PICCOLI GRANDI LIBRI    PIERO GHEDDO
LA MISSIONE CONTINUA
Mezzo secolo a servizio della Chiesa e del terzo mondo

SAN PAOLO

PREFAZIONE di mons. Renato Corti, Vescovo di Novara PRESENTAZIONE di P. Piero Gheddo

Capitolo I:
MISSIONARIO PERCHÉ?

«Convertirci a Cristo non è importante»
La missione è un problema di fede
Bisogna ripartire da Cristo
La fede è amore appassionato a Cristo
«Chi è per te Gesù Cristo?»
«Qual è la cosa più importante per il cristiano?»
«Liberazione da che cosa?» e
«Relativismo religioso: una religione vale l'altra»
Quale l'impatto della Dominus Jesus?

 

 

Capitolo II:
I MIEI CINQUANT'ANNI DI MISSIONE

Capitolo III:
LA MISSIONE NASCE DALL' AMORE DI CRISTO

Capitolo IV:
DALLE MISSIONI ESTERE ALLE CHIESE LOCALI

Capitolo V:
IL VANGELO E LE CULTURE NON CRISTIANE

Capitolo VI:
IL DIALOGO CON LE RELIGIONI NON CRISTIANE

Capitolo VII:
IL CRISTIANESIMO PROMUOVE LO SVILUPPO DELL'UOMO

Capitolo VIII:
L'ANIMAZIONE MISSIONARIA IN ITALIA

Capitolo IX:
PRETI CON PASSIONE MISSIONARIA

Capitolo X:
QUALE FUTURO PER LA MISSIONE ALLE GENTI?

CAP. III - LA MISSIONE NASCE DALL'AMORE DI CRISTO

    Nel corso del 2002 ho tenuto in Italia un'ottantina di conferenze su "I cattolici e la sfida della globalizzazione", tema di grande attualità ([1]). Parto dal tema indicato nel titolo e poi finisco parlando del Vangelo e della Chiesa (la prima "globalizzatrice" dell'umanità), dei missionari che producono sviluppo e perchè. Una delle domande più comuni che mi vengono rivolte, anche in ambienti cattolici, è questa: perchè la missione fra i non cristiani? Se si tratta di andare a portare aiuti, educare, condividere con il popolo nel suo cammino verso lo sviluppo, questo tutti lo capiscono; ma perchè andare a convertire e battezzare, a fondare la Chiesa, a portare la nostra religione a popoli che ne hanno già un'altra?
Questa mentalità, penetrata anche tra i credenti, ha finito per condizionare gli stessi missionari, che nei loro incontri di animazione missionaria e nei loro scritti parlano sempre meno dell'annunzio di Cristo ai non cristiani e delle meraviglie che lo Spirito compie per far nascere le giovani Chiese, che pure sono gli scopi fondamentali della "missione alle genti".
Non è un fatto solo italiano, ma si verifica in tutti i paesi cristiani. Vent'anni fa padre Karl Müller, missionario del Divin Verbo e autore di opere di teologia missionaria, aveva fatto un'indagine sugli articoli pubblicati dalla stampa missionaria (
[2]); su 196 schedati nell'anno 1982 ([3]), solo 12 riguardavano l'aspetto proprio e specifico della missione alle genti: primo annunzio di Cristo e fondazione della Chiesa presso i popoli nei quali ancora non esiste; gli altri spaziavano su altri temi: terzo mondo, sviluppo, missione e liberazione, dialogo interreligioso, inculturazione, comunità di base, fondamenti teologici e biblici della missione, teologie del terzo mondo, la donna nella Chiesa, ecc.
Dal 1982 ad oggi certamente la situazione non è migliorata. A volte, sfogliando certe riviste missionarie, mi chiedo: qui si trattano temi interessanti, ma dov'è finito Gesù Cristo e la sua missione universale di salvezza? Con l'enciclice "Redemptoris Missio" (1990) Giovanni Paolo II richiama a tutta la Chiesa
«l'urgenza dell'evangelizzazione missionaria... il primo servizio che la Chiesa può rendere a ciascun uomo e all'intera umanità" (Redemptoris Missio, 2). Lo scopo dichiarato dell'enciclica è questo: "A venticinque anni... dalla pubblicazione del decreto sull'attività missionaria 'Ad Gentes'... desidero invitare la Chiesa ad un rinnovato impegno missionario» (Redemptoris Missio, 2).
A 13 anni dalla pubblicazione della "Redemptoris Missio" non pare che lo scopo sia stato raggiunto, almeno nei paesi d'antica cristianità come l'Italia: i segni di speranza per la "missio ad gentes" vengono piuttosto dalle giovani cristianità che da non molto tempo hanno ricevuto il dono della fede.

    "Convertirci a Cristo non è importante" 

    Perchè la crisi della missione ai non cristiani? Lo dice il Papa: «Nella storia della Chiesa la spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, mentre la sua diminuzione è segno di una crisi di fede" (R.M., 2). Perchè "soltanto nella fede si fonda e si comprende la missione" (R.M., 4); e ancora, più avanti: "La missione è un problema di fede, è l'indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi» (R.M., 11).
Ho parlato per due anni liturgici alla televisione di Rai Uno (1992-1994): tutti i sabati sera spiegavo il Vangelo con circa 2,6-2,8 milioni di spettatori (
[4]). Un amico giornalista televisivo abbastanza noto mi scriveva:

«Hai un bel pubblico che ti segue perchè racconti fatti interessanti dei missionari: puoi citare episodi da ogni parte del mondo, che interessano e a volte commuovono. Tu parli spesso della fede in Cristo, ma non ti rendi conto che c'è un abisso fra l'ammirazione per Gesù grande profeta e il credere che egli è Dio. Il suo messaggio di amore e di giustizia è l'unico che può salvare l'umanità dall'egoismo, dall'odio, dalle guerre. Ma non c'è bisogno di credere che Gesù è Dio e obbedire alla Chiesa, per voler bene al prossimo. Se Gesù mi dice di aiutare i poveri, di perdonare le offese, di educare i figli all'onestà e all'amore, mi sta bene, cerco di fare anch'io così. Ma se la Chiesa, a nome suo, mi impone molti altri precetti e divieti, la grande maggioranza degli italiani, pur battezzati, non capiscono e non la seguono più. Per cui dammi ascolto, parla dell'amore come ispirazione di fondo per la nostra vita e avrai ampi consensi, ma lascia perdere che Gesù è Dio e che la Chiesa parla a suo nome: sono concetti discutibili che suscitano divisioni e sentimenti di integrismo in chi crede».

Ho poi risposto all'amico che si proclama cattolico, ci siamo incontrati e abbiamo discusso a lungo, anche se ciascuno è rimasto della sua idea. Gli ho spiegato che sono missionario non anzitutto per aiutare i poveri (faccio anche questo!), ma per diffondere la fede e l'amore a Gesù Cristo: mi ha risposto che allora non devo mescolare le sue cose!
E' un'immagine della fede cristiana che rivela un aspetto della crisi di oggi, la schizofrenìa dei credenti (
[5]): da un lato la vita religiosa (Messa, preghiere, sacramenti, devozione alla Madonna e magari anche a padre Pio); dall'altro la vita quotidiana nel mondo che è tutt'altra cosa, è una vita laica: non mescoliamo le due cose! Quel che manca non sono i buoni sentimenti, i "valori" positivi e la buona volontà di lavorare per la pace, la giustizia, la solidarietà: manca, o conta poco nella vita, la fede in Cristo unico Salvatore dell'uomo e dell'umanità. La missione quindi diventa impossibile: è vista come una violenza esercitata sulla libertà degli altri. Cito un altro caso personale (ma sono fatti molto comuni), per dare un'idea di quanto difficile diventa oggi, in Italia, parlare della missione alle genti nel suo senso specifico e proprio.
Nella primavera 2002 ho tenuto una conferenza sulla globalizzazione ad un grande movimento di volontariato: nell'auditorium c'erano circa 800 persone in maggioranza giovani. Al termine, ho lanciato tre proposte concrete: 

