PICCOLI GRANDI LIBRI    PIERO GHEDDO
LA MISSIONE CONTINUA
Mezzo secolo a servizio della Chiesa e del terzo mondo

SAN PAOLO

PREFAZIONE di mons. Renato Corti, Vescovo di Novara PRESENTAZIONE di P. Piero Gheddo

Capitolo I:
MISSIONARIO PERCHÉ?

Sono nato nel tempo delle certezze
Giornalista e «perito» del Vaticano II
Genesi laboriosa dell'Ad Gentes
«Lo Spirito Santo c'è davvero!»
Diverse concezioni della «missione alle genti»
Perdita d'identità della «missione alle genti»
«Il socialismo è l'unica speranza dei poveri»
Divisioni e contrasti nel mondo missionario
La vera liberazione dell'uomo viene da Cristo
«La necessità di un annunzio esplicito»
«La missione alle genti è appena agli inizi»
«La fede si rafforza donandola!»

 

 

Capitolo II:
I MIEI CINQUANT'ANNI DI MISSIONE

Capitolo III:
LA MISSIONE NASCE DALL' AMORE DI CRISTO

Capitolo IV:
DALLE MISSIONI ESTERE ALLE CHIESE LOCALI

Capitolo V:
IL VANGELO E LE CULTURE NON CRISTIANE

Capitolo VI:
IL DIALOGO CON LE RELIGIONI NON CRISTIANE

Capitolo VII:
IL CRISTIANESIMO PROMUOVE LO SVILUPPO DELL'UOMO

Capitolo VIII:
L'ANIMAZIONE MISSIONARIA IN ITALIA

Capitolo IX:
PRETI CON PASSIONE MISSIONARIA

Capitolo X:
QUALE FUTURO PER LA MISSIONE ALLE GENTI?

 

CAP. II - I MIEI CINQUANT'ANNI DI MISSIONE 

    Com'era la missione cinquant'anni fa quando sono diventato sacerdote e com'è oggi? Come si è evoluto il concetto di missione alle genti, come sono cambiati i metodi d'approccio ai non cristiani? Quali crisi hanno attraversato l'ideale e l'attività missionaria e come ne sono usciti? A volte, ripensando alla mia vita, mi stupisco di quanti capovolgimenti ho vissuto senza che le certezze di fondo della fede ne soffrissero: tutto cambia attorno a me, ma il Signore mi ha conservato la fede. Lo ringrazio pieno di commozione. 

     Sono nato nel tempo delle certezze 

     Entrato in seminario a Vercelli nel settembre 1940 e ordinato sacerdote nel Pime il 28 giugno 1953, la mia formazione si è svolta nel tempo delle certezze: non esistevano dubbi, almeno in me, né sulla fede né sulla missione e nemmeno sull'autorità del Papa e dei miei superiori. Ricordo che ragionavo, da ragazzo educato nella fede dall'Azione cattolica e dalla famiglia, su questo fatto: la vita, pensavo, è tutta un mistero di cui noi non comprendiamo quasi nulla; l'unica cosa sicura è l'amore e la volontà del Padreterno, manifestata nelle forme proprie dall'autorità ecclesiastica. A distanza di sessanta e più anni, ringrazio il Signore che mi faceva ragionare bene.
Due volte nella mia vita ho obbedito con grande sacrificio e la forte tentazione di percorrere altre vie: quando all'inizio del mio sacerdozio (1953), nonostante le promesse, non mi mandavano mai in missione e qualcuno mi diceva: "Vuoi davvero andare in missione? Combina qualcosa di grosso e ci vai subito"; e quando, nel 1994, sono stato spostato da Milano a Roma, mentre ero nel pieno dell'attività giornalistica e a Roma non capivo nemmeno bene cosa avrei dovuto fare (pareva a molti una punizione, non so per quale motivo). Anche questa volta ho avuto la tentazione di ribellarmi, di non obbedire, tanto il comando pareva assurdo a me e a molti altri. Ma debbo dire che ambedue le volte l'obbedienza si è rivelata, a distanza di tempo, la scelta giusta anche per la mia, come dire, realizzazione personale, oltre che per l'istituto. 
Sono riconoscentissimo a Dio di essere nato nel tempo delle certezze, per la formazione religiosa e sacerdotale e per gli esempi ricevuti nella mia famiglia e nel Pime. Fra i tanti, ricordo ancora specialmente padre G.B. Tragella (1885-1968), perchè è stato uno dei missionari anziani che ho seguito e amato di più (
[1]). Era un progressista in campo teologico: ancora chierico e giovane prete nella sua diocesi di Genova, era stato profondamente segnato (come raccontava lui stesso) dalla polemica anti-modernista contro l'arcivescovo mons. Pulciano e padre Semeria; inoltre, per i suoi viaggi e le sue letture in tedesco, inglese e francese, intuiva che il futuro della Chiesa e delle missioni andava nel senso indicato dai vari movimenti di rinnovamento ecclesiale, di cui era fervido fautore: biblico, teologico, liturgico, ecumenico (Tragella era storico e teologo più che giornalista).
Nelle conversazioni private con chi sapeva di potersi fidare lamentava a volte l'arretratezza degli studi biblico-teologico-ecumenici in Italia, la rigidità della curia romana e di non pochi vescovi, l'eccessiva lentezza delle riforme. Per quanto dipendeva da lui, faceva la sua parte di stimolo all'interno del Pime e nella Chiesa italiana (scriveva e teneva conferenze). Ma soleva anche dire che noi siamo figli obbedienti della Chiesa, fedeli al Sommo Pontefice non perchè il Papa ha sempre ragione, diceva, ma per un motivo di fede, di unità e di umiltà. Una volta, parlando del modernismo dice:«
I modernisti non avevano tutti i torti, anzi avevano anche molte ragioni. Mancavano però della fede e dell'umiltà per capire che bisognava accettare quando il Papa parlava: questa la radice della loro rovina. »
Per i suoi interessi ecumenici era in contatto, in viaggi e relazioni epistolari, con studiosi e pastori protestanti in Germania, Francia, Svizzera e Italia, con valdesi e docenti universitari laici, ad esempio il famoso ex-sacerdote prof. Ernesto Buonaiuti, col quale ebbe una fitta corrispondenza e che aiutò finanziariamente quando perse la cattedra universitaria in seguito al Concordato fra Stato e Chiesa del 1929 e avendo poi rifiutato il giuramento imposto dal fascismo (1931). A volte non condivideva l'operato di Pio XII, era preoccupato per il nascente dialogo ecumenico, ma aveva pudore a parlarne, per non scandalizzare noi giovani sacerdoti.
Mentre ero a Roma per la laurea all'Urbaniana, mi confidò che prima della proclamazione pontificia del dogma dell'Assunta (1950), aveva avvicinato un cardinale e vescovi importanti e scritto lettere per dire che, essendo in contatto col mondo protestante italiano, svizzero e tedesco, giudicava inopportuna questa dichiarazione dogmatica che coinvolgeva per la prima volta, dopo il Concilio Vaticano I, l'infallibilità del Papa. Gli fu risposto che la decisione era già stata approvata dalla quasi totalità dei vescovi cattolici; quindi di starsene tranquillo. Cosa che Tragella faceva con esemplare umiltà.
Poi è venuto il tempo del Concilio, una ventata di aria fresca che ha rivoluzionato la Chiesa in modo imprevisto. Rileggo il lungo studio (
[2]) che ho pubblicato nel maggio 1962 su "Il Concilio ecumenico e le missioni"; è una chiara dimostrazione che a quel tempo, sulle missioni ai non cristiani, non esistevano dubbi o incertezze, si avvertiva soprattutto la scarsità di personale e di mezzi economici: «Il problema centrale dell'evangelizzazione - scrivevo - rimane questo: la Chiesa deve dedicare più personale e più mezzi alla salvezza del mondo pagano (pag. 202). »
La critica al "trionfalismo ecclesiale" è venuta in seguito, a quel tempo si viveva con entusiasmo la missione. Nel 1950 erano venuti a Roma 600 vescovi per la proclamazione del dogma di Maria Assunta in Cielo, 80 dei quali provenienti dalle "terre di missione"; al Concilio Vaticano II si prevedevano 2.500 vescovi, circa 800 dalle missioni (territori affidati a Propaganda Fide). Segno che la Chiesa diventava missionaria, le missioni ai non cristiani non erano più un'appendice periferica del corpo ecclesiale. Scrivevo nel testo citato:
 « Il mondo missionario sarà quindi ottimamente rappresentato al Concilio. Quelli che al Concilio Vaticano I erano chiamati affettuosamente "i piccoli vescovi", saranno al centro dell'attenzione di tutta l'Assemblea, come rappresentanti della parte più giovane e più dinamica della Chiesa. »
Il Concilio, diceva Giovanni XXIII (Radiomessaggio Pasqua 1962),
 «sarà come una novella Pentecoste, da cui riprenderanno vigore le energie apostoliche della Chiesa in tutta l'estensione del suo mandato e del suo giovanile vigore (
[3]). »
A questa visione ottimistica noi giovani aderivamo con entusiasmo. Nell'ottobre 1962 inizia il Concilio Vaticano II e nello stesso tempo le nazioni asiatiche e africane acquistano la loro indipendenza a volte anche tra contrasti e guerre di liberazione. Cambiava la Chiesa, ma anche il mondo non era più quello di prima. 

