PICCOLI GRANDI LIBRI    PIERO GHEDDO
LA MISSIONE CONTINUA
Mezzo secolo a servizio della Chiesa e del terzo mondo

SAN PAOLO

PREFAZIONE di mons. Renato Corti, Vescovo di Novara PRESENTAZIONE di P. Piero Gheddo

Capitolo I:
MISSIONARIO PERCHÉ?

 

 

 

«Ai presbiteri incombe la sollecitudine di tutte le Chiese»
Nelle missioni abbiamo sofferto più che in Italia
«Ad un certo punto mi viene la tentazione»
«Ho compassione di questa folla»
«La nostra pastorale è di essere sempre disponibili»
«Il rischio di allontanarci dalle radici cristiane»
«Tutti i fedeli per tutti gli infedeli»
Educare il clero all'ideale missionario
Lo spirito e le finalità dell'Unione missionaria
«Bisogna spiritualizzare la propaganda»
L'Unione missionaria anima delle Pontificie opere
«Dobbiamo crescere in santità»

Capitolo II:
I MIEI CINQUANT'ANNI DI MISSIONE

Capitolo III:
LA MISSIONE NASCE DALL' AMORE DI CRISTO

Capitolo IV:
DALLE MISSIONI ESTERE ALLE CHIESE LOCALI

Capitolo V:
IL VANGELO E LE CULTURE NON CRISTIANE

Capitolo VI:
IL DIALOGO CON LE RELIGIONI NON CRISTIANE

Capitolo VII:
IL CRISTIANESIMO PROMUOVE LO SVILUPPO DELL'UOMO

Capitolo VIII:
L'ANIMAZIONE MISSIONARIA IN ITALIA

Capitolo IX:
PRETI CON PASSIONE MISSIONARIA

Capitolo X:
QUALE FUTURO PER LA MISSIONE ALLE GENTI?

                  CAP. IX - PRETI CON PASSIONE MISSIONARIA 

    Quando ho scritto la biografia del beato padre Paolo Manna (1872-1952), che nel 1916 fondò l'Unione missionaria del clero (oggi opera pontificia), leggendo le sue lettere, articoli e schemi di conferenze, mi stupivo di quante volte ripete quasi ossessivamente questo pensiero: "La Chiesa sarà missionaria quando i preti avranno spirito missionario"; che era quasi la conseguenza di quest'altro pensiero più volte espresso: "Un prete che non ha spirito missionario, non appartiene davvero a Gesù Cristo" ([1]). 

    "Ai presbiteri incombe la sollecitudine di tutte le Chiese" 

    Padre Manna veniva dal sud Italia (Avellino e Napoli), dove non c'era nessuna istituzione missionaria come il "Seminario lombardo per le missioni estere" (nato nel 1850 a Saronno, in provincia di Milano) e altri istituti missionari nati nel nord Italia nel secolo XIX. Mentre era missionario in Birmania padre Paolo matura l'idea di iniziare a Napoli un "Seminario meridionale per le missioni estere" e nel 1907, tornato in Italia, scrive a numerosi vescovi per proporre la fondazione. L'amico mons. Federico De Martino, vescovo di Caiazzo (Caserta), gli risponde rattristato per «i poco confortevoli risultati delle prime iniziative fatte per la nobilissima idea. Ma non mi sorprende un tal fatto... Manca in queste regioni l'apprezzamento dello spirito apostolico e quindi manca lo slancio per caldeggiare cotesti altissimi ideali. A ciò si unisce lo stato di scadimento in cui versa il clero in tutte queste parti, per cui non attecchisce un tal germe nelle loro file... A dir corto, a me pare che l'ambiente non si presta».
Pur ricevendo altre risposte negative di vescovi alla sua proposta, Manna non si dà per vinto. Qualche anno dopo torna alla carica con maggior autorità, essendosi acquistata fama di animatore missionario della Chiesa italiana, come direttore di "Le Missioni Cattoliche" e autore del fortunato volume "Operarii autem pauci!" sulla vocazione alle missioni estere, che infiammava i seminaristi e il giovane clero italiano. Nel maggio 1909, S. Pio X gli scrive un biglietto autografo, per congratularsi con lui, augurandosi che "molti rispondano generosamente alla voce che li chiamasse a questo apostolato".
Il gesto eccezionale e spontaneo del Papa spinge padre Paolo a realizzare quanto aveva già sognato: scrive a Pio X per interessarlo al "Seminario meridionale per le missioni estere": ma nel giugno 1909 riceve risposta negativa: al Papa
 «non pare il momento di agire, poiché purtroppo, laggiù bisogna prima provvedere ai seminari per le missioni interne».
Ma qui interessa la lunga lettera di Manna, che con toni accorati chiede a Pio X un intervento per sollecitare le Chiese del sud Italia a convertirsi all'ideale missionario, convinto com'era che "i meridionali, ben scelti e coltivati, non sarebbero secondi a nessuno nell'aringo dell'apostolato"; e continua dicendo:
 

    L'opportunità di quest'opera si rileva poi con maggior evidenza quando si riflette da una parte alla scarsità di operai evangelici nelle missioni e dall'altra parte quando si pensa ai tanti sacerdoti della Bassa Italia, sacerdoti pur sempre ordinati allo scopo di pascere le pecorelle di Cristo e menare a Lui quelle sviate e quelle che sono senza pastore, i quali se ne stanno invece alle loro case, in colpevole ozio, riuscendo perciò non di rado di disonore al sacerdozio e di scandalo ai fedeli. Un Seminario di missione a Napoli, un drappello di fervidi propagatori del Vangelo, dono dell'episcopato meridionale alla Chiesa universale e a Cristo, mentre varrebbe a crescere decoro a quelle Chiese già tanto insigni, sarebbe un valido mezzo a far maggiormente apprezzare a quelle popolazioni il dono della fede e ispirerebbe maggior zelo ed emulazione tra il clero ([2]). 

    Dal 1909 ad oggi la situazione del clero è cambiata in meglio, nelle Chiese del sud e in tutta Italia. Ma non c'è dubbio che le intuizioni del beato Paolo Manna sono quanto mai valide anche oggi. Lo confermano i testi del Vaticano II e del magistero ecclesiastico sul sacerdozio: le insistenze sullo "spirito missionario del presbitero" sono così numerose, da risultare a volte ripetitive e stucchevoli. Qui non vogliamo ripetere quanto già detto dalla Chiesa. Ma non è male richiamare qualcuno di questi testi, per indicare il tema che vorremmo illustrare in questo capitolo. 

    Il dono spirituale che i presbiteri hanno ricevuto nell'ordinazione (sacerdotale) non li prepara ad una missione limitata e ristretta, bensì ad una vastissima e universale missione di salvezza "fino agli ultimi confini della terra" (Atti, 1, 8), dato che qualunque ministero sacerdotale partecipa della stessa ampiezza universale della missione affidata da Cristo agli Apostoli. Infatti il Sacerdozio di Cristo, di cui i presbiteri sono resi realmente partecipi, si dirige necessariamente a tutti i popoli ed a tutti i tempi... Ricordino quindi i presbiteri che ad essi incombe la sollecitudine di tutte le Chiese ([3]).
Siano dunque profondamente convinti (i sacerdoti) che la loro vita è stata consacrata per il servizio delle missioni (
[4]).
Nel nostro tempo, l'impegno evangelizzatore dei preti, pur conservando un'attenzione specifica alla vita delle comunità particolari in cui essi vivono, assume una più consapevole e chiara dimensione missionaria, in quanto esso è partecipazione alla missione universale del Collegio dei Vescovi (
[5]).
Tutti i sacerdoti devono essere sensibili ai bisogni della Chiesa universale e quindi informarsi sia sullo stato delle missioni, sia su quello delle Chiese particolari che si trovano in qualche particolare difficoltà, affinchè possano esortare i fedeli a partecipare ai bisogni della Chiesa (
[6]). 

   Si è discusso molto, dopo il Vaticano II, sull'identità del sacerdote cattolico. Erano tempi di grandi discussioni e confusioni, dubbi, incertezze, ipotesi, proposte, tentativi, esperienza. Si diceva che il Concilio aveva ben precisato il compito dei vescovi, dei religiosi e dei laici, lasciando in ombra i sacerdoti: rileggendo oggi i documenti conciliari, questo risulta non vero, ma allora circolava questa teoria. Nella "rivoluzione continua" della contestazione sessantottina, molti sacerdoti si sono trovati spiazzati, con una identità vacillante e una prassi di vita sacerdotale non convinta: aspiravano a qualcosa di diverso, di più autentico. Come nella "rivoluzione culturale cinese" (anni 1966-1976), "il mondo era ogni giorno capovolto": così lo era la Chiesa in quei tempi burrascosi e, per molti versi, affascinanti. I sessantottini, si diceva, "non sanno cosa vogliono, ma lo vogliono tutto e subito". Lo storico e testimone delle "Cinque giornate di Milano" (18-22 marzo 1848), Giovanni Visconti Venosta, scrive: «c'era in tutti il presentimento di grandi novità e grandi avvenimenti, che nessuno sapeva precisare, ma di cui tutti parlavano». 

