PIERO GHEDDO
LA MISSIONE CONTINUA
Mezzo secolo a servizio della Chiesa e del terzo mondo
SAN PAOLO
| PREFAZIONE di mons. Renato Corti, Vescovo di Novara | PRESENTAZIONE di P. Piero Gheddo |
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Capitolo I: |
«Convertirci a Cristo non è importante» La missione è un problema di fede Bisogna ripartire da Cristo La fede è amore appassionato a Cristo «Chi è per te Gesù Cristo?» «Qual è la cosa più importante per il cristiano?» «Liberazione da che cosa?» e «Relativismo religioso: una religione vale l'altra» Quale l'impatto della Dominus Jesus?
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Capitolo II: |
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Capitolo III: |
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Capitolo IV: |
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Capitolo V: |
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Capitolo VI: |
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Capitolo VII: |
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Capitolo VIII: |
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Capitolo IX: |
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Capitolo X: |
CAP. III - LA MISSIONE NASCE DALL'AMORE DI CRISTO
Nel corso del 2002 ho tenuto
in Italia un'ottantina di conferenze su "I cattolici e la sfida della
globalizzazione", tema di grande attualità ([1]).
Parto dal tema indicato nel titolo e poi finisco parlando del Vangelo e della
Chiesa (la prima "globalizzatrice" dell'umanità), dei missionari che producono
sviluppo e perchè. Una delle domande più comuni che mi vengono rivolte, anche
in ambienti cattolici, è questa: perchè la missione fra i non cristiani? Se si
tratta di andare a portare aiuti, educare, condividere con il popolo nel suo
cammino verso lo sviluppo, questo tutti lo capiscono; ma perchè andare a
convertire e battezzare, a fondare la Chiesa, a portare la nostra religione a
popoli che ne hanno già un'altra?
Questa mentalità, penetrata
anche tra i credenti, ha finito per condizionare gli stessi missionari, che
nei loro incontri di animazione missionaria e nei loro scritti parlano sempre
meno dell'annunzio di Cristo ai non cristiani e delle meraviglie che lo
Spirito compie per far nascere le giovani Chiese, che pure sono gli scopi
fondamentali della "missione alle genti".
Non è un fatto solo italiano,
ma si verifica in tutti i paesi cristiani. Vent'anni fa padre Karl Müller,
missionario del Divin Verbo e autore di opere di teologia missionaria, aveva
fatto un'indagine sugli articoli pubblicati dalla stampa missionaria ([2]);
su 196 schedati nell'anno 1982 ([3]),
solo 12 riguardavano l'aspetto proprio e specifico della missione alle genti:
primo annunzio di Cristo e fondazione della Chiesa presso i popoli nei quali
ancora non esiste; gli altri spaziavano su altri temi: terzo mondo, sviluppo,
missione e liberazione, dialogo interreligioso, inculturazione, comunità di
base, fondamenti teologici e biblici della missione, teologie del terzo mondo,
la donna nella Chiesa, ecc.
Dal 1982 ad oggi certamente
la situazione non è migliorata. A volte, sfogliando certe riviste missionarie,
mi chiedo: qui si trattano temi interessanti, ma dov'è finito Gesù Cristo e la
sua missione universale di salvezza? Con l'enciclice "Redemptoris Missio"
(1990) Giovanni Paolo II richiama a tutta la Chiesa
«l'urgenza dell'evangelizzazione
missionaria... il primo servizio che la Chiesa può rendere a ciascun uomo e
all'intera umanità" (Redemptoris Missio, 2). Lo scopo dichiarato
dell'enciclica è questo: "A venticinque anni... dalla pubblicazione del
decreto sull'attività missionaria 'Ad Gentes'... desidero invitare la Chiesa
ad un rinnovato impegno missionario» (Redemptoris Missio, 2).
A 13 anni dalla
pubblicazione della "Redemptoris Missio" non pare che lo scopo sia stato
raggiunto, almeno nei paesi d'antica cristianità come l'Italia: i segni di
speranza per la "missio ad gentes" vengono piuttosto dalle giovani cristianità
che da non molto tempo hanno ricevuto il dono della fede.
"Convertirci a Cristo non è importante"
Perchè la crisi della
missione ai non cristiani? Lo dice il Papa:
«Nella storia della Chiesa la
spinta missionaria è sempre stata segno di vitalità, mentre la sua diminuzione
è segno di una crisi di fede" (R.M., 2). Perchè "soltanto nella fede si fonda
e si comprende la missione" (R.M., 4); e ancora, più avanti: "La missione è un
problema di fede, è l'indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo
amore per noi» (R.M., 11).
Ho parlato per due
anni liturgici alla televisione di Rai Uno (1992-1994): tutti i sabati sera
spiegavo il Vangelo con circa 2,6-2,8 milioni di spettatori ([4]).
Un amico giornalista televisivo abbastanza noto mi scriveva:
«Hai un bel pubblico che ti segue perchè racconti fatti interessanti dei missionari: puoi citare episodi da ogni parte del mondo, che interessano e a volte commuovono. Tu parli spesso della fede in Cristo, ma non ti rendi conto che c'è un abisso fra l'ammirazione per Gesù grande profeta e il credere che egli è Dio. Il suo messaggio di amore e di giustizia è l'unico che può salvare l'umanità dall'egoismo, dall'odio, dalle guerre. Ma non c'è bisogno di credere che Gesù è Dio e obbedire alla Chiesa, per voler bene al prossimo. Se Gesù mi dice di aiutare i poveri, di perdonare le offese, di educare i figli all'onestà e all'amore, mi sta bene, cerco di fare anch'io così. Ma se la Chiesa, a nome suo, mi impone molti altri precetti e divieti, la grande maggioranza degli italiani, pur battezzati, non capiscono e non la seguono più. Per cui dammi ascolto, parla dell'amore come ispirazione di fondo per la nostra vita e avrai ampi consensi, ma lascia perdere che Gesù è Dio e che la Chiesa parla a suo nome: sono concetti discutibili che suscitano divisioni e sentimenti di integrismo in chi crede».
Ho poi risposto
all'amico che si proclama cattolico, ci siamo incontrati e abbiamo discusso a
lungo, anche se ciascuno è rimasto della sua idea. Gli ho spiegato che sono
missionario non anzitutto per aiutare i poveri (faccio anche questo!), ma per
diffondere la fede e l'amore a Gesù Cristo: mi ha risposto che allora non devo
mescolare le sue cose!
E' un'immagine della fede
cristiana che rivela un aspetto della crisi di oggi, la schizofrenìa dei
credenti ([5]):
da un lato la vita religiosa (Messa, preghiere, sacramenti, devozione alla
Madonna e magari anche a padre Pio); dall'altro la vita quotidiana nel mondo
che è tutt'altra cosa, è una vita laica: non mescoliamo le due cose! Quel che
manca non sono i buoni sentimenti, i "valori" positivi e la buona volontà di
lavorare per la pace, la giustizia, la solidarietà: manca, o conta poco nella
vita, la fede in Cristo unico Salvatore dell'uomo e dell'umanità. La missione
quindi diventa impossibile: è vista come una violenza esercitata sulla libertà
degli altri. Cito un altro caso personale (ma sono fatti molto comuni), per
dare un'idea di quanto difficile diventa oggi, in Italia, parlare della
missione alle genti nel suo senso specifico e proprio.