    Giornalista e "perito" del Vaticano II 

    Cosa ricordo di quei tempi?  Ripensandoci, mi pare che il mondo cattolico fosse del tutto impreparato al Concilio, cioè a quei cambiamenti radicali, che lo Spirito ha ispirato, ad una Chiesa che stava chiudendosi in se stessa. Fra l'altro, si pensava che sarebbe durato uno o due mesi, invece durò quattro anni. Oggi mi capita a volte, facendo conferenze in ambienti cattolici e persino in seminari, di rendermi conto che molti giovani (o anche persone adulte) del Concilio non sanno quasi nulla! Per noi è stato l'avvenimento rivoluzionario della nostra giovinezza, quarant'anni dopo non si conosce quasi per nulla!
A quel tempo noi, preti giovani, l'abbiamo accolto con entusiasmo e lo stesso movimento missionario italiano viveva una stagione di fervore oggi inimmaginabile: gli istituti missionari italiani estendevano i loro campi d'azione nel mondo (
[4]); in Italia c'era un pullulare di vocazioni e iniziative missionarie, una bella unità e collaborazione tra le forze missionarie. Nel 1955 avevamo iniziato assieme la EMI (Editrice missionaria italiana) e l'équipe di missionari animatori dei seminari diocesani per l'"Unione missionaria del clero"; la Fesmi (Federazione stampa missionaria, 1956), il Suam (Segretariato unitario animazione missionaria, 1957) e altri organismi di collaborazione tra animatori e docenti dei seminari missionari; i Congressi missionari nazionali (il primo a Padova nel 1958) e la "Settimana di studi missionari" con l'Università cattolica (1960). Giovanni XXIII diffondeva ottimismo e dichiarava spesso di amare molto le missioni.
Negli anni cinquanta tre encicliche missionarie: due di Pio XII, la "Evangelii praecones" (1951) e la "Fidei Donum" (1957), poi la "Princeps pastorum" (1959) di Giovanni XXIII. Nella Chiesa italiana si respirava un'atmosfera di fervore missionario; nei seminari e nel giovane clero c'era disponibilità a partire per le missioni, ma nei vescovi prevaleva ancora una mentalità di chiusura. Nel primo volume di una lunga serie, "Lettere pastorali 1960" (Cittadella, Padova), con 177 lettere dei vescovi italiani in quell'anno,  
«il termine missione, nelle 1345 pagine del volume, è usato solo per significare la missione della Chiesa, le missioni parrocchiali o le missioni cittadine, con alcuni brevi paragrafi sulle Pontificie opere missionarie. Troppo poco per poterci ricavare lo studio che mi ero proposto di fare sul pensiero missionario dei vescovi italiani ([5]).»
Nella preparazione al Vaticano II, dominata dall'eccitazione per le novità che si preannunziavano, la commissione delle missioni aveva iniziato i suoi lavori il 24 ottobre 1960. Io ci sono entrato dopo l'inizio del Concilio come uno dei "periti" nominati da Giovanni XXIII (ottobre 1962), mentre Raimondo Manzini mi invitava nella redazione dell'Osservatore Romano durante i mesi autunnali del Vaticano II (1962-1965) ([6]), incaricandomi di preparare le pagine conciliari quotidiane (con mons. Benvenuto Matteucci e don Paolo Vicentin).  
Il lavoro stressante che mi richiedevano l'Osservatore e "Le Missioni Cattoliche" (continuavo a dirigere la rivista anche da Roma con rapidi viaggi a Milano) mi ha impedito di dare il tempo necessario alla commissione delle missioni. Però, aver avuto in mano i testi prodotti e intervistando vescovi ed esperti membri della commissione, mi ha permesso di seguire passo passo i contrasti e la maturazione del decreto missionario del Concilio.
I ricordi più belli del tempo conciliare riguardano gli incontri con i vescovi, che intervistavo per il quotidiano vaticano: le migliori interviste le ho pubblicate in "Concilio e terzo mondo" (Emi 1966), tradotto in francese ("Le Concile du Tiers Monde", Centurion). Intervistavo i tipi più tosti di vescovi delle missioni: Zungrana, Gracias, Rugambwa, Gantin, Malula, Helder Camara, Lokuang, Zoa, Khoreiche, Mar Gregorios, Raymond, Nguyen Van Binh, Larrain, Nagae, Gopu, Yamaguchi, Busimba, ecc.; inoltre, molti vescovi missionari di nazionalità italiana o europea e personalità del Concilio (Agagianian, Gilroy, Bea, Koenig, Lercaro e molti vescovi missionari).
Al lettore d'oggi questi nomi dicono poco ma a quel tempo erano personalità emergenti, a volte sorgevano problemi per pubblicare le loro interviste sull'Osservatore: alcuni tagli, due le interviste non pubblicate, al card. Bea e a mons. Helder Camara (che ho poi inserito nel libro). Quelle interviste ai vescovi del Concilio, lunghe e accurate, avevano buona risonanza nella stampa internazionale, portavano alla ribalta i problemi delle missioni.
Alcuni vescovi mi invitavano a visitare le loro Chiese, per scrivere sui giornali italiani, aprendomi orizzonti universali: Indonesia, India, Vietnam, Sud Africa, Angola, Cile, Congo, ecc. L'arcivescovo di Saigon, Nguyen Van Binh, mi dice:
«Molti giornalisti italiani ed europei vengono in Vietnam per la guerra, ma nessuno intervista noi vescovi cattolici. Vieni in Vietnam per conoscere la nostra situazione e portare in Europa la voce dei vescovi e dei cattolici vietnamiti.»
Poi, attraverso mons. Sergio Pignedoli, mi arriva una lettera d'invito da parte della conferenza episcopale vietnamita, che ha dato inizio alle mie avventure in Vietnam e Cambogia.
Una delle personalità che più mi hanno impressionato durante il Concilio era mons. Helder Camara di Recife (Brasile), del quale sono stato fra i primi, credo, a scrivere articoli sulla stampa italiana. Mi ha invitato e sono andato a visitarlo nell'estate 1966: mi ha portato in giro nella sua archidiocesi; poi noi del Pime l'abbiamo chiamato a parlare in Italia e ho tradotto (con padre Luigi Muratori) il suo primo libro: "Terzo mondo defraudato" (Emi, 1968). Erano testi di suoi discorsi che mi aveva dato: bisognava completarli e aggiustarli perchè scritti in modo approssimativo (per poter parlare). Camara non voleva che il libro fosse pubblicato: poi ha accettato, è stato tradotto in 12 lingue e l'ha lanciato nell'opinione pubblica mondiale.

     Genesi laboriosa dell'Ad Gentes 

    Riguardo al tema missionario, la prima sessione del Concilio (1962) era dominata dalla preoccupazione ecumenica, per le difficoltà create alla missione fra i non cristiani dalla divisione fra le Chiese cristiane; nella seconda sessione (1963) si è affermato il tema dei dialogo con le altre religioni ed è nata la proposta di fondare un "Segretariato per i non cristiani" (sull'esempio di quello esistente per i cristiani separati) per favorire il dialogo: la prima enciclica di Paolo VI, "Ecclesiam suam", era appunto sul dialogo ecumenico e inter-religioso. L'arcivescovo di Saigon in Vietnam proponeva che nella prossima sessione conciliare fossero invitati anche rappresentanti di queste religioni (cosa che poi avvenne). La terza e la quarta sessione erano caratterizzate dall'intenso lavoro per mediare fra spinte contrastanti e giungere ad un testo del decreto "Ad Gentes" approvabile da parte di tutti.
Al termine della prima sessione del Concilio (ottobre-dicembre 1962), notavo che, sebbene i risultati concreti fossero ancora pochi,
 «il Concilio ha però già manifestato chiaramente quali sono le sue finalità più importanti, le mete a cui tutti i lavori tendono: il rinnovamento pastorale per la ricristianizzazione del mondo cristiano, il riavvicinamento ai Fratelli separati in vista dell'Unione e una chiara "apertura missionaria", data a tutti i problemi in discussione, per estendere il Regno di Cristo a tutti i popoli e le nazioni della terra ("Le Missioni Cattoliche", gennaio 1963, pag. 5).»
Per il decreto sull'attività missionaria, nella fase anti-preparatoria al Concilio (17 maggio 1959 - 5 giugno 1960) si sono consultati tutti coloro che avevano diritto di esprimere il loro parere, con i loro "voti" stampati in grossi volumi (quello sull'Asia di 662 pagine, sull'Africa di 580 pagine). La commissione "de missionibus" si riunisce la prima volta il 24 ottobre 1960 con 57 membri, sotto la presidenza del card. Pietro Agagianian prefetto di Propaganda Fide: si formano cinque sottocommissioni.
Nel 1961-1962 la commissione preparatoria lavora attivamente e stampa sette schemi di testi per altrettanti argomenti da discutere nell'aula conciliare. Nel 1962 Giovanni XXIII nomina i membri della commissione missionaria del Concilio (16 eletti e 9 nominati), con i "periti" (una trentina, fra i quali anche il sottoscritto, con mio grande stupore), che partecipano alle riunioni plenarie della commissione, la prima il 28 ottobre 1962, la seconda dal 20 al 29 marzo 1963 per il completo rifacimento dello schema, ecc.
Il decreto "Ad gentes" ha avuto un cammino quanto mai laborioso e contrastato. Ricordo che seguendo il suo "iter" e parlandone con diversi membri della commissione, molto più esperti di me, concludevamo dicendo: chissà come faremo a venirne fuori! Le proposte erano così tante e contrapposte, i tempi così stretti... Arrivavano continuamente suggerimenti nuovi e contraddittori, in aula i vari testi erano rimandati alla commissione con molti "iuxta modum" da inserire (testo approvato, ma con richieste di cambiamenti); in commissione pochi lavoravano veramente, la maggioranza non avevamo tempo o competenza sufficiente.
Il decreto "Ad Gentes" è stato approvato solo nell'ultimo giorno di lavoro del Concilio, il 7 dicembre 1965. Le difficoltà per la redazione venivano soprattutto da cinque dati di fatto:

