PIERO GHEDDO
LA MISSIONE CONTINUA
Mezzo secolo a servizio della Chiesa e del terzo mondo
SAN PAOLO
| PREFAZIONE di mons. Renato Corti, Vescovo di Novara | PRESENTAZIONE di P. Piero Gheddo |
|
Capitolo I: |
«La missione ad gentes è ancora agli inizi» |
|
Capitolo II: |
|
|
Capitolo III: |
|
|
Capitolo IV: |
|
|
Capitolo V: |
|
|
Capitolo VI: |
|
|
Capitolo VII: |
|
|
Capitolo VIII: |
|
|
Capitolo IX: |
|
|
Capitolo X: |
CAP. XII - QUALE FUTURO PER LA MISSIONE ALLE GENTI?
Alla fine degli anni quaranta, Pio XII affermava in un discorso che "una nuova alba cristiana sorge sul Giappone", sollecitando congregazioni religiose e istituti missionari a mandarvi nuovo personale. "Gentes" (dei gesuiti di Roma), a quel tempo la migliore rivista missionaria italiana, pubblica un fascicolo intitolato: "Il Giappone si converte a Cristo". In Europa si diffonde la voce che i giapponesi stanno diventando cristiani, istituti e congregazioni corrono a fondare nuove missioni nel Paese del Sol Levante. Trent'anni dopo, nel 1986, sono andato in Corea del sud con padre Pino Cazzaniga del Pime, che vive in Giappone da quarant'anni ma conosce bene anche la Corea. Abbiamo intervistato il segretario generale della Conferenza episcopale coreana, mons. Simon E. Chen, che invitando il Pime in Corea ci dice: «Nell'ultimo dopoguerra decine di congregazioni e istituti missionari si sono orientati verso il Giappone, nella speranza che ci fossero molte conversioni. Purtroppo questo non è avvenuto, mentre in Corea, dove le conversioni sono davvero numerose, non è venuto quasi nessuno».
"La missione ad gentes è ancora agli inizi"
La conversione di un popolo
a Cristo è misteriosa. Lo stesso arcivescovo di Seul, card. Kim, quando gli ho
chiesto perchè numerosi coreani delle città diventano cristiani, risponde che
non c'è nessuna spiegazione razionale: in paesi quasi simili come condizioni
religiose e di forte cultura locale, in Corea si convertono, in Giappone no.
Una volta ho chiesto a padre Augusto Colombo del Pime, in India dal 1952, come
mai aveva nella sua immensa parrocchia di Kammameth (oggi diventata sede di
diocesi) così tanti catecumeni e battesimi di convertiti. Risponde: «Non so dare una
risposta. Si fanno cristiani persone e villaggi che non ho mai avvicinato né
aiutato, mentre quelli che sono più vicini e più aiutati non si muovono.
Davvero tutto è opera dello Spirito Santo».
Non si può parlare di
"successo" o di "fallimento" dell'opera missionaria in base al numero delle
conversioni. Comunque, l'ultimo mezzo secolo ha dimostrato che l'ingresso dei
popoli nella Chiesa si è quasi bloccato, con alcune eccezioni di cui Corea del
sud, Indonesia e Myanmar (in Asia) rappresentano i casi più imprevisti e
ragguardevoli (con la Cina e il Vietnam del sud paesi dove la Chiesa è
perseguitata!). Lo slogan del movimento studentesco protestante all'inizio del
1900: "Convertire il mondo nella nostra generazione" diede slancio alle
missioni dei nostri fratelli di fede e corrispondeva anche alla mentalità
dominante tra i cattolici di quel tempo. Ma è stato smentito dalla realtà e la
conversione dei popoli non cristiani s'è dimostrata impresa molto più
complessa di quanto si poteva pensare un secolo fa.
Il "trionfalismo missionario"
è durato fino al termine degli anni cinquanta: "La Cina si converte a Cristo",
"India al bivio: o Cristo o Marx", "La marcia trionfale della Chiesa
nell'Africa nera" erano titoli comuni sulla stampa missionaria e cattolica,
nella prima metà del secolo XX. Oggi siamo passati ad una fase di esagerato
pessimismo: le critiche spesso radicali ai metodi missionari del passato hanno
fatto perdere fiducia nella possibilità di evangelizzare i popoli non
cristiani. Si è diffusa la mentalità secondo la quale ciascun popolo ha la sua
religione e tutte, sia pur in modi diversi, portano allo stesso Dio.
Le missioni del tempo
moderno iniziano nel 1500 ed hanno successo nelle Americhe e nelle Filippine
(la croce portata dalla spada coloniale), mentre nel continente asiatico i
tentativi del 1500 e 1600 producono solo piccole comunità cristiane disperse,
per le violente e continue persecuzioni anti-cristiane (Vietnam, Cina,
Giappone, Corea, ecc.) e per la mancanza di personale missionario.
L'evangelizzazione di interi continenti (Asia, Africa, Oceania e regioni
interne delle Americhe) inizia solo un secolo e mezzo fa, in molti casi
partendo da zero ([1]).
Spesso si afferma che il
cristianesimo si è diffuso rapidamente nei primi secoli dopo Cristo, mentre
oggi segna il passo. Questo non corrisponde alla verità storica. La
conversione dell'Europa è durata più di mille anni e a quei tempi il nostro
continente aveva circa 30-35 milioni di abitanti in tutto. Quando san Martino
incomincia a predicare nelle campagne della Gallia, 300 anni dopo Cristo,
queste erano ancora del tutto pagane; bisogna attendere 900 anni dopo Cristo
prima che il Vangelo venga portato in Russia e 1100 ai popoli della
Scandinavia.
Le moderne missioni
nell'Africa nera hanno avuto, in un secolo o poco più, un successo grandioso:
in nessun'altra epoca storica un intero continente è stato portato in così
poco tempo alle soglie della fede cristiana, senza l'aiuto di alcun "braccio
secolare". Anzi, va ricordato che le potenze coloniali, se hanno assicurato
libertà di predicazione ai missionari cristiani, hanno favorito l'islam (in
Africa), induismo e buddhismo (in Asia), non il cristianesimo. Ad eccezione
dei casi di Filippine e America Latina, nei tempi moderni non si è avuto nulla
di paragonabile all'azione impositiva della fede da parte dell'imperatore
Costantino e di Carlo Magno; per non parlare dei vari re di Polonia, Ungheria,
Russia, Romania, Svezia, ecc., che conducevano i loro popoli alla fede
convertendosi personalmente e imponendo a tutti di seguirli. Il Papa ha
ragione, quando insiste nel dire che «"l'attività missionaria è solo
agli inizi" ("Redemptoris Missio", 30); "La missione ad gentes ha davanti a sè
un compito immane che non è per nulla in via di estinzione" (Rm, 35); "L'attività
missionaria rappresenta ancor oggi la massima sfida per la Chiesa.... La
missione ad gentes è ancora agli inizi" (Rm, 40)».
I non pochi "profeti
di sventura", che negli ultimi tempi hanno annunziato "la fine delle missioni
estere" (e degli istituti missionari), come minimo non sono nella linea del
magistero ecclesiastico dal Concilio Vaticano II in avanti. Come poi si debba
esercitare questa missione alle genti è un altro discorso; ma nessun
pessimismo e nessun scoraggiamento sono giustificati, se leggiamo la storia
alla luce della fede. Anzi, il mondo globalizzato offre nuove possibilità e
stimoli alla missione universale, come dice ancora Giovanni Paolo II (R.M.,
86):
In prossimità del terzo millennio della redenzione, Dio sta preparando una grande primavera cristiana, di cui già si intrevede l'inizio. Difatti, sia nel mondo non cristiano come in quello di antica cristianità, c'è un progressivo avvicinamento dei popoli agli ideali e ai valori evangelici, che la Chiesa si sforza di favorire... Gli uomini che attendono Cristo sono ancora in numero immenso; gli spazi umani e culturali non ancora raggiunti dall'annunzio evangelico o nei quali la Chiesa è scarsamente presente, sono tanto ampi da richiedere l'unità di tutte le sue forze. Preparandosi a celebrare il giubileo del duemila, tutta la Chiesa è ancor più impegnata per un nuovo avvento missionario. Dobbiamo nutrire in noi l'ansia apostolica di trasmettere ad altri la luce e la gioia della fede e a questo ideale dobbiamo educare tutto il popolo di Dio.
In Asia la Chiesa è rimasta straniera
Gli aspetti negativi, o i
fallimenti delle "missioni estere" negli ultimi 150 anni, sono essenzialmente
tre e riguardano soprattutto l'Asia, il continente dove vivono il 60-62% degli
uomini (3,8 su 6,2 miliardi) e l'85% dei non cristiani:
1) La Chiesa è rimasta ai margini
delle popolazioni maggioritarie e delle grandi aree socio-culturali, non si è
inserita in modo dinamico ed efficace nell'evoluzione dei popoli; in Asia
ancor oggi è quasi ovunque considerata "straniera", eccetto nelle Filippine,
dove i cattolici sono maggioranza grazie alla colonizzazione spagnola
(1571-1899). In Asia le conversioni non sono avvenute fra i popoli dominanti (musulmani,
indù, buddhisti, shinto, sikh), ma fra quelli minoritari (tribali) di
religione animista, con le eccezioni di Vietnam, Sri Lanka, Corea del sud e
Indonesia. Il vescovo di Nanyang in Cina, mons. Pietro Massa del Pime
(1895-1978), in un suo intervento al Concilio Vaticano II affermava:
Vorrei portare il frutto della mia esperienza. Durante i lunghi anni trascorsi nelle missioni di Cina, mi sono formato questa convinzione: che non sono principalmente le esigenze della fede che impediscono ai cinesi di abbracciare il cristianesimo, poichè, in effetti, i costumi di questo popolo si possono dire naturalmente cristiani. Ma la grande difficoltà che incontra il cinese è che, diventando cristiano, egli deve dire addio a tutto un assieme di antiche istituzioni, ai costumi stabiliti dai suoi antenati ed aderire ad un culto straniero che gli viene rimproverato come un crimine.
Il vescovo di Allahabad in
India, mons. Leonard Raymond, in un'intervista concessami durante il Vaticano
II, mi raccontava che aveva invitato l'ambasciatore della Svizzera a New
Delhi, prof. Cuttat, studioso e autore di opere sulla cultura indiana, a
tenere una conferenza ai suoi sacerdoti diocesani sul pensiero religioso e
filosofico dell'India. Diceva Raymond che, dopo la conferenza, i sei vescovi e
i 70 sacerdoti indiani presenti si sentivano umiliati della propria ignoranza
riguardo alla cultura del loro paese.«La grande maggioranza del
clero indiano - continuava - non è preparata a studiare e conoscere l'induismo
e il buddhismo. La nostra formazione è di tipo occidentale, noi conosciamo
lingua e letteratura di Roma e della Grecia, ignoriamo quelle nobilissime
dell'India. Lo stesso può dirsi della storia e degli altri rami del sapere» ([2]).
