PICCOLI GRANDI LIBRI    PIERO GHEDDO
LA MISSIONE CONTINUA
Mezzo secolo a servizio della Chiesa e del terzo mondo

SAN PAOLO

PREFAZIONE di mons. Renato Corti, Vescovo di Novara PRESENTAZIONE di P. Piero Gheddo

Capitolo I:
MISSIONARIO PERCHÉ?

Come Dio ha salvato la mia vocazione missionaria
Il giornalismo come missione e apostolato
L'apostolato dell'opinione pubblica
«Voi avete stampa pia, ma poca stampa di idee»
«Amo i cinesi, ma ancora non li capisco»
«In Occidente si idealizzano le culture del Terzo mondo»
«Non come illuminismo, ma come siamo luce» »
Andare a vedere come vive e cosa pensa la gente
Il «Terzo mondo» è diverso da come lo immaginiamo»
Anche il Terzo mondo ha bisogno di Cristo
 

 

 

 

 

 

Capitolo II:
I MIEI CINQUANT'ANNI DI MISSIONE

Capitolo III:
LA MISSIONE NASCE DALL' AMORE DI CRISTO

Capitolo IV:
DALLE MISSIONI ESTERE ALLE CHIESE LOCALI

Capitolo V:
IL VANGELO E LE CULTURE NON CRISTIANE

Capitolo VI:
IL DIALOGO CON LE RELIGIONI NON CRISTIANE

Capitolo VII:
IL CRISTIANESIMO PROMUOVE LO SVILUPPO DELL'UOMO
Capitolo VIII:
L'ANIMAZIONE MISSIONARIA IN ITALIA
Capitolo IX:
PRETI CON PASSIONE MISSIONARIA
Capitolo X:
QUALE FUTURO PER LA MISSIONE ALLE GENTI?

 

Cap. I - MISSIONARIO PERCHÉ? 

    I miei parenti mi hanno sempre detto che fin da bambino, a sei-sette anni, alla fatidica domanda "Cosa vuoi fare da grande?", io rispondevo che avrei fatto il prete. In realtà non ricordo di aver mai avuto dubbi su questo: non ho mai pensato o immaginato altro. Non so a cosa attribuire questa precocità. Certamente Dio mi chiamava, certamente lavorava nella mia testolina e nel mio cuore per metterci dentro aspirazioni tanto più grandi della mia età.
Ma la responsabilità principale di questa mia scelta credo sia stata dei miei genitori, Giovanni e Rosetta Franzi, ambedue appassionati militanti dell'Azione cattolica. Quando si sono sposati nel 1928 hanno pregato assieme il Signore affinché almeno uno dei loro figli, o una delle loro figlie, scegliessero la via della consacrazione a Dio: volevano avere un figlio prete o una figlia suora o tutti e due poiché desideravano avere molti figli. Questo l'ho saputo molti anni dopo, nel 1953, quando sono diventato sacerdote, da mons. Giovanni Ravetti, che era stato parroco a Tronzano al tempo della mia infanzia.
E ancor oggi ringrazio i miei genitori per questa preghiera: con l'aiuto di Dio ho avuto una vita felice. Non mi sono mancate prove e sofferenze, contrasti violenti e disgrazie, ma la pace del cuore e la gioia di vivere il sacerdozio missionario non mi hanno mai abbandonato ([1]). Se guardo ai miei cinquant'anni di sacerdozio, mi commuovo e non posso che ringraziare il Signore, i miei genitori e tutti quelli che mi hanno aiutato e hanno pregato per me: quante volte Gesù ha mandato l'Angelo custode a prendermi per i capelli, a tirarmi fuori da situazioni difficili, ci sono passato in mezzo senza danni, né fisici né morali. Mi stupisco ancor oggi, non so come ho fatto, ma questa è la mia esperienza.  

    Come Dio ha salvato la mia vocazione missionaria 

    A 11 anni, dopo le elementari, nell'ottobre 1940 sono entrato nel seminario diocesano minore di Vercelli (a Moncrivello), come se fosse la cosa più naturale del mondo: avevo sempre sognato di fare il prete! ([2]). Allo stesso modo, dopo la quinta ginnasio, nell'estate 1945 ho scelto di entrare nel Pime di Milano con gioia e senza incertezze. L'immagine del prete di parrocchia mi stava stretta; già da ragazzino, pur nella tragedia quotidiana della guerra (bombardamenti e mitragliamenti aerei, scoppi notturni di sabotaggi, vendette atroci, odio tra fascisti e partigiani), io sognavo ad occhi aperti l'India, la Cina, l'Africa: in seminario leggevo con passione le avventure dei missionari in "Italia Missionaria", soprattutto i racconti di padre Clemente Vismara che mi infiammavano. Prima ancora, a Tronzano, ricordo un missionario francescano reduce dalla Cina che aveva visitato le scuole elementari: a noi bambini aveva parlato così bene dei cinesi e della missione in Cina, che mi ero confidato con lui: "Anch'io vorrei venire in Cina!".
Un'altra radice della mia vocazione missionaria è stato il volume di padre Paolo Manna: "Operarii autem pauci!", in quegli anni riservato a coloro che volevano studiare l'eventualità di una chiamata alle missioni. Il direttore spirituale del seminario di Moncrivello, don Secondo Tagliabue, poi vescovo di Anglona e Tursi (Potenza) e morto in concetto di santità, mi diede il libro da meditare solo in quarta o quinta ginnasio, quando avevo già deciso di diventare missionario: ma ebbe su di me una straordinaria efficacia. Non solo confermò la decisione, ma la approfondì dandomi motivazioni spirituali molto forti, mentre prima forse era solo un sogno, un'aspirazione sentimentale.
Il 14 aprile 1944, in quarta ginnasio, quando dovevo chiedere il permesso di entrare nel Pime per il liceo (Milano era così lontana!), ho scritto alla zia Adelaide, sorella di papà Giovanni e tutrice di me e dei miei due fratelli Franco e Mario (papà era disperso in Russia), una lunga lettera per dirle la mia intenzione di diventare missionario. Lettera che ha fatto il giro dei parenti, è stata copiata e conservata da diversi di essi. Mio fratello Mario me l'ha consegnata nell'estate 2002 e l'ho riscoperta quasi sessant'anni dopo: con una certa commozione mi sono pienamente riconosciuto nella mia ingenuità e visione poetica della vita missionaria ricordando quando, dove e come l'ho scritta e riscritta più volte nel seminario di Moncrivello. L'ideale missionario era in me veramente forte, appassionante: non sognavo nient'altro che di essere missionario.
Quando poi sono entrato nel liceo del Pime di Monza nel settembre 1945, ho avuto qualche difficoltà ad adattarmi. Venivo dal seminario diocesano dove ci insegnavano come si sta composti a tavola, come usare cucchiaio, forchetta e coltello, controllavano se avevamo le scarpe lucide e i vestiti a posto, se eravamo ordinati nel tavolino di studio e nell'armadietto accanto al letto, ecc. Nel Pime nulla di tutto questo.
Ho capito subito che i missionari sono diversi. Io sognavo l'aspetto poetico e avventuroso della missione, le foreste dell'Africa e dell'India; mi sono trovato a vivere in un accampamento di forze speciali da sbarco: eravano in 85 dove ce ne stavano sì e no 50, si dormiva in lettini fra i quali c'era solo lo spazio per entrare ed uscire e per un minuscolo tavolino da notte, con la propria valigia sotto il letto; quasi tutti usavano gli zoccoli di legno e non le scarpe (baccano fragoroso assicurato); a tavola non c'erano tovaglie e ci servivano un mestolone di minestra da secchi smaltati e scrostati, piatti, posate e bicchieri erano di ferro; la guerra era finita, ma si faceva la fame più che a Moncrivello l'anno precedente durante la guerra, fame autentica e questo è continuato nei tre anni seguenti nel seminario di Sant'Ilario (Genova); la cordialità milanese e bergamasca, ruvida e chiassosa, faceva a pugni con la mia ritrosia e timidezza piemontese; e via dicendo. Inoltre, mi sentivo dire dai giovani padri che ci assistevano: "Ma tu, che sei piemontese, perchè non sei andato dai missionari della Consolata a Torino?".
Pensavo: guarda un po' dove sono capitato! Oltre alla preghiera, tre elementi hanno salvato la mia vocazione missionaria nel Pime: primo, si giocava molto al pallone e io ero un centravanti di qualche abilità (al nostro livello si capisce, ma insomma,_i gol li facevo!). Secondo, anche nel liceo del Pime si ciclostilava un giornalino, "Antenna"; dopo pochi mesi che ero a Monza, a chi viene affidato? A me, naturalmente, scrivere era la mia passione. Infine, anzi soprattutto, il terzo elemento che mi appassionò fortemente del Pime era l'indimenticabile rettore padre Gaetano Curioni, un anziano missionario reduce dal Bengala. Alla domenica e nelle feste veniva a predicarci la meditazione del mattino: non parlava bene, ma lo seguivamo con attenzione. Partiva dal Vangelo del giorno e poi, fosse Pasqua o Natale, l'Immacolata o una domenica di Quaresima, San Giuseppe o Pentecoste, padre Curioni finiva sempre per parlarci dei "miei bengalesi di Bhoborpara, dispersi nelle foreste lungo le rive del Gange": in tono così appassionato, a volte anche con vere lacrime di rimpianto per la sua missione, che non poteva non commuovere noi giovani aspiranti missionari.
I suoi racconti erano sempre gli stessi, li sapevamo a memoria, ma erano per noi una potente iniezione di amore alla vocazione missionaria. Un anziano che è ancora entusiasta del suo ideale giovanile è il miglior educatore dei giovani. Bhoborpara era diventata per noi la terra dei sogni, assieme a Mong-lin in Birmania, di cui padre Clemente Vismara scriveva su "Italia Missionaria".
 