     1) Già a partire dal primo schema, tutto era provvisorio: si doveva attendere lo svolgimento e l'approvazione di altri schemi (sulla Chiesa, la liturgia, i vescovi e il clero, l'ecumenismo, le religioni non cristiane, ecc.) per poter orientare e concludere il lavoro sulle missioni, che doveva essere coordinato con questi documenti.

     2) La missione "ad gentes" si esercita (in dipendenza da Propaganda Fide) in ogni continente, comprese alcuni parti d'Europa (Albania per esempio), in una varietà quasi infinita di situazioni. Non era facile, a parte i fondamenti biblico-teologici sempre validi, stilare un documento che andasse bene per tutti: le esigenze e le soluzioni proposte dai padri conciliari erano molto diverse a seconda dei continenti. Per fare solo un esempio che ricordo bene: dalle Chiese asiatiche, ricche di vocazioni e con un'antica tradizione celibataria nelle religioni locali, si insisteva nella richiesta di mantenere il celibato sacerdotale; dall'America Latina e dall'Africa, c'era invece la richiesta di discutere il tema e alcuni episcopati ne chiedevano l'abolizione o l'ammissione di clero sposato a certe condizioni. Invece, l'inculturazione e il dialogo interreligioso interessavano soprattutto l'Asia, molto meno gli altri continenti. 

    3) Nel tempo del Concilio si verificavano cambiamenti molto rapidi e radicali nel mondo non cristiano, che rendevano problematico il futuro delle missioni: indipendenza delle giovani nazioni, presa di coscienza delle loro culture e religioni, forti opposizioni ai missionari stranieri per motivi diversi (in vari paesi asiatici), moltiplicazione dei vescovi indigeni, urgenza di misure forti per "inculturare" il Vangelo, rapporti difficili fra Chiesa e autorità politiche, mancanza di norme per la partecipazione delle diocesi dei paesi d'antica cristianità all'attività missionaria (la "Fidei Donum" aveva suscitato un grande fervore missionario nelle diocesi, ma i vescovi delle missioni si lamentavano di vari inconvenienti), ecc.
Lo schema da discutere in aula, preparato prima del Concilio, secondo una visione tradizionale delle missioni, prestava scarsa attenzione ai problemi nuovi: come per altri testi conciliari, era troppo diverso da quello che i padri conciliari indicavano nei loro interventi. Si ebbero forme di protesta di singoli vescovi e anche di due o tre conferenze episcopali (però mai giunte alla ribalta della stampa), che avevano impressionato i membri della commissione, a quel tempo non abituati a forme ruvide di "contestazione". 

    "Lo Spirito Santo c'è davvero!"

     4) Le difficoltà aumentano quando il 23 aprile 1964, fra la II e la III sessione del Concilio, la commissione di coordinamento della segreteria del Concilio manda una lettera alla nostra commissione delle missioni: lo schema deve essere ridotto a poche proposte. Non più un testo lungo e ragionato, ma un semplice elenco di proposte! Il tentativo era di semplificare i lavori del Concilio e farlo terminare con la III sessione (14 settembre - 21 novembre 1964) ([7]): quindi, alcuni testi basilari potevano essere abbastanza ampi; altri, ritenuti meno importanti, dovevano limitarsi a poche pagine di proposte.
La commissione delle missioni lavora a spron battuto per aderire a questa richiesta, formulando 13 proposte. Poi, appena la notizia si diffonde fra i vescovi, arrivano le proteste, alcune veementi, come quella del card. Frings di Colonia, che manda lettere ai vescovi tedeschi e ad altri, sollecitandoli a protestare:
«Ma come, si afferma che lo sforzo missionario è essenziale per la Chiesa e poi si vuol ridurlo a poche pagine? Incomprensibile, impossibile, inaccettabile... »
Vista la situazione, un gruppo di vescovi chiedono di abolire il documento sulle missioni, integrando il materiale nella costituzione "Lumen Gentium" (sulla Chiesa); altri invece, più numerosi e agguerriti (c'erano dentro missionari di foresta, che solo al vederli non si poteva dir loro di no), procedono a contatti personali, uno per uno, con tutti i padri conciliari, conquistando seguaci. La battaglia in aula si conclude in modo felice: solo 311 padri conciliari si pronunziano a favore del documento sulle missioni ridotto a 13 proposte, 1601 chiedono il che il decreto missionario sia salvato nella sua interezza. Inevitabile la conclusione: il Concilio non termina con la III sessione, ma si prolunga nella IV, la più lunga di tutte: 14 settembre - 8 dicembre 1965.

        5) La critica di base all'Ad Gentes, dopo la III sessione del Concilio, era che il suo impianto lasciava poco spazio alle nuove Chiese d'Africa e d'Asia, parificandole in tutto a quelle d'antica tradizione cristiana; teneva conto dell'unità della Chiesa, ma non della cattolicità; non incoraggiava il pluralismo delle espressioni teologiche e di vita cristiana; rifletteva ancora la classica visione delle missioni che si muovono dall'Occidente verso altri continenti.
A questa critica s'è posto rimedio, come diremo; mentre i giudizi negativi e le proposte per Propaganda Fide non hanno portato ad un vero cambiamento nel testo preparato prima del Concilio. Da un lato si chiedeva addirittura l'abolizione della Congregazione per l'evangelizzazione dei non cristiani, in quanto la Chiesa è una sola (allo stesso modo si era chiesto l'inserimento dei principi biblico-teologici sulla missionarietà della Chiesa nella costituzione sulla Chiesa stessa); al contrario, molti padri conciliari chiedevano il potenziamento di Propaganda, con commissioni di studio e la presenza attiva e incisiva della congregazione nelle varie regioni di missione, affinchè ricuperasse il suo ruolo di guida, superando la funzione giuridica e di finanziamento delle diocesi missionarie che era venuta assumendo.
Infatti, dalla nascita (1622) all'inizio del secolo XX Propaganda Fide aveva avuto un ruolo forte, vigoroso, nella strategia e nella guida concreta del lavoro missionario, così come nella vita degli istituti e dei missionari stessi; ma dopo la prima enciclica missionaria di Benedetto XV ("Maximum illud", 1919) le missioni sono state sempre più integrate nella vita ordinaria della Chiesa: il ruolo di Propaganda si riduce, perde di mordente, mentre acquista forza la Segreteria di Stato, con le relative nunziature apostoliche, e le altre congregazioni della Santa Sede. Questo il tema che non pochi vescovi missionari volevano discutere per rilanciare la congregazione delle missioni, della cui libertà di giudizio e d'azione sentivano grande necessità: i vescovi missionari volevano maggiori libertà, che potevano essere garantite solo da Propaganda Fide. Non si è fatto nulla per mancanza di tempo nella corsa finale e anche perchè il movimento di centralizzazione e unificazione forse era inevitabile (
[8]).
Interessante il dibattito su "I missionari" (capitolo IV°, anche questo nuovo, introdotto dopo la II sessione del Concilio). Il testo riafferma la "vocazione speciale" alle missioni estere, mettendo in risalto la specificità degli istituti esclusivamente missionari, che diversi contestavano (specie i religiosi).
Un altro tema che ho seguito bene, anche nell'azione di "lobby" dei vescovi amazzonici, è quello dei territori missionari d'America Latina. Mons. Arcangelo Cerqua del Pime, prelato di Parintins (Amazzonia brasiliana), si è fatto promotore di un'azione che ha portato ad inserire nell'Ad Gentes, all'ultimo momento, la nota 37 del Capitolo VI°, che equipara le (allora) 35 prelazie dell'Amazzonia brasiliana (ma anche molte altre d'America Latina) ai territori missionari dipendenti da Propaganda Fide. Altrimenti, l'America Latina rimaneva esclusa dagli aiuti delle Pontificie opere missionarie, ai quali oggi ha diritto. Nella votazione decisiva (novembre 1965), 117 padri d'America Latina bocciano la definizione della missione che sembrava non includerli, mentre la loro situazione era di fatto ben missionaria. Ma anche con 117 contrari (su 2.153 voti), la definizione sarebbe passata; il fatto è che altri 712 padri votano in favore ma "iuxta modum", quindi il testo era da rifare perchè non approvato dai due terzi!
Insomma, siamo giunti quasi alla fine del Concilio e l'Ad Gentes non era pronto. Nella pausa fra la III e la IV sessione, quella conclusiva, c'era in commissione un senso di ansia, in qualcuno anche di quasi disperazione. Rispetto al primo schema, il testo era stato capovolto e non c'era più il tempo di sistemarlo bene. Lo "Schema Decreti de Activitate Missionali Ecclesiae" (in cinque capitoli, quello approvato al termine del Concilio ne ha sei), approvato dal Papa, è stampato il 28 maggio 1965 e durante l'estate inviato ai padri conciliari. Era circa cinque volte più esteso delle precedenti "13 proposizioni" a cui si pensava di ridurre il documento!
Pareva un successo incredibile, ma non basta ancora: l'impegno più pesante per la commissione delle missioni viene dopo, con l'arrivo dei pareri dei vescovi e l'inizio dell'ultima sessione conciliare nel settembre 1965. I mesi decisivi sono ottobre e novembre, quando si introduce un capitolo allo schema, il III°: "De Ecclesiis particularibus", che parte lodando il progresso e "la salda stabilità delle Chiese giovani" e le vede non più solo come fine della missione ("impiantare la Chiesa in mezzo ai popoli e ai gruppi che ancora non credono in Cristo", n. 6), ma come agenti attivi e soggetti della missione; viene dato maggior spazio e rilievo all'azione dei laici, si riscrive il capitolo su "I missionari" (il IV°), amplificandolo e arricchendolo con molte delle osservazioni suggerite dai vescovi. In novembre ci sono 20 votazioni sul decreto missionario, approvato dalla grande maggioranza ma con circa 500 pagine di "modi", di suggerimenti, di discorsi in aula che chiedevano ancora aggiunte, correzioni, espressioni diverse. Mancava meno di un mese al termine del Concilio e ancora sembrava quasi di dover ricominciare da capo!
Poi, misteriosamente, alla fine tutto è andato a posto:  l'insieme del decreto è approvato da 2.162 voti favorevoli e 18 contrari; nell'ultima seduta pubblica, 2.394 favorevoli, solo 5 contrari, il più alto livello di unanimità nelle votazioni del Concilio! "Lo Spirito Santo c'è davvero!", esclama il card. Agagianian.
La stessa riflessione l'ho fatta seguendo molto da vicino la Conferenza dei vescovi latino-americani a Santo Domingo (ottobre 1992): ero ospite dei salesiani e vivevo assieme al rettore maggiore don Egidio Viganò, membro della Conferenza. Anche quello schema iniziale è stato capovolto dal primo intervento del Papa: non "Vedere, giudicare, agire"; ma "Ripartire da Cristo". Tra i vescovi, confusione, proteste, incertezze varie: come si fa a capovolgere l'impostazione di un testo così lungo in pochi giorni? Però, anche a Santo Domingo, chissà come, tutto è finito bene. Il motore era mons. Luciano Mendes de Almeida, brasiliano, presidente della commissione per la redazione dei testi, che lavorava con i suoi collaboratori notti intere: e non si capiva come facesse. Il testo finale è stato preparato in un tempo così ristretto che nessuno ci credeva e poi approvato quasi all'unanimità.

