PICCOLI GRANDI LIBRI    PIERO GHEDDO
LA MISSIONE CONTINUA
Mezzo secolo a servizio della Chiesa e del terzo mondo

SAN PAOLO

Nel 2003 Piero Gheddo celebra cinquant'anni di sacerdozio e racconta la sua esperienza di missionario giornalista, che ha visitato le missioni in ogni continente. Nella prefazione mons. Renato Corti, Vescovo di Novara, scrive: "Questo non è un libro di tutto riposo. Nasce da una grande passione apostolica e forse anche da qualche sofferenza... non raramente (va) controcorrente. Sarebbe utile che questa rilettura pacata, ma anche molto franca, di cinquant'anni di vita della Chiesa diventasse strumento di confronto e di dibattito comunitario e, ancor prima, di verifica personale. Vorrei suggerirne l'utilizzazione alle Parrocchie e alle aggregazioni ecclesiali... ai 'gruppi missionari'... anche ai Centri Missionari Diocesani, in relazione alla loro attivit…, alle loro proposte e scelte prioritarie. Questo studio potrebbe essere molto stimolante per i Sacerdoti... e servire ai missionari stessi... La posta in gioco è molto grande... sia in rapporto alla 'missio ad gentes'... che alla 'nuova evangelizzazione'".

PREFAZIONE di mons. Renato Corti, Vescovo di Novara
PRESENTAZIONE di P. Piero Gheddo
Capitolo I:
MISSIONARIO PERCHÉ?
Capitolo VI:
IL DIALOGO CON LE RELIGIONI NON CRISTIANE
Capitolo II:
I MIEI CINQUANT'ANNI DI MISSIONE
Capitolo VII:
IL CRISTIANESIMO PROMUOVE LO SVILUPPO DELL'UOMO
Capitolo III:
LA MISSIONE NASCE DALL' AMORE DI CRISTO
Capitolo VIII:
L'ANIMAZIONE MISSIONARIA IN ITALIA
Capitolo IV:
DALLE MISSIONI ESTERE ALLE CHIESE LOCALI
Capitolo IX:
PRETI CON PASSIONE MISSIONARIA
Capitolo V:
IL VANGELO E LE CULTURE NON CRISTIANE
Capitolo X:
QUALE FUTURO PER LA MISSIONE ALLE GENTI?

P R E F A Z I O N E
di mons. Renato Corti, Vescovo di Novara

Caro Padre Gheddo,

raccolgo volentieri l’invito a scrivere qualche pagina dopo la lettura del volume con il quale Lei rilegge i suoi cinquant’anni di sacerdozio, toccando questioni fondamentali per la missione della Chiesa nella storia, in tutti i continenti e le culture.
Sono due le annotazioni che vorrei fare. La prima, di carattere autobiografico, si lega precisamente al fatto che intende ricordare, insieme con altri sacerdoti, un anniversario significativo del suo cammino apostolico. La seconda esprime qualche mia immediata risonanza alla lettura del testo, senza la pretesa di entrare nel merito dei temi rilevanti e complessi da lei trattati.

* * * * *

Mi permetto di cominciare da qualcosa di autobiografico. Si tratta di una semplice confidenza. Potrei partire dagli anni del Seminario. Molto mi hanno aiutato, in quel tempo, i testi di padre Manna, a cui Lei dedica l’intero capitolo IX del suo volume. Ho trascorso il tempo del Seminario teologico (eravamo nella seconda metà degli anni ’50), partecipando attivamente con altri miei compagni, al "circolo missionario". Ricordo che voleva essere anche un circolo ecumenico. Ci pervadeva una passione molto intensa.
Da giovane prete, coadiutore in parrocchia, vivevo con entusiasmo (mi verrebbe da aggiungere: con ingenuità) i momenti missionari. Penso alla Giornata Missionaria Mondiale e alle mostre che si accompagnavano alla presenza di qualche missionario. Erano gli anni ’60. Mi portavo dentro il messaggio di Pio XII nell’enciclica Fidei Donum: un testo che, negli ultimi anni di Seminario, mi aveva molto affascinato.

