una passeggiatina.
P. Franco Cagnasso, superiore generale del Pime, p. Noè superiore regionale e p. Giuseppe Fasoli, pregano sulla tomba di Felice.Come era suo desiderio, fu sepolto vicino alla grotta della Madonna a Paya Phyu. "Vicino alla grotta, la gente vede la mia tomba e si ricorda di pregare per me. Invece se sepolto nel cimitero, si ricorderebbero di me solo una volta l'anno".
I ragazzi e gli handicappati di Paya Phyu pregano sulla tomba di Felice, che aveva un amore particolare per i bimbi e gli orfani.

Mons. Luigi Bressan,
delegato apostolico della Birmania, prega sulla tomba di Felice il 27 giugno 1994.

L'orfanotrofio "Oo Maung Than Chaung"

Felice amava molto i bambini, tutto quello che riceveva in dono dai suoi parenti o amici lo spendeva per i bambini poveri.
Quando era a Taunggyi, almeno una volta al giorno andava a visitarli all'orfanotrofio. Il suo preferito era Benedict, un orfanello shan di Mong Nai, praticamente buttato via dai suoi genitori; uno dei suoi parenti lo portò a p. Angelo Tin, allora parroco di Mong Nai.
Siccome il bimbo non stava bene, fu mandato a Taunggyi per cure. Ci vollero circa due anni perché il bambino si rimettesse in salute. Era affidato alla cuciniera del vescovo, la signora Anna Daw, che gli faceva anche da mamma. Il piccolo andava spesso in refettorio e fratel Felice giocava con lui tutto il tempo che gli era disponibile. Ora il bambino ha 6 anni e va a scuola.
In memoria di fratel Felice e del suo grande amore per i bambini poveri, si pensò di erigere un orfanotrofio col suo nome. Subito dopo la sua morte, nel 1992 con alcune offerte ottenute qua e là, il p. Peter La, parroco di Taunggyi, acquistò un pezzo di terreno a Nyaung Shwe, anche con l'aiuto di due cattolici, Vincent Win Myint Pho Zan e Alfredo. Tutte e due lavoravano nell'Ufficio dell'agricoltura e avevano una certa influenza sulle autorità locali. Più tardi fu comperato un altro pezzo di terreno e dopo un anno l'orfanotrofio fu fabbricato.
Il vescovo lo chiamò col nome birmano di fratel Felice: "Oo Maung Than Chaung's Orphanage", che significa l'orfanotrofio dell'uomo del ferro (o fabbro); il nome di Felice in birmano fu pure scolpito, come lui desiderava, sulla lastra di marmo della sua tomba.
10 orfani e poveri bambini furono accettati nel 1994 e l'orfanotrofio affidato a Damiano Khu e alla sua famiglia. Per il mantenimento degli orfani, Damiano ha un allevamento di maiali e galline. Vi è pure un laghetto artificiale per pesci, scavato dai ragazzi dell'orfanotrofio durante le vacanze: ora si incomincia ad avere i primi pesci. Un altro pezzo di terreno fu comperato nel 1994 per una futura estensione dell'orfanotrofio.
La scuola elementare è situata vicino all'orfanotrofio, proprio al di là della strada. Il risultato dei ragazzi è stato eccellente, promossi al 100%.
Il lavoro dei ragazzi non basta a mantenere l'orfanotrofio che in parte è sovvenzionato dal contributo generoso di amici e parenti di fratel Felice e del suo paese Introbio; e anche con le offerte dei locali: rispondono generosamente, ci sono di incoraggiamento.
Così, l'amore di Felice incomincia ad essere trasmesso. Si sente il suo amore come se fosse presente. Certamente dal Cielo egli ci vede e sorride a questi bambini che protegge con il suo aiuto. Si spera che si possa arrivare ad accettare in futuro 25 bambini. Siccome sono protetti dal santo fratello essi certamente cresceranno in maturità di spirito e nella sua santa imitazione.
Coloro che desiderano mandare offerte all'orfanotrofio di Oo Maung Than Chaung, sono pregati di farlo attraverso p. Angelo Tin, il sacerdote incaricato dell'orfanotrofio.

Mons. Mattia U Shwe
Arcivescovo di Taunggyi


Testimonianza di un laico collaboratore di Felice

Umiltà di Felice. Mio compito era servire i padri a tavola. Fratel Felice prendeva sempre posto alla fine della tavola. Un giorno gli chiesi perché non si sedeva più in su, di fronte ai padri; mi disse che lui era felice così dov'era, perché poteva servirsi di tutto il riso che voleva, e aggiungeva che siccome lavorava molto, doveva mangiare molto. Certo il lavoro di fabbro era duro, ma io notai che Fr. Felice non mangiava molto specialmente quando vi erano pietanze speciali.
Quando fu nominato nostro prefetto in orfanotrofio e ci doveva sorvegliare, non lo vidi mai picchiare qualche ragazzo: semplicemente ci mostrava la grande palma della sua mano per ammonirci di non fare qualcosa di sbagliato né di meritare cattivi voti. Solo ci ammoniva. Non l'abbiamo mai visto diventar rosso di rabbia. Sapeva controllarsi molto bene.
Il vescovo spesso avvisava i suoi preti che non dovevano aspettare molto nel chiedere a fratel Felice i lavori in ferro per le loro chiese e opere. Felice era avanti negli anni e forse se ne sarebbe andato in cielo presto, e il lavoro sarebbe restato a metà. Per la verità parecchi di quei preti se ne andarono alla casa del padre e Felice era ancora vegeto dopo aver fatto molti nuovi lavori.
Un giorno un padre e i suoi catechisti stavano guardando con sgomento il fratel Felice che stava fissando una croce di ferro sul campanile. Un catechista disse al prete: "Molto spesso egli sale su nel cielo a fare questi lavori così pericolosi e quando morirà la sua anima andrà in cielo prima di noi. Ma, padre, lei è così grosso e ha tanti soldi, se muore andrà all'inferno?". Il sacerdote lo guardò di traverso e rispose: "Voi avete fatto un complimento a Felice e questo mi sta bene, ma non avete nessun diritto di condannarmi".
Un uomo a cui potevi credere, che batteva forte il suo rovente ferro e anche masticava forte il tabacco della sua pipa. La cannuccia della pipa doveva essere spesso cambiata o riparata. Mi diceva che gli uomini che fumano la pipa sono gente a cui bisogna credere. Da allora io divenni un suo buon discepolo nel fumare la pipa.