Non si tratta di fare un
processo al passato, ma di prendere coscienza che il tipo di missione
realizzata presso i popoli non cristiani non è che il riflesso di una Chiesa
in passato tutta chiusa su se stessa: non era in grado di capire, accettare e
vivere pienamente quella "diversità nell'unità" di cui parla il n. 22 del
decreto Ad Gentes.
2) La premessa errata (adesso
lo si capisce chiaramente), che sta alla base della moderna missione ai non
cristiani, è stata di voler imporre a popoli di altri continenti l'immagine di
Chiesa e le strutture ecclesiali maturate in Europa.
La missione moderna si è
svolta in un breve periodo storico, circa un secolo e mezzo (dal 1850 ad oggi),
oppure, se vogliamo, in cinque secoli (dal 1500). Nei primi 1200 anni dopo
Cristo la conversione dell'Europa è avvenuta con gradualità e libertà di
scelte. La Chiesa stava allora precisando i contenuti della fede, le sue
strutture organizzative, le leggi, la teologia, la liturgia, la formazione
sacerdotale, ecc.; tutto era espresso secondo la lingua e la cultura dei
popoli evangelizzati, Roma orientava e vigilava semplicemente che non ci
fossero eresie.
Quando l'annunzio di Cristo
e la Chiesa sono stati portati in altri continenti, già a partire dal 1500 con
l'America Latina e le Filippine, e poi in Asia, Africa e Oceania, non è stato
più possibile, e nemmeno pensabile, usare i criteri della prima espansione del
millennio precedente. Ormai la Chiesa era ben strutturata in formule
teologiche, gabbie giuridiche e pastorali, che, secondo la mentalità del tempo
anche in campo civile, non riuscivano ad aprirsi per accogliere contributi da
altre culture. Abbiamo evangelizzato gli individui, le famiglie e i villaggi,
non i popoli e le loro culture.
3) La critica più radicale
alla missione ad gentes del mondo moderno, di cui oggi siamo al punto
terminale, riguarda però lo spirito degli evangelizzatori, cioè della Chiesa
che li ha mandati dal secolo XVI ad oggi. Non era più, non è più lo spirito
dell'età apostolica. E' in parte venuta meno la forza della fede e la santità,
naturalmente con le debite eccezioni. Lo vedo anche scrivendo la storia delle
singole missioni del mio piccolo Pime, esplorandole a fondo una per una,
leggendo il materiale d'archivio: grazie a Dio, in ogni tempo e anche oggi, ci
sono grandi esempi di santi e di martiri; però, man mano ci si allontana dalla
fondazione dell'istituto (1850), anche nelle singole missioni lo spirito delle
origini va affievolendosi; ci sono momenti di ripresa, ma si ha l'impressione
che la tendenza sia verso un appannamento. E' il destino di tutti gli istituti
e congregazioni: ecco perchè il Concilio Vaticano II insiste nel raccomandare
il ritorno al carisma e allo spirito del fondatore e dei primi suoi seguaci.
Lo scriveva già il beato
padre Paolo Manna, quando come superiore generale (1924-1934) mandava le sue "lettere
ai missionari" ([3]),
lamentando la decadenza dello spirito apostolico di santità delle nostre
origini. Un solo esempio, quello del martire padre Alfredo Cremonesi ucciso in
Birmania (1902-1953). Nell'agosto 2002 la diocesi di Crema mi ha portato le
sue lettere e gli altri scritti, pregandomi di preparare la sua biografia per
il 50° anniversario del suo martirio nel 2003. Ho studiato la figura di questo
missionario anche sulla base delle testimonianze e dell'altro materiale
archivistico. E' davvero un bel personaggio di santo: il martirio non viene
per caso, è il dono di Dio a chi più lo ama e lo serve.
Però dalle lettere di padre
Cremonesi (ben scritte, ingenue e sincere) al vescovo di Toungoo, ai superiori
dell'istituto e alla famiglia, vien fuori un'immagine inquietante di non pochi
dei suoi confratelli missionari: scorbutici, litigiosi, chiusi, interessati, a
volte poco caritatevoli, caratteracci che allontanano la gente, ecc. Mi viene
in mente quando Montanelli, che aveva un'immagine mitica del missionario, mi
diceva (e l'ha anche scritto):
«- "Voi missionari siete tutti
eroi!"...
Io gli rispondevo: -
"Lei dice così perchè non ci conosce... Ci sono anche gli eroi, ma non sono la
maggioranza...".
Montanelli era
convinto di quel che diceva: "Per il fatto che abbandonate l'Italia e date la
vita per gli altri, senza ricevere nulla in cambio, siete già degli eroi...".»
Certamente è vero, per
seguire la vocazione missionaria ci vuole una certa dose di eroismo, ma non
sempre questo spirito eroico viene fuori, anzi... Ecco cosa scriveva padre
Cremonesi ([4]):
«Più conosco gli uomini, e
anche i missionari, e peggio li trovo, e mi ritorna sempre la voglia di farmi
eremita. Non c'è proprio da augurarsi di diventare Vescovi in missione, dove
si hanno solo tribolazioni senza gli onori e il conforto».
La domanda sbagliata: "Chi paga?"
La Chiesa in generale, e
quindi anche le compagnie di ventura dei missionari, nei secoli della missione
moderna non presentano un panorama dominante di santità. Lo sappiamo che la
Chiesa, sempre sulla via della conversione, spesso non riflette la luce e
l'amore di Cristo: non solo per i comportamenti individuali, ma per quelli
collettivi, che non presentano ai popoli la vita secondo il Vangelo. Anche in
Birmania, i circa 200 missionari del Pime dal 1868 ad oggi non erano tutti (o
quasi tutti) come il beato padre Paolo Manna, padre Clemente Vismara e fratel
Felice Tantardini, che la Chiesa sta conducendo verso la santità riconosciuta
e proclamata.
Padre Manna, nel suo scritto
"Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione", presentato in via
riservata al Papa ed a Propaganda Fide nel 1929, dopo un viaggio durato più di
un anno nelle missioni dell'Asia, mette l'accento, oltre che sui metodi
inadeguati di annunzio, di formazione cristiana e di gestione delle missioni,
proprio sullo scarso spirito apostolico che ha notato nei missionari ([5]):
attaccamento al denaro, nazionalismo e spirito patriottico sbagliati in chi
deve rappresentare la Chiesa e non il proprio paese, scarsa formazione
cristiana nelle "scuole cattoliche" e altri enti che si dichiarano tali, "congregazionalismo"
(esagerato attaccamento al proprio istituto, a scapito della Chiesa),
eccessiva confidenza in sè e nei propri giudizi e metodi, scarsa fiducia nel
clero locale, rigidità di comportamento col popolo cinese, "occidentalismo" (disprezzo
per le altre culture), ecc.
Le scuole "cattoliche", si
chiedeva padre Manna, quanto hanno di cattolico? La stampa "cattolica", quanto
trasmette la verità e la luce di Cristo? Paolo VI, parlando degli "ostacoli
all'evangelizzazione", scrive ([6]): «Noi ci limiteremo a
segnalare la mancanza di fervore, tanto più grave perchè nasce dal di dentro;
essa si manifesta nella stanchezza, nella delusione, nell'accomodamento, nel
disinteresse e soprattutto nella mancanza di gioia e di speranza. Noi pertanto
esortiamo tutti quelli che hanno, a qualche titolo e a qualche livello, il
compito dell'evangelizzazione, ad alimentare il fervore dello spirito.»
La Chiesa (diocesi,
parrocchie, piccole comunità, congregazioni religiose e istituti missionari,
associazioni, famiglie cattoliche, ecc.) dovrebbe essere un laboratorio aperto
in cui si vive il Vangelo, per essere "il sale della terra", "la città posta
sul monte", "la candela accesa sul candelabro" che tutti vedono. All'interno
della Chiesa dovrebbe esserci la concreta esperienza dello spirito di Cristo:
se fuori nel mondo c'è odio e guerra, invidie e gelosie, egoismo e durezza di
cuore, aridità e ipocrisia nei rapporti umani; nelle comunità ecclesiali i
singoli credenti dovrebbero sperimentare l'amore, la compassione, il perdono,
l'umiltà, la cordialità, la generosità, la giustizia, la sincerità ([7]),
il dialogo, il distacco dal denaro e dai beni materiali, l'interesse per
l'altro, il colloquio sui beni spirituali, la correzione fraterna che non
umilia, ecc.
Quante volte, partecipando
ad uno dei tanti consigli, assemblee e capitoli che si fanno in ambienti
ecclesiali, mi stupisco di questo fatto: uno dei presenti avanza la proposta
di un'attività nuova di tipo pastorale o caritativo da realizzare e subito c'è
chi chiede: "Chi paga?". Domanda senza dubbio importante, ma non prioritaria:
prima dobbiamo chiederci se quell'attività proposta evangelizza, se risponde
ad un'esigenza pastorale, ad una richiesta del popolo; poi, fidando nella
Provvidenza, ci si pone il problema di dove trovare i finanziamenti. Ma il
denaro al primo posto, proprio no, è quanto di meno evangelico ci possa essere!
Le comunità e le
famiglie che annunziano Cristo in modo evangelico senza dubbio ci sono, ma
quante sono? Riescono ad essere un segno levato sulle nazioni o il lievito di
alcune è annullato da troppe comunità e famiglie che sono insipide e non sanno
più di Vangelo? Nel nostro mondo ricco la contro-testimonianza più devastante
è l'attaccamento al denaro, la proccupazione dominante di trovare denaro:
scrivendo le biografie di santi missionari, che pure avevano i loro difetti,
mi sono convinto che il segno evidente a tutti della loro santità (anche fra i
non cristiani) era la fiducia totale nella Provvidenza che li animava anche
nei momenti di povertà e di vera indigenza. San Paolo scrive ([8]):
«Quelli che vogliono
diventare ricchi cadono nelle tentazioni, sono presi nella trappola di molti
desideri stupidi e disastrosi, che fanno precipitare gli uomini nella rovina e
nella perdizione. Infatti, l'amore dei soldi è la radice di tutti i mali.
Alcuni hanno avuto un tale desiderio di possedere, che sono andati lontano
dalla fede e si sono tormentati da se stessi con molti dolori».