    a) interessarsi all'altro, al diverso, ai popoli poveri; educare soprattutto i giovani ad una mentalità e ad un cuore aperti a tutti gli uomini, informandosi delle situazioni e impegnandosi anche in campo politico per la giustizia e la solidarietà: dare grandi ideali ai giovani!
    b) Ritornare a una certa austerità di vita, perchè non si può essere fratelli dei poveri vivendo nel superfluo, nello spreco, secondo il "modello di sviluppo consumistico" che a parole spesso condanniamo. Non basta protestare contro le multinazionali e il capitalismo, bisogna rinunziare, sacrificarsi, fare a meno del superfluo e offrirlo a chi non ha il necessario alla vita.
     c) Dobbiamo convertirci a Gesù Cristo e condurre una vita secondo il Vangelo: Gesù è il nostro modello e la nostra forza perchè ci aiuta con la sua grazia. Se fossimo veramente cristiani, l'abisso tra ricchi e poveri troverebbe una soluzione. Dobbiamo dare "un'anima alla civiltà materialista e tecnologica in cui viviamo" e non può essere che un'anima cristiana, evangelica. E terminavo lanciando un appello a "dare la vita per gli altri" come ha fatto Gesù e come fanno i missionari; o una parte della vita come i volontari laici che vanno tra i poveri per condividere e aiutarli concretamente.

La signora che presiedeva l'assemblea (prima di iniziare mi aveva detto di essere cattolica praticante), ha concluso dichiarandosi d'accordo con i miei due primi appelli; ma sul terzo no: «Non è importante convertirci a Cristo, basta amare l'uomo: in questo ci incontriamo tutti. La conversione, essendo un fatto personale, intimo, non vale la pena di parlarne.» 

    La missione è un problema di fede 

    Le ho poi scritto una cordiale e lunga lettera (rimasta senza risposta), ringraziandola per il movimento che dirige, che apprezzo molto; ma esprimendo il mio disaccordo circa la sua affermazione che "convertirci a Cristo non è importante: basta amare l'uomo": 

    1) Come cattolici abbiamo il dovere di testimoniare la fede, di non nasconderci come credenti: "Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo: non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro e risplende per tutti quelli che sono in casa" (Matteo 5, 13-15). Dagli anni ottanta, da quando ci siamo resi conto che "l'Italia è un paese da rievangelizzare con spirito e metodi missionari" (come diceva il card. Ballestrero a Loreto, 1985), la Cei incentra quasi tutti i suoi documenti sulla missione e la testimonianza che tutti i cristiani debbono dare della propria fede. Tutti siamo missionari: la "nuova evangelizzazione" è basata proprio su questa presa di coscienza dei laici battezzati. 
    2) Lei, cara signora, come tanti altri, ha ereditato una mentalità secondo la quale la fede è un fatto intimo, privato: bisogna avere il pudore di non dichiararla, per non turbare chi non crede. Ma oggi la mentalità dei non credenti è del tutto diversa: anzi avere un sentimento religioso è quasi una moda. Sapesse, cara signora, quanti, anche nel mondo giornalistico (come il grande amico Indro Montanelli!), sentono, pur non credendo, questo desiderio di una fede, di una certezza, di un qualcosa che superi il materialismo, l'ateismo pratico, il consumismo che ci svuotano dall'interno.
Purtroppo le persone in ricerca religiosa, che sono tante, incontrano molti cattolici per i quali la fede è un fatto privato e non se ne deve parlare. Una certa mentalità cattolica, nata trent'anni fa (e allora in parte giustificata da rigidità, trionfalismo, atteggiamenti di imposizione che la Chiesa e i preti mostravano di avere), oggi non ha più senso e noi cattolici dobbiamo cambiare mentalità; altrimenti lasciamo un vuoto spirituale che è riempito da altre proposte. Così molti si costruiscono la loro "religione fai-da-te" e vanno a finire in espressioni fideistiche molto peggiori di quelle della pietà popolare cattolica, che abbiamo tanto disprezzato e cercato di abolire.
Tre anni fa a Lacchiarella (presso Milano) c'è stata la "Fiera della New Age". I parroci, ha scritto Roberto Beretta che l'aveva visitata per "Avvenire", avrebbero dovuto portarci in pellegrinaggio i loro fedeli, per vedere in cosa si finisce per credere, quando si perde la fede in Dio e in Gesù Cristo!
Noi abbiamo buttato via le candele davanti alla Madonna e a Sant'Antonio perchè, si diceva, è devozionalismo; e ora ci sono quelli che comperano, a caro prezzo, i ceri o le lampade stile indiano da mettere davanti allo "spirito" che non si sa chi sia e cosa faccia; comperano l'incenso in stecchette, da bruciare perchè fa atmosfera, purifica l'ambiente e onora lo "spirito": quale? Non si sa, ma non importa.
Abbiamo abolito l'acqua santa e troviamo gente che compera la fontana terapeutica da mettere in casa, con le luci soffuse e l'acqua che scorre, gorgoglia, dà benessere e crea sentimenti di pace e di serenità. A chi compera questa fontana in marmo, che costa qualche milione, danno una bottiglietta di acqua di Lourdes in omaggio. Abbiamo tolto i crocifissi dalle pareti e le immagini di Santa Rita e si sono inventati il "feng shui": una credenza di origine cinese secondo la quale tutti gli ambienti hanno in sè energie positive o negative, a seconda dell'orientamento, per cui la casa dev'essere costruita sull'asse nord-sud invece che est-ovest; il letto va disposto in direzione est-ovest, la fontana terapeutica va messa a nord; poi devi avere vernici biologiche, i campi magnetici giusti; se vuoi godere la pace del cuore non pregare Gesù e Maria, basta che al mattino bruci un po' di incenso allo "spirito buono", che ti preserva dal malocchio, ecc....
E lei non pensa, cara signora, che di fronte a questo sbandamento spirituale e culturale del nostro popolo italiano noi cattolici abbiamo il dovere di testimoniare e dichiarare apertamente la nostra fede in Gesù Cristo? Certo con umiltà perchè la fede è un dono di Dio! E con discrezione, prudenza, amicizia, senza voler imporre niente a nessuno; ma anche con la ferma convinzione che ciascuno deve dare, come e quando può, testimonianza della sua fede: prima con la vita e poi anche con le parole. E allora, perchè dire che convertirci a Cristo non è importante, basta amare l'uomo?
Paolo VI diceva (messaggio della Pasqua 1970) che, senza il modello e la grazia di Cristo, i valori diventano disvalori! Tutti dicono di amare l'uomo, anche Pol Pot diceva di voler costruire il "socialismo perfetto" per il bene dell'uomo cambogiano; ma quando nell'agosto 1977, ad una conferenza internazionale in Sri Lanka, gli chiesero come mai mancavano circa due milioni di cambogiani (morti di fame o ammazzati come supposti oppositori dei khmer rossi), rispose: "Non erano necessari alla costruzione del socialismo". Proprio nel tempo della globalizzazione, quando ci vengono in casa milioni di terzomondiali, spesso con una profonda fede e forte senso di appartenenza religiosa, noi stiamo diventando dei contenitori vuoti: ricchi, istruiti, tecnicizzati, democratici, filantropi, dialoganti, ma vuoti, privi di contenuti, inconsistenti, senza punti di riferimento, pessimisti, con pochi bambini perchè privi della gioia di vivere. Come il card. Biffi definiva i bolognesi: "Sazi e disperati".   