    Nelle missioni abbiamo sofferto più che in Italia     

    Ho vissuto intensamente il tempo della crisi sacerdotale, sperimentando, con sofferenza, lo sbandamento che viene dalla mentalità dei tempi nuovi: un diffuso pluralismo e il moltiplicarsi delle proposte e delle ipotesi. Noi sacerdoti (e più ancora noi missionari) abbiamo cominciato ad interrogarci su chi siamo nella Chiesa, sul come inserirci nel mondo per annunziare Gesù Cristo, sul nostro futuro: giusto interrogarci, ma mantenendo ben fermi i princìpi; se vacillano anche quelli, siamo allo sbando. Ricordo uno stimato e carismatico missionario insegnante nel seminario teologico. Parte per la missione in Africa e dopo pochi anni lo vedo tornare in Italia. Aveva maturato una teoria che così esprimeva: «Vedi, mi sono trovato fra un popolo misero, analfabeta, poverissimo. Io ho tutto, sono laureato, colto, ricco. Non posso annunziare Gesù Cristo se non mi metto al loro livello; tutti mi chiamavano professore, ma non posso fare l'insegnante e il saggio, perchè loro hanno una grande sapienza umana. Voglio restare qualche anno in Italia, lavorare come tutti, vivere tra i poveri, gli operai, essere uno dei tanti, senza nessuna distinzione. Allora sì, potrò davvero essere sacerdote e missionario».
Inutile dirgli che i doni ricevuti da Dio non poteva ignorarli o disprezzarli, ma doveva usarli per aiutare gli altri. A quarant'anni circa ha iniziato a lavorare in un'azienda, per un po' ha continuato a scrivere lettere ai suoi amici ed ex-alunni, a guidare gruppi di preghiera e di riflessione biblica in case private; è diventato "come tutti" rimanendo a lungo celibe, poi si è sposato: trent'anni dopo non parla più di sacerdozio ministeriale, ma di sacerdozio dei fedeli e dice che è contento così. Non giudichiamo, si capisce, ciascuno fa la sua strada. Ma è solo per descrivere una delle tante tipologie di sacerdoti insoddisfatti, in ricerca, che volevano ridare incisività al sacerdozio, al missionario: essere "come tutti", "come gli altri", "come loro" Il loro carisma sacerdotale è svanito.   
La mentalità sessantottina privilegiava l'esperienza alle strutture, la libertà alle leggi, le "scelte personali" rispetto alle tradizioni consolidate ("Ha fatto la sua scelta!", si diceva, e questo chiudeva ogni discussione). Quanti hanno iniziato a lavorare da laici o si sono sposati nel tentativo di essere "come loro" e continuare ad essere sacerdoti in modo diverso.
Ma a volte la crisi veniva da mentalità o da orientamenti comuni che assolutizzavano alcuni valori e poi la realtà li dimostrava se non errati, molto discutibili. In uno degli ultimi viaggi che ho fatto in Brasile (11 in tutto), un giovane missionario italiano parroco alla periferia di San Paolo mi dice di essere in crisi e spiega:
 

    Negli anni sessanta e settanta, quando la metropoli di San Paolo aumentava vertiginosamente di abitanti, era prevalsa qui in diocesi e un po' in tutto il Brasile, la teoria che non bisogna costruire chiese e strutture parrocchiali nei quartieri dei baraccati, perchè deve essere la gente stessa che, una volta diventata comunità cosciente, provvede. Noi non potevamo imporre nulla e nemmeno chiedere aiuti dall'Italia. Così abbiamo perso l'occasione di comperare terreni a buon prezzo per le parrocchie.
Questa parrocchia è costituita da trent'anni, adesso l'hanno affidata a me, ma non c'è nulla, nemmeno il terreno su cui costruire. Quando c'erano tutte baracche ed era facile comperare il terreno per la parrocchia, si diceva che dovevamo solo coscientizzare il nostro popolo. Adesso che questo povero e caro popolo comincia ad avere una coscienza di comunità e chiede la chiesa e le altre opere parrocchiali (oratorio, sale di riunione, salone comunitario, asilo, casa per i padri e casa per le suore, cortili, ecc.), i prezzi dei terreni sono proibitivi. Io sono impotente e frustrato nel non sapere come rispondere alle richieste del mio gregge: un terreno che trent'anni fa poteva essere acquistato con 8-10 milioni di lire italiane, adesso costa miliardi.  

    In Amazzonia, un bravo missionario si era proposto di vivere "come loro", cioè come indios e caboclos, per annunziare in modo più credibile Gesù Cristo. Il vescovo era contrario, ma lui si dimostrava irremovibile ed anche eroico in quella decisione. La sua esperienza è durata poco. Un europeo non può sopravvivere mangiando così poco e male come un indio! Ridotto fisicamente ai minimi termini, il caro amico è stato costretto a lasciare l'Amazzonia e rifugiarsi nel sud Brasile dov'è stato curato e si è ripreso, ma fisicamente e psicologicamente è rimasto segnato, non è più tornato ad essere quello di prima. Un altro sacerdote missionario di belle speranze, destinato ad una missione, diceva che non poteva partire da solo, perchè doveva andare in missione come rappresentante di una comunità: questo per lui era un assoluto! Ebbene, è uscito dal Pime per vivere alcuni anni in una parrocchia italiana, ha visto che quei cristiani avevano bisogno di lui... e in missione non c'è più andato; anche lui è poi uscito dal sacerdozio per essere "come loro". Se vado avanti con questi ricordi non mi fermo più, tutti i sacerdoti della mia età ne possono raccontare tanti altri. Molti preti avvertivano la pesantezza della nostra separazione dal mondo, la scarsa preparazione a capire e condividere i problemi delle famiglie.
La ricerca di "un modo nuovo di essere sacerdote" era in molti sincera, autentica, sofferta. E' stato un tempo di grandi discussioni e di scelte personali, spesso terminate nel fallimento di una vocazione che era chiara e pareva solida. La crisi veniva, a volte, da una visione del mondo non ispirata al Vangelo, ma ad ideologie anti-cristiane: ricchi e poveri, oppressi e oppressori, lotta di classe a dimensione mondiale, "cristiani per il socialismo", quella certa "teologia della liberazione" (e relativi teologi e "profeti" della liberazione) che idealizzava l'analisi "scientifica" del marxismo e i regimi "socialisti": quante sconsiderate esaltazioni di Cuba ho sentito negli anni settanta e ottanta (e poi dei sandinisti del Nicaragua!), visitando comunità cristiane in America Latina!
Il mondo missionario ha sofferto forse più che in Italia. Nel dopo Concilio si parlava molto di "vie nuove" per la missione e il Capitolo del Pime 1971-1972 di aggiornamento post-conciliare consacrava questa dizione, aprendo nuove possibilità o ipotesi di evangelizzazione, fuori dei binari tracciati dalla tradizione. La prospettiva era affascinante, soprattutto per i giovani missionari, ed ha portato ad alcuni buoni risultati. Ad esempio, nelle Filippine, la nascita del movimento "Silsilah" di dialogo cristiano-islamico, fondato da padre Sebastiano D'Ambra nel 1984 e poi adottato dalla conferenza episcopale filippina e oggi fiorente. Ma spesso le "vie nuove" si sono rivelate illusorie, pur essendo i loro iniziatori animati dai migliori ideali e intenzioni. Potrei citare molti casi di fallimenti, nelle missioni affidate al Pime: non perchè le vie nuove siano da condannare a priori, ma perchè richiedono quello che mons. Aristide Pirovano, superiore generale del Pime (1965-1977), definiva "l'indispensabile concime della preghiera e dell'obbedienza".  

    "Ad un certo punto mi viene la tentazione

    La crisi del clero è oggi superata? Sì e no. Non c'è più la contestazione continua, ma mancano anche i fermenti innovatori (provvidenziali, anche se a volte portavano fuori strada): visitando molti sacerdoti e seminari, spesso noto un senso di stanchezza, di scoraggiamento, di rassegnata quotidianità, che sono l'opposto di quell'immagine che un prete dovrebbe dare di sè, cioè di Gesù Cristo e della sua Chiesa. Diversi superiori di seminari mi dicono che i giovani oggi sono, in genere, tutt'altro che "sessantottini": sono devoti, rispettosi, ma anche fragili in senso fisico e psicologico, senza grandi ideali, si stancano presto, non hanno continuità. Sono semplicemente figli della nostra società, che dopo la fiammata rivoluzionaria del "sessantotto" (che almeno in parte è stata benefica per la società e per la Chiesa!), non ha trovato la strada giusta da percorrere per costruire un mondo migliore e una Chiesa più evangelica. Un sacerdote amico, da cui vado tutti gli anni (o quasi), mi dice: 

    Tu parli di entusiasmo, di ottimismo, ma forse, pur visitando molti paesi stranieri e molte diocesi e parrocchie, non hai una visione realistica del nostro lavoro. Tu vieni, parli, incontri, predichi, ti ringraziano e ricevi applausi e poi vai in un'altra parrocchia, in altra diocesi. Ma un parroco che vive in un determinato luogo e con un determinato popolo e vede anno per anno diminuire i cosiddetti praticanti, sperimenta che i tentativi fatti per riportare il suo popolo alla fede e alla vita cristiana regolarmente non portano i frutti desiderati, credimi, ad un certo punto ti cascano davvero le braccia! 

    Ricordo un missionario incontrato in India (mi riferisco al 1964), che avendolo lodato per le molte opere di carità e di assistenza che aveva organizzato, mi diceva: 

     Mi convinco sempre più che la carità e l'accoglienza di tutti i poveri e i sofferenti come fratelli è il segno evangelico più forte e più comprensibile che possiamo dare in questa società in parte islamica. Però, sapessi quanto ti stanca essere sempre circondato dalle stesse miserie, dagli stessi poveri che chiedono, chiedono, chiedono tutto. Non riesco a fare trenta metri per strada, senza incontrare qualcuno che tende la mano, altri vengono in casa in ogni ora del giorno e magari della notte: chi non mangia da due giorni, chi è senza lavoro, chi senza casa, chi non ha soldi per comperare le medicine o i figli non hanno possibilità di andare a scuola...
Ad un certo punto mi viene la tentazione di mettere fuori della missione quel cartello che ho visto anni fa in una parrocchia in Germania: le confessioni il tal giorno e alla tal ora; i poveri il tal giorno e alla tal ora; per parlare col parroco venite il mattino dalle nove alle undici e via dicendo. Poi mi viene in mente che anche Gesù era nelle mie condizioni, tutti lo inseguivano per vederlo, toccarlo, chiedere un miracolo o una buona parola, il Vangelo dice che non aveva nemmeno tempo di mangiare. Allora capisco che anch'io, forse, sono capace di fare miracoli, riprendo coraggio e vado avanti. 

    Cosa fare per ritrovare, noi sacerdoti, zelo ed entusiasmo per l'apostolato, per la missione, per il regno di Dio? Dobbiamo ritornare ad essere quello che siamo e che il Concilio Vaticano II ben definisce: 

    Gesù ha detto: "Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo" (Giov. 16, 33); ma con queste parole non ha voluto promettere alla sua Chiesa una perfetta vittoria prima della fine dei tempi. Il sacrosanto Sinodo si rallegra nel vedere che la terra seminata con il seme del Vangelo dà ora molti frutti in diversi luoghi, grazie all'azione dello Spirito del Signore, il quale riempie l'orbe della terra e ha fatto nascere nel cuore di molti sacerdoti e di molti fedeli uno spirito autenticamente missionario ([7]). 