Nella primavera 2002 ho tenuto una
conferenza sulla globalizzazione ad un grande movimento di volontariato:
nell'auditorium c'erano circa 800 persone in maggioranza giovani. Al termine,
ho lanciato tre proposte concrete:
a) interessarsi all'altro,
al diverso, ai popoli poveri; educare soprattutto i giovani ad una mentalità e
ad un cuore aperti a tutti gli uomini, informandosi delle situazioni e
impegnandosi anche in campo politico per la giustizia e la solidarietà: dare
grandi ideali ai giovani!
b) Ritornare a una
certa austerità di vita, perchè non si può essere fratelli dei poveri vivendo
nel superfluo, nello spreco, secondo il "modello di sviluppo consumistico" che
a parole spesso condanniamo. Non basta protestare contro le multinazionali e
il capitalismo, bisogna rinunziare, sacrificarsi, fare a meno del superfluo e
offrirlo a chi non ha il necessario alla vita.
c) Dobbiamo convertirci a
Gesù Cristo e condurre una vita secondo il Vangelo: Gesù è il nostro modello e
la nostra forza perchè ci aiuta con la sua grazia. Se fossimo veramente
cristiani, l'abisso tra ricchi e poveri troverebbe una soluzione. Dobbiamo
dare "un'anima alla civiltà materialista e tecnologica in cui viviamo" e non
può essere che un'anima cristiana, evangelica. E terminavo lanciando un
appello a "dare la vita per gli altri" come ha fatto Gesù e come fanno i
missionari; o una parte della vita come i volontari laici che vanno tra i
poveri per condividere e aiutarli concretamente.
La signora che presiedeva l'assemblea (prima di iniziare mi aveva detto di essere cattolica praticante), ha concluso dichiarandosi d'accordo con i miei due primi appelli; ma sul terzo no: «Non è importante convertirci a Cristo, basta amare l'uomo: in questo ci incontriamo tutti. La conversione, essendo un fatto personale, intimo, non vale la pena di parlarne.»
La missione è un problema di fede
Le ho poi scritto una cordiale e lunga lettera (rimasta senza risposta), ringraziandola per il movimento che dirige, che apprezzo molto; ma esprimendo il mio disaccordo circa la sua affermazione che "convertirci a Cristo non è importante: basta amare l'uomo":
1) Come cattolici abbiamo il
dovere di testimoniare la fede, di non nasconderci come credenti: "Voi siete
il sale della terra... Voi siete la luce del mondo: non si accende una lucerna
per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro e risplende per tutti quelli
che sono in casa" (Matteo 5, 13-15). Dagli anni ottanta, da quando ci siamo
resi conto che "l'Italia è un paese da rievangelizzare con spirito e metodi
missionari" (come diceva il card. Ballestrero a Loreto, 1985), la Cei incentra
quasi tutti i suoi documenti sulla missione e la testimonianza che tutti i
cristiani debbono dare della propria fede. Tutti siamo missionari: la "nuova
evangelizzazione" è basata proprio su questa presa di coscienza dei laici
battezzati.
2) Lei, cara signora, come
tanti altri, ha ereditato una mentalità secondo la quale la fede è un fatto
intimo, privato: bisogna avere il pudore di non dichiararla, per non turbare
chi non crede. Ma oggi la mentalità dei non credenti è del tutto diversa: anzi
avere un sentimento religioso è quasi una moda. Sapesse, cara signora, quanti,
anche nel mondo giornalistico (come il grande amico Indro Montanelli!),
sentono, pur non credendo, questo desiderio di una fede, di una certezza, di
un qualcosa che superi il materialismo, l'ateismo pratico, il consumismo che
ci svuotano dall'interno.
Purtroppo le persone in
ricerca religiosa, che sono tante, incontrano molti cattolici per i quali la
fede è un fatto privato e non se ne deve parlare. Una certa mentalità
cattolica, nata trent'anni fa (e allora in parte giustificata da rigidità,
trionfalismo, atteggiamenti di imposizione che la Chiesa e i preti mostravano
di avere), oggi non ha più senso e noi cattolici dobbiamo cambiare mentalità;
altrimenti lasciamo un vuoto spirituale che è riempito da altre proposte. Così
molti si costruiscono la loro "religione fai-da-te" e vanno a finire in
espressioni fideistiche molto peggiori di quelle della pietà popolare
cattolica, che abbiamo tanto disprezzato e cercato di abolire.
Tre anni fa a Lacchiarella (presso
Milano) c'è stata la "Fiera della New Age". I parroci, ha scritto Roberto
Beretta che l'aveva visitata per "Avvenire", avrebbero dovuto portarci in
pellegrinaggio i loro fedeli, per vedere in cosa si finisce per credere,
quando si perde la fede in Dio e in Gesù Cristo!
Noi abbiamo buttato via le
candele davanti alla Madonna e a Sant'Antonio perchè, si diceva, è
devozionalismo; e ora ci sono quelli che comperano, a caro prezzo, i ceri o le
lampade stile indiano da mettere davanti allo "spirito" che non si sa chi sia
e cosa faccia; comperano l'incenso in stecchette, da bruciare perchè fa
atmosfera, purifica l'ambiente e onora lo "spirito": quale? Non si sa, ma non
importa.
Abbiamo abolito l'acqua
santa e troviamo gente che compera la fontana terapeutica da mettere in casa,
con le luci soffuse e l'acqua che scorre, gorgoglia, dà benessere e crea
sentimenti di pace e di serenità. A chi compera questa fontana in marmo, che
costa qualche milione, danno una bottiglietta di acqua di Lourdes in omaggio.
Abbiamo tolto i crocifissi dalle pareti e le immagini di Santa Rita e si sono
inventati il "feng shui": una credenza di origine cinese secondo la quale
tutti gli ambienti hanno in sè energie positive o negative, a seconda
dell'orientamento, per cui la casa dev'essere costruita sull'asse nord-sud
invece che est-ovest; il letto va disposto in direzione est-ovest, la fontana
terapeutica va messa a nord; poi devi avere vernici biologiche, i campi
magnetici giusti; se vuoi godere la pace del cuore non pregare Gesù e Maria,
basta che al mattino bruci un po' di incenso allo "spirito buono", che ti
preserva dal malocchio, ecc....
E lei non pensa, cara
signora, che di fronte a questo sbandamento spirituale e culturale del nostro
popolo italiano noi cattolici abbiamo il dovere di testimoniare e dichiarare
apertamente la nostra fede in Gesù Cristo? Certo con umiltà perchè la fede è
un dono di Dio! E con discrezione, prudenza, amicizia, senza voler imporre
niente a nessuno; ma anche con la ferma convinzione che ciascuno deve dare,
come e quando può, testimonianza della sua fede: prima con la vita e poi anche
con le parole. E allora, perchè dire che convertirci a Cristo non è importante,
basta amare l'uomo?
Paolo VI diceva (messaggio
della Pasqua 1970) che, senza il modello e la grazia di Cristo, i valori
diventano disvalori! Tutti dicono di amare l'uomo, anche Pol Pot diceva di
voler costruire il "socialismo perfetto" per il bene dell'uomo cambogiano; ma
quando nell'agosto 1977, ad una conferenza internazionale in Sri Lanka, gli
chiesero come mai mancavano circa due milioni di cambogiani (morti di fame o
ammazzati come supposti oppositori dei khmer rossi), rispose: "Non erano
necessari alla costruzione del socialismo". Proprio nel tempo
della globalizzazione, quando ci vengono in casa milioni di terzomondiali,
spesso con una profonda fede e forte senso di appartenenza religiosa, noi
stiamo diventando dei contenitori vuoti: ricchi, istruiti, tecnicizzati,
democratici, filantropi, dialoganti, ma vuoti, privi di contenuti,
inconsistenti, senza punti di riferimento, pessimisti, con pochi bambini
perchè privi della gioia di vivere. Come il card. Biffi definiva i bolognesi:
"Sazi e disperati".
Bisogna ripartire da Cristo
Giovanni Paolo II così
spiega la vocazione missionaria della Chiesa, dei missionari e di tutto il
popolo di Dio ("Redemptoris Missio", 11):
«All'interrogativo:
perchè la missione?, noi rispondiamo con la fede e con l'esperienza della
Chiesa che aprirsi all'amore di Cristo è la vera liberazione. In lui, soltanto
in lui siamo liberati da ogni alienazione e smarrimento, dalla schiavitù del
potere del peccato e della morte. Cristo è veramente "la nostra pace" (Ef. 2,
14) e "l'amore di Cristo ci spinge" (2 Cor 5, 14), dando senso e gioia alla
nostra vita". E aggiunge: "La missione, oltre che dal mandato formale del
Signore, deriva dall'esigenza profonda della vita di Dio in noi. Coloro che
sono incorporati nella Chiesa cattolica devono sentirsi dei privilegiati, e
per ciò stesso maggiormente impegnati a testimoniare la fede e la vita
cristiana, come servizio ai fratelli e doverosa risposta a Dio.»