Oo R.P. Thaung


Grazie ottenute per intercessione di Felice (5)
Vi è un buon numero di racconti di grazie ottenute per intercessione di Fratel Felice. Molte di queste furono ricevute da individui che avevano alcune "reliquie" (pezzetti di stoffa tagliati dalle sue vesti) e che pregarono il Fratello. Ecco alcune di queste grazie che arrivarono a me attraverso scritti.

P. Angelo Tin

1) Un aspirante catechista sanato

Maung Aung Sein è un mio nipote che studia nel catechistato di Pekhon. Nel 1992 egli si ammala gravemente e viene portato all'ospedale di Loikaw. Dottore e infermiere fanno il loro meglio per curarlo, ma dopo un mese peggiora. Il dottore mi dice chiaramente che vi sono poche speranze. Io andai a trovarlo e gli portai un pezzetto della veste di Fratel Felice raccomandandogli di pregarlo per la guarigione. Senza speranza da parte del dottore, ritornai a Pekhon aspettando notizie dall'ospedale. Siccome non ricevevo notizie di sorta, ritornai all'ospedale di Loikaw per vederlo, ma non era più in ospedale.
Nessuna notizia. Così dopo una settimana andai al suo villaggio, Hwason Kuntha, per sapere qualcosa di lui. Con mia grande sorpresa lo incontro che ritorna dal bagno. "Mi sento meglio, padre" mi disse. E da quel giorno il ragazzo sta sempre bene. Io sono certo che fu Felice a guarirlo. Egli continuò i suoi studi ed ora è catechista.

P. Angelo Tin, Taunggyi

 

2) La reliquia di Felice guarisce un ragazzo

Nel villaggio di Yanson, vicino a Pekhon, un ragazzo che faceva il facchino, ritornò a casa seriamente ammalato. La gente del villaggio vennero a chiamarmi perché lo vedessi. Il ragazzo giaceva sul lettuccio incapace di dire una parola. Pensai che non vi era nulla da fare, gli diedi l'Olio degli Infermi e lo raccomandai al Fratel Felice mettendo un pezzetto di veste del Fratello sulla testa del malato.
Ritornai a casa e aspettavo notizie. Passano uno, due giorni e nessuna notizia. Chiedo notizie alla sua gente e questi mi dicono che il ragazzo è guarito ed è andato a lavorare sulle montagne.
Questo pure, credo, è una grazia per intercessione di Felice.

P. Angelo Tin, Taungyyi

3) Una suora che non riesce a dormire

Da quando arrivai a Mong Ping, non potevo dormire; e così per parecchie notti, avevo paura di perdere la ragione. Ho chiesto a p. Angelo Tin una reliquia di fratel Felice, la misi sotto il mio cuscino e lo pregai di intercedere per me. Da allora dormo regolarmente e molto bene, senza paura alcuna. Fu certamente un aiuto da parte di fratel Felice.

Una suora di Mong Ping, diocesi di Kengtung

4) Gli handicappati hanno riso sufficiente

Per quello che io so, fratel Felice era un umile, semplice e santa persona. Egli amava i poveri; era sua abitudine mandare ogni anno delle coperte ad ogni convento da regalare agli orfani. Era veramente generoso con i poveri.
Molto pio, si addormentava sempre con la corona del Rosario fra le mani. Diceva abitualmente: "Un Rosario al giorno toglie il diavolo d'attorno".
Prima di morire, espresse il desiderio di essere sepolto a Paya Phyu, la casa per gli handicappati. Potrebbe essere che egli chiese di essere sepolto qui per aiutarci. Noi lo preghiamo spesso perché interceda per i nostri bisogni. Gli orfani e gli handicappati gli vogliono molto bene.
Attualmente, dopo la sua morte, i benefattori vengono spesso ad offrire riso e soldi per loro e così noi non temiamo per il loro mantenimento. Il riso è assicurato.

Suor Theodosia Mire, Payaphyu

5) Una bambina guarisce dal mal di cuore

Nel nostro orfanotrofio di Mong Nai, vi era una bambina di due mesi. Era affetta di asma e problemi al cuore. La portammo all'ospedale, ma il dottore ci disse che la bimba era troppo piccola per poterla curare con iniezioni, l'unico rimedio. "Non si può far nulla" ripeté l'infermiera.
Andai in cerca di una medaglia da metterle al collo, ma non ne trovai. Trovai però un pezzo di stoffa degli indumenti di Felice, lo tagliai e lo misi al collo della bimba. Il giorno seguente la piccola stava meglio, e dopo pochi giorni era completamente guarita. Io penso che fu guarita per intercessione di Felice.