    Il giornalismo come missione e apostolato 

    Ho cominciato a capire cos'è il Pime, ben prima che diventassi direttore dell'Ufficio storico dell'Istituto nel 1994. Allora ero solo un ragazzo innamorato delle missioni e ho avuto la fortuna di trovare nel Pime rettori, padri spirituali, insegnanti ed educatori che mi hanno aiutato e formato. Tra i tanti, ricordo soprattuto padre Giovanni Battista Tragella (1885-1968), studioso, scrittore, giornalista, ma soprattutto consacrato all'ideale missionario come pochi altri (anche se era stato solo due anni ad Hong Kong e poi rimpatriato per l'asma bronchiale che lo tormentò fino alla morte). Tutta la sua vita era orientata al servizio delle missioni e dei missionari e voleva da noi giovani, che lo seguivamo per imparare qualcosa perchè ­Tragella era molto stimato dentro e fuori Istituto, un'eguale capacità di distacco e di donazione.
Era un genovese austero, burbero, parco di lodi e facile al rimprovero. Non mi ha mai detto "bravo!", ma io sapevo che mi seguiva con amore e leggeva i miei primi scritti su riviste e giornali, facendomi osservazioni di cui tenevo gran conto. Quando nel 1956 pubblicai il primo libro della nascente EMI (Editrice missionaria italiana), "Il risveglio dei popoli di colore" (sulla Conferenza di Bandung in Indonesia nel 1955), ebbi un successo insperato con tre traduzioni all'estero, articoli sui maggiori giornali e riviste italiani, inviti per conferenze anche in ambienti laici. Tragella, che mi aveva seguito e consigliato nello scrivere il libro, mi dice:
 «Non montarti la testa, perchè più vai avanti e più capisci che tutto quello che sai, o credi di sapere, è nulla, in confronto a quello che non sai»
A quel tempo (1954-1958), a Roma studiavo all'università Urbaniana e a Milano (dove andavo sabato e domenica) ero redattore unico di "Italia Missionaria"; sempre appassionato di calcio, facevo parte della squadra dell'università e seguivo con interesse le cronache calcistiche dei giornali. Tragella mi diceva: «Tu potresti fare tanto nella stampa missionaria, ma perdi tempo a leggere le cronache sportive... ».
Mi piaceva suonare piano e fisarmonica: ho smesso per l'insistenza del caro, vecchio, rigido Tragella (il suo principio era: "Non perdere tempo"): non comandava, ma non si poteva fare a meno di obbedirgli perchè incalzava i suoi pupilli, che sperava continuassero la sua opera. Concepiva la vita missionaria come una consacrazione totale all'ideale, senza distrazioni. Però poi mi ha aiutato ad andare in Austria e Germania ad imparare il tedesco e ha appoggiato i miei primi viaggi in missione, che a quel tempo erano considerati quasi una provocazione dai missionari che passavano la vita in missione. Soprattutto, Tragella mi ha comunicato la passione per le missioni, le testimonianze dei missionari e la storia missionaria, gli studi delle culture e religioni non cristiane; voleva un impegno esclusivo e non tollerava si leggessero molti giornali e settimanali illustrati. Le letture dovevano riguardare il tema missionario inteso in senso lato. Diceva spesso:
 «Noi siamo qui per servire le missioni, non dobbiamo lasciarci distrarre da altri interessi, dai parenti, dagli amici, da letture inutili. La nostra vita è consacrata alla missione della Chiesa».
Alla scuola di Tragella non ho mai concepito il giornalismo in altro modo che come missione e apostolato; anzi, una missione di frontiera in quanto il mondo dei mass media è spesso fuori di una visione cristiana della vita. Così ho incominciato presto a collaborare a giornali e riviste: dal 1953 all'"Osservatore Romano" e al quotidiano cattolico "L'Italia" di Milano (oggi "Avvenire"); dal 1956 a "L'Avvenire d'Italia" di Raimondo Manzini (Bologna); dal 1959 a "Gente", invitato da Edilio Rusconi, che mi aprì la strada a numerosi giornali laici.
Debbo raccontare, in proposito, un fatto che mi ha umiliato molto, anche questo fa parte dell'educazione ricevuta. Nel 1964 sono in India come corrispondente di due giornali per la visita di Paolo VI a Bombay. Poi visito le missioni affidate al Pime, con i padri Augusto Colombo e Luigi Pezzoni (oggi ambedue ancora missionari in India). Un pomeriggio arriviamo in treno nella cittadina di Damanpur nel nord Bengala (diocesi di Jalpaiguri), dov'era parroco l'anziano padre Giuseppe Milozzi, avvisato del nostro arrivo. Andiamo alla missione e fissato sulla porta della residenza troviamo un biglietto scritto in italiano che dice:
 «Padre Milozzi è partito per una visita ai suoi cristiani nei villaggi. Tornerà alla missione quando il missionario-turista-giornalista se ne sarà andato»
Che un giovane missionario andasse visitare i confratelli sul campo come giornalista era una provocazione e uno scandalo: non voleva nemmeno vedermi! 