Degli anni in cui sono stato padre spirituale nel Seminario di Milano, ricordo, tra i momenti più significativi e forti, le giornate di incontro con qualche missionario o missionaria. Non avevano nulla di formale. Credo (e spero) che abbiano inciso molto sull’animo dei chierici. In quegli anni sostenevo pure che sarebbe stata significativa la partenza di qualche alunno del Seminario diocesano per entrare in un Seminario missionario. Alcune partenze sono avvenute. Eravamo negli anni ’70, in tempi di contestazione. Mi sembra che chi è partito allora abbia fatto (e stia ancora facendo) le cose sul serio.
Diventando Vicario Generale della Diocesi di Milano, nel 1980, ho cercato di tradurre quanto prima suggerivo ai chierici, proponendomi di sostenere l’attività del Centro Missionario Diocesano e anche di favorire la partenza di qualche sacerdote nella forma dei fidei donum.
Ora sono Vescovo di Novara. Giungendo in questa Diocesi vi ho trovato una notevole sensibilità missionaria. Si esprime attraverso i molti missionari e missionarie novaresi sparsi in tutto il mondo e anche attraverso una quindicina di preti fidei donum operanti in Africa e in America Latina. In undici anni ho fatto undici visite a questi operai del Vangelo (e ho appena concluso un viaggio in Brasile). Costato che il contatto diretto con il lavoro missionario mi offre sempre preziosi parametri di giudizio sul cammino della Chiesa e sul lavoro pastorale. Mi aiuta anche a cogliere, almeno in qualche misura, ciò che è essenziale e ciò che è relativo nella presenza della Chiesa nella società. Mi dona ogni volta libertà interiore. Rende più semplice e forte il mio compito di animatore missionario in Diocesi. Mi stimola pure a coltivare, nel cuore degli alunni del nostro Seminario teologico, il desiderio di diventare preti caratterizzati da grande passione apostolica e pronti, se Dio ne dà la grazia, anche a partire per dare il cambio a confratelli fidei donum.

* * * * *

Vengo a qualche risonanza dopo una prima lettura della sua ampia ricerca e della sua forte testimonianza. Quello che ho tra le mani non è un libro di tutto riposo. Nasce da una grande passione apostolica, e forse anche da una grande sofferenza. In questi decenni Lei va rimuginando dentro di sé e va ponendo in molti interventi pubblici una domanda di fondo per la vita della Chiesa: qual è la sua missione? Come è cambiato il volto della missione in questi tempi recenti? Che cosa è giusto che si possa cambiare e che cosa invece va ritenuto fondamentale in ogni epoca e nell’incontro con ogni cultura e religione? Qual è l’urgenza da rimarcare oggi nel modo di pensare, proporre e vivere la missione? E ancora: chi è il missionario? Qual è la sua fisionomia vera? Quale il suo compito qualificante? Quali sono le motivazioni più profonde della vocazione missionaria? E ancora: Qual è l’immagine del missionario che, di fatto, corre oggi nell’opinione pubblica, anche quella intra-ecclesiale? In che misura il decreto Ad Gentes, la lettera apostolica Evangeli nuntiandi, l’enciclica Redemptoris Missio ispirano la predicazione sulla missione? Quanto questi documenti fondamentali – che, già nel titolo, fanno riferimento esplicito al dono della fede, all’annuncio del Vangelo, a Cristo redentore – trovano spazio, illustrazione, riproposizione nella vita quotidiana delle nostre comunità cristiane? Quanto esse si lasciano illuminare e, se necessario, mettere in discussione dalle più profonde persuasioni espresse negli interventi del Magistero?