Una suora della missione di Mong Nai

6) Il piccolo Francesco è risanato

Francesco aveva un anno quando fu colpito da una forma grave di diarrea. Lo riempimmo di medicinali ma senza effetto e le condizioni del bimbo peggioravano sempre più. Una notte si era tanto aggravato che pensammo fosse alla fine. Chiamammo il sacerdote perché lo benedicesse, dato che noi non potevamo più nulla. Ad un tratto mi ricordai della reliquia di fratel Felice e misi un pezzetto di quella stoffa al collo del bimbo. Dopo un'ora il bimbo apre gli occhi e si guarda in giro. Era molto sudato ma sorrideva. Finalmente udimmo ancora la sua voce. E da quel momento fu guarito.

Una suora della missione di Mong Nai

7) La reliquia di Felice mi ha curata personalmente

Questa è una mia esperienza personale e voglio ringraziare personalmente il Signore per avermi guarita per intercessione di Fratel Felice. Ero ammalata grave per una forma di malattia che non trovava rimedio da nessun dottore o medicina. Ero davvero scoraggiata.
Ecco che un pezzo di stoffa della veste di Felice mi capitò fra le mani, la misi sulla parte ammalata e pregai Felice che intercedesse per me. Dopo una settimana il male scomparve e ancora oggi sono in perfetta salute. Fu certamente per intercessione di Felice se sono guarita.
Se anche voi avete malattie strane o qualsiasi problema di salute, per favore, chiedete a Lui di aiutarvi. Questo è quello che io stessa vi consiglio.

Una suora della missione di Mong Nai

8) La guarigione di un uomo

Un abitante di U Lù Kuntha era da tanto tempo ammalato, incapace di alzarsi dal letto. Nel 1993, durante la festa di Nostra Signora di Geroblao a Pekhon, la moglie venne da p. Angelo Tin e chiese una reliquia di fratel Felice. Il padre disse alla donna di far sì che il marito prendesse la reliquia con fede pregando Felice che intercedesse per lui. Dopo un po' di tempo la donna ritornò dal padre dicendogli che il marito era perfettamente guarito.

Testimonianza di P. Angelo Tin


"Il cristianesimo ha nobilitato il lavoro"

Fine e scopo del missionario è di rendere il proprio gregge capace di reggersi, difendersi da sé, con clero proprio, mezzi propri, chiesa, scuole, orfanotrofio propri, ecc. Purtroppo l'evangelizzazione è terribilmente lenta a faticosa. Uno dei coefficienti maggiori per questa formazione è il "lavoro". Rendere i cristiani amanti del lavoro, in modo da assicurare loro il sufficiente per vivere, significa pure renderli amanti della propria religione. L'evangelizzazione fra miserabili è effimera, manca di radice: energia e mezzi sciupati invano, se non educa al lavoro.
Chi si presenta forte artefice di questo grande ed umile compito di educazione? Il Fratello coadiutore. Un fratello che suda, che tutto il giorno batte sull'incudine, è più persuasivo e fattivo di chi dalla cattedra esorta al lavoro.
Chi nobilitò il lavoro fu il cristianesimo. Togliete ad un missionario il lavoro: che gli rimane? Uccidetelo, ma non lasciategli mancare la quotidiana fatica. Più d'uno cadde felice vittima del proprio lavoro.
Fra i pagani, chi può vivere senza lavoro, anche con mezzi meno onesti - per esempio i trafficanti d'oppio, chi non paga gli operai - è un privilegiato, un protetto dagli dei, ha sortito un "karma" fortunato.
I nostri antichi Romani riservavano il lavoro esclusivamente agli schiavi. Narrano le cronache che Scipione l'Africano, incontrato un uomo dalle mani callose, meravigliato gli chiese:
- O che forse tu cammini con le mani anziché con i piedi?
Noi cristiani ci vantiamo di avere come "Fondatore" un Uomo-Dio dalle mani incallite nella botteguccia di Nazareth, per trenta lunghi anni!

"La sua felicità è il lavoro"