     Bisogna ripartire da Cristo

     Giovanni Paolo II così spiega la vocazione missionaria della Chiesa, dei missionari e di tutto il popolo di Dio ("Redemptoris Missio", 11): «All'interrogativo: perchè la missione?, noi rispondiamo con la fede e con l'esperienza della Chiesa che aprirsi all'amore di Cristo è la vera liberazione. In lui, soltanto in lui siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù del potere del peccato e della morte. Cristo è veramente "la nostra pace" (Ef. 2, 14) e "l'amore di Cristo ci spinge" (2 Cor 5, 14), dando senso e gioia alla nostra vita". E aggiunge: "La missione, oltre che dal mandato formale del Signore, deriva dall'esigenza profonda della vita di Dio in noi. Coloro che sono incorporati nella Chiesa cattolica devono sentirsi dei privilegiati, e per ciò stesso maggiormente impegnati a testimoniare la fede e la vita cristiana, come servizio ai fratelli e doverosa risposta a Dio.»
Gesù Cristo è il primo missionario, il "mandato" per eccellenza (Luca, 4, 18; Giov. 4, 34). Per far rinascere lo spirito missionario nel popolo di Dio, bisogna ripartire da Cristo, dall'amore a Cristo. Nella sua enciclica missionaria il Papa picchia come un martello su questo chiodo, specie nel capitolo Iº intitolato: "Gesù Cristo unico Salvatore": «Cristo è l'unico salvatore di tutti, colui che solo è in grado di rivelare Dio e di condurre a Dio... In nessun'altro c'è salvezza... La salvezza non può venire che da Gesù Cristo... L'universalità di questa salvezza in Cristo è affermata in tutto il Nuovo Testamento... Cristo è l'unico mediatore fra Dio e gli uomini... Gli uomini quindi non possono entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Gesù Cristo, sotto l'azione dello Spirito. Questa sua mediazione unica e universale, lungi dall'essere di ostacolo al cammino verso Dio, è la via stabilita da Dio stesso e di ciò Cristo ha piena coscienza...»
Perchè questa insistenza? Evidentemente perchè il maggior ostacolo al rilancio della missione alle genti (scopo dell'enciclica) è proprio la fede in Cristo unico salvatore degli uomini: non fanno difficoltà i "valori morali" del Vangelo, che anzi tutti ammettono e che si sono diffusi al di là dei confini visibili della Chiesa, come dice la stessa enciclica (n. 86): «Sia nel mondo non cristiano come in quello di antica cristianità, c'è un progressivo avvicinamento dei popoli agli ideali e ai valori evangelici, che la Chiesa si sforza di favorire. Oggi infatti, si manifesta una nuova convergenza da parte dei popoli per questi valori: il rifiuto della violenza e della guerra; il rispetto della persona umana e dei suoi diritti; il desiderio di libertà, di giustizia, di fraternità; la tendenza al superamento dei razzismi e dei nazionalismi; l'affermazione della dignità e la valorizzazione della donna.»
Nel mondo secolarizzato, la missione della Chiesa diventa sempre più difficile perchè Gesù Cristo fa problema, imbarazza, scandalizza: "Scandalo per gli ebrei e follìa per i pagani" diceva San Paolo (1 Cor. 1, 23). La crisi del mondo cristiano é una crisi di fede e di missione, non di spirito religioso. Secondo il "Rapporto annuale su magia ed esoterismo in Italia", presentato il 31 ottobre 2002 a Roma dall'associazione "Telefono antiplagio" (
[6]),   «maghi e occultisti che operano in Italia sono 22.000, il 43% nel Nord, il 30 al Centro, il 27% nel Sud Italia; Il maggior numero spetta alla Lombardia: 2.500 maghi, 180.000 cittadini che si rivolgono a loro e un giro d'affari di 90 milioni di Euro. Il secondo posto va invece a Lazio e Campania, ambedue con 2.000 maghi ciascuna, 140.000 cittadini che li frequentano, con un giro d'affari di 75 milioni di Euro... (Seguono Sicilia, Piemonte, Romagna e Puglia, Toscana, Venetoi, Calabria e Liguria...) ([7]).»
Secondo un comunicato stampa al "Congresso dei maghi e indovini italiani" nel giugno 1996, a Milano ci sono circa 2.000 maghi, indovini, sette orientali, sedi di centri spiritici, cartomanti, facitori di oroscopi; in Italia sono più di 25.000, con un giro d'affari che supera i 2.000 miliardi di vecchie lire l'anno!  Appena si sparge la voce che c'é un'apparizione o un "miracolo", la gente corre in massa. Tutti sentono il bisogno dello spirituale, del trascendente, dell'Assoluto.
Non è in crisi la religiosità, ma la fede in Cristo, unico Salvatore dell'uomo, dell'umanità. Viviamo in una società non di atei, ma di idolatri. Se non credessero a niente sarebbe meglio: invece credono negli idoli, negli "dei falsi e bugiardi", come si diceva una volta. Il Dio fatto uomo in Cristo è stato sostituito dagli idoli: denaro, sesso, carriera, potere, fama, superstizioni, "religione fai da te".
«Il sociologo Franco Garelli conclude una sua indagine dicendo che oggi in Italia "la religione è forte ma la fede vacilla" (
[8]). "I battezzati nella Chiesa cattolica sono il 95% degli italiani", ma solo "il 30% va in chiesa tutte le domeniche"; e il 33% di questi 30% di "praticanti regolari", che recitano ogni domenica il Credo dove proclamano di aspettare "la vita del mondo che verrà", dichiarano che "non si può sapere cosa ci attende dopo la morte".» 

    La fede è amore appassionato a Cristo 

    La domanda che ciascun cristiano deve porsi è quella rivolta dal settimanale "Il Nostro Tempo" di Torino, che nel 1997 ha pubblicato varie dichiarazioni su questo tema: "Chi è per te Gesù Cristo?"; cioè: cosa conta Gesù Cristo nella tua vita? La fede non è solo un fatto intellettuale staccato dalla vita quotidiana, ma amore e passione per Cristo che trasforma tutta l'esistenza. Il Papa lo dice con chiarezza: la missione è comunicazione di un'esperienza di amore, per cui "il vero missionario é il santo" (R.M., 90). Chi vive veramente il Vangelo vale di più, per la missione e la nuova evangelizzazione, di tutti i "piani pastorali" e i documenti e i comitati e i convegni di studio (tutte cose che ci vogliono, ma non bastano!), perchè "il Santo è il Vangelo vissuto oggi", come ha detto il card. Carlo Maria Martini.
La missione fra i non cristiani si fonda sulla fede in Cristo, ma anche sulla convinzione che c'è una grande differenza fra la ricchezza che Cristo ci comunica attraverso il battesimo e la povertà spirituale in cui vivono coloro che ancora non sono stati raggiunti dalla "buona notizia" del Vangelo. Quante volte ho sentito raccontare, nelle visite alle missioni, che, a parità di condizioni, il cristiano vive meglio del non cristiano, ha una coscienza più chiara dei propri diritti e doveri, si sviluppa di più, è più aperto alle necessità degli altri, più sereno e pieno di speranza, si preoccupa di più del bene pubblico. Se si pensa, come molti pensano anche fra i battezzati, che tutte le fedi religiose più o meno si equivalgono perchè ciascuna ha i suoi valori, la missione non ha più senso: si può avere il dialogo, la collaborazione, il rispetto vicendevole e lo scambio di valori, ma la missione no. La "Redemptoris Missio" (n. 7) afferma che «l'urgenza dell'attività missionarie emerge dalla radicale novità di vita, portata da Cristo e vissuta dai suoi discepoli... Tutto il Nuovo Testamento è un inno alla vita nuova per colui che crede in Cristo e vive nella sua Chiesa.»
"La radicale novità di vita portata da Cristo": ecco da dove vengono l'entusiasmo della fede e l'amore a Gesù Cristo, che dà senso alla nostra vita, realizza le nostre aspirazioni, rappresenta la fonte di ogni gioia e consolazione. Un grande carismatico della nostra epoca, mons. Luigi Giussani fondatore di "Comunione e Liberazione", così precisa la "novità della vita in Cristo" nel quadro della storia dell'uomo e dello sviluppo dei popoli (
[9]):