Sono interrogativi che mi pongo anch’io in questi decenni pensando alla vita delle nostre comunità e al lavoro dei nostri sacerdoti. Avverto chiaramente che occorre vigilare su alcuni fenomeni, soprattutto di natura culturale, perché potrebbero "tagliare le gambe" alla missione. E sono convinto che l’unica via per evitare una impasse di questo genere, o per uscirne, sia di riconoscere in quella esperienza spirituale, ben nota all’apostolo Paolo, che permette di fare dell’incontro personale con Cristo, l’avvenimento decisivo, la suprema nostra fortuna e ciò che ci fa esclamare: "L’amore di Cristo ci sospinge" (nel senso che quando il suo amore per l’uomo prende dimora dentro di noi ci permette di guardare ogni uomo con i suoi occhi e ci rende capaci di amare ogni uomo secondo il suo cuore).
Nel contesto di questo tema di fondo, Lei affronta e illustra diverse questioni molto rilevanti sulle quali spero di avere l’opportunità dialogando direttamente con Lei per un utile approfondimento. Mi sento vicino a Lei quando ribadisce la permanente necessità della missio ad gentes e l’ampio spazio che le si deve dare (capp. II, IV, X). Anche per me i martiri sono motivo di gioia, non di tristezza, perché sono segni di speranza e perché niente e nessuno più di loro ci aiuta a capire chi è il cristiano; essi infatti sono il metro di misura (capp. IV, X). Mi fa molto riflettere quanto dice sul "mistero della conversione dei popoli" (cap. X). Trovo interessanti le stimolazioni che Lei raccoglie dal continente asiatico e, in particolare, dal Giappone, sul rapporto tra Vangelo e scoperta della dignità e dei diritti dell’uomo, e poi anche dall’India, a proposito del senso e della preghiera per noi cristiani (capp. V e VI). Considero pure meritevoli di attenzione molte altre pagine: penso per esempio, a quelle, molto forti, sull’animazione missionaria (cap.VIII); a quello che scrive a proposito dei sacerdoti, che vede spesso segnati da scoraggiamento e rassegnazione, e degli alunni dei Seminari teologici, ai quali l’orizzonte universale della missione non sembra essere sufficientemente illustrato e inculcato (cap. IX); a quelle dedicate al primato che la Chiesa deve dare al compito educativo per il progresso dei popoli (cap. VII); e ancora, a quelle del capitolo che ha come tema il futuro della missione (cap. X).
Lei, caro Padre, si è proposto di dare corpo alle Sue riflessioni mettendole nella cornice di un grande racconto. In questo modo si viene condotti a fare il giro del mondo e a rileggere molti avvenimenti della scena internazionale che hanno segnato la seconda metà del secolo XX. I riferimenti concreti emergono ad ogni pagina. Si citano continuamente luoghi e date, convegni e riunioni, interviste e prese di posizione, documenti e avvenimenti. Attorno a tutti questi avvenimenti Lei elabora le sue valutazioni e lascia chiaramente intendere le sue proposte, non raramente controcorrente.
Sarebbe utile che questa Sua rilettura pacata, ma anche molto franca, di cinquant’anni della vita della Chiesa diventasse strumento di confronto e di dibattito comunitario e, ancor prima, di riflessione e di verifica personale. Vorrei suggerirne l’utilizzazione alle parrocchie e alle aggregazioni ecclesiali. Lo raccomanderei ai "gruppi missionari" per una rilettura dell’impostazione del loro impegno. Potrebbe giovare anche ai Centri Missionari Diocesani in relazione alle loro attività, alle loro proposte e alle loro scelte prioritarie. Questo studio potrebbe essere molto stimolante per i Sacerdoti, in ordine ad una chiarificazione interiore e a una rinnovata "motivazione" apostolica. Potrebbe servire ai missionari stessi. Mi sembra infine auspicabile che i temi da Lei trattati, e soprattutto la domanda su come è cambiata la missione in questi cinquant’anni, trovino sempre ampio spazio di approfondimento nelle pubblicazioni destinate a garantire la formazione missionaria in Italia.