     L'apostolato dell'opinione pubblica 

    Preziosa esperienza è stata per me la scuola di giornalismo dell'università Pro Deo (oggi Luiss) a Roma (1954-1958). Venendo da una formazione filosofico-teologico-pastorale (mi sono laureato in teologia missionaria all'università Urbaniana), le lezioni teorico-pratiche di giornalismo, cinematografia, tecniche del teatro e della radio, psicologia dell'opinione pubblica, pubblicità commerciale, rappresentavano per me non solo un linguaggio diverso, ma un modo totalmente altro di trasmissione del pensiero, che non sapevo come inquadrare nei modi di comunicazione pastorale che avevo appreso (omelie, catechesi, documenti ecclesiali, conferenze su temi religiosi, ecc.).
Mi sono reso conto dell'abisso che separa l'annunzio del messaggio evangelico dai modi e strumenti della comunicazione moderna che trasmettono altri messaggi spesso opposti a quelli del Vangelo. Non solo, ma la mia sensibilità di missionario mi portava verso il mondo esterno, sia nel giornalismo che nell'animazione culturale; mi rendevo conto che, noi preti, raggiungiamo con i nostri messaggi una percentuale minima degli italiani. Un'indagine promossa dall'Azione cattolica sulla catechesi in Italia afferma ([3]): «I dati riguardanti la catechesi degli adulti sono decisamente preoccupanti. La proposta catechistica raggiunge solo lo 0,8% dei giovani adulti italiani e lo 0,7% degli anziani, nel 50% dei casi essa si attua nei gruppi associativi dell'Azione Cattolica».
Negli anni settanta, la S. Messa domenicale era frequentata da circa 14-15 milioni di italiani, ma solo il 15% di essi comprendeva e seguiva le omelie della domenica, probabilmente sempre gli stessi: in altre parole, non riusciamo a raggiungere e ad interessare che il 4-5% dei giovani e degli adulti italiani. Ecco perchè, fin dall'inizio del mio sacerdozio, ho ritenuto di compiere un'opera sacerdotale e missionaria scrivendo per giornali non specificamente cattolici e rispondo positivamente quando mi invitano a parlare in radio-televisioni e in ambienti laici (università, circoli culturali, Rotary e Lions Club, biblioteche, congressi e feste di partiti politici, ecc.). Naturalmente, anche trattando temi d'attualità (fame nel mondo, globalizzazione, boom demografico, ecc.) non mi dimentico di essere sacerdote e missionario. E' evidente che nella Chiesa ci vorrebbe una "rivoluzione culturale" che faccia prendere coscienza di quanto S. Pio X diceva già nel 1908 (per non citare la valanga di documenti posteriori): «Il segno caratteristico della nostra epoca è che gli uomini si ispirano ordinariamente alla stampa per ciò che riguarda il modo di pensare e di vivere» (
[4]).
All'inizio degli anni ottanta sono stato invitato dall'università di Bari per una conferenza sulla fame nel mondo: l'aula magna era strapiena, con le maggiori autorità accademiche e cittadine. Ero ospite di una comunità religiosa maschile, con scuola e collegio (circa 2.000 alunni). A cena, i sacerdoti mi ringraziavano di essere andato nel sud per una conferenza. Dicevano:  
«Qui i radicali e il PCI fanno grandi conferenze, noi cattolici poco o nulla, in città non facciamo opinione, non lanciamo idee, non organizziamo dibattiti sui temi d'attualità». 
Io dicevo: possibile dobbiate chiamare uno come me da Milano per un incontro cittadino, quando qui siete una quindicina di sacerdoti laureati? Cosa fate per animare culturalmente la vostra città? Facile immaginare le risposte: io sono professore di lettere e ho 18 ore di scuola la settimana, io insegno matematica, io sono rettore, padre spirituale, economo, ecc. L'animazione culturale dell'ambiente in cui viviamo è quasi inesistente nel nostro orizzonte di impegno pastorale.
Personalmente ho fatto tante esperienze positive, attraverso il giornalismo, i libri, le conferenze, le radio-tv. Quando tenevo rubriche a Radio-Due e poi alla Tv di Rai-Uno, ricevevo una media da 15 a 20 lettere al giorno (e i primi tempi della spiegazione del Vangelo alla Tv di Rai-Uno anche 25-30 al giorno!) e non solo da parte di cattolici. Ero sommerso dalle richieste di incontri, dalle telefonate. Mi stupisco del fatto che, da quando ho finito di presentare il Vangelo al sabato sera su Rai-Uno (due anni liturgici, 1992-1994), ancor oggi incontro gente che mi ringrazia dei messaggi che lanciavo, mi chiede quando ricomincio. Al sabato sera avevo dai 2,6 ai 2,8 milioni di telespettatori e non dicevo nulla di straordinario, ma, dopo la lettura del Vangelo, partivo sempre raccontando un'esperienza personale o missionaria, un fatto d'attualità, per agganciare l'attenzione di chi era in ascolto: parlando di fatti concreti che avevo visto e vissuto, mi capitava anche di commuovermi davanti alla telecamera (ho sempre chiesto al Signore il dono delle lacrime). La riflessione dottrinale, l'esortazione veniva dopo, verso la fine. Il giornalismo mi ha dato molto. Montanelli diceva ai suoi redattori e collaboratori: "All'uomo interessa l'uomo". Cioè la notizia, i fatti della vita quotidiana, non le teorie o le teologie. 
Don Divo Barsotti, interrogato sulle omelie d'oggi, afferma ([5]): 

    Gran parte della predicazione cristiana non ha più successo perchè è diventata come la dottrina: non è più una testimonianza di vita. Negli Apostoli, ma anche nei grandi santi sacerdoti che ha avuto la Chiesa, la parola non era soltanto la trasmissione di una dottrina concettuale, era testimonianza di una vita nuova che il sacerdote e il cristianesimo portano nel mondo. Troppo spesso siamo dei ripetitori di luoghi comuni o anche di cose grandi (poche), ma ripetere soltanto non basta all'efficacia del ministero. Quello che si impone oggi per il sacerdote è di rendersi credibile e rendersi credibile vuol dire per lui credere veramente. Cercando di essere uguali agli altri perdiamo di credibilità e di efficacia. 

    "Voi avete stampa pia, ma poca stampa di idee" 

    Quando ho incominciato a collaborare con "Gente" nel 1959, il direttore Edilio Rusconi, che mi aveva invitato a portare le testimonianze dei missionari nel suo settimanale popolare (più di mezzo milione di copie), pubblicava volentieri i miei articoli, ma una volta mi dice: 

    Le notizie che dai e i personaggi che presenti sono interessanti per i lettori, ma debbo farti due osservazioni: primo, quando incominci l'articolo devi ficcarti bene in testa che la cosa più importante non è quel che dici, ma se riesci a conquistare l'attenzione di chi legge; quindi metti all'inizio la notizia o il fatto più curioso e interessante per il lettore, quello che tocca la sua vita, il suo cuore: perchè, se non ti leggono, è inutile scrivere. Secondo, non stai facendo una predica: tu scrivi come il prete parla dal pulpito; questo non va, devi cambiare stile.   

    Penso a quanti sacerdoti preparano l'omelia domenicale preoccupati di documentarsi su libri di esegesi e di teologia, alla ricerca di citazioni preziose; forse non pensano nemmeno a come attirare e mantenere l'attenzione di chi ascolta: cioè non si rivolgono a persone vive, con i loro problemi e difficoltà, ma preparano un discorso sia pur colto e sapiente, ma astratto, senza contatto con la realtà della vita. Magari ripetono con loro parole il racconto del Vangelo che hanno appena letto e già perdono l'attenzione dei moltissimi che quel fatto l'hanno letto e sentito mille volte. Se chi ascolta si distrae e pensa ad altro, l'omelia diventa inutile, un perditempo domenicale che rende antipatica tutta la celebrazione.
Bisogna dire che la mentalità clericale e quella dei mass media sono due "culture" diverse o, se si vuole, "la rottura tra Vangelo e cultura" che Paolo VI definisce "il dramma della nostra epoca" ([6]). Giovanni Paolo II precisa:  «Il distacco tra fede e cultura costituisce un grave impedimento all'evangelizzazione, mentre al contrario la cultura informata da spirito cristiano è un valido strumento per la diffusione del Vangelo» ([7]). 
Mi spiego in base alla mia esperienza personale. Una differenza fra le Chiese di antica tradizione cristiana e quelle più giovani è che da noi l'evangelizzazione è intesa come "insegnamento di una dottrina", nel mondo non cristiano come "comunicazione di un'esperienza nuova" che cambia la vita; anche se non bisogna mitizzare le giovani Chiese in quanto non poche di esse, diventando indigene, tendono a chiudersi: viene meno l'elemento missionario (ecco la funzione fondamentale dei "missionari esteri" che hanno una vocazione missionaria specifica!).
In altre parole, nelle Chiese antiche come la nostra predominano le certezze dottrinali, l'insegnamento della dottrina e morale cristiana, le risposte prefabbricate ai problemi dell'uomo; nelle Chiese che vivono l'esperienza della fede come novità rivoluzionaria è invece predominante l'annunzio, la testimonianza, il dialogo, la comunicazione di una "buona notizia" che cambia la vita. Ecco un fatto che mi è successo in India nel 1965, per me molto educativo.
Era la vigilia dell'Epifania ed ero stato mandato dal vescovo di Warangal, mons. Alfonso Beretta mio confratello del Pime, a celebrare la Messa in un villaggio cattolico dello stato di Andhra Pradesh dove si parla il "telegu", con la chiesa piena di fedeli. Avevo preparato un bel discorso in inglese, facendo riflessioni sulla festa liturgica e il significato teologico dell'Epifania: il catechista doveva tradurre frase per frase. Ma, mentre andavo avanti nella predica, mi accorgevo che, mentre le mie frasi erano brevi, il catechista parlava a lungo, anzi è andato avanti ancora un po' quando avevo già finito; e poi io non citavo nessun nome proprio, eccetto quelli di Gesù e di Maria, ma il catechista continuava a nominare Baldassarre, Gaspare e Melchiorre. Dopo la Messa gli chiedo come ha tradotto la mia predica e mi risponde:
 «Padre, tu dicevi cose troppo difficili, io non capivo e non sapevo come tradurle. Allora ho raccontato la storia dei tre Re Magi, chi erano, che venivano dall'India e cosa hanno fatto quando sono tornati alle loro case dopo aver visto Gesù. Ma non preoccuparti, ai nostri fedeli la tua predica è piaciuta molto, anche perchè le vicende di Baldassarre, Gaspare e Melchiorre le racconteranno ad altri, anche ai non cristiani».
Quell'episodio mi ha fatto capire una grande verità. Il Vangelo è il racconto di un avvenimento, cioè comunica la "Buona Notizia", e usa un linguaggio estremamente concreto che invita a cambiare vita, a convertirci. Gesù parlava in parabole, raccontava dei fatti che ai suoi tempi potevano anche essere veri: non faceva ragionamenti astratti, disincarnati dall'esistenza quotidiana.
Il tema è vastissimo e complesso. Qui voglio semplicemente comunicare un'esperienza personale che spiega perchè mi sono sentito realizzato come missionario, lavorando nel mondo dei mass-media e nell'animazione missionaria. In vari documenti della CEI si parla di "pastorale della comunicazione" e i documenti ecclesiali su questo tema sono molti (specie dalla fine degli anni ottanta), ma la Chiesa nel suo complesso, almeno così mi pare, non si è ancora adeguata al passaggio da una cultura centrata sulla comunicazione orale e sul contatto personale, ad una cultura formata in gran parte dai mass-media.
Stupisce che la svolta epocale nel campo della comunicazione (specie dopo l'irrompere della televisione) venga recepita dai documenti ecclesiali, ma poi la Chiesa stessa continui a programmare la sua pastorale sostanzialmente con strumenti e linguaggi tradizionali. Ad esempio, l'evangelizzazione viene intesa quasi solo come formazione e conversione dell'individuo, non anche come formazione dell'opinione pubblica, che poi orienta i comportamenti individuali. La scelta quasi esclusiva che in campo ecclesiale si fa ancor oggi degli strumenti formativi a livello individuale o di piccoli gruppi, certo del tutto indispensabili (catechesi, omelia, sacramentalizzazione, stampa pia, gruppi di preghiera, scuola cattolica, associazioni), è volta a conservare i cristiani già "praticanti", ma risulta ben poco incisiva sulla cultura e l'opinione pubblica nazionale.
Anni fa ho riportato integralmente su "Mondo e Missione", da una rivista cattolica indiana ([8]), la lettera di un dirigente del Partito comunista dell'India ad un sacerdote cattolico suo amico. La ripropongo: 