Felice: il nome è appropriato. In qualunque tempo, in qualsiasi luogo o circostanza voi incontrate fratel Felice, vedrete sempre affiorare sul suo labbro un sorriso sereno, pacato, spontaneo come di chi è amico di Dio, amico degli uomini e nemico di nessuno.
E' nato fra i monti della Valsassina. Esteticamente non è un bell'uomo. Forse il pesante, continuo lavoro di fabbro ferraio, e più di tutto i settanta soli passati sul suo capo arruffato lo hanno un po' incurvato, ma a tutto questo supplisce il suo franco sorriso di galantuomo. Con fratel Felice vien pure a noi spontaneo il sorriso e ci sentiamo felici.
La sua felicità è il lavoro; non lo troverete mai con le mani in mano; nessun lavoro gli è estraneo, chiede anzi, che, terminata un'opera, subito gliene indichiate un'altra. Dove lo chiamano va, senza volgersi indietro, né chiedere spiegazioni. Lavora in silenzio, lavora con passione, lavora forte, lavora sempre.
Il mondo si evolve. Fu detto, anche da persone di senno, che ormai è passato il tempo dei "Fratelli coadiutori" di pochi e umili talenti. Oggi - si dice - anche i fratelli devono essere persone qualificate, istruite, che sanno il fatto loro. Non più fratelli che scopano la casa, o insegnano la dottrinetta, o simili. Via, non esageriamo: l'umile è sempre fattivo, e soprattutto, lascia sempre l'impronta di essere vissuto.
A un fratello coadiutore (una volta si chiamavano catechisti) ingegnere, professore, architetto, e via dicendo, io missionario di lungo corso preferisco fratel Felice, fabbro ferraio.
La preferenza verso l'umile fabbro è dovuta al fatto che noi viviamo fra gente povera, gente che non sa se domani potrà sfamarsi; e questa povertà non è dovuta a natura ingrata, che non rende, ma a mancanza di educazione e di formazione al lavoro.
No, no, per la Birmania occorrono fratelli come Felice: buono, obbediente, umile e laborioso; ad altri lidi, ed in altre contrade, fratelli qualificati, specializzati, scienziati.
Tutte le stazioni missionarie della diocesi di Taunggyi e di Toungoo, nessuna esclusa, furono bagnate dal sudore di fratel Felice, ed il suo zampino arrivò anche nelle diocesi di Kengtung, Mandalay, Prome e Bhamo.
I padri hanno dimora fissa, un campo di lavoro determinato. fratel Felice, invece abita dove c'è lavoro, non ha un focolare proprio, cambia casa, letto, cucina, ma non cambia l'incudine e il martello. E di questo laborioso vagabondaggio quale la ricompensa? Di danaro non parliamone neanche: fratel Felice è un signore, non ne sente il bisogno.
- Che ne devo fare? Non ho bisogno di nulla. - Gli necessita solo il lavoro che protrae fino al tramonto. Se avesse danaro lo dimenticherebbe sul posto del lavoro.
Il debole di fratel Felice è la pipa; tranne il tempo della preghiera ed il tempo che mastica cibo, la pipa è sempre in bocca. Tutti i Padri gli regalano tabacco, e del migliore; lui non fa in tempo a consumarlo tutto.
"La corona e la pipa sono sempre state le mie indivisibili compagne" confessa candidamente.
Caro fratel Felice, voglia il buon Dio, mandarci tanti fratelli come te, che non meritino altro rimprovero se non quello di essere attaccati ad una pipa!
A fratel Felice tutti vogliono bene. Nella vigna di Dio è nobile anche un fabbro ferraio.

Padre Clemente Vismara, Pime
missionario in Birmania
(Da "Missionari del Pime", maggio 1966)

Il governo italiano proclama Felice
"Maestro del Lavoro"

Il 3 novembre 1973 l'Ambasciatore italiano in Birmania, dott. Elio Pascarelli, ha consegnato a fratel Felice Tantardini, fratello missionario del P.I.M.E., a nome del Presidente della Repubblica italiana Giovanni Leone, la decorazione chiamata "Stella al merito del Lavoro", un'alta onorificenza per i cittadini italiani distintisi all'estero per meriti eccezionali, insieme al titolo "Master Worker" (Maestro del Lavoro).
La decorazione è stata consegnata a fratel Felice nella sede dell'Ambasciata durante un ricevimento a cui era stata invitata tutta la comunità italiana in Birmania, composta in gran parte da missionari anziani, i soli a cui sia concesso di risiedere nel paese. Nuovi missionari non sono ammessi e chi esce dal paese non può farvi ritorno.
La notizia di questa onorificenza è stata pubblicata sulla prima pagina del quotidiano ufficiale governativo "The Working's People" del 4 novembre 1973 e anche sul corrispettivo giornale in lingua birmana, con la foto. Il giornale in inglese, pur non rivelando la sua natura di missionario, scrive: "Maestro Tantardini, un ometto mingherlino che a 76 anni non ha ancora nessuna intenzione di ritirarsi dal servizio attivo, ha insegnato a generazioni di giovani birmani le sue molteplici arti in cui è specializzato, che includono l'arte del ferro, carpenteria, edilizia, idraulica, ecc. Per più di mezzo secolo egli ha lavorato a Toungoo, Loikaw, Kengtung, Taunggyi e innumerevoli altri posti della Birmania meridionale e degli Stati Shan, dove non si è mai scoraggiato di fronte alle difficoltà delle lingue locali".

("Missionari del Pime", gennaio 1974)

 