     Diverse concezioni della missione alle genti

     Se debbo dire l'impatto che il Vaticano II ha avuto sulla missionarietà della Chiesa, mi trovo imbarazzato. Il decreto missionario, considerato secondario nel quadro del Concilio, non ha avuto il tempo di essere discusso e di maturare per rispondere adeguatamente alle richieste dei padri conciliari che venivano dalle missioni: è un testo molto bello, ma affrettato, incompleto. Venticinque anni dopo, nel 1990, Giovanni Paolo II ha pubblicato l'enciclica missionaria "Redemptoris Missio" anche per questo motivo: poteva bastare una "lettera apostolica" (com'è stato per l'anniversario di altri testi conciliari e come volevano diversi membri della curia romana), ma con la R.M. il Papa ha voluto colmare una lacuna e confermare autorevolmente quanto ha detto l'Ad gentes, in un momento come il nostro di crisi della missione alle genti.
Comunque, non c'è dubbio che il Concilio Vaticano II è terminato con grandi speranze ed entusiasmi per la missione universale. Ma subito dopo non poche reazioni erano orientate in senso diverso e una certa parte del mondo cattolico ha incominciato a cavalcare la tigre della "contestazione": il dissenso, a quanto diceva Paolo VI, era già molto forte nella Chiesa nel 1968 (si ricordi quante contestazioni alla "Humanae Vitae" di quell'anno!).
Due-tre anni dopo il Concilio, iniziava quella crisi della fede e della vita cristiana di cui siamo ancor oggi spettatori addolorati. Non si sapeva più cos'era la missione alle genti, la confusione di voci e una certa teologia disincarnata dalla realtà minavano le fondamenta dell'ideale missionario, come inteso dal Vaticano II. Non solo, ma pensavo: qui non è in crisi la missione, ma la fede. Era un'atmosfera generale confermata da molti fatti concreti, di cui ancor oggi non riesco a spiegarmi il perchè, subito dopo il periodo di esaltazione del Concilio.
Nel febbraio 1968 ero a Manila, al termine di un lungo viaggio in Vietnam e nelle Filippine, ospite di una casa di missionari, in attesa dell'aereo per tornare ad Hong Kong e poi a Milano. Venivo dall'Italia dove si respirava ancora un'atmosfera ecclesiale positiva. Là notavo una crisi che mi feriva per vari motivi: il sabato, giorno di vacanza ("day off"), si andava al mare e non si celebrava la Messa, chi voleva celebrare era deriso; Paolo VI definito "il Papa tentenna", il Concilio considerato "superato" e ci si augurava un "Vaticano III"; qualcuno diceva: «Cosa facciamo noi qui in Asia, dove hanno già le loro religioni? Il popolo filippino è più cristiano del nostro.»
Nell'estate 1968 ho partecipato, come già in precedenza diverse volte, alla Settimana di studi missionari a Lovanio ("Liberté des Jeunes Eglises"), organizzata dall'indimenticabile amico padre Joseph Masson, s.j. Alcune voci furono per me scioccanti: esprimevano chiari dubbi sul mandare missionari europei in altri continenti; molto meglio, dicevano, lasciare che le giovani Chiese raggiungano una loro maturità e si organizzino secondo le loro idee. Pensavo: com'è possibile dire questo, quando solo tre anni fa la totalità dei vescovi delle missioni si sono espressi in modo radicalmente opposto, chiedendo nuovi missionari?

     "Perdita d'identità della "missione alle genti"

     Non c'è dubbio che i testi conciliari sono ottimi per promuovere lo spirito missionario e una più significativa presenza ecclesiale nelle regioni non cristiane; ma non sono riusciti a dare quella spinta verso l'annunzio di Cristo al mondo non cristiano che Giovanni XXIII aveva previsto e molti sognavano. Probabilmente, chissà (non conosciamo i piani di Dio!), anche questo periodo di stasi della missione alle genti ha il suo significato positivo: forse lo capiremo fra mezzo secolo.
Il tempo post-conciliare ha registrato molti passi in avanti della missione; ma si è pure registrata una crisi dell'attività missionaria alle genti e quindi dell'animazione missionaria del popolo cristiano. Uno dei segni più evidenti per me è stata la chiusura delle tre "Settimane di studi missionari" che si tenevano a Milano (esperienza chiusa nel 1969), a Burgos (1970) e a Lovanio (1975) e che venivano da una lunga tradizione (a Lovanio dagli anni venti). Le ultime edizioni di questi incontri religioso-culturali di buon livello avevano manifestato un malessere e tanti contrasti nel campo missionario, che s'è creduto bene di non continuare, forse per non approfondire le divisioni.
Giovanni Paolo II all'inizio dell'enciclica "Redemptoris Missio" (1990) afferma di voler rilanciare la missione alle genti, pur rilevando gli effetti positivi del Concilio sull'attività missionaria (n. 2):

«Molti sono stati i frutti missionari del Concilio: si sono moltiplicate le Chiese locali fornite di propri vescovi, clero e personale apostolico; si verifica un più profondo inserimento delle comunità cristiane nella vita dei popoli; la comunione fra le Chiese porta ad un vivace scambio di beni spirituali e di doni; l'impegno evangelizzatore dei laici sta cambiando la vita ecclesiale; le Chiese particolari si aprono all'incontro, al dialogo e alla collaborazione con i membri di altre Chiese cristiane e religioni. Soprattutto si sta affermando una coscienza nuova: cioè che la missione riguarda tutti i cristiani, tutte le diocesi e parrocchie, le istituzioni e associazioni ecclesiali.»

Ma poi il Papa continua rilevando quello che tutti sanno e che molti missionari sul campo lamentano, spesso con acuta sofferenza:

«Tuttavia, in questa "nuova primavera" del cristianesimo, non si può nascondere una tendenza negativa che questo documento vuol contribuire a superare: la missione specifica ad gentes sembra in fase di rallentamento, non certo in linea con le indicazioni del Concilio e del magistero successivo. Difficoltà interne ed esterne hanno indebolito lo slancio missionario della Chiesa verso i non cristiani ed è un fatto, questo, che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo. Nella storia della Chiesa infatti, la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, come la sua diminuzione segno di una crisi di fede.»