La missione ai non cristiani ha il motore bloccato
Visitando le missioni del mondo intero mi viene spesso in mente l'immagine di una partita a scacchi in cui un giocatore (la missione alle genti) è in scacco: non ancora "matto" (le conversioni qua e là fioriscono), ma non siamo lontani da quella mossa che chiude la partita. Se Gesù prima di salire al Cielo ha detto: « Andate, fate diventare miei discepoli tutti gli uomini; battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; e insegnate loro ad obbedire a tutto ciò che io vi ho comandato» (Matt. 28, 18), dobbiamo dire che nel nostro tempo il movimento missionario verso i non cristiani, prima che da ostacoli esterni, è bloccato nel motore. Non gira più, bisogna rimetterlo in moto; su questo nessun dubbio è possibile: tutto il magistero ecclesiastico, dal Concilio Vaticano II alle encicliche dei Papi e ai Sinodi dei vescovi ripetono quanto afferma Paolo VI nella "Evangelii nuntiandi":
Vogliamo nuovamente confermare che il mandato di evangelizzare tutti gli uomini, costituisce la missione essenziale della Chiesa, compito e missione che i vasti e profondi mutamenti della società attuale non rendono meno urgenti. Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare, vale a dire per predicare e insegnare, essere il canale del dono di grazia, riconciliare i peccatori con Dio, perpetuare il sacrificio del Cristo nella Messa, che è il memoriale della sua morte e della sua gloriosa risurrezione ([9]).
L'interrogativo: "Successo o fallimento delle missioni?" chiama in causa tutti. Troppo comodo accusare i missionari del passato e del presente, la curia romana e Propaganda Fide, i vescovi e i sacerdoti locali. La missione ai non cristiani è parte integrante della Chiesa, manifesta quello che la Chiesa è in ogni momento storico: se in certe epoche storiche l'annunzio di Cristo viene meno, è perchè la Chiesa è in crisi. Visitando le missioni mi capita spesso questa situazione. Arrivo in una diocesi nella quale ero già stato venti o trent'anni prima, quand'era ancora agli inizi: allora avevo sentito lodare i catechisti e i singoli cristiani perchè animati da spirito missionario:
Noi preti e suore non facciamo quasi nulla per l'annunzio di Cristo ai non cristiani, siamo troppo impegnati a curare i battezzati e i catecumeni - mi diceva un missionario in India (ma è una situazione che ho visto varie volte). - Fanno tutto i nostri cristiani, visitano le famiglie, mettono segni cristiani in luoghi pubblici, parlano di Cristo ad amici e compagni di lavoro, si riuniscono fra di loro per pregare, discutere e confermarsi in quest'opera. Abbiamo tanti catecumeni perchè i nostri fedeli vivono la fede con entusiasmo e si danno da fare.
Trent'anni dopo ritorno da
quelle parti e chiedo: come va l'annunzio di Cristo ai non cristiani? Ci sono
ancora conversioni? Mi dicono: il movimento è diminuito o crollato, certo non
per colpa dei giovani battezzati, ma perchè l'atmosfera generale è cambiata,
nella Chiesa e nella società civile. Il fatto concreto, documentabile, è che
buona parte delle diocesi "ad gentes" non hanno più nemmeno il catecumenato; i
pochi catecumeni che chiedono istruzione religiosa sono seguiti quasi uno per
uno. Le giovani Chiese, alle quali già Giovanni XXIII e Paolo VI, ma specialmente Giovanni Paolo II nei suoi viaggi e nella "Redemptoris Missio"
continua ad attribuire un ruolo fondamentale nel primo annunzio ai non
cristiani, stanno seguendo il cattivo esempio delle Chiese antiche: gestiscono
il piccolo gregge ricevuto in eredità e non hanno più la spinta propulsiva che
le caratterizzava nel tempo delle origini, anche solo pochi decenni addietro.
Non ovunque è così, mi
capita ancora di visitare luoghi in cui ci sono popolazioni che entrano nella
Chiesa: ad esempio nel febbraio 2002, nella diocesi di Kengtung in Birmania
(Myanmar), il vescovo emerito mons. Abramo Than mi porta ai confini con la
Cina, anzi siamo entrati nel territorio cinese confinante, dove ci sono
diversi villaggi cristiani. Nella regione autonoma birmana di Mong Lar si
registra un buon movimento di conversioni tra gli "wa" (un tempo conosciuti
come "cacciatori di teste") e gli "akhà", attribuito all'intercessione del
servo di Dio padre Clemente Vismara, molto ricordato e pregato. Nel 2001 in
Bangladesh mi hanno parlato di un movimento abbastanza consistente tra i
musulmani (uno-due milioni di persone) che si chiamano "cristiani" senza
smettere di essere musulmani, leggono il Vangelo, vorrebbero entrare nella
Chiesa, ma i vescovi finora non li hanno ancora accettati.
Esempi positivi ne ho
visti anche recentemente in varie parti del mondo missionario. Ma in genere lo
spirito missionario sembra in ribasso un po' ovunque. Nell'ottobre 2002 mons.
Cesare Bonivento del Pime, vescovo di Vanimo in Papua Nuova Guinea, mi dice
che numerosi villaggi della sua diocesi chiedono di entrare nella Chiesa; e
aggiunge: «Se avessi più preti e suore,
più catechisti e più aiuti economici, li accoglierei tutti. Invece vado avanti
con molta prudenza».
Però si tratta sempre di
popolazioni marginali, i grandi blocchi religiosi e culturali non li tocchiamo.
Questo porta ad interrogarci: forse che Dio prepara un altro modo di intendere
lo "spirito missionario", e soprattutto "l'attività missionaria", diversi da
quelli che abbiamo vissuto fino ad oggi? Forse nel nostro tempo è prioritario,
per la Chiesa, come dicevo nell'Introduzione a questo libro, l'impegno del
dialogo e della collaborazione con tutte le religioni per la sopravvivenza
dell'umanità? Siamo d'accordo che nel tempo della globalizzazione, la missione
della Chiesa mai come oggi è e deve essere universale. Ma quale missione?
Quale "metodo di evangelizzazione", come si chiedeva padre Paolo Manna
nel 1929 al ritorno dal lungo viaggio attraverso le missioni in Asia ([10])?
Quale missione oggi?
Ragionando sulla storia di
duemila anni di cristianesimo, noi vediamo che la missione alle genti è
cambiata parecchie volte e radicalmente. Però il fine è sempre stato e rimane
ancora quello fissato dal Concilio Vaticano II ([11]):
«Il compito (dell'attività
missionaria)... è uno e immutabile in ogni luogo ed in ogni situazione, anche
se in base al variare delle circostanze non si esplica allo stesso modo. Le
differenze quindi, che pur vanno tenute presenti in questa attività della
Chiesa, non nascono dalla natura intrinseca della sua missione, ma solo dalle
circostanze, in cui la missione stessa si esplica... Fine specifico di questa
attività missionaria è la evangelizzazione e la fondazione della Chiesa in
quei popoli e gruppi, in cui ancora non esiste».
Non tutti ce ne rendiamo conto, ma con la
globalizzazione ("tutto il mondo un solo villaggio") nulla è più come prima.
Un solo sistema si è affermato in ogni continente e paese (e dove non c'è
ancora, i popoli aspirano ad arrivarci), composto da vari elementi: diritti
dell'uomo e della donna, pace e sicurezza per tutti, giustizia sociale e
internazionale, democrazia parlamentare, libero mercato, possibilità di
sviluppo economico e sociale, libertà di pensiero e d'informazione, libertà di
coscienza, crescita dell'Onu e dei suoi organismi verso una forma ancora
incompleta di governo mondiale, ecc.
Specie dopo il crollo del
sistema alternativo (predominio dello stato sulla società civile: i 30 paesi a
regime comunista degli anni ottanta), l'umanità si orienta verso un sistema
unico che però, così com'è oggi realizzato nell'Occidente ricco, non piace a
nessuno, nemmeno a noi che ne godiamo i frutti. Il nostro "modello di sviluppo"
va cambiato perchè, essendo fondato sulla corsa verso l'avere sempre di più,
sul materialismo e ateismo pratico, genera tristezza e morte: uno dei segni
evidenti di questa deriva è la "mancanza di senso" nella vita che colpisce
soprattutto i popoli ricchi (quelli poveri il "senso" ce l'hanno: la
sopravvivenza!); e la "crescita zero" demografica (o sottozero come
nell'Italia attuale), che conduce all'estinzione graduale di un popolo e
dell'umanità.
Di più: il mondo ricco di
cui facciamo parte corre verso scoperte tecnico-scientifiche sempre più
mirabolanti, esplora il cosmo e trasmette da un capo all'altro della terra
notizie e immagini in tempo reale, ma si lascia alle spalle circa 1,2 miliardi
di uomini e di donne che non hanno il necessario alla vita ([12]):
mancano di cibo, acqua, abitazione, assistenza sanitaria, istruzione,
democrazia, sicurezza, libertà, luce elettrica, strade e via dicendo.
In questa situazione, oggi
"la frontiera della missione della Chiesa" è la sopravvivenza dell'umanità
attraverso l'integrazione dei popoli, la giustizia e la solidarietà a livello
mondiale. Dopo il secolo della massima violenza nella storia dell'uomo (il
Novecento), siamo entrati in un secolo che promette di portare a sistemi di
controllo internazionale che impediscano le guerre mondiali, i dittatori
forsennati che tiranneggiano i popoli, i genocidi di cui sono ricchi i
cent'anni che ci stanno alle spalle.
La sfida che si prospetta
nel prossimo futuro, superati o in via di superamento le "guerre mondiali" e
il terrorismo, pare un'altra: come integrare e far vivere in pace popoli che
hanno religioni e culture diverse, mentalità, costumi, tradizioni, sistemi
sociali diversi (basta pensare al matrimonio monogamico o poligamico!).
Insomma, i popoli vivono in epoche storiche diverse. Di più: come creare
solidarietà e aiuto videndevole per uno sviluppo che riguardi tutti i popoli e
non ne lasci alcuni fermi per strada, mentre la maggioranza avanza.
Non c'è dubbio che un movimento
così "globale" non può essere concepito senza l'ispirazione e la
collaborazione delle grandi religioni dell'umanità. Il Papa l'ha intuito fin
dall'inizio del suo pontificato, quando ha subito parlato di collaborazione
fra le religioni per la pace e la solidarietà mondiale.
Crollate le ideologie, la spinta
ideale per un cammino dei popoli verso la meta comune della pace e della
solidarietà mondiale non può venire solo dalla politica, dalle leggi,
dall'economia, dall'Onu, dai governi, dai partiti, dai filosofi, dagli
intellettuali: deve per forza venire dalle religioni, poichè nessun popolo è
ateo e nulla di grande si compie senza il sentimento religioso dei popoli ([13]).