Gesù Cristo è il primo
missionario, il "mandato" per eccellenza (Luca, 4, 18; Giov. 4, 34). Per far rinascere lo spirito missionario nel popolo di Dio, bisogna ripartire da
Cristo, dall'amore a Cristo. Nella sua enciclica missionaria il Papa picchia
come un martello su questo chiodo, specie nel capitolo Iº intitolato: "Gesù
Cristo unico Salvatore":
«Cristo è l'unico salvatore
di tutti, colui che solo è in grado di rivelare Dio e di condurre a Dio... In
nessun'altro c'è salvezza... La salvezza non può venire che da Gesù Cristo...
L'universalità di questa salvezza in Cristo è affermata in tutto il Nuovo
Testamento... Cristo è l'unico mediatore fra Dio e gli uomini... Gli uomini
quindi non possono entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Gesù
Cristo, sotto l'azione dello Spirito. Questa sua mediazione unica e universale,
lungi dall'essere di ostacolo al cammino verso Dio, è la via stabilita da Dio
stesso e di ciò Cristo ha piena coscienza...»
Perchè questa insistenza?
Evidentemente perchè il maggior ostacolo al rilancio della missione alle genti
(scopo dell'enciclica) è proprio la fede in Cristo unico salvatore degli
uomini: non fanno difficoltà i "valori morali" del Vangelo, che anzi tutti
ammettono e che si sono diffusi al di là dei confini visibili della Chiesa,
come dice la stessa enciclica (n. 86):
«Sia nel mondo non cristiano
come in quello di antica cristianità, c'è un progressivo avvicinamento dei
popoli agli ideali e ai valori evangelici, che la Chiesa si sforza di favorire.
Oggi infatti, si manifesta una nuova convergenza da parte dei popoli per
questi valori: il rifiuto della violenza e della guerra; il rispetto della
persona umana e dei suoi diritti; il desiderio di libertà, di giustizia, di
fraternità; la tendenza al superamento dei razzismi e dei nazionalismi;
l'affermazione della dignità e la valorizzazione della donna.»
Nel mondo
secolarizzato, la missione della Chiesa diventa sempre più difficile perchè
Gesù Cristo fa problema, imbarazza, scandalizza: "Scandalo per gli ebrei e
follìa per i pagani" diceva San Paolo (1 Cor. 1, 23). La crisi del mondo
cristiano é una crisi di fede e di missione, non di spirito religioso. Secondo
il "Rapporto annuale su magia ed esoterismo in Italia", presentato il 31
ottobre 2002 a Roma dall'associazione "Telefono antiplagio" ([6]),
«maghi e occultisti che
operano in Italia sono 22.000, il 43% nel Nord, il 30 al Centro, il 27% nel
Sud Italia; Il maggior numero spetta alla Lombardia: 2.500 maghi, 180.000
cittadini che si rivolgono a loro e un giro d'affari di 90 milioni di Euro. Il
secondo posto va invece a Lazio e Campania, ambedue con 2.000 maghi ciascuna,
140.000 cittadini che li frequentano, con un giro d'affari di 75 milioni di
Euro... (Seguono Sicilia, Piemonte, Romagna e Puglia, Toscana, Venetoi,
Calabria e Liguria...) ([7]).»
Secondo un comunicato stampa
al "Congresso dei maghi e indovini italiani" nel giugno 1996, a Milano ci sono
circa 2.000 maghi, indovini, sette orientali, sedi di centri spiritici,
cartomanti, facitori di oroscopi; in Italia sono più di 25.000, con un giro
d'affari che supera i 2.000 miliardi di vecchie lire l'anno! Appena si
sparge la voce che c'é un'apparizione o un "miracolo", la gente corre in massa.
Tutti sentono il bisogno dello spirituale, del trascendente, dell'Assoluto.
Non è in crisi la
religiosità, ma la fede in Cristo, unico Salvatore dell'uomo, dell'umanità.
Viviamo in una società non di atei, ma di idolatri. Se non credessero a niente
sarebbe meglio: invece credono negli idoli, negli "dei falsi e bugiardi", come
si diceva una volta. Il Dio fatto uomo in Cristo è stato sostituito dagli
idoli: denaro, sesso, carriera, potere, fama, superstizioni, "religione fai da
te".
«Il sociologo Franco Garelli
conclude una sua indagine dicendo che oggi in Italia "la religione è forte ma
la fede vacilla" ([8]).
"I battezzati nella Chiesa cattolica sono il 95% degli italiani", ma solo "il
30% va in chiesa tutte le domeniche"; e il 33% di questi 30% di "praticanti
regolari", che recitano ogni domenica il Credo dove proclamano di aspettare
"la vita del mondo che verrà", dichiarano che "non si può sapere cosa ci
attende dopo la morte".»
La fede è amore appassionato a Cristo
La domanda che ciascun
cristiano deve porsi è quella rivolta dal settimanale "Il Nostro Tempo" di
Torino, che nel 1997 ha pubblicato varie dichiarazioni su questo tema: "Chi è
per te Gesù Cristo?"; cioè: cosa conta Gesù Cristo nella tua vita? La fede non
è solo un fatto intellettuale staccato dalla vita quotidiana, ma amore e
passione per Cristo che trasforma tutta l'esistenza. Il Papa lo dice con
chiarezza: la missione è comunicazione di un'esperienza di amore, per cui "il
vero missionario é il santo" (R.M., 90). Chi vive veramente il Vangelo vale di
più, per la missione e la nuova evangelizzazione, di tutti i "piani pastorali"
e i documenti e i comitati e i convegni di studio (tutte cose che ci vogliono,
ma non bastano!), perchè "il Santo è il Vangelo vissuto oggi", come ha detto
il card. Carlo Maria Martini.
La missione fra i non
cristiani si fonda sulla fede in Cristo, ma anche sulla convinzione che c'è
una grande differenza fra la ricchezza che Cristo ci comunica attraverso il
battesimo e la povertà spirituale in cui vivono coloro che ancora non sono
stati raggiunti dalla "buona notizia" del Vangelo. Quante volte ho sentito
raccontare, nelle visite alle missioni, che, a parità di condizioni, il
cristiano vive meglio del non cristiano, ha una coscienza più chiara dei
propri diritti e doveri, si sviluppa di più, è più aperto alle necessità degli
altri, più sereno e pieno di speranza, si preoccupa di più del bene pubblico.
Se si pensa, come molti pensano anche fra i battezzati, che tutte le fedi
religiose più o meno si equivalgono perchè ciascuna ha i suoi valori, la
missione non ha più senso: si può avere il dialogo, la collaborazione, il
rispetto vicendevole e lo scambio di valori, ma la missione no. La "Redemptoris
Missio" (n. 7) afferma che
«l'urgenza dell'attività
missionarie emerge dalla radicale novità di vita, portata da Cristo e vissuta
dai suoi discepoli... Tutto il Nuovo Testamento è un inno alla vita nuova per
colui che crede in Cristo e vive nella sua Chiesa.»