Incaricato di formare i fratelli birmani

Due sono nella missione quelli che girano sempre e arrivano in tutti i posti per ragioni diverse di lavoro: il vescovo e fratel Felice. Non si esagera dicendo che nella missione di Toungoo non c'è residenza di missionario, né convento o scuola di suore che non porti segno dei più svariati lavori in ferro di fratel Felice.
La Birmania, purtroppo, non riapre ancora le porte a nuovi missionari dall'estero, perciò si deve agire affinché sorgano anche i fratelli missionari locali capaci di continuare la preziosa cooperazione ai sacerdoti missionari. Da oltre un anno anche a fratel Felice, pur all'età di 60 anni e dopo tanto e vario lavoro in 36 anni di missione, è affidato questo compito di preparare i suoi continuatori. E lui s'è impegnato al lavoro, con le mani, i piedi, la lingua e, soprattutto, con l'esempio fino al.... giubileo d'oro, che lui però, dato la sua passione ed arte, vorrebbe chiamare giubileo di ferro.
Si trova ora a Mushò dove da quattro anni si è riaperta la scuola del catechistato e si è tentato l'esperimento di avviare una casa, anzi, secondo il desiderio del vescovo, una congregazione religiosa di fratelli nativi coi voti. L'inizio fu contrassegnato da ore dure e incerte; poi, grazie al buon Dio, negli anni successivi il numero andò via via crescendo, specialmente in quest'anno ed ora è proprio il numero che ha creato il problema della casa... E fratel Felice è stato mandato a sovraintendere ai lavori della costruzione delle due case nuove: l'una per gli aspiranti fratelli e l'altra per i catechisti.
Qui si studia e si lavora, specialmente ora con le costruzioni e così con lo studio: lavoro e preghiera soprattutto, si cerca di dare l'educazione adeguata per formare gli aiutanti dei missionari. Finora il lavoro anche pesante non è mai venuto meno, per ricordare che si vive sui monti e nell'interno della foresta dove mancano facili comunicazioni, dove preparare e portare a casa tutto il materiale non è un gioco. I fratelli devono costruirsi la loro casa con le proprie mani e abilità, dice Felice. Prima ancora però s'è dovuto lavorare e preparare il convento alle suore e due grandi cisterne in cemento armato.
Felice deve sovraintendere, è vero; ma non si risparmia anche nei lavori più umili e pesanti, lui stesso si fa esempio.
"Noi fratelli, dice Felice, per formare questi giovani aspiranti, va bene che si studi, ma l'impegno maggiore dev'essere il lavoro. Il nostro Patrono S. Giuseppe ha lavorato accanto al Signore, i calli sulle mani devono essere il contrassegno di riconoscimento dei buoni e genuini fratelli".
Fra non molto sarà ultimata la casa a due piani dei fratelli, lunga 30 metri per 10. Era ormai necessaria perché la vecchia casa, in legno, logora ed angusta sarà abbattuta, ma il lavoro delle costruzioni qui a Mushò non è che a metà strada, a tutt'oggi.
I primi 3 aspiranti, che indossarono la veste lo scorso anno e che ora hanno già finito il periodo di noviziato, furono già mandati a lavorare coi missionari e faranno ritorno a Mushò fra un anno per il primo termine dei voti temporanei. Quest'anno, il 3 maggio, si è rinnovata qui, nella nostra chiesetta di Mushò, la cerimonia della vestizione di altri quattro fratelli e presto, in giugno, un quinto si aggiungerà ai compagni.
Al presente i vecchi e i nuovi fratelli colla veste sono 8 e si nutre speranza che con il prossimo anno ce ne sono altri e così per gli anni a venire.
Voglia Dio benedire e incrementare quest'umile opera che si prefigge di accogliere e formare giovani volenterosi di consacrarsi a Dio coi voti, seguendo e vivendo la vita dei missionari e rendendo così un contributo valido alla causa delle missioni.
Accanto alla formazione dei fratelli procede pari passo per tre anni anche l'istruzione dei catechisti ad un unico ideale, quello di dare apostoli laici alla diocesi. Preghiera, studio, lavoro e zelo sono i mezzi comuni di preparazione all'apostolato laico, sebbene in modi diversi di vita e di cooperazione. I catechisti, naturalmente, dopo i tre anni di tirocinio a Mushò sono considerati maturi per il loro lavoro senza alcuna obbligazione speciale se non quella di essere l'esempio e la guida ai cristiani o neofiti fra i quali sono mandati. Già parecchi catechisti sono al lavoro.
Questo è il lavoro di formazione di fratelli locali e di catechisti, in questa casa di Mushò e in questo compito educativo ci mette la sua buona parte di lavoro, parola ed esempio fratel Felice, che ha a suo credito 36 anni di vita missionaria e può quasi vantare un certo qual diritto a preparare fratelli e catechisti per la maggior gloria a Dio e recare delle anime.

padre Luigi Dametto (1910-1965)
missionario del Pime in Birmania,
direttore della casa di formazione di Mushò
(Relazione alla direzione generale del Pime nel 1958)


"A tre anni dalla morte si parla di beatificare Felice"

A soli tre anni dalla morte si parla di beatificazione per Felice Tantardini, valsassinese, missionario laico in Birmania per 69 anni. Per il Pime è già santo.

"Fratel Felice Tantardini è un Santo da mettere sull'altare!

Il vescovo di Taunggyi, mons. Matthias U Shwe, sarebbe del parere di iniziare la causa di beatificazione... Secondo me il caso di fratel Felice merita davvero considerazione, per offrire alla Chiesa un esempio di santo laico e missionario che ha lasciato un ricordo grandioso. Era conosciuto e stimato più del vescovo. I pagani e i musulmani erano suoi amici e per lui erano disposti a fare qualsiasi cosa".

Sono parole di padre Paolo Noè, superiore regionale del Pime in Birmania, nell'anniversario della morte di fratel Felice avvenuta il 23 marzo 1991, a 93 anni.
Ma chi era fratel Tantardini? Il nome suona familiare ad orecchie lecchesi e in particolare valsassinesi. E infatti Felice nasce a Introbio il 29 giugno 1898, sesto degli otto figli di Battista e Maria Magni. Terminata a undici anni la terza elementare - allora pochi andavano oltre - va a bottega, garzone di un fratello fabbro. Sembra una storia come molte innumerevoli altre, invece la vita doveva riservargli avventure "dell'altro mondo".