La crisi fondamentale della civiltà moderna viene da uno sviluppo senza Dio,
come ha scritto Giovanni XXIII, con parole insolitamente dure in un uomo così
mite e buono ([14]):
L'aspetto più sinistramente tipico dell'epoca moderna sta nell'assurdo tentativo di voler ricomporre un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento sul quale soltanto può reggersi; e di voler celebrare la grandezza dell'uomo disseccando la fonte da cui quella grandezza scaturisce e della quale si alimenta, e cioè reprimendo e, se fosse possibile, estinguendo, il suo anelito verso Dio. Senonchè l'esperienza di tutti i giorni continua ad attestare, e non di rado in termini di sangue, quanto si afferma nel Libro ispirato: "Nisi Dominus aedificaverit domum, in vanum laborant qui aedificant eam" (Se il Signore non costruisce la casa, invano vi lavorano quelli che la stanno costruendo) (Sal. 126, 1).
Giovanni Paolo II, convocando le religioni ad Assisi nel 1986 e poi il 24 gennaio 2002, ha indicato a tutte una meta unica ([15]): «Siamo venuti ad Assisi in pellegrinaggio di pace. Siamo qui quali rappresentanti delle varie religioni, per interrogarci di fronte a Dio sul nostro impegno per la pace, per chiederne a Lui il dono, per testimoniare il nostro comune anelito verso un mondo più giusto e solidale.»
Missionari per superare la crisi di fede!
In duemila anni la missione si è
realizzata in modi radicalmente diversi: ad esempio, con la spada e con la
predicazione. Oggi come? Anzitutto dobbiamo convertirci alla missione
universale. Nel tempo della globalizzazione, la missione alle genti deve
diventare veramente la spinta prioritaria di tutta la Chiesa. Il comando di
Cristo di andare in tutto il mondo ad annunziare la "Buona Notizia" è ancora
la massima sfida per la Chiesa oggi. E non serve dire: «Perdiamo la fede qui, in un
paese con duemila anni di cristianesimo alle spalle. Come fai a pensare che
dobbiamo portare la fede (che stiamo perdendo) ad altri popoli? La missione
oggi è qui!»
Giusto: anche in Italia
dobbiamo rievangelizzare il nostro popolo con spirito e metodi missionari;
sbagliato, se si pensa che la "nuova evangelizzazione" del nostro popolo vuol
dire chiudersi nella difesa di quel che resta di cristiano! Questo è anti-evangelico
al massimo grado. Così pensava Gesù, il nostro Maestro e primo missionario.
Nel Vangelo di Marco si legge che dopo la risurrezione appare alle donne e poi
ai due discepoli di Emmaus. Infine ai suoi apostoli (Marco, 16, 14-16): «Alla fine Gesù apparve
agli undici Apostoli mentre erano a tavola. Li rimproverò perchè avevano avuto
poca fede e si ostinavano a non credere a quelli che lo avevano visto
risuscitato. Poi disse loro: "Andate in tutto il mondo e portate il Vangelo a
tutti gli uomini. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; ma chi non crederà
sarà condannato"».
Ma come! Gli Apostoli
non credono che tu sei risorto e tu Gesù li mandi nel mondo a predicare? Digli
piuttosto di stare a Gerusalemme a fare un po' di noviziato, di rafforzarsi
nella fede; di approfondire esegeticamente e teologicamente quello che tu hai
detto; di studiare culturalmente i rapporti della fede in Cristo con
l'ebraismo e il pensiero greco... e poi andranno ad annunziare il Vangelo.
Cosa vanno a dire se non credono o non sanno in cosa credono? Si può
rispondere: gli Apostoli avevano lo Spirito Santo! Giusto, ma pensiamo forse
che lo Spirito Santo è andato in pensione? Oppure siamo noi che tendiamo a
chiuderci e a non aver fiducia nello Spirito?
Quand'ero direttore di
"Mondo e Missione" pubblicavo ogni mese una pagina di disegnini umoristici su
temi religiosi o sui rapporti Nord-Sud, presi dalla stampa internazionale che
arrivava in redazione. Una volta ho pubblicato un disegno: Gesù era su un
piccolo rialzo con le braccia spalancate, circondato dai suoi Apostoli. Stava
salendo al Cielo e diceva: "Andate in tutto il mondo...". In primo piano, due
Apostoli si interrogavano e uno diceva all'altro: "In tutto il mondo? Ma noi
siamo incardinati a Gerusalemme!".
Per capire quanto poco
la "missione alle genti" sia entrata nella mentalità e negli schemi
teologico-pastorali della Chiesa universale, cito un fatto fra mille.
Nell'Indice tematico del "Catechismo della Chiesa cattolica" ([16]),
la voce "Missione alle genti" ha solo cinque citazioni, di scarso valore. Il
tema "missione" è accennato (nn. 849-856), ma non sviluppato né messo in
risalto. In questo Catechismo, giustamente esaltato come fondamentale per chi
voglia capire lo spirito e i contenuti del cristianesimo e della Chiesa, si
ignorano il battesimo che rende tutti i fedeli missionari, diocesi e
parrocchie impegnate nella missione alle genti, i sacerdoti consacrati per
tutta la Chiesa e per tutti i popoli, ecc.
La sensibilità
missionaria del nostro "Popolo di Dio", del clero, dei seminaristi, degli
stessi vescovi italiani è tradizionalmente scarsa, e tale è rimasta ancor oggi,
nonostante i passi in vanti che si sono fatti: non solo riguardo alla "missione
alle genti" fuori d'Italia, ma persino verso gli atei, gli agnostici, i non
credenti e i non praticanti del nostro paese. I battezzati nella Chiesa
cattolica sono il 96% degli italiani, ma a livello nazionale frequentano la
chiesa circa il 25% (o forse meno): per le pecorelle disperse (cioè il 75% del
popolo italiano) cosa si fa per ricondurle all'ovile di Cristo? Poco, la gran
parte delle nostre attività pastorali sono rivolte verso l'interno, per
conservare e rafforzare la fede in quelli che già credono. Non abbiamo ancora
capito la forza rivoluzionaria di quanto afferma Giovanni Paolo II: «La missione rinnova la Chiesa,
rinvigorisce la fede e l'identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove
motivazioni. La fede si rafforza donandola! La nuova evangelizzazione dei
popoli cristiani troverà ispirazione e sostegno nell'impegno per la missione
universale
» ([17]).
La soluzione alla nostra
crisi di fede è la missione a tutti i popoli. Io non so come, concretamente,
si potrebbe ridare entusiasmo nella fede ai nostri fedeli di antica
cristianità. Certamente la fede in Cristo deve diventare passione della nostra
vita di preti e di "operatori pastorali", l'unica passione. E poi bisogna
fidarsi di più dello Spirito Santo, "protagonista della missione". Ma
l'organizzazione concreta, quotidiana della vita parrocchiale sfugge alla mia
competenza. Comunque mi rendo conto che se le nostre Chiese locali non
diventano missionarie sul serio, continueranno nella deriva della decadenza
attuale: «Nella storia della Chiesa,
la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, come la sua
diminuzione è segno di una crisi di fede» ([18]).
La missione col metodo del dialogo
La missione non è
imposizione, ma dialogo, dice Giovanni Paolo II nel messaggio della giornata
missionaria mondiale del 1979. Punto di partenza la prima enciclica di Paolo
VI "Ecclesiam suam" (1964), scritta quando il documento conciliare sul dialogo
interreligioso ("Nostra Aetate") era ancora in preparazione. In Paolo VI la
convinzione che missione e dialogo sono intimamente uniti era già maturata a
lungo. Il segretario di Paolo VI mons. Pasquale Macchi scrive ([19]):
« Fra tutte le sue encicliche
l'"Ecclesiam suam" è certamente la più significativa perchè, essendo la prima
rivela l'anima profonda di Paolo VI. Manoscritta per intero da lui stesso
lungo parecchi mesi...»
L'enciclica porta nella
Chiesa una mentalità e un metodo nuovi per rinnovare il metodo pastorale e
adempiere la sua missione. Il Papa così descrive "la via apostolica":
«L'abbiamo designata col
termine oggi in voga di dialogo, cioè questa via riguarda il modo, l'arte, lo
stile che la Chiesa deve infondere nella sua attività ministeriale nel
concerto dissonante, volubile, complesso del mondo contemporaneo».
La "Nostra Aetate" ([20])
ha dato al dialogo un significato inter-religioso, ma dovrebbe essere assunto
come termine simbolico del modo nuovo di esercitare la missione. In altre
parole: il dialogo come via moderna della missione. Mons. Pietro Rossano,
segretario del Segretariato vaticano per i rapporti con le religioni non
cristiane (dal 1973 alla morte nel 1991), scriveva ([21]):
Dopo venticinque anni di
cammino del dialogo, appare chiaro che tutte queste attività (evangelizzazione,
missione, annunzio, testimonianza, persuasione, insegnamento, catechesi)
permangono integre nell'ambito della Chiesa, la cui ragione di esistere è di
portare a tutti gli uomini l'evangelo, "potenza (dynamis) di Dio per la
salvezza di chiunque crede" (Rom. 1, 16). Ma dopo la dichiarazione "Nostra
Aetate" non vi è dubbio che tutte queste attività sono chiamate a svolgersi in
stile di dialogo, cioè fraterno, rispettoso, attento a ciò che lo Spirito di
Dio fa comprendere al cristiano attraverso l'altro.
Oltre a questo, il dialogo
ha titolo di esprimersi come forma a se stante del comportamento cristiano,
perchè appartiene all'éthos di ogni vita sociale. Nel dialogo il cristiano
cammina con i suoi fratelli, ascoltando, interrogando, rispondendo,
collaborando e cercando, in sinergia con loro. Il dialogo può esplicarsi a
tutti i livelli e in tutte le branche dell'attività umana e della cultura, di
fronte ai temi del nostro tempo.
Il dialogo non sostituisce
l'annunzio ([22]),
ma noi credenti, anche nei paesi cristiani, dobbiamo essere "dialoganti":
partendo da una fede matura e da un preciso senso di appartenenza al Popolo di
Dio, parlare con chi la pensa diversamente, ascoltare, prendere sul serio
quello che dice l'altro, pregare, confrontare le posizioni e le esperienze e
lasciare che lo Spirito Santo faccia il resto nel cuore degli uomini. Noi non
convertiamo nessuno, questa è opera dello Spirito. Naturalmente, dovremmo
incominciare a chiederci: ma esiste il dialogo nella Chiesa? Com'è possibile
dialogare con gli altri, se non siamo capaci e liberi di parlarci sinceramente
fra di noi? Se spesso nascono fazioni, gruppi ecclesiali che non si parlano,
non si confrontano, assumono posizioni diverse su temi importanti, ma evitano
di discutere su quanto li divide?