"La radicale novità di vita
portata da Cristo": ecco da dove vengono l'entusiasmo della fede e l'amore a
Gesù Cristo, che dà senso alla nostra vita, realizza le nostre aspirazioni,
rappresenta la fonte di ogni gioia e consolazione. Un grande carismatico della
nostra epoca, mons. Luigi Giussani fondatore di "Comunione e Liberazione",
così precisa la "novità della vita in Cristo" nel quadro della storia
dell'uomo e dello sviluppo dei popoli ([9]):
La cultura
occidentale possiede dei valori tali per cui si è imposta come cultura,
operativamente, socialmente, a tutto il mondo. C'è una piccola osservazione da
aggiungere: tutti questi valori la civiltà occidentale li ha ereditati dal
cristianesimo:
1) Il valore della persona,
assolutamente inconcepibile in tutta la letteratura del mondo, perchè la
persona è concepibile come dignità esclusivamente se è riconosciuta non
derivare integralmente dalla biologia del padre e della madre, altrimenti è
come un sasso dentro il torrente della realtà.
2) Il valore del lavoro, che
in tutta la cultura mondiale, in quella antica, ma anche per Engels e Marx, è
concepito come una schiavitù, è assimilato ad una schiavitù. Mentre Cristo
definisce il lavoro come l'attività del Padre, di Dio ([10]).
3) Il valore della materia, vale a
dire l'abolizione del dualismo fra un aspetto nobile e un aspetto ignobile
della vita della natura, che non può esistere per il cristianesimo; la frase
più rivoluzionaria nella storia della cultura è quella di san Paolo: "Tutto
ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi" (I Tim. 4, 4);
per cui Romano Guardini può dire che "il cristianesimo è la religione più 'materialista'
della storia" ([11]).
4) Il valore del progresso, del
tempo come carico di significato, perchè il concetto di storia esige l'idea di
un disegno intelligente.
5) Questi sono i valori
fondamentali della civiltà occidentale, a mio avviso. Non ne ho citato un
altro, perchè è implicito nel concetto di persona: la libertà. Se l'uomo
deriva tutto dai suoi antecedenti biologici, come la cultura imperante
pretende, allora l'uomo è schiavo della casualità, degli scontri e quindi è
schiavo del potere. Ma se nell'uomo c'è qualche cosa che deriva direttamente
dall'origine delle cose, del mondo, l'anima, allora l'uomo è realmente libero.
Ma l'uomo non può concepirsi
libero in senso assoluto: siccome prima non c'era e adesso c'è, dipende. Per
forza. L'alternativa è molto semplice: o dipende da Ciò che fa la realtà, cioè
da Dio, o dipende dalla casualità del moto della realtà, cioè dal potere. La
dipendenza da Dio è la libertà dell'uomo dagli altri uomini. La mancanza
terribile della civiltà occidentale è di aver dimenticato e rinnegato questo.
Così, in nome della propria autonomia, l'uomo occidentale è diventato schiavo
di ogni potere.
Giovanni Paolo II così
esprime in sintesi questi concetti:
«lo sviluppo dell'uomo viene da
Dio, dal modello di Gesù uomo-Dio, e deve portare a Dio (Redemptoris Missio,
59).»
Più riflettiamo su queste verità della fede,
più comprendiamo il nostro compito di cristiani se vogliamo davvero
essere utili all'umanità, dobbiamo anzitutto e soprattutto conoscere, imitare,
innamorarci di Gesù, per poter trasmettere i suoi esempi, i suoi insegnamenti!
San Paolo diceva di essere stato "afferrato da Cristo Gesù" (Filippesi, 3,
12); "Mihi vivere Christus est", per me vivere è Cristo. E aggiungeva:
«Quello che per me era un
vantaggio, per amore di Cristo l'ho ritenuto una perdita. Considero ogni cosa
come un nulla in confronto alla suprema conoscenza di Cristo Gesù mio Signore,
per il quale mi sono privato di tutto e e tutto ritengo come spazzatura, pur
di guadagnare Cristo (Filippesi, 3, 7-8).»
Gli esegeti hanno contato
nelle lettere di San Paolo 164 volte l'espressione: "in Christo", cioè la vita
in Cristo. "Chi è il missionario?" hanno chiesto una volta a Madre Teresa, che
ha risposto:
«E' quel cristiano talmente
innamorato di Gesù Cristo, da non desiderare altro che di farlo conoscere e
amare.»
Personalmente, non posso che
confermare questo itinerario verso la missione. Molti elementi hanno concorso
al nascere della mia vocazione missionaria, ma sostanziamente ho scelto di
diventare missionario perchè ho avuto da Dio il dono di un'autentica
formazione cristiana fin dalla nascita, in una famiglia di profonda fede e
vita evangelica. La nonna Anna che mi ha educato (ho perso la mamma nel 1934 a
cinque anni e il papà nella II guerra mondiale) ha saputo orientare la vita
mia e dei miei fratelli con l'esempio, i fatti concreti, i racconti della vita
di Gesù, della Madonna, dei santi.
"Chi è per te Gesù Cristo?"
Così ho risposto alla
domanda: "Chi è per te Gesù Cristo?":
«E' tutto il mio amore, tutta
la mia gioia, l'unico fine a cui cerco di orientare le mie azioni, i miei
pensieri e affetti. Non sempre ci riesco, ma a lui ho consacrato la mia
piccola vita e in questi anni, che Dio mi concede di vivere, vorrei diventare
sempre più simile al modello divino che il Signore Gesù mi presenta nei
Vangeli.
»
Una volta un amico mi ha
chiesto: "Tu non ti sei mai innamorato?". Gli ho risposto: "Oh sì, mi sono
innamorato di Gesù, altrimenti non sarei prete e missionario". Quando si fa
l'esperienza dell'amore di Cristo, vale la pena di lasciare tutto per avere
questa "perla preziosa" della parabola evangelica (Matt. 13, 45-46). Chiedo al
Signore di rinnovarmi ogni mattino il gioioso stupore e l'entusiasmo della mia
prima Messa, di concedermi il dono delle lacrime per commuovermi pensando che,
io, povero peccatore, chiamo sull'altare il mio Dio e lo distribuisco in cibo
all'umanità affamata. Mi chiedo spesso se l'annunzio che faccio di Cristo, con
la vita e la parola, è sempre un messaggio di gioia, di quella gioia che
l'angelo comunicò ai pastori nella "notte santa":
Vi annunzio una bella
notizia
che darà gioia a tutto il
popolo:
oggi, nella città di Davide,
è nato il vostro Salvatore,
il Cristo, il Signore"
(Luca, 2, 10-11).
Ho intervistato a lungo l'amico Vittorio Messori che mi ha raccontato la storia della sua conversione ([12]). Nato in una famiglia modenese agnostica con forti umori anticlericali, a 23 anni, mentre studia all'Università di Torino ed è alunno dei "maestri del laicismo italiano" (Alessandro Galante Garrone, Norberto Bobbio, Luigi Firpo), nella calda estate 1964 è solo a Torino per preparare degli esami e trova su una bancarella un'edizione popolare dei Vangeli. La compera per curiosità e incomincia a leggere: non riesce più a smettere e scopre le risposte agli interrogativi che si poneva da anni. Dice Vittorio:
«
Io non so che impressione
faccia il Vangelo a voi che fin dall'infanzia siete stati abituati a leggerlo
ed a sentirlo commentare. Forse vi manca il dono dello stupore e delle lacrime.
Per me era la prima volta che prendevo in mano quel libretto sempre
disprezzato. Avevo già letto centinaia di libri, avevo cercato invano una
parola di verità e di pace in filosofi, ideologi, politici, maestri del dubbio.
In quel luglio 1964, leggendo per
la prima volta il Vangelo, mi successe una cosa sconvolgente, una grazia di
Dio: ho cominciato a piangere. Passavo dallo stupore al pianto, dalla
commozione alla gioia, dall'ammirazione alla voglia di gridare a tutti quel
che avevo scoperto: Gesù di Nazareth è veramente l'unico Salvatore del mondo!
Pensa cosa vuol dire leggere per
la prima volta, con la freschezza di un giovane che cerca la sua via, il
discorso delle Beatitudini. E' il mondo alla rovescia. Mi ricordo che
continuavo a ripetermi: ma allora, se Gesù è veramente il Figlio di Dio, qui
cambia tutto, la vita ha un altro significato. Improvvisamente capivo che
tutta la cultura illuministica, della sola Ragione, ti dà molto, ma non la
cosa essenziale: non ti salva. La cultura moderna dà risposte sofisticate per
i bisogni penultimi dell'uomo, non per quelli ultimi. Solo il Cristo Salvatore
dà una risposta adeguata a tutti i bisogni, a tutte le aspirazioni dell'uomo.»