    Ecco la ricetta per trovare la forza, la gioia, il coraggio di essere quello che dobbiamo essere: "uno spirito autenticamente missionario". Quale ideale può ridarci la carica per "mettere a fuoco l'Italia", come diceva Giovanni Paolo II a Loreto nel 1985? Non c'è dubbio, la santità, l'ideale e la passione missionaria. Mons. Renato Corti, vescovo di Novara in un suo testo tratteggia tre situazioni di preti inadeguati al servizio della Parola a cui lo Spirito li chiama, definendoli "illusi", "paurosi" e "disertori". E aggiunge: "Il miracolo sarebbe semplicemente la santità", identificando il sacerdote come: 

- uomo di Dio, a servizio dell'uomo perchè l'uomo conosca Dio e aderisca a Lui nella fede;
- servo di Gesù Cristo - annunziatore del Regno, pastore, intercessore - e partecipe della sua missione;
- strumento vivo dello Spirito Santo, che pone i vescovi e i presbiteri a pascere la Chiesa di Dio (
[8]). 

    "Ho compassione di questa folla"

    Cristo Buon Pastore è il modello del sacerdote (e della persona consacrata, dell'operatore pastorale):  «Io sono il buon Pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e dò la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di questo ovile, anche quelle devo condurre e ascolteranno la mia voce e si farà un solo gregge e un solo pastore» (Giov. 10, 1-21).
Gesù parlava in modo autorevole e con amore, fino a dare la vita per le pecore. Anche il prete è chiamato ad essere come Lui, ad innamorarsi di Lui per poterlo testimoniare e comunicare. Secondo san Tommaso la carità pastorale è la prima virtù del sacerdote. Lo schema dei discorsi di Giovanni Paolo II quando parla ai sacerdoti e alle persone consacrate, è quasi sempre questo: «
Lasciatevi possedere da Cristo, siate totalmente di Cristo e questo vi renderà totalmente dell'uomo... Siate persone che hanno fatto del Vangelo una professione di vita» (
[9]).
Don Primo Mazzolari, l'indilmenticabile "tromba d'argento dello Spirito Santo nella Valle padana", come lo definiva Giovanni XXIII, ha scritto: «
Se io non porto Cristo agli uomini sono un prete fallito. Posso fare molte cose buone nella vita, ma l'unica veramente indispensabile nella mia missione di prete è questa, comunicare il Salvatore agli uomini, che hanno fame e sete di Lui».
Due le caratteristiche del Buon Pastore: amore alle pecore e autorità, che non viene da atteggiamenti autoritari, ma dal voler bene alle pecore.  
    1) Gesù era il missionario mandato dal Padre. Quando parla si riferisce sempre al Padre che l'ha mandato, dice quello che il Padre gli dice di dire, obbedisce in tutto al Padre. Vive unito a Lui, parla con l'autorità del Padre perchè lo mostra visibile nella sua persona.
Ecco il primo elemento della "carità pastorale": vivere nella grazia di Dio, pienamente disponibili alla volontà di Dio, amare Dio e sperimentare molto concretamente che ci ama, ci perdona, ci protegge in tutto e ci dà la gioia di vivere. E' importante l'esperienza personale, intensa, profonda e continua dell'amore di Dio, perchè la missione non è insegnamento di una verità astratta, ma trasmissione di un'esperienza: «
All'interrogativo: perchè la missione? noi rispondiamo con fede e con l'esperienza della Chiesa che aprirsi all'amore di Cristo è la vera liberazione. In lui, soltanto in lui, siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù al potere del peccato e della morte. Cristo è veramente "la nostra pace" (Ef. 2, 14) e "l'amore di Cristo ci spinge" (2Cor 5, 14), dando senso e gioia alla nostra vita» (
[10]).
Lo Spirito Santo è il "Protagonista della missione della Chiesa" ([11]). Un bel tema da meditare e approfondire: la missione non è nostra ma dello Spirito; la conversione delle anime non è opera nostra ma dello Spirito; l'efficacia di quel che facciamo non viene dalle nostre intelligenze e capacità, ma dallo Spirito... Ecco perchè a chi opera a servizio della Chiesa e del Regno è richiesta la docilità allo Spirito Santo: siamo solo suoi strumenti! Questo ci rende sereni e felici nel nostro ministero, pieni di gioia nonostante i nostri fallimenti. L'avvento del Regno di Dio nel mondo è opera dello Spirito: quando io faccio con generosità la mia parte, io sono contento anche se non vedo nessun progresso, ma so che c'è perchè ho fiducia nello Spirito che guida la storia.
   
2) Il rapporto di Gesù con le sue pecore è un rapporto di amore, che l'ha spinto a farsi uomo e a dare la vita. Anche per noi preti le pecore sono la nostra vita, non il nostro mestiere: il nostro impegno è amare le persone a noi affidate. Quando Gesù moltiplica i pani e i pesci, vedendo la folla che lo segue dice: «Ho compassione di questa folla; sono già tre giorni che stanno con me e non hanno da mangiare...» (Marco 8, 3).
Gesù si commuove, si sente coinvolto dalla situazione del suo popolo: "Ho compassione di questa folla!". Poteva dire: "Perchè non vi siete comperati da mangiare? Andate in pace e un'altra volta pensateci per tempo...".  Anche il cuore del prete dev'essere pieno di amore per la gente, per i più piccoli, i più fastidiosi, i più pesanti. Chiediamo a Dio la grazia di commuoverci alla vista delle miserie altrui. La nostra vita è consacrata a Dio e al prossimo.
Quante volte capita di vedere o sentire persone in difficoltà, anche spirituale (perchè la prima carità è quella spirituale): il nostro primo pensiero è di pregare per loro, di esaminare se possiamo fare qualcosa, di dire una buona parola... Non tiriamoci indietro! Com'è triste a volte sentire un prete, una suora che dicono: "Questo non spetta a me. Io ho già fatto fin troppo...".
Gesù era cercato e richiesto da tutti. Il Vangelo dice che era così tanta la folla che lo premeva, che lui e gli Apostoli "non avevano neppure più il tempo di mangiare"... Gesù si ritira a pregare e i discepoli lo rincorrono dicendogli: "Tutti ti cercano!"... Per portargli un malato, i parenti scoperchiano il tetto della casa e lo calano giù... Che bella espressione: "Tutti ti cercano"! Gesù attirava la gente, tutti lo cercavano. Anche i farisei avevano autorità, ma non amore: nessuno li cercava.
Ciascuno di noi sacerdoti deve chiedersi: io, prete di Cristo, creo attorno a me l'amore, l'attrazione o il vuoto? Ho molte persone che mi cercano, oppure vivo isolato e nessuno ha bisogno di me? Coltivo una mentalità giuridica, stretta, fiscale, per cui "io faccio il mio dovere", ma niente più di quello? Dico facilmente: "Questo non mi riguarda?".
L'immagine del Buon Pastore indica che Dio ci ama e ci cura come una mamma cura il suo bambino. La gente spesso immagina Dio come un giudice severo, corrucciato. No, è come un pastore che cura le pecore, è una mamma. La Sacra Scrittura spesso paragona Dio alla mamma, ad un genitore:  «
"Come una madre consola il figlio, così io vi consolerò a Gerusalemme" (Is. 66, 13). "Come un bimbo svezzato in braccio a sua madre" (Sal. 131, 2). "L'Altissimo ti amerà più di tua madre" (Sir. 4, 10). "Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto"» (Sal. 27, 10).
Il Papa, quando parla ai sacerdoti, spesso si commuove, dice parole capaci di commuovere e di richiamare con forza l'identità sacerdotale, il valore della vocazione:
 

    Cari fratelli - diceva nel primo discorso al clero di Roma ([12]) - dobbiamo amare dal più profondo dell'animo il nostro sacerdozio... Ognuno di noi deve in ginocchio ringraziare Cristo per il dono di questa vocazione. Siamo necessari agli uomini, siamo immensamente necessari, e non a mezzo servizio, a metà tempo come degli impiegati!... E se talvolta può sembrare che non siamo necessari, vuol dire che dobbiamo cominciare a dare una testimonianza più chiara.
Bisogna risalire alle sorgenti della nostra vita sacerdotale, - diceva ai sacerdoti di Parigi (
[13]). - Non è il mondo che fissa il nostro statuto, la nostra identità... Abbiate fede nel vostro sacerdozio, conservate la preoccupazione apostolica e missionaria per cui siamo stati ordinati: far avanzare gli uomini nella vita divina. 

    "La nostra pastorale è di essere sempre disponibili" 

    C'è una riflessione importante da fare, in relazione al ministero del sacerdote. L'immagine che una persona si fa di Dio orienta tutta la vita spirituale di quell'uomo o di quella donna. Se io immagino Dio lontano, inconoscibile, muto, freddo, che non s'interessa di me; se lo immagino giudice severo, sempre pronto a punire, a castigare, allora la mia vita spirituale sarà dominata dal timore, dalla paura, dalla doppiezza, dalle superstizioni. Avendo frequentato molto i giornalisti, anche non pochi grandi giornalisti di giornali laici e di radio televisioni, mi sono sempre meravigliato di questo fatto: portando il discorso su Dio, sulla necessità di una vita di fede per vivere meglio, veniva fuori che anche persone colte e "opinionisti" di fama hanno spesso di Dio un concetto del tutto pagano. Lo immaginano come giudice inflessibile, non come padre amoroso; come colui che punisce, non che perdona e consola. Mi chiedevo: quanto di questa immagine negativa di Dio viene dal nostro modo di rappresentarlo nella vita?
Noi preti, noi missionari, noi religiosi, dovremmo dare di Dio l'immagine giusta: è mio padre e mia madre, che mi segue, mi ama, mi perdona, mi protegge, mi coccola se sono triste. Se ho questa immagine di Dio, la mia vita sarà trasformata, acquisterò quella pace e serenità di spirito di cui ho bisogno per vivere bene. Naturalmente, prima di rappresentarlo agli altri, noi Dio dobbiamo sperimentarlo profondamente come Padre amorevole nella nostra vita. Se io prete sono sempre scontento, brontolone, facile alla critica e al pessimismo, che immagine posso dare di Dio e di Gesù Cristo?
Mi viene in mente quella celebre battuta del cattolico irlandese George Bernard Shaw, premio Nobel per la letteratura nel 1925. Una volta un intervistatore gli chiede:

- Lei è cattolico?
- Certo, cattolico credente e praticante.
- Quindi crede nel Paradiso e nell'Inferno.
- Senza dubbio sì.
- Mi dica: lei dove preferisce andare dopo la morte?
- Mi lasci pensare... Se è per il clima, preferisco il Paradiso; ma per la compagnia è meglio l'Inferno, visto come sono la maggioranza dei preti e dei cattolici che conosco! 