Una delle iniziative
missionarie recenti nella Chiesa italiana, che più mi sono piaciute, è la "Cattedra
dei non credenti" che il card. Carlo Maria Martini ha iniziato a Milano nel
1987, rivolgendosi a tutti coloro che vogliono dialogare sulla condizione
umana. Mi è sembrata lodevole come incontro con persone non credenti (scienziati,
filosofi, studiosi, opinionisti, ecc.) su un tema concordato (Il senso del
dolore, La preghiera dei non credenti, L'uomo di fronte al silenzio di Dio,
Orizzonti e limiti della scienza, ecc.). Ecco come il card. Martini stesso
precisa il perchè di questa iniziativa ([23]):
Non si tratta né di un
dibattito, né di considerazioni apologetiche, né di conferenze sulla fede.
Piuttosto di una esercitazione dello spirito, quasi una ricerca su di sé,
sulle ragioni del credere e del non credere, sulle ragioni dunque di scelte
che per tanti di noi sono decisive, riguardano l'orientamento globale della
vita...
Ritengo che, ai nostri
tempi, la presenza di non credenti che con personale sincerità si dichiarano
tali, e la presenza di credenti che hanno la pazienza di voler rientrare in se
stessi, possa essere molto utile agli uni e agli altri, perchè stimola
ciascuno di noi a seguire meglio il suo cammino verso l'autenticità. Compiere
insieme questo esercizio, senza difese e con radicale onestà, potrà inoltre
risultare utile a una società che ha paura di guardarsi e che rischia di
vivere nell'insincerità e nella scontentezza.
Dalle "virtù attive" alle "virtù passive"
Il dialogo "intellettuale" è
realizzato anche nel mondo non cristiano con rappresentanti di altre religioni.
Ma nelle missioni si afferma soprattutto il "dialogo di vita", «per cui i credenti delle diverse
religioni testimoniano gli uni agli altri nell'esistenza quotidiana i propri
valori umani e spirituali e si aiutano a viverli per edificare una società più
giusta e fraterna» ([24]).
Nel mondo moderno l'annunzio
di Cristo viene spesso realizzato in modo diverso dal passato: non una
proclamazione senza interlocutori, ma un dialogo, un confronto di credenze, di
idee, di valori, da cui la luce del Vangelo, testimoniata dalla nostra vita e
dalle nostre parole, ne esce rafforzata.
Padre Sebastiano D'Ambra,
missionario del Pime nelle Filippine, ha iniziato nel 1984 a Zamboanga,
nell'isola di Mindanao dove cristiani e musulmani vivono in uno stato di
tensione continua e a volte si combattono, il movimento "Silsilah" (in arabo:
catena): gruppi che riuniscono uomini di buona volontà delle due religioni per
pregare, studiare, riflettere e per collaborare nell'aiuto ai più poveri
portando nella società uno spirito di pace. Il movimento è cresciuto, si è
diffuso e la conferenza episcopale l'ha assunto come strumento di incontro con
i musulmani ([25]).
Padre D'Ambra ha pubblicato
un libro sul valore del dialogo, ricordando i quattro princìpi per un incontro
autentico con gli altri (ripresi dall'"Ecclesiam Suam"): chiarezza, mitezza,
fiducia, prudenza ([26]).
Il dialogo è un cammino spirituale che purifica la vita: dialogo con Dio e con
il prossimo. D'Ambra parla di "spiritualità del dialogo" e poi di "vita in
dialogo". E se questa fosse la forma moderna (o più percorribile, più incisiva)
della missione, in un mondo secolarizzato in cui ciascuno non vuol essere
violato nella sua privacy, vuol rimanere se stesso e ricercare la sua via
senza imposizioni dall'esterno? L'importante è che il cristiano non si chiuda,
ma si apra al confronto con gli altri, accetti l'incontro, testimoni la sua
fede, oltre che nella vita, anche con la parola, nel dialogo.
In verità, la missione sta
già andando in questa direzione. La formazione missionaria che si dava negli
anni cinquanta e quella di oggi sono molto diverse. Quand'ero giovane, il
missionario era formato per essere capo, capace di vivere anche da solo,
conquistatore, esploratore, realizzatore di opere, factotum della missione. Si
educava alle "virtù attive", coraggio, capacità di comando, coscienza di avere
la verità, decisionalità. Oggi si privilegiano le "virtù passive": umiltà,
spirito comunitario, spirito di servizio, ascolto degli altri; virtù orientate
al servizio e al dialogo.
L'Unione dei Superiori
generali (Usg) ha discusso, nell'incontro ad Ariccia (Roma, 22-25 novembre
2000), sulla vita degli istituti religiosi nel tempo della globalizzazione, a
partire da un documento preparatorio, che indica gli orizzonti di una "Chiesa
in dialogo":
Il nostro stile di evangelizzazione ha voluto assumere il volto del dialogo, del dialogo di vita, dell'inserimento. Abbiamo rinunziato alla "cultura dell'avversario" per far spazio alla "cultura dell'altro", l'altro da conoscere, rispettare, accogliere e amare... La nota essenziale di "cattolicità" ci apre alla totalità mondiale e ci rende più sensibili verso le culture di tutti i popoli. Prendiamo sempre più le distanze da uno stile missionario di tipo "espansionistico" e spesso coloniale o colonizzatore. Ci sentiamo fortemente attratti dalle peculiarità culturali delle Chiese locali alle quali apparteniamo e, per amore loro, lottiamo appassionatamente per la difesa delle loro culture minoritarie, dei loro valori ereditati. Tale atteggiamento concede alla Chiesa cattolica un'autorità morale nel mondo. Pertanto, la Chiesa appare come quella comunità capace di convocare, riunire, creare legami tra il pluralismo dei popoli. Questa è una Chiesa che ascolta, esorta, incoraggia, si siede accanto, aspetta che la società maturi.
Nel Pime si è creata una certa sensibilità per il dialogo interreligioso. In Asia, diversi nostri missionari sono o sono stati impegnati in questo compito in India, Bangladesh, Giappone, Thailandia, Filippine, Hong Kong, Cambogia; in Africa in Camerun e Guinea-Bissau. Nell'ultimo Capitolo generale dell'Istituto (2001), due missionari hanno proposto che l'Istituto, senza abbandonare il primo annunzio diretto e l'aiuto pastorale alle giovani Chiese, si dedichi con più personale e con iniziative nuove al dialogo interreligioso: p. Sebastiano D'Ambra delle Filippine insiste sull'incontro con l'islam ([27]) e p. Carlo Torriani, a Bombay dal 1969, ha proposto di fondare in India (dove siamo presenti dal 1855) una "Scuola di Dialogo", da realizzare nel seminario che l'Istituto ha a Pune ([28]): uno dei contributi che il Pime dà alla maturazione di quella Chiesa che abbiamo fondato (12 diocesi, fra India e Bangladesh).
Chi evangelizza veramente sono i santi
Chi vive il Vangelo (o
meglio, chi tenta in modo autentico di vivere il Vangelo), vale di più, per la
missione e la nuova evangelizzazione, di tutte le tecniche e i metodi
pastorali, perchè "il santo è il Vangelo vissuto oggi", come ha detto il card.
C.M. Martini iniziando la causa di canonizzazione del dottor Marcello Candia. Alla santità siamo tutti chiamati e per tutta la vita: come battezzati non
andiamo mai in pensione! Che bello questo pensiero: non vado mai in pensione,
sono sempre in cammino, in lotta con me stesso per la santità, per un amore
più autentico e profondo a Cristo e agli uomini!
Il mondo ha bisogno di
testimoni, di modelli: è stanco di chiacchiere, di ragionamenti, di teorie che
non coinvolgono immediatamente la vita. Per la "nuova evangelizzazione"
abbiamo dato troppa importanza ai documenti, ai "piani pastorali", ai comitati
di studio, alle conferenze e dibattiti teologici e culturali; e troppo scarsa
importanza ai testimoni, ai santi. Mi meraviglia sempre, nei congressi e
convegni missionari, di notare che parlano i teologi, i biblisti, i sociologi,
i politologi, gli "opinionisti" e spesso mancano i testimoni, i missionari
reduci; oppure, se i reduci parlano, non vengono stimolati a raccontare la
loro esperienza di missione, ma a trattare temi di natura intellettuale che a
volte li mettono in imbarazzo ed impediscono loro di esprimere la ricchezza
spirituale e pastorale che hanno accumulato. Il mondo moderno soffre di "intellettualismo"!
Crollate le ideologie,
bisogna rilanciare i testimoni. Anche per le vocazioni alla vita consacrata:
ci lamentiamo che diminuiscono, ma nell'animazione vocazionale siamo sempre lì
a ragionare e discutere, a problematizzare e teologizzare, a studiare dotte
citazioni bibliche: i testimoni non li presentiamo. Giovani e ragazze si fanno
preti e suore se hanno il cuore toccato dallo Spirito Santo e dall'esempio di
preti e suore che testimoniano la felicità di aver seguito la chiamata del
Signore; non perchè sono convinti da un bel ragionamento o da una idea
teologica nuova, originale!
La prima forma di
evangelizzazione é la testimonianza. L'uomo contemporaneo crede più ai
testimoni che ai maestri (Evangelii Nuntiandi, 41); più all'esperienza che
alla dottrina, più alla vita e ai fatti che alle teorie. La testimonianza
della vita cristiana è la prima e insostituibile forma della missione (Redemptoris
Missio, 42).
Il missionario - dice ancora
la R.M. (n. 91) - é un contemplativo in azione. Egli trova risposta ai
problemi nella luce della parola di Dio e nella preghiera personale e
comunitaria....Il futuro della missione dipende in gran parte dalla
contemplazione. Il missionario, se non é un contemplativo, non può annunziare
Cristo in maniera credibile.
Ecco perchè Giovanni
Paolo II proclama tanti beati e santi: dal 1605 all'ottobre 1978 (inizio del
suo pontificato) la Chiesa ha proclamato 812 beati e 291 santi; dall'ottobre
1978 all'ottobre 2002, 1.297 beati (1.023 martiri, 272 confessori) e 464 santi
(401 martiri, 63 confessori). Alla Congregazione dei Santi sono aperte circa
1.900 cause.
Qualcuno dice:
santi e beati sono troppi. Non è vero! Siamo continuamente bombardati da
notizie deprimenti, da un'infinità di "eroi negativi". I santi e i beati sono
"eroi positivi": più ce ne sono, meglio è. Ciascuno di essi è una figura
affascinante e stimolante diversa dalle altre, una proposta positiva a chi ha
la fortuna di conoscerlo. I buoni semi vanno seminati nell'umanità e lo
Spirito fa in modo che ciascuno produca i suoi frutti.
Dal 1991 ho fatto
l'esperienza di aver iniziato e portato avanti diverse cause di canonizzazione
([29]).