Vittorio Messori ha dedicato la
sua vita ad approfondire la conoscenza e l'amore a Gesù Cristo, per comunicare
agli altri le sue scoperte, sempre con l'entusiasmo e la gioia di quella prima
lettura del Vangelo, nell'estate 1964 a Torino. Noi che conosciamo Cristo da
tanti anni, abbiamo conservato questa capacità di stupore e di amore, come
risposta alle provocazioni del Vangelo?
In una lettera della Cei, in
seguito al Convegno missionario nazionale di Bellaria (Forlì) del settembre
1998, si legge ([13]):
«La coscienza missionaria nasce e si forma nell'incontro con Cristo. Ne deriva che ogni debolezza cristologica indebolisce la radice stessa della missione. Forse sta proprio qui la ragione di certe nostre esitazioni. Accanto ad una forte ricerca teologica, per altro già in atto, lo slancio missionario richiede una forte spiritualità, di cui, forse, siamo ancora carenti... L'urgenza della missione nasce dall'interno e la stessa convinzione che Cristo è atteso da ogni uomo è colta a partire dalla propria esperienza di incontro con lui. E' questa la risposta al "perchè" della missione. La riflessione teologica chiarisce e rende vigorosa questa spinta interiore, ma non basterebbe in nessun modo a suscitarla. Indugiare troppo sul "perchè" della missione può essere segno della debolezza della nostra fede. Non si abbia paura di questa forte accentuazione della centralità di Cristo... »
Viviamo nel tempo post-moderno,
la società è formata da post-fascisti, post-comunisti, post-socialisti, post-democristiani.
I post-cristiani non esistono, perchè cambia il mondo, cambiano gli uomini e
le culture, cambia la Chiesa, cambia la missione e la pastorale, cambiano i
Papi e i vescovi: ma Gesù è quello che i Vangeli ci hanno raccontato e la
Chiesa ci propone oggi. La lettera "Tertio millennio adveniente" intitola il
primo capitolo con queste parole della Lettera agli Ebrei (13, 8): "Gesù
Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre". Che bello pensare che la nostra fede
è fondata sul Figlio di Dio, che non cambia e non tradisce mai!
Giovanni Paolo II non cessa
mai di stupire. Un avvenimento legato al Giubileo del 2000, che si è ripetuto
spesso e ha suscitato sconcerto e anche avversione fra i cattolici, è questo:
il Papa ha chiesto perdono tutte le volte che ha potuto, ai neri dell'Africa,
agli ebrei, ai "fratelli cristiani separati", per le guerre di religione, per
certi metodi di evangelizzazione del passato che non rispettavano la libertà
dell'uomo, ecc. Insomma, ha chiesto perdono al mondo intero per le infedeltà
al Vangelo dei credenti in Cristo.
«Come dimenticare la toccante "Liturgia
del 12 marzo 2000", in cui io stesso, nella Basilica di San Pietro, fissando
lo sguardo sul Crocifisso, mi sono fatto voce della Chiesa chiedendo perdono
per il peccato di tutti i suoi figli. Questa "purificazione della memoria" ha
rafforzato i nostri passi nel cammino verso il futuro, rendendoci più umili e
vigili nella nostra adesione la Vangelo ([14]).»
"Qual'è la cosa più importante per il cristiano?"
L'interrogativo "Chi è per te Gesù Cristo?"
non può essere limitato al ristretto ambito della mia persona. Mi porta a
guardare fuori, ai miei fratelli e sorelle del mondo intero. L'amore a Cristo
significa impegnarmi per farlo conoscere e amare da tutti: non posso
conoscerlo e amarlo tenendolo per me.
Sono diventato missionario
del Pime perchè ho pensato che la "missio ad gentes" è l'estrema frontiera
della fede e della Chiesa, a cui tutti i battezzati sono chiamati, ciascuno
secondo le proprie possibilità. Il dono della fede, gratuitamente ricevuto da
Dio, per mantenerlo forte e vivo va comunicato agli altri: "La fede si
rafforza donandola!" dice il Papa nella "Redemptoris Missio" (n. 2). Tutta la
Chiesa deve convertirsi alla missione universale:
«Nessun credente in Cristo,
nessuna istituzione della Chiesa può sottrarsi a questo dovere supremo:
annunziare Cristo a tutti i popoli (Redemptoris Missio, n. 3).»
La nostra fede è
spesso concepita come un qualcosa di personale da custodire, non da comunicare.
Ho sempre pensato che questo passaggio del Catechismo di S. Pio X è incompleto:
«Perchè Dio ti ha creato? -
Per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e poi goderlo nell'altra in
Paradiso". D'accordo, ma si doveva aggiungere: "e per farlo conoscere e amare!»
Se non è missionaria,
la Chiesa non è più quella fondata da Cristo; se il battezzato tiene per sè la
sua fede e non la comunica ad altri è come il ricco che tiene per sè le sue
ricchezze e si chiude alle necessità del prossimo che manca del necessario
alla vita. Nel tempo della globalizzazione (o mondializzazione), che stiamo
vivendo, prevale nei popoli l'aspirazione verso una unità del genere umano,
verso una società che abbracci l'umanità intera, per creare un mondo più
fraterno, più giusto e soprattutto pacifico.
Questa aspirazione era
ben incarnata nel comunismo, nel quale c'era un elemento escatologico,
religioso che affascinava molti: per non pochi infatti il comunismo era il
sostituto della religione ([15]).
Questo elemento era il mito della "società senza classi", cioè un mondo nel
quale tutte le barriere (nazionali, razziali, di classe, le barriere create
dalla nascita o dal denaro) vengano frantumate e gli uomini vivano come
fratelli (compagni) nella giustizia e nella pace. Nel suo "Libretto rosso" Mao sintetizzava bene questo mito nella famosa frase: "Da ciascuno secondo le sue
possibilità, a ciascuno secondo il suo bisogno".
La forza del comunismo
erano gli ideali che aveva ricevuto dal cristianesimo (sarebbe impensabile che
nasca il comunismo in ambiente indù o buddhista!): è la secolarizzazione della
salvezza, che i regimi comunisti hanno tentato di realizzare togliendo Dio
dall'orizzonte dell'uomo. Come sappiamo, dopo montagne di cadaveri e la
distruzione dell'uomo ([16])
e di interi paesi, il tentativo è fallito. Ma le aspirazioni rimangono,
provocano il mondo cristiano, la Chiesa. Noi sappiamo che un mondo migliore è
possibile, ma solo a ripartire da Cristo: ma ci crediamo e ci pensiamo e
preghiamo ancora? Oppure abbiamo rinunziato a costruire l'unione dell'umanità
sotto il segno di Gesù Cristo? Mezzo secolo fa Jean Daniélou scriveva ([17]):
«Se vogliamo rispondere al
comunismo, dobbiamo anzitutto camminare nel senso dell'universalismo; e
risponderemo meglio al comunismo lavorando per l'espansione del cattolicesimo
nei paesi non cristiani, che discutendo nei nostri paesi sulla ripartizione
delle ricchezze o sulla produzione. Non è questo l'essenziale: l'essenziale è
il problema spirituale. La lotta s'impone principalmente sul piano spirituale.
Come dice S. Paolo, si deve combattere contro i principi di questo mondo. La
prospettiva missionaria abbraccia il mondo, che è il campo di battaglia sul
quale si urtano le grandi correnti in contrasto.»