Dalla guerra all'oriente

A 18 anni, il fante Felice Tantardini è mandato in guerra, ma dopo qualche settimana al fronte cade prigioniero degli austriaci e viene destinato a lavorare il ferro. Lui però non è d'accordo e poco dopo, in modo rocambolesco, riesce a fuggire. Fine dell'avventura; non è questo il tipo di guerra che vuol combattere Felice; dentro di sé coltiva un sogno: andare missionario; un missionario con incudine e martello, perché in luoghi lontani e selvaggi c'è tanto da fare. Così nel settembre del '21, Felice Tantardini entra nel Pime e dopo una preparazione sommaria - otto mesi - parte per la Birmania. Un bel salto: dalla natia, fresca Valsassina ad una terra dal clima terribile, foreste impenetrabili, pericoli di ogni specie. Il distretto di Toungoo - sulle montagne del nord-est dove viene inviato - è davvero un altro mondo: villaggi primitivi, poverissimi, dove la gente non ha mai visto un bianco, fuma oppio e parla una lingua astrusa.
Ma il giovane missionario - anche se non dice Messa, missionario lo è davvero - è venuto proprio per mettersi a servizio di questi fratelli. Impianta le strutture della missione, si sposta nei villaggi con una forgia portatile - ma non c'è lavoro che non sappia fare, muratore, falegname, idraulico e chissà cos'altro - dovunque è richiesta la sua opera. Mai stanco, dieci e anche più ore di lavoro massacrante sono la norma, malgrado il clima e la struttura minuta ma muscolosa della sua persona. E' allegro, fantasioso, pronto alla battuta, alle storielle.
Nei 30 anni della sua permanenza a Toungoo le avventure non si contano; dalla prigionia (ancora!) durante l'occupazione giapponese nella seconda guerra mondiale - rischiò pure di essere fucilato - alle marce di interi giorni nelle foreste, alla guarigione dall'ernia ottenuta dalla Madonna in modo quasi miracoloso e per la quale fece voto di recitare il rosario completo ogni giorno per il resto della vita.
Impara le lingue con molta facilità: alla fine ne parla 5 tra cui l'hindi, e il giapponese. Niente male per uno che ha fatto la terza elementare.

"Brother happy"

Negli anni 50 fratel Felice viene trasferito a Taunggyi, capitale degli stati Shan, confinanti con la Cina, e vi resterà fino alla morte. E' comunemente chiamato, in inglese, "Brother happy", cioè "Fratello Felice", non solo perché questo era il suo nome, ma perché indicava il suo modo di essere: era sempre felice, contento, pieno di gioia e di ottimismo.
Ma non c'è un distretto della missione dove non sia giunto con il suo lavoro, l'inseparabile pipa, le sue doti eclettiche che gli consentono di fare cose incredibili anche con mezzi di fortuna. Fratel Felice, "brother happy", come lo chiamavano in inglese un po' tutti per la gioia e l'allegria che lo caratterizzano, passa le domeniche scrivendo ai numerosi amici italiani; con il loro aiuto riesce a dare soccorso ai poveri, ai lebbrosi, ai bambini.
Interessante è la corrispondenza che ebbe con padre Cesare Colombo, lecchese, apostolo dei lebbrosi, anch'egli in Birmania. E prega, anzi vive di preghiera. Negli ultimi anni della sua vita non si contano i rosari che recita ogni giorno. La "cara Madonna", per lui rimasto orfano a 13 anni, è la tenerezza materna, l'amore di tutta la vita.

In pensione a 85 anni

Un giorno il suo vescovo, mons. Lanfranconi, gli ordina di scrivere le sue memorie. Obbediente come sempre, fratel Felice dà vita a pagine di splendida freschezza e arguzia, raccolte poi in un libro edito col titolo "Il fabbro di Dio". Sempre con la semplicità di chi non si sente affatto protagonista ma guarda se stesso con occhio sereno e distaccato, pronto già allora per la patria celeste. Ma intanto che questa lo attende, ama moltissimo la sua Birmania alla quale ha dato ben 69 anni di vita. In Italia è tornato soltanto una volta, nel 1956 su ordine dei superiori, ma ormai il suo cuore e i suoi pensieri erano saldamente radicati altrove.
Nel '73 il governo italiano si ricorda di lui per conferirgli - e mai premio fu più meritato - il titolo di "maestro del lavoro" per aver "contribuito a onorare il lavoro italiano all'estero".
Va in "pensione" a 85 anni per ordine del vescovo. Ci vede ormai pochissimo ma avrebbe continuato a lavorare se glielo avessero permesso. Era inquieto per le sue mani tornate lisce, senza più calli: non aveva che questi per dimostrare che era il fabbro di Dio, che aveva lavorato duro per amore suo e dei fratelli...
Lui non lo sapeva, ma aveva ben altra credenziale da presentare al suo Signore, la sola - secondo il Vangelo - che apre le porte del regno: la purezza, la semplicità di un cuore di un bambino. Il resto è venuto di conseguenza.