Quali le "difficoltà interne ed esterne" che hanno rallentato lo slancio missionario della Chiesa? Molte e di vario tipo; queste, ad esempio: chiusura di vari paesi ai missionari stranieri; rafforzamento di nazionalismi, religioni e culture non cristiane; guerre, guerriglie e persecuzioni anti-cristiane; approfondimento del solco (o abisso) fra popoli cristiani e non cristiani (Nord e Sud del mondo); non facile integrazione fra giovani Chiese e missionari stranieri; nuove priorità che hanno sostituito il primo annunzio: promozione umana dei popoli, dialogo interreligioso, ecc. In Italia, secondo la mia esperienza, la decadenza dell'ideale missionario è dovuta, oltre alla crisi della fede e della vita cristiana, alla perdita d'identità della "missione alle genti" e alla conseguente confusione di voci nella produzione teologica e nella pubblicistica cattolica e missionaria. La "Redemptoris Missio" sintetizza bene questo periodo di confusione terminologica e concettuale (n. 32):

«Il cosiddetto rientro o rimpatrio delle missioni nella missione della Chiesa, il confluire della missiologia nell'ecclesiologia e l'inserimento di entrambe nel disegno trinitario di salvezza, hanno dato un respiro nuovo alla stessa attività missionaria, concepita non già come un compito ai margini della Chiesa, ma inserito nel cuore della sua vita, quale impegno fondamentale di tutto il popolo di Dio. Occorre però guardarsi dal rischio di livellare situazioni molto diverse e di ridurre, se non far scomparire, la missione e i missionari ad gentes. Dire che tutta la Chiesa è missionaria non esclude che esista una specifica missione ad gentes, come dire che tutti i cattolici debbono essere missionari non esclude, anzi richiede, che ci siano i "missionari ad gentes e a vita" per vocazione specifica.»


Se in passato "missionario" aveva un senso forte e preciso, nel nostro tempo ha perso vigore (tutto e tutti, ormai, si definiscono "missionari") e noi stessi missionari non abbiamo saputo reagire in modo adeguato. Mi sono riletto, per scrivere la storia della rivista (
[9]), "Le Missioni Cattoliche" degli anni in cui la dirigevano padre p. Paolo Manna (1909-1921) e p. Giovanni Battista Tragella (1921-1934). Impressiona l'orientamento "vocazionale" degli scritti, delle relazioni dalle missioni, delle risposte ai lettori. Oggi è difficile leggere nella stampa missionaria questi vigorosi appelli ai giovani affinchè consacrino la loro vita alla missione universale della Chiesa; si propongono più facilmente viaggi in missione e progetti da realizzare da parte di volontari laici: donare la vita all'annunzio di Cristo ai non cristiani è un'ipotesi quasi ignorata. E' solo uno dei segni di una mentalità minimalista, diversa da quella del passato.

    "Il socialismo è l'unica speranza dei poveri"

    L'altro aspetto della crisi è quello, come dire, di natura ideologico-politica, che ha diviso il mondo missionario a partire dal post-Concilio; l'infatuazione per la falsa rivoluzione sessantottina ha inquinato anche alcuni missionari ed ha portato ad adottare contenuti e metodi contestabili: l'analisi "scientifica" del marxismo, il "terzomondismo" ("Noi siamo ricchi perchè loro sono poveri" e viceversa), la protesta come forma prioritaria di promozione umana, varie forme di violenza se non fisica almeno psicologica ([10]); il "pensiero unico" al quale non era facile sottrarsi e chi andava contro-corrente veniva demonizzato, minacciato, messo in un angolo, umiliato appena possibile.
Molti casi concreti potrei citare. Ad esempio, gli attacchi che ho ricevuto quando, ritornando dal Vietnam in guerra, dov'ero stato invitato dai vescovi, denunziavo le violenze contro il popolo che anche vietcong e comunisti nord-vietnamiti commettevano. Era la pura verità, ma in Occidente non si voleva sentire; anche fra animatori e operatori missionari nei mass media quelle verità erano tabù, non si potevano dire (
[11]).
Nel novembre 1973, di ritorno da un viaggio in Vietnam sono stato invitato a Torino al congresso nazionale dei "Cattolici solidali con Vietnam, Laos e Cambogia". All'inaugurazione, in un teatro di Torino, era presente anche l'arcivescovo card. Michele Pellegrino, che mi dice: "Ti ho fatto invitare io. Ho detto che sarei venuto ad aprire il congresso, se invitavano te a tenere la prima relazione". Ho parlato, raccontando solo quel che avevo visto e riportando le voci dei vescovi, fra contestazioni e fischi, com'era abituale a quel tempo.
Quando finisco, p. Davide Turoldo mi prende e mi porta in un camerino nel retro-palco di quel teatro. Prima mi chiede se quel che ho raccontato l'ho davvero visto io oppure il Vaticano mi ha detto di dirlo. Poi mi aggredisce col suo vocione:
«Gheddo, ti voglio bene, ma tu sei fuori strada. Anche se tutto quel che dici è vero, non ti rendi conto che danneggi la causa socialista. Ma il socialismo trionferà, perchè è l'unica speranza dei poveri.   »
Caro e povero Davide, grandissimo prete e poeta! Anche lui era preso nel vortice di un'ideologia che esaltava i regimi del socialismo reale, senza tenere in nessun conto la realtà dei fatti. Sappiamo com'è finita: di 30 paesi a regime comunista nel mondo, nemmeno uno ha migliorato le condizioni di vita del popolo, anzi tutti le hanno peggiorate e il comunismo è crollato non per una guerra persa, ma per disgregazione interna. Lo sbandamento ideologico di Turoldo per i regimi comunisti persecutori di ogni religione e più volte condannati dai Papi e dai vescovi (com'è spiegabile questo fatto?) non era isolato. Nel gennaio-febbraio 1979, durante la Conferenza del Celam (Consiglio episcopale latino-americano) a Puebla (Messico), ogni giorno c'era una conferenza stampa dei "teologi della liberazione" in un albergo del centro città. Ci andavo sempre: normalmente contestavano i testi del Papa e dei vescovi, proponendo diverse soluzioni ai problemi della Chiesa e dell'America Latina. Un giorno, tre teologi, Hugo Assman, Fernando Cardenal e un brasiliano di cui non ricordo il nome, hanno tenuto una breve relazione sulla vittoria dei comunisti in Afghanistan e l'ingresso dell'armata sovietica nel paese, dicendo: «"E' inevitabile che il socialismo si estenda nei paesi poveri perchè rappresenta la vera soluzione ai loro problemi". Un giornalista protesta e Assman risponde: "Lei può dire quel che vuole, ma la storia sta dimostrando che dal fuoco iniziale della rivoluzione sovietica in Russia si sono accesi tanti altri fuochi che portano la liberazione ai popoli oppressi. Tutto il mondo sarà socialista, è inevitabile".»
Nel 1972 ero in Cile quando nacquero i "Cristiani per il Socialismo". Non pochi i cattolici italiani presenti, comprese personalità emergenti e "profetiche" fra le quali ricordo l'ex-abate Giovanni Franzoni, soddisfatto perchè nasceva un'associazione di cattolici che esaltavano un'ideologia (già condannata dalla storia e più volte dai Papi). D'altra parte perchè meravigliarsi? Dopo la caduta del Muro di Berlino (novembre 1989), nell'editoriale di una fra le più importanti riviste missionarie italiane si leggeva: «E' crollato il Muro di Berlino e tutti fanno festa. Ma crollato il socialismo, ora chi difenderà i popoli poveri?»
Mi scuso di dire queste cose, che oggi possono sembrare pazzesche (e lo erano davvero!). Ma le racconto perchè ancor oggi mi trovo davanti a molti giovani o non più giovani che di quel periodo non ricordano nulla e ricadono nella stessa ideologia e nello stesso sbandamento ideologico. Non esaltano più i regimi comunisti (non ne esiste nemmeno uno presentabile!), ma hanno assunto, in buona fede voglio sperarlo, la "lettura scientifica del marxismo" anche senza accorgersene: tutte le colpe per la povertà di molti popoli sono dell'Occidente e la soluzione è ancora quella di trent'anni fa: distruggere l'Impero del male (l'America, Bush, il capitalismo, le mitiche multinazionali)... I fallimenti totali dei "profeti" che sostenevano questa ideologia (da Che Guevara a Castro, da Mao a Ho Chi Minh) non spostano di un millimetro questa convinzione di tipo religioso: infatti, almeno in alcuni (pochi o tanti?), sostitutiva del cristianesimo.