La Chiesa deve
ritornare ad annunziare in modo più chiaro ed esplicito l'essenziale del
messaggio evangelico: Gesù Cristo, il primo missionario del Padre, morto in
croce e risorto per salvare tutti gli uomini, non solo nella "vita eterna", ma
anche in questa vita, realizzando l'inizio del Regno di Dio fra gli uomini. La
fede in Cristo e la Chiesa giustificano la missione alle genti, altrimenti noi
missionari non abbiamo senso.
«Il Vangelo rimane
vivo, fresco, nuovo, se lo si annunzia. Muore se lo si rinchiude", scrive il
biblista Bruno Maggioni. "Qualsiasi comunità deve aprirsi alla missione, se
vuole respirare. Se questo non avviene, non è perchè ci mancano le idee o i
progetti o i mezzi e l'organizzazione, ma è perchè ci manca l'anima. Abbiamo
bisogno di slancio e dunque di conversione e di un robusta iniezione di
spiritualità" ([18]).»
Mi chiedo: noi
dell'animazione e della stampa missionaria annunziamo Gesù Cristo o lo diamo
per scontato? Lamentiamo la decadenza della missione alle genti e delle
vocazioni missionarie specifiche; ma dobbiamo renderci conto del fatto che se,
nei nostri discorsi e nelle nostre riviste e libri, nelle nostre campagne
d'opinione pubblica, diamo per scontata la fede in Cristo, ne parliamo e
scriviamo poco, perchè, secondo la mentalità corrente,
«non è importante convertirci a
Cristo, basta amare l'uomo: in questo ci incontriamo tutti; la conversione,
essendo un fatto personale, intimo, non vale la pena di parlarne»;
ecco spiegato perchè molti lodano
e aiutano i missionari per le loro attività socio-culturali (prendersi cura
dei bambini abbandonati, costruire scuole, creare una coscienza dei diritti
dell'uomo e della donna, difendere gli ultimi, ecc.), ma non li capiscono: che
senso ha portare Cristo a chi ha già altri profeti e altre fedi religiose? Il
cristianesimo non è una religione come le altre, non è un codice morale: è una
persona, Gesù. E' un fatto, una notizia, un avvenimento: il Figlio di Dio che
si fa uomo per salvarci. Essere cristiani vuol dire conoscere, amare, imitare
Gesù Cristo. Ricordo un'inchiesta sul cristianesimo, fatta dalla Fondazione
Agnelli di Torino una ventina di anni fa, tra i dipendenti della Fiat.
«A questa domanda: "Qual'è la
cosa più importante per il cristiano?", circa il 50% rispondevano: andare a
Messa la domenica; il 30% dicevano: il Battesimo; altri rispondevano in vari
modi: obbedire al Papa, studiare il catechismo, sposarsi in chiesa, leggere la
Bibbia... Pochissimi rispondevano: credere, amare e imitare Gesù Cristo,
Figlio di Dio morto e risorto per salvarci!
»
Cosa significa questo? Che
l'immagine complessiva che la Chiesa in Italia oggi dà di sè è sempre meno
quella di una comunità che vive e annunzia Cristo: fa molte cose belle e buone,
cura i drogati e i malati di Aids, consola gli afflitti, difende i diritti
dell'uomo e della donna, si impegna per le giuste cause dell'uomo oppresso...
ma, secondo la mentalità comune, "non mescoliamo tutto questo con la fede in
Cristo: sono due cose da tenere separate...".
"Liberazione da che cosa?" e "Relativismo religioso: una religione vale l'altra"
Due pericoli per la fede oggi, ricordati dall'enciclica "Redemptoris Missio": secolarizzazione della salvezza e relativismo della fede. Ne siamo tutti toccati perchè tutti viviamo il nostro tempo e partecipiamo alla mentalità comune.
a)
Secolarizzazione della salvezza.
«La tentazione oggi é di
ridurre il cristianesimo ad una sapienza meramente umana, quasi scienza del
buon vivere. In un mondo secolarizzato é avvenuta una graduale
secolarizzazione della salvezza, per cui ci si batte, sì, per l'uomo, ma per
un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale. Noi, invece,
sappiamo che Gesù è venuto a portare la salvezza integrale, che investe tutto
l'uomo e tutti gli uomini (n. 11).»
Questa tentazione é molto forte perchè è parte della cultura moderna secolarizzata:
il cristianesimo é ridotto ad una specie di "religione dell'umanità" (come
volevano gli illuministi del Settecento), la Chiesa intesa come società
filantropica e di riferimento morale. Parliamo tanto di fame nel mondo, di
diritti dell'uomo, non parliamo mai della fame di Dio e dei diritti di Dio.
Madre Teresa diceva:
«La più grande disgrazia
dell'India è di non conoscere Gesù Cristo.»
Se questo è vero, ecco un
tema che le riviste missionarie dovrebbero documentare in modo molto concreto:
ad esempio intervistando chi si converte sui motivi per i quali s'è convertito
a Cristo. Invece questa verità non è quasi mai ricordata, è scomparsa dal
nostro orizzonte! Quando Madre Teresa visitò il Centro missionario del Pime di
Milano nel 1977, il Pime lo conosceva già bene, perchè le sue suore
collaboravano con noi in India, Bangladesh, Hong Kong, Brasile, Filippine, ecc.
(nel 1989 hanno aperto le porte della Cambogia ai missionari del Pime).
«Ma quando le dicono che nel
palazzo del Centro missionario c'è anche la sede di "Comunione e Liberazione",
la Madre chiede: "Liberazione da che cosa?". "Dal peccato" le risponde pronto
il missionario che l'accompagna. "Allora va bene" commenta la Madre, "questa è
l'unica liberazione che conta".»
Parliamo tanto di "liberazione",
ma dalla fame, dalla miseria, dall'analfabetismo, dalle ingiustizie, dalle
oppressioni politiche: l'ultima cosa che ci viene in mente è la "liberazione
dal peccato", che invece la grande missionaria (modello di tutti i missionari)
considerava prioritaria in senso assoluto!
Oggi non é in crisi la
Chiesa come istituzione. Non c'é pericolo che la Chiesa scompaia; non solo per
la promessa di Gesù, ma anche perché, nel nostro mondo democratico e
secolarizzato, essa non é più combattuta: é accettata ed esaltata come
strumento di pace sociale, come richiamo all'etica, come assistenza ai poveri
e agli handicappati. La Chiesa pilastro della società capitalista avanzata,
rimedio ai disastri umani causati dal capitalismo: ma non perché predica Gesù
unico Salvatore dell'uomo!
Si tenta di salvare il
cristianesimo come sistema morale e consolatorio dell'uomo alienato dal
capitalismo e dal materialismo, passando dal messaggero al messaggio, cioè da
Gesù Figlio di Dio, unico Salvatore dell'uomo, ai "valori morali" che
sarebbero comuni a tutti. La gente ha fame e sete di Dio e noi le diamo il "discorso
dei valori", che nella fede ha senso solo se fondato sulla persona e sul
modello di Gesù unico Salvatore.
b) Relativismo e
intellettualismo religioso.
«Una delle ragioni più
gravi dello scarso interesse per l'impegno missionario é la mentalità
indifferentista, largamente diffusa, purtroppo anche tra i cristiani, spesso
radicata in visioni teologiche non corrette e improntate ad un relativismo
religioso che porta a ritenere che una religione vale l'altra (RM 36).»
Il relativismo
religioso, molto diffuso, viene dall'incontro e studio di altre religioni,
senza avere una base sufficiente di conoscenza e di esperienza cristiana; e
anche dalla tendenza presente oggi in teologia di "razionalizzare la fede",
cioé rendere la fede così logica e comprensibile, che tutti possano capirla,
accettarla. No, la fede é mistero, la fede è andare contro-corrente rispetto
alla logica umana. La ricerca teologica, com'è giusto e logico, vuole
approfondire e ragionare sui contenuti della fede, quasi spiegare
l'inspiegabile, quasi togliere il mistero. Ma Dio lo incontriamo nella fede,
nel mistero.