    Compito primo del missionario in paesi non cristiani (ma anche del prete tra i "cristiani") è di dare una immagine piena di gioia e di misericordia del Dio biblico ed evangelico, del Padre che Gesù è venuto a rappresentare. Molti si fanno l'idea di Dio dal rapporto che hanno col prete o con la suora che conoscono. Ho conosciuto un padre missionario, brav'uomo ma scorbutico, brusco, scortese; un confratello una volta gli dice:

- Non puoi essere più gentile con la gente?
- Io sono fatto così, è il mio carattere.
- Ma in tanti anni di sacerdozio non ti sei mai cambiato?  

     Non siamo noi che cerchiamo Dio, è Dio che ci ama e ci segue giorno per giorno, momento per momento. Gesù, il Buon Pastore, ci corre dietro come il pastore rincorre le pecore, le ama e le cura una ad una. Dio ci aspetta all'angolo della strada, per chiamarci alla conversione. A volte mi immagino, mentre cammino per le vie della città o quando vado in auto, che girato l'angolo della strada c'è Gesù ad aspettarmi. Che bella questa immagine: io svolto l'angolo, immerso in tanti pensieri e problemi, e Gesù è lì che mi aspetta.
Un'estate di molti anni fa, di buon mattino andavo a celebrare la Messa dalla casa del Pime alla clinica Columbus a Milano, delle suore della santa madre Cabrini. Ero in ritardo e correvo. Svoltando l'angolo di un palazzo, una giovane donna veniva nella direzione opposta nello stesso preciso momento e anche lei correva. Lo scontro era inevitabile. Ci siamo trovati tutti e due per terra e ci siamo messi a ridere. Ma poi io pensavo. Guarda un po', quante volte nella vita sbatto contro un imprevisto, un incidente, una malattia, un fallimento, un qualcosa che mi sbilancia, mi butta giù da cavallo come San Paolo. E' Dio che mi aspetta all'angolo della strada, per chiamarmi alla conversione.
Se noi sapessimo vedere i fatti della vita con l'occhio della fede! Giorgio Torelli ha scritto un bel libro intitolato "La pazienza di Dio" ([14]). Dio è paziente come la mamma col suo bambino: ci aspetta, ci guida, se andiamo fuori strada ci rincorre, ci sorregge, ci illumina, ci perdona... Questa la missione del Buon Pastore, questa la nostra missione di sacerdoti.
Ho scritto la storia del Pime in Brasile (
[15]). Ecco la testimonianza che mi ha dato padre Francesco Fantin, in Brasile da più di 50 anni. Gli ho chiesto qual era lo spirito dei missionari dei primi tempi in Brasile e lui risponde: «
Avevamo una grande passione missionaria di lavorare per le anime. Credo che la caratteristica comune è stata questa forte passione per le anime, spenderci tutti per aiutare spiritualmente il popolo. Come Gesù ha detto: "Il buon Pastore dà la vita per le sue pecore"» (Giov. 10, 11).
Nel 1966 sono andato in Brasile e ho visitato le parrocchie che i missionari del Pime stavano fondando in Paranà, oggi uno degli stati più evoluti e ricchi del Brasile, ma allora territorio ricoperto di foreste: gli immigrati (molti italiani) disboscavano per avere i campi in cui piantare il caffè. Terre da Far West, con molta gente che girava a cavallo, paesini che nascevano al limitare della foresta con casupole in legno, strade di terra battuta. Ho intervistato un missionario di una certa età, che era stato espulso dalla Birmania e l'avevano mandato in Brasile, padre Domenico Girotto. Nella mia ingenuità, gli chiedo che tipo di pastorale fanno, che piano pastorale hanno. Si mette a ridere e risponde:

    La nostra pastorale è di essere sempre disponibili per la gente. Vengono a prendermi a cavallo o in auto e vado. Quando sanno che c'è un prete, tutti accorrono. Allora si fa il catechismo, si celebra la Messa e i matrimoni, si confessa nottate intere.
- Ma confessate davvero tutta la notte?
- Sì, ci sono code ai confessionali fino al mattino, anche alle due, tre, quattro di notte. Se c'è il prete si riempie la chiesa, ad ogni ora. E' un popolo abbandonato, hanno veramente bisogno del prete... Noi ci siamo buttati dentro in questo lavoro: ci siamo dati tutti e il popolo risponde.
  

    Anche il Papa ci è di esempio: salta da una parte all'altra del mondo, non sta più in piedi eppure affronta fatiche sovrumane, solo per dire a tutti la sua passione per Cristo e per gli uomini. Nella "Redemptoris Missio" Giovanni Paolo II ha parole accorate che manifestano il suo spirito missionario: «Non possiamo restarcene tranquilli pensando ai milioni di nostri fratelli e sorelle, anch'essi redenti dal sangue di Cristo, che vivono ignari dell'amore di Dio» (RM, 86).
«
Gli uomini che attendono Cristo sono ancora in numero immenso... Dobbiamo nutrire in noi l'ansia apostolica di trasmettere agli altri la luce e la gioia della fede, ed a questo ideale dobbiamo educare il Popolo di Dio» (RM, 86).  

     "Il rischio di allontanarci dalle radici cristiane"    

     I documenti della CEI infatti ripetono spesso che «"lo spirito missionario è l'anima della quotidiana attività pastorale della Chiesa" ([16]) e che bisogna passare "da una pastorale di conservazione ad una pastorale missionaria", per raggiungere specialmente i "lontani"».
Da molti anni la Conferenza episcopale italiana incentra i suoi discorsi sulla missione, lo spirito missionario e la pastorale missionaria. La Chiesa italiana indubbiamente si è mossa in questo senso, sia nella pastorale interna (cioè nell'aprirsi ai lontani, ai non praticanti), sia nella collaborazione alla "missione ad gentes". Oltre agli aiuti in personale (sacerdoti fidei donum, religiosi, missionari laici), non va sottovalutata la costante generosità dei cattolici italiani nell'aiuto economico ai missionari e alle giovani Chiese. Nel Seminario di studio sugli aiuti dei cattolici italiani (Roma, 22-24 febbraio 1991), organizzato dal Comitato ecclesiale contro la fame nel mondo ([17]), si sono presentati i risultati di un'inchiesta sull'ammontare degli aiuti dati annualmente dalla Chiesa italiana alle missioni:  

    Nei mesi precedenti il Seminario, un'agenzia specializzata ha svolto una vasta inchiesta su un campione delle 27.000 parrocchie italiane e 1.600 associazioni, istituti ed enti vari della Chiesa italiana. Si voleva conoscere la quantità di aiuti che la Chiesa italiana invia ai paesi poveri e le modalità con cui vengono raccolti, gestiti e trasmessi. Un primo bilancio dei dati raccolti permette di valutare gli aiuti annuali a circa mille miliardi, metà dei quali passano attraverso gli istituti religiosi e gli istituti missionari (maschili e femminili) presenti sul campo con circa 17.500 missionari e missionarie; l'altra metà viene da diocesi, parrocchie, Pontificie opere missionarie, Caritas italiana, organismi di volontariato, gruppi e associazioni. 

Visitando l'Eritrea nel 1986, ho incontrato il vescovo cattolico di rito etiopico di Asmara, mons. Zacharias Johannes, che mi diceva: «Senza gli aiuti che vengono dall'Italia noi eritrei non potremmo più vivere, dato lo stato di guerra in cui ci troviamo, l'abbandono dei campi, i profughi. Abbiamo mandato una delegazione a Roma per ringraziare la Cei e la Caritas: i loro aiuti, dati per suscitare iniziative locali, hanno permesso al nostro popolo di sopravvivere e di riprendere coraggio.»
E' una delle tantissime testimonianze che ho raccolto nel mondo delle missioni. La sensibilità missionaria del popolo italiano è senza dubbio notevole, nonostante la crisi di fede e di vita cristiana che attraversiamo. Non si capisce quindi perchè tutto questo non si traduca in una precisa attenzione alla formazione missionaria nei seminari (quasi nulla) e nella vita sacerdotale. Ad esempio, il 18 maggio 2000 La Commissione episcopale della Cei per il clero pubblica un lungo documento articolato in tre parti: La formazione permanente del clero oggi; I contesti vitali della formazione permanente; Per un Progetto organico di formazione permanente ([18]).
In un testo così importante si cercherebbe invano un cenno alla missione universale della Chiesa: la "missione alle genti" non esiste per il clero, per la sua formazione permanente! I termini "missione", "missionario", "Chiesa missionaria", "Chiesa in missione" e simili sono ripetuti spesso, ma sempre in relazione alla situazione italiana. C'è anche un paragrafo intitolato "Al servizio di una comunità cristiana aperta alla missione" (n. 18); e uno pensa: qui c'è la missione alle genti! Macché! Ecco il contenuto del breve paragrafo: 

    In una Chiesa che è comunità missionaria, i presbiteri devono diventare capaci di riconoscere i carismi, di far nascere collaborazioni e di vivere una reale corresponsabilità al servizio del Regno. Il prete è 'communionis minister' (cosa capisce il lettore comune? n.d.r.). Di qui l'impegno del presbitero come primo animatore vocazionale della comunità, come servo della comunione per una Chiesa in missione. La comunità cristiana con la ricca cerchia di relazioni e di amicizie con laici, singoli e famiglie, è scuole esigente e stimolo alla formazione dei suoi presbiteri.
Particolare attenzione va prestata a un'esperienza inedita che va diffondendosi in moltissime Chiese particolari italiane, sia pure secondo una tipologia non omogenea: si tratta di diverse forme di collaborazione interparrocchiale che vanno sotto il nome di 'unità pastorali'. Ciò richiede l'attitudine alla collaborazione, la valorizzazione dei carismi, la lettura delle esigenze specifiche del territorio su cui sono ubicate le comunità cristiane.
 