Esperienza per me esaltante. Non avevo mai pensato che il solo inizio avrebbe
creato un movimento di evangelizzazione così intenso, vivo, diffuso:
conferenze, articoli sui giornali, celebrazioni, immaginette e libri a decine
di migliaia, novene di preghiere, lettere di grazie ricevute, incontri con
persone che ti dicono di aver ritrovato Dio attraverso quel missionario che
sta diventando beato, ecc.
Uno può chiedersi: ma
possibile che, con la diffusissima devozione a Maria e a tutti i santi che già
ci sono, bisogna aspettare di conoscere un nuovo "servo di Dio", che non è
nemmeno santo né beato, per ritrovare Dio? Perchè è possibile non lo so, ma
certamente è vero, perchè sono fatti capitati a me: siamo nel mistero della
grazia di Dio e nel mistero dell'animo umano. Tutti corrono nei santuari
mariani e da padre Pio e va benissimo: ma c'è anche chi legge la biografia di
padre Clemente Vismara, lo prega e va a visitare il suo piccolo museo ad
Agrate Brianza, uscendone sconvolto, toccato dallo Spirito; c'è chi lo prega e
ottiene grazie e si mette in un cammino di ritorno al Vangelo e ai dieci
Comandamenti. Questi sono fatti concreti contro i quali non si può dire nulla,
se non adorare e ringraziare lo Spirito che soffia dove vuole, come vuole e
quando vuole!
Potrei raccontare di quanto
padre Clemente Vismara à ricordato e venerato nel suo paese natale di Agrate
Brianza (Milano) e in genere in Lombardia, con il coinvolgimento anche di
alunni delle scuole elementari e medie. Ma è più significativa la
testimonianza di un insegnante in pensione di Benevento, il prof. Vincenzo Di
Pinto, nonno di quattro nipotini. Nel settembre 2002 così mi racconta la sua
esperienza, esempio notevole di animazione missionaria!
Nel 1993 lei mi ha mandato
in omaggio "Prima del Sole": leggendo la biografia di Clemente me ne sono
innamorato e ho incominciato a parlarne agli alunni. Allora insegnavo nella
scuola di Epitaffio, periferia di Benevento. Sono andato in pensione due anni
fa e tutte le classi sono state coinvolte in questo gemellaggio tra il Pime e
la nostra scuola, per far conoscere Clemente. L'iniziativa ha funzionato,
suscitando consensi. Ho incominciato a visitare altre scuole e quando sono
andato in pensione mi sono dedicato a questo compito per me entusiasmante.
Ho 62 anni e 40 di lavoro
(27 come vice-direttore della scuola di Epitaffio); sono anche giornalista
pubblicista: ho curato per dieci anni la pagina di "Avvenire" della nostra
diocesi. Parecchi giornali locali del Sannio mi hanno pubblicato articoli e
anche "L'Osservatore Romano" ha dedicato a questa esperienza un bell'articolo.
Questo impegno per Clemente ha coinvolto le famiglie. Incontro mamme e papà
che mi riconoscono e mi ringraziano. Anche gli insegnanti sono d'accordo,
eccetto pochissimi. Sono andato in molte scuole elementari e medie della
provincia. Come faccio ad entrare nelle scuole? Nell'ambiente scolastico di
Benevento mi conoscono e poi Clemente è un personaggio vivo, gli alunni ne
parlano in famiglia, quindi si crea una corrente di simpatia che mi facilita.
Ma anche all'inizio, quando dicevo che volevo parlare di un missionario,
trovavo porte aperte, perchè tutti ne capiscono il valore educativo.
Prima di andare in una
scuola, vado a visitare il direttore facendo la mia proposta: spesso trovo la
porta aperta perchè i giornali del Sannio hanno parlato di questa iniziativa.
Sottolineo sempre che non c'è scopo di vendita e consegno un libro e un
fumetto all'insegnante. Con i ragazzi uso l'album a fumetti di Vismara, che
piace e ispira per fare disegni e poesie. Molte volte giro classe per classe,
in alcuni istituti preparano l'incontro con gli alunni, che a volte sono
centinaia. Spesso il direttore della scuola viene anche lui, per confermare
quanto dico: quando vado, rendono l'aula più accogliente, mettono il tappeto
rosso, fiori, cartelli, foto di Clemente e disegni dei ragazzi di altre scuole.
Danno solennità alla cerimonia, si fa un po' di festa e i bambini colgono
subito che è un fatto eccezionale. Ho avuto accoglienze entusiastiche in tutta
la provincia.
La mia tattica,
nelle elementari, è questa (ho incominciato a parlare anche nelle medie e
superiori). All'inizio racconto una favola, un'avventura e Vismara ne ha molte;
leggo qualche sua lettera o brano di racconto. Questo crea interesse,
attenzione. Poi passo dalla favola alla realtà e dico che questo missionario
non è inventato, ma è realmente esistito. Prima parlo di foreste, animali
selvatici, tribù dei monti, bambini abbandonati, natura incontaminata, viaggi
a cavallo. Poi dalla fiaba passo alla storia e presento il missionario
Clemente. Questo impressiona i bambini, stimola la loro fantasia. Se ne
ricordano a distanza di anni.
Concludo dicendo che per voi
ragazzi non è necessario andare a fare il missionario o la missionaria in
Birmania o in altri paesi lontani, ma dovete essere missionari qui: coraggiosi
e buoni con i compagni, obbedienti ai genitori e agli insegnanti, studiosi,
sinceri, attenti a scuola, ecc. Penso che questo sia il metodo adatto per
interessarli e lanciare un messaggio valido, che ricordano e li educa. Stanno
attenti i bambini? Certamente. Porto il fumetto e il libro e ormai, dopo tante
esperienze, so come si fa per mantenere viva l'attenzione, coinvolgendo anche
i ragazzi che mi fanno domande. In questi giorni sto entrando in un istituto
scolastico della élite beneventana con 700 alunni, elementari e medie. E' un
fatto grosso per la nostra provincia, che può fare da volano per altre scuole
superiori: la fama di padre Clemente è penetrata nell'ambiente scolastico e mi
è facile entrare ovunque.
Sono convinto che far
conoscere il missionario fin dai primi anni di scuola vuol dire educare in
modo attraente e intelligente, perchè si educa toccando il cuore e la fantasia
degli alunni: a me pare che non c'è un modo migliore di questo, presentare un
personaggio che attira ed è modello di vita. Io dico sempre che i ragazzi
debbono essere missionari qui a Benevento, obbedendo ai genitori, studiando,
essendo buoni con gli amici... ma poi, chissà, qualcuno o qualcuna potrebbero
ricevere la chiamata di Dio e andare nella missione di Clemente o anche
altrove nel mondo a portare il Vangelo e aiutare i più poveri.
Sono pensionato e faccio il
nonno, ma la scuola è la mia vita, la mia passione. Per me Clemente è stato
una fortuna: mi permette di svolgere ancora compiti educativi e di vivere
nella scuola, con un altro ruolo che mi entusiasma e piace ai bambini, alle
mamme e alle insegnanti. Due anni fa ho mandato al card. Carlo Maria Martini ritagli di giornali del Sannio che parlavano della nostra iniziativa nelle
scuole, con una lettera in cui spiegavo questa attività di far conoscere
Clemente nelle scuole. Il cardinale mi ha risposto benedicendo l'iniziativa.
Lo Spirito Santo protagonista della missione
Quale la missione del
futuro? Quella che sta preparando lo Spirito Santo, in modo misterioso ma
reale, senza che ce ne accorgiamo. Noi non vediamo, non comprendiamo il
disegno della storia, ma siamo sicuri che lo Spirito la guida verso il Regno
di Dio. Il Papa vede il terzo millennio in una prospettiva positiva: «Andiamo avanti con speranza!
Un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa come oceano vasto in cui
avventurarsi, contando sull'aiuto di Dio ([30]).
Dio sta preparando una nuova primavera cristiana di cui già si intravede
l'inizio ([31]).»
Come fa Giovanni Paolo II a vedere questa "nuova primavera cristiana"? Non con i suoi occhi fisici, ma con
gli occhi della fede, della speranza cristiana. Il Papa vede segni positivi
anche nel nostro tempo. Ad esempio, « l'affermarsi tra i popoli
di quei valori evangelici che Gesù ha incarnato nella sua vita (pace,
giustizia, fraternità, dedizione ai più piccoli) ([32]).
»
Non c'è dubbio che nei popoli sono
maturati i valori del Vangelo, anche in quelli dove ancora si combatte come in
Africa! Pochi anni fa in Burundi un missionario saveriano mi diceva: «"Questa guerra è
rifiutata dalla coscienza profonda del popolo: se ci fossero le condizioni
esterne di sicurezza e di pace, hutu e tutsi vivrebbero in pace come sono
sempre vissuti, fianco e fianco negli stessi villaggi". E un catechista
aggiungeva: "Padre, a volte il terrore è così grande, che si uccide per paura
di essere uccisi"».
La "Redemptoris Missio"
ripercorre gli Atti degli Apostoli (capitolo III), facendo vedere come lo
Spirito Santo è il protagonista della missione: converte gli Apostoli e fa di
essi dei missionari, li guida per le vie del mondo, li assiste, li conferma
con miracoli. Lascio a voi la lettura di queste poche pagine dell'enciclica,
bellissime, commoventi, che dimostrano la potenza dello Spirito.
«Lo Spirito Santo è "il
protagonista di tutta la missione ecclesiale: la sua opera rifulge
eminentemente nella missione ad gentes, come appare nella Chiesa primitiva"» ([33]).
L'enciclica
missionaria dà grande rilievo allo Spirito Santo (lo cita 98 volte in 92
paragrafi!), sempre in funzione della missione alle genti: lo Spirito è
all'origine della santità della Chiesa e dei fedeli ed è il motore della
missione universale.
E' bello pensare che
lo Spirito Santo è l'artefice, il protagonista della missione! Non siamo noi i
protagonisti! Non siamo noi i responsabili! Non dobbiamo pensare di poter
risolvere situazioni difficili e a volte impossibili, né essere vittime di
scoraggiamenti, depressioni, tristezze. Io faccio tutto quel che posso, con
sacrificio, onestà, coraggio, costanza, umiltà, spirito di fede: ma poi il
resto lo fa lo Spirito! Questo ci dà serenità, gioia, speranza, coraggio.
Nessuno ci chiede conto dei risultati ottenuti, che sono nelle mani di Dio:
noi dobbiamo solo impegnarci a fondo e poi lasciar fare a Dio.