   Secondo noi, comunisti indiani, voi preti cattolici siete indietro di almeno duecento anni. Ignorate tutti i sistemi moderni per diffondere le idee. Con i soldi voi costruite istituzioni, noi stampiamo libri e giornali. Voi aprite scuole e insegnate ai bambini a leggere ed a scrivere, ma poi non date loro nulla da leggere. Noi diamo tutto, dal manifesto murale al giornale, dal libro all'opuscolo adatto ad ogni età e situazione. Voi avete molta stampa pia, ma poca stampa di idee. Voi avete tipografie ma le fate funzionare soprattutto per guadagno, noi per la propaganda. Voi distribuite latte in polvere, noi idee. Voi vi preoccupate di riempire lo stomaco, noi la mente. Voi dite che sono le idee che guidano il mondo e la storia, ma poi non le diffondete. Sul piano delle idee noi comunisti vi abbiamo battuto perchè formiamo l'opinione pubblica, mentre voi ne siete incapaci. Dovreste spendere cento volte di più per la stampa, per il cinema, per la radio e la televisione, per libri, manifesti, opuscoli, schemi di discussione, riviste di qualsiasi tipo; per favorire chi vuol studiare e chi si dedica alla formazione dell'opinione pubblica. 

    "Amo i cinesi, ma ancora non li capisco"     

    Fin dai primi anni del mio sacerdozio, quando vedevo (con sofferenza e nonostante le mie richieste) che la mia partenza per l'India si allontanava, mi sono proposto di fare almeno un viaggio all'estero ogni anno. In passato viaggiavo per "Mondo e Missione" e per i giornali che finanziavano le mie escursioni ([9]); più recentemente, soprattutto per l'Ufficio storico del Pime di cui sono direttore, ma anche per rispondere ad inviti di missionari di vari istituti e congregazioni.
Dopo tante visite ai paesi extra-europei (penso 80-90 e parecchi più di una volta, alcuni anche 8-10 volte), mi sono convinto che noi non comprendiamo i popoli non occidentali. Ne registriamo gli accadimenti politici, economici, militari, culturali, religiosi, artistici e letterari, ma li giudichiamo sempre a partire dalla nostra cultura e situazione politica occidentale: abbiamo un'ottica etnocentrica a cui è molto difficile sfuggire. Ci riescono abbastanza i missionari che passano la vita immersi in un popolo e in un paese che diventa la loro patria; anche se ricordo la confidenza di mons. Lorenzo Bianchi, vissuto più di quarant'anni ad Hong Kong, di cui era stato vescovo (
[10]): 
«Sì, parlo cinese, amo i cinesi e mi vogliono bene, conosco la loro cultura e mentalità, ma ancora non li capisco, i loro sentimenti profondi mi sfuggono. Sono troppo diversi da noi». 
Il proverbio "moglie e buoi dei paesi tuoi" è profondamente vero, ragionando in generale. Ci sono anche, raramente, matrimoni inter-etnici ben riusciti, ma quanti fallimenti! Dalla piccola esperienza che mi sono fatto in Italia, oserei dire che i matrimoni falliti sono la quasi totalità: l'integrazione piena fra due persone che provengono da culture e tradizioni diverse è molto, molto, molto difficile ([11]). Ho conosciuto in Africa una giovane signora italiana sposata ad un africano colto, laureato ed educato in Europa, dal quale ha avuto tre figli. Mi diceva:  «Con mio marito ci vogliamo bene, ma da quando siamo venuti in Africa, il peso della grande famiglia di lui e dei loro costumi e tradizioni diventa insopportabile».
E mi raccontava fatti quasi incredibili, che lei sopportava con vero eroismo. Poi il matrimonio non ha resistito. Questo non significa che dobbiamo chiuderci agli altri popoli: anzi, è vero il contrario. Oggi l'imperativo, nel tempo della globalizzazione, è proprio di aprirci all'altro, al diverso. Ma occorre prendere coscienza che il distacco fra i popoli creato da storie diverse, religioni diverse, culture, mentalità e modi di vita diversi è talmente abissale, che occorre una lunga e faticosa opera di educazione vicendevole solo per incominciare a capirci. Cosa che ancora non avviene nei mass media, nella scuola, nella politica (e avviene poco anche nella Chiesa). Questa è una delle funzioni più importanti che svolgono in Italia la stampa e l'animazione missionaria, la presenza stessa nel nostro paese di reduci e di istituti missionari. 

     In Occidente si idealizzano le culture del terzo mondo 

     Due i centri d'interesse dei miei viaggi in missione: primo, la missione ad gentes e la vita delle giovani Chiese; secondo, la promozione umana e lo sviluppo di un popolo, a partire dai valori locali, che bisogna conoscere e salvaguardare. Il rapporto Nord- Sud del mondo va fondato sulla conoscenza e condivisione reciproca, non sulla politica di potenza, economica e militare. E' il discorso che va emergendo anche nei rapporti fra le Chiese: aiuti di personale e di mezzi economici, ma anche conoscenza reciproca, dare e ricevere esperienze ecclesiali, spirituali, pastorali, missionarie.
Mi è piaciuto il discorso che mi ha fatto padre Luigi Pezzoni, missionario del Pime in India da 37 anni, che ha costruito ospedali, lebbrosari, scuole, case per i poveri, ecc.:
 

    In India quel che conta è il rapporto umano. Quando vado nei villaggi la sera, anche se sono molto stanco e ho ancora parecchio da fare, passo delle ore attorno al fuoco per ascoltare i più poveri. Questo gesto di amicizia e di intimità se lo ricordano per anni. Voi in Italia siete troppo preoccupati delle cose da fare, del denaro, degli aspetti strutturali e giuridici di ogni istituzione. In India ho imparato l'attenzione alle persone, soprattutto ai poveri, ai piccoli: è un valore di fondo che dovete riscoprire, se volete tirarvi fuori da questa crisi morale... 