Ecco quindi la fede
ridotta a conoscenza e problematica intellettuale, a teologia ed esegesi
biblica staccate dalla vita. Mi fa un po' paura come si studia teologia oggi
nei seminari e nelle facoltà teologiche anche per laici e suore. Quarant'anni
fa era una teologia essenziale, che dava certezze, cioé trasmetteva la fede e
le spiegazioni su cosa é la fede, su cosa dobbiamo credere, rispondendo alle
obiezioni (apologetica). Oggi invece viviamo il tempo del dubbio, tutto é
ricerca di novità, tutti si buttano sull'ultimo teologo o l'ultimo biblista o
l'ultimo moralista che ha la teoria più ardita o più condannata dalla Chiesa (i
successi di Leonardo Boff, di Hans Küng, di Drewermann, di Pieris, ecc.).
Basta che un teologo
sia condannato o richiamato dalla Chiesa, e tutti lo studiano, lo traducono,
lo diffondono. A volte sono uomini di valore, ma a volte sono proprio poveri
diavoli che non sanno quel che dicono: diventano celebri e le loro teorie
suscitano attenzione e dibattito solo perchè sono in contrasto con il Papa e i
vescovi. Pochi anni dopo sono dimenticate: Leonardo Boff, esaltato per molti
anni come un "profeta", pur avendo indubbi valori di intelligenza e di
comunicazione, oggi nello stesso Brasile è dimenticato anche da coloro che lo
avevano esaltato! Sono mode del momento: "Non lasciatevi sviare da dottrine
diverse e peregrine" (Lettera agli Ebrei, 13, 9).
Non capisco
perché, col patrimonio meraviglioso di teologia e spiritualità che abbiamo
ereditato dal passato, c'é la smania di inventare nuove teorie, più che
l'umiltà di riscoprire e valorizzare la nostra grande Tradizione. Il direttore
spirituale di un seminario teologico italiano mi dice:
«I chierici d'oggi, in
genere vocazioni adulte, spesso non hanno avuto una preparazione religiosa
adeguata, non sanno quasi nemmeno il catechismo. Sono pieni di buona volontà,
generosi, ma molto acerbi rispetto alla conoscenza dei contenuti della fede.
Ebbene, invece di partire dalle fondamenta, si riempie loro la testa di
problematiche teologiche e bibliche raffinate, da specialisti; a volte si
finisce per confondere la fede che hanno.»
L'intellettualismo è la
piaga di una società avanzata come la nostra, non solo in campo teologico, ma
anche politico, culturale: tutto è ridotto a problema intellettuale, a gioco
dei sofismi. I teologi, che dovrebbero approfondire e trasmettere la fede a
tutti i livelli, spesso la rendono complicata, mentre è semplice, elementare,
la capiscono i piccoli e i semplici.
«Ti ringrazio, o Padre, che hai
rivelato queste cose ai semplici e le hai nascoste ai sapienti (Matt. 11, 21;
Luc. 10, 21).»
La missione nasce dalla fede
e dall'amore a Cristo. Per essere missionario, il popolo di Dio deve
ricuperare una forte e viva fede in Cristo unico Salvatore dell'uomo. Marcello
Candia ripeteva spesso: "Signore, aumenta la mia fede!". E quando gli dicevo
che di fede ne aveva tanta, mi rispondeva: "Ma la fede non basta mai!". Aveva
ragione. La nostra fede può essere una fiammella che vacilla e si spegne al
primo soffio di vento, oppure un sole che illumina e riscalda. Chi evangelizza
davvero sono i santi e alla santità siamo tutti chiamati, in una battaglia che
dura tutta la vita: come cristiani non andiamo mai in pensione!
Quale l'impatto della "Dominus Jesus"?
Quando è stata pubblicata la
"Dominus Jesus" ([19]),
dopo averla letta ho ringraziato il Signore ed ho pensato: questa è la leva
per rilanciare la missione alle genti, per ritrovare la forza della fede e
anche psicologica della missione. L'oggetto della dichiarazione è
intrinsecamente connesso con la missione universale della Chiesa e la
specifica missione alle genti. Non solo, ma il tema cristologico è trattato in
maniera chiara e accessibile: il documento espone quanto va salvaguardato come
parte essenziale del patrimonio della fede, senza precludere ulteriori
riflessioni e ricerche teologiche.
Insomma, la Dominus Jesus ci
tocca molto da vicino come missionari: se viene meno o si oscura la verità che
il Signore Gesù è l'unico e universale Salvatore (e la D.J. segnala errori e
ambiguità assai diffusi), la nostra fede non sta più in piedi e quindi neppure
la missione alle genti ha senso. Mi aspettavo che nel mondo missionario ci
fossero reazioni positive, si convocassero incontri per esaminare se la
formazione missionaria, la stampa e l'animazione missionaria sono sulla linea
giusta.
Invece mi hanno stupito le
scarse citazioni e commenti sulle riviste missionarie e teologiche
internazionali, molte delle quali improntate ad uno spirito critico: documento
troppo rigido... non favorisce il dialogo ecumenico e interreligioso... è un
passo indietro rispetto alle apertura di questo pontificato... Invece di
mettere l'accento sul forte richiamo che la "Dominus Jesus", approvata dal
Papa, contiene, ci si ferma a critiche tutto sommato secondarie, in un testo
senza altro scopo che di riaffermare la fede in Cristo unico Salvatore
dell'uomo. C'è anche chi s'è mostrato dispiaciuto perchè
«la Dominus Jesus è stata
commentata negativamente dai grandi giornali internazionali»;
quasi che l'approvazione di
una appassionata e documentata affermazione di fede dobbiamo cercarla dai
commentatori laici!
Di fronte a documenti
ecclesiali come questo, dovremmo tutti fare un esame di coscienza. Lo stesso è
successo quando la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato le
due lettere sulla "Teologia della liberazione" ("Libertatis Nuntius" nel 1984
e "Libertatis Conscientiae" nel 1986). Si era discusso per anni e anni sulla "Teologia
della liberazione": poi, quando escono due autorevoli, precise e documentate
valutazioni di questa espressione nuova della teologia latino-americana, non
si esaminano, non si commentano, non nascono dibattiti, non si coglie
l'occasione per precisare e, se mai, rettificare la propria posizione ([20]).
Semplicemente quasi si ignorano.
Lo stesso è avvenuto con la
"Redemptoris Missio" (1990), che, l'abbiamo già notato, esorta la Chiesa ad un
nuovo slancio per la missione alle genti. Il teologo indiano Sebastian
Karotemprel parla di un fenomeno di "resistenza alla Redemptoris Missio" ([21]),
specie fra i teologi indiani e asiatici, ma non solo:
«Un certo numero di teologi
asiatici interpretano la teologia del Vaticano II e di Ad Gentes, Evangelii
Nuntiandi e Redemptoris Missio come un "bagaglio teologico coloniale"... Viene
suggerita un'"evangelizzazione integrale" in alternativa alla "nuova
evangelizzazione". Questo genere di posizioni teologiche non favoriscono
l'evangelizzazione come viene compresa e proposta dal magistero ([22]).»
Ma anche in Italia, in
commenti e incontri sulla Redemptoris Missio, si è parlato di tanti temi,
teologia missionaria, inculturazione, dialogo interreligioso, gli "aeropaghi"
della missione alle genti, ecc.; ma si è persa una grande opportunità di
esaminare, a 25 anni dal Concilio, se l'ideale missionario, nella nostra
Chiesa locale (diocesi, parrocchie, clero, associazioni, seminari, ecc.), è
vivo come vuole il Papa o no; perchè e cosa si può fare per "un rinnovato
impegno missionario" come chiede Giovanni Paolo II (n. 2).