    Punto e basta. La "comunità cristiana aperta alla missione" è tutta qui! Dov'è finito l'"Andate in tutto il mondo" di Gesù? E l'"Ad Gentes" che dedica un intero paragrafo (n. 39) a "Il dovere missionario dei presbiteri"? E le "Norme direttive per la collaborazione delle Chiese particolari fra di loro, specialmente per una migliore distribuzione del clero nel mondo" pubblicate nel 1980 dalla Congregazione per il Clero? Dimenticato anche il documento della Cei del 1984 sull'impegno missionario della Chiesa italiana, in cui si legge ([19]): «Tutti gli operatori pastorali, e in primo luogo i sacerdoti... sono pure responsabili dell'animazione e cooperazione missionaria... In questa visuale, i candidati al sacerdozio siano formati fin dal seminario a considerare le necessità della Chiesa universale e a rendersi "pronti nel loro animo a predicare ovunque il Vangelo"» ("Optatam totius", n. 20).
   Evidentemente la Cei, come i singoli vescovi e tutti noi credenti, siamo talmente preoccupati dell'ipotesi che l'Italia perda la fede e la vita cristiana, che spesso si sente dire, anche da vescovi: "Oggi le missioni sono qui da noi!". Nel "Progetto culturale" proposto dalla Conferenza episcopale si legge (
[20]): «
Sappiamo di stare dentro una svolta assai significativa dell'Occidente e di tutta l'umanità. Siamo anche consapevoli che questa svolta rischia di tradursi in un decisivo allontanamento dalle radici cristiane che hanno costituito la nostra civiltà».
    Preoccupazione doverosa, ma non è ancora entrata nella mentalità comune ecclesiale che la difesa della fede in Italia si compie non chiudendoci in noi stessi, ma aprendoci agli altri. In altre parole, la missione universale come primo rimedio alla perdita della fede nel nostro popolo. E' l'idea centrale dell'enciclica "Redemptoris Missio" ("La fede si rafforza donandola!", n. 2) e l'ispirazione dello Spirito che ha portato nel 1916 alla fondazione dell'"Unione missionaria del clero" (oggi Opera pontificia) da parte dei beati padre Paolo Manna e mons. Guido Maria Conforti.
 

    "Tutti i fedeli per tutti gli infedeli" 

     Ritorniamo al beato padre Paolo Manna già citato all'inizio di questo capitolo. Giovanni XXIII l'ha definito "il Cristoforo Colombo della cooperazione missionaria" ([21]) e Paolo VI: "Uno dei più efficaci promotori dell'universalismo missionario nel secolo XX" ([22]).
Non sono espressioni esagerate, se si conosce l'importanza di padre Manna nella Chiesa moderna, vista in una prospettiva storica: per capire il presente e il futuro è indispensabile conoscere il passato. Ecco in breve. All'inizio del 1800 il mondo cattolico era asfittico, quasi moribondo: il Papa prigioniero di Napoleone che in Italia e in Europa razziava i beni ecclesiastici e chiudeva le case dei religiosi; la spinta missionaria verso l'Oriente quasi ovunque esaurita, le missioni in Asia abbandonate; la cultura e i governi ispirati dalle teorie illuministe e razionaliste; la massoneria trionfante in Europa e soprattutto nelle Americhe; il buon popolo cristiano sbandato e il clero, due secoli dopo il Concilio di Trento, era ancora in una situazione sciagurata di ignoranza e di decadenza morale oggi inimmaginabile.
Negli anni venti del 1800 il beato Gaspare Del Bufalo predicava nei territori dello stato pontificio: scrive un rapporto a Papa Leone XII (1823-1829) per dirgli che il 60 per cento dei preti non sanno leggere il latino e non conoscono la formula per l'assoluzione nel sacramento della riconciliazione; l'80 per cento vivono apertamente con una donna "more uxorio" senza suscitare scandalo e per alcuni dell'altro 20 per cento si dubita che vivano allo stesso modo. Se ricordiamo com'era la Chiesa alla fine del 1700 vengono i brividi. Nel 1773 Voltaire aveva previsto che «
nella cultura nuova non ci sarà posto per la superstizione cristiana: io vi dico che fra vent'anni il Galileo sarà spacciato».
   La Chiesa agonizzante di quel tempo rendeva umanamente plausibile questa previsione: pochi anni dopo, la rivoluzione francese e l'impero napoleonico peggiorano, se possibile, il panorama ecclesiale. Invece l'Ottocento è il secolo della rinascita. Governi ed élites culturali si allontanano dal Vangelo e dalla Chiesa, ma fra il popolo cristiano fioriscono ideali e iniziative che creano entusiasmo e danno nuova linfa vitale: le devozioni popolari (Sacro Cuore, frequenza all'Eucarestia, Immacolata Concezione, pellegrinaggi a Lourdes e in altri santuari mariani, ecc.); il movimento caritativo-educativo-sociale (Don Bosco e Cottolengo per fare due nomi) con decine di congregazioni religiose e migliaia di opere a favore delle classi diseredate; e il movimento missionario: nel 1822 nasce a Lione l'Opera della Propagazione della Fede, il motore della rinascita missionaria nell'Europa del secolo XIX; in Italia nel 1850 nasce, promosso dai vescovi lombardi per ispirazione di Pio IX, il "Seminario lombardo per le missioni estere", che diffonde la Propagazione della Fede e le sue riviste, suscitando o rafforzando l'ideale missionario nel clero e nel popolo.
Padre Paolo Manna (1872-1952) entra in azione all'inizio del Novecento, fondando nel 1916 l'"Unione missionaria del clero", alla quale è bene ritornare per capire cosa vuol dire un "clero con passione missionaria". Missionario del Pime in Birmania (1895-1907), padre Paolo deve ritornare definitivamente in Italia dopo tre tentativi di adattarsi al clima caldo umido e ai pesanti sacrifici richiesti dalla vita missionaria in un paese poverissimo: era debole di polmoni, cioè tisico.
A 35 anni, si sente e si dichiara "un missionario fallito". Ma il buon Dio gli apre una nuova prospettiva di impegno. Manna riprende e rilancia l'idea forte della Propagazione della fede: il popolo cristiano protagonista della missione universale. Non si capisce questo missionario se non si tien conto che era davvero un santo, con una carica eccezionale di amore a Cristo e alla missione della Chiesa. Quando diventa direttore di "Le Missioni Cattoliche" (1909), la rivista del suo istituto (oggi "Mondo e Missione") era in crisi: «
Nelle pagine della rivista di quel tempo non c'era vita. Erano delle traduzioni e delle ottime relazioni originali, che si ponevano le une accanto alle altre, ma non c'era l'anima missionaria che tutto vivificasse alla luce dell'ideale» ([23]).
    Sfogliando i fascicoli di quegli anni, la differenza tra prima e dopo Manna si vede subito. Pur senza abbandonare le caratteristiche che l'avevano resa famosa (relazioni dalle missioni, annunzio di Cristo ai non cristiani, studi storici e antropologici, attualità del mondo missionario, folclore religioso, viaggi fra popoli lontani, ecc.), "Le Missioni Cattoliche" diventa veramente una "rivista missionaria", tutta tesa a trasmettere amore ed entusiasmo per le missioni, stimolando i lettori alla "cooperazione missionaria"; è una fucina che produce a ritmo continuo proposte, opuscoli, iniziative, libri (nasce la prima editrice missionaria italiana), immagini, calendari, notizie e articoli sui giornali cattolici.     
   "Le Missioni Cattoliche" ha trovato un'anima. Il nuovo direttore non dà tregua ai lettori, non li lascia tranquilli: li considera non semplicemente abbonati alla rivista, ma "propagandisti" della stessa e delle missioni; attraverso la rivista lancia le sue iniziative e i suoi appelli infuocati: «
Può esservi elemosina migliore di quella che dà Dio alle anime e le anime a Dio? Il mondo è di chi se lo piglia e tocca a noi guadagnarlo a Gesù Cristo; Tutti i fedeli per tutti gli infedeli».
    Nella "Redemptoris Missio" (n. 84) Giovanni Paolo II cita padre Manna riportando il suo slogan preferito: «
La parola d'ordine deve essere questa: Tutte le Chiese per la conversione di tutto il mondo». 

     Educare il clero all'ideale missionario 

     La "rivoluzione copernicana" compiuta da p. Manna nel campo della cooperazione alle missioni è questa: non chiede solo ai fedeli preghiere, vocazioni e aiuti economici, ma presenta il problema missionario ("la conversione del mondo infedele") come la sfida prioritaria per il mondo cristiano ("il problema dei problemi"), che riguarda tutta la Chiesa ed esige una soluzione globale: il coinvolgimento di tutti i battezzati, vescovi, sacerdoti e fedeli, diocesi e parrocchie, congregazioni religiose e associazioni laicali. E' una novità profetica in un tempo in cui le missioni erano considerate compito esclusivo degli ordini religiosi e degli istituti missionari. Manna va oltre. Esortando i sacerdoti a promuovere la cooperazione all'opera missionaria, afferma ([24]): «"A parte il bene che da questa attività verrebbe alle missioni pensate a quale rifiorimento di fede questo fervore apostolico susciterebbe anche tra noi, perchè il vero zelo è così fatto, che più se ne dà agli altri, più ne resta per noi!". Espressione forte e piena di fede, che Giovanni Paolo II riprende nella "Redemptoris Missio": "La fede si rafforza donandola!"» (n. 2).
Questo lo spirito di Manna nel rinnovare la "propaganda missionaria" (oggi si dice "animazione missionaria") e la cooperazione alle missioni, che allora erano viste come attività marginali nella Chiesa, con scarsi effetti positivi per  l'evangelizzazione dei popoli cristiani. Nella storia dell'Unione da lui scritta ([25]), Manna racconta che "l'idea di organizzare il clero in ordine alle missioni" gli è venuta dall'esperienza fatta in Birmania: il contrasto tra la pochezza delle forze missionarie di fronte ad uno sterminato mondo non cristiano in attesa di Cristo e

     la sovrabbondanza dei mezzi di salute di cui godono i nostri paesi cristiani... il gran numero di sacerdoti che vedevamo nelle nostre contrade... Perchè, ci domandavamo, tanta ineguale spartizione di forze? Perchè il mondo cristiano deve vivere ignorando l'opera massima della Chiesa? E soprattutto perchè tanta ignoranza del problema e tanto disinteresse dei sacerdoti? Perchè la conversione del mondo infedele, la grande opera che Dio s'attende dalla sua Chiesa, dev'essere il cruccio solamente di un pugno di uomini poveri e dimenticati?  