La cultura occidentale possiede dei valori tali per cui si è imposta come cultura, operativamente, socialmente, a tutto il mondo. C'è una piccola osservazione da aggiungere: tutti questi valori la civiltà occidentale li ha ereditati dal cristianesimo: 
   
1) Il valore della persona, assolutamente inconcepibile in tutta la letteratura del mondo, perchè la persona è concepibile come dignità esclusivamente se è riconosciuta non derivare integralmente dalla biologia del padre e della madre, altrimenti è come un sasso dentro il torrente della realtà. 
     2) Il valore del lavoro, che in tutta la cultura mondiale, in quella antica, ma anche per Engels e Marx, è concepito come una schiavitù, è assimilato ad una schiavitù. Mentre Cristo definisce il lavoro come l'attività del Padre, di Dio (
[10]). 
     3) Il valore della materia, vale a dire l'abolizione del dualismo fra un aspetto nobile e un aspetto ignobile della vita della natura, che non può esistere per il cristianesimo; la frase più rivoluzionaria nella storia della cultura è quella di san Paolo: "Tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi" (I Tim. 4, 4); per cui Romano Guardini può dire che "il cristianesimo è la religione più 'materialista' della storia" (
[11]). 
     4) Il valore del progresso, del tempo come carico di significato, perchè il concetto di storia esige l'idea di un disegno intelligente. 
    5) Questi sono i valori fondamentali della civiltà occidentale, a mio avviso. Non ne ho citato un altro, perchè è implicito nel concetto di persona: la libertà. Se l'uomo deriva tutto dai suoi antecedenti biologici, come la cultura imperante pretende, allora l'uomo è schiavo della casualità, degli scontri e quindi è schiavo del potere. Ma se nell'uomo c'è qualche cosa che deriva direttamente dall'origine delle cose, del mondo, l'anima, allora l'uomo è realmente libero.
Ma l'uomo non può concepirsi libero in senso assoluto: siccome prima non c'era e adesso c'è, dipende. Per forza. L'alternativa è molto semplice: o dipende da Ciò che fa la realtà, cioè da Dio, o dipende dalla casualità del moto della realtà, cioè dal potere. La dipendenza da Dio è la libertà dell'uomo dagli altri uomini. La mancanza terribile della civiltà occidentale è di aver dimenticato e rinnegato questo. Così, in nome della propria autonomia, l'uomo occidentale è diventato schiavo di ogni potere.

Giovanni Paolo II così esprime in sintesi questi concetti: «lo sviluppo dell'uomo viene da Dio, dal modello di Gesù uomo-Dio, e deve portare a Dio (Redemptoris Missio, 59).»
Più riflettiamo su queste verità della fede, più comprendiamo  il nostro compito di cristiani se vogliamo davvero essere utili all'umanità, dobbiamo anzitutto e soprattutto conoscere, imitare, innamorarci di Gesù, per poter trasmettere i suoi esempi, i suoi insegnamenti! San Paolo diceva di essere stato "afferrato da Cristo Gesù" (Filippesi, 3, 12); "Mihi vivere Christus est", per me vivere è Cristo. E aggiungeva: «Quello che per me era un vantaggio, per amore di Cristo l'ho ritenuto una perdita. Considero ogni cosa come un nulla in confronto alla suprema conoscenza di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e e tutto ritengo come spazzatura, pur di guadagnare Cristo (Filippesi, 3, 7-8).»
Gli esegeti hanno contato nelle lettere di San Paolo 164 volte l'espressione: "in Christo", cioè la vita in Cristo. "Chi è il missionario?" hanno chiesto una volta a Madre Teresa, che ha risposto: «E' quel cristiano talmente innamorato di Gesù Cristo, da non desiderare altro che di farlo conoscere e amare.»
Personalmente, non posso che confermare questo itinerario verso la missione. Molti elementi hanno concorso al nascere della mia vocazione missionaria, ma sostanziamente ho scelto di diventare missionario perchè ho avuto da Dio il dono di un'autentica formazione cristiana fin dalla nascita, in una famiglia di profonda fede e vita evangelica. La nonna Anna che mi ha educato (ho perso la mamma nel 1934 a cinque anni e il papà nella II guerra mondiale) ha saputo orientare la vita mia e dei miei fratelli con l'esempio, i fatti concreti, i racconti della vita di Gesù, della Madonna, dei santi. 

     "Chi è per te Gesù Cristo?"   

     Così ho risposto alla domanda: "Chi è per te Gesù Cristo?": «E' tutto il mio amore, tutta la mia gioia, l'unico fine a cui cerco di orientare le mie azioni, i miei pensieri e affetti. Non sempre ci riesco, ma a lui ho consacrato la mia piccola vita e in questi anni, che Dio mi concede di vivere, vorrei diventare sempre più simile al modello divino che il Signore Gesù mi presenta nei Vangeli.  »
Una volta un amico mi ha chiesto: "Tu non ti sei mai innamorato?". Gli ho risposto: "Oh sì, mi sono innamorato di Gesù, altrimenti non sarei prete e missionario". Quando si fa l'esperienza dell'amore di Cristo, vale la pena di lasciare tutto per avere questa "perla preziosa" della parabola evangelica (Matt. 13, 45-46). Chiedo al Signore di rinnovarmi ogni mattino il gioioso stupore e l'entusiasmo della mia prima Messa, di concedermi il dono delle lacrime per commuovermi pensando che, io, povero peccatore, chiamo sull'altare il mio Dio e lo distribuisco in cibo all'umanità affamata. Mi chiedo spesso se l'annunzio che faccio di Cristo, con la vita e la parola, è sempre un messaggio di gioia, di quella gioia che l'angelo comunicò ai pastori nella "notte santa":

    Vi annunzio una bella notizia
    che darà gioia a tutto il popolo:
    oggi, nella città di Davide,
    è nato il vostro Salvatore,
    il Cristo, il Signore" (Luca, 2, 10-11).

Ho intervistato a lungo l'amico Vittorio Messori che mi ha raccontato la storia della sua conversione ([12]). Nato in una famiglia modenese agnostica con forti umori anticlericali, a 23 anni, mentre studia all'Università di Torino ed è alunno dei "maestri del laicismo italiano" (Alessandro Galante Garrone, Norberto Bobbio, Luigi Firpo), nella calda estate 1964 è solo a Torino per preparare degli esami e trova su una bancarella un'edizione popolare dei Vangeli. La compera per curiosità e incomincia a leggere: non riesce più a smettere e scopre le risposte agli interrogativi che si poneva da anni. Dice Vittorio:

« Io non so che impressione faccia il Vangelo a voi che fin dall'infanzia siete stati abituati a leggerlo ed a sentirlo commentare. Forse vi manca il dono dello stupore e delle lacrime. Per me era la prima volta che prendevo in mano quel libretto sempre disprezzato. Avevo già letto centinaia di libri, avevo cercato invano una parola di verità e di pace in filosofi, ideologi, politici, maestri del dubbio.
In quel luglio 1964, leggendo per la prima volta il Vangelo, mi successe una cosa sconvolgente, una grazia di Dio: ho cominciato a piangere. Passavo dallo stupore al pianto, dalla commozione alla gioia, dall'ammirazione alla voglia di gridare a tutti quel che avevo scoperto: Gesù di Nazareth è veramente l'unico Salvatore del mondo!
Pensa cosa vuol dire leggere per la prima volta, con la freschezza di un giovane che cerca la sua via, il discorso delle Beatitudini. E' il mondo alla rovescia. Mi ricordo che continuavo a ripetermi: ma allora, se Gesù è veramente il Figlio di Dio, qui cambia tutto, la vita ha un altro significato. Improvvisamente capivo che tutta la cultura illuministica, della sola Ragione, ti dà molto, ma non la cosa essenziale: non ti salva. La cultura moderna dà risposte sofisticate per i bisogni penultimi dell'uomo, non per quelli ultimi. Solo il Cristo Salvatore dà una risposta adeguata a tutti i bisogni, a tutte le aspirazioni dell'uomo.»