Dopo aver partecipato
direttamente alla stesura dell'enciclica e quindi avendone seguito il cammino
di preparazione e conosciuto direttamente la passione e la sofferenza del Papa
nell'elaborazione del testo, sei mesi dopo la sua pubblicazione sono stato
invitato a parlare sulla "Redemptoris Missio" in un importante convegno
italiano di animazione missionaria. Il tema affidatomi era: "Le reazioni della
stampa internazionale alla Redemptoris Missio". Ho accettato l'invito e poi mi
sono scusato, ma ho parlato di tutt'altro: cosa volete che importino i
commenti della stampa internazionale, quando l'enciclica vuole soprattutto
suscitare nella Chiesa "un rinnovato impegno missionario"?
Mi scuso di questi cenni
critici. Fa male pensare che a volte i documenti del Papa (o altri del
magistero ecclesiastico) non riescono ad incidere proprio in quello che hanno
di specifico e nella loro finalità dichiarata. Ricordo che la "Populorum
Progressio" di Paolo VI nel 1967 era rimbalzata sulla stampa cattolica e
internazionale come un grande documento della Chiesa, degno della massima
attenzione. Ma passato il primo impatto, quando si tennero convegni di studio
per approfondire le indicazioni del Papa, con mia grande meraviglia il
fondamento di tutta l'enciclica era dimenticato, anche fra i cattolici.
Ad esempio, al convegno di cinque
giorni sulla Populorum Progressio nel 1972, alla sede dell'Università
cattolica di Piacenza (al quale ho tenuto una comunicazione), si parlava di
commerci internazionali, aiuti ai popoli poveri, prezzi delle materie prime,
tecnologie adatte a combattere la fame, problemi dell'emigrazione, grandi
piani di sviluppo, ecc. Tutto giusto, ne parlava anche Paolo VI. Ma il Papa
diceva ben altro di più specifico. In un tempo di grande dibattito su cos'è lo
sviluppo dell'uomo, l'enciclica parlava di "umanesimo plenario", affermava
chiaramente
«la "visione cristiana
dello sviluppo", che deve portare ad una "inserzione nel Cristo vivificatore...
Questa la finalità suprema dello sviluppo personale" (nn. 14-16, 21, 42).»
Ma tutto questo, a
parte una lezione iniziale sulla "teologia dello sviluppo", staccata dal tema
concreto allora incandescente del "terzo mondo" e dell'aiuto ai popoli poveri,
era ignorato, non influiva sui contenuti del convegno di studio.
L'orientamento dato da Paolo
VI perchè non si riducesse lo sviluppo "alla semplice crescita economica" (n.
14) non veniva ripreso né approfondito dall'Università cattolica, non si
tiravano le conseguenze pratiche di quanto aveva detto il Papa ([23]).
Sembrava che lo sviluppo fosse solo un "avere di più" e non un "essere di più".
Questo è evidente in quasi tutti i discorsi sullo sviluppo dell'uomo e dei
popoli, che si fanno anche in campo cattolico negli ultimi anni, sempre e solo
centrati sul denaro, le tecniche, i commerci, il debito estero, ecc. Poi ci
lamentiamo che viviamo in una "civiltà senz'anima"! Ma l'anima non dovremmo
darla noi credenti in Cristo?
[1]. Gheddo P. - Beretta R., "Davide e Golia - I cattolici e la sfida della globalizzazione", San Paolo 2001, pagg. 234.
[2]. In "Mondo e Missione", Milano, ottobre 1985, pagg. 15-20.
[3]. In "Bibliografia missionaria" del 1982, edita dalla Biblioteca dell'Università Urbaniana di Roma.
[4]. Parlavo alle 19,30; poi la rubrica è stata spostata alle 18-18,15 e l'indice di ascolto è crollato a 0,5-0,6 miioni di ascoltatori! E poi si dice che la RAI, servizio pubblico, dovrebbe proporsi di educare...
[5]. La schizofrenìa è definita: "Grave malattia mentale caratterizzata da dissociazione della personalità e delle altre attività psichiche fondamentali".
[6]. Vedi "Il Giornale", 1 novembre 2002.
[7]. Secondo valutazioni della Polizia riferite dai giornali nell'ottobre 2002, gli affiliati alle sette "sataniste" (cioè che invocano Satana) in Italia sarebbero circa 80.000.
[8]. Garelli F.,"Forza della religione e debolezza della fede", Il Mulino 1996.
[9]. Luigi Giussani, "Cristo, Tutto ciò che abbiamo - Conversazione con un gruppo di Comunione e Liberazione, New York, 8 marzo 1986", inserto in "Tracce", febbraio 2002.
[10]. Padre Clemente Vismara (1897-1988), che ha vissuto 65 anni in Birmania, scrive: "Fine e scopo del missionario è di rendere il proprio gregge capace di reggersi... Uno dei coefficienti maggiori per questa educazione è il lavoro: rendere i cristiani amanti del lavoro, in modo da assicurare loro il sufficiente per vivere... Chi nobilitò il lavoro fu il cristianesimo. Fra i pagani, chi può vivere senza lavoro, anche con mezzi meno onesti, è un privilegiato, un protetto dagli dei, ha sortito un 'karma' positivo. Gli antichi romani riservavano il lavoro unicamente agli schiavi. Noi cristiani ci vantiamo di avere come 'fondatore' un Uomo-Dio dalle mani incallite nella botteguccia di Nazareth!..." (in "Missionari del Pime", maggio 1996).
[11]. R. Guardini, "Studi su Dante", Morcelliana 1967, pag. 231.
[12]. Gheddo P., "Scommessa su Gesù - Intervista a Vittorio Messori", in "Mondo e Missione", gennaio 1990, pagg. 27-46.
[13]. "L'amore di Cristo ci sospinge - Lettera alle comunità cristiane per un rinnovato impegno missionario", Consiglio permanente della Cei, 4 aprile 1999, n. 1.
[14]. "Novo millennio ineunte", 6 gennaio 2001, n. 6.
[15]. Circa trent'anni fa sono andato a predicare ad Alfonsine e Taglio Corelli (Ravenna). Il parroco di quest'ultimo paese mi diceva che in molte case c'era un altarino con un lumino acceso davanti all'immagine di Togliatti, magari accanto a quella di Papa Giovanni XXIII. I funerali, diceva, sono in maggioranza fatti dal Partito Comunista e alcuni lasciano nel testamento di seppellirli nella cassa da morto con "L'Unità" del giorno in tasca.
[16]. Un sacerdote italiano in Romania mi dice: "Il comunismo non ha distrutto solo l'economia, ma l'uomo. Persa la libertà di pensare e di agire, si sono adeguati: il Partito pensava per tutti, bastava starsene tranquilli e si riceveva il minimo necessario. Oggi sono passivi, aspettano tutto dallo Stato. Bisognerà attendere la prossima generazione perchè ritornino ad essere uomini".
[17]. J. Daniélou, "Il mistero della salvezza delle nazioni", Morcelliana, Brescia, 1954, pagg. 24-25.
[18]. B. Maggioni, "Perchè la missione rinnovi la Chiesa", in "Popoli e Missione Dirigenti", Roma 1995.
[19]. Congregazione per la Dottrina della Fede, "Dominus Jesus, Dichiarazione circa l'unicità e l'universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa", card. Joseph Ratzinger e mons. Tarcisio Bertone, 6 agosto 2000 (pagg. 46).
[20]. Si vedano i commenti ai due documenti: Gheddo P., "Quale teologia della liberazione?", "Mondo e Missione", dicembre 1984, pagg. 673-697; Donegana C., "Libertà e liberazione", "Mondo e Missione", giugno-luglio 1986, pagg. 346-350.
[21]. S. Karotemprel, "Resistenza alla Redemptoris Missio", in "Chiesa e Missione oggi", nel volume "Il Concilio Vaticano II - Recezione e attualità alla luce del Giubileo", a cura di Rino Fisichella, San Paolo 2000, pagg. 307-310.
[22]. Il tema delle teologie asiatiche è vasto e complesso ed esula dalla mia esperienza specifica.
[23]. E' vero, la prima relazione di p. Joblin, s.j., era sulla "teologia dello sviluppo", ma del tutto staccata dalla realtà e senza conseguenze nei dibattiti dei giorni successivi.