    D'altra parte non si può nemmeno idealizzare il "terzo mondo", facendone una proiezione ideologica delle nostre insoddisfazioni e dei nostri sogni utopici. Tutto ciò che è umano è ambiguo, ha aspetti positivi e negativi. Solo Dio è assoluto, le culture umane sono tutte relative. Nella stessa India, che colpisce per non pochi valori religiosi e umani, mi è capitato questo fatto (e potrei citarne tanti altri).
A Benares (Varanasi), città santa dell'Induismo con una incredibile quantità di templi agli dei e dee del pantheon indiano, le strade sono affollate di devoti pellegrini che vengono da ogni parte del paese per purificarsi con un bagno nel Gange, il fiume sacro (Jamuna). Dalla parte opposta della via in cui cammino con altri due missionari (era il 1964), un uomo cade sul marcapiede, svenuto. Forse per il caldo torrido, forse per la fame o la sete. Prima che giungiamo a lui per sollevarlo e aiutarlo a riprendersi, una decina e più di pellegrini gli passano di fianco. Alcuni addirittura lo scavalcano, me nessuno si ferma a guardarlo né si china su di lui. Se fosse un pezzo di legno buttato di traverso sul marciapiede, non si comporterebbero diversamente. Ecco un fatto che mi aveva scandalizzato, ma che era considerato normale nella cultura indiana (ciascuno ha il suo "karma"). Naturalmente, anche in India oggi tutto cambia, ma è solo per dare un'idea di una cultura completamente diversa dalla nostra.
In Occidente, per mancanza di conoscenza diretta ed esperienziale, si idealizzano il "terzo mondo" e le sue culture-religioni. Non si tien conto della realtà profonda che è segnata dal "paganesimo", cioè dall'assenza, senza loro colpa, della rivelazione dell'unico Dio, che perdona e ama tutti gli uomini come un Padre: manca il concetto del valore assoluto dell'uomo, dell'eguaglianza di tutti gli uomini creati dallo stesso Padre, del perdono e dell'amore gratuito, ecc. Prevalgono mentalità conservatrici, strutture sociali ingiuste, religioni disincarnate dalla vita (la credenza nella rinascita in tante vite successive porta a questo!), culture che non hanno il senso del progresso, del mondo migliore da costruire e sono rivolte non al futuro ma al passato. Un missionario in Bangladesh, che ha lavorato molto in campo sociale, mi diceva:
 

    Il sottosviluppo di questo popolo ha radici profonde. Quel che ti scoraggia è che le mentalità cambiano molto lentamente, anzi ti sembra che siano ferme. Le loro religioni e culture sono statiche, senza futuro, senza speranza. Io pensavo che la povertà del Bengala fosse dovuta principalmente allo sfruttamento coloniale operato dall'Inghilterra, ma vivendo a contatto con la gente ho dovuto convincermi che ci sono altri motivi ben più profondi e difficili da superare. Anche nei piccoli villaggi ci sono tali divisioni di caste, clan e famiglie, mentalità chiuse ad ogni novità, invidie e vendette per chi emerge, che è molto difficile varare qualche progetto di sviluppo e portarlo a termine  come previsto. Non solo per mancanza di conoscenze tecniche: come può esserci progresso se tutte le cose nuove sono soffocate perchè le mentalità, le credenze, lo stile di vita le respingono? 

    Le cose naturalmente evolvono anche in Bangladesh. La citazione riportata sopra è del primo viaggio nel 1964! Sono ritornato nel 2001 e ho visto una situazione umana molto migliorata. Ma voglio dire che, nel contatto con i popoli altri, la realtà profonda non è facile da scoprire perchè attiene al campo religioso-culturale. Dopo quarant'anni da quando si è "scoperta" la fame nel mondo (la prima campagna della Fao è del 1960) ancora ci chiediamo come noi, popoli ricchi, evoluti e democratici, possiamo aiutare i popoli poveri. La lunga esperienza di missione fra i non cristiani dovrebbe aver maturato nel mondo missionario italiano e nella Chiesa una risposta abbastanza precisa a questo interrogativo. Invece si danno letture del "terzo mondo" radicalmente opposte. Possibile che, con il dialogo e il confronto sincero, non si riesca ad andare d'accordo? Ma esiste davvero la volontà di dialogare e di promuovere campagne con un minimo di intesa sui contenuti? 

    "Non come illuminiamo, ma come siamo luce" 

    Nell'intervista ad un giornale cattolico, il card. Carlo Maria Martini alla domanda: "Come riuscire a far passare il Vangelo nella società moderna?" così rispondeva ([12]): «Il Signore ci chiede non di riuscire, ma di essere. Prima di tutto ci chiama ad essere evangelo, ad esprimere nella nostra vita, come persone e come comunità cristiana, quei valori che non possono non illuminare, non essere luce tra le tenebre. Quindi dobbiamo domandarci non in che maniera illuminiamo, ma in che modo siamo luce». 
Questo vale per tutti i credenti in Cristo, tanto più per chi esercita una professione difficile e rischiosa, dal punto di vista della fede, come il giornalismo. Se non c'è un forte amore a Cristo e alla Chiesa, una forte identità cristiana, è impossibile "essere luce" e comunicare l'esperienza di Dio attraverso lo scritto e la parola. Mi hanno ispirato molto, nella mia professione, alcune lettere ai missionari del beato padre Paolo Manna sulla missione del giornalista e dell'animatore missionario ([13]), così come ho meditato e citato spesso le parole rivolte da Paolo VI ai giornalisti cattolici ([14]): 

   Il vostro compito non è tanto quello dell'informazione, quanto della formazione... Essere maestri di vita, non soltanto informatori; non soltanto di quelli che divertono per la curiosità o l'eccezionalità di notizie... Ripeto, dei formatori, della gente che estrae, che fa nasce le energie morali. Colui che legge deve sentirsi impressionato e quasi attratto dalla bellezza del tema che voi proponete e che sapete rappresentare e trattare... Il giornalista cattolico è un predicatore che parla attraverso un foglio stampato... un profeta che vuole dirigere sulle buone vie coloro che gli danno ascolto. 