Vittorio Messori ha dedicato la sua vita ad approfondire la conoscenza e l'amore a Gesù Cristo, per comunicare agli altri le sue scoperte, sempre con l'entusiasmo e la gioia di quella prima lettura del Vangelo, nell'estate 1964 a Torino. Noi che conosciamo Cristo da tanti anni, abbiamo conservato questa capacità di stupore e di amore, come risposta alle provocazioni del Vangelo?
In una lettera della Cei, in seguito al Convegno missionario nazionale di Bellaria (Forlì) del settembre 1998, si legge (
[13]):

«La coscienza missionaria nasce e si forma nell'incontro con Cristo. Ne deriva che ogni debolezza cristologica indebolisce la radice stessa della missione. Forse sta proprio qui la ragione di certe nostre esitazioni. Accanto ad una forte ricerca teologica, per altro già in atto, lo slancio missionario richiede una forte spiritualità, di cui, forse, siamo ancora carenti... L'urgenza della missione nasce dall'interno e la stessa convinzione che Cristo è atteso da ogni uomo è colta a partire dalla propria esperienza di incontro con lui. E' questa la risposta al "perchè" della missione. La riflessione teologica chiarisce e rende vigorosa questa spinta interiore, ma non basterebbe in nessun modo a suscitarla. Indugiare troppo sul "perchè" della missione può essere segno della debolezza della nostra fede. Non si abbia paura di questa forte accentuazione della centralità di Cristo... »

Viviamo nel tempo post-moderno, la società è formata da post-fascisti, post-comunisti, post-socialisti, post-democristiani. I post-cristiani non esistono, perchè cambia il mondo, cambiano gli uomini e le culture, cambia la Chiesa, cambia la missione e la pastorale, cambiano i Papi e i vescovi: ma Gesù è quello che i Vangeli ci hanno raccontato e la Chiesa ci propone oggi. La lettera "Tertio millennio adveniente" intitola il primo capitolo con queste parole della Lettera agli Ebrei (13, 8): "Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre". Che bello pensare che la nostra fede è fondata sul Figlio di Dio, che non cambia e non tradisce mai!
Giovanni Paolo II non cessa mai di stupire. Un avvenimento legato al Giubileo del 2000, che si è ripetuto spesso e ha suscitato sconcerto e anche avversione fra i cattolici, è questo: il Papa ha chiesto perdono tutte le volte che ha potuto, ai neri dell'Africa, agli ebrei, ai "fratelli cristiani separati", per le guerre di religione, per certi metodi di evangelizzazione del passato che non rispettavano la libertà dell'uomo, ecc. Insomma, ha chiesto perdono al mondo intero per le infedeltà al Vangelo dei credenti in Cristo.
«Come dimenticare la toccante "Liturgia del 12 marzo 2000", in cui io stesso, nella Basilica di San Pietro, fissando lo sguardo sul Crocifisso, mi sono fatto voce della Chiesa chiedendo perdono per il peccato di tutti i suoi figli. Questa "purificazione della memoria" ha rafforzato i nostri passi nel cammino verso il futuro, rendendoci più umili e vigili nella nostra adesione la Vangelo (
[14]).» 

    "Qual'è la cosa più importante per il cristiano?"  

    L'interrogativo "Chi è per te Gesù Cristo?" non può essere limitato al ristretto ambito della mia persona. Mi porta a guardare fuori, ai miei fratelli e sorelle del mondo intero. L'amore a Cristo significa impegnarmi per farlo conoscere e amare da tutti: non posso conoscerlo e amarlo tenendolo per me.
Sono diventato missionario del Pime perchè ho pensato che la "missio ad gentes" è l'estrema frontiera della fede e della Chiesa, a cui tutti i battezzati sono chiamati, ciascuno secondo le proprie possibilità. Il dono della fede, gratuitamente ricevuto da Dio, per mantenerlo forte e vivo va comunicato agli altri: "La fede si rafforza donandola!" dice il Papa nella "Redemptoris Missio" (n. 2). Tutta la Chiesa deve convertirsi alla missione universale: «Nessun credente in Cristo, nessuna istituzione della Chiesa può sottrarsi a questo dovere supremo: annunziare Cristo a tutti i popoli (Redemptoris Missio, n. 3).»
La nostra fede è spesso concepita come un qualcosa di personale da custodire, non da comunicare. Ho sempre pensato che questo passaggio del Catechismo di S. Pio X è incompleto: «Perchè Dio ti ha creato? - Per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e poi goderlo nell'altra in Paradiso". D'accordo, ma si doveva aggiungere: "e per farlo conoscere e amare!»
Se non è missionaria, la Chiesa non è più quella fondata da Cristo; se il battezzato tiene per sè la sua fede e non la comunica ad altri è come il ricco che tiene per sè le sue ricchezze e si chiude alle necessità del prossimo che manca del necessario alla vita. Nel tempo della globalizzazione (o mondializzazione), che stiamo vivendo, prevale nei popoli l'aspirazione verso una unità del genere umano, verso una società che abbracci l'umanità intera, per creare un mondo più fraterno, più giusto e soprattutto pacifico.
Questa aspirazione era ben incarnata nel comunismo, nel quale c'era un elemento escatologico, religioso che affascinava molti: per non pochi infatti il comunismo era il sostituto della religione (
[15]). Questo elemento era il mito della "società senza classi", cioè un mondo nel quale tutte le barriere (nazionali, razziali, di classe, le barriere create dalla nascita o dal denaro) vengano frantumate e gli uomini vivano come fratelli (compagni) nella giustizia e nella pace. Nel suo "Libretto rosso" Mao sintetizzava bene questo mito nella famosa frase: "Da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo il suo bisogno".
La forza del comunismo erano gli ideali che aveva ricevuto dal cristianesimo (sarebbe impensabile che nasca il comunismo in ambiente indù o buddhista!): è la secolarizzazione della salvezza, che i regimi comunisti hanno tentato di realizzare togliendo Dio dall'orizzonte dell'uomo. Come sappiamo, dopo montagne di cadaveri e la distruzione dell'uomo (
[16]) e di interi paesi, il tentativo è fallito. Ma le aspirazioni rimangono, provocano il mondo cristiano, la Chiesa. Noi sappiamo che un mondo migliore è possibile, ma solo a ripartire da Cristo: ma ci crediamo e ci pensiamo e preghiamo ancora? Oppure abbiamo rinunziato a costruire l'unione dell'umanità sotto il segno di Gesù Cristo? Mezzo secolo fa Jean Daniélou scriveva ([17]):
«Se vogliamo rispondere al comunismo, dobbiamo anzitutto camminare nel senso dell'universalismo; e risponderemo meglio al comunismo lavorando per l'espansione del cattolicesimo nei paesi non cristiani, che discutendo nei nostri paesi sulla ripartizione delle ricchezze o sulla produzione. Non è questo l'essenziale: l'essenziale è il problema spirituale. La lotta s'impone principalmente sul piano spirituale. Come dice S. Paolo, si deve combattere contro i principi di questo mondo. La prospettiva missionaria abbraccia il mondo, che è il campo di battaglia sul quale si urtano le grandi correnti in contrasto.»
La Chiesa deve ritornare ad annunziare in modo più chiaro ed esplicito l'essenziale del messaggio evangelico: Gesù Cristo, il primo missionario del Padre, morto in croce e risorto per salvare tutti gli uomini, non solo nella "vita eterna", ma anche in questa vita, realizzando l'inizio del Regno di Dio fra gli uomini. La fede in Cristo e la Chiesa giustificano la missione alle genti, altrimenti noi missionari non abbiamo senso.
«Il Vangelo rimane vivo, fresco, nuovo, se lo si annunzia. Muore se lo si rinchiude", scrive il biblista Bruno Maggioni. "Qualsiasi comunità deve aprirsi alla missione, se vuole respirare. Se questo non avviene, non è perchè ci mancano le idee o i progetti o i mezzi e l'organizzazione, ma è perchè ci manca l'anima. Abbiamo bisogno di slancio e dunque di conversione e di un robusta iniezione di spiritualità" (
[18]).»
Mi chiedo: noi dell'animazione e della stampa missionaria annunziamo Gesù Cristo o lo diamo per scontato? Lamentiamo la decadenza della missione alle genti e delle vocazioni missionarie specifiche; ma dobbiamo renderci conto del fatto che se, nei nostri discorsi e nelle nostre riviste e libri, nelle nostre campagne d'opinione pubblica, diamo per scontata la fede in Cristo, ne parliamo e scriviamo poco, perchè, secondo la mentalità corrente, «non è importante convertirci a Cristo, basta amare l'uomo: in questo ci incontriamo tutti; la conversione, essendo un fatto personale, intimo, non vale la pena di parlarne»; ecco spiegato perchè molti lodano e aiutano i missionari per le loro attività socio-culturali (prendersi cura dei bambini abbandonati, costruire scuole, creare una coscienza dei diritti dell'uomo e della donna, difendere gli ultimi, ecc.), ma non li capiscono: che senso ha portare Cristo a chi ha già altri profeti e altre fedi religiose? Il cristianesimo non è una religione come le altre, non è un codice morale: è una persona, Gesù. E' un fatto, una notizia, un avvenimento: il Figlio di Dio che si fa uomo per salvarci. Essere cristiani vuol dire conoscere, amare, imitare Gesù Cristo. Ricordo un'inchiesta sul cristianesimo, fatta dalla Fondazione Agnelli di Torino una ventina di anni fa, tra i dipendenti della Fiat.
«A questa domanda: "Qual'è la cosa più importante per il cristiano?", circa il 50% rispondevano: andare a Messa la domenica; il 30% dicevano: il Battesimo; altri rispondevano in vari modi: obbedire al Papa, studiare il catechismo, sposarsi in chiesa, leggere la Bibbia... Pochissimi rispondevano: credere, amare e imitare Gesù Cristo, Figlio di Dio morto e risorto per salvarci! »
Cosa significa questo? Che l'immagine complessiva che la Chiesa in Italia oggi dà di sè è sempre meno quella di una comunità che vive e annunzia Cristo: fa molte cose belle e buone, cura i drogati e i malati di Aids, consola gli afflitti, difende i diritti dell'uomo e della donna, si impegna per le giuste cause dell'uomo oppresso... ma, secondo la mentalità comune, "non mescoliamo tutto questo con la fede in Cristo: sono due cose da tenere separate...". 