     Divisioni e contrasti nel mondo missionario

    Il Concilio ha portato grandi e provvidenziali novità nella Chiesa. Oltre che quelle istituzionali, a livello di popolo cristiano soprattutto l'abitudine al dialogo, prima all'interno della Chiesa e poi verso l'esterno; l'apertura verso il mondo e i valori laici; la "medicina della misericordia", come la chiamava Papa Giovanni, che prevaleva sulla condanna, la protesta, la denunzia; l'inculturazione della vita liturgica e cristiana nei vari popoli, ecc. L'entusiasmo del periodo conciliare veniva da tutte queste novità sommate assieme: nulla era più come prima, si incominciava, anche noi giovani preti, a diventare protagonisti nella vita della Chiesa.
Pochi anni dopo è venuto il travaglio della "contestazione", che credo nella Chiesa sia incominciato prima che altrove. Sono crollate le certezze e gli entusiasmi missionari: ci siamo divisi, anche per motivi politici come s'è detto, ma soprattutto sul concetto stesso di missione alle genti, mentre non pochi missionari andavano in crisi e le vocazioni missionarie diminuivano. Non si sapeva più cos'era la missione, si moltiplicavano i pareri e le ipotesi (
[12]), mentre la fuga in avanti (o indietro?) di una certa teologia disorientava l'impianto di verità su cui si basa la fede.
Tutto questo non si può certo attribuire al Concilio, che ha prodotto testi di respiro universale, ha dato alla Chiesa una spinta missionaria molto precisa in ogni documento. Persino nel primo approvato, sulla Liturgia ("Sacrosantum Concilium"), problema interno al campo ecclesiale, già si dice che il Concilio
«"si propone di... rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa" (Proemio); e che la Chiesa stessa è "come segno innalzato sui popoli, sotto il quale i dispersi figli di Dio possano raccogliersi, finchè si faccia un solo ovile e un solo pastore" (n. 2).»
La Costituzione sulla Chiesa chiama Cristo "luce dei popoli" (LG, 1) e la Chiesa "sacramento universale di salvezza" (LG, 48), definizione ripresa dall'Ad Gentes (n. 1). L'afflato missionario del Concilio è chiaro, non così la definizione dell'attività missionaria ai non cristiani, rimasta a metà strada fra la concezione giuridico-territoriale rivendicata da Propaganda Fide e altre concezioni ("Francia, paese di missione", ecc.). La diversità delle opinioni e la ristrettezza dei tempi hanno richiesto un compromesso che non ha aiutato, nel post-Concilio, a mantenere acceso "il fuoco della missione".
Non c'è dubbio che dal Concilio ad oggi il dinamismo della "missio ad gentes" ha perso terreno, nonostante le solenni riaffermazioni di Paolo VI nella "Evangelii Nuntiandi" (1975, nn. 51-53). Vivace il n. 53 della E.N.:

«La Chiesa mantiene vivo il suo slancio missionario e vuole altresì intensificarlo nel nostro momento storico. Essa si sente responsabile di fronte a popoli interi. Non ha riposo fin quando non abbia fatto del suo meglio per proclamare la buona novella di Gesù Cristo. Prepara sempre nuove generazioni di Apostoli. Lo constatiamo con gioia, nel momento in cui non mancano di quelli che pensano e anche dicono che l'ardore e lo slancio apostolico si sono esauriti e che l'epoca delle missioni è ormai tramontata. Il Sinodo ha risposto che l'annunzio missionario non si inaridisce e che la Chiesa sarà sempre verso il suo adempimento».

Personalmente ho vissuto quegli anni con sofferenza. Al Pime il buon Dio ha mandato un superiore generale adatto per quel tempo: mons. Aristide Pirovano, vescovo di Macapà in Amazzonia brasiliana e superiore per 12 anni (1965-1977). Ero direttore di "Mondo e Missione" e subivo ogni giorno contestazioni sulla linea della rivista e per la fedeltà al Papa e alla Chiesa.
Ricordo, ma è un caso su tanti, la battaglia per la "Humanae Vitae" di Paolo VI nel 1968, allora contestata da moltissimi nel mondo laico e anche fra i teologi, gli studiosi e i mass media cattolici. Abbiamo pubblicato alcuni articoli su "Mondo e Missione" e Pirovano mi telefona: «Bene, ero sicuro che avreste seguito la retta via della fedeltà al Papa.»
Ho poi ricevuto lettere di protesta, telefonate, documentazione in contrario a quanto diceva Paolo VI, a cui rispondevo a lungo perchè ho sempre amato il confronto sullo specifico dei problemi che dividono (non pochi si sottraggono a questo confronto). A 35 anni di distanza la storia (cioè Dio) ha dimostrato che il Papa aveva ragione: oggi il mondo non è in crisi perchè ha troppi bambini, ma perchè ne ha troppo pochi (
[13])! Il che non esclude, naturalmente, che ci siano paesi sovraffollati (Bangladesh, isola di Giava, alcune regioni dell'India e della Cina, Olanda, Belgio, Giappone, ecc.). Ma in nessun modo il sottosviluppo coincide con i paesi più intensamente abitati!

     La vera liberazione dell'uomo viene da Cristo 

    "L'evangelizzazione nel mondo contemporaneo" di Paolo VI (8 dicembre 1975) e "La Missione del Redentore" di Giovanni Paolo II (7 dicembre 1990) sono ritenute le encicliche pastoralmente più significative dei due Pontefici ([14]) e la continuazione ideale del decreto "Ad Gentes" sul tema missionario. Scritte a 15 anni di distanza l'una dall'altra, hanno diverse impostazioni e orizzonti; ma questo interessa meno di quello che le unisce: la missione della Chiesa è proclamare, annunziare, testimoniare all'umanità la salvezza in Cristo; un'opera di natura religiosa, che porta gli uomini ad incontrare il Figlio di Dio fatto uomo per salvarci.
«Vogliamo nuovamente confermare che il mandato di evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa (EN, 14). »
La EN è il risultato del dibattito al Sinodo episcopale sull'evangelizzazione (Roma, ottobre 1974), durante il quale erano emerse due tendenze: una quasi identificava l'evangelizzazione con la liberazione dei poveri e dei popoli oppressi; per l'altra il Vangelo converte al modello di Cristo, cioè fa ritornare l'uomo a Dio e all'amore del prossimo, e con questo dà il massimo contributo per eliminare le ingiustizie fra uomo e uomo, fra popolo e popolo. Il Sinodo non era riuscito a pubblicare un testo unitario e rimandava tutto alla mediazione di Paolo VI (
[15]). La EN afferma che l'evangelizzazione ha una finalità specificamente religiosa: liberare l'uomo dal peccato, riconciliarlo con Dio.

"La Chiesa collega ma non identifica giammai liberazione umana e salvezza in Gesù Cristo, perchè sa per rivelazione, per esperienza storica e per riflessione di fede, che non ogni nozione di liberazione è necessariamente coerente con una visione evangelica dell'uomo; sa che non basta instaurare la liberazione, creare il benessere e lo sviluppo, perchè venga il Regno di Dio" (EN, 35).

Paolo VI aggiungeva (EN, 36):

"La Chiesa reputa certamente importante ed urgente edificare strutture più umane e più giuste... ma è cosciente che le migliori strutture diventano presto inumane se le inclinazioni del cuore dell'uomo non sono risanate, se non c'è la conversione del cuore e della mente di coloro che vivono in queste strutture e le dominano".

La Chiesa predica la liberazione dal peccato personale e la conversione a Cristo: ecco il senso della missione secondo l'EN. Negli anni settanta prevaleva, anche nel mondo cattolico e missionario, l'idealizzazione dei regimi e movimenti di "liberazione dei poveri", nati dall'"analisi scientifica" del marxismo, a volte dichiaratamente comunisti: non sono mai riuscito a capire perchè certa stampa cattolica e missionaria ha attraversato un periodo di ubriacatura ideologica per la Cuba di Fidel Castro, il Vietnam di Ho Chi Minh, la Cina di Mao, i Khmer rossi della Cambogia, le "guerriglie di liberazione" delle colonie portoghesi in Africa, i "sandinisti" del Nicaragua, ecc. «Nella "Evangelii Nuntiandi" Paolo VI precisava molto bene le caratteristiche che deve avere la "liberazione evangelica" (n. 33): dev'essere basata su "una visione evangelica dell'uomo" (n. 35), "esige una necessaria conversione del cuore" (n. 36), "esclude la violenza" (n. 37); la Chiesa deve poter dare "il suo contributo specifico" (n. 38), richiede che siano rispettati "i fondamentali diritti dell'uomo, fra i quali la libertà religiosa occupa un posto di primaria importanza" (n. 39). »
Nessuna di queste caratteristiche della "liberazione evangelica" era presente nei regimi e movimenti che avevano suscitato tante indebite speranze e caloroso sostegno da parte di cattolici: ma Paolo VI non fu ascoltato. La storia ha poi giudicato quei movimenti e regimi e ha smentito i "profeti" applauditi, che avevano scelto una "liberazione" presto rivelatasi nuova e peggiore oppressione.
Interessante rileggere quanto affermava Leonardo Boff nel 1987 sull'Unione Sovietica, solo due anni prima che crollasse il Muro di Berlino e si venisse a conoscere l'intera verità sulla "patria del socialismo". Cito Boff, con tutto il rispetto per la sua persona, solo perchè è stato uno dei "profeti" più acclamati, tradotti e invitati dalle riviste e dall'editoria cattolica e persino missionaria in Italia. Nell'estate 1987 Boff visita l'Urss con altri teologi brasiliani e pubblica sul quotidiano "Folha de Sao Paulo" (il più importante del Brasile) una lunga intervista di cui riproduco alcuni passaggi (
[16]): 