    Molti anni fa Giovanni Papini pubblicava un saggio intitolato "Lo scrittore come maestro", che suscitò vivaci proteste nell'accademia dell'immediato dopoguerra, quando si intendevano lo scrittore e il giornalista come professionisti del pensiero e dell'informazione, neutrali di fronte al bene e al male per non essere condizionati. Ma Papini affermava che chi scrive finisce sempre, volente o nolente, per essere un maestro, nel bene o nel male. Quindi ha una responsabilità morale non indifferente di cui dovrà rendere conto a Dio. Ecco perchè il cattolico che fa del giornalismo deve intenderlo come come una "missione" (questo vale per qualsiasi professione!): in caso contrario si verifica in lui quella scissione tra fede e vita così comune nel nostro tempo secolarizzato!
Vissuto in questa luce di "missione", il giornalismo cattolico è necessariamente una contro-informazione, perchè ha altri criteri di giudizio che non sono quelli correnti che appiattiscono le pagine dei giornali. L'amico Raimondo Manzini scriveva ([15]): «Il giornalismo cattolico è sempre opposizione. Intendo dire opposizione al mondo, allo spirito del mondo, alle sue banali quanto effimere passioni, ai trionfi transitori, alle sue imposizioni egoistiche». 
Per far ciò, il giornalista cattolico dev'essere vitalmente ancorato a Cristo e alla Chiesa, il che vuol dire, ancora una volta, andare contro-corrente rispetto alle passioni e opinioni del giorno, spesso anti-evangeliche. Questo è indispensabile anche nel giornalismo missionario, importante nella formazione di un'opinione pubblica ecclesiale vivace, senza la quale non si può nemmeno evangelizzare ad extra (lo diceva Pio XII all'inizio degli anni cinquanta). Il Concilio Vaticano II ha messo in moto, anche in Italia, la partecipazione dei laici, la condivisione delle decisioni, il dibattito all'interno della Chiesa, anche se poi, per intemperanze e difficoltà varie, si è attenuato con l'andare del tempo.
Oggi pare di notare una certa frattura fra la "Chiesa che agisce" e la "Chiesa che pensa": una ha scarso influsso sull'altra e viceversa. La "Chiesa che pensa" (facoltà universitarie, scrittori, teologi, riviste di cultura, giornalisti) rischia di allontanarsi dal corpo ecclesiale e di diventare un intellettualismo staccato dalla vita, ghetto di élite che perde il senso comunitario della fede e inevitabilmente si politicizza, attratto dalle mode culturali e ideologiche del momento. La "Chiesa che agisce" rischia di privarsi dei fermenti innovatori, più preoccupata di difendere i "piccoli nella fede" che di rinnovarsi nei metodi e nello spirito per entrare in dialogo con i non credenti e i non praticanti, al fine di annunziare Cristo.
Con "Mondo e Missione" (sono stato direttore del 1959 al 1994) ho cercato di mantenere una linea di fedeltà alla Chiesa in tutte le sue indicazioni; di non vergognarmi mai della fede, convinto che il dialogo con i lontani parte da una nostra precisa e vissuta identità; ma anche di mantenere attenzione vigile e cordiale a tutte le novità, accogliendo le esperienze di frontiera e assumendo i valori delle altre culture e religioni. In Italia siamo stati i primi, noi di "Mondo e Missione", già negli anni cinquanta (allora la rivista era "Le Missioni Cattoliche"), a pubblicare rubriche mensili e studi sull'ecumenismo e le religioni non cristiane; e negli anni sessanta a parlare di "quello che ci insegnano le giovani Chiese" e sui "valori del terzo mondo", discorsi allora quasi sconosciuti.
Quando all'inizio degli anni settanta la rivista scriveva che bisogna presentare "la cooperazione missionaria come un dare e un ricevere ed insistere forse più sul ricevere che sul dare"; e poi che bisogna "andare a scuola dalle giovani Chiese", la cosa suscitò dibattito e qualcuno ci accusò presso la CEI di seguire una linea non ecclesiale... Fu facile dimostrare il contrario. Così come, qualche anno prima dovetti spiegare al card. Marella, del Segretariato per il dialogo con i non cristiani, gli intendimenti della rivista riguardo alle religioni non cristiane, che sembravano poco ortodossi.
Ma tutto questo (e altro ancora) non causò mai nella rivista fratture o "contestazione" o allontanamento anche psicologico dalla Chiesa, dai suoi pastori e dalle sue strutture di gestione; convinti che è possibile fare un servizio solo rimanendo chiaramente all'interno della Chiesa: chi se ne allontana con "fughe in avanti" (o indietro?), perde i contatti col corpo ecclesiale che avanza, lentamente ma con sicurezza, nella via che i piani di Dio gli hanno segnato.  

     Andare a vedere come vive e cosa pensa la gente 

     Ho sempre pensato che il punto di partenza del missionario giornalista è l'ascolto del terzo mondo, delle giovani Chiese, dei missionari; la passione per i popoli altri. Sono convinto, e l'ho scritto più volte, che la funzione più attuale del missionario è di essere "ponte fra le culture e i popoli" e fra le Chiese locali, giovani e antiche. Annunziando Cristo con la vita e la parola, il missionario crea quella corrente di conoscenza, di scambio, di comprensione, di educazione vicendevole, di aiuto fra i popoli, fondamentale per la soluzione dei grandi problemi che oggi angosciano l'umanità: pace, giustizia internazionale, lotta alla fame e al sottosviluppo, affermazione dei diritti dell'uomo e della donna, della democrazia, della libertà, ecc.
Purtroppo, raramente i missionari hanno il dono della comunicazione: vivono esperienze a volte profonde di condivisione con i popoli, ma non hanno le occasioni per trasmettere le ricchezze accumulate in una vita donata agli altri; quando ritornano in patria sono richiesti di parlare sui temi che interessano in Italia (adozioni, fame e miserie, multinazionali, ingiustizie nel commercio internazionale, ecc.), non di raccontare la loro esperienza di evangelizzatori nel mondo non cristiano e di scambi culturali che hanno realizzato. Ecco perchè fin dall'inizio della mia militanza missionario-giornalistica, ho capito che non potevo restarmene seduto al tavolo di lavoro e di studio. Oltre ai viaggi, cerco il contatto con i reduci dalle missioni, corrispondenze con missionari e membri delle Chiese locali, lettura sistematica della stampa e dalle agenzie che riceviamo in redazione dai continenti extra-europei.
Non è stato facile orientare il giornalismo missionario nella linea indicatami da padre G.B. Tragella e dalla tradizione del Pime. Da un lato era di ostacolo la mentalità che si può definire tradizionalista ("Noi siamo i maestri della fede, gli altri non hanno nulla da insegnarci"); dall'altro la tentazione di lasciarsi andare ad un certo "terzomondismo", dominante in Italia a partire dalla fine degli anni sessanta, forse come conseguenza del "Sessantotto": l'ideologia nichilista che l'Occidente cristiano non ha nulla da insegnare agli altri popoli, deve solo pentirsi dei propri crimini e aiutare. Con "Mondo e Missione" e l'altra stampa del Pime abbiamo cercato di realizzare un giornalismo che viene dalla vita e vuol rappresentare le realtà dei popoli altri: i protagonisti sono i popoli e le Chiese del "terzo mondo", i missionari, non il giornalista sia pure missionario.
Ho sempre viaggiato e inviato i redattori a contatto con le missioni e i popoli. Così, fin dal primo anno dopo il sacerdozio, mi sono proposto di fare almeno un viaggio all'anno, prima nei paesi d'Europa, poi nel terzo mondo: all'inizio con notevoli difficoltà economiche, ma subito con l'entusiasmo di scoprire sempre nuovi paesi, nuovi popoli, le Chiese giovani. E' un entusiasmo che con l'aiuto di Dio non ho ancora perso, anche se la fatica del viaggiare aumenta e si abbreviano i tempi che ho a disposizione (ho più impegni in Italia oggi che cinquant'anni fa): all'inizio restavo all'estero due-tre mesi, oggi mi devo accontentare di un mese, un mese e mezzo al massimo. Mi piace fare visite geograficamente limitate: se vado un mese in Bangladesh, resisto alla tentazione di passare anche dall'Iran o dall'India. Più si resta in un paese e meglio lo si capisce.
In genere preparo i viaggi molto tempo prima: ricevo inviti, scrivo per ottenere incontri e itinerari, mi assicuro di avere accompagnatori e interpreti, qualche volta (se possibile) vado con chi può aiutarmi: in Birmania nel gennaio 1982 sono andato col prof. padre Armando Rizza, mio confratello del Pime che insegnava lingua italiana all'università di Rangoon, molto pratico dell'ambiente birmano. Così abbiamo ottenuto un visto di 14 giorni mentre il governo, a quel tempo, concedeva solo una settimana.
Prima di partire mi leggo libri e riviste sul paese e la Chiesa che devo visitare, scrivo decine di schede con citazioni di dati, di fatti, di situazioni, da verificare sul posto. In genere torno da queste visite con le valigie pieni di libri e documenti: compero tutto quello che penso può interessare la nostra biblioteca; non i libri stampati in Occidente, ma quelli locali, i numeri unici, i documenti governativi, delle Chiese, delle religioni. Il dramma del ritorno è di avere 40-50 o anche più chilogrammi di libri da portare con me. Non sempre mi fido di mandarli per posta: a volte ho dovuto farlo, ma ho anche perso qualche pacco. Sono riuscito a non pagare mai la sopratassa per eccesso di peso. Tornando l'ultima volta da Johannesburg, con l'aiuto di un missionario servita, mi hanno messo gratis nel bagagliaio tre valigie per 65 Kg. complessivi: ho fatto vedere che portavo in Italia, per una biblioteca di Milano, tutti libri sul Sud Africa e il dirigente della S.A.A. si è convinto (South African Airways).
Partendo ho già un programma abbastanza preciso da svolgere. In genere non m'interessano i luoghi turistici e nemmeno avere interviste da capi di stato o da personalità del mondo politico o ecclesiastico. Programmo qualche intervista solo dopo aver visitato il paese, per poter fare domande precise. Quello che più mi interessa è di vedere come vive e cosa pensa la gente, quali sono i loro problemi, le loro speranze, le mentalità, i sistemi di vita familiare, sociale, religiosa. E' sempre molto difficile entrare in contatto intimo con le persone di altri paesi: più si scende in basso nella scala sociale, più si va dalla città ai villaggi o alle periferie più povere, e più aumentano le difficoltà di capire e farsi capire. Rimangono sempre le barriere della lingua, della cultura, della mentalità: bisogna essere accompagnati da chi vive sul posto, da chi ha già fatto l'enorme fatica di superare queste barriere e può guidare alla comprensione di realtà umane così diverse.
Avevo già studiato l'islam all'università e leggendo tanti libri, ma solo quando ho visitato alcuni villaggi islamici in Pakistan, solo quando sono stato in Bangladesh, Somalia, Marocco, Ciad, Turchia, Siria, Sudan e altri paesi islamici, lo spirito dell'islam mi è entrato dentro, a livello di esperienza sia pur minima.
Giornali e televisione ci portano ogni giorno notizie di guerriglie qua e là per il mondo, ma le esperienze che ho avuto mi hanno dato impressioni molto più precise di che cos'è una guerra: è il peggio del peggio che può capitare ad un popolo. Quante volte sono passato dentro una guerra, venendone anche coinvolto da sparatorie e bombardamenti! Vietnam, Cambogia, Angola, Salvador, Uganda, Namibia, Nicaragua, Mozambico, Ciad, Congo, Ruanda, Burundi, Zimbabwe, Etiopia, Eritrea, Birmania, Filippine, frontiere dell'Afghanistan... e forse ne dimentico qualcuna. Mai potrò dimenticare (per non parlare del Vietnam!) i cumuli di cadaveri straziati che i camions della nettezza urbana scaricavano al mattino all'incineritore dell'ospedale di Luanda, i villaggi bruciati, il lezzo dolciastro attorno alle fosse comuni di corpi non sepolti, in Angola, in Ruanda, in Uganda...
 