     "Liberazione da che cosa?" e "Relativismo religioso: una religione vale l'altra" 

     Due pericoli per la fede oggi, ricordati dall'enciclica "Redemptoris Missio": secolarizzazione della salvezza e relativismo della fede. Ne siamo tutti toccati perchè tutti viviamo il nostro tempo e partecipiamo alla mentalità comune.

a) Secolarizzazione della salvezza. 
«
La tentazione oggi é di ridurre il cristianesimo ad una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo secolarizzato é avvenuta una graduale secolarizzazione della salvezza, per cui ci si batte, sì, per l'uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi, invece, sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto l'uomo e tutti gli uomini (n. 11).»
Questa tentazione é molto forte perchè è parte della cultura moderna secolarizzata: il cristianesimo é ridotto ad una specie di "religione dell'umanità" (come volevano gli illuministi del Settecento), la Chiesa intesa come società filantropica e di riferimento morale. Parliamo tanto di fame nel mondo, di diritti dell'uomo, non parliamo mai della fame di Dio e dei diritti di Dio. Madre Teresa diceva: «La più grande disgrazia dell'India è di non conoscere Gesù Cristo.»
Se questo è vero, ecco un tema che le riviste missionarie dovrebbero documentare in modo molto concreto: ad esempio intervistando chi si converte sui motivi per i quali s'è convertito a Cristo. Invece questa verità non è quasi mai ricordata, è scomparsa dal nostro orizzonte! Quando Madre Teresa visitò il Centro missionario del Pime di Milano nel 1977, il Pime lo conosceva già bene, perchè le sue suore collaboravano con noi in India, Bangladesh, Hong Kong, Brasile, Filippine, ecc. (nel 1989 hanno aperto le porte della Cambogia ai missionari del Pime).
«Ma quando le dicono che nel palazzo del Centro missionario c'è anche la sede di "Comunione e Liberazione", la Madre chiede: "Liberazione da che cosa?". "Dal peccato" le risponde pronto il missionario che l'accompagna. "Allora va bene" commenta la Madre, "questa è l'unica liberazione che conta".»
Parliamo tanto di "liberazione", ma dalla fame, dalla miseria, dall'analfabetismo, dalle ingiustizie, dalle oppressioni politiche: l'ultima cosa che ci viene in mente è la "liberazione dal peccato", che invece la grande missionaria (modello di tutti i missionari) considerava prioritaria in senso assoluto!
Oggi non é in crisi la Chiesa come istituzione. Non c'é pericolo che la Chiesa scompaia; non solo per la promessa di Gesù, ma anche perché, nel nostro mondo democratico e secolarizzato, essa non é più combattuta: é accettata ed esaltata come strumento di pace sociale, come richiamo all'etica, come assistenza ai poveri e agli handicappati. La Chiesa pilastro della società capitalista avanzata, rimedio ai disastri umani causati dal capitalismo: ma non perché predica Gesù unico Salvatore dell'uomo!
Si tenta di salvare il cristianesimo come sistema morale e consolatorio dell'uomo alienato dal capitalismo e dal materialismo, passando dal messaggero al messaggio, cioè da Gesù Figlio di Dio, unico Salvatore dell'uomo, ai "valori morali" che sarebbero comuni a tutti. La gente ha fame e sete di Dio e noi le diamo il "discorso dei valori", che nella fede ha senso solo se fondato sulla persona e sul modello di Gesù unico Salvatore.