Padre Manna matura il progetto di dare un'anima missionaria ai sacerdoti: «Il clero cattolico non può rimanere estraneo all'opera della conversione del mondo tuttora infedele. Sarebbe innaturale, dannoso. L'affare lo riguarda assolutamente da vicino e nessun prete lo può ignorare o disinteressarsene. Il mondo l'hanno convertito i sacerdoti, che per questo furono creati» ([26]).
Ma nel 1912 e 1914 respinge la proposta di don Siro Rho di Milano (fratello di un missionario del Pime), di fondare un'associazione di sacerdoti per collaborare all'attività delle Missioni Estere di Milano, perchè 

    un'associazione di preti a scopi particolaristici e ristretti non era il nostro ideale... Data l'immensa portata di questo problema che si confonde con la missione salvatrice universale della Chiesa, ci parve che, per favorire efficacemente il compimento di tale missione, occorresse un'opera di cooperazione egualmente vasta e generale. Bastava avere dinanzi agli occhi la visione dell'immensità del mondo ancora da convertire a Gesù Cristo, per persuadersi che niente di piccolo, di particolaristico e parziale poteva servire allo scopo. 

    Manna voleva un'associazione che trasmettesse ai sacerdoti l'entusiasmo per l'ideale missionario; animando il clero si sarebbe raggiunto tutto il popolo cristiano. Negli anni in cui era direttore di "Le Missioni Cattoliche", veniva invitato a parlare in varie parti d'Italia e si accorgeva della scarsa sensibilità missionaria nei vescovi, nei preti, nei seminari: si scandalizza e scrive lettere di fuoco, lamentando i ristretti orizzonti nella Chiesa e nel clero del suo tempo. Così prepara un progetto e lo presenta all'amico mons. Guido Maria Conforti, arcivescovo-vescovo di Parma. ll beato Conforti, già fortemente sensibile all'ideale missionario (aveva fondato i missionari Saveriani nel 1895), fa suo il progetto e lo presenta a Benedetto XV: nel gennaio 1917 gli "Acta Apostolicae Sedis" pubblicano l'approvazione del Papa.
Nasce l'Unione missionaria del Clero (Conforti presidente e Manna segretario), che ha subito una grande diffusione in Italia e all'estero. Un anno dopo la fondazione (nel dicembre 1917) i soci erano 1.254, fra i quali i due futuri Papi Achille Ratti (Pio XI) e Angelo Roncalli (Giovanni XXIII); 4.035 nel 1919, 10.255 nel 1920 e 23.000 nel 1924.
In quell'anno padre Manna viene eletto superiore generale del suo Istituto (1924-1934), ma nel 1937 Propaganda Fide lo richiama a Roma come segretario internazionale dell'Unione missionaria da lui fondata, ormai diffusa in una trentina di paesi. Nel 1940, mentre infuriava la II guerra mondiale, l'Unione missionaria del clero era diffusa in 50 paesi con 168.473 soci, più d'un un terzo del clero di tutto il mondo (nel 1950 i soci erano 230.000).
   

     Lo spirito e le finalità dell'Unione missionaria 

     Il testo di Manna oggi più provocatorio è un lungo studio del dicembre 1934 che la rivista "Il Pensiero missionario" ([27]) pubblica con una nota della direzione che ne prende le distanze, lasciando all'autore la responsabilità di quanto afferma. Testo ancora attuale. Manna lamenta che, vent'anni dopo la sua fondazione, l'Unione missionaria ha perso l'orientamento di fondo che egli e mons. Conforti le avevano dato ([28]):  

    L'Unione non ha mantenuto il suo carattere originale di associazione altamente spirituale e apostolicamente educativa, quale deve essere secondo l'ispirazione che ne diede il Signore. Secondo questo criterio, era il clero che avrebbe dovuto imbeversi di cultura e di amore missionario per poi trasfonderli nel popolo. L'Unione missionaria si propose per prima cosa l'educazione missionaria del clero, al fine di accendere in tutto il popolo cristiano una grande fiamma di apostolico zelo per la conversione del mondo. Questa grande missione dell'Unione missionaria, dobbiamo confessarlo, non è stata ancora compresa nella sua piena portata. Troppi sacerdoti hanno accettato l'Unione come una qualsiasi pia associazione, perchè ricca di particolari privilegi, alla quale, oggi che tanto si parla di missioni, un prete non potrebbe decentemente sottrarsi... 

     Manna concepiva l'Unione come associazione "altamente spirituale e apostolicamente educativa", ma si rendeva conto che era diventata "una qualsiasi pia associazione" con scarsa incidenza nella vita dei sacerdoti; e soprattutto che l'Unione aveva assunto, in concreto, lo scopo prioritario di potenziare la raccolta di offerte per le missioni. Il beato reagisce in termini forti, descrivendo la situazione in cui si trova il cristianesimo: milioni e milioni di uomini ancora non conoscono Cristo e la Chiesa non si muove; anzi, la fede diminuisce perchè la Chiesa, e soprattutto i sacerdoti, non sono animati da spirito missionario verso i non cristiani e i non credenti in paesi già evangelizzati.
La soluzione del problema, afferma Manna, sta nel clero: se i preti sono missionari, il popolo cristiano lo sarà egualmente; se i preti non vivono la passione di portare Cristo a tutti gli uomini, anche il mondo cristiano non potrà fare miracoli. Il tono è il suo, appassionato, un po' eccessivo nelle affermazioni, ma sincero, diretto, esprime con forza quel che vuol dire:
 

    Se diamo uno sguardo al mondo, dobbiamo dire che tutto quanto vi ha in esso di grande, di nobile, di santo, è ispirazione del Vangelo e realizzazione di sacerdoti. Non c'è elemento per cui il mondo è diventato cristiano e civile, che non faccia capo all'opera dei sacerdoti di Gesù Cristo. Se il mondo è per tanta parte buono e santo, è perchè così lo hanno fatto i sacerdoti; e se non è migliore e più santo, è ancora dove e quando l'opera dei sacerdoti è stata deficiente... Quale triste spettacolo offriamo noi sacerdoti quando, sfiduciati, lamentiamo impotenti la deplorevole condizione di gran parte del mondo e dei nostri stessi paesi cristiani, quasi per piangere il fallimento del nostro ministero, il fallimento di Dio! Ma Dio non fallisce mai e non può venir meno la Chiesa; può però fallire un ministero di uomini deboli e inetti per un'opera sì soprannaturale e divina... 

    Si possono contestare alcune affermazioni di padre Paolo, ma l'Unione missionaria del clero è nata sulla base di questa convinzione: la cooperazione dei fedeli alla missione della Chiesa è in rapporto alla fede e alla passione missionaria dei preti. Un clero appassionato della missione universale della Chiesa è la soluzione alla crisi di fede nei nostri stessi paesi cristiani. Manna è convinto, e grida con forza: 

     Una diocesi, una parrocchia in cui si coltivino nelle anime queste divine idealità, non perderà mai la fede e avrà l'intelligenza di ogni opera buona... Spirito missionario in una parrocchia vuol dire spirito cattolico... Teniamo come assioma indiscutibile - suffragato dalla prova dei fatti - che tutto quanto si fa per le missioni, prima di arrecar bene agli infedeli, cade in benedizioni sulle nostre cristianità; mentre al contrario, una fede che non si propaga, o è morta o è destinata a morire... Il risveglio missionario in tutta la Chiesa è oggi più che mai urgente.  

    "Una fede che non si propaga, o è morta o è destinata a morire". Più chiaro di così si muore! Giovanni Paolo II esprime in altri termini lo stesso concetto: «La spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, come la sua diminuzione è segno di una crisi di fede» (Redemptoris Missio, 2). 

    "Bisogna spiritualizzare la propaganda"  

    L'articolo del 1934 su "Il Pensiero missionario" (che stiamo sintetizzando), attualissimo ancor oggi, continua lodando i progressi fatti dall'Unione missionaria ([29]): infatti, in molte nazioni si sono tenuti congressi e settimane missionarie; si sono pubblicate riviste e libri; diffuse notizie e relazioni, realizzati studi teologici e storici. Tutto bene, dice Manna, ma 

    una cosa mi ha colpito nello svolgimento di questa bella propaganda: in generale si è cercato di fare prevalentemente della propaganda intellettuale e scientifica, con poca referenza allo spirito, alla fede, al cuore dei sacerdoti... L'Unione missionaria deve tendere soprattutto a muovere i cuori dei sacerdoti, ad accendere la fede, perchè, come fu detto, l'Unione missionaria è un'opera di vita, che si propone di giungere a far sentire vivo, urgente, acceso, irresistibile nella Chiesa lo zelo per il divino apostolato degli infedeli.
     La cultura missionaria è necessaria, ma per essere utile allo scopo dell'Unione deve tendere a suscitare un grande amore per la salute delle anime: fatta con altro spirito e proposito, può raggiungere l'effetto contrario e creare indifferenza e pessimismo... Per parlare bene e utilmente delle missioni bisogna parlarne da apostoli, da uomini che amano molto Dio e le anime, come ne parlano i santi missionari. Il frutto vero, sostanziale che l'Unione missionaria trarrà dai suoi corsi di studi, dalle sue conferenze, sarà proporzionato allo spirito con cui tale propaganda sarà fatta. Parlerà lo Spirito di Dio? Si avranno infallibilmente frutti di vita. Parlerà lo spirito dell'uomo? Si avrà del fracasso, ma gli interessi che si vogliono favorire non progrediranno di un passo. 

    Come superare, secondo padre Manna, queste deficienze e deviazioni? "Bisogna spiritualizzare la propaganda" scrive. E così ragiona: la missione è opera di fede e di grazia dello Spirito Santo, è "la Pentecoste che si perpetua attraverso i tempi". 