    Il "terzo mondo" è diverso da come lo immaginiamo 

         Ma queste sono situazioni d'emergenza, che però nel terzo mondo, specie in Africa, stanno diventando troppo abituali! Quello che più m'interessa è la vita dei popoli, la cultura, le mentalità, le religioni. Dopo tanti anni di giornalismo nel Sud del mondo, sono convinto che noi non comprendiamo i popoli poveri: li giudichiamo sempre a partire dai rapporti con noi (commercio, politica internazionale, materie prime, turismo), ma la vera vita ci sfugge, viene trascurata, giudicata irrilevante. Non sarà mai possibile entrare in comunicazione e in comunione con popoli così diversi, se non ci sarà più attenzione alla loro vita interna, culturale, sociale, religiosa. Questa è una delle funzioni più importanti che la stampa missionaria può svolgere.
Nel programmare i viaggi metto sempre in primo piano le esperienze di vita e il dialogo con la gente del posto: alcuni giorni o anche solo una giornata spesi in un villaggio, in un monastero indù, in un quartiere di baraccati alla periferia di Mumbai (Bombay), lasciano dell'India un'immagine più viva, che non un'intervista col primo ministro (ammesso che sia facile ottenerla!) o un giro nei luoghi turistici più celebrati. In Sud Africa ho potuto costatare i danni soprattutto psicologici dell'apartheid andando con i padri Oblati di Maria Immacolata nella parrocchia "Regina Mundi" (quella di cui aveva messo la prima pietra il card. Montini nel 1962) a Soweto (periferia di Johannesburg), e nella "township" nera di Langa alla periferia di Città del Capo con i missionari della Consolata; poi ho visitato anche le università per neri, gli ospedali, le fabbriche, alcune aziende agricole dirette da neri. Nelle Filippine mi sono spinto fin nel profondo di Mindanao, nei luoghi della guerriglia islamica, e nelle campagne di Luzon.
In Messico ho viaggiato per 25 giorni con un padre comboniano messicano in diverse regioni del sud, facendo più di 3.000 Km. in auto (il superiore messicano dei comboniani cercava una missione fra gli indios per i suoi missionari), fermandoci nei villaggi, visitando parroci e vescovi, regioni degli indios: fra le quali la diocesi di San Cristobal de las Casas nello stato di Chiapas, quella del mitico vescovo Samuel Ruiz, che ci aveva accompagnato fra i suoi indios Chamula, dove poi è scoppiata la rivolta del "comandante Marcos". In Angola ho percorso il paese da nord a sud in auto, con un cappuccino italiano, negli ultimi mesi della presenza portoghese: in Italia si esaltava l'indipendenza del paese, sul posto c'era guerra aperta fra i tre "movimenti di liberazione" (Mpla, Flna, Unita), con massacri inauditi che mai i portoghesi avevano compiuto.
In Brasile sono stato due giorni in un lebbrosario ed ho fatto sette giorni sul Rio Oyapoque (che divide il paese della Guyana francese) e sui suoi affluenti (Rio Curipi, Rio Cumarumà): eravamo su un barcone militare carico di caboclos e di indios, che si fermava in tanti piccoli villaggi; poi sono stato nelle parrocchie alla periferia di S. Paulo e di Manaus, visitando le "favelas", sperimentando in concreto la miseria e la rassegnata bontà della povera gente.
In Papua Nuova Guinea ho visitato isole dove solo adesso la gente incomincia ad uscire dalla preistoria, ed ho percorso in auto (con l'attuale vescovo di Goroka, il vicentino mons. Francesco Sarego, S.V.D.) l'unica strada degli altopiani (nell'isola di Nuova Guinea) dove già ci sono cittadine evolute e scuole di buon livello; ma nell'interno vi sono regioni non ancora esplorate, che sulle mappe geografiche australiane, molto particolareggiate e realizzate sulla base di riprese aeree, sono segnate in bianco con questa scritta: "Quando volavamo su questa regione c'erano le nubi".
In Argentina ho sentito i racconti drammatici di parenti ed amici dei "desaparecidos": fra gli altri un parroco di Buenos Aires che mi raccontava come, in un certo periodo di tempo, quasi ogni giorno le onde del mare, nella sua parrocchia, vomitavano sulla spiaggia corpi di gente scomparsa e gettata in mare, legata, dagli aerei. In Uruguay mi dicevano che, durante la dittatura militare, quando scompariva una persona e pareva chiaro che l'avevano fermata i militari, era pericoloso chiedere notizie alla polizia, perchè si veniva sospettati di connivenza con l'arrestato e poteva finire male: se uno scompariva, pazienza, era meglio dimenticarlo!
A Cuba invece, nel 1970, ho sperimentato sei giorni di fermo in un albergo cittadino perchè ero entrato nel paese senza il permesso, quando l'accordo fra Italia e Cuba era il libero scambio di persone e di merci: ma si veniva dall'Italia solo attraverso "Unità-Vacanze", che non dava permessi a giornalisti come il sottoscritto. Per intervento del nunzio apostolico mons. Cesare Zacchi, ogni mattino ero accompagnato da una guardia ad una parrocchia vicina per celebrare la messa, durante il giorno non potevo uscire dall'albergo. Poi, per intervento dell'ambasciatore italiano, mi hanno concesso un'auto con autista e "guida" e ho potuto visitare l'isola.
La prima volta che sono stato in Cina, nel 1973, nel tempo della "rivoluzione culturale", ero entrato come membro della commissione di una grande "multinazionale" italiana, che aveva affari in Cina ed esponeva alla Fiera di Canton. Mi alzavo alle due-tre di notte per celebrare la messa nella mia cameretta d'albergo... In Nicaragua, ai tempi dei dittatore Somoza, in una cittadina dove c'era un sacerdote italiano, la parrocchia era vicina alla caserma dei militari e a volte si sentivano le urla dei prigionieri torturati perchè parlassero...
Ma non la finirei più anche solo di accennare ai paesi e alle varietà di situazioni che ho verificato. Il mio scopo è stato sempre lo stesso: entrare in contatto il più possibile intimo, umano, al di fuori di ogni schematismo, con la gente e con i problemi più vivi del posto, per poter poi giudicare anche i grandi avvenimenti politici. Spesso si ha un'idea più profonda della realtà, che in Italia non era accettata. Quando andai in Cile, nell'estate 1972, la stampa italiana (ed europea) era corale negli elogi al governo di Allende, che veniva esaltato come un autentico successo del "socialismo nella libertà"; l'unico pericolo, si diceva, è quello delle "multinazionali" americane.
Visitando il Cile, parlando con la gente comune e osservando la vita quotidiana, si vedeva subito che quell'esperienza "socialista" era destinata al fallimento per macroscopici errori interni, ben prima e ben più che per i ricatti americani. In due anni la produttività agricola (dopo la riforma agraria) era scesa di un terzo, quella industriale del 40%, quella mineraria ("el sueldo de Cile", diceva Allende) del 60%: manifestazioni e scioperi quotidiani, guerriglia urbana (condotta da formazioni di estrema sinistra e di estrema destra), nazionalizzazioni affrettate, fuga dal paese di tecnici e di professionisti e di capitali cileni...
Due impressioni vive di quel mese in Cile: primo la gente comune era stanca di dover fare la coda per comperare pane e generi di prima necessità in un paese come il Cile che viveva ad un livello quasi europeo; secondo, la millantata democrazia cilena stava morendo: nasceva un regime socialista che a poco a poco soffocava le libertà. Esempi: nazionalizzazione di giornali, case editrici e radio, imposizioni di testi scolastici a indirizzo unico, progressiva unificazione dei sindacati sotto un'unica centrale governativa, primi arresti di oppositori e giornalisti, chiusura delle radio e di alcuni giornali cattolici. La Chiesa protestava e mi stupiva che in Italia la voce di quei vescovi non era conosciuta o riportata.
Tornando in Italia scrissi, circa un anno prima del colpo di stato (11 settembre 1973), che Allende sarebbe crollato per la guerra civile interna e un probabile colpo di stato militare (che non pochi invocavano). La stampa internazionale sosteneva che questo era impossibile perchè le forze armate cilene avevano una lunga tradizione di fedeltà al governo; ma il clima di insofferenza popolare era tale che portava a questo sbocco e fra la gente non pochi lo prevedevano. Basti dire che nel luglio 1972, secondo dati governativi, in Cile si erano avuti 42 "scontri a fuoco con effusione di sangue" fra le forze di polizia e gruppi di ribelli, di scioperanti, di manifestanti violenti... Il dramma di Allende era di essere attaccato tanto da movimenti di destra, che da quelli estremisti di sinistra!
 