b) Relativismo e intellettualismo religioso.
«
Una delle ragioni più gravi dello scarso interesse per l'impegno missionario é la mentalità indifferentista, largamente diffusa, purtroppo anche tra i cristiani, spesso radicata in visioni teologiche non corrette e improntate ad un relativismo religioso che porta a ritenere che una religione vale l'altra (RM 36).»
Il relativismo religioso, molto diffuso, viene dall'incontro e studio di altre religioni, senza avere una base sufficiente di conoscenza e di esperienza cristiana; e anche dalla tendenza presente oggi in teologia di "razionalizzare la fede", cioé rendere la fede così logica e comprensibile, che tutti possano capirla, accettarla. No, la fede é mistero, la fede è andare contro-corrente rispetto alla logica umana. La ricerca teologica, com'è giusto e logico, vuole approfondire e ragionare sui contenuti della fede, quasi spiegare l'inspiegabile, quasi togliere il mistero. Ma Dio lo incontriamo nella fede, nel mistero.
Ecco quindi la fede ridotta a conoscenza e problematica intellettuale, a teologia ed esegesi biblica staccate dalla vita. Mi fa un po' paura come si studia teologia oggi nei seminari e nelle facoltà teologiche anche per laici e suore. Quarant'anni fa era una teologia essenziale, che dava certezze, cioé trasmetteva la fede e le spiegazioni su cosa é la fede, su cosa dobbiamo credere, rispondendo alle obiezioni (apologetica). Oggi invece viviamo il tempo del dubbio, tutto é ricerca di novità, tutti si buttano sull'ultimo teologo o l'ultimo biblista o l'ultimo moralista che ha la teoria più ardita o più condannata dalla Chiesa (i successi di Leonardo Boff, di Hans Küng, di  Drewermann, di Pieris, ecc.).
Basta che un teologo sia condannato o richiamato dalla Chiesa, e tutti lo studiano, lo traducono, lo diffondono. A volte sono uomini di valore, ma a volte sono proprio poveri diavoli che non sanno quel che dicono: diventano celebri e le loro teorie suscitano attenzione e dibattito solo perchè sono in contrasto con il Papa e i vescovi. Pochi anni dopo sono dimenticate: Leonardo Boff, esaltato per molti anni come un "profeta", pur avendo indubbi valori di intelligenza e di comunicazione, oggi nello stesso Brasile è dimenticato anche da coloro che lo avevano esaltato! Sono mode del momento: "Non lasciatevi sviare da dottrine diverse e peregrine" (Lettera agli Ebrei, 13, 9).
Non capisco perché, col patrimonio meraviglioso di teologia e spiritualità che abbiamo ereditato dal passato, c'é la smania di inventare nuove teorie, più che l'umiltà di riscoprire e valorizzare la nostra grande Tradizione. Il direttore spirituale di un seminario teologico italiano mi dice: «I chierici d'oggi, in genere vocazioni adulte, spesso non hanno avuto una preparazione religiosa adeguata, non sanno quasi nemmeno il catechismo. Sono pieni di buona volontà, generosi, ma molto acerbi rispetto alla conoscenza dei contenuti della fede. Ebbene, invece di partire dalle fondamenta, si riempie loro la testa di problematiche teologiche e bibliche raffinate, da specialisti; a volte si finisce per confondere la fede che hanno.»
L'intellettualismo è la piaga di una società avanzata come la nostra, non solo in campo teologico, ma anche politico, culturale: tutto è ridotto a problema intellettuale, a gioco dei sofismi. I teologi, che dovrebbero approfondire e trasmettere la fede a tutti i livelli, spesso la rendono complicata, mentre è semplice, elementare, la capiscono i piccoli e i semplici.
«Ti ringrazio, o Padre, che hai rivelato queste cose ai semplici e le hai nascoste ai sapienti (Matt. 11, 21; Luc. 10, 21).»
La missione nasce dalla fede e dall'amore a Cristo. Per essere missionario, il popolo di Dio deve ricuperare una forte e viva fede in Cristo unico Salvatore dell'uomo. Marcello Candia ripeteva spesso: "Signore, aumenta la mia fede!". E quando gli dicevo che di fede ne aveva tanta, mi rispondeva: "Ma la fede non basta mai!". Aveva ragione. La nostra fede può essere una fiammella che vacilla e si spegne al primo soffio di vento, oppure un sole che illumina e riscalda. Chi evangelizza davvero sono i santi e alla santità siamo tutti chiamati, in una battaglia che dura tutta la vita: come cristiani non andiamo mai in pensione!  

    Quale l'impatto della "Dominus Jesus"?

    Quando è stata pubblicata la "Dominus Jesus" ([19]), dopo averla letta ho ringraziato il Signore ed ho pensato: questa è la leva per rilanciare la missione alle genti, per ritrovare la forza della fede e anche psicologica della missione. L'oggetto della dichiarazione è intrinsecamente connesso con la missione universale della Chiesa e la specifica missione alle genti. Non solo, ma il tema cristologico è trattato in maniera chiara e accessibile: il documento espone quanto va salvaguardato come parte essenziale del patrimonio della fede, senza precludere ulteriori riflessioni e ricerche teologiche.
Insomma, la Dominus Jesus ci tocca molto da vicino come missionari: se viene meno o si oscura la verità che il Signore Gesù è l'unico e universale Salvatore (e la D.J. segnala errori e ambiguità assai diffusi), la nostra fede non sta più in piedi e quindi neppure la missione alle genti ha senso. Mi aspettavo che nel mondo missionario ci fossero reazioni positive, si convocassero incontri per esaminare se la formazione missionaria, la stampa e l'animazione missionaria sono sulla linea giusta.
Invece mi hanno stupito le scarse citazioni e commenti sulle riviste missionarie e teologiche internazionali, molte delle quali improntate ad uno spirito critico: documento troppo rigido... non favorisce il dialogo ecumenico e interreligioso... è un passo indietro rispetto alle apertura di questo pontificato... Invece di mettere l'accento sul forte richiamo che la "Dominus Jesus", approvata dal Papa, contiene, ci si ferma a critiche tutto sommato secondarie, in un testo senza altro scopo che di riaffermare la fede in Cristo unico Salvatore dell'uomo. C'è anche chi s'è mostrato dispiaciuto perchè
«la Dominus Jesus è stata commentata negativamente dai grandi giornali internazionali»; quasi che l'approvazione di una appassionata e documentata affermazione di fede dobbiamo cercarla dai commentatori laici!
Di fronte a documenti ecclesiali come questo, dovremmo tutti fare un esame di coscienza. Lo stesso è successo quando la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato le due lettere sulla "Teologia della liberazione" ("Libertatis Nuntius" nel 1984 e "Libertatis Conscientiae" nel 1986). Si era discusso per anni e anni sulla "Teologia della liberazione": poi, quando escono due autorevoli, precise e documentate valutazioni di questa espressione nuova della teologia latino-americana, non si esaminano, non si commentano, non nascono dibattiti, non si coglie l'occasione per precisare e, se mai, rettificare la propria posizione (
[20]). Semplicemente quasi si ignorano.
Lo stesso è avvenuto con la "Redemptoris Missio" (1990), che, l'abbiamo già notato, esorta la Chiesa ad un nuovo slancio per la missione alle genti. Il teologo indiano Sebastian Karotemprel parla di un fenomeno di "resistenza alla Redemptoris Missio" (
[21]), specie fra i teologi indiani e asiatici, ma non solo:
«Un certo numero di teologi asiatici interpretano la teologia del Vaticano II e di Ad Gentes, Evangelii Nuntiandi e Redemptoris Missio come un "bagaglio teologico coloniale"... Viene suggerita un'"evangelizzazione integrale" in alternativa alla "nuova evangelizzazione". Questo genere di posizioni teologiche non favoriscono l'evangelizzazione come viene compresa e proposta dal magistero ([22]).»
Ma anche in Italia, in commenti e incontri sulla Redemptoris Missio, si è parlato di tanti temi, teologia missionaria, inculturazione, dialogo interreligioso, gli "aeropaghi" della missione alle genti, ecc.; ma si è persa una grande opportunità di esaminare, a 25 anni dal Concilio, se l'ideale missionario, nella nostra Chiesa locale (diocesi, parrocchie, clero, associazioni, seminari, ecc.), è vivo come vuole il Papa o no; perchè e cosa si può fare per "un rinnovato impegno missionario" come chiede Giovanni Paolo II (n. 2).
Dopo aver partecipato direttamente alla stesura dell'enciclica e quindi avendone seguito il cammino di preparazione e conosciuto direttamente la passione e la sofferenza del Papa nell'elaborazione del testo, sei mesi dopo la sua pubblicazione sono stato invitato a parlare sulla "Redemptoris Missio" in un importante convegno italiano di animazione missionaria. Il tema affidatomi era: "Le reazioni della stampa internazionale alla Redemptoris Missio". Ho accettato l'invito e poi mi sono scusato, ma ho parlato di tutt'altro: cosa volete che importino i commenti della stampa internazionale, quando l'enciclica vuole soprattutto suscitare nella Chiesa "un rinnovato impegno missionario"?
Mi scuso di questi cenni critici. Fa male pensare che a volte i documenti del Papa (o altri del magistero ecclesiastico) non riescono ad incidere proprio in quello che hanno di specifico e nella loro finalità dichiarata. Ricordo che la "Populorum Progressio" di Paolo VI nel 1967 era rimbalzata sulla stampa cattolica e internazionale come un grande documento della Chiesa, degno della massima attenzione. Ma passato il primo impatto, quando si tennero convegni di studio per approfondire le indicazioni del Papa, con mia grande meraviglia il fondamento di tutta l'enciclica era dimenticato, anche fra i cattolici.
Ad esempio, al convegno di cinque giorni sulla Populorum Progressio nel 1972, alla sede dell'Università cattolica di Piacenza (al quale ho tenuto una comunicazione), si parlava di commerci internazionali, aiuti ai popoli poveri, prezzi delle materie prime, tecnologie adatte a combattere la fame, problemi dell'emigrazione, grandi piani di sviluppo, ecc. Tutto giusto, ne parlava anche Paolo VI. Ma il Papa diceva ben altro di più specifico. In un tempo di grande dibattito su cos'è lo sviluppo dell'uomo, l'enciclica parlava di "umanesimo plenario", affermava chiaramente «la "visione cristiana dello sviluppo", che deve portare ad una "inserzione nel Cristo vivificatore... Questa la finalità suprema dello sviluppo personale" (nn. 14-16, 21, 42).»
Ma tutto questo, a parte una lezione iniziale sulla "teologia dello sviluppo", staccata dal tema concreto allora incandescente del "terzo mondo" e dell'aiuto ai popoli poveri, era ignorato, non influiva sui contenuti del convegno di studio.
L'orientamento dato da Paolo VI perchè non si riducesse lo sviluppo "alla semplice crescita economica" (n. 14) non veniva ripreso né approfondito dall'Università cattolica, non si tiravano le conseguenze pratiche di quanto aveva detto il Papa (
[23]). Sembrava che lo sviluppo fosse solo un "avere di più" e non un "essere di più". Questo è evidente in quasi tutti i discorsi sullo sviluppo dell'uomo e dei popoli, che si fanno anche in campo cattolico negli ultimi anni, sempre e solo centrati sul denaro, le tecniche, i commerci, il debito estero, ecc. Poi ci lamentiamo che viviamo in una "civiltà senz'anima"! Ma l'anima non dovremmo darla noi credenti in Cristo?