«La nostra società è piena di pregiudizi diffusi dai mezzi di comunicazione legati al sistema capitalista... che hanno l'abitudine di propagare idee false sull'Unione sovietica... Quando si arriva in Unione sovietica si scopre immediatamente il pregiudizio in cui viviamo, in base al quale la società sovietica sarebbe militarizzata, disorganizzata, sordida, malgovernata; una società, insomma in cui le libertà di religione e di espressione non sono rispettate.
Noi invece non abbiamo sperimentato nulla di tutto questo. Abbiamo scoperto una società pulita e sana. Non si prova mai l'impressione di essere perseguitati o solo sorvegliati... Il socialismo... (ha) un'ottica differente dalla nostra che è di accumulo, un'ottica che non è quella dell'individualismo, che si integra in questa grande società profondamente sana e giusta, lo posso affermare, che ha un senso della vita più grande di ogni nostra società occidentale.
- E i prigionieri di coscienza?
- Non si è avuta l'impressione che ci siano delitti di coscienza. Invece ci sono delle chiese piene, la religione è libera, i fedeli possono entrare nelle chiese...
- Qual'è la sua impressione sui detenuti politici?
- Non ho alcuna opinione in merito. So ciò che dice la nostra stampa. Ma mi sono accorto che nelle informazioni che circolano qui le distorsioni e le calunnie sono di tale entità, che penso che non crederò più a ciò che si scrive in proposito...»   

     "La necessità di un annunzio esplicito"

     EN è stata, nei difficili anni settanta e ottanta, il documento ecclesiale più importante dopo il Concilio Vaticano II: segnava una netta distinzione fra "evangelizzazione" (nel senso di missione della Chiesa in tutto il mondo) e "missione" intesa come "attività missionaria" secondo l'"Ad gentes". Presenta la missione essenziale della Chiesa, annunziare Cristo ai popoli, a cui tutto dev'essere finalizzato. L'evangelizzazione è "vocazione e missione propria della Chiesa, la sua identità più profonda" (n. 14). Tutto il resto, liturgia, sacramenti, preghiera, testimonianza, strutture, diritto, teologia, cultura, assistenza ai poveri e ogni altra realtà all'interno della Chiesa ricevono la loro giustificazione e senso nella misura in cui sono orientati all'evangelizzazione. "La Chiesa è tutta intera missionaria" dice Paolo VI (n. 59). Verità fondamentale che è facile ripetere come affermazione di principio, ma troppe volte disattesa nella vita delle comunità cristiane! EN afferma che la Chiesa deve essere costantemente rivolta ai non cristiani: «Rivelare Gesù Cristo e il suo Vangelo a quelli che non li conoscono, questo è, fin dal mattino della Pentecoste, il programma fondamentale che la Chiesa ha assunto come ricevuto dal suo Fondatore (EN, 51).»
L'evangelizzazione interna, quella rivolta ai cristiani, va intensificata, ma il suo scopo è di rendere sempre più missionaria la Chiesa: cioè più pronta ad annunziare Cristo al mondo che ancora non lo conosce (EN, 53). Il documento di Paolo VI rappresenta una svolta radicale nella vita e nell'azione della Chiesa: l'evangelizzazione come primo imperativo, tutto il resto viene dopo. E' stata recepita questa svolta? Certamente sì nei vertici ecclesiali, nei "piani pastorali" della Cei (
[17]), che ha orientato la pastorale della Chiesa italiana in senso missionario: da "Evangelizzazione e promozione umana" (1976) fino a "Evangelizzazione e testimonianza della carità" (1990), passando per "Comunione e comunità missionaria" (1986).
Ma nella base ecclesiale c'è la forte tendenza a ridurre l'obbligo religioso di evangelizzare a impegno sociale: l'importante è amare il prossimo, fare del bene, dare testimonianza di servizio. La Chiesa dà a volte un'immagine riduttiva di se stessa, come se fosse un'agenzia di aiuto e di pronto intervento per rimediare alle ingiustizie e alle piaghe della società. Un grande giornalista conferma l'opinione generale:
«I missionari sono ammirevoli e utili quando vanno a curare i lebbrosi ed a portare il progresso fra popoli arretrati; ma se vanno per imporre loro la nostra religione, che neppure noi oggi pratichiamo più, a cosa serve la loro generosità? »
Paolo VI, parlando del dovere della testimonianza di vita, quindi dell'amore al prossimo, afferma "la necessità di un annunzio esplicito" e spiega:  

«Anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente se non è illuminata, giustificata - ciò che Pietro chiamava "dare le ragioni della propria speranza" (1 Pt. 3, 15) - esplicitata da un annunzio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù. La buona novella proclamata dalla testimonianza di vita dovrà dunque essere presto o tardi annunziata dalla parola di vita. Non c'è vera evangelizzazione se il nome, l'insegnamento, la vita e le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati...» (EN, 22). 

La proclamazione del Vangelo è l'elemento prioritario, almeno come finalità se non cronologicamente, di ogni azione missionaria, che dà coerenza a tutti gli altri elementi (promozione umana, dialogo interreligioso, inculturazione, azioni caritative, ecc.).  
«L'evangelizzazione conterrà sempre - come base, centro e insieme vertice del suo dinamismo - anche una chiara proclamazione che, in Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto, la salvezza è offerta ad ogni uomo, come dono di grazia e misericordia di Dio stesso
» (EN, 27).     

     "La missione alle genti è appena agli inizi"  

      "La Missione del Redentore" (Redemptoris Missio, RM) è considerata l'enciclica più rappresentativa di Giovanni Paolo II. Il card. Daneels di Bruxelles ha scritto che  «solo un Papa che ha viaggiato molto nei cinque continenti, prendendo contatti con tutti i popoli, poteva darci un testo così forte, entusiasta, ottimista.»
Il card. Joseph Tomko, prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione ha detto che la RM «è un grido profetico a favore della missione fra i non cristiani. Non un grido di angoscia ma di speranza, che dovrebbe causare una svolta rivoluzionaria nella Chiesa, nel senso della missione alle genti.»
Giovanni Paolo II parla di "una nuova primavera del cristianesimo" (n. 2) ed esprime la convinzione che "Dio apre alla Chiesa gli orizzonti di una umanità più preparata alla semina evangelica" (n. 3). Al termine dell'enciclica dice che "Dio sta preparando una grande primavera cristiana, di cui già si intravede l'alba" (n. 86).
Il significato della RM sta nel rilancio della "missione alle genti" (cioè ai non cristiani) "che costituisce il primo servizio che la Chiesa può rendere a ciascun uomo e all'intera umanità" (n. 2). Quindici anni dopo la EN, Giovanni Paolo II pubblica la "Redemptoris Missio" (RM), che ancora mette al centro della missione l'evangelizzazione, ma inquadrandola in altri problemi emersi negli anni ottanta: il rapporto fra missione e Regno di Dio, missione e inculturazione, missione e dialogo interreligioso, missione e crisi di fede dei popoli cristiani. La RM continua nel solco della EN e si appella alla Chiesa per "un rinnovato impegno missionario" (RM, 1-2). Il tono è più imperativo, infuocato, urgente.
"Il nostro tempo offre nuove occasioni alla Chiesa: il crollo di ideologie e di sistemi politici oppressivi; l'apertura delle frontiere e il formarsi di un mondo più unito grazie all'incremento delle comunicazioni; l'affermarsi tra i popoli di quei valori evangelici che Gesù ha incarnato nella sua vita... Dio apre alla Chiesa gli orizzonti di una umanità più preparata alla semina evangelica" (RM, 3). Il Papa indica "gli immensi orizzonti della missione ad gentes" (cap. IV) e dice che "Dio sta preparando una grande primavera cristiana, di cui già si intravede l'alba" (RM, 86).
L'enciclica è un manifesto, uno squillo di tromba per una Chiesa che tende a chiudersi e piangere sui propri mali. I viaggi di Giovanni Paolo II hanno influito parecchio su questa impostazione: «Proprio il contatto diretto con i popoli che ignorano Cristo  mi ha convinto ancor più dell'urgenza di tale attività (missionaria) (RM, 1).»
Penso che la RM sia stata troppo trascurata nei "piani pastorali", negli studi teologici, nell'animazione e stampa missionarie. La "svolta rivoluzionaria nella Chiesa, nel senso della missione alle genti", che auspicava il card. J. Tomko, non si è verificata, almeno nell'Occidente cristiano. Forse il più importante risultato l'enciclica l'ha ottenuto in quella che è la sua maggior novità rispetto ai precedenti documenti ecclesiali: l'insistenza nel dire che le giovani Chiese sono "protagoniste dell'attività missionaria" (nn. 49, 62, 64, 85, 91).

     "La fede si rafforza donandola!"  