    Anche il terzo mondo ha bisogno di Cristo 

         Due i temi dominanti dei miei viaggi nel terzo mondo: la vita delle giovani Chiese e la promozione umana, a partire dai valori locali che bisogna salvaguardare e conoscere e da cui noi dobbiamo imparare, se si vuole creare un mondo fraterno, in cui ciascuno porta il suo contributo.
Il rapporto fra ricchi e poveri del mondo va fondato sui valori umanizzanti, non sulla potenza economica o politica. E' il discorso che sta emergendo anche nel rapporto fra le Chiese: aiuti economici e di personale sì, ma anzitutto conoscenza reciproca, dare e ricevere esperienze ecclesiali, pastorali, spirituali. Quando visito le missioni e le giovani Chiese ricevo spesso richieste di aiuti economici per scuole, catechistati, cappelle, lebbrosari, ospedali, ecc. Faccio quel che posso per aiutare, ma mi è piaciuto il discorso fattomi in Pakistan dal card. Cordeiro, arcivescovo di Karachi, al quale avevo chiesto cosa può fare la Chiesa per quella pakistana:  
«"Non vogliamo aiuti economici senza condivisione delle nostre situazioni, senza dialogo"; e invitava i vescovi italiani a visitare la Chiesa del Pakistan, per poter stabilire una relazione di reciproco arricchimento.»
I missionari ripetono spesso: l'ostacolo maggiore allo sviluppo dell'uomo, nelle culture non cristiane, è la mancanza dei valori di base che fondano l'autentico progresso umano (valore assoluto della persona, Dio Padre di tutti e quindi uguaglianza di tutti gli uomini, dominio della natura creata per servire all'uomo, senso del perdono, della carità gratuita verso lo sconosciuto, ecc.). Questi valori, che vengono solo dalla Rivelazione di Dio (non sono frutto di "scoperte" del mondo occidentale!), rappresentano il tesoro più grande che noi cristiani portiamo ad altri popoli.
In conclusione, il contatto frequente con le giovani Chiese mi convince in modo concreto di un dato che viene dalla fede: Gesù Cristo è davvero l'unico salvatore, l'unico "liberatore" degli uomini. E' vero che spesso noi cristiani testimoniamo nella nostra vita il modello opposto a quello di Cristo, ma questo non è un motivo per lasciarci intristire dalle nostre infedeltà: anzi, proprio ritrovando lo slancio missionario, ritroveremo anche le vie per ritornare a Cristo. Il compito dell'animazione e della stampa missionaria, mi pare di poter dire a conclusione della mia piccola esperienza, è appunto quello di ricordare continuamente alle nostre antiche Chiese e all'Occidente cristiano due verità che si integrano a vicenda:

         1) Non c'è soluzione alla nostra crisi di civiltà se non nella missione: siamo in crisi perché poco cristiani e siamo poco cristiani perché abbiamo perso l'identità della fede e il senso missionario della vita cristiana: la coscienza che il dono della fede ricevuto gratuitamente da Dio dobbiamo comunicarlo agli altri popoli. La missione non è imposizione, ma dialogo di valori: testimoniare la fede e il modello di Cristo ai non cristiani, disponibili ad accogliere e ad assumere le ricchezze umanizzanti dei popoli.

         2) La salvezza delle culture non cristiane, la liberazione anche umana dei popoli del terzo mondo (lotta alla fame e al sottosviluppo, progresso delle loro società, ecc.) viene dal Vangelo, dalla Rivelazione della paternità di Dio, dal modello divino-umano di Cristo. Passando attraverso il vaglio del modello evangelico, le culture ed i popoli sono purificati e si salvano rimanendo se stessi. Il contributo più grande che possiamo portare ai popoli poveri è l'annuncio e la testimonianza di Cristo. La vocazione missionaria - bisogna dirlo soprattutto ai giovani - è esaltante perché da un senso di pienezza alla vita, il senso di essere utili agli altri. Vissuta con entusiasmo, pur nella fatica della fedeltà quotidiana, riempie di gioia.    

 


[1]. Sui miei genitori ho pubblicato: "Il testamento del capitano - Lettere di mio padre Giovanni disperso in Russia", Prefazione di Giorgio Torelli, San Paolo 2002, pagg. 210.

[2]. Papà Giovanni era richiamato in quell'anno alle armi e partiva poi per la campagna di Russia; mamma Rosetta era morta a Tronzano il 26 ottobre 1934 di polmonite e con due gemelli che non sono sopravvissuti, quando io avevo cinque anni, Franco quattro e Mario tre.

[3]. Bignardi P. "Animatori per la catechesi degli adulti", in "Presenza pastorale", novembre 1979, pag. 71.

[4]. Lettera all'arcivescovo di Québec, A.A.S., 1908, pag. 193. Oggi bisognerebbe aggiungere la televisione, i dibattiti culturali, le campagne d'opinione pubblica!

[5]. "Il Focolare, Mensile dell'Opera della Divina Provvidenza Madonnina del Grappa", Firenze, aprile 1999, pag. 6.

[6]. "Evangelii nuntiandi, n. 20.

[7]. "Sapientia christiana", nn. 1-2.

[8]. "Vidyajoti", rivista teologica per il clero cattolico dell'India, in "Mondo e Missione" 1975, pag. 430.

[9]. Ho collaborato con vari quotidiani: L'Italia, Avvenire d'Italia, Avvenire, L'Osservatore Romano, L'Eco di Bergamo, Il Cittadino (Genova), L'Ordine (Como), Il Giornale, La Voce, Il Corriere della Sera; settimanali: Famiglia Cristiana, Il Sabato, Gente, Epoca, Oggi, Tempi, Vita; e con numerose riviste mensili e radio-televisioni.

[10]. Gheddo P., "Lorenzo Bianchi di Hong Kong", De Agostini, 1988, pagg. 260.

[11]. In Francia dall'inchiesta fatta da un organismo della conferenza episcopale sui matrimoni misti fra una donna cristiana e un uomo musulmano, risulta che più il 90% sono falliti nei primi dieci anni dopo le nozze.

[12]. In "Luce" (inserto diocesano), Varese, 31 gennaio 1982.

[13]. Manna P., "Virtù apostoliche - Lettere ai missionari", Emi 1997, pagg. 460.

[14]. Discorso del 9 luglio 1977 al congresso della FISC (Federazione italiana settimanali cattolici), cit. in "Una stampa per l'Uomo", numero speciale del "Notiziario Fisc", ottobre 1977.

[15]. Intervista in "Bollettino quotidiano della Radio Vaticana", 10 maggio 1975.