 

 


[1]. Gheddo P. - Beretta R., "Davide e Golia - I cattolici e la sfida della globalizzazione", San Paolo 2001, pagg. 234.

[2]. In "Mondo e Missione", Milano, ottobre 1985, pagg. 15-20.

[3]. In "Bibliografia missionaria" del 1982, edita dalla Biblioteca dell'Università Urbaniana di Roma.

[4]. Parlavo alle 19,30; poi la rubrica è stata spostata alle 18-18,15 e l'indice di ascolto è crollato a 0,5-0,6 miioni di ascoltatori! E poi si dice che la RAI, servizio pubblico, dovrebbe proporsi di educare...

[5]. La schizofrenìa è definita: "Grave malattia mentale caratterizzata da dissociazione della personalità e delle altre attività psichiche fondamentali".

[6]. Vedi "Il Giornale", 1 novembre 2002.

[7]. Secondo valutazioni della Polizia riferite dai giornali nell'ottobre 2002, gli affiliati alle sette "sataniste" (cioè che invocano Satana) in Italia sarebbero circa 80.000.

[8]. Garelli F.,"Forza della religione e debolezza della fede", Il Mulino 1996.

[9]. Luigi Giussani, "Cristo, Tutto ciò che abbiamo - Conversazione con un gruppo di Comunione e Liberazione, New York, 8 marzo 1986", inserto in "Tracce", febbraio 2002.

[10]. Padre Clemente Vismara (1897-1988), che ha vissuto 65 anni in Birmania, scrive: "Fine e scopo del missionario è di rendere il proprio gregge capace di reggersi... Uno dei coefficienti maggiori per questa educazione è il lavoro: rendere i cristiani amanti del lavoro, in modo da assicurare loro il sufficiente per vivere... Chi nobilitò il lavoro fu il cristianesimo. Fra i pagani, chi può vivere senza lavoro, anche con mezzi meno onesti, è un privilegiato, un protetto dagli dei, ha sortito un 'karma' positivo. Gli antichi romani riservavano il lavoro unicamente agli schiavi. Noi cristiani ci vantiamo di avere come 'fondatore' un Uomo-Dio dalle mani incallite nella botteguccia di Nazareth!..." (in "Missionari del Pime", maggio 1996).

[11]. R. Guardini, "Studi su Dante", Morcelliana 1967, pag. 231.

[12]. Gheddo P., "Scommessa su Gesù - Intervista a Vittorio Messori", in "Mondo e Missione", gennaio 1990, pagg. 27-46.

[13]. "L'amore di Cristo ci sospinge - Lettera alle comunità cristiane per un rinnovato impegno missionario", Consiglio permanente della Cei, 4 aprile 1999, n. 1.

[14]. "Novo millennio ineunte", 6 gennaio 2001, n. 6.

[15]. Circa trent'anni fa sono andato a predicare ad Alfonsine e Taglio Corelli (Ravenna). Il parroco di quest'ultimo paese mi diceva che in molte case c'era un altarino con un lumino acceso davanti all'immagine di Togliatti, magari accanto a quella di Papa Giovanni XXIII. I funerali, diceva, sono in maggioranza fatti dal Partito Comunista e alcuni lasciano nel testamento di seppellirli nella cassa da morto con "L'Unità" del giorno in tasca.

[16]. Un sacerdote italiano in Romania mi dice: "Il comunismo non ha distrutto solo l'economia, ma l'uomo. Persa la libertà di pensare e di agire, si sono adeguati: il Partito pensava per tutti, bastava starsene tranquilli e si riceveva il minimo necessario. Oggi sono passivi, aspettano tutto dallo Stato. Bisognerà attendere la prossima generazione perchè ritornino ad essere uomini".

[17]. J. Daniélou, "Il mistero della salvezza delle nazioni", Morcelliana, Brescia, 1954, pagg. 24-25.

[18]. B. Maggioni, "Perchè la missione rinnovi la Chiesa", in "Popoli e Missione Dirigenti", Roma 1995.

[19]. Congregazione per la Dottrina della Fede, "Dominus Jesus, Dichiarazione circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa", card. Joseph Ratzinger e mons. Tarcisio Bertone, 6 agosto 2000 (pagg. 46).

[20]. Si vedano i commenti ai due documenti: Gheddo P., "Quale teologia della liberazione?", "Mondo e Missione", dicembre 1984, pagg. 673-697; Donegana C., "Libertà e liberazione", "Mondo e Missione", giugno-luglio 1986, pagg. 346-350.

[21]. S. Karotemprel, "Resistenza alla Redemptoris Missio", in "Chiesa e Missione oggi", nel volume "Il Concilio Vaticano II - Recezione e attualità alla luce del Giubileo", a cura di Rino Fisichella, San Paolo 2000, pagg. 307-310.

[22]. Il tema delle teologie asiatiche è vasto e complesso ed esula dalla mia esperienza specifica.

[23]. E' vero, la prima relazione di p. Joblin, s.j., era sulla "teologia dello sviluppo", ma del tutto staccata dalla realtà e senza conseguenze nei dibattiti dei giorni successivi.