Maria Teresa Garascia

("Il Resegone", Lecco, 27 maggio 1994)

 

"Tutti hanno una grandissima stima di Felice: un santo autentico"

Kunthà, 20 agosto 1998

Carissimo p. Gheddo,

è stato raccomandato ai padri in genere, specie quelli birmani, di inviare ricordi, notizie fatti, aneddoti, riguardanti fratel Felice Tantardini, morto nel 1991, a 93 anni, dopo poco meno di circa 70 anni di servizio in Birmania.
Padre Galbusera (nato nel 1911) mi ha consegnato alcuni fogli di suoi ricordi personali, dicendomi di trascriverli perché in qualche punto poco chiari, per la sua vista assai debole. Però, avendoli letti, ho visto che con un po' di buona volontà si possono capire abbastanza bene. E perciò li invio tali e quali mi furono consegnati.
Personalmente temo che la causa di beatificazione di fratel Felice non si potrà neanche iniziare. Tutti avevano e hanno una grandissima stima di lui: un santo autentico; anch'io lo credo un fratello santo, pieno di ogni virtù, pur con qualche difetto: secondo me, anche più santo di p. Vismara (che però ho poco conosciuto). Ma, qui, con tanti problemi e l'attuale situazione, com'è possibile avviare una causa di canonizzazione?
I vescovi e i padri italiani e nativi, lo hanno sempre tanto considerato un fratello eccezionale. Io lo invoco lo faccio invocare e ottengo grazie.

padre Igino Mattarucco

 

Il Martire inglese con la pipa

Caro P. Mattarucco,

non ci vedo quasi più e mi sento male. A stento ho scritto queste poche pagine. Tu cerca di capire quel che ho scritto e questi fogli tu rifalli di nuovo. Arrivederci in... Paradiso e spero che un giorno il nostro caro Felice salirà agli onori degli altari e noi - spero anch'io - lo vedremo coronato col titolo di Beato e Santo in Paradiso. Prega per me. Se puoi vieni a trovarmi e così potremo parlare un po'. La vista si oscura ma fiat voluntas Dei et Mariae.

Tuo aff.mo Galbusera


Alcuni episodi che ricordo di fratel Felice Tantardini.

1) Povertà. Di suo aveva niente; con tutto quello che riceveva dai parenti e amici d'Italia comperava specialmente vestiti e coperte per i poveri. Parecchie volte io ho ricevuto centinaia di coperte da distribuire ai diversi distretti.

2) Purezza. Era amabile con tutti sia padri che suore o altra gente. Ma, se non era proprio necessario, non voleva avere a che fare con le donne. Una volta, subito finita la guerra, dopo il mio ritorno dall'India (campo d'internamento), mi fermai alcuni giorni a Toungoo e andai a visitare le suore. Vedendo la cucina delle ragazze che cucinavano per terra, con un po' di mattoni e argilla feci una specie di focolare rialzato con tre giorni di lavoro. Per non sporcarmi troppo, la superiora mi diede un grembiule e me lo misi. Quando in casa fratel Felice mi vide col grembiule, mi sgridò: "Lascia stare la casa delle donne!". E io obbedii. Non era una sottana, ma solo un grembiule che mi proteggeva sul davanti la veste talare nera che indossavo.

3) Quando fratel Felice era a Taunggyi, era sempre pronto ad eseguire gli ordini. Si può dire che Felice lavorò in tutti i luoghi della missione, non solo in Toungoo. Fu a lavorare anche a Mandalay. L'arcivescovo di Mandalay, mons. Falière, era entusiasta di fratel Felice. Finito il lavoro che doveva fare, il vescovo voleva dargli dei soldi, ma fratel Felice non li volle. Siccome a quel tempo non aveva orologio, il vescovo gliene diede uno. Felice non voleva riceverlo. Ma dopo tanto insistere del vescovo, lo prese a patto di poterlo regalare a quel padre che ne avesse bisogno. E così fece. "A me - diceva - non occorre l'orologio poiché batto il ferro da mattino a sera e mi regolo sul sole".

4) La sua vita era lavoro e preghiera e nei primi tempi faceva catechismo alla gente, specie ai ragazzi e ragazze nei villaggi. Poi non aveva più tempo, perché era richiesto da ogni parte per il suo lavoro. Ma predicava volentieri in varie lingue, nelle preghiere comunitarie che si recitano alla sera con la gente. Come ha scritto padre Noè, nel fratel Felice non si è riusciti a trovare pecche.

5) Una cosa mi è rimasta in mente. Felice teneva la pipa in bocca quando lavorava, quasi sempre spenta. Talora anche capovolta. P. Ziello un giorno gli disse: "Felice, tu saresti un santo fratello, ma dovresti lasciare la pipa!". Che fare? Disobbedire? Mai!

Alla sera, prima di andare a letto, dopo aver detto le sue orazioni, gli piaceva leggere il Vangelo, le riviste missionarie, le vite dei santi. Proprio quel giorno, dopo aver ricevuto da padre Ziello il consiglio di lasciare la pipa, di sera stava leggendo la vita di alcuni martiri inglesi, credo del tempo di Enrico VIII, e lesse che uno che doveva morire per non aver voluto rinnegare la fede cattolica, arrivato sul posto dell'esecuzione, chiese ai carnefici un momento di tempo. Gli fu concesso.

Il martire si inginocchiò, pregò e poi prese la pipa e fece una fumatina, poi pregò ancora e disse: "Ora sono pronto". Il carnefice con un colpo secco spiccò la testa del martire. Chi scrisse quel libro commentò il fatto della fumatina con queste parole: "The good God created good Thing for good People" ("Il buon Dio ha creato le cose buone per la buona gente").