     L'Unione missionaria deve essere vivificata dallo stesso Spirito. Solo animata da Esso deve operare e produrre frutti di salute e di vita. Guai se nell'Unione missionaria si insinua lo spirito umano... Le missioni fanno appello al cuore dei fedeli e li spronano a pregare ed a sacrificarsi per esse, solo se sono presentate quale cosa del tutto divina... E allora lungi dall'Unione missionaria quella propaganda a base troppo reclamistica, per cui talvolta si corre il rischio di sacrificare anche la verità pur di impressionare, di commuovere, di far denaro. L'opera di Dio non si muove con questi mezzi...
    Nella nostra predicazione facciamo parlare l'amore che ha avuto Dio per il mondo, facciamo parlare il Sangue che Gesù Cristo ha sparso per le anime, facciamo parlare la miserevolissima condizione degli infedeli... sono le voci che il nostro popolo comprende meglio di ogni altro parlare... 

    Manna afferma: "Ci vuole più preghiera" per la propagazione della fede, l'unione dei cristiani e le vocazioni missionarie.
«
Quale immensa forza spirituale per la conversione del mondo può divenire l'Unione missionaria, promuovendo e indirizzando questa santa Crociata, perchè chi è che non può pregare? Dov'è che non si può pregare?... Bisogna ravvivare questo fuoco e mettere al primo posto, nell'azione dell'Unione, la preghiera.»
     Poi passa alle vocazioni missionarie. L'Unione missionaria del clero «
è stata istituita per uno scopo eminentemente pratico... perchè dia soprattutto uomini alla nobile armata degli apostoli di Gesù Cristo. E' questo un punto capitale per il nostro movimento sacerdotale a favore delle missioni».
     Benedetto XV aveva sollecitato i soci dell'Unione a questo scopo, definendoli "suscitatori di vocazioni apostoliche" (udienza dell'ottobre 1920 al primo congresso dell'associazione). «
A che giova parlare tanto di missioni - scrive padre Paolo - e istituire corsi di missiologia, se poi ciascuno ritorna a casa sua e non si giunge a moltiplicare il numero degli operai evangelici?... I veri suscitatori di vocazioni debbono essere i sacerdoti.» 

     L'Unione missionaria anima delle Pontificie Opereì 

     Ancor oggi ci troviamo di fronte allo stesso problema che affrontava padre Manna: pur apprezzando lo sforzo fatto dalla Chiesa italiana per la missione universale, l'ideale missionario non è penetrato in profondità e non ha trasformato il clero, e quindi nemmeno il popolo cristiano.  Occorre ritrovare lo slancio del Concilio Vaticano II e delle encicliche missionarie dei Papi. Come? Rifacendoci a quelle Pontiticie opere missionarie, che sono state l'anima e il motore della sensibilità missionaria del nostro popolo.
Guardando l'evolversi del movimento missionario in Italia negli ultimi 50 anni, sono convinto che le Pontificie opere, e in particolare l'Unione missionaria col suo carismatico fondatore Paolo Manna, possono ancora dare molto alla Chiesa italiana e universale. A volte invece si sente dire che sono "superate" e sinceramente non capisco perchè. Superate nell'ispirazione ideale? nella struttura giuridica? nella teologia? nel modo di presentarsi? negli strumenti usati per sensibilizzare il popolo cristiano? Indubbiamente bisogna sempre ricuperare lo spirito delle origini e un aggiornamento di forme esterne è possibile, anzi doveroso; ma non vedo cosa potrebbe sostituire, a livello mondiale, le Pontificie opere per instillare nell'animo del popolo cristiano l'amore alla missione universale.
Le Pontificie opere e in particolare l'Unione missionaria del clero hanno già attraversato altre crisi. Negli anni venti, le missioni uscivano dal periodo della Iº guerra mondiale con molte distruzioni, scarso personale, conversioni "in massa" e impegni finanziari per costruire chiese, seminari, nuove missioni, opere caritative e assistenziali. Le richieste di denaro e di personale dalle missioni si moltiplicavano, Propaganda Fide non sapeva come rispondere. L'Unione missionaria del clero, ritenuta troppo "spiritualista" e poco preoccupata della raccolta di offerte per le missioni, venne mortificata: i due impegni prioritari fissati da p. Manna: formare uno spirito missionario del clero e suscitare vocazioni missionarie, sono sostituiti dall'imperativo dell'ora, di raccogliere molto denaro per le missioni. Su questa linea si va avanti, ma nel 1934, scrive padre Manna nello studio citato su "Il Pensiero missionario", si avverte «
una sensibile discesa (delle offerte) dal vertice raggiunto nell'esercizio 1929-1930... Per la Propagazione della Fede il regresso è stato molto rilevante: i 66 milioni raccolti nel 1929-1930 discesero a 63 nel 1930-1931, a 52 nel 1931-1932, a 46 nel 1932-1933, a 38 nel 1933-1934. La crisi e la caduta di monete pregiate non spiegano da sole questa diminuzione. Vi concorrono altre cause di carattere non finanziario».
La crisi mondiale finanziaria del 1929 ha certamente pesato, ma padre Paolo dà una lettura spirituale del fatto: manca lo spirito! Delle quattro Pontificie opere missionarie, tre delle quali nate nell'ottocento francese (Propagazione della Fede 1822, Sant'Infanzia 1843 e Clero Indigeno 1889), l'"Unione missionaria del Clero" (1916) è la più attuale e la più orientata al futuro: "formare il clero con passione missionaria" infatti è l'ideale e lo scopo dell'associazione. A 86 anni dalla fondazione, siamo infatti ben lontani da questa meta. Per questo l'Unione è stata così definita da Paolo VI ([30]): «La Pontificia Unione Missionaria ha un ruolo di primaria importanza fra le Opere Pontificie. Se è l'ultima in ordine di tempo, non è l'ultima per il suo valore spirituale. Essa dev'essere considerata come l'anima delle Pontificie Opere» ([31]).
    Manna aveva intuito questo fin dall'inizio dell'Unione: il clero come principale responsabile della cooperazione missionaria e quindi delle opere a favore delle missioni. Questo affermava anche il Motu Proprio "Romanorum Pontificum" (1922), dove Pio XI dice che i vescovi daranno sviluppo alle Pontificie opere missionarie, «
 servendosi specialmente dell'Unione missionaria del clero: associazione che si affretteranno a creare, dove non c'è, essendo essa mirabilmente opportuna...»
    Nell'enciclica "Rerum Ecclesiae" (1926), Pio XI loda l'Unione missionaria e afferma che «
i membri di essa... in tutti i modi favoriscano, entro i confini della propria diocesi, l'Opera della Propagazione della fede e le altre due ad essa sussidiarie».
    Lo stesso Consiglio superiore dell'Opera della Propagazione della Fede nella relazione decennale del 1936 raccomanda che «
l'Opera si liberi da tutto ciò che è superficiale impressionismo, per mirare alla formazione di uno spirito missionario che trovi il suo alimento in una forte, sincera e profonda convinzione. Per questo è necessario fare il massimo assegnamento sul clero e specialmente sui sacerdoti appartenenti all'Unione missionaria, come i più adatti a richiamare i fedeli alla cooperazione missionaria e a dar loro la coscienza del grande dovere». 

     "Dobbiamo crescere in santità" 

     Dall'11 al 13 novembre 1936 si svolge a Roma il II° Congresso internazionale dell'Unione missionaria del clero, che elegge come segretario proprio p. Paolo Manna ([32]); la cui relazione iniziale su "I compiti dell'Unione missionaria del clero nell'ora presente" era la più attesa, la più discussa e poi approvata a larghissima maggioranza. Padre Paolo presenta e motiva la convenienza di quella più ampia visione da dare all'Unione ("anima e motore delle Opere missionarie"), che aveva espresso nello studio su "Il Pensiero missionario" del 1934, come già s'è visto. «Mettendo in risalto lo scopo essenzialmente spirituale dell'Unione ("accendere, infiammare i sacerdoti all'ideale missionario... mettere in prima linea i valori spirituali della preghiera e del sacrificio"), nella sua relazione al congresso Manna affermava: "E' con vivo dolore che si segue certa propaganda solo dominata dall'unica preoccupazione di raccogliere denaro, molto denaro, come se il divino apostolato della Chiesa non avesse altra base ed altro maggior bisogno che di denaro"».
     Le sue parole suscitano dibattito e polemiche, ma il 4 dicembre 1936, riunendo il comitato organizzativo dell'Unione internazionale eletto dal congresso in novembre, mons. Celso Costantini, segretario di Propaganda Fide, propone di eleggere p. Manna segretario, senza nemmeno consultarlo (
[33]). La nomina ufficiale è del 6 febbraio 1937, da parte del card. Pietro Fumasoni Biondi, prefetto di Propaganda Fide. Manna occupa il suo ufficio nel palazzo di Propaganda, dove si reca tutte le mattine, a piedi, dalla vicina sede del Pime a Roma.

    Il primo impegno è di preparare lo Statuto generale dell'Unione, secondo il mandato del congresso di novembre. Compito non facile perchè si trattava di inventare una struttura teologico-giuridica per un'associazione che padre Paolo aveva fondato con forte carisma ed entusiasmo missionario: ma ora andava coordinata con le altre Opere pontificie e inquadrata nella struttura gerarchica della Chiesa fissata dal Codice di diritto canonico del 1917. Nelle lettere di Manna si sente il travaglio di quei primi mesi: sognava di riscaldare il cuore dei sacerdoti di tutto il mondo con il suo fuoco missionario e si trova impelagato in un lavoro teologico-giuridico a cui non era preparato. Consulta giuristi, teologi, autorità e riesce a esprimere uno Statuto secondo il suo concetto dell'Unione, che era spirituale e di animazione missionaria a tutto campo.
    Lo Statuto è approvato e pubblicato il 14 aprile 1937 e dura 40 anni, fino al 1° maggio 1976, quando sono stampati i nuovi Statuti delle quattro Pontificie opere missionarie, che in gran parte rispecchiano i testi e le idee di padre Manna (
[34]).
    Dopo l'approvazione dello Statuto dell'Unione (
[35]), padre Paolo (come al solito) non sta fermo. Subito si preoccupa di sollecitare, da nuovo segretario internazionale dell'Unione missionaria, i direttori nazionali e diocesani dell'Opera, affinchè si mettano subito al lavoro secondo i nuovi orientamenti, che egli precisa in un nuovo testo di grande mole e peso: "L'Unione missionaria del clero e i nuovi orizzonti aperti alla cooperazione missionaria" ([36]).