Lo Spirito è presente anche
oggi nel mondo e in tutti gli uomini, agisce come ai tempi di Gesù e degli
Apostoli: non è invecchiato, non è andato in pensione, non ha perso la forza
propulsiva che aveva nel giorno della Pentecoste e subito dopo. Le meraviglie
dello Spirito raccontate negli Atti degli Apostoli avvengono anche oggi, solo
che noi non ce ne accorgiamo, ne parliamo troppo poco. Viviamo in un mondo
secolarizzato che vive come se Dio non esistesse: stampa e televisione non
parlano mai di Dio, che invece dovrebbe essere il tema più importante, più
appassionante, l'unico veramente indispensabile alla vita dell'uomo! Siamo un
po' tutti influenzati da questa cultura e mentalità secolarizzata.
I segni di presenza dello
Spirito nella Chiesa dobbiamo cercarli anzitutto nella missione alle genti.
Siamo invitati ad allargare lo sguardo e il cuore alle dimensioni del mondo,
dell'umanità. Lo Spirito, lo sappiamo, soffia dove vuole e gioca a tutto
campo! Il tema sarebbe vastissimo. Mi limito ad una presenza dello Spirito che
dà speranza: il martirio.
Clausura e missione nella mia esperienza
Fra le tante grazie che Dio mi ha fatto, una delle più belle e gioiose è il
rapporto fraterno che ho con le suore di clausura. Troppo lungo sarebbe
ricordare i fatti che mi hanno portato a questo. Basti dire che da 23-24 anni
mando tutti i miei libri (due all'anno in media) in omaggio ai 545 conventi di
clausura in Italia ogni volta con una lettera in cui racconto i viaggi in
missione e le altre mie esperienze di giornalista e animatore missionario; e
chiedo preghiere per le giovani Chiese, i missionari e i popoli che essi
evangelizzano. Quand'ero direttore di Mondo e Missione (fino al 1994)
mandavo anche la rivista a tutti i conventi; negli ultimi anni si sta
riprendendo questo dono, che le sorelle apprezzano molto, come i libri del
resto. Ricevo poi centinaia di lettere per ogni libro che mando: molte sono di
ringraziamento e per assicurare preghiere, ma a volte le sorelle raccontano
la loro esperienza di vita contemplativa, esprimono i sentimenti più profondi
che maturano nell' esistenza totalmente donata a Dio. Che lettura
affascinante!
Qualcuno potrebbe pensare: cosa c'entra tutto questo con la missione alle
genti e il suo futuro? C'entra, c'entra, eccome! Il beato Paolo Manna diceva
che il popolo di Dio sarà missionario, quando lo saranno i sacerdoti (vedi il
capitolo IX). Ebbene, lo stesso si può dire delle suore di clausura, che
rappresentano, con i missionari, le due frontiere estreme della Chiesa, ad
intra e ad extra, le due tensioni che ogni battezzato deve nutrire
nella sua vita di fede: preghiera e contemplazione da un lato, annunzio e
testimonianza ai non cristiani e ai non credenti dall'altro. Ciascuna di
queste due tensioni non sta senza l'altra, anzi ne riceve motivazioni e forza.
Il missionario deve essere contemplativo e la suora di c1ausura missionaria.
Cosa danno le suore di c1ausura a noi missionari?
a) La semplicità e la sicurezza della fede, che gratifica la vita.
Visitando i conventi di c1ausura e leggendo le lettere che le sorelle mi
mandano, incontro donne che, in un'esistenza apparentemente monotona e chiusa,
sono sorridenti e contente, realizzate nella loro vocazione. È il segno più
bello che la nostra vita è fondata sulla fede e nient'altro: solo la fede ci
porta la pace del cuore e la gioia di vivere.
La missione della Chiesa, inutile nasconderlo, è in crisi di fede. In un mondo
secolarizzato, si è verificata una "secolarizzazione della salvezza", che ha
contagiato un po' tutti, anche noi missionari. Se si annebbia la fede, la
missione si riduce ad un'opera di giustizia sociale, i missionari appaiono
come operatori sociali. Il risultato è un appiattimento del cristianesimo alla
sua dimensione orizzontale, mentre si perde la dimensione verticale, la
tensione verso Dio e la vita eterna. Le suore di c1ausura, con la loro
vocazione, ci ricordano questa fede, senza la quale il cristianesimo e la
Chiesa non hanno più senso.
b) Ma c'è un secondo motivo di speranza. Le sorelle di clausura ci danno
il segno forte che la missione della Chiesa è opera dello Spirito Santo
("Protagonista della missione", Redemptoris Missio, capitolo III). Noi,
uomini e donne, siamo nulla e dovremmo ripetere ogni giorno quel che Madre
Teresa diceva al cardo Giovanni Colombo, che nel 1977 la riceveva nel suo
studio a Milano ringraziando la e lodandola per la sua testimonianza: «Io sono
nulla e prego il Signore di non distruggere quello che Lui fa in me». La parte
che spetta a noi compiere è soprattutto la preghiera e di ricercare l'unione
con Dio, la santità. Il Papa afferma: «Il vero missionario è il santo... deve
essere un contemplativo in azione» (Redemptoris Missio, 90-91). Le
suore di c1ausura hanno lo scopo primario della preghiera, della
contemplazione. Affermano con la vita il primato dello Spirito.
Trent'anni fa girava la teoria che ogni servizio al prossimo, specie nelle
urgenze dell'apostolato missionario, è già preghiera. In Cile nel 1972 ero
ospite di sacerdoti francesi e al mattino non c'era quasi mai nessuno in
cappella: si discuteva se noi sacerdoti dovevamo celebrare la Messa tutti i
giorni o no. Il pensiero comune era che quando non c'è il popolo e si è troppo
occupati, la Messa non si celebra. Il fatto mi scandalizzò molto. Anni dopo
sono stato invitato in Uruguay a tenere una relazione sui rapporti fra Chiesa
italiana e giovani Chiese, in un congresso internazionale preparatorio alla
Conferenza dei vescovi latino-americani a Santo Domingo (ottobre 1992), con
numerosi sacerdoti, suore e laici cristiani. Nell'orario non era prevista la
Messa tutti i giorni, ma solo alla domenica. Con alcuni sacerdoti,
organizzammo la celebrazione quotidiana in una saletta dell' albergo dove si
svolgeva il congresso. Oggi questa teoria è morta, siamo un po' tutti tornati
al primato della preghiera.
Ai missionari che incontro nei vari continenti dico:
«Vi porto anche un po' di soldi, ma soprattutto vi assicuro che le suore di
c1ausura italiane pregano per voi e per il vostro popolo». Ringraziano me e le
sorelle per questo grande regalo. Ogni volta che entro in un convento di
claustrali ringrazio il Signore e mi commuovo perché penso che quelle Sorelle
rappresentano un segno forte di quello che mi diceva una giovane Clarissa:
«Sono entrata in convento per piacere a Gesù». Bella questa formula: è la
sintesi di una vita consacrata al Signore; chi fa questa esperienza non può
non testimoniare: com'è bella la vita vissuta con Gesù!
Questa esperienza è indispensabile per noi missionari, spesso testimoni di guerre, morti per fame, persecuzioni, a volte crudeltà ripugnanti in paesi pagani (ma anche in quelli "cristiani"!), dove si ignora l'amore gratuito al prossimo e il perdono. Quante volte, quando viaggio e vedo fatti negativi della Chiesa e delle missioni o sono in difficoltà per qualcosa, questo pensiero mi dà serenità: non importa, il Signore è grande e ho tantissime Sorelle che pregano e sostengono non solo me, ma la Chiesa e l’umanità.
La persecuzione e il martirio sono segni di speranza
Le nostre Chiese antiche
attraversano una crisi di fede, di offuscamento della fede. Nel cosiddetto
mondo moderno, tollerante, garantista di tutte le libertà, noi cristiani non
siamo perseguitati; siamo ignorati, snobbati, considerati resti di un passato
anti-scientifico. Il martirio appare come un fatto dei tempi passati. Invece
Gesù ha detto: «Hanno perseguitato me,
perseguiteranno anche voi
» (Giov. 15, 20).
Urs von Balthasar ([34]),
scrive che il mondo moderno rischia di non avere più martiri perchè non crede
più che esista la verità: ciascuno può dire e credere quello che vuole e non
rischia niente. Il Cardinal Carlo Maria Martini dà invece un'altra lettura del
fenomeno e scrive ([35]):
«Di fronte alle figure dei
grandi martiri della storia sorge il problema: se noi, col nostro modo di
privilegiare il dialogo, non stiamo diventando irenici o addirittura
trasformisti. Se il martirio sparisce, non sarà segno di poca fede?
»
L'assenza di martiri segno
di scarso spirito di fede? Nel mondo delle missioni non è così. La cronaca si
incarica di richiamarci, 40-50 volte l'anno ([36]),
che le giovani Chiese vivono ancora in situazioni nelle quali l'annunzio di
Cristo suscita adesioni entusiastiche e violenti rifiuti: missionari e
semplici fedeli continuano a morire martiri per il nome di Gesù.
Il 1° ottobre 2000
Giovanni Paolo II ha santificato i beati martiri della Cina durante il tempo
dei Boxers (negli anni 1900 e seguenti), più di cento ([37]).
E' un segno importante. Credo infatti che non esista nella storia della Chiesa
missionaria un altro popolo che abbia dato così tanti martiri alla Chiesa
quanti ne hanno dati la Cina e il Vietnam. Il Martirio è l'ideale di non pochi
santi missionari, la purificazione radicale di una vita, il sigillo di una
santità ardentemente cercata. Martirio e santità sono due segni dello Spirito
che spesso vanno di pari passo. Nelle lettere dei missionari del passato (ho
letto di recente quelle dei due primi martiri del Pime, santo Alberico
Crescitelli e beato Giovanni Mazzucconi) si incontrano espressioni che
indicano il loro desiderio di santità e di donare la vita per la salvezza
delle anime e la gloria di Dio.
Dieci anni fa sono andato in
Cina per la terza volta. Ho visitato il seminario diocesano di Guangzhou, con
una ventina di studenti di teologia e due soli sacerdoti molto anziani come
educatori, con 57 anni di carcere e di lavoro forzato in due, il vescovo e il
parroco della cattedrale. Quest'ultimo mi diceva: «"Padre, ci mandi libri,
non abbiamo testi di teologia, nè commenti alla Scrittura, nè i documenti
della Chiesa e del Concilio...". Gli ho chiesto: "Come fate a formare dei
preti, senza sussidi di studio, senza biblioteca?". Mi ha risposto: "Noi
formiamo dei martiri per la fede, a questo scopo basta un grande amore per
Cristo".
»
Ho seguito da vicino il
cammino della Chiesa in Cina, da cinquant'anni ad oggi. Negli anni 1950-1955
intervistavo i missionari del Pime che ne erano espulsi ([38]);
pensavano che la Chiesa cinese non sarebbe durata a lungo. Mi ricordo che
dicevano: « I
nostri battezzati sono "cristiani del riso", entrati nella Chiesa perchè li
abbiamo aiutati, vengono dai nostri orfanotrofi. Adesso mandano via i
missionari e le suore, gettano in prigione preti e vescovi e catechisti,
requisiscono chiese e scuole: quando ci sarà libertà bisognerà ricominciare da
zero».