Fratel Felice prese il libro e corse subito da P. Ziello che ancora era nel suo studio (era procuratore) e non era ancora andato a letto e gli disse: "Guarda che cosa è stato scritto di questo martire". Allora P. Ziello risponde: "Sta' quieto e tieni pure la pipa in bocca". Da allora, avendo perso tutti i denti, alla pipa attaccò, col filo di refe, una pallottolina per non farla cadere. Negli ultimi anni mi pare che lasciò anche la pipa.

6) Per me venne a lavorare anche a Prusò (allora ero parroco). Felice è un santo: preghiera, lavoro, sacrificio e obbedienza a tutta prova. Non l'ho mai sentito parlare male di alcuno. Sempre allegro, lavoratore indefesso, anche se negli ultimi anni, a causa dell'ernia, doveva portare il cinto prima semplice, poi doppio.

Tra le costruzioni, notevoli il seminario e la casa vescovile di Taunggyi, dove sue sono le opere in ferro, mentre quelle di cemento sono di fratel Pietro Giudici. Parlare dei lavori materiali da lui fatti, non si finirebbe più.

Padre Angelo Galbusera

Detti e aneddoti di fratel Felice (6)

"Bisogna attaccarsi al Rosario, dopo tutto la Madonna è più potente di questi Gervasi qui".

"Bisogna coprire il resto e guardare al Signore e alla Madonna se no... guai, guai".

Poco dopo la morte di Felice, nel maggio 1991, una sua veste talare venne tagliata in pezzi quadrati (cm. 9,5 x 4,5) cuciti su un foglio di carta, sui quali è stato scritto a macchina:

"This cloth is taken from the cassock of Brother Felice. Ask him Help and will receive it" ("Questa stoffa è stata presa dalla talare di Fratel felice, chiedi a lui aiuto e lo riceverai").

"This cloth is taken from the cassock of Bro. Felice. Ask him help and he will answer you" ("Questa stoffa è stata presa dalla talare di Fr. Felice. Chiedi il suo aiuto ed egli ti risponderà").

Fratel Felice era allergico alle donne, specialmente alle suore. Egli non permise mai alle suore di andare a lavorare nelle case dei padri. Egli stesso, se non c'era l'obbedienza, non si recava mai a lavorare in convento.

Suor Angela Cerea racconta: "Quando padre Perego comprò la Land Rover, una volta portò le suore per un picnic a Laikha. In quel tempo, fratel Felice era lì alla Colonia dei lebbrosi di Loilem per dei lavori e p. Perego invitò pure lui. I padri e le suore avevano già preso posto nella macchina. Arriva fratel Felice e quando vede così tante suore ritorna sui suoi passi dicendo: "Non mi piace di essere detto benedetto fra le donne". E non venne.

Taunggyi, 25 marzo 1991 - Alle 7.15 del mattino, Messa funebre per fratel Felice, presente cadavere, nella cattedrale di Taunggyi. Presiede l'arcivescovo mons. Mattia U Shwe; mons. Gobbato e altri sacerdoti concelebrano. Padre Paolo Lo fa l'omelia e dà alcuni cenni biografici di Felice.

Dopo la Messa una processione di circa 30 macchine lo portano al cimitero a Paya Phyu. Qui è sepolto nel convento delle suore di Maria Bambina, vicino alla grotta secondo quanto Felice aveva desiderato.

Fratel Peter Newman pochi giorni prima che Felice morisse lo andò a trovare; il fratel Felice gli disse: "Sii sempre retto (onesto, dritto); non essere doppio. Il Signore non ama coloro che sono doppi" (Fratel Peter Newman al vescovo Gobbato).

Loilem, 27 marzo 1991 - Madre Lucia, superiora del convento del Sacro Cuore di Loilem, ritornando da Taunggyi a Loilem dopo il funerale di Felice mi disse: "Quando Felice veniva a lavorare a Paya Phyu diceva che voleva essere sepolto vicino alla Grotta". E aggiungeva: "Un giorno sorgerà una grande chiesa, capace di contenere 4.000 persone. La chiesa del vostro convento è troppo piccola".

Io pensavo: "E' una profezia della conversione dei Paòs o un semplice, pio, desiderio di Fratel Felice?". Il tempo dirà.

Quando dissi ad un lebbroso che fratel Felice era morto egli disse: "Lo conosco. Ha lavorato qui e mi voleva tanto bene: Tabjedogo ta a né khinde".

Padre Domenico Doh parlando di Fratel Felice disse: "Egli era un santo vivente, se non lo è lui chi può esserlo?".

†G.B. Gobbato

 

(1) Si veda la biografia di Vismara: Piero Gheddo, "Prima del Sole", Emi 1998 (III edizione), pagg. 222.
(2) "Br. Oo Maung Than Chaung, edited by Bishop U Shwe", Taunggyi 1995, pagg. 56 (il nome birmano di fratel Felice; Br. sta per Brother, fratello).
(3) Non tradotta in questo libro perché non aggiunge nulla di nuovo a quanto già detto.
(4) Nell'opuscolo su Felice stampato a Taunggyi nel 1995, c'è una serie di fotografie degli ultimi tempi di fratel Felice, belle ma stampate malissimo e inutilizzabili. Pubblichiamo le didascalie.
(5) Grazie riportate al termine dell'opuscolo preparato da padre Angelo Tin e con la prefazione di mons. Mattias U Shwe.
(6) Testi di mons. G.B. Gobbato conservati nell'Archivio generale del Pime: Tit. 100, N. rif. 539, Docum. 253, 254, 255, 256, 257, 258, 259, 260.