Tutto questo sarebbe utile, e anzi necessario, perché la posta in gioco è molto grande: lo dico sia in rapporto alla missio ad gentes, che è il tema specifico di questo volume, sia in rapporto alla nuova evangelizzazione delle nazioni che hanno alle spalle secoli di cristianesimo e che oggi corrono seri rischi non semplicemente a proposito della fede stessa nei suoi aspetti fondamentali.
Peraltro i Vescovi italiani sospingono in questa direzione. Negli Orientamenti per il primo decennio duemila, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, mettono in evidenza alcune esigenze che attraversano il suo scritto. Lo dico in riferimento a Gesù Cristo, l’inviato del Padre; all’orizzonte universale del compito della Chiesa; all’annunzio di Cristo ai non cristiani presenti tra noi soprattutto con l’immigrazione; a una nuova attenzione ai battezzati che hanno un labile rapporto con la Chiesa e che magari hanno perso la fede.
A proposito di Cristo, cui è dedicata la prima parte del documento, si afferma che "la Chiesa può affrontare il compito dell’evangelizzazione solo ponendosi, anzitutto e sempre, di fronte a Gesù Cristo, parola di Dio fatta carne. Solo seguendo l’itinerario della missione dell’Inviato – dal seno del Padre fino alla glorificazione alla destra di Dio, passando per l’abbassamento e l’umiliazione del Messia – sarà possibile per la Chiesa assumere uno stile missionario conforme a quello del Servo di cui essa stessa è serva" (n. 10).
Si legge inoltre, in apertura della seconda parte, dedicata al servizio che la Chiesa deve offrire alla missione di Cristo, che "la missione ad gentes non è soltanto il punto conclusivo dell’impegno pastorale, ma il suo costante orizzonte e il suo paradigma per eccellenza" (n. 32). E ancora: "L’allargamento dello sguardo verso un orizzonte planetario, compiuto riaprendo il ‘libro delle missioni’, aiuterà le nostre comunità a non chiudersi nel ‘qui e ora’ della loro situazione peculiare e consentirà loro di attingere risorse di speranza e intuizioni apostoliche nuove, guardando a realtà spesso più povere materialmente, ma niente affatto tali a livello spirituale e pastorale" (n. 46).
In questo quadro si aggiunge che "dobbiamo affrontare un capitolo sostanzialmente inedito: quello dell’evangelizzazione di persone condotte tra noi dalle migrazioni in atto. Ci è chiesto in un certo senso di compiere la missione ad gentes qui nelle nostre terre. Dobbiamo testimoniare il Vangelo anche a loro e, se piace al Signore ed essi lo desiderano, annunziare loro la Parola di Dio, in modo che li raggiunga la benedizione di Dio promessa ad Abramo per tutte le genti" (n. 58).
E infine i Vescovi italiano chiedono che si abbia "una sempre più convinta attenzione verso quel gran numero di battezzati che, pur non avendo rinnegato formalmente il loro battesimo, spesso non ne vivono la forza di trasformazione e di speranza e stanno ai margini della comunità ecclesiale. Quest’area umana, cresciuta in modo rilevante negli ultimi decenni, chiede un rinnovamento pastorale: un’attenzione ai battezzati che vivono un fragile rapporto con la Chiesa e un impegno di primo annunzio, su cui innestare un vero e proprio itinerario di iniziazione e di ripresa della loro vita cristiana" (n. 57).

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Caro Padre, mentre La ringrazio del lavoro che ha svolto sin qui per l’annunzio del Vangelo a tutti i popoli, invoco con Lei lo Spirito Santo perché renda la Chiesa di questa generazione somigliante a quella della prima generazione e disponibile ad accogliere l’invito rivolto da Gesù ai suoi discepoli, poco prima dell’ascensione al cielo: "Voi riceverete forza dallo Spirito Santo e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria fino agli estremi confini della terra" (At 1, 8).

Cordialmente

+ Renato Corti

Novara, 24 marzo 2003
Giornata della memoria dei martiri

PRESENTAZIONE

Il 28 giugno 2003 celebro i cinquant'anni di sacerdozio. Sono stato ordinato sacerdote il 28 giugno 1953 dal beato card. Ildefonso Schuster nel Duomo di Milano, con altri 111 nuovi preti.
Ricordo quel giorno con grande commozione: avevo raggiunto il sogno dei miei anni giovanili, diventare sacerdote e missionario! Oggi, se mi volto indietro, non mi resta che ringraziare il Signore per questi cinquant'anni avventurosi e affascinanti, anche se il ricordo dei peccati e degli errori commessi mi riempie di confusione: ne chiedo perdono a Dio e provo, ancora una volta, la gioia di sentirmi, nella mia piccolezza e debolezza, perdonato, amato, protetto, coccolato ma anche, qualche volta, castigato dal Padre nostro che sta nei cieli. Dobbiamo sempre prendere tutto dalle mani del Signore.

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Queste pagine hanno due significati:
primo, un atto di ringraziamento a Dio e ai miei genitori, per avermi dato la vita, la fede e la vocazione sacerdotale missionaria. Vorrei comunicare a chi mi legge perchè finora sono stato, per la grazia di Dio, un uomo realizzato, felice, pur con tutte le difficoltà e le sofferenze che la vita riserba a ciascuna creatura. Fra i tanti misteri dell'esistenza umana, credo di aver capito, e soprattutto sperimentato, che la gioia e la serenità del cuore vengono non da condizioni esterne favorevoli (ricchezza, salute, gloria, piaceri, carriera, potere), ma da una condizione interna, del cuore: dal sentirsi amati, perdonati e protetti da Dio e dal tentativo, rinnovato ogni giorno, di vivere nell'amore e nella grazia di Dio.
Ricordo l'amico Indro Montanelli che, quando compì 80 anni (1989) ed ero andato a fargli gli auguri, mi diceva: «Fortunato tu che hai la fede e sai perchè vivi. Io a 80 anni ancora non lo so. Vedo che tutto passa e non rimane nulla di quanto ho fatto: gloria, soldi, piaceri, successi, premi, riconoscimenti, opere realizzate, tutto finisce e scompare. Allora, perchè sono vissuto? Quando incontrerò Dio gli farò io una domanda: perchè a me non hai dato la fede?»
Don Divo Barsotti ha scritto: «La gioia non viene dalle cose, non entra nell'uomo dal di fuori; sgorga, invece, come limpida sorgente, dal cuore dell'umile».
L'indimenticabile nonna Anna, nella sua semplicità di donna semi-analfabeta (seconda elementare) ma saggia per la grande fede e grande umanità (aveva avuto undici figli), esprimeva spesso questo concetto con parole dette in piemontese (lingua che putroppo ho quasi dimenticato): «Perù, visti, che se ti ta sté cul Signur, al Signur sta cun ti e ntla vita tüt t'andrà ben (Piero, ricordati, che se tu stai col Signore, il Signore sta con te e nella vita ti andrà tutto bene)».
Se noi siamo capaci, con l'aiuto di Dio, di vivere nell'amore del Padre, combattendo il peccato e pentendoci dei nostri errori, abbiamo trovato la pace del cuore e la felicità. Questa non è una teoria, ma un'esperiemza che anch'io, come innumerevoli altri, ho fatto nella mia vita. Sento il dovere di comunicarla.

Il secondo motivo che mi spinge a scrivere è un'altra convinzione che ho maturato: tutti gli uomini e tutti i popoli hanno bisogno di Gesù Cristo. Quindi, testimoniare e annunziare il Signore Gesù è il primo dovere di chi ha ricevuto il dono della fede, la prima urgenza, il primo impegno della Chiesa universale. Naturalmente la missione cambia con il mutare delle situazioni umane, ma il punto fermo per me è sempre stato ed è ancora questo: Gesù Cristo è nato, morto e risorto per tutti gli uomini e anche oggi tutti i popoli hanno bisogno di Gesù Cristo.
Perchè? Gesù è venuto a manifestare l'amore del Padre ed a liberare l'uomo dal peccato (che è la rivolta contro Dio e la Legge di Dio): il suo Vangelo umanizza i cuori, le famiglie, le culture, liberandoli dal Male che rende l'uomo infelice, cioè il Demonio, il peccato. Questa la "Buona Notizia" che tutti gli uomini hanno il diritto di conoscere e noi il dovere di annunziare.

* * * * *

L'idea di questo libro è nata da don Elio Sala, direttore editoriale della San Paolo, che nel maggio 2002 mi ha invitato, in occasione dei miei cinquant'anni, a scrivere sulla missione oggi: «Dopo cinquant'anni di sacerdozio e tante visite alle missioni - mi diceva - avrai pure qualcosa da dire. Racconta com'è cambiata la missione alle genti nei tuoi cinquant'anni di sacerdozio. Dillo in modo semplice, immediato, molto concreto com'è nel tuo stile. Fammi un libro che possa essere letto non solo dai credenti, ma anche da coloro che non credono».
Lo ringrazio dello stimolo che mi ha dato. Questo però non è un libro autobiografico, ma il racconto di un'esperienza di "missione alle genti", alla quale ho consacrato la mia vita, pur senza aver mai fatto il missionario in terre non cristiane!
Quand'ero ragazzo sognavo di andare missionario in Cina che negli anni trenta (sono nato nel 1929) rappresentava "la missione" per eccellenza. Poi, quando nel 1953 sono diventato sacerdote nel Pime, i superiori mi avevano destinato in India, nella nuova diocesi di Warangal che proprio in quell'anno il Pime stava iniziando col vescovo mons. Alfonso Beretta: ma dato che c'era bisogno di un aiutante in redazione, mi hanno trattenuto "per un anno" in Italia, come redattore delle nostre riviste (da studente di teologia scrivevo già articoletti sui giornali e facevo con altri il bollettino ciclostilato "Operarii" che il seminario teologico del Pime mandava ai seminari diocesani d'Italia).
Com'è noto, spesso in Italia non c'è nulla di così definitivo quanto il provvisorio. Per cui, di anno in anno i superiori mi hanno rinnovato l'impegno redazionale. All'inizio, con grande mia sofferenza e anche rabbia, convinto com'ero di subire un'ingiustizia, perchè avevo scelto di diventare missionario proprio per andare in missione. Poi, nel 1965, ho messo il cuore in pace: in quell'anno viene eletto superiore generale del Pime mons. Aristide Pirovano, vescovo di Macapà in Amazzonia brasiliana, che conoscevo bene e avevo anche intervistato a lungo. Essendo in confidenza con lui, gli ho chiesto il favore di mandarmi, finalmente, in missione. Giorni dopo mi dice: «Non dirmelo più. Quando sarà il momento di partire te lo dirò io. Per il momento continua il lavoro che stai facendo: sei utile alle missioni anche così».

* * * * *

Il Signore mi ha poi concesso la grazia di sperimentare la verità di quanto diceva mons. Pirovano. Non ho mai avuto occasione di fare il missionario sul campo, ma solo e sempre il giornalista, il fotografo, l'animatore, lo storico, il conferenziere. Ho visitato molte missioni, solo in minima parte quelle affidate ai missionari del Pime; ho scritto migliaia di articoli e più di settanta libri. Una delle più recenti soddisfazioni che il Signore mi ha concesso è stata nel mio paese natale di Tronzano (Vercelli), nel 1999, quando vi sono andato per celebrare i settant'anni con i miei coscritti.
Al termine della Messa solenne, viene a salutarmi in sacrestia un compaesano della mia stessa età; un agricoltore che conoscevo bene da ragazzo e poi ci eravamo persi di vista. Un uomo grande e grosso, con le mani che sembravano badili.
Mi saluta, mi abbraccia e mi chiede se lo riconosco. Certo gli dico, tu sei il... e ho detto il suo nome di quand'eravamo ragazzini assieme a scuola e all'oratorio. Si commuove, mi abbraccia ancora e mi dice, in piemontese stretto che faccio quasi fatica a capirlo:

Sai, Piero, debbo dirti una cosa per me importante. Guarda, abbiamo la stessa età, tu hai scritto tanti libri e io fino a qualche anno fa, dopo quelli di scuola, non avevo mai letto un libro. Mai! Qualche giornale sì, ma libri no.
Un giorno viene a casa mia l'amico Luciano De Asti, che quando tu stampi un libro li porta a Tronzano e va in giro nelle famiglie per presentarli ai tuoi amici. Non volevo comperarlo, non per i soldi, ma perchè i libri non mi hanno mai attirato. Poi l'ho preso solo perchè era tuo: "Missionario, Un pensiero al giorno", con 365 racconti delle tue avventure in giro per il mondo e la prefazione di Indro Montanelli ().
Per me è stata una scoperta. E' il primo libro che leggo e rileggo, non riesco più a separarmene, quasi tutte le sere leggo una delle tue avventure e poi le racconto anche ai nipotini. Mi piace molto... Grazie, mi fa del bene!

* * * * *

Don Elio Sala mi dice: «Oggi la missione è in crisi, se ne parla sempre meno, ci sono in giro tante idee e tante immagini dei missionari, che non sono fatte per attrarre i giovani. Tu che hai una vasta conoscenza delle missioni, racconta la tua esperienza e quella dei missionari che hai conosciuto, in modo da dare un panorama abbastanza esauriente, senza fare un testo sistematico sul tema missionario.»
Questo libro non è un trattato di missiologia e nemmeno un esame di tutti i problemi che la missione alle genti sta affrontando. Vorrei semplicemente raccontare come si configura oggi l'ideale e l'attività missionaria, nella vastità e complessità delle sue molteplici espressioni. Ma soprattutto trasmettere la constatazione che, anche oggi nel tempo della globalizzazione, vale veramente la pena di diventare missionari; e l'esperienza più significativa che ho fatto nei miei viaggi: è bello fare il prete e il missionario, così come la suora e la missionaria, il laico consacrato a vita alle missioni, il volontario e la volontaria laici che partono e vivono con i missionari. Bello perchè quando ci diamo tutti al Signore, il buon Dio si comunica a noi e dà la grazia di toccare con mano quanto la nostra vita è spesa bene ed è utile ad un popolo: non abbiamo vissuto invano. Questo dico nelle conferenze e negli incontri soprattutto con i giovani e spesso mi sento dire: «Grazie perchè ha detto che è bello fare il prete e il missionario. Non è comune sentirlo dire ed è una testimonianza che ci fa del bene».
Se lo sperimentiamo nella nostra vita (e dobbiamo sperimentarlo!), mi pare giusto comunicare agli altri la nostra gioia. Tutti gli uomini hanno bisogno delle certezze della fede, senza la quale vivere non ha senso. Nel dicembre 1999 il grande filosofo e opinionista Norberto Bobbio (91 anni) rispondeva ad alcune domande del settimanale cattolico "Il Carroccio" di Padova" sul tema della vecchiaia e scriveva:

La vecchiaia è indissolubile dal senso della fine. Sei arrivato anche tu all'appuntamento con la morte. Nella vecchiaia hai molto tempo per fare un bilancio della tua vita. Si affievolisce l'interesse per il futuro e l'avvenire non ti appartiene più. Senti invece il bisogno di capire se la tua vita abbia avuto un senso. E quale? La mia è una vecchiaia malinconinca, intendendo la malinconia come consapevolezza del non raggiunto e del non più raggiungibile. Dopo tutti i libri letti e tutte le ricerche fatte, alla fine della fine della vita mi ritrovo solo alle radici dell'albero della conoscenza e la maggior parte dell'albero mi sfugge.

Studiando bene le lettere di due Servi di Dio, Marcello Candia (1916-1983) e Clemente Vismara (1897-1988), di cui è in corso la Causa di Canonizzazione (ne sono il Postulatore), mi sono convinto di questo: la mediocrità della nostra vita, che a volte ci rende tristi e scontenti, scoraggiati e pessimisti, non viene da difficili condizioni esterne, da scarsa cultura o salute o successo o sfortuna; viene dalla nostra insufficiente comunione con Dio, dal fatto che la nostra fede è debole: non ci riscalda, non ci dà forza nè gioia nelle avversità.
Candia e Vismara, pur avendo avuto vite molto difficili con tantissime sofferenze, incomprensioni, difficoltà, malattie, erano sempre sereni, pieni di gioia, non si lamentavano mai perchè conoscevano bene e amavano profondamente il Signore. Georges Bernanos nel suo "Diario di un curato di campagna" spiega cosa è un popolo cristiano e scrive:

Voglio definirti un popolo cristiano, definendo il suo opposto. Il contrario di un popolo cristiano è un popolo triste, un popolo di vecchi scontenti. Mi dirai che la definizione non è troppo teologica. D'accordo. Ma deve far riflettere le persone che sbadigliano alla Messa della domenica. Certo che sbadigliano! Non vorrai che in una misera mezz'ora per settimana la Chiesa possa insegnar loro la gioia! E anche se conoscessero a memoria il catechismo del Concilio di Trento, probabilmente non sarebbero più allegri.

Bernanos continua affermando che la gioia viene dalla fede, che non è solo un fatto intellettuale, ma esperienziale. E' l'esperienza dell'amore di Dio che ci rende felici, così come l'esperienza dell'amore del padre e della madre rende felice il piccolo bambino: non sa ancora niente, non capisce niente, ma è contento, perchè si sente circondato e protetto dall'amore dei genitori! Anche noi dobbiamo ritornare ad essere come bambini nella braccia del Padre che sta nei Cieli: «Allora Gesù disse: "Ti ringrazio, Padre, Signore del cielo e della terra, perchè hai nascosto queste cose ai grandi e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perchè così hai voluto"» (Matt., 11, 25-26).
Se la Chiesa non è capace di trasmettere questo concetto fondamentale, che la fede è speranza e ottimismo, pace del cuore e gioia di vivere, ha fallito il suo compito. Se trasmette l'idea che la fede è un cumulo di nozioni, di divieti e di cerimonie e basta, ha tradito la sua missione di annunziare la salvezza in Cristo.

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Per la cordiale prefazione a questo volume ringrazio il carissimo mons. Renato Corti, vescovo di Novara e già presidente della Commissione missionaria della Conferenza episcopale, che già aveva firmato la prefazione alla biografia del servo di Dio padre Clemente Vismara. E poi ringrazio gli amici con i quali mi sono consultato nella redazione del testo, specialmente i confratelli del Pime padri Domenico Colombo e Bernardo Cervellera; e la mia segretaria, suor Franca Nava, missionaria dell'Immacolata in Bangladesh e India, che ha pazientemente riletto e corretto i vari capitoli. Affido il volume alla Madre del mio sacerdozio missionario, Maria Santissima, pregandola perchè queste pagine possano, con l'aiuto di Dio, suscitare sentimenti di fede e di amore al prossimo in molti lettori.

Padre Piero Gheddo,
missionario del Pime, Roma-Milano
Santo Natale 2002