    Un testo provocatorio, che suscita una polemica col direttore de "Il Pensiero missionario", organo dell'Unione missionaria italiana. In una nota si legge: "In questo articolo è riflesso il pensiero strettamente personale dell'Autore". Padre Paolo non gradisce e comunica al direttore mons. Ugo Bertini "l'amara sorpresa" con cui ha letto la nota, che è «
una stroncatura bella e buona e qualcosa di peggio se si considera l'ufficio che ora occupo. Eppure le ho domandato due volte se non trovava a ridire sulle cose esposte e mi ha detto di no».
    L'articolo di 48 pagine esprime con forza i nuovi compiti dell'Unione, toccando qualche nervo scoperto, e chiude con un appello alla santità sacerdotale. Manna combinava l'impetuosità e la schiettezza dei suoi scritti con l'afflato spirituale, che avrebbe dovuto mettere tutti d'accordo. Scrive che le difficoltà e gli ostacoli alla "conquista missionaria" sono immani e senza numero. Per chi non ha fede, noi siamo "povere anime illuse ed esaltate", il mondo continuerà come è sempre stato:
 

    Così giudica chi non ha fede e così sarà diciamo anche noi, se non ci svegliamo, se non risorgiamo ad una vita di tale alta, intensa spiritualità da poter meglio dominare, con la forza di Dio, uomini ed eventi. Dobbiamo crescere in santità, dobbiamo vivere più intensamente il nostro sacerdozio; allora non sarà difficile orientare il cuore, gli occhi verso più larghe visioni di conquiste e lavorare, meglio agguerriti, per la realizzazione dell'unum Ovile et unus Pastor (un solo ovile e un solo Pastore), che è il programma che Cristo ci ha assegnato. 

    Per concludere questo capitolo, ecco il pensiero del beato card. Andrea Ferrari, arcivescovo di Milano, pubblicato sul primo numero della "Rivista di Studi Missionari" (fondata da Manna nel febbraio 1919). Dopo aver lodato il lavoro dei missionari e affermato che l'estensione della Chiesa è compito di tutti, Ferrari aggiunge:

    Talora suol dirsi: "Abbiamo qui da fare assai per conservare in queste care contrade la santa fede, minacciata dai nemici del nome cristiano". Chi può negarlo? Purtroppo la fiumana della miscredenza, della empietà e dell'immoralità spaventosamente dilaga e il lavoro del sacerdote, anche in queste terre, deve farsi ognor più intenso e costante. Qui lavoro di conservazione, là lavoro di propagazione; ma non è poi la stessa opera di Dio? E non v'è il confortantissimo dogma della Comunione dei Santi, dal quale tra l'altro, veniamo assicurati dell'aiuto che troveremo presso Dio in questi infedeli, una volta convertiti, a ricompensa dell'aiuto di orazione e di elemosine che procureremo a loro? Ho detto tante volte, né sarà mai abbastanza ripetuto: ci frutterà sempre ad usura quello che daremo e faremo per l'opera delle missioni cattoliche. Ne abbiamo garanzia nell'evangelico: "Date et dabitur vobis" (date e vi sarà dato)...
     Partiranno dalle file dei nostri sacerdoti e dei nostri chierici alcuni per le missioni presso gli infedeli? Sarà un sacrificio? Facciamolo volentieri. Dio ci ricompenserà largamente: ci manderà altri sacerdoti, e con maggior abbondanza di grazie i buoni sacerdoti li farà diventare più buoni, più pronti al sacrificio per la salvezza delle anime; ed a ciò servirà anche il nobile esempio di quei che partiranno non per la comodità di vita, ma per spendere la vita in fatiche e travagli. Similmente, se daremo offerte per le missioni, non si dubiti, non ci mancherà quanto ci abbisognerà per questi paesi...

    Straordinario che nel 1919 un vescovo italiano, quando le "giovani Chiese" erano di là da venire, sappia profetizzare che i non cristiani, "una volta convertiti", potranno portarci aiuto e renderci quello che abbiamo dato loro... Non siamo ancor oggi in una situazione del genere? Nell'anno 2000 la Chiesa italiana aveva circa 700 sacerdoti "Fidei Donum" a servizio di altre Chiese, ma in Italia c'erano circa duemila sacerdoti dei "paesi di missione" a servizio delle nostre diocesi e parrocchie, accolti e stipendiati dalla Cei come i sacerdoti diocesani italiani! 

 

 



[1]. Gheddo P., "Paolo Manna, Fondatore della Pontificia unione missionaria, 1872-1952)", EMI, 2001, pagg. 400, specie i capitoli III, IV, V, VI, IX.

[2]. Vedi pagg. 58-60 e 68-69 della biografia citata di Manna.

[3]. Presbyterorum Ordinis, 10.

[4]. Ad Gentes, 39.

[5]. CEI, "La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana, Orientamenti e norme per i seminari", 13.

[6]. Sacra Congregazione per il Clero, "Norme direttive per la collaborazione delle Chiese particolari tra di loro e specialmente per una migliore distribuzione del clero nel mondo", Roma, 25 marzo 1980, 5.

[7]. Presbyterorum Ordinis, 22.

[8]. Renato Corti, "Il miracolo sarebbe la santità, Meditazioni sul ministero sacerdotale", Centro Ambrosiano, Edizioni Piemme, 1992, pagg. 106.

[9]. Discorso al clero nel santuario della Vergine di Guadalupe in Messico, 27 gennaio 1979.

[10]. Redemptoris Missio, 11.

[11]. Capitolo III della Redemptoris Missio.

[12]. 9 novembre 1978.

[13]. Discorso al clero a Notre-Dame, Parigi, 30 maggio 1980.

[14]. Giorgio Torelli, "La pazienza di Dio", De Agostini 1986.

[15]. Gheddo P., "Missione Brasile - I 50 anni del Pime nella terra di Santa Croce (1946-1996)", Emi 1996, pagg. 383; "Missione Amazzonia - I 50 anni del Pime nel Nord Brasile (1948-1998)", Emi 1998, pagg. 481.

[16]."Comunione e comunità missionaria", n. 44.

[17]. Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese, Direzione nazionale delle Pontificie opere missionarie, Comitato ecclesiale contro la fame nel mondo, "Gli aiuti della Chiesa italiana ai paesi in via di sviluppo", Emi 1991, pagg. 31.

[18]. Cei, "La formazione permanente dei presbiteri nelle nostre Chiese particolari, Lettera ai sacerdoti della Commissione episcopale per il clero", pubblicato da "Avvenire" come supplemento il 26 maggio 2000 (8 pagg. di inserto).

[19]. Commissione episcopale per la cooperazione tra le Chiese, "L'impegno missionario della Chiesa italiana", 1982, n.  31.

[20]. Presidenza della Cei, "Progetto culturale orientato in senso cristiano - Una prima proposta di lavoro", gennaio 1997, n. 1.

[21]. Discorso al V° Congresso missionario dei seminaristi, Roma, 7 novembre 1960. Il Papa aggiungeva che Manna "di San Paolo portava il nome e l'ardore apostolico".

[22]. Messaggio per la Giornata missionaria mondiale, 14 aprile 1976.

[23]. G.B. Tragella, "Mezzo secolo di apostolato, 1872-1922, Per il Giubileo cinquantenario di Le Missioni Cattoliche", Le Missioni Cattoliche 1922, pagg. 94-104. Citaz. alla pag. 99.

[24]. "Le Missioni Cattoliche", 23 febbraio 1917.

[25]. Il dattiloscritto, del 1937-1941, è intitolato "Il cammino di un'idea" ed è rimasto finora inedito.

[26]. Paolo Manna, "Il cammino di un'idea", dattiloscritto inedito del 1937-1941, pagg. 3-4.

[27]. Nel 1919 padre Manna e padre Tragella avevano iniziato il trimestrale "Rivista di studi missionari" come organo dell'Unione missionaria del clero; chiuso nel 1923 quando l'Unione si trasferisce da Milano e Roma, riparte nel 1929 col titolo "Il Pensiero missionario" (vedi Gheddo P., "Paolo Manna, Fondatore della Pontificia unione missionaria", Emi 2001, pagg. 95-97).

[28]. Manna P., "La cooperazione cristiana alla conversione del mondo e l'Unione missionaria del clero", "Il Pensiero missionario", dicembre 1934, pagg. 337-393. Nel 1938 lo studio è stampato in volumetto (110 pagine) col titolo "Il problema missionario e i sacerdoti"; tradotto in sette lingue, è dato a tutti i membri dell'Unione in ogni paese del mondo.

[29]. Nel 1934 l'Unione missionaria era diffusa in 22 paesi, con 145.000 iscritti. Nel 1941 gli associati erano 168.473 in 46 paesi.

[30]. Nella Lettera Apostolica "Graves et increscentes" del 5 giugno 1966, nel 50° di fondazione.

[31]. Nel 1941 Pio XII scrive a padre Manna una "Lettera autografa", al termine del suo mandato di Segretario internazionale dell'Unione missionaria (29 novembre 1941), nella quale lo ringrazia per la sua animazione missionaria e afferma che che l'Unione missionaria del clero è "la vera gemma della tua vita, da te ideata, sorretta e propagata con zelo".

[32]. Il congresso, celebrato all'Università Gregoriana, ebbe una partecipazione significativa: 9 cardinali, 59 vescovi, 1.315 sacerdoti di 35 nazioni, 1.900 seminaristi di 50 nazioni (in maggioranza studenti nelle università romane).

[33]. In preparazione al congresso, Manna aveva inviato al nuovo segretario di Propaganda Fide, mons. Celso Costantini, un "Memoriale" nel quale insisteva soprattutto su due proposte: includere nello statuto dell'Unione la preghiera e la propaganda per la restaurazione dell'unità cristiana; e l'opportunità di istituire a Roma un segretariato internazionale della stessa associazione sacerdotale.

[34]. Si veda lo schema di Statuto proposto da p. Manna, pubblicato nel vol. IV della sua monumentale biografia scritta da p. Ferdinando Germani, "P. Paolo Manna - Vol. IV", Pime, Ducenta, 1993, pagg. 36-41.

[35]. Si veda il testo (in latino) ne "Il Pensiero missionario", giugno 1937, pagg. 142-157.

[36]. "Il Pensiero missionario", giugno 1937, pagg. 97-145.