    In passato la missione alle genti era considerata periferica nella Chiesa; per il Concilio Vaticano II l'"ad gentes" è al cuore della vita ecclesiale: tutti i battezzati ne sono responsabili. L'EN ha confermato la centralità dell'evangelizzazione nella missione della Chiesa, con i suoi contenuti di natura religiosa.
La RM fa un passo avanti: tratta esclusivamente della missione alle genti, inquadrandola teologicamente e strutturalmente nella missione universale. Giovanni Paolo II si rende conto che, 25 anni dopo il Vaticano II, la Chiesa attraversa una crisi di fede, di cui ne fanno le spese le missioni (riprende l'uso di questo termine tradizionale); riconferma con forza la "perenne validità della missione alle genti" e aggiunge che "l'attività missionaria rappresenta ancor oggi la massima sfida per la Chiesa" (n. 40); e che "la missione ad gentes è appena agli inizi" (nn. 35, 40).
Ma come superare la crisi di fede del nostro tempo? Occorre rinnovare la vita cristiana con il dinamismo missionario, facendo superare tante divisioni che lacerano le comunità cristiane.
«La missione infatti rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola! La nuova evangelizzazione dei popoli cristiani troverà ispirazione e sostegno nell'impegno per la missione universale (RM 2).»
Se questo principio fosse ben compreso e applicato nella pastorale delle Chiese costituite, la missione alle genti si rafforzerebbe e la vita cristiana diventerebbe vigorosa anche nei nostri paesi. E' quanto scriveva il beato padre Paolo Manna, fondando l'Unione missionaria del clero (ottobre 1916) e raccomandando ai sacerdoti la cooperazione alle missioni (
[18]): «A parte il bene che da questa attività verrebbe alle missioni, pensate a quale rifiorimento di fede questo fervore apostolico susciterebbe anche tra noi, perchè il vero zelo è così fatto, che più se ne dà agli altri, più ne resta per noi!»
La RM congiunge strettamente progresso umano e liberazione dalle ingiustizie con l'annunzio del Vangelo e la fondazione della Chiesa (nn. 58, 59, 60). Spesso le due realtà sono presentate in modo separato: da un lato i missionari predicano Cristo, fondano la Chiesa e le comunità cristiane, dall'altro c'è il progresso economico, politico, sociale; da un lato la salvezza soprannaturale dopo la morte, dall'altro la liberazione qui su questa terra. Le conseguenze negative di una tale impostazione sono evidenti anche nella stampa cattolica e missionaria. Ma non è questa la visione del Concilio Vaticano II e dei documenti pontifici (
[19]). Non c'è dubbio che la EN e la RM offrono ampio materiale per una revisione in senso critico dell'apostolato missionario e della stampa e animazione missionarie, come vedremo meglio in seguito.

 



[1]. Su padre Tragella vedi Gheddo P., "Paolo Manna, Fondatore della Pontificia unione missionaria", Emi 2001, pagg. 114-127.

[2]. "Le Missioni cattoliche", maggio 1962, pagg. 178-202.

[3]. Paolo VI scrive nella "Evangelii Nuntiandi" (n. 2): "Gli obiettivi (del Concilio Vaticano II) si riassumono in definitiva in uno solo: rendere la Chiesa del XX secolo sempre più idonea ad annunziare il Vangelo all'umanità del XX secolo".

[4]. Dal 1946 al 1951 il Pime apre nuove missioni in Brasile, Stati Uniti, Guinea-Bissau, Amazzonia brasiliana, Giappone, Nuovo Messico (Usa).

[5]. Così scrivevo in "Le Missioni Cattoliche" febbraio 1962, pag. 55.

[6]. Redattore dell'Osservatore Romano sono stato nelle sessioni conciliari 1962 e 1963. Nel 1964 sono partito per l'India  a fine ottobre (corrispondente per il viaggio di Paolo VI a Bombay) e sono tornato in Italia nel gennaio 1965; nell'ultima sessione del 1965 partecipavo al Concilio come giornalista e perito delle missioni, ma non più come redattore dell'Osservatore.

[7]. Circolava la voce che le spese del Concilio (viaggi e ospitalità per i padri dalle missioni, funzionamento della macchina conciliare, cerimonie e pubblicazioni, ecc.) fossero insopportabili per la scarse disponibilità economiche della Santa Sede. Ma influivano anche la stanchezza dei padri conciliari e l'attesa del mondo cristiano per la conclusione di un avvenimento ormai troppo lungo secondo il parere di molti.

[8]. Un esempio concreto di questa centralizzazione è la fine, nell'aprile 2002, dell'esperienza di padre Bernardo Cervellera del Pime, come direttore dell'agenzia "Fides". Padre Bernardo, con me a "Mondo e Missione" per 11 anni (1978-1988), poi a Hong Kong e in Cina (ha insegnato all'Università di Pechino), diventò direttore della "Fides" nel 1996. Ha rivoluzionato il modesto bollettino di carta (ignorato dalla stampa) in un'agenzia su Internet di notizie e documentazioni a servizio delle Chiese locali delle missioni, con un impatto notevole sui media internazionali: 30-40 e anche più citazioni al giorno. Bernardo ha iniziato due edizioni della Fides in cinese e in arabo (con fitta corrispondenza dalla Cina e dai paesi arabi), oltre alle cinque lingue tradizionali (italiano, francese, inglese, spagnolo, tedesco). Questa voce autorevole è venuta in contrasto con la Segreteria di Stato e la diplomazia vaticana in diverse circostanze (Cina, Palestina, ecc.).

    La Fides non rappresenta la Santa Sede, ma le Pontificie opere missionarie e le Chiese locali, però è intesa dai mass media internazionali come la voce del "Vaticano". Di qui la fine dell'esperienza di padre Bernardo, terminati i cinque anni di contratto; senza nessuna polemica, ma anche con la mortificazione di una iniziativa di eccezionale valore mediatico a servizio delle giovani Chiese delle missioni. Vedi Cervellera B., "I miei cinque anni a Fides", in "Mondo e Missione", giugno-luglio 2002, pagg. 47-49. 

[9]. Gheddo P., "Dai nostri inviati speciali, 125 anni di giornalismo missionario da Le Missioni Cattoliche e Mondo e Missione (1872-1997)", Emi 1997, pagg. 124.

[10]. Ma anche appoggio alle violenze fisiche: come dimenticare il sostegno a volte entusiasta di certa stampa cattolica e anche missionaria alle guerriglie di liberazione africane e latino-americane, alla guerra del Vietnam comunista contro il Sud del paese, al terrorismo in Sud Africa contro l'apartheid? Oggi tutti si dichiarano per la pace ad ogni costo, trent'anni fa sostenevano che l'ordine ingiusto va rovesciato anche con la guerriglia e il terrorismo!

[11]. Nel 1975-1976 sono stato il primo in Italia a denunziare i massacri dei "khmer rossi" in Cambogia e anche in campo cattolico e missionario pochi ci credevano. Il carissimo Angelo Narducci, direttore di "Avvenire", al quale collaboravo da vent'anni, mi disse: "Non posso pubblicare la tua relazione sui Khmer rossi come articolo del giornale; credo anch'io che sia tutto vero, ma succederebbe il finimondo. Scrivimi una lettera e la pubblico". Così avvenne!

[12]. Negli anni ottanta, il libro di un rinomato teologo, nel tentativo di precisare, finisce per creare maggior confusione. Elenca e spiega otto o dieci modi di intendere la "missione" della Chiesa, distingue e sottodistingue... Alla fine uno non sa più dove si trova...

[13]. Il 29 marzo 2001 "La Stampa" riportava la sintesi di uno studio pubblicato dall'autorevole rivista "Global": "La Terra non scoppia più", che documenta "l'inversione di tendenza per la popolazione mondiale: dopo il boom demografico ora si aspetta lo sboom del 2025... Il vero problema che nei prossimi 25 anni dovranno affrontare anche i paesi poveri è quello dell'invecchiamento della popolazione... In 83 paesi con due miliardi e 700 milioni di abitanti il tasso di fecondità è insufficiente ad assicurare che la popolazione non diminuisca". Questo è dovuto, anche nei paesi poveri, a diversi fattori: alfabetizzazione, innalzamento del reddito e del livello di vita, aumento dell'età del matrimonio, cambiamenti nelle condizioni delle donne, le politiche di alcuni governi, ecc. Per cui lo studio della rivista Global era intitolato "Liberate le cicogne!", cioè: Fate più figli!

[14]. La "Evangelii Nuntiandi" era una "esortazione apostolica", come conclusione del Sinodo episcopale sull'evangelizzazione del 1974. Ha avuto nella Chiesa la solennità e l'incidenza di una enciclica.

[15]. G. Salvini, s.j., "A venticinque anni dalla 'Evangelii Nuntiandi'", "La Civiltà Cattolica", 18 novembre 2000, pagg. 350-362.

[16]. Traduzione integrale dell'intervista di Leonardo Boff in "Mondo e Missione", aprile 1988, pagg. 271-273.

[17]. Ottimo l'ultimo testo del Consiglio permanente della CEI sul tema missionario: "L'amore di Cristo ci sospinge" (4 aprile 1999). Ma osservando le riviste, i congressi, le campagne di enti e organismi ecclesiali, a volte viene da chiedersi se quel documento è conosciuto e vissuto.

[18]. "Le Missioni Cattoliche", 23 febbraio 1917.

[19]. Si vedano: Ad Gentes, 8, 9, 12; Gaudium et Spes, specialmente nn. 40-45, 63-93 passim; En e Populorum Progressio (nn. 12-21, 39-42, 74-75, 81-82); Centesimus Annus, Sollicitudo rei socialis e Redemptoris Missio.