Dopo venti e più anni di
persecuzione violenta, sono andato in Cina la prima volta nel 1973, durante la
"Rivoluzione culturale" (sostituivo il membro di una commissione della
Montedison): non ho trovato nemmeno una chiesa aperta! Sono tornato in Italia
e stupidamente (uomo di poca fede!) ho scritto: la Chiesa di Cina non esiste
più.
Invece, dopo la morte
di Mao (9 settembre 1976), la Chiesa di Cina è rinata più bella, più numerosa,
più forte di prima. Sono tornato in Cina nel 1980 e poi nel 1986, 1993 e 2000,
con padri del Pime di Hong Kong che parlano il cinese. Abbiamo visitato
varie comunità con vescovi, preti, suore, cristiani che hanno fatto dieci,
venti, trent'anni di carcere e di lavori forzati: hanno conservato e diffuso
la fede. Non solo, ma in Cina oggi c'è un forte movimento di conversioni e di
vocazioni sacerdotali e religiose! Non c'erano preti né vescovi né suore; le
chiese erano chiuse; proibita non solo la stampa cattolica, ma persino i segni
religiosi come le immagini, il Rosario, il Crocifisso; i migliori cristiani
venivano gettati in carcere: eppure la fede si è diffusa, i battezzati si sono
moltiplicati, il fervore religioso e missionario è aumentato. Se questa
non è azione dello Spirito, spiegatemi voi cosa può essere!
Il padre Secondo Einaudi,
missionario ad Hong Kong, mi racconta di un suo viaggio nel Sinkiang nel 1980,
con due altri confratelli del Pime. Ad Urumci, la capitale, incontrano un
vecchio fratello Verbita cinese (missionario del Divin Verbo), diventato prete.
Gli avevano scritto prima, è venuto a incontrarli in albergo: 67 anni, era
stato ordinato sacerdote da un vescovo clandestino poco prima. Gli danno il
Vangelo, il Catechismo e il Rituale in cinese. Celebra la Messa su un vecchio
messale in latino, lingua che non ha studiato e non conosce.
In quella regione c'erano
solo due preti anziani, uno quasi paralizzato. L'ex-fratello verbita, che
lavorava i campi, pensa: perchè non posso fare io il prete? Lo dice alla
comunità, approvano tutti e gli dicono che non lontano da Urumci c'è un
vescovo anziano e clandestino. Il fratello verbita va a trovarlo, resta con
lui tre giorni di ritiro spirituale ed è ordinato sacerdote. Si commuove a
incontrare tre preti italiani, che gli danno le loro maglie di lana, qualche
immagine sacra, i Rosari, le medicine che hanno con sè. L'anziano prete cinese
chiede la loro benedizione e poi i tre missionari la chiedono a lui. Padre
Eimaudi mi dice: «Quando mi sono
inginocchiato davanti a lui e ho guardato le sue mani, mi sono commosso. Erano
le mani di un vecchio cinese di 67 anni che lavorava la terra: grosse, nodose,
piene di tagli e di segni».
Quando vogliamo dare
un'immagine dell'azione dello Spirito Santo, noi continuiamo a citare le prime
comunità ricordate dagli Atti degli Apostoli. E' solo per pigrizia mentale e
ignoranza, che non raccontiamo le meraviglie attuali delle comunità cattoliche
cinesi (e vietnamite) degli ultimi cinquant'anni ([39].
E chissà quanti altri esempi simili potremmo citare, ad esempio del continente
africano, come mi raccontavano alcuni anni fa i missionari della Consolata e i
comboniani in Mozambico, i saveriani in Burundi e Zaire i saveriani. Come
facciamo, noi missionari, a non essere ottimisti e pieni di gioia, quando
vediamo ogni giorno gli esempi concreti dell'azione dello Spirito?
Il padre Bernardo Cervellera, già
missionario ad Hong Kong e nell'interno della Cina (ha insegnato
all'università di Pechino), mi dice (ottobre 2002):
Tutte le religioni stanno rinascendo in Cina, mentre crolla la fede nel partito comunista, che rimane attaccato al potere ed ha scatenato, con la repressione del dissenso e l'apertura al mercato mondiale e alle multinazionali, la corsa all'arricchimento selvaggio, con un rapido e quasi incredibile progresso economico, industriale, di strutture tecniche. Oggi nel mondo non c'è paese capitalista, più capitalista della Cina, in cui conta solo il denaro e l'uomo non conta nulla. Però nelle città c'è una crescita dei battezzati del 10% l'anno. Per questo il governo ha paura delle Chiese cristiane.
[1]. Il primo vicariato apostolico in India è nato nel 1831, in Birmania nel 1866; in Cina l'evangelizzazione ricomincia nel 1840, in Vietnam nel 1868, in Giappone nel 1891; nell'Africa a sud del Sahara l'inizio delle missioni è alla fine del secolo XIX e all'inizio del 1900, come la colonizzazione del continente che idealmente inizia nel 1885, con la Conferenza di Berlino convocata da Bismark, nella quale le potenze europee si spartivano il continente africano; ma in realtà dieci-vent'anni dopo.
[2]. Gheddo P., "Concilio e terzo mondo", EMI 1964, pagg. 48-49.
[3]. Manna P., "Virtù Apostoliche - Lettere ai missionari", EMI 1996, pagg. 460.
[4]. Lettera da Toungoo del 4 aprile 1847.
[5]. Butturini G., "Le missioni cattoliche in Cina tra le due guerre mondiali, Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione di padre Paolo Manna", Emi 1998, pagg. 334. Contiene il testo di Manna con ampie note e commento.
[6]. "Evangelii Nuntiandi", n. 80.
[7]. "Il vostro dire sia sì, sì e no, no; il di più viene dal diavolo" (Matt. 5, 37). Quante volte nella stampa cattolica si giudica se pubblicare una notizia o un commento in base non alla verità, ma all'opportunità, magari anche politica: "No, questo non si può dire... Questo non è opportuno dirlo... Se pubblico l'articolo chissà quanti protestano...". Invece di chiedersi se il testo corrisponde e se serve alla verità e al Vangelo, ci si chiede se non urta nessuno, se non disturba ed è "politicamente corretto" o no...
[8]. Prima lettera a Timoteo, 6, 9-10.
[9]. Paolo VI, "Evangelii Nuntiandi", 14.
[10]. Si veda il volume già citato di Giuseppe Butturini, "Le missioni cattoliche in Cina tra le due guerre mondiali, Osservazioni sul metodo di evangelizzazione di p. Paolo Manna", Emi 1998, pagg. 334.
[11]. "Ad Gentes", n. 6.
[12]. Uno studio della Banca Mondiale del gennaio 2002 dà queste cifre: nel 1980 il 30% della popolazione mondiale era sotto il livello minimo di esistenza, circa 1,4 miliardi di persone; nel 2000 solo il 20% erano nelle stesse condizioni, cioè 1,2 miliardi: sono sempre tantissimi, ma stanno diminuendo in senso relativo e in senso assoluto ("Il Sole 24 Ore", 21 gennaio 2002).
[13]. Lo storico inglese Richard Overy afferma ("La strada della vittoria. Perchè gli alleati hanno vinto la seconda guerra mondiale", Il Mulino 2002, pagg. 515) che il nazismo ha perso la guerra non per una minor potenza militare, ma perchè non era sostenuto dal sentimento dei popoli, nemmeno la maggioranza dei tedeschi erano cordialmente con Hitler! Era un regime che si proclamava ateo e anti-cristiano; mentre gli alleati avevano fatto appello anche ai sentimenti religiosi dei popoli europei per combattere il nazismo. Overy documenta che Stalin, pur avendo perseguitato il cristianesimo, nel tempo della guerra condannò la persecuzione religiosa, si appellò alla "Santa Russia", liberò vescovi e preti dalle carceri, ricostruì chiese, incoraggiò cerimonie religiose, ecc. Il nazismo faceva una guerra laica, basata solo sulla forza militare; gli alleati combattevano la guerra contro il nazismo con motivazioni anche religiose.
[14]. Giovanni XXIII, "Mater et Magistra", n. 47.
[15]. Discorso ai rappresentanti delle varie religioni del mondo, Assisi, 24 gennaio 2002, in "La Traccia", febbraio 2002, pag. 51.
[16]. "Catechismo della Chiesa cattolica", Libreria editrice Vaticana, 1992.
[17]. "Redemptoris Missio", n. 2.
[18]. "Redemptoris Missio", n. 2.
[19]. Pasquale Macchi, "Paolo VI nella sua parola", Morcelliana 2002, pag 175.
[20]. "Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane", 18 novembre 1965.
[21]. Rossano P., "Dialogo e annunzio cristiano - L'incontro con le grandi religioni", Ediz. Paoline 1993, pag. 374-375. Si veda anche l'articolo di p. Marcello Zago, O.M.I., "Dialogo come stile e metodo della missione", in "Religiosi in Italia", marzo-aprile 1996, pagg. 54-78.
[22]. Si veda "Dialogo e annunzio, Documento del Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso e della Congregazione per l'Evangelizzazione dei popoli", Roma, 19 maggio 1991.
[23]. C.M. Martini, "Cattedra dei non credenti", Rusconi, 1992, pagg 5-6.
[24]. "Redemptoris Missio", n. 57.
[25]. Silsilah ha avuto un martire, padre Salvatore Carzedda (1943-1992), trucidato il 20 maggio 1992 a Zamboanga (isola di Mindanao), mentre tornava a casa da un corso tenuto nella sede del movimento, come collaboratore di p. D'Ambra. Gli attentatori sono ignoti, ma localmente Carzedda è considerato un vero martire del dialogo: i suoi incontri cordiali con i musulmani davano fastidio agli estremisti islamici, che in Midanano si esprimono attraverso la guerriglia e il terrorismo. Vedi: Sebastiano D'Ambra, "Testimone del dialogo, Salvatore Carzedda, missionario martire nelle Filippine", Emi 2002, pagg. 223.
[26]. Sebastiano D'Ambra, "Pellegrini in dialogo, Un itinerario spirituale", Piemme 1994, pagg. 56-57. Padre Sebastiano è stato segretario della commissione per il dialogo con i musulmani, della Conferenza episcopale filippina.
[27]. S. D'Ambra, "Una riflessione sul dialogo interreligioso e i prossimi 150 anni del Pime", "Infor Pime", marzo 2001, pagg. 19-21.
[28]. Carlo Torriani, "Evangelizzazione e dialogo, Un progetto per il nostro tempo", "Infor Pime", dicembre